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Autore: admin

13. Questione di feeling

di Stefano Toschi

Le voci di chi vive un deficit: riflessioni sul rapporto fra operatore e disabile rispetto alla cura del corpo. Autonomia e dipendenza, agio e disagio problemi aperti per “stimolare riflessioni per cercare nuove soluzioni”. Comprendere l’altro attraverso il corpo.
La condizione di deficit fisico può portare la persona disabile a due opposti atteggiamenti nei confronti del proprio corpo. Si può arrivare o al rifiuto totale o alla cura e all’accettazione della propria disabilità. Ma in entrambi i casi il rapporto col proprio corpo è sempre mediato dalla figura dell’operatore.
La differenza che caratterizza l’esperienza quotidiana di una persona disabile rispetto a quella normale è l’assenza di privacy: tutto ciò che la maggior parte della gente fa da sola, il portatore di deficit lo fa con l’aiuto di un altro. Io parlo dal punto di vista di uno spastico. Fin da piccolo sono stato accudito dai miei genitori e mia sorella, e trovo naturale e non problematica l’assistenza fornita dai parenti.
Ma nel corso degli anni all’assistenza fornita dalla famiglia tende a sostituirsi quella procuratami parte da amici, parte da operatori. Quando l’assistente è un operatore professionale, la mia sensazione è almeno nei primi tempi quella di essere aiutato da un estraneo, di cui percepisco prima di tutto lo stato d’animo, se è una persona tranquilla o se invece è ansiosa.
Io ho maturato questa sensibilità perché sono stato cresciuto da mio padre; un uomo molto sereno che mi comunicava una grande tranquillità. Invece alcuni operatori e gli amici mi trasmettono la loro preoccupazione, l’ansia e ciò ovviamente non può farmi piacere, anche se sono amico di tutti. Si tratta di sensazioni fisiche, perché quando parlo di tranquillità o di ansia mi riferisco al rilassamento o alla tensione del mio corpo.

Un rapporto non a senso unico
Naturalmente il rapporto tra utente e operatore non è a senso unico: anche la persona assistita trasmette all’operatore i suoi stati d’animo e le sue difficoltà fisiche. Come l’operatore ha il dovere professionale di essere attento alle esigenze psicofisiche dell’utente così anche la persona con deficit ha la possibilità e anche il dovere di facilitare il lavoro del suo assistente avendo cura del proprio corpo. Il feeling tra due persone si può costruire solo se da parte di entrambe c’è la tolleranza e la disponibilità di aiutare e comprendere l’altro, prima di tutto attraverso il corpo e ciò che esso trasmette.
Messaggi che provengono dal mio corpo sono diversi così come sono diversi gli umori della persona che mi assiste e prepara ogni giorno. Ad esempio mi succede di essere molto rigido al mattino e se il mio operatore cerca di vestirmi, lavarmi in modo tranquillo e rassicurante questo mi aiuta a rilassarmi.
Se è vero che la condizione di deficit fisico non permette alla persona una vita perfettamente autonoma è altrettanto vero che proprio questa situazione può portare a formarsi un rapporto d’amicizia e di reciproco aiuto tra un’operatore e una persona assistita.

12. Farsi delle storie

di Sandro Bastia

“La sessualità è usatissima tra i giovani per motivi culturali, non per il desiderio…sesso come mezzo per entrare nel gruppo, sesso come violenza…E’ un tema che non può essere isolato”. Intervista a due educatori sulla sessualità degli adolescenti che frequentano un centro socioeducativo.
Adolescenti, disagi sociali, e sessualità: queste tre parole accostate spesso evocano immagini di problemi, scontri, difficoltà. I due educatori che mi accolgono durante la loro programmazione invece mi sconfermano questa immagine e più che intenti a “navigare tra le difficoltà” mi paiono due persone normalmente intente nelle faccende di tutti i giorni, che mi mostrano con orgoglio un arredo povero, recuperato in giro e personalizzato dai ragazzi del gruppo.
Micaela ed Alberto sono due educatori che lavorano all’interno di un gruppo socioeducativo, gestito dalla cooperativa bolognese CSAPSA, in convenzione con il servizio sociale dell’Azienda USL. Il gruppo è aperto nel pomeriggio ed è frequentato da un quindicina di adolescenti con storie diverse alle spalle, che all’interno del gruppo cercano un posto dove stare, divertirsi, “socializzare” con coetanei, con adulti significativi – gli educatori – si mangia insieme, si fanno i compiti scolastici e molte attività.
A metà strada tra la “famiglia” ed il “centro giovanile” questa è una struttura intermedia che deve coniugare il quotidiano, le relazioni e gli affetti con l’istituzione, la prevenzione ed il “controllo” sociale”. È una struttura che punta sulla quotidianità e sulla qualità delle relazioni: infatti è per una precisa scelta che gli educatori che lavorano sono due, un uomo ed una donna, ovvero una “coppia genitoriale” di adulti significativi di riferimento. La sessualità è un nodo importante, in adolescenza. Il gruppo socioeducativo è una istituzione che incontra e vive anche la sessualità di chi la frequenta, ma quando chiedo qualcosa sul loro lavoro rispetto a questi temi mi accolgono sguardi sorpresi, come se questo, in fondo, non fosse così importante come pensavo.

R. Istituzionalmente la sessualità all’interno del gruppo socioeducativo viene vista, e parlo degli operatori sociali, psicologi, psichiatri ecc. come una tematica molto forte. Spesso è sentita molto al di fuori dal gruppo che al suo interno, al punto che, ad esempio, vi sono proposte di formazione, vi sono richieste esplicite di informazioni durante le verifiche, ci fanno la richiesta di proporre ai ragazzi programmi di educazione sessuale in collaborazione con i consultori.
Noi abbiamo pensato di non fare queste cose. Eravamo abbastanza contrari ad isolare l’educazione per così dire “sessuale” dal resto. Il medico del consultorio che viene a parlare è piuttosto un’informazione perché è svincolata da quello che è il rapporto interpersonale ed i rapporti in generale del gruppo, quindi ci sembrava priva di senso.

Ma i ragazzi e le ragazze vi sembra sentano questa esigenza?
È vero che ragazzi e ragazze vivono aspetti sessuali molto confusi, specie in situazioni di promiscuità’, fanno fatica rispetto al controllo della loro pulsionalità. Inoltre spesso nelle loro famiglie i genitori possono non essere i loro veri genitori, i fratelli possono quindi avere genitori diversi, insomma le storie di questi ragazzi spesso complicano molto le cose. Quindi quando arrivano qui rispetto allo sviluppo sessuale non sono tranquilli, però non è così facile delegare alla sola sessualità i comportamenti. Spesso la sessualità è presa in prestito per giustificare tutta una serie di disagi e di comportamenti che appartengono alla sessualità come linguaggio ma non come senso. Il vocabolario, il turpiloquio sulla sessualità non sono legati al problema sessuale in sé ma ad un costume usato per attirare l’attenzione.
Anche in questi giorni degli operatori USL ci stanno proponendo di fare dei gruppi tematici sulla sessualità.
La possibilità di discutere della sessualità come area tematica o in un gruppo (educatori – utenti) o con la presenza di tecnici e operatori sanitari è stata scartata. Noi facciamo fatica a mettere in pratica, a fare cose così strutturate. Questo perchè quello che ad esempio differenzia quella che è una visione del lavoro “tecnica”, come quella che può avere uno psicologo, uno psichiatra o un medico e noi educatori è il setting. I setting sono diversi e questo è difficile da far capire a chi non frequenta il gruppo. Noi lavoriamo all’interno della quotidianità.
Questo cambia totalmente il tipo di linguaggio, il tipo di rapporto, il tipo di modalità di fruizione delle informazioni. È difficile per un non-educatore capire cosa è la quotidianità. Faccio un esempio, è come se in famiglia ti venissero a trovare zii e nonni con i quali non vai molto d’accordo e per risolvere il problema vai a fare un corso di aggiornamento sulle relazioni interpersonali. Assurdo no?!
Spesso l’esterno pensa così: c’è un problema? Bene, facciamo degli incontri, diamo informazioni.
Ma il quotidiano non si gestisce così, con degli incontri così strutturati. Allora spesso delle proposte che riguardano questo sono così lontane dalla “tipologia del quotidiano” che poi vengono escluse. Invece tutto, anche l’aspetto informativo, viene poi gestito all’interno, nella relazione.

La quotidianità è importante per il lavoro degli educatori. È importante avere consapevolezza di questa dimensione che però non si presta nè ad essere racchiusa in una struttura rigida, nè ad essere lasciata all’improvvisazione totale. Il lavoro o le occasioni che vi portano ad incontrare la sessualità nel lavoro con i ragazzi come avvengono?
Nel gruppo, con i ragazzi, di sessualità si parla molto poco. In genere di questo si parla, a fatica, con gli educatori, in colloqui riservati. Ti chiamano, si va nella stanzina e si parla. Spesso arrivano con molta confusione, hanno esperienze, a volte anche importanti, ma che fanno molta fatica a leggere come rapporti di coppia, storie d’amore. Spesso è prevalente l’aspetto “farsi delle storie” per avere consensi, per avere conferme sulla propria identità, per avere potere.Negli anni di lavoro con i ragazzi la sessualità, nei termini di gestione della propria pulsionalità è uno spazio, sembra paradossale, molto minimo rispetto agli aspetti socio-antropologici, che sono preponderanti. La sessualità come merce, la sessualità come violenza, la sessualità per entrare in un gruppo eccetera. La sessualità è usatissima ma per motivi culturali, non per il desiderio sessuale – magari fosse così. Questo è un’altro livello, diverso, che è l’analisi delle emozioni, dei sentimenti e del rapporto con il proprio corpo. Ma sono aspetti distinti. Per questo diciamo che è difficile parlare di sesso: il sesso è all’interno dei rapporti emotivi e del rapporto con il proprio corpo. Quando tu l’affronti, con un qualche ragazzino lo fai in termini emotivi: ad esempio arriva, è chiuso, è sconvolto, non parla o è aggressivo, gli chiedi cos’è successo, lui ti confida una cosa….
Non è mai in termini cognitivi. L’elaborazione arriva dopo. L’approccio in termini cognitivi spesso determina una difesa immediata. Addirittura una caratteristica di alcuni ragazzi che vengono qua e che prima sono stati in carico ai servizi è quella di percepire l’educatore ed il servizio come intrusivo rispetto alla propria vita: stanno all’interno dei servizi dando una immagine di sé che gli permette di tutelare una parte di intimità che non vogliono far vedere. Prima di arrivare ad un rapporto che possa andare più in profondità bisogna superare questa immagine: i ragazzi fanno fatica anche a fare un disegno per la paura di essere interpretati. Quasi sempre sono stati dallo psicologo e sanno benissimo che attraverso quello che scrivono e che fanno vengono interpretati, conosciuti e letti in modo intrusivo. E prima di poter intrecciare una relazione profonda occorre un lungo e lento lavoro di conquista della fiducia che non è scontato.

11. Educatori e affettività

di Davide Rambaldi

In ogni professione che si occupi di relazioni (educative, assistenziali, terapeutiche, di apprendimento) l’affettività è un nodo, un problema centrale che le diverse istituzioni e i diversi saperi professionali risolvono diversamente. In generale, nonostante siano passati quasi cento anni dalla prima teoria dell’affettività (la psicoanalisi), la considerazione dell’incidenza delle pulsioni, motivazioni e ragioni affettive all’interno delle professioni “relazionali” e nei servizi corrispondenti è ancora molto scarsa. L’unico ambito nel quale la riflessione sull’affettività è costante e determina profondamente le pratiche (terapeutiche) della professione è quello psicologico-psichiatrico, cioè l’ambito stesso in cui le teorie dell’affettività sono nate e sviluppate.
È probabilmente una conseguenza di molteplici fattori il motivo per cui si sono utilizzate poco in chiave analitica ed euristica le potenzialità di tali teorie e riflessioni: in primo luogo per il profondo radicamento nell’epistemologia moderna del modello (filosofico ed etico) razionalistico, che connota specificamente la cultura occidentale dai suoi albori; in seconda istanza per la parcellizzazione e la specializzazione del sapere nel Novecento e infine per una resistenza tenace degli altri saperi di difendere la propria specificità, storia e identità epistemologica.
Comunque sia, conseguenza di questo “ignoramento” sia della problematica affettiva sia degli esiti dei suoi approcci teorici nelle istituzioni che si occupano di relazioni, è una ricaduta “pesante” nelle pratiche professionali -anche se negli ultimi anni vi è un tentativo di un cambiamento di rotta-, giacché se l’affettività è negata, rimossa o comunque non affrontata non vi è la possibilità di elaborarla consentendone un maggior controllo e migliorando così i livelli di consapevolezza, comprensione e intervento delle pratiche istituzionali e professionali.
Facciamo alcuni esempi classici.

