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7. Perché lo fai?

di Sandro Bastia

Si ha sempre l’idea che un operatore sociale faccia un lavoro che è “impagabile”, che le ricompense vengano da “un’altra parte”,un altrove non bene identificato, personale, per ciascuno diverso. La fede,”il paradiso”, la stima di sé, lavorare per il bene comune, per la società, per gli “emarginati”…
Gli operatori lavorano, ma per chi e per quali ricompense lo fanno? Molte sono le rivendicazioni degli educatori. Una delle più pressanti è certo quella del salario che, specie per chi lavora nelle cooperative sociali, è assai basso. Ma appiattire le rivendicazioni alla retribuzione è sicuramente un errore: chiudersi la bocca con uno stipendio più lauto non è certo l’aspirazione della maggioranza degli operatori. Il nostro è un lavoro, una professione.
Di fronte alle condizioni difficili in cui si opera a volte la scelta è quella di cambiare lavoro, altre di lanciarsi in discorsi che si concludono con frasigià sentite o con un generico “ci vorrebbe”. Pochi protestano apertamente, scendono in piazza, fanno sentire la loro voce; gli scioperi indetti hanno riscosso scarse adesioni (con alcune lodevoli eccezioni) ed il più delle volte più che proteste erano momenti di festa, anche se orientata verso la provocazione. Tutto molto lontano dalla rappresentazione”classica” della protesta per le condizioni di lavoro.
Evidentemente lo scontro o richiamare le attenzioni sulle proprie condizioni di lavoro attraverso i cortei e gli scioperi vengono ritenuti strumenti poco utili, poco adeguati. Oppure le condizioni di lavoro, precarie, difficili, vengono considerate come inevitabili, dati di fatto legati al ruolo marginale che gli “utenti” hanno nella società.
Allora perché farlo, per chi? Si torna al punto di partenza.
Viene da pensare che nel lavoro di operatore sociale ci siano elementi che lo rendono un lavoro “speciale” o comunque diverso da molti altri lavori che vedono, ad esempio, la lotta sociale come momento costruttivo, di confronto.
Evidentemente nell’essere operatori le motivazioni giocano un ruolo non secondario: l’assunzione di un ruolo comporta delle responsabilità che fanno riferimento anche ad ambiti personali, della propria vita. Per questo è significativo proporre un’esperienza che è comune e particolare al tempo stesso. Si tratta di una intervista ad un educatore che lavora all’interno di una cooperativa sociale. Quest’ultima si è interrogata su quali requisiti dovesse avere un buon educatore, affinché potesse lavorare con continuità in modo adeguato. Una riflessione etica ed anche “economica”; o forse è meglio definirla “ecologica”.
Intervista a Giulio Vaccari (educatore della cooperativa “L’Ulivo”)

All’interno della vostra cooperativa attraverso quali criteri scegliete gli operatori? Parole come “motivazione” e “professionalità”come vengono coniugate in un educatore?
La prima discussione all’interno della cooperativa è stata di tipo quantitativo e qualitativo: quante e quali risorse si possono utilizzare per la ricerca dieducatori? Era meglio privilegiare le persone con una forte motivazione, ma anche con un bisogno di formazione, per lavorare nei servizi oppure erano da ricercare figure che presentassero già una determinata esperienza, professionisti, senza entrare nel merito della motivazione?
Questo ci ha portato ad interrogarci sul nostro lavoro, sul nostro ruolo: se il lavoro che noi facciamo è solo una professione in senso stretto e quindi se in realtà la funzione educativa che noi interpretiamo si riduce ad una mansione, in un determinato tempo, in un determinato luogo. Oppure se l’aspetto fondamentale è essere “motivati” ad assumere un certo ruolo in questa società.
Chi sostiene la tesi del “professionismo ad oltranza”, chiamiamolo così, è convinto della necessità di un distacco e della necessità di avere determinati strumenti, utili anche per preservare gli operatori da un certo tipo di stress, dal “burn-out”. E’ vero che maggiori capacitàprofessionali garantiscono una maggiore “resistenza” all’interno dei servizi ma non è detto che sia qualitativamente adeguata: la relazione educativa comporta dei rischi (che toccano anche altre professioni del sociale), come ad esempio perdere il senso del lavoro che si sta facendo, finendo all’interno di un “tecnicismo burocratico”. D’altro canto spingendo troppo sulla motivazione si corre il rischio di dare tutto per scontato, cadendo in un certo tipo di spontaneismo che finisce con il dare per scontati gli strumenti.
Sono un sostenitore della motivazione, e quindi un po’ di parte. In cooperativa non è stata fatta una scelta chiara e precisa in un senso piuttosto che in un altro, si preferisce però di solito correre il rischio sul versante motivazionale. In questo modo si vede anche la differenza culturale delle persone, una differenza che sta proprio nel concepire la base della professione, che nasce, secondo me, dalle diverse impostazioni della persona umana.
Quindi non è solo una questione di un “saper fare” o di avere determinati strumenti, perché nel contesto ha un ruolo importante la persona stessa che entra all’interno della relazione con la sua visione della vita, la sua storia e la sua esistenza.
La relazione educativa è soprattutto intenzione, per questo spingo soprattutto per l’importanza della motivazione nella scelta degli educatori: la professionalità, gli strumenti e la definizione di un ruolo, sono elementi importanti, però in realtà il contenuto della relazione deriva dall’intenzionalità del soggetto che usa gli elementi a sua disposizione come meglio crede.
Molti operatori sociali si lamentano delle proprie condizioni di lavoro. Però, rispetto al malessere che viene generalmente espresso, sono poche le occasioni di sciopero o comunque di espressione pubblica di disagio. Perché?
L’errore che si fa adesso è quello di analizzare il nostro lavoro con le categorie con cui sono state portate avanti altre battaglie per altri tipi di lavoro nel passato. Vedo che anche nella mia cooperativa si fa fatica a spiegare agli operatori che questo lavoro non lo si rende “nobile” attraverso le stesse rivendicazioni che vengono fatte da altre categorie di lavoratori. Nel settore industriale è facile definire il compito, la mansione, il tempo e di conseguenza il valore sociale, il salario, ecc…
Per questo tipo di lavoro secondo me la rivendicazione va fatta su altre cose. Sono convinto che “l’economia del dono” sia una parte importante della nostra professionalità, perché effettivamente la relazione educativa non è tutta monetizzabile: una parte va sicuramente retribuita, altrimenti si perderebbero le caratteristiche del lavoro, ma il percepimento di un salario adeguato, che è uno strumento tipico delle rivendicazioni salariali nel mondo industriale a cui vengono legate istanze di “riconoscimento sociale”della professione, non è efficace perché non garantisce il riconoscimento del lavoro in sé, ma garantisce solo una piccola parte dell’effettiva portata dei problemi.

