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2. L’eldorado degli albanesi

a cura di Nicola Rabbi

Milena Magnani, 31 anni, vive a Bologna, città dove è nata e lavora comeeducatrice in una comunità-alloggio per disabili mentali. Dopo aver esorditocon un romanzo-saggio sul tema della tossicodipendenza, sta per pubblicare oraper la casa editrice Vallecchi il romanzo Delle volte il vento ambientato nel Salento.

Perchè questa ambientazione così lontana? Non era più facile scriveredella propria realtà quotidiana?
Ho scelto di ambientare il romanzo nel Salento per due ragioni ben precise.
La prima è perchè, rispetto ad altre realtà italiane, nel Salento sono piùevidenti le contraddizioni del nostro sistema capitalistico. Il Salento è una terra del sud, una terra in cui l’illusione del benessere garantito rompe più grossolanamente le sue maglie, evidenzia sacche macroscopiche di sfruttamento epovertà.
La seconda ragione per cui ho scelto il Salento è perchè è il territorio italiano più esposto ad oriente, è una terra di confine, una terra anfibia circondata da due mari, testa di ponte verso l’alterità.
Alterità che nei secoli è stata quella degli invasori, Turchi e Saraceni,Borboni, Piemontesi, ma anche quella che io ho rappresentato nel romanzo con il vento, quello secco di levante, che viene dai Balcani. Un vento che, fino a sei anni fa, ha portato con sè, insieme all’odore d’oriente, anche tante fantasie su quel mondo comunista dirimpettaio. Quelle misteriose montagne d’Albania, dall’altra parte del mare, che in certe condizioni di luce si scorgono dal Capo d’Otranto e stavano a rappresentare l’incognita di una società diversa, distante solo quaranta minuti di mare, un’incognita davvero prossima eppur inavvicinabile per via della cortina di ferro che separava i due mondi.
In questo senso l’ambientazione salentina riveste, per me, anche il significato di un luogo dello spirito, luogo in cui io colloco tutti coloro che essendosi misurati con i vizi di fondo del nostro sistema hanno fantasticato uno scenario più giusto dall’altra parte del mondo.

In che modo ti sei accostata al tema della recente immigrazione in Italia? Come emerge dal tuo libro?
Rimasi molto colpita, nel ’91, dal primo esodo in massa dei profughi albanesi.
Dall’entusiasmo acritico con cui quel popolo si tuffava nelle bracciadell’Occidente.
Pur comprendendo la legittima urgenza di fuggire da condizioni di miseria e arretratezza, mi inquietò l’ubriacatura che li aveva colti, l’esaltazione che mostravano per i simboli più effimeri del nostro benessere.
In particolare mi colpì il fatto che muovessero i loro primi passi nei paesi del Salento con l’eccitazione di chi cammina in un Eldorado. E che non si accorgessero di muovere i passi della loro sconfitta storica dentro un’altra sconfitta, altrettanto macroscopica, che è quella del nostro capitalismo, incapace di sanare le proprie miserie e le proprie iniquità.
Di questo ho cercato di parlare nel romanzo: del contrasto tra l’entusiasmo dei profughi e le problematiche della terra del Salento.
Una terra in cui, a tutt’oggi, nonostante il generale innalzamento del benessere, si paga un prezzo ancora troppo alto per vivere.