Il medico e il suo paziente
La pratica medica occidentale nega totalmente l’affettività, in quanto per portare avanti i propri compiti ha fondato e sedimentato un sistema teorico e clinico che “oggettualizza” il corpo. In questo modo il chirurgo può aprire la pancia del paziente e operare senza sentirsi coinvolto da processi emotivi che frenerebbero le possibilità di cura del malato. Negare completamente l’affettività della relazione è insieme una strategia difensiva (non sentirsi coinvolti) e una strategia operativa (riuscire a curare).
Il problema della mancata elaborazione di questa negazione è che la relazione medico-paziente non si esaurisce in questo caso nella pratica chirurgica o in generale nella pratica clinica, ma si inserisce in un contesto che ne riproduce il modello senza che questo sia funzionale ai compiti terapeutici. In altre parole: il chirurgo riesce diagnosticare e operare la mia milza malata e insieme rischia di trattarmi da milza; la disumanità dei rapporti di ruolo in un ospedale, la negazione del malato come persona sono conseguenze di questa mancata elaborazione. Non è un caso che da più parti vi sia un invito all’epistemologia medica di riconsiderare i propri modelli teorici, clinici e terapeutici ai fini di migliorare le relazioni con il paziente e i contesti nei quali opera -senza che questo naturalmente significhi mettere in discussione globalmente un modello che sotto molti punti di vista si rivela vincente.
Se consideriamo altri contesti relazionali, il problema della rimozione delle implicazioni affettive assume per certi versi esiti vistosi e paradossali e forse più preoccupanti rispetto alle conseguenze che si verificano nel settore sanitario. Parliamo della scuola e dei processi di apprendimento.

A scuola nessuna affettività
Ancora oggi il modello scolastico propone una relazione tra insegnanti e allievi fondata sui contenuti da far imparare. Nessuna formazione -se non, oggi, per gli insegnanti elementari- sui processi affettivi che entrano nell’apprendimento, sulla complessità psico-antropologica della relazione. L’insegnamento è affidato al caso (le naturali capacità relazionali insieme a quelle professionali, relative ai contenuti, dell’insegnante) in un contesto in cui gli spazi, i tempi, i ruoli sono definiti istituzionalmente in un senso di potere assoluto -e spesso inutile, visti i risultati- dell’adulto/insegnante rispetto agli allievi (soggetti “ignoranti” e passivi a cui imprimere i saperi indiscutibili dell’istituzione); l’apprendimento è completamente delegato agli allievi, cioè alle loro risorse culturali e motivazionali, in definitiva sociali.
Anche in questo caso la negazione dei processi affettivi nella relazione, delle strategie affettive nei processi di apprendimento ha una ricaduta nella pratica istituzionale dell’insegnamento: in primo luogo l’impossibilità di riconoscere i motivi dei successi/insuccessi scolastici, affidando la responsabilità di questi solo agli allievi, alle loro motivazioni, capacità, risorse cognitive, psicologiche, culturali, alla loro provenienza sociale.
Ma non è solo un problema di incomprensione o rimozione del fallimento: dietro a questo vi è un problema ancor più pesante di resistenza al cambiamento. Attribuendo il fallimento agli allievi l’istituzione non solo si deresponsabilizza ma impedisce il proprio cambiamento, delle pratiche di insegnamento, dei contesti di classe, dell’organizzazione complessiva.
L’incapacità di affrontare la resistenza all’apprendimento di alcuni allievi è speculare all’incapacità di affrontare la propria (degli insegnanti) resistenza al cambiamento. Ammettendo che la resistenza all’apprendimento di alcuni allievi sia di tipo cognitivo, epistemico, non può negarsi che possa essere culturale ed emotiva. E’ interessante notare come una gran parte degli insegnanti che frequentano corsi di aggiornamento, pur avendo, loro, capacità cognitive adeguate, in realtà rifiutino di apprendere i contenuti degli aggiornamenti a causa delle loro motivate ragioni culturali ed emotive (che però negano agli allievi): che lo scarto tra i formatori (pedagogisti, psicologi, antropologi, ecc.) e loro è abissale (“belle parole, dicono, ma noi siamo in prima linea”), che le condizioni di lavoro nella scuola sono impossibili, ecc. ecc. Ribaltando il ruolo nei corsi di aggiornamento (da insegnanti ad allievi) il gruppo insegnante si comporta ne più ne meno come una normale classe scolastica: ci sono i motivati, gli arrabbiati, gli indifferenti, i rivoluzionari. Visto che le risorse cognitive sono indiscutibili, qui le resistenze sono culturali ed emotive, cioè le medesime ancora una volta degli allievi. Senza avere idea di quali strategie, culturali e psicologiche, per scardinare queste resistenze, per fare spazio negli stereotipi culturali, per vincere la demotivazione, la rabbia, la timidezza, ancora una volta l’apprendimento, il cambiamento è lasciato al caso, è affidato ai bravi (relazionalmente e professionalmente) insegnanti e formatori e ai motivati, stabili emotivamente e preparati allievi.

I servizi socio-sanitari: alla ricerca del proprio modello
I servizi socio-sanitari e socio educativi presentano altre problematiche che però si apparentano alle precedenti.
Questi servizi si propongono come compito di produrre cambiamento -inteso come miglioramento, sviluppo, integrazione- in soggetti socialmente deboli, svantaggiati, emarginati. Questi servizi hanno una storia giovane, sono il prodotto di una cultura dell’integrazione che non ha più di 30 anni. I modelli epistemologici, psicologici, organizzativi di tali istituzioni si avvalgono anche di una approfondita riflessione sui processi razionali e affettivi per produrre cambiamento, tant’è che l’affettività qui non è negata o rimossa ma è ritenuta una componente fondamentale per portare avanti il compito. Si pensi, per fare un esempio, ai servizi per l’handicap in cui professionalità specificamente educative lavorano sul fondamento di relazioni profondamente “empatiche”, affettivamente forti, per orientare intenzionalmente, razionalmente, interventi di cambiamento.
Qui allora il problema che si pone è diverso: il problema è il controllo di queste relazioni, l’equilibrio, come dicono gli operatori, tra “coinvolgimento” e “distanza”, tra affettività e razionalità, ripetutamente, per non affidare al caso il cambiamento.
Se da una parte quindi, per la loro relativa giovinezza, i servizi socio sanitari e socio educativi hanno saltato a piè pari la tradizionale istituzione ottocentesca, burocratica, anaffettiva, autoritaria, dall’altra si trovano a fare i conti con una poco approfondita elaborazione degli strumenti di controllo necessari per non “impaludarsi” in relazioni che inconsapevolmente possono riprodurre modelli parentali, amicali, di volontariato. La metodologia del progetto e del lavoro di gruppo, per esempio, che si è andata costruendo in questi anni è ancora lontana dal raggiungere una sua stabile definizione teorica e un’affermata conoscenza e consapevolezza nel bagaglio professionale degli operatori; cosicché, a fronte di modelli epistemologici (teorici, metodologici, clinici, pratici) sanitari affermati, potenti e vincenti sul piano sociale e dei risultati, di quelli psicoterapeutici sempre più forti, quelli socio sanitari e socio educativi sono in una continua e confusa ricerca di un proprio modello.
Il mancato approfondimento degli strumenti metodologici relativi al controllo dell’affettività nella relazione rimanda comunque ad una poco approfondita ricerca ed elaborazione circa i meccanismi e i processi affettivi che si attivano tra operatori e utenti e tra gli operatori stessi. Cioè: non basta dire che l’affettività è necessaria a produrre cambiamento; perché? Come? Quali sono i meccanismi affettivi che hanno contribuito a produrre quel successo terapeutico, educativo, assistenziale? Come gestire il desiderio, l’ansia? Come elaborare il rifiuto (dell’operatore, dell’utente)? Cosa succede nei gruppi di lavoro? Come gestire il conflitto? E se il conflitto è rimosso?
Portiamo ad esempio alcune osservazioni condotte in servizi per handicappati gravi e per tossicodipendenti.

Alcuni casi concreti
In alcuni centri per gravi è emerso che il gruppo di lavoro, consapevolmente e inconsapevolmente, ha smesso di credere nel cambiamento degli utenti: di fronte a questa utenza incomprensibile e frustrante hanno rinunciato a investire nel cambiamento. Questa strategia difensiva ha parallelamente prodotto un aumento di benessere nel gruppo di lavoro, è sparito il confronto/conflitto sul compito e ha innalzato la produttività creativa -esclusiva degli operatori- delle attività, investendo sulla visibilità esterna (partecipazione a mostre, sagre, mercati, con il banchetto e i prodotti del centro). Il gruppo, pur continuando a gestire gli utenti con affettività e rispetto, ha smesso qualsiasi progetto sull’utente e si è definito in una identità collettiva (operatori, utenti e famiglie) come centro rispetto all’esterno, identificando il compito non più nel cambiamento degli utenti e nel cambiamento sociale ma solo in quest’ultimo, promuovendo l’integrazione degli handicappati attraverso attività rivolte all’esterno, attraverso la “visibilità” e l’affermazione/rivendicazione di sé. Di fronte al mancato cambiamento degli utenti, la responsabilità è fatalmente loro, nel loro destino di handicappati gravi.
Un processo analogo è successo in un Ser.T. in cui ho svolto una ricerca. Di fronte alla profonda frustrazione prodotta dalla difficoltà di una stabile riabilitazione del tossicodipendente, il gruppo di lavoro, del tutto inconsapevolmente, ha deciso di utilizzare l’équipe come evento rituale della propria socialità (amicale) evitando di affrontare la complessità del compito (la cura e al riabilitazione del tossicodipendente) nei termini di una continua analisi degli interventi, rielaborazione degli errori, dei limiti personali, professionali, emotivi degli operatori. Nessuno critica nessuno, nessuno critica sé stesso, tutti rassicurano e si autogratificano. A livello individuale ogni operatore porta avanti il compito al meglio delle proprie alte risorse professionali, ma a livello di gruppo evitano di affrontare qualsiasi rielaborazione critica del proprio lavoro. Il risultato (il cambiamento) è nuovamente affidato al caso, alla coincidenza di fattori diversi, alla capacità relazionale e professionale dell’operatore, alle capacità/potenzialità dell’utente. E la cronicizzazione dell’utenza è alta (cioè, quantitativamente, il cambiamento prodotto è basso).
In conclusione l’appello per un’approfondimento della ricerca sulle dinamiche relazionali in ambiti che esulano dallo specifico contesto psicologico è più che mai necessario. Il patrimonio di conoscenze che le teorie dell’affettività hanno prodotto in cento anni di storia è alto, le potenzialità euristiche ancora di più. Se abbiamo intenzione di migliorare la qualità dei servizi prodotti dalle istituzioni, credo che non se ne possa fare a meno. Senza che questo significhi riempire di psicologi il mondo: è della condivisione del sapere che abbiamo bisogno e non di una ulteriore egemonizzazione di un sapere su altri, che nelle dinamiche sociali finisce sempre per coincidere in dinamiche di potere fini a sé stesse.

