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di Davide Rambaldi

Affrontare il tema del rapporto tra la professione dell’educatore e la suaretribuzione significa mettere in relazione tre concetti tra loro collegati. Nonsi può parlare di retribuzione infatti senza parlare di ruolo e potere sociale. Ovvero: il livello retributivo di una professione è legato al ruolo e al potere sociale che quella professione detiene. I medici hanno redditi medio-alti perché la loro professione ha un ruolo e un potere sociale alto. Specularmente, gli insegnanti guadagnano meno perché ne hanno uno inferiore. Certo non sonocosì schematici all’interno della società i termini del discorso, ma che siano innegabili è un fatto.
Seguendo la logica di questa tesi, gli educatori hanno redditi medio-bassi, anzi, bassi, perché hanno un basso ruolo e potere sociale. Vediamo di analizzarne i motivi.

Perché gli educatori hanno poco potere sociale
In primo luogo ha scarso ruolo e potere l’educazione nella nostra società. A fronte di una rivoluzione economica, sociale e culturale che ha cambiato freneticamente l’uomo occidentale negli ultimi due secoli, l’educazione, istituzionalizzata nelle scuole nel bel mezzo di questa rivoluzione, è rimasta ancorata a tradizioni secolari, resistente ai cambiamenti sociali e culturali, faticando non poco ad adeguarsi a tali mutate e mutevoli condizioni e, come storia di pensiero, a costruire ed affermare una propria autonomia e dignità epistemologica.
Nella contemporaneità poi l’educazione è stata progressivamente sfrattata dalle scuole, il contesto sociale in cui si identificava. Chi crede più infatti che a scuola si educa? A scuola ci si istruisce, ci si specializza, e non èpiù vero neanche questo. L’ambiguo termine di “educazione” si è frammentato nel sociale, dalla famiglia alla televisione, nel cosiddetto policentrismo delle agenzie formative. In una società sempre più specializzata, nel lavoro, nello studio e negli ambiti istituzionali, l’educazione appare come un concetto generale, sfuggente, trasversale perché istituzionalmente poco collocabile, perso nel caos della molteplicità degli stimoli di socializzazione, aspirazione dell’uomo più che pratica sociale.
Ma, visto che la storia della società, come insegna Weber, è storia di conflitti politici, culturali, economici, e da questi conflitti nascono nuovi assetti sociali, e anche nuovi ceti, nuove professioni, ecco che spunta, quando l’educazione pare avere un ruolo sempre più marginale e sparire come pratica sociale, la figura dell’educatore.
Essa nasce dall’affermazione di una cultura del diritto di cittadinanza diognuno nella società, prodotto profondo di una strada lunga di democrazia e sostenuta da una delle vie alla democrazia che è il Welfare State. Dalla metà degli anni ’70 in poi molti sono divenuti educatori. Come? Su campo; dai bisogni emersi dai nuovi assetti sociali: integrazione degli handicappati e dei soggetti psichiatrici più o meno liberati dai manicomi, recupero dei tossicodipendenti e dei cosiddetti minori a rischio; tutto l’ambito insomma della riabilitazione edel recupero di soggetti diversi o devianti per secoli emarginati e repressi.
Gli educatori, spesso con poca o nessuna preparazione professionale, hanno prodotto esperienze che si sono tradotte in teoria e di nuovo in esperienza, acquisendo sempre più coscienza della necessità non solo di un adeguato sostegno epistemologico ma anche di un più adeguato riconoscimento sociale. Ma la società, nonostante abbia determinato il bisogno e abbia posto le premesse culturali ed economiche per la nascita e lo sviluppo della figura dell’educatore, non si è ribaltata, rimane profondamente attaccata ai modelli culturali, politici ed economici di cui si accennava sopra: debolezza epistemologica, ideologica, sociale dell’educazione, resistenza della cultura dell’emarginazione, potenza dell’ideologia liberista.