Protagoniste del romanzo sono due donne, Lume, immigrata albanese incarcerata nel suo paese per via del suo modo radicale di intendere ilcomunismo e Carmelina che vive in condizioni di disagio la propria realtà. Perchè due donne come protagoniste e due donne così caratterizzate?
Ho scelto due donne perchè in entrambe le tradizioni, quella albanese e quella salentina, le donne hanno ricoperto e continuano a ricoprire un ruolo subordinato e marginale.
In Salento, ad esempio, fino agli anni sessanta era ancora fortemente vivo ilfenomeno delle “tarantate”.
Le “tarantate” erano donne che, supponendo di essere state pizzicate dalla taranta, inscenavano per la comunità una danza di liberazione dalla possessione del ragno, che poi era liberazione dal loro essere numeri anonimi nella società.
È rifacendomi a questo fenomeno e all’istanza di liberazione che vi sottendeva, che ho creato i personaggi di Lume e Carmela. Due donne che fanno del loro corpo il teatro di una coraggiosa ribellione. Due donne che cercano di liberarsi dal morso di uno scenario sociale senza prospettive.
Lume lo fa scegliendo l’isolamento e l’immobilità, Carmela lo fa ricorrendo all’antico linguaggio del ritmo e della danza.
In entrambi i casi si tratta di comportamenti che non trovano alcuna comprensione da parte degli ipocriti abitanti del paese. Quei paesani che nel romanzo stanno a rappresentare un’umanità che sbadiglia il suo asservimento ad un’unica e piatta logica del mondo.

Due termini ricorrono spesso nel romanzo, scritti oppure solo accennati, ma sempre presenti tra le righe: la memoria e l’utopia.
Che cosa intendi con questi termini e perchè li associ così spesso con l’idea di perdita?
Per memoria intendo la capacità di conservare la coscienza storica di ciò che siamo stati, di ciò in cui si era creduto e per cui si era lottato. Una memoria che si sta perdendo sempre di più nelle maglie di un mondo rumoroso e sfavillante da televisore. Un mondo catodico a servizio del capitale, che porta ad un continuo inquinamento delle forme, che induce a trasferire sui beni diconsumo ogni spinta vitale di cambiamento e di ribellione.
Pare quasi che lo sguardo delle persone si sia progressivamente atrofizzato, siacortocircuitato nel rapporto privato con lo schermo. È subentrato un passivoadattamento al presente, un atteggiamento di ripiegamento sul proprio cortile privato che legittima il non farsi carico delle problematiche esistenziali di unaltro.
Questo fenomeno, contestualizzato alla terra del Salento, trova conferma in una realtà paradossale.
Il Salento è infatti una terra in cui fino a pochi decenni fa, erano preponderanti il latifondo, lo sfruttamento dei braccianti e delle donne, lo strapotere mafioso della politica corrotta e della Chiesa. È una terra da cui, durante il boom economico degli anni ’60, partirono migliaia di lavoratori a ingrossare le fila degli emigranti verso gli altoforni della Germania e della Svizzera.
Eppure proprio questo popolo, che ha vissuto sulla pelle il perpetrarsi diiniquità feroci, sembra diventato incapace di solidarizzare con chi a tutt’oggivede i propri diritti negati.
È in questa cecità, in questa incapacità a riconoscersi nell’altro che iovedo insita l’idea di perdita. Perdita di memoria e al tempo stesso perdita della capacità di abitare utopie, di pensarsi artefici di altri possibili scenari.
Nel romanzo cerco di mettere a fuoco questo fenomeno anche rispetto all’atteggiamento dei profughi albanesi. Poichè mi è parso che abbiano buttato nella spazzatura insieme alla loro dolorosa storia anche quella cultura dell’essenzialità e della modestia da cui, a mio parere, noi occidentali avremmo avuto tanto da imparare.

In che modo la tua professione incide nel tuo lavoro di scrittrice?
Lavorare a fianco di persone in difficoltà, persone la cui vita è in equilibrio su un filo, ha portato indubbiamente la mia scrittura a corteggiarela marginalità.
Dietro i problemi psichici delle persone con cui lavoro, ci sono storie davvero dure, storie che si consumano nel tentativo eterno di riprendere un equilibrio.
Guardando la realtà dalla loro angolazione appaiono inevitabilmente più chiarele ipocrisie della nostra società, si è costretti ad ammetterle, a provare rabbia.
Non so quanto questo influisca sullo stile e sui contenuti della mia scrittura, so però che spesso è la rabbia che mi fa prendere in mano la penna.



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