11. La testa di Medusa

di Angela Biavati

“Questo mostro traduce l’estrema alterità, l’orrore terrificante di quel che è assolutamente altro, l’indicibile, l’impensabile, il puro caos: per l’uomo, lo scontro con la morte, quella morte che l’occhio di Medusa impone a tutti coloro che incrociano il suo sguardo, trasformando ogni essere che vive, si muove e vede la luce del sole in una pietra…”
È in libreria da tempo un bel libro di Umberto Galimberti dal titolo sibillino: “Il Corpo”; in questo testo sono raccolte tante riflessioni, tanta storia e tanta filosofia, è un utile strumento per iniziare a parlare di un corpo, ma non è forse, sufficiente per capire bene quel corpo di quella persona, come parlare di handicap e di persona con un handicap. Però aiuta a prendere in considerazione, seppure solo da un punto di vista teorico, un qualcosa che poi si incontrerà nella realtà, nella realtà di un’altra persona.
C’è chi si dimentica del suo corpo e chi ne fa un mito, apriamo una qualunque rivista si moda e ne abbiamo l’esempio, per alcuni, poi, è una presenza contro: ogni giorno si deve fare i conti con lui, con le sue brutali necessità, con il suo inevitabile invecchiare, anche questo si ritrova dietro gli occhi della Medusa. L’adolescente malata di anoressia ci urla nelle orecchie la sua volontà onnipotente di annullare il corpo, questo corpo che, minaccioso e terrificante, la costringe a essere nel mondo, a amare, a odiare, a soffrire, e allora il corpo deve essere negato per raggiungere quell’ideale di se stessa che solo la può rendere viva, al di sopra delle umane necessità. Esiste anche il corpo che accoglie e integra in modo indissolubile una testa che pensa, desidera, ama, odia, crea, distrugge, un corpo che lancia messaggi di benessere se accolto nell’espressione dei suoi bisogni.Pensiamo anche a un corpo la cui presenza rammenta, con costanza e senza rumore, un danno subito a propria insaputa e contro ogni volontà. Può diventare una presenza persecutoria, inquietante se non lo si blandisce cono una certa accettazione, magari faticosa, ma non per forza impossibile.

Il danno subito dal corpo
Ma cosa vuole dire subire un danno? Non vuole sempre dire chinare la testa a tutti e nascondersi per la vergogna di non essere come gli altri hanno deciso che si debba essere, può anche significare l’acquisizione di una certezza.
Sinonimo del vocabolo danno è discapito, offesa, perdita, pregiudizio, guasto, e il dizionario recita: “Scapito recato dolosamente o colposamente, o anche per responsabilità senza colpa”. Si delinea un concetto complesso e ancora più complesso è il concetto di offerta sacrificale che troviamo nella sua radice indoeuropea. Insomma, il danno è una cosa seria, è qualcosa che si può allontanare donandolo a una divinità, è qualcosa che mette vicino a una entità superiore, è un dolore che per avere senso e significato deve metterci in contatto con ciò che non conosciamo.
Il pathos implicito in queste parole ci porta a pensare in modo diverso i danni che abbiamo incontrato nel vivere: chi non ha subito un danno? Chi non si è trovato a essere, volontariamente o meno, vittima di un danno?
Andrea Canevaro ci parla di un danno subito da giovani adolescenti, i ragazzi dell’istituto Salvemini di Casalecchio, e di una volontà di sopravvivenza che dia un senso a quello che è accaduto. In questo scritto si parla di sopravvivenza, casuale o voluta, ma soprattutto di sopravvivenza quale forza che riconduce all’istinto di morte di freudiana memoria, istinto di morte quale contraltare inevitabile, così come l ‘ identico lo è dell’altro, dell’istinto di vita. Per giungere a dare un senso a un evento tanto grave come l’abbattersi di un aereo militare su una scuola si può seguire un percorso; Andrea Canevaro ne indica uno: lo studio e la narrazione: “Studiare un fatto e essere interrogati su quel fatto che ci è capitato, risentirlo come ritorno di informazione da chi lo ha ascoltato, e collocarlo accanto a altri fatti che si sono svolti lontano nel tempo, e che permettono una maggiore elaborazione. Volendo relativizzare i fatti, non considerarli dagli assoluti, e quindi permettere anche uno scambio di opinione sui fatti.” “La narrazione consente di scoprire le connessioni che esistono tra fatti apparentemente lontani tra loro e che rimangono lontani tra loro, che non vanno avvicinati forzosamente e forzatamente, ma che devono potere stare lontani avendo delle strade di connessione.
Ma attorno al concetto di sopravvivenza gravita anche l’essere testimoni, il viversi come testimoni di un fatto: “Sembra che una buona ragione per sopravvivere a una catastrofe, e per rielaborare il proprio sentimento di vittime, sia quella di sentire fortemente il dovere della testimonianza”.
E l’essere testimoni vuole dire avere la consapevolezza che in quel tempo e in quello spazio si era là, con la propria identità fissa, solida e se il concetto della propria identità è sufficientemente solido l’essere là in quel modo anziché in un altro è un caso: l’aguzzino avrebbe potuto essere la vittima e viceversa, indifferentemente.

Il film di Louis Malle
“Chi subisce un danno è pericoloso perché sa di potere sopravvivere”, cosi recitava la locandina di un film di Malle, uscito nella scorsa stagione cinematografica dal titolo sibillino: “Il danno”.
La storia? Molto semplice, ma addentriamoci in essa guidati dalle parole del romanzo di J. Hart da cui è stato tratto il film: “C’è un paesaggio interiore, una geografia dell’anima: ne cerchiamo gli elementi per tutta la vita”.
E questo riporta bruscamente il pensiero al mondo interiore di ciascuno di noi, ma che non molti di noi osano tentare di conoscere. Anna, la protagonista, si trova costretta a vivere la morte per suicidio del fratello. Legati da un affetto morboso, entrambi adolescenti, non reggono l’amore che li unisce e l’uno abbandona la vita, mentre l’altra vive con il rimorso di non essere riuscita ad impedire un tale gesto. Anna continua a vivere, ad avere rapporti affettivi anche se mai riesce a sentirsi appagata né affettivamente, né fisicamente perché al loro interno si muove qualcosa che, si badi bene, non è il fantasma del fratello, bensì la consapevolezza del danno vissuto: questo danno appartiene esclusivamente a lei, fa parte di lei.
Dirà Anna a un suo partner: “Ecco la mia storia, in parole semplici. Ti prego di non chiedermela più. Te l’ho detta per darti un avvertimento. Ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di potere sopravvivere.
“Anna riesce a non amare mai fino in fondo, quasi a rispetto del fratello, e arriverà a sposarsi, a avere dei figli, ma solo dopo avere causato la morte fisica del fidanzato, la morte psichica dell’amante e la morte sociale di una intera famiglia. Il danno, l’offerta sacrificale deve essere allontanato dall’uomo per essere offerto a una divinità che ne annulli la minaccia.
Anna ha la forza del dolore indimenticabile che può solo essere sofferto. Il dolore non si può dimenticare se è entrato nella vita del soggetto, è possibile vivere con lui rispettandolo e, sembra persino assurdo, amandolo: se è entrato a fare parte di noi rifiutando lui rifiuteremmo una parte di noi, è troppo crudele, sarebbe un omicidio.
Un qualcosa di inquietante pervade il film, una donna particolare, strana, resa affascinante da una semplicità quasi monacale di lineamenti, di parole, di abbigliamento. Questa stessa donna reca dentro di sé un passato che la rende terribilmente diversa dagli altre personaggi, si muove in un contesto in cui ogni persona, ogni affetto e situazione affettiva e ogni relazione sembra avere un ruolo statico e immutabile, ma qualcosa accade e tutto è sconvolto nel modo più crudele, sembra quasi che un antico danno rechi in sé una crudele distruzione di tutto, è il sacrificio, per l’appunto, ma a quale divinità?
Così può essere per un corpo che tradisce, anche Anna lo tiene con sé, fa in modo che qualcuno la aiuti a averne cura, molta cura, e prosegue nel suo vivere quotidiano lavorando, avendo relazioni sociali e familiari, come chiunque insomma.
Questo pensare non è facile, anzi è addirittura impossibile, se qualcuno, non sapendo tutto questo, e non gliene si può fare una colpa anche se ne verrebbe una grande voglia, si arroga il diritto di decidere al posto tuo cosa tu devi fare.
Talora ad Anna piace dire: paralitica si, scema no! È una frase forte, può disturbare l’orecchio dei più romantici benpensanti che sonnecchiano beatamente abbracciati non al mito del buon selvaggio di storica memoria, bensì del bravo handicappato. Questa battuta contiene una verità: si può essere autonomi anche su quattro ruote, si può e si deve decidere per le proprie cose nella misura in cui si sia consapevoli della propria persona, non intendendo per persona né corpo, neppure testa, ma individuo e basta.
Andrea Canevaro parla di educazione non violenta: “Educazione è ‘accompagnare verso’, è andare ‘da’ ‘a’. E’ importante la meta, ma non è meno importante il paesaggio, che può fare scoprire nuove mete. Chi accompagna pensa di guidare, ma è anche guidato. Educare è vivere un rapporto di reciprocità. La coppia insegnamento – apprendimento è inscindibile, in ogni soggetto, sia esso educatore o educando.”.
Cosa ci può essere di violento in tutto questo che non sia il non-ascolto, il non-apprendere l’uno dall’altro?

Ascoltare e non ascoltare
Si può molto riflettere sul non – ascolto, male forse inguaribile dei nostri giorni. E’ presente nel quotidiano di molte persone una figura molto di moda oggi come oggi, cioè quella dello psicanalista o psicoterapeuta, torna spesso un ritornello: “non ha fatto niente, ha solo ascoltato, quando sono venuto via mi sentivo meglio!”, e se un paziente dice questo vuole dire che veramente sta facendo qualcosa di importante dentro se stesso per conoscersi almeno un poco.
Dice S. Heidegger: “Il volere sapere e l’avida richiesta di spiegazioni non portano mai a un interrogare pensante (…). Il volere sapere non vuole che si stia in ascolto di fronte a ciò che è degno di essere pensato (…). Il tratto fondamentale del pensare non è l’interrogare, bensì l’ascoltare quel che viene suggerito da ciò che deve farsi problema”.
Potremmo commentare che i filosofi sono bravi a parlare e anche a agire di conseguenza, non tutti possono essere come loro. Ma in molti si può provare a ascoltare quello che l’altro ci vuole comunicare più o meno consapevolmente. Anche questo può essere un percorso di crescita, percorso che non ha termine, anche perché confluisce nel Conosci te stesso di antica memoria.

La sapienza greca
Di certo gli antichi greci l’avevano capita lunga già molti secoli fa, infatti senza computer, senza miliardi da gestire, con il loro solo pensiero hanno messo a fuoco gli elementi indispensabili per la conoscenza dell’uomo di ogni tempo e luogo. Questo, forse, ha reso splendida la Grecia del V secolo a.C. in quanto ha rappresentato per le civiltà che si affacciavano al Mediterraneo il momento del pensare, del riflettere su ciò che era stato costruito.
Mi sono imbattuta per caso poco tempo fa in un piccolo libro dal titolo diciamo così ‘cupo’: “La morte negli occhi”, il sottotitolo mi incuriosiva: “Le figure dell’Altro nell’antica Grecia”, di J. P. Vernant, e mi sono ricordata di Platone quando parla del concetto di Identico: l’identiconon è concepibile e non si può definire se non lo si mette in rapporto con l’Altro, con la molteplicità degli altri: se l’identico rimane chiuso in sé il pensiero non è possibile. Di mano in mano che proseguivo la lettura entravo nel mondo fiabesco, ma non troppo, dell’Olimpo sovraffollato di Dei e affondavo nel mondo di Persefone, nel buio dell’Ade e nel terrore della morte che più temeva l’uomo greco di allora, ma non solo di allora.
È molto interessante vedere come la morte per l’uomo dell’antica Grecia abbia due volti contrastanti: “Con il primo si presenta in piena gloria, risplende come l’ideale cui il vero eroe ha votato la sua esistenza; con il secondo incarna l’indicibile, l’insostenibile, si manifesta quale orrore terrificante.
“Ma chi ha la morte negli occhi? Una donna, un mostro, un mostro quale prodigio?, una maschera oltre la quale esiste la morte. Infatti: “Questa testa, il cui sguardo tramuta in pietra, segna il limite tra morti e vivi; e vieta di superare la soglia a chi appartiene ancora al mondo della luce… dove ogni essere avendo la forma propria, rimane se stesso finché non è precipitato nell’altro regno: luogo di tenebre, d’oblio, di confusione, che nessuna parola può esprimere.E’ il terrore allo stato puro, il Terrore come dimensione del soprannaturale. E ancora: “La faccia di Medusa è l’altro, il doppio di te, l’Estraneo, in reciprocità con la tua figura come un’immagine nello specchio, ma una immagine che sarebbe a un tempo meno e più di te, semplice riflesso e realtà dell’aldilà, un’immagine che ti afferrerebbe perché, invece di rimandarti soltanto l’aspetto della tua figura, di rifrangere il tuo sguardo, rappresente- rebbe, nel suo ghigno, l’orrore terrificante di una alterità radicale, nella quale tu finisci per identificarti,diventando pietra. Guardare Medusa negli occhi è trovarsi faccia a faccia con l’aldilà nella sua dimensione di terrore.” Oltre quel volto c’è l’altro, il diverso, le fantasie terribili, il caos, la morte più orribile, oltre si intravede il mondo dei fantasmi che ciascuno nutre dentro di sé, per Anna potrebbe trattarsi dell’essere costretta a vivere in un istituto, ma magari non è proprio così, magari Anna ha troppa fantasia.

