Introduzione: Il magico Alvermann: perché la letteratura?
- Autore: Giovanna Di Pasquale
- Anno e numero: 2013/4 (monografia sul Magico Alvermann)
di Giovanna Di Pasquale
La strada letteraria è stata, fin dall’inizio dell’esperienza della rivista “HP-Accaparlante”, assai frequentata per affrontare e approfondire la tematica delle diversità.
Tanto frequentata da aver portato alla realizzazione di una rubrica, “Il magico Alvermann”, il cui titolo richiama direttamente una vecchia serie televisiva della TV dei ragazzi trasmessa negli anni ‘70 ma porta con un sé un errore di trascrizione, una “n” finale in più rispetto all’originale, errore questo che non abbiamo mai voluto correggere: alla redazione piaceva troppo avere una rubrica con un titolo “diversamente corretto”…
“Il magico Alvermann”, in trent’anni di vita di “HP-Accaparlante”, ha ospitato una serie di brani letterari o di altre forme espressive che, come il cinema e la canzone, si nutrono di storie e narrazioni non tecniche scelti da diversi curatori che si sono alternati nel tempo.
A ognuno di loro, persone con professionalità e provenienza eterogenee, è stato chiesto, infatti, di scegliere in modo del tutto libero e personale un pezzo di letteratura che contenesse richiami e collegamenti con l’idea di diversità, almeno agli occhi di chi lo proponeva. Questa scelta è stata accompagnata da un commento sul senso e le motivazioni e sui percorsi di lettura possibili. Numero dopo numero i brani proposti, accostati gli uni agli altri, hanno composto un “catalogo” di immagini sulla e della diversità intesa nell’accezione più ampia possibile.
Ed è una ricca rappresentanza di questo catalogo che, in un ordine che rispecchia quello della pubblicazione originale, viene riproposta ora in questo libro, non solo a testimonianza di un percorso, ma come segno di un’attenzione sempre presente nel nostro gruppo di lavoro alla letteratura, ai libri, alle storie come strumenti potenti di aiuto alla riflessione e alla consapevolezza sulla convivenza con le nostre e le altrui diversità, nodo cruciale per ogni comunità e organizzazione sociale.
La letteratura offre l’occasione di straordinari incontri con le narrazioni, può consentire la rivisitazione delle storie della vita quotidiana e una possibile riappropriazione.
Come ricorda lo scrittore Ferdinando Camon c’è differenza tra la vita e la storia. La prima si esprime come un racconto, la seconda si esprime come una scienza. La storia classifica, sistema e allontana; il racconto resuscita, rianima, attualizza.
È la vita a scrivere le storie, e la letteratura rappresenta lenti potenti per mettere a fuoco queste storie.
Sono lenti particolari capaci di avvicinare a forme di comprensione nell’esperienza degli altri, anche quando quest’ultima ha segni e tratti tali da costruirle intorno un recinto di diversità.§
La letteratura permette di trovare richiami e collegamenti, di ascoltare le voci del mondo.
È una strada forte perché indica una ricerca di senso dentro al fluire degli accadimenti e delle emozioni. Una sorta di riparo, rifugio seppur provvisorio che allevia la tensione del vivere e allontana la tentazione dell’oblio.
Il senso di una narrazione è anche quello di immetterci in una prospettiva di compiutezza possibile, di inizio e fine e poi di nuovo e ancora, in una dimensione ciclica che può essere pensata e detta, e che ritroviamo così forte in quel legame saldo e inconsueto che si forma tra un autore amato e il suo lettore.
C’è nelle storie, anche in quelle più incredibili e mirabolanti, una sorta di prevedibilità rassicurante che si dipana con il ritmo del racconto, così avvincente nel suo contrasto ambivalente con le innumerevoli e poco inquadrabili vicende umane.
Le storie sono finite, la vita è in permanente costruzione.
Ed è in questa ambiguità non risolvibile, un’ambiguità preziosa al vivere, in questo incrocio di destini, che risiede il richiamo perenne delle storie, perché , in fondo, interrogarsi sul senso delle storie significa interrogarsi sul nostro essere qui, sulla nostra solitudine e sull’incontro con gli altri. Su come si mettono insieme dei pezzi di noi e su come gli altri entrano in noi.
Quale idea di diversità
Lo spicchio di realtà riproposto attraverso i brani scelti e i commenti che li accompagnano ci parla di molte questioni. Senza avere pretese di sistematicità, anzi in forza di una rilettura soggettiva, essi ci mettono in contatto con la pluralità connessa al termine diversità, che viene qui declinato in molte delle sue possibili varianti. C’è la diversità evidente, fisicamente tangibile così emblematicamente rappresentata dai personaggi mitologici; c’è la diversità immaginata, fondata sulla paura di ciò che non si conosce e per questo respinta e osteggiata fino a negare qualsiasi vicinanza e similitudine; c’è la diversità dichiarata, orgogliosamente esibita anche pagandone il prezzo più alto.
C’è la diversità propria, il nostro sentirsi e viversi diversi non solo rispetto all’unicità che ogni essere umano porta con sé, ma anche alla difficoltà di convivere con le parti meno rassicuranti e gratificanti di noi.
Soprattutto ci sono i bambini, protagonisti quasi costanti di queste pagine. Che sono diversi perché prima di tutto sono soli, spesso nella maniera più brutale e dura, ma anche nelle dimensioni più vicine e quotidiane. Gli adulti, tranne rarissime eccezioni, non sono capaci di averne cura e di sostenerli nell’impegno di diventare grandi. Gli adulti sono in crisi, a volte distanti e disattenti, a volte feroci e violenti. Ci sono i bambini che hanno subito violenza, vissuto l’esilio o la deportazione. Simboli di una diversità difficile anche solo da pensare, la diversità che rende diverso chi è più simile a noi, che ci ricorda ciò che noi siamo stati, che ci proietta nei sogni di vita futuri. Molti brani gettano un ponte verso queste situazioni estreme.
Il percorso attraverso il ponte
Il ponte. È un’altra parole che torna. Ed è una parola importante nella sua semplicità e concretezza. Prospetta una via di collegamento (tra chi educa e chi è educato, tra me e l’altro, tra i quartieri di una città o le fazioni di un popolo….) che deve essere però attraversata.
L’immagine del ponte implica una scelta da fare e un percorso da compiere.
Sì, si può raggiungere l’altra sponda, qualche volta anche a passi saldi e tranquilli perché il ponte ci possa riconoscere come viaggiatori desiderosi di capire; sì, ci si può guardare intorno godendo di quell’essere ancora per un poco lungo il cammino, “tra” il punto di partenza e la meta a cui tendiamo.
C’è molta fatica nelle pagine di letteratura che vi proponiamo e anche acuto dolore. Intrecciate però a segnali di speranza. Ritrovata per caso, ricercata intenzionalmente e accanitamente, conservata gelosamente. Ed emerge un legame tra questi spiragli e il senso della scrittura che aiuta a rintracciare trame sommerse oltre il tessuto troppo evidente e ad avvicinarsi e far avvicinare all’incandescente materia di cui sono fatti i desideri, le paure, i sogni delle donne e degli uomini.
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