Un modello culturale minoritario
Ma in concreto, contro cosa cozzano gli educatori per non riuscire ad avere quel riconoscimento sociale cui ambiscono? In primo luogo la “dominanza culturale” dei paradigmi medico-scientifici, legati ai concetti di”organismo funzionale”, “patologia”, “normalità funzionale”, “cura”, “terapia” e via discorrendo. Laddove la medicina considera l’uomo non nella sua specificità di individuo ma come indistinto portatore di una funzionalità organica, alla quale afferiscono dicotomicamente normalità e patologia, essa interviene su quest’ultima, quasi alienata dall’individuo portatore, nei termini di cura a terapia. Dove la patologia è cronica vi è inguaribilità e la cura si traduce in assistenza.
Questo paradigma, fondato dal positivismo ottocentesco, è ancora oggi cultura e ideologia profonda della società. L’educazione però ha altri modelli: si pensi all’individuo come soggetto globale e al fatto che il perno attorno al quale esso deve ruotare è il concetto di “cambiamento”. Tutti possono, devono avere l’opportunità di cambiare, crescere, migliorare. In questo senso i termini di inguaribilità, normalità, patologia assumono un altro significato. Sono un limite, una base, un punto di partenza.
Nonostante ne sia stata fatta di strada è ancora da affermare nella cultura comune per esempio, l’idea che l’handicappato possa non guarire ma cambiare, acquisire socialità, autonomia, competenze e quindi dignità. Ma certamente la problematica dell’handicap è ancora più complessa, perché gli educatori che se ne occupano devono fare i conti con altri retaggi culturali, come quellodella carità, che non solo è duro a morire, ma pericolosamente si riaffaccia alla porta delle scelte politiche nella crisi del Welfare.
La carità, tipica forma culturale di sensibilità e sostegno sociale delle società “statiche”, fondate su profonde disuguaglianze che non devono essere messe in discussione, è stata uno dei luoghi dell’educazione. Non fondata sulla professionalità ma sulla vocazione, ha finito per identificarsi con essa. Inguaribilità, carità, vocazione, normalità/patologia, emarginazione sono modelli culturali che vanno assieme in una più generale dimensione storica e sociale, quella dalla quale proveniamo. Per contro: cambiamento, integrazione, professionalità educativa, differenza sono modelli che si riferiscono ad una differente prospettiva sociale e politica, di cui l’educatore si fa interprete e portavoce.
Ma le contraddizioni non si esauriscono qui. Dove l’educatore cerca di affermaretali modelli? Nel contesto istituzionale del settore”socio-sanitario”, un ambito ben preciso i cui parametri dominanti sono quelli della cultura medica: cura, terapia, recupero. Non è un caso che il riconoscimento maggiore della figura dell’educatore avvenga nei Sert (Servizio recupero tossicodipendenze) dove, divenuta palese l’insufficienza del metadone o chi per lui a guarire il tossicodipendente, si è dovuto ricorrere a unprofessionista dell’educazione, della socializzazione su campo, che permetta la riabilitazione e il recupero al mondo, alla produttività. Quest’ultima, la produttività, è un altro dei modelli culturali profondi di questa società, contro cui l’educatore è in conflitto: l’educazione e la riabilitazione degli handicappati o delle persone con problemi psichici solo in rari casi produce un’integrazione che coincida con il recupero alla produttività; conseguentemente i servizi per handicappati e di psichiatria sono i più attaccati dal punto di vista politico e sociale, quelli contro cui si rivolge l’attacco liberista, con il tentativo di ritradurre la riabilitazione inassistenza, la professionalità in volontariato, l’integrazione in emarginazione.

Un sapere sintesi di molte discipline
Un altro ostacolo su sui ricade la debolezza del ruolo sociale dell’educatore è la già sottolineata debolezza epistemologica della sua pratica sociale; è ancora lontana nella cultura comune il riconoscimento della pratica educativa come “scientifica”, cioè fondata su di un’intenzionalità cosciente, sostenuta da una teoria e metodologia specifica e autonoma rispetto ad altre discipline, liberata definitivamente dallo spleen idealistico della vocazione e del “dono divino”. Là dove la specializzazione del lavoro ha raggiunto livelli elevatissimi per cui ogni professionalità ha un ambito proprio e riconosciuto, l’educatore fatica a trovare e a proporre una propria specificità e un proprio spazio sociale. La rivendicazione di un sapere”sintesi” di molteplici discipline umanistiche tradotto in una prassi relazionale (sapere “globale” per un approccio più globale possibile all’individuo) stenta ad affermarsi in una cultura enfaticamente specialistica, in cui tra l’altro le problematiche relazionali hanno trovato successo nell’ambito delle discipline psicologiche mentre da un punto di vista educativo (teorico e pratico) rimangono nell’immaginario collettivo più oscure e confuse, sospettate di essere affrontate in termini astratti o tecnicistici.
Quante volte infatti le istituzioni stesse gestrici dei servizi, per non parlare delle famiglie, sottovalutano o addirittura ignorano la progettualità educativa, come se la relazione potesse bastare ed esaurire il proprio ruolo professionale.
C’è infine da sottolineare che a questo basso riconoscimento sociale contribuiscono gli educatori stessi che, sparsi in una miriade di organizzazioni ed enti di vario tipo e natura, non rivendicano a sufficienza la propria professionalità a livello culturale, istituzionale e politico.
Troppo spesso molti educatori si chiudono nei propri servizi resistenti ai cambiamenti e alla progettualità, finendo per confermare l’immagine – minore -che di loro hanno i mandanti istituzionali e le famiglie. Quanti educatori sipreoccupano di costruire progetti sempre più adeguati, che diano senso, orientamento e traduzione al loro fare? Quanti sono in grado di produrli? Quantisi preoccupano di curare la propria formazione ed esigerla dai propri enti?
E ancora, abbandonati alla complessità delle relazioni con gli utenti, senza adeguati confronti e sostegni con altre figure professionali, gli educatori scivolano nell’impotenza o nell’onnipotenza, rinunciando a una battaglia realistica per l’affermazione del proprio ruolo.
Da un punto di vista politico infine, il paradosso è che non si può rivendicare la propria professionalità quando si accettano retribuzioni e condizioni di lavoro scandalose, confermando un sistema politico ed economicoche gioca al ribasso, teso a risparmiare a scapito della qualità dei servizi.
In mezzo a due modelli politici, culturali ed economici antagonisti, l’educatore, che appartiene senza dubbio ad uno di questi, deve perseguire il suo compito con sempre maggiore coscienza della propria professionalità. Solo così potrà sperare, tra l’altro, di ricevere un compenso più adeguato alla sua preparazione e alla complessità delle problematiche e delle relazioni che si trova ad affrontare.



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