Alla fine la morte
Ci si riferisce qui alla morte del corpo e di tutto, ci si riferisce alla perdita della psiche, cioè di quel soffio vitale che trasforma un corpo in quel corpo, un ammasso di ossa di tessuti in decomposizione in un uomo con la sua storia, con i suoi sentimenti. Questa è la morte brutta, quella che vede il termine dell’uomo nel non ricordo di chi resta, le si contrappone la morte bella, la morte annullata magicamente dall’epopea, cioè dal ricordo vivo oltre il tempo di chi resta.Nasce l’epopea che, unica, consola della propria comune mortalità, che quasi dà senso al vivere; si dovrà infatti attendere ancora qualche secolo perché si arrivi alla concezione di una vita ultraterrena che consenta di proiettare un corpo pensante, una psiche, in un Universo infinito e eterno. L’uomo, infatti doveva pensare ancora molto, doveva ascoltare per molto tempo dentro di sé il desiderio di una perfezione senza tempo e spazio.In questo contesto balza agli occhi, imponente e terrifica, Medusa il cui sguardo uccide. Questo mostro “traduce l’estrema alterità, l’orrore terrificante di quel che è assolutamente altro, l’indicibile, l’impensabile. il puro caos: per l’uomo, lo scontro con la morte, quella morte che l’occhio di Medusa impone a tutti coloro che incrociano il suo sguardo, trasformando ogni essere che vive, si muove e vede la luce del sole in una pietra immobile, gelida, cieca, ottenebrata”.
Medusa è rappresentata quasi sempre con il solo volto, gli occhi definiscono il pathos di questo volto. Sono proprio questi gli occhi che non debbono essere penetrati da un altro sguardo, è possibile guardarla solo se la sua immagine è riflessa in uno specchio. Cosa accade se si guarda questo volto? Il mito dice che muore l’uomo che osa tanto. Proviamo a chiederci cosa si può vedere dietro questi occhi terrifici. Si può vedere la tenebra più assoluta, la paura più sconosciuta, la morte quale termine di tutto, la morte brutta, si può vedere, insomma, il mondo dello sconosciuto, del diverso perché ignoto, del mistero più tremendo.
Questo terrore, questi fantasmi, secondo Platone dipendono nell’uomo dalla componente inutile, nel Fedone, infatti, egli scrive: “c’è, forse, anche, un fanciullino, dentro di noi e è lui che ha di questi sgomenti.
Tu, dunque, cerca che muti animo questo fanciullosi persuada a non avere paura della morte, come dell’Orco”. Socrate ribadisce che per scacciare questi terrori è indispensabile “un incantatore esperto, s, deve fare un incantesimo ogni giorno finché il fanciullo riesca a calmarsi totalmente”. E anche quello che suggerisce Socrate è un percorso da compiere con una guida, può chiamarsi analista o sacerdote o ascoltatore pensante e accogliente; è un percorso che dall’Ade porta alla terra, non all’Olimpo e neppure al Paradiso, è un modo per svincolarsi dalla sofferenza più paralizzante e potere accedere al reale e, solo in seguito, da qui muoversi con la consapevolezza di potere decidere di sé e per sé.
Viene alla mente l’adolescente che ad un certo punto della sua crescita deve pensare, deve abbandonare la scoperta del corpo che cresce e deve conoscere e mettere alla prova il suo pensiero attraverso la minuziosa indagine del pensiero del contesto che lo circonda. È il momento delle folli letture di tutti i classici russi, è il momento delle più profonde e solitarie crisi religiose. L’adolescente pensa e pensare può diventare un interrogarsi sul senso del proprio essere nel mondo, si deve dare un senso non solo alla morte, ma alla propria morte. E la morte non rappresenta forse anche ciò che non è possibile conoscere? L’adolescente deve accostarsi allo sconosciuto, ma soprattutto all’ignoto che scopre dentro di sé. Insomma a un certo punto sia nella storia di un insieme di uomini che nella propria storia individuale emerge impellente la necessità di ascoltare i propri pensieri e i propri sentimenti. Solo seguendo questo percorso si conquista una vera e propria autonomia. Il “Conosci te stesso” diventa quindi l’espressione di un bisogno dell’uomo, insito nell’uomo; questo bisogno ci porta all’esigenza di divenire adulti, consapevoli di esserlo e rispettati per questo. Se non ci sono questi presupposti, è impossibile andare verso qualsivoglia direzione.

14. Maschio e femmina

di Andrea Tinti

“Dipendere da un’altra persona comporta sempre dei problemi; e una variabile importante è se l’operatore sia un maschio o una femmina”. Al disabile deve essere garantita la massima privacy, il che non sempre accade. Un’altra testimonianza di un disabile fisico”.
Chi scrive risiede da nove anni in una struttura residenziale a carattere comunitario un cui lavorano indifferentemente operatori maschi e operatrici femmine.
A prima vista sembrerebbe che i problemi nei rapporti tra operatore e disabile si limitano alla vicinanza sessuale tra quello e questo.
In pratica sembrerebbe che le problematiche inerenti questo argomento saltino fuori solo quando una operatrice femmina accompagna in bagno un disabile maschio o viceversa . Senza voler sminuire affatto l’importanza delle problematiche che queste operazioni comportano, voglio però mettere in vista come altre problematiche non legate alle differenze sessuali siano insite nel rapporto disabile-operatore. Infatti per esperienza so che dover dipendere fisicamente da una persona comporti comunque dei problemi.
L’esempio più calzante è quello dell’evacuazione urinaria in cui la presenza di un operatore maschio con un disabile dello stesso sesso può essere allo stesso tempo fonte di blocco da parte del disabile per cui, spesso e volentieri, la pipì si blocca non appena l’utente percepisce un certo disagio da parte dell’operatore stesso.
Risulta così chiaro come non sia tanto il rapporto ravvicinato tra uomini e donne a mettere a disagio la persone utente, quanto piuttosto il modo in cui l’operatore si rapporta ai bisogni corporali dell’utente stesso.
Ragion per cui si avrà un disabile maschio che fa pipì più tranquillamente con un’operatrice femmina, perché quest’ultima lo mette a proprio agio. E viceversa.

La mancanza di percezione del problema
Certamente la differenza di sesso tra operatore e utente ha la sua importanza, ma ancora più importante è il modo in cui l’operatore si rapporta al corpo del disabile, tenendo conto che comunque l’operatore stesso non farà mai esperienza di cosa voglia dire far pipi in presenza di un’altra persona (e in quel modo).
Ho usato l’esempio più forte perché mi sembra quello più emblematico riguardo l’argomento trattato.
In effetti potevo usare altri esempi come quello del lavaggio e della vestizione che sono altrettanto importanti.
A mio avviso alcuni operatori non hanno ancora questa percezione del problema e,spesso e volentieri, anche del tutto involontariamente,mettono a disagio l’utente.Va da sé, comunque, che tutto dipende dal rapporto che l’operatore stesso ha col proprio corpo. Quanto migliore è il rapporto tra l’operatore e il proprio corpo,tanto migliore sarà il rapporto tra l’operatore stesso e l’utente.
Rimane comunque importantissima la continua ricerca di autonomia fisica anche nei soggetti con deficit molto gravi,in modo da poter permettere al disabile il massimo di autonomia e di privacy che non sempre è rispettata.
L’esempio classico è la vestizione del disabile con la porta aperta della camera.
Rimane aperta, d’altra parte, la problematicità insita in questo argomento; problematicità che anziché spaventare i diretti interessati, dovrebbe stimolare riflessioni per cercare nuove soluzioni.