Può spiegare meglio la definizione di “economia del dono”?
È sempre legata al discorso della motivazione. Quando uno si avvicina a questo tipo di lavoro (ci si può avvicinare anche per caso, ma poi si decide di rimanerci) da qualsiasi tipo di approccio culturale egli provenga, secondo me alla fine fa questo tipo di lavoro perché pensa di poter fare qualcosa per gli altri, e vi riesce solo se entra in un legame in empatia con le persone con cui lavora, una relazione intima con “l’altro”.
Quindi per l’operatore il ritorno non è solo nei termini economici dellaretribuzione, ma anche nel suo bisogno di essere utile per qualcuno che nellavoro trova un appagamento.
È un appagamento di tipo umano, legato alla propria visione della vita, allapropria specificità e questo fa parte della retribuzione, ma all’interno dei canoni usuali non è compreso. È un ritorno in termini di “economia del dono”: non è quantificabile né identificabile con lo stipendio.
Se Superman è il simbolo del volontario, quale ritiene sia il personaggio con cui si identificano gli educatori?
L’Uomo di gomma dei Fantastici Quattro: innanzitutto perché è uno scienziato,quindi sottolinea l’importanza degli strumenti, del metodo scientifico come strumento per fare il nostro lavoro. Poi è un personaggio che non lavora da solo, collabora con altri colleghi, un’equipe, appunto i Fantastici Quattro.C’è il discorso dell’elasticità, del sapersi adattare alle varie situazioni e bisogni che incontra, senza trascurare la possibilità che ha di cambiare forma e identità pur restando sempre se stesso, a seconda dei diversi contesti. È una capacità importante questa per un operatore.
Le Usl sono state trasformate in “aziende” gestite da manager. All’interno di questo nuovo modo di intendere i servizi come si modifica la funzione dell’operatore. È un operaio, un impiegato, un artigiano o cosa?
In questo caso il discorso è un po’ complesso, nel senso che se l’operatore rimane solo, non vedo un grande avvenire per lui… Nel Welfare State dei manager una figura come la nostra ha poco futuro, poco peso sociale. Vedo meglio un ruolo come “associato”, un operatore “imprenditore” di sé stesso, insieme ad altri, in una forma che potrebbe essere quella cooperativa.
In questo modo può assumere un ruolo propositivo, di indirizzo verso lo Stato visto che questo ha perso la capacità di pensare ed elaborare delle risposte efficaci. Le persone che lavorano alla base hanno la responsabilità di farlo, visto anche che non ci sarà mai un riconoscimento di questo ruolo che parta dall’esterno. Comunque va sottolineato che l’utilizzo della forma cooperativa sottintende una ripresa dei concetti alla base della cooperazione: molti ora lavorano in apparati che della cooperazione non hanno più nulla, mentre invece occorrono forme di lavoro collaborativo.

Considerazioni finali
Se l’intenzionalità caratterizza l’agire degli operatori ciò deve esserevero sia quando questi sono a contatto con gli “utenti” sia quando il contatto è con i committenti del nostro lavoro. Ma chi sono costoro? I referenti delle cooperative o associazioni, i responsabili AUsl o delle istituzioni per cui lavoriamo, i genitori, gli utenti stessi. Ma a questi è bene che se ne aggiungano altri, in primo luogo noi stessi. Non possiamo prestare lavoro in un servizio che non vede anche noi stessi come committenti del nostro lavoro, altrimenti diventiamo meri esecutori di mansioni che poco hanno a che vedere con l’agire degli operatori che è caratterizzato dall’intenzionalità.
Con questo non ci si riferisce alle fatiche che, più o meno grandi, sono naturali in qualunque lavoro, ma al versante più istituzionale del nostro lavoro, che spesso viene sottovalutato perché ritenuto impermeabile alle esigenze del servizio (“non lo sa nessuno cosa si prova”). In realtà il versante istituzionale è fondamentale nel determinare le condizioni di lavoro ed anche questo versante deve essere coinvolto e responsabilizzato rispetto alle conseguenze delle proprie scelte.
Un buon livello di soddisfazione del “committente interno” ovvero noi stessi, è il segnale che agiamo con intenzionalità, da operatori. Soddisfare anche i nostri bisogni all’interno dell’ambito lavorativo non è egoismo, ma piuttosto fa parte dell’agire in modo professionale e responsabile, “ecologico”. Le recriminazioni, che si levano da più parti, fanno pensare che vi sia un numero molto grande di operatori non soddisfatti che si muovono solo per dare luogo ad una mansione anziché una professione: che sia giunta l’ora di farsi ascoltare? Se non ora, quando?



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