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Millesima visione

di Davide Rambaldi

Ho visto in successione Festen di Vinterberg e Idioti di Lars Von Triers.
Viene da chiedersi come sono messi i danesi.
Il vecchio Steve, che di cinema davvero non se ne intende, li ha definiti “Film catena”. Catena lenta, ovviamente. Intraducibile ma assolutamente centrato.
Meglio Festen. Se non altro per il senso di liberazione che la vendetta sui genitori produce su tutti noi. Mica perchè ce l’abbiamo con i nostri cari. E’ solo una questione di conti in sospeso. Al di là dell’ingiustizia che questo sentimento esprime. Però è lì, rimosso o forse no, però c’è. Se no non si spiegherebbe perchè Festen è piaciuto tanto in giro. E’ un film catena, lento, per lunghi tratti non si vede una sega perchè il regista non utilizza le luci di scena, un uso ipercinetico della macchina da presa, rigorosamente a spalla come affermazione stilistica di un cinema verità che ha avuto ben altri maestri, che è fine a se stesso, manieristico, irritante, da giovane intellettuale che “ha visto un bel mondo” come direbbe mio padre. Che palle. Però quella vendetta è liberatoria, importante, sancisce la riparazione da un’ingiustizia arcana e culturale e che riguarda il potere dispotico di tanti adulti su tanti bambini, di tanti genitori su tanti figli. Quello che aspettiamo è anche il contrario: la liberazione frutto del riscatto di tanti genitori vittime dei propri figli. Così almeno, nel piano della sublimazione artistica, tutti possono avere voce e rappresentare parti di tutti noi. Siamo per l’eguaglianza.
Di Idioti invece non si salva nulla. Il sentimento più nobile che mi ha suscitato è il desiderio di veder lavorare il regista in miniera per qualche tempo. Così potrebbe raccontare storie di vita vissuta di qualche significato.
Cosa voleva dirci questo enfant prodige del cinema triste danese rappresentando un gruppo di adulti che fanno finta di essere idioti per emarginarsi dal mondo della normalità e per prendersi gioco della normalità? Che è impossibile fare gli idioti quando non lo si è? Che il disagio della normalità è tale che alcuni normali preferiscono psicotizzarsi?
Lo sa Lars Von Triers il dolore che c’è dietro la follia e l’emarginazione? Lo sa che uno dei doveri dei normali è quello della tutela dei diritti delle persone emarginate e cioè di una azione etica e politica nella comunità?
Comunque sia, non me ne può fregare di meno della visione che Von Triers ha dell’uomo (danese) e della sua presunta alienazione e individualismo, un uomo così dolente, cattivo e a-politico da non riuscire più a costruire legami significativi con la sua comunità e tra l’adeguamento alla normalità e la rivolta la sua risposta è l’autismo. Non c’è speranza nelle pieghe del film e c’è disprezzo, per l’uomo e la comunità degli uomini; e per la normalità, che è un bene prezioso anche se controverso, come sa bene chi dalla normalità è escluso.
Mi avesse fatto meno arrabbiare, avrei auspicato a Von Triers di andare a scuola di cinema e di rispetto da Emir Kusturiza (e invece: in miniera!). Il suo film non vale tre fotogrammi di Gatto bianco Gattonero. Lì vi è un uso funzionale della forma al servizio della storia, e il film è un gioco magico e delirante, un inno alla vita, all’amore, alla fantasia, al divertimento, all’ironia. E se non raggiunge le vette di Underground, pazienza, sempre di capolavoro si tratta. Uno dei pochi, se non l’unico nel desolante panorama cinematografico di fine millennio.



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