11. Jane Sommers

di Doris Lessing

Stavo per andare dritta a casa, perché all’improvviso mi sentivo stanchissima. Ma ho chiesto al tassista di lasciarmi da Maudie Fowler. Ho cominciato a bussare e picchiare alla porta. Gelo. Silenzio assoluto. Sono stata presa dal panico – che fosse morta? – ma mi sono anche accorta, non senza interesse, che una delle mie reazioni era di sollievo. Alla fine, un movimento delle tende alla finestra del suo “salotto”, una stanza che Maudie sembra non usare mai. Ho aspettato. Niente. Ho continuato a bussare bussare, assolutamente furiosa, ormai. Ero pronta a strangolarla. Poi la porta si è aperta verso l’interno, scricchiolando e grattando, ed è comparsa lei, un minuscolo fagotto nero, con quella faccetta bianca in cima. E l’odore. Non serve a niente che mi dica che non devo far caso a questi particolari. Ci faccio caso, eccome. L’odore… tremendo, acre, un lezzo dolce e penetrante. Ma era chiaro che la vecchina era appena in grado di reggersi in piedi.
Ero così arrabbiata che di certo dovevo aver dimenticato di agire in modo “accattivante”.
“Perché mi tieni qua fuori al freddo?” ho detto, e sono entrata, passandole davanti, costringendola a spostarsi. Lei mi ha preceduta giù per il corridoio, appoggiandosi con una mano alla parete.
Nella stanza sul retro, un mucchio di ceneri spente nella stufa. C’era una stufetta elettrica, però: un solo elemento, e faceva rumore, il che significava che non era sicura. La casa era fredda, sporca, puzzolente, e la gatta mi si è attorcigliata subito alle gambe. Maudie si è lasciata scivolare nella sua poltrona ed è rimasta seduta a guardare la stufa.
“Bè, perché non hai fatto entrare l’infermiera?” le ho gridato.
“L’infermiera,” ha detto lei in tono amaro. “Quale infermiera?”
“Lo so che è venuta.”
“Non fino a lunedì. Per tutto il week-end sono rimasta sola, senza nessuno.”
Stavo per mettermi a urlare, “E perché non l’hai fatta entrare quando è venuta lunedì?” ma ho capito che non ne valeva la pena, non sarebbe servito a niente.
Ero di nuovo piena di energia-rabbia.
“Maudie,” le ho detto, “sei impossibile, impossibile, fai di tutto per peggiorare le cose. Bè, ora metto su il bollitore.”
E così ho fatto. Sono andata a prendere il carbone. Ho trovato la commode piena di urina, ma niente di peggio, grazie al cielo. Grazie al cielo è stato quello che ho pensato in quel momento, ma d’altra parte ci si abitua ad avere tutto. Poi sono uscita con un sacchetto. Pioggia grigia, nevischio. E io, coi miei vestiti eleganti di Monaco, a raccogliere pezzetti di legna da terra. E di nuovo quelle facce alle finestre, che mi guardavano.
Tornata dentro, ho ripulito la stufa, nuvole di polvere dappertutto. Poi ho preparato la legna e il carbone, e ho acceso il fuoco, con l’esca. Dopo un pò la stufa ha cominciato a funzionare.
Ho preparato il tè, dopo aver scaldato le tazze luride. Devo smettere di essere così pignola. E’ davvero tanto importante che, le tazze siano sporche o pulite? Certo! Certo, certo, certo, certo. Lei non si è mossa, ha continuato a guardare il fuoco.
“La gatta,” ha detto.
“Le ho dato da mangiare.”
“Allora falla uscire un po’.”
“Piove, nevica, praticamente.”
“Non importa. Lei non ci bada.”
Ho aperto la porta sul retro. Sono stata subito investita da un’ondata di pioggia gelida, e la gatta, grassa e gialla, che spingeva per arrivare alla porta, ha miagolato ed è tornata subito dentro. Si è diretta verso la cantina.
È andata in cantina,” ho detto.
“Allora dovrò pensarci io, suppongo,” ha detto Maudie.
Sono stata presa da una rabbia cieca. Fremmevo, addirittura.
Come al solito, avevo voglia di scuoterla di picchiarla, e come al solito avevo anche voglia di abbracciarla.
Ma fortunatamente non ho perso la testa, e ho fatto tutto quello che dovevo fare, senza, grazie a Dio, trasformarmi all’improvviso in un essere condiscendente, accattivante o “divertente”.
“Hai mangiato qualcosa?”
Nessuna risposta.
Sono uscita di nuovo, per fare la spesa. Il negozio all’angolo era deserto. L’indiano seduto alla cassa aveva l’aria grigia e infreddolita, e aveva tutte le ragioni, poveretto.
Ho detto che volevo qualcosa per Mrs.Fowler, per scoprire se era stata lì in quei giorni.
Lui ha detto, “Oh, la vecchina, non è mica malata, vero?”
“Si, è malata,” ho detto.
“Perché non la mettono in un ricovero?”
“Non vuole andarci.”
“Non ha parenti?”
“Forse sì, ma non si fanno mai vedere.”
“E’ una cosa terribile,” ha detto lui, per farmi capire che tra la sua gente una cosa del genere non sarebbe mai accaduta, che nessun indiano avrebbe mai abbandonato a se stessa una povera vecchia.
“Sì, è una cosa terribile, e lei ha proprio ragione, ” ho detto io.
Quando sono tornata dentro, ho di nuovo pensato alla morte.
Maudie era seduta con gli occhi chiusi, immobile, sembrava addirittura non respirare.
Ma poi, all’improvviso, ha aperto gli occhi azzurri e ha fissato il fuoco.
“Bevi il tuo tè,” le ho detto. “E adesso ti preparo un po’ di pesce. Ce la fai, a mangiare?”
“Sì.”
In cucina, ho cercato disperatamente qualche oggetto che non fosse unto e bisunto ma ho dovuto rinunciarci. Ho messo il pesce sulla griglia, e ho aperto un attimo la porta per far entrare un pò di aria fresca. Sempre quel nevischio.
Le ho portato il pesce, e lei si è raddrizzata nella poltrona e l’ha mangiato tutto, lentamente, con le mani che le tremavano. Ma l’ha finito, e ho capito che doveva essere affamata.
Le ho detto, “Sono stata a Monaco. A vedere le collezioni d’autunno. Tutti i nuovi modelli.”
“Io non sono mai uscita dall’Inghilterra.”
“Be’, ti racconterò tutto quando starai un po’ meglio.”
A questo non ha risposto.
Ma alla fine, proprio quando stavo pensando di andarmene, ha osservato, “Ho bisogno di qualcosa di pulito da mettermi addosso.”
Non sapevo come interpretare quella frase. Una cosa ho capito subito, però – ormai sono diventata abbastanza sensibile – che quella non era affatto una richiesta semplice.
Voleva che le comprassi dei vestiti nuovi?
L’ho guardata. Lei si è sforzata di restituirmi lo sguardo, e ha detto, “Sono nell’altra stanza, le cose.”
“Quali cose?”
Lei ha scrollato le spalle, un po’ tremante, con aria scoraggiata.
“Maglia. Mutande. Sottoveste. Non porti la biancheria, tu, che devi chiedere che cosa?”
Di nuovo, automaticamente, quella rabbia, come se avesse schiacciato un bottone. Sono andata nell’altra stanza, quella dove lei di solito non vuole che vada.
Il letto con la trapunta buona, l’armadio, il tavolino da toilette con i ninnoli di porcellana, le librerie buone. Ma dappertutto mucchi e mucchi di spazzatura. Non riuscivo a crederci. Giornali di cinquant’anni prima, ormai friabili: rimasugli di stoffa, orribili, gialli e macchiati, pezzetti di pizzo, fazzoletti sporchi, nastri strappati – non avevo mai visto niente del genere in vita mia. Non buttava via niente da anni, da decenni, credo. Nei cassetti, disordine, ed erano pieni di – ma ci vorrebero pagine e pagine, per descriverne il contenuto. Avrei voluto aver con me un fotografo – riflesso condizionato! Sottovesti, camicie, mutande, corsetti, maglie, vecchi vestiti, o pezzi di vecchi vestiti, camicette… e niente che avesse meno di vent’anni, c’era anche roba della prima guerra mondiale. La differenza tra i vestiti di adesso e quelli di allora: erano tutti di fibre “vere”, cotone, seta, lana. Non c’era niente di artificiale. Ma strappati, o macchiati, o sporchi. Ho tirato fuori un fagotto di roba, e ho passato in rassegna un capo dopo l’altro, da principio per curiosità, e poi per vedere se c’era qualcosa di portabile, o di pulito. Alla fine ho trovato una maglia di lana, un paio di mutande lunghe pure di lana, una sottoveste di seta rosa piuttosto bella, un vestito di lana, blu, e un cardigan. Era tutta roba pulita, o quasi. Ho lavorato di buona lena, là dentro, tremando di freddo, e intanto pensavo a come avevo amato me stessa negli ultimi giorni, a come amo me stessa per il controllo che ho sulle situazioni, per la posizione che detengo, privilegiata: e ho pensato che se volevo cercare di capire lo stato d’impotenza della povera Maudie dovevo ricordare com’era la mia vita da piccola, quando speravo sempre di farcela a non bagnare le mutandine prima di arrivare al gabinetto.
Ho portato i vestiti nell’altra stanza, ormai caldissima, con il fuoco che divampava. Le ho detto, “Vuoi che ti aiuti a cambiarti?” Subito quel movimento laterale, irritato, della testa, che significava che mi stavo comportando da stupida, ormai lo sapevo.
Ma non riuscivo a capire perché.
Così mi sono seduta di fronte a lei e ho detto, “Finirò di bere il mio tè prima che diventi freddo.” Mi sono resa conto, con interesse, che lo stavo bevendo senza provar nausea: mi sono abituata a bere da quelle tazze sudicie. Una volta Maudie doveva essere stata come me: sempre a lavarsi, a lavar tazze, piatti, a spolverare, a lavarsi i capelli.
Stava parlando, senza un filo logico, mi sembrava di quando era stata in ospedale. Io la ascoltavo un po’distratta, perché pensavo che non sarebbe stato male che medici e infermiere sentissero che cosa pensavano dei loro ospedali le persone come Maudie. Prigioni. Riformatori. Ma poi mi sono resa conto che mi stava raccontando di come, quando stava troppo male per fare il bagno nella vasca, due infermiere l’avessero lavata senza muoverla dal letto, e ho capito.
“Ora metto su i bollitori,” ho detto. “Tu però mi devi dire cosa fare.”
Ho messo l’acqua sul fuoco, ho trovato una bacinella di smalto e l’ho esaminata con molto interesse, perché erano anni che non ne vedevo che di plastica, e ho cercato del sapone e un panno morbido. Li ho trovati in un buco nella parete sopra il lavandino: Maudie aveva tolto un mattone e dipinto la cavità.
Ho preso la bacinella, i bollitori, il sapone, il panno e una brocca di acqua fredda dall’altra stanza. Maudie si stava dando da fare per togliersi il primo strato di vestiti. L’ho aiutata e mi sono subito resa conto di non essermi organizzata per quel lavoro. Mi sono messa a cercare dei giornali, ho sgombrato il tavolo, ce li ho stesi sopra, a strati, ho preparato la bacinella, i bollitori, la brocca, il necessario per lavarsi. Non c’erano asciugamani. Sono corsa in cucina, ho trovato un vecchio strofinaccio umido e sporco, ho cercato nel salotto. Mi sembrava di essere al lavoro da un giorno intero. Ma in realtà erano passati solo pochi minuti. Mi preoccupava l’idea di Maudie nell’altra stanza, seminuda, malata, con la tosse. Finalmente ho trovato un asciugamano abbastanza pulito. Maudie era dritta vicino al lavandino, nuda dalla vita in su e magrissima. Una cassa toracica fragilissima sotto uno strato di pelle gialla e rugosa, le clavicole e le scapole di uno scheletro, e, in fondo alle braccia sottilissime, un paio di mani, forti, ancora efficienti. Lunghi seni penduli e sottili.
Ho faticato a strofinare il sapone sul panno, che, manco a dirlo, era unto. Avrei dovuto lavarlo, prima. Sono tornata di corsa nell’altra stanza, ho strappato un pezzetto da un vecchio asciugamano pulito, e gliel’ho portato. Sapevo che avrebbe voluto sgridarmi per aver strappato l’asciugamano: e l’avrebbe fatto, se non avesse dovuto risparmiare il fiato.
Le ho lavato delicatamente il torace, con molto sapone e acqua calda, ma sul collo c’erano spesse incrostazioni di sporcizia: per toglierle avrei dovuto sfregare forte, e non potevo certo farlo. Maudie tremava per la debolezza. Io stavo confrontando quel corpo vecchio e fragile con quello di mia madre: ma ero riuscita a dare solo di sfuggita qualche occhiata al corpo malato della mamma. Si era sempre lavata da sola – e solo adesso comincio a capire con quanta fatica – fino a quando era stata ricoverata in ospedale. E ci pensava Georgie, quando veniva, a darle una rinfrescata. Ma non la sua figlia-bambina, non io. E ora lavavo Maudie Fowler, e pensavo a Freddie, alle sue ossa che sembravano piatte, sottilissime, sotto la pelle tesa. Può darsi che Maudie sia solo pelle e ossa, ma il suo corpo non ha quell’aspetto distrutto, sconfitto, della carne che affonda nelle ossa. Maudie era gelata, era malata, era debole – ma sentivo qualcosa pulsare dentro di lei: la vita. Com’è tenace, la vita. Non ci avevo mai pensato prima, non l’avevo mai recepita in quel modo, non come in quel momento, mentre lavavo Maudie Fowler, una vecchietta arrabbiata e indomita. E lo era davvero, arrabbiata. All’improvviso ho capito che tutta la sua vitalità risiede in quella rabbia. Non devo, non devo assolutamente risentirmene, non devo reagire violentemente.

Tratto da “Il diario di Jane Sommers di Doris Lessing, Feltrinelli editore

8. Spazio al corpo

di Davide Rambaldi

Come si traduce la consapevolezza della relazione tra spazio e corpo? In un primo luogo in una analisi degli spazi istituzionali: l’ospedale, il centro diurno, la scuola: dalla loro organizzazione si può capire molto sul tipo di idea di rapporto cge esiste tra malato e medico, tra operatore ed utente, tra insegnante e allievo. Ma esiste anche lo spazio personale.
Diverse sono le dimensioni del corpo su cui possiamo concentrare l’analisi: il corpo e il cibo, il sesso, la malattia e la cura, la pulizia, il movimento. Un’altra dimensione ampiamente esplorata è quella del rapporto tra corpo e spazio. Eppure rimane un rapporto più oscuro, meno maneggiato, in quanto lo spazio è una zona di confine, astratta, una dead zone nella quale siamo cosi immersi che ci sfugge, perché rimanda all’esterno, al fuori di noi assoluto, al mondo con il quale abbiamo a che fare, oggettivo, reale, indiscutibile. In fondo, non dobbiamo fare altro che muoverci. Ma la questione è più complessa. In primo luogo il mondo è cosparso di oggetti, in un equilibrio profondamente diversificato tra vuoto e pieno che ci costringe a muoverci in relazione ad esso. Non solo: gli spazi sono organizzati in modo da svolgere funzioni simboliche, cosicché noi ci sentiamo e comportiamo in maniera diversa se siamo in casa o in ospedale, in autobus o nella nostra automobile. Non è un caso che quel gran genio di Louis Bunuel ne “Il fantasma della libertà”, ribaltando il mondo degli spazi, metteva i suoi personaggi nel gabinetto a svolgere i rigidi rituali sociali borghesi mentre il salotto buono era diventato un luogo da nominare sottovoce, la cacca oggetto di discussione, il cibo ripugnante rimosso collettivo.

