a cura di Annalisa Brunelli, pedagogista
Ma la Grande Muraglia era solo la punta dell’iceberg, il simbolo della Cina, lo stemma di un paese che per millenni era stato la terra delle muraglie. La Grande Muraglia delimitava i confini settentrionali dell’impero, ma esistevano muraglie anche tra regni in guerra, tra regioni e provincie. Difendevano le città e le campagne, i valichi e i ponti. Proteggevano i palazzi, le sedi del governo, i templi e i mercati. Le caserme, i posti di polizia e le prigioni. Attorno alle case private c’erano mura che separavano vicino da vicino e famiglia da famiglia. Calcolando quindi che i cinesi abbiano costruito mura per centinaia e migliaia di anni e considerata la numerosità della popolazione, il senso del sacrificio, l’esemplare disciplina e la laboriosità da formiche che li contraddistingue, otterremo centinaia di migliaia di ore dedicate alla costruzione di mura, ore che in un paese povero come questo avrebbero potuto essere dedicate all’apprendimento della lettura o di un mestiere, alla coltivazione di sempre nuovi campi e all’allevamento di un sano bestiame.
E invece l’energia del mondo va a finire nelle muraglie.
Che irrazionalità. Che spreco.
Perché la Grande Muraglia, questo super-muro, questa super-fortezza distesa per migliaia di chilometri tra deserti e montagne inabitate, e che, oltre che fonte d’orgoglio, è anche una delle meraviglie del mondo, è anche il sintomo dell’aberrazione umana, di un terribile errore della storia, dell’incapacità di questo popolo di mettersi d’accordo, convocare una tavola rotonda e decidere come sfruttare le risorse di energia e di intelligenza dell’uomo.
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Ma il muro non ha solo uno scopo difensivo. Proteggendo dalle minacce esterne, permette anche di controllare ciò che accade all’interno. I muri hanno passaggi, porte, cancelli. Sorvegliare questi punti significa controllare chi entra e chi esce, informarsi, verificare che i permessi siano in regola, annotare nomi, osservare facce, imprimerle nella memoria. Il muro diventa così scudo e trappola, riparo e gabbia.
Il lato peggiore del muro è quello di sviluppare in alcune persone un atteggiamento da difensore del muro, di creare una mentalità per la quale il mondo è attraversato da u muro che lo divide in dentro e fuori: fuori ci sono i cattivi e gli inferiori, dentro i buoni e i superiori. Non è indispensabile che il difensore stia materialmente vicino al muro: può anche starne lontano, purché l’abbia sempre dentro di sé e rispetti le regole imposte dalla sua logica”.
(Ryszard Kapúsciński, In viaggio con Erodoto)
Con il suo sguardo disincantato e partecipe, Kapúsciński ci offre un’inedita prospettiva da cui guardare una delle opere più affascinanti che mano d’uomo abbia costruito, che porta con sé il senso del passato e dell’esotismo di culture lontane. Eppure anche la Grande Muraglia non è altro che un muro e come tutti i muri il senso del suo esistere sta proprio nella sua funzione che è quella di separare, chiudere fuori e insieme proteggere e chiudere dentro. Chi è fuori e chi è dentro? Dove sono i confini? Chi decide quale linea seguire nel mettere i mattoni uno sull’altro? Chi stabilisce se non sia meglio costruire un ponte?
I muri contano ben di più dei ponti: in tutte le guerre combattute, sempre, ponti sono stati abbattuti e mura sono state erette a difesa.
Nell’ansia di separare sani da malati, cattivi da buoni, muri altissimi e ben protetti hanno impedito che lo sguardo passasse e hanno nascosto diversità che non si volevano vedere e conoscere.
Muri invisibili impediscono di vedere davvero chi ci cammina di fianco e magari solo per un breve tratto incrocia la nostra strada.