Spazio e territori simbolici
Infine lo spazio è pieno di territori simbolici che appartengono agli altri , territori da non invadere , da con qui stare, da difendere. Si vede bene che lo spazio, da zona morta, astratta, vuota, è in realtà un luogo pieno: di regole, di funzioni simboliche, di fantasie. In questo senso l’antropologia e la psicoanalisi prima e la sociologia interazionista poi hanno molto insistito e approfondito l’analisi dello spazio come decisiva dimensione relazionale dell’uomo. Eppure, come si diceva, queste importanti acquisizioni intellettuali sono scarsamente maneggiate da coloro che si occupano di relazioni: parlo di insegnanti, educatori, assistenti sociali, medici; forse un caso a parte sono gli psicologi, che più di altri dovrebbero aver tradotto in prassi la consapevolezza di uno dei quattro fondamentali aspetti del “setting”: lo spazio, appunto (gli altri tre sono tempo, ruolo e compito). Ma in termini pratici, appunto, come si traduce la consapevolezza della relazione tra spazio e corpo? In primo luogo in un’analisi degli spazi istituzionali. L’ospedale, il centro diurno, l’ufficio comunale o dell’Ausl, la scuola: che in un’aula gli spazi siano organizzati in un modo o in un altra determina il tipo di relazione tra gli attori che la occupano, insegnanti e bambini: rivela le probabili fantasie dell’uno e degli altri, la possibilità di muoversi diversamente, rivela che spazio/autonomia di pensiero è concesso o meno, che spazio di relazione tra pari e tra alunni e insegnante esiste, che grado di repressione e frustrazione si accumula, con le conseguenti esplosioni di aggressività, movimento, creatività. Se analizziamo l’istituzione scuola nella sua evoluzione riscontriamo certamente differenze sostanziali nell’organizzazione degli spazi nella sua storia e all’interno dei diversi gradi scolastici.

Differenze e profonde continuità
L’impianto scolastico, se si escludono le materne e i nidi, è sostanzialmente uguale da 150 anni. In realtà la scuola eredita tutta una concezione del corpo, della relazione gerarchica tra insegnanti e alunni, di stampo ottocentesco, che ha trovato un’emancipazione recente, faticosa e ancora controversa. Io ricordo che all’asilo, negli anni 60, e ancora alle elementari, ci costringevano a dormire sul banco con al più un cuscino, e che a volte eravamo costretti a tenere a lungo le mani incrociate dietro alla schiena lungo le stanghe dei seggiolini. Era un’idea del corpo che mortificava il movimento, sacrificato all’ordine indiscutibile di quello spazio pensato per rafforzare la ragione e lo spirito, al quale adeguarsi e piegarsi costituiva un giudizio di valore fondamentale che si traduceva nel voto in condotta. Oggi, negli asili, c’è il lettino, se dio vuole. La relativa crisi del modello scolastico tradizionale ha prodotto organizzazioni spaziali diverse, dall’utilizzo dei laboratori a soluzioni non “frontali” tra studenti e insegnanti. A volte gli studenti si mettono in trincea: in un corso di qualificazione sul lavoro per assistenti di base, i corsisti – adulti che lavorano nei servizi – avevano lasciato libera tutta la prima fila dei banchi occupando esclusivamente quelli dietro. I docenti si trovavano cosi ad affrontare una barriera spaziale che diceva molto sul livello di resistenza che questi adulti avevano nei confronti del corso, resistenza confermata da atteggiamenti passivi, restii alla partecipazione. È chiaro che quando parliamo di corpo lo intendiamo come unità di mente e corpo: la resistenza non è mai esclusivamente intellettuale, è sempre e soprattutto affettiva ed è il corpo attraverso le sue emozioni che la esprime.

I centri diurni per disabili
I centri diurni per handicappati, istituzioni recenti, hanno costruito spazi tesi a favorire la relazione. A seconda che il modello di riferimento a monte sia più o meno educativo, sanitario, tecnico, gli spazi saranno diversificati. Il servizio nel quale lavoro, con un modello fortemente sbilanciato sull’educativo, ha costruito un primo piano a modello “casa” (rimandando cosi allo spazio famiglia), quello terreno a modello “laboratorio” (rimandando cosi allo spazio lavoro). La diversificazione dei due spazi si traduce in una diversificazione delle regole: certamente più rigide nel laboratorio e meno nella casa. I corpi degli operatori e degli utenti sono costretti a muoversi diversamente pur nello stesso spazio istituzionale, a seconda dei tempi, più o meno liberi. Lo spazio di relazione nel laboratorio è basso, essendo l’attenzione rivolta all’oggetto lavoro e alle regole che lo definiscono. Fuori dal laboratorio le attività individuate potrebbero quasi definirsi come un pretesto alla relazione educativa che lo spazio esterno al servizio o interno/casa non può che favorire: il pulmino, la gita, i negozi, la tavola, il bagno, la cucina, il soggiorno, ecc. La coscienza dello spazio istituzionale in cui agiscono le relazioni dovrebbe far parte del corredo professionale di ogni operatore. È un’analisi che riguarda l’istituzione, che la definisce e definisce il livello di adeguatezza della stessa rispetto ai compiti di chi vi opera, del mandato e delle finalità generali per le quali in un’istituzione si lavora. Definisce infine l’assunzione/accettazione di un tipo di relazione stabilita da quello spazio o la sua messa in discussione: in altri termini, l’insegnante può accettare incondizionatamente il “frontalone” oppure adoperarsi per costruire in classe altre relazioni spaziali, a seconda dei compiti e degli obiettivi che si dà. È chiaro che è difficile sottrarre lo spazio agli altri elementi del “setting” di lavoro, e in questo senso hanno ragione gli psicoanalisti a legarlo al tempo, al ruolo e al compito; ma questa discussione ci porterebbe troppo in là.

Spazio istituzionale e spazio personale
Oltre allo spazio istituzionale, lo spazio personale è un’altra delle relazioni fondamentali che il corpo intrattiene col mondo. Sappiamo che lo spazio personale è determinato in gran parte culturalmente, varia da cultura a cultura e non solo, da gruppo a gruppo. E comunque la propria cifra spaziale soggettiva determina profondamente il tipo di relazione che instauriamo con gli altri: è uno spazio pieno di fantasie, paure, desideri, difese, conquiste. Soprattutto il desiderio, pulsione corporea primaria, è uno degli elementi fondamentali di occupazione dello spazio, esso sancisce il contatto, la distanza, la prossimità e permette l’azione sessuale.Ognuno di noi ha una propria misura spazio-corporale più o meno distante/prossima dall’altro. Ogni educatore sa bene quanto sulla spazialità corporale si giochino elementi decisivi della relazione educativa: l’empatia, il contatto, il rispetto. Paolo, una persona handicappata con la quale lavoro da anni, mette alla prova gli educatori sul rispetto dei suoi spazi corporei, deve essere lui a decidere il contatto e nessuno può permettersi di invaderlo senza autorizzazione. La sua rigidità fa da contraltare alla straordinaria affettività che poi regala a chi rispetta questa sua dimensione di sé alla quale è profondamente legato. Molte persone con problemi psichici popolano gli spazi del loro vivere di fantasmi paralizzanti, come quel ragazzo nel “Grande Cocomero” della Archibugi che vedeva lo spazio intrecciato di fili che impedivano il movimento, o come Rita, una utente che frequenta il servizio in cui lavoro, che, pur avendo ottime autonomie, è incapace di muoversi o chiedere il sale a tavola: si ferma e aspetta che qualcuno si ricordi di lei e interrogandola poi glielo offra.
Lo spazio tra il suo corpo e la saliera è per lei inaffrontabile.In questo senso l’autonomia può essere una accresciuta coscienza del corpo di poter occupare lo spazio in un equilibrio tra due estremi: una fantasia onnipotente di spazi vuoti e una fantasia impotente di spazi pieni.

Quando si cambia
Un altro aspetto del rapporto spazio-corpo merita di essere approfondito: il cambiamento. Se la nozione di spazio che abbiamo fin qui discusso non può evidentemente ridursi alla qualità esterna, ma proprio perché è in relazione al corpo-mente, anche a quella interna, è chiaro che anche il cambiamento – l’aspetto temporale del rapporto io/mondo – è coinvolto con la spazialità. Se il nostro corpo cambia ontogeneticamente, la nostra psiche è profondamente influenzata dal rapporto con l’esterno, nel senso che il cambiamento è legato a un faticoso e perennemente destabilizzato equilibrio tra il nuovo/esterno e il consolidato/interno.E’ evidente che non si dà cambiamento se il nuovo non entra, se cioè non si fa spazio nella propria dimensione intrapsichica. Detta in questi termini lo spazio non sembra che una discutibile metafora psicologica. Eppure ha una ricaduta forte nella prassi educativa e psico – terapeutica: il lavoro costante di demolizione delle stereotipie alle quali gli individui sono aggrappati non è altro che aprire spazi per poter permettere il cambiamento, per fare entrare un’altra visione del mondo, un’altra rappresentazione o percezione di sé, una scoperta di possibilità nuove per il proprio corpo e la propria mente, un salto di qualità in termini esistenziali.

15. Professioni affettive

a cura di R. De Sanctis

“Nelle lezioni del corso di formazione per assistente di base viene ripetutamente sottolineata la necessità di non essere emotivamente implicati.” Intervista a Paola Burnelli, assistente di base che lavora in una casa protetta che ospita degli anziani”.

Prestare assistenza significa anche essere coinvolti in un rapporto non solo professionale con l’altro?
Io penso che il lavoro sociale sia per definizione un’attività di relazione in cui la professionalità non è scindibile dalla personalità individuale: e una relazione determina necessariamente il coinvolgimento in dinamiche interpersonali alle quale ogni operatore dà un’impronta che risente del proprio carattere, attitudini, formazioni. Il rapporto con un altra persona non lascia mai indifferenti semplicemente perché la comunicazione è un processo circolare: dunque non è possibile non essere implicati. Si tratta poi di verificare il livello di autoconsapevolezza delle nostre risposte e di quelle che noi provochiamo perché all’interno di queste c’è gran parte della professionalità dell’assistente di base.
Sto però dicendo cose che “per legge” non sono previste; anzi, nelle lezioni del corso di formazione per assistente di base viene ripetutamente sottolineata la necessità di non essere emotivamente implicati; e c’è una parte di verità in questo, nel senso che il risultato finale di un lavoro basato sulla risposta a bisogni anche emotivi deve essere una risposta professionale e non spontanea, istintiva. La differenza fra ciò che viene richiesto “tout court” e ciò che dovrebbe essere sta nel fatto che l’implicazione deve poter essere elaborata; questo richiede una serie di strumenti (autovalutazione, analisi, confronto col gruppo di lavoro, possibilità di raccontare le proprie emozioni, anche quelle “moralmente riprovevoli”, affinché possano essere non rimosse ma liberate, conosciute e quindi gestite) che non sono previsti né nella formazione né nello svolgimento del lavoro di assistenza. Il profilo professionale di assistente di base, previsto da una Commissione nazionale e fatto proprio dalla regione Emilia-Romagna (delibera 1619/90 e 3591/92) identifica un operatore caratterizzato prevalentemente da un’attività pratica ed è per questo che viene formato. Cito dalla dispensa “Lezioni di metodologia del lavoro sociale” del centro di formazione Galilei, comune di Bologna, corso per Assistente di base:
“L’assistente di base è solo con l’utente e quindi può essere coinvolto in dinamiche di relazioni spesso difficili da gestire e che possono sconvolgere il piano di lavoro e il progetto complessivo. Pertanto riemerge l’importanza di seguire l’iter procedurale (piano di lavoro) e i principi di etica professionale (…). Osservazione oggettiva senza correre il rischio di influenzare la valutazione con particolari aspetti del rapporto che si è instaurato con l utente (simpatico, antipatico) e di dinamiche che si sono sviluppate nelle relazioni con l’utente (…). La tecnica è imparare a guardare ciò che succede e a descriverla obiettivamente, i fatti e le condizioni”.
Del resto i requisiti per svolgere questo lavoro sono: scuola media inferiore e certificato di sana e robusta costituzione.
So che la mia esperienza personale (psicoanalisi, ausiliario in un gruppo di psicodramma) dà un impronta molto particolare al mio lavoro di assistente di base: ho conosciuto direttamente e in pratica il significato della comunicazione empatica; è uno strumento che posso utilizzare e non una pura definizione teorica.

La dimensione affettiva che ruolo gioca nella realizzazione dei progetti?
La dimensione emotiva svolge un ruolo enorme nella realizzazione di progetti, specialmente se non viene attentamente elaborata. Il caso più frequente è la tendenza ad occuparsi “di più” (più tempo, più attenzione, più risorse) di alcuni anziani a scapito degli altri. In un reparto protetto di 40-60 ospiti questo è un problema etico non di poco conto, che va contenuto. Penso sia impossibile abolirlo perché siamo persone e come tali sensibili a simpatie, affinità che credo non debbano essere negate, ma sicuramente controllate. Vi faccio alcuni esempi: un operatore ottiene dall’assistente sociale il permesso di portare fuori a pranzo un ospite. Ammirevole iniziativa, ma io che ho fatto il turno di notte di quello stesso giorno ho visto la sua compagnia di stanza piangere di gelosia finché non è riuscita ad addormentarsi. In altri casi le situazioni non si scompensano solo perché si tratta di persone con deficit cognitivi moderati/gravi e che quindi non protestano. Per esempio i dementi vanno incontro, dalla fase di stato della malattia in poi, a gravi difficoltà di alimentazione cosi, se è “simpatico” e più probabile che si dedichi più tempo, anche fino a camminare su e giù per la stanza insieme a lui, per convincerlo a mangiare: ma se è aggressivo, maleodorante la pazienza dell’operatore può esaurirsi prima e nel tempo favorire la comparsa di malnutrizione. In questi casi sono la professionalità e la propria etica personale che devono impedire tali errori. D’altra parte la dimensione emotiva può anche essere gestita come risorsa, se espressa ed elaborata dall’intero gruppo di lavoro: nel senso che tra tanti operatori probabilmente le affinità sono le più varie ed è infatti in questa direzione che viene di solito scelta la figura del “tutor”, ovvero dell’affiancamento “personalizzato” di un assistente a 1-2 ospiti. 

Il coinvolgimento emotivo è una difficoltà o una risorsa nella relazione con l’altro?
Credo che il problema sia ancora quello della totale mancanza di strumenti e punti di riferimento attraverso i quali analizzare il tipo e l’entità del coinvolgimento emotivo e valutare poi se costituisce una risorsa o una difficoltà nella relazione. Come ho già detto nel campo dell’assistenza è l’intero argomento a non essere “previsto”. Vi faccio ancora un esempio: io lavoro da 2 anni in un reparto protetto e, arrivata da poco in struttura, ho accettato di essere il tutor di una ospite psicotica cronica (schizofrenica da sempre) che, passata l’intera vita da una struttura psichiatrica all altra, essendo diventata anziana è finita in una casa protetta. Ero rimasta attratta da lei perché era una persona molto “affettiva” (piangeva, rideva, diceva “io ti voglio bene e tu mi vuoi bene?”), difficile da gestire nella maggior parte dei casi (non si faceva lavare, non teneva il pannolino…). Mi sentivo speciale per essere riuscita ad instaurare un rapporto preferenziale con lei, grazie al quale mi ascoltava, e rispondeva quasi sempre alle mie sollecitazioni a lavarsi, cambiarsi il vestito sporco… Ma un simile rapporto implicava molti rischi che nessuno in reparto sembrava essere in grado di leggere: infatti di fronte ad un peggioramento delle sue condizioni, con richieste affettive pressanti che io non riuscivo più ad esaudire la mia risposta è stata quella di ristabilire un pò le distanze, provocando forse un ulteriore peggioramento della crisi. È stata poi inviata in una struttura psichiatrica perché ormai ingestibile nel nostro reparto, e là è morta, allettata, per broncopolmonite. C’è stato qualcosa nel mio comportamento che ha determinato o peggiorato la crisi? Oppure, al contrario, dove potevo cercare gli strumenti necessari per affrontare questa evoluzione naturale, ma drammatica e intensa, della sua storia? L’unica persona con cui ne ho potuto parlare è stata lo psichiatra del corso di formazione per assistente di base che stavo nel frattempo frequentando, insieme al quale ho potuto fare solo delle ipotesi visto che lui non conosceva personalmente il caso. Ma in struttura non sono previsti psicogeriatri, psicologi e psichiatri che possono essere di aiuto agli operatori per l’analisi delle varie dinamiche di relazione con gli utenti (senza dimenticare quanto sarebbero indispensabili per un più autentico rapporto tra i membri del gruppo di lavoro, per mettere in luce casi burn-out oggi assolutamente lasciati a se stessi, ecc).
D’altra parte ci sono opportunità che possono essere colte solo se lasciamo la nostra parte affettiva libera di uscire; così, ad esempio, una sera nel mettere a letto una signora affetta da demenza mi sono fermata un pò con lei, accarezzandole i capelli e poi tenendole una mano sul petto: “Che caldo qui”, ha detto mettendo la sua mano sulla mia e poi ha recitato quasi per intero una preghiera, mentre di solito non dice tre parole di fila che abbiano un senso compiuto. È stato un bell’episodio, ma ho finalmente, a mie spese, imparato a dare il giusto valore a quella soddisfazione per un risultato raggiunto, nel senso che è importante non fare confusione tra gratificazioni nel lavoro e vita affettiva personale. Nel primo caso si tratta di una relazione d’aiuto rivolta a persone che hanno bisogno e che possono risponderci con ringraziamenti, cioccolatini, seduzioni o manifestazioni emotive, senza che questo significhi che si sia instaurato un rapporto alla pari. In momenti difficili della nostra sfera privata si può rischiare questa confusione e ciò che ne nasce è inevitabilmente un disastro. Augurerei perciò a tutti gli operatori, educatori, ecc… di avere una vita affettiva personale piuttosto soddisfacente!

 L’immagine mentale del corpo, dell’aspetto fisico dell’altro, come incide nell’incontro diretto?
Beh, ricordo che la prima volta che ho messo piede in reparto mi sono trovata di fronte una donna anziana in carrozzina con una gamba amputata; aveva addosso solo la biancheria intima (avrei scoperto poi che si spoglia continuamente perché è intollerante al caldo) e quindi si vedeva “tutto”. So di avere pensato “Oddio” e non so che altro; certo mi sentivo a disagio, volevo e non volevo guardare “lì” e sapevo (nel senso che avevo la nozione teorica, del resto assolutamente condivisa) che una persona non va identificata con la menomazione fisica (che si trasformerebbe così in handicap) ma che va considerata nella sua globalità. Facile da imparare, più difficile da mettere in pratica finché non ci si fa l’abitudine. Credo che in questi casi abitudine sia sinonimo di conoscenza. Si impara che certi fenomeni patologici (in senso medico) piaghe di decubito, amputazioni, emiplegie, cattivi odori possono capitare alla nostra attenzione senza per questo avere il potere di farci scordare che siamo in relazione con una persona. È che nell’epoca del fitness e dei deodoranti queste cose non sono esperienza comune, magari finché per disgrazia non capitano a un proprio familiare.
Il contatto con la malattia (fisica e/o psichica) in casa protetta (dunque una struttura socio-assistenziale a rilevanza sanitaria per anziani non autosufficienti) è in realtà un punto intermedio rispetto al rapporto che più in generale c’è col corpo dell’anziano (che non è per forza sinonimo di malato) prima e coll’impatto con la morte, poi. L’invecchiamento fisico e la morte di una persona sono quanto di più naturale possa esistere qualcuno può forse dimostrare il contrario?!) ed è questo pensiero che mi accompagna nel lavoro, consapevole che è innaturale non farci i conti e, anzi, di quanto si rischia di rimetterci facendo finta di essere, noi adulti, onnipotenti ed eterni nei nostri modi e scelte di vita, dimenticando a volte che saremo il risultato delle opportunità prese o lasciate, della vita affettiva e sessuale vissuta, della capacità di essere contenti di noi.
“(…) La porzione fisica di ciò che definisco “me” non è destinata a durare in eterno. Non di meno (…) nei miei interessi c’è la stessa sensualità di quando avevo 35 anni, sebbene non possa dire altrettanto circa la mia capacità nelle prestazioni. (…) Così, sono ben consapevole di essere ovviamente vecchio. Eppure, dentro, sono sempre sotto molti aspetti la stessa persona, né vecchio né giovane”.
(Rogers)

17. Primavera

di Clara Sereni

Dopo tanto grigio e finestre “chiuse” e aria viziata oggi è il primo giorno di primavera: il calendario non fa testo, la luce è quella, quello l’odore.
Sullo sfondo i fiori del mercato sono una macchia accesa di colore: arrivano certo da lontano, da Israele magari o dai mercati dell’Olanda, però sembrano spuntati lì, quello è il loro luogo naturale.
Prende dall’armadio il tailleur blu e la camicia chiara di seta, sopra hanno ancora l’odore della lavanderia.
Trasferisce oggetti da una borsa all’altra perché anche gli accessori siano adatti.
Si trucca a lungo, il fard finge l’abbronzatura e le passeggiate all’aperto, la pelle oggi è forse più luminosa, gli occhi certamente lo sono. Sul bavero un mazzolino di fiori.
In macchina la luce un pò fredda la abbaglia, strizza un ò le palpebre ma gli occhiali scuri restano alti sui capelli, nient’altro che un ornamento.
Parcheggia a un centinaio di metri dalla scuola (potrebbe fermarsi davanti al portone, il contrassegno la autorizza a farlo), saluta il vigile urbano che la conosce: oggi anche suo figlio camminerà nella primavera, i loro passi troveranno un accordo, l’aria tiepida sosterrà i suoi movimenti e li renderà più facili.
Aspettando che i bambini escano le solite chiacchiere di madri, progetti di vacanze e incertezze di baby-sitter, tutto è sempre un pò complicato per lei ma interviene come tutte, si sente a posto nei capelli e nelle calze a plumetis, è attraente e non le capita spesso di ricordarsene.
I bambini escono fra grida e spintoni: suo figlio come semrpe per ultimo, la maestra gli dà le braccia e sostiene il suo corpo difficile.
Affaticato dalle scale suo figlio trasferisce tutto il peso su di lei, sorride del suo sorriso storto a sua madre che si è fatta bella, nei suoi occhi c’è una storia lunga e una scintilla di sole.
Sul portone si guarda attorno:
-E la macchina?
Già il lampo allegro è scomparso, la piazza per lui è un continente lontano: per stanchezza, per vergogna.
Dalla bocca sformata gli esce un filo di saliva, più pesante si attacca a lei, dice:
-Non ci vengo. Portala qui.
Anche la voce viene fuori con uno sforzo, disarmonica. La delusione le increspa appena le labbra, gli sta chiedendo una briciola di gioia ma chissà che davvero non sia troppo per lui. Sta per cedere con amarezza quando la madre di un suo compagno – ha un tailleur blu così simile a quello di lei – offre la propria disponibilità e un diversivo:
-Andiamo, vi compro il gelato.
Il bar è più avanti, a pochi metri dalla macchina.
Il compagno di scuola è abituato a lui, e attratto dalla primizia forse non concessa:
-Dai, sono pochi passi, vieni.
I pochi passi durano tanto, le gambe vanno di qua e di là senza controllo, l’inverno ha lasciato sul selciato una fanghiglia su cui è facile scivolare. Sua madre lo sostiene e lo guida, la spalla a cui si aggrappa è già tutta sgualcita e fuori assetto.
Nel bar affollato il suo corpo complicato occupa molto spazio, per fortuna c’è un tavolino libero e i due bambini prendono posto: accaldati, eccittati, il lampo di primavera l’hanno sulle guance tutti e due. Mentre lui sta ancora componendosi sulla sedia, con il collo allungato dal desiderio l’altro ha già pronte le sue richieste:
-Io voglio il cono: pistacchio, cioccolato e fragola.
Per un’occhiata della madre ricorda di essere in certo modo debitore, premuroso chiede al compagno:
-Tu quale vuoi?
-Io uguale, -risponde, la voce sgraziata e decisa.
-Magari ti faccio fare una coppetta, -propone la madre del compagno, lo sguardo che scivola senza fermarsi sulle sue mani troppo grandi e prcorse da spasmi.
Si imcupisce, rabbioso si asciuga la saliva che gli bagna il mento, la sua voce è una spada quando ribadisce:
-Voglio il cono.
Le due donne si guardano. Sua madre ha capito e silenziosa annuisce, autorizza; allora l’altra non può che accettare ma è come se facesse la spallucce, ordina i due coni e le sue soprac ciglie declinano ogni responsabilità .
I due bambini affrontano il gelato con identica voglia però uno con movimenti goffi e convulsi, è più la parte che si squaglia via che quello che riesce a succhiare.
La cialda è in gran parte sbriciolata, un grumo dolce inesorabilmente scende giù. Sua madre se ne accorge, cerca parole che non lo feriscono:
-Me lo fai assaggiare?- dice, per mettervi riparo.
Se n’è accorto anche lui, e conosce le sue attenzioni:
-No,- risponde, e si affanna con la lingua, con le labbra, con tutta la bocca.
Sua madre non interviene ma non riesce a scostarsi, a lasciarlo davvero solo: tutto il corpo è proteso nell’aiuto cha sa di non dovergli dare, lo sostiene con tutto quello che ha dentro, qualcosa che forse può definirsi anima.
L’ansia accentua l’incoerenza dei movimenti e improvvisamente tutto il pistacchio è sulla manica blu dei tailleur; lei dice “non fa niente” ma la macchia è vistosa, l’altra ha occhi che significano te l’avevo detto.
I gelati sono finiti, i tovaglini di carta cancellano le tracce più evidenti.
Camminando storto suo figlio si aggrappa ancora a lei, dice piano e senza coraggio:
-Era buono, mi piacciono i coni. Domani me lo ricompri?
-Si, – promette lei .
Si stringono le mani: complici, e forti.
Quando salgono in macchina il contrassegno brilla nel sole: sedendosi lei stira con la mano la seta sgualcita della camicetta, raddrizza il mazzolino sul bavero. Le calze sono rimaste ben tese.
Fa una carezza a suo figlio, la mano è calda e la guancia intenerita dal sole.
È primavera ancora, sull’asfalto e sui tetti, sui capelli e sulla pelle.  È primavera nel cielo e anche – per quanto oscuro possa sembrare – all’inferno.
(Testo tratto da: Manicomio Primavera, Giunti Editore)

9. Dalla parola al corpo

a cura di Rosanna De Sanctis

La parola si è imposta da sempre, nella cultura, nelle filosofie e nelle religioni occidentali, come canale privilegiato della comunicazione fra gli uomini: il logos, espressione della superiorità umana, si oppone al corpo, luogo dell’oblio della ragione. La parola sembra assorbire ogni possibilità espressiva, mentre il corpo viene sempre più ad essere il grande sconosciuto. Ma è nel corpo che troviamo istinto e passione, piacere e dolore, esperienze immediate quotidiane e fondamentali della vita.
Il corpo si esprime e da’ informazioni. In qualsiasi relazione, lo scambio e la comprensione dipendono, al di là e ancor prima della parola, da elementi corporei, come la direzione dello sguardo, la distanza, la postura, il tono della voce, il silenzio la gestualità. Il corpo mette in scena la presenza, persuade, seduce intimorisce, avvicina, allontana ; per mezzo del corpo l’inconscio parla direttamente.
Corpo bloccato, corpo negato, corpo vivo, corpo agito: il corpo comunica.
Il piede che batte frettoloso, la mano che ricerca una carezza, gli occhi sbarrati svelano un emozione e un pensiero che spesso non coincidono con ciò che stiamo affermando, richiedendo , o rifiutando verbalmente.
Oggi si è ampiamente dimostrato l’esistenza e l’importanza di un linguaggio non verbale che continuamente accompagna e a volte si sovrappone al linguaggio verbale; in questo numero di Hp vi presentiamo tre diverse esperienze di interventi e terapie a mediazione corporea che affrontano il tema del corpo da angolazioni estremamente originali e interessanti.

11. Metodi attivi

di Giampaolo Mazzara, psicologo, psicoteraoeuta, direttore della scuola di psicodramma di Verona

Tra gli ambiti in cui lo psicodramma mosse i suoi primi passi, quello psichiatrico costituì sicuramente uno dei più significativi. “Questo tipo di approccio prevede non soltanto di riconoscere e di valorizzare le componenti emotive ed affettive della personalità del paziente, ma anche quelle lo stesso operatore psichiatrico”.
La molteplicità dei riferimenti teorici e l’ampia differenziazione tra metodi oggi presenti sulla scena terapeutica internazionale non ci può far dimenticare che è proprio con lo psicodramma che i metodi attivi si presentano nella loro dimensione clinica e cominciano a far parte della pratica psicoterapeutica contemporanea. Dal primo momento in cui ho iniziato ad utilizzare lo psicodramma in ambito psichiatrico, sono stato obbligato ad un profondo lavoro di riadattamento, non solo tecnico, ma anche personale.Ciò ha favorito un’evoluzione dell’intervento che lo ha alleggerito di quanto risultava superfluo o indotto dalla mia formazione culturale e dalle mie aspettative. Un tale processo di adattamento creativo ha dato buoni risultati e mi permette di individuare l’efficacia dello psicodramma in ambito psichiatrico su tre livelli tra loro connessi ma con caratteristiche ben differenziate.
Un mezzo per facilitare la comunicazione e per la diagnosi.
Durante lo svolgersi di una sessione di psicodramma, si realizza una circolarità veramente efficace che, a partire dal clima di spontaneità e di empatia presente nel gruppo, favorisce l’espressione libera dei propri vissuti e delle proprie opinioni, sia con modalità verbali, sia utilizzando altri mezzi più opportuni o congeniali. Il gruppo assume un valore centrale: funge da amplificatore dei sentimenti e dei desideri, contiene i timori e le angosce, permette di condividere difficoltà, emozioni, problemi. Contrapponendosi alla funzione definitoria della diagnosi che spesso diviene prevalente in ambito psichiatrico, lo psicodramma può venire utilizzato al fine di realizzare una integrazione delle informazioni emerse in diversi momenti della vita del paziente, restituendogli una dimensione storica ed evolutiva altrimenti banalizzata. Ciò permette di confermare e verificare le risorse e le modalità nuove emerse dal paziente ed individuate insieme ai medici.

Uno strumento terapeutico
Nella mia pratica clinica, posso notare come durante lo svilupparsi del processo terapeutico, e talvolta persino all’interno di un’unica sessione, si passi dalla esplicitazione di situazioni conflittuali e dalla evidenziazione dei nuclei problematici personali, ad una progressiva rielaborazione che va a costituire, assieme ai successivi interventi territoriali, una strategia che favorisce la rappresentazione organizzata dei sentimenti e delle emozioni che riemergono dal buio e dal groviglio interiore e si vanno strutturando attraverso il coinvolgimento globale del paziente. Questi elementi si intrecciano con le risorse personali, individuate sia nel proporre le proprie tematiche, sia nel partecipare assumendo ruoli ausiliari, sia nella condivisione con gli altri compagni di esperienza. La globalità e l’unitarietà, riconosciute e favorite in ognuna delle persone con cui si opera, rappresentano il punto di partenza dell’approccio al paziente, così come dell’antropologia su cui si basa il senso stesso dell’incontro con l’altro”.
Gli aspetti fondamentali e gli elementi costitutivi dello psicodramma traducono concretamente la possibilità che l’identità trovi sulla scena terapeutica lo spazio ed il clima emozionale per scoprirsi, conoscersi, proporsi, confrontarsi ed organizzarsi.Questa specificità assume un grande rilievo quando l’intervento sia rivolto a persone affette da patologie psichiatriche; esse si presentano frammentate, spaccate al proprio interno e separate da chi le circonda, con un corpo muto che sorregge senza esprimere e, almeno apparentemente, senza sentire. Più volte mi sono reso conto di essere protagonista di un paradosso nel cercare di far coesistere una concezione sintomatica e farmacologica dell’intervento psichiatrico con una visione multifattoriale e globale dell’individuo così come dell’ambiente. Da una parte il contenimento della persona affinché non lasci uscire la sua energia “pazza”, minimizzando i possibili danni prodotti dalle azioni del malato, su se stesso, sugli altri e sull’ambiente. Dall’altra la ricerca e la valorizzazione delle parti sane e vitali del paziente, favorendone l’espressione spontanea ed organizzata intorno ad una progettualità terapeutica e riabilitativa. Evidentemente, questo tipo di approccio prevede non soltanto di riconoscere e di valorizzare le componenti emotive ed affettive della personalità del paziente, ma anche che lo stesso operatore psichiatrico si senta coinvolto in un incontro reale, dal quale non può escludere la sua emozionalità ed i suoi vissuti attuali e remoti.Anch’egli diviene parte di un sistema interattivo tanto complesso quanto entusiasmante allorché si producono i risultati previsti o sperati sul piano della qualità della vita dei singoli pazienti ma anche in riferimento alle caratteristiche della vita all’interno della struttura o del servizio in cui si opera.

Lo psicodramma con i malati mentali
Nella mia esperienza professionale ho ampiamente utilizzato lo psicodramma anche con pazienti ricoverati in strutture protette. Persone affette da gravi patologie psichiatriche che vanno dalla schizofrenia alla depressione maggiore. Con esse la metodologia applicata rimane sostanzialmente la stessa ma si modificano gli atteggiamenti, i tempi e soprattutto gli obiettivi specifici. Se con la persona delirante ci si propone di favorire un’organizzazione, seppur minima, dell’inquietante ricchezza di “materiale” prodotto, nello psicotico che ha chiuso, catatonicamente, con il mondo circostante l’intento è quello di entrare in uno spazio “vietato” per intessere una relazione, appena percettibile ma vera. Lottare con i contenuti di morte ostentati dal depresso grave risulterebbe improbo se si ritenesse di poterlo “salvare” e di fargli assumere il nostro atteggiamento nei confronti della vita.Anche qui è l’ascolto dell’altro che ci aiuta a creare un clima di empatia in cui egli possa sentire, prima di tutto, la nostra presenza e quella degli altri partecipanti, nei loro ruoli ausiliari di altro con cui allenarsi alla lotta con la vita. Con i dovuti adattamenti, lo psicodramma può essere usato anche con pazienti affetti da forme di demenza. L’assenza e la frammentarietà del vissuto, della memoria, del pensiero, sono realtà angoscianti ma che possono essere rappresentate e diventare contenuto, presenza. Alcune delle esperienze che ricordo con maggior tenerezza sono state realizzate proprio con pazienti di questo genere. Un altro ambito di grande interesse con il quale sto prendendo contatto e con cui ritengo sia possibile un intervento psicodrammatico efficace è quello dei malati AIDS, soprattutto quelli in cui la malattia si presenta in fase avanzata. Intervenire attraverso la relazione e l’incontro là dove si impone l’isolamento mi sembra una grande scommessa. Per chi davanti a sé ha solo orizzonti di morte, rappresentare frammenti di vita può essere difficoltoso, persino angosciante, ma può diventare una delle strategie attraverso cui dare senso e valore ad ogni attimo del proprio esistere.

Uno strumento per psicologi, operatori e educatori
Da molto tempo sono impegnato in progetti di formazione che vedono coinvolti psicologi, terapeuti, riabilitatori, operatori di comunità, educatori. Credo di poter aver trasmesso, tra le tante cose comunicate e fatte insieme, un senso di fiducia nella persona, nelle sue azioni, nella sua creatività. Imparare a favorire il manifestarsi dell’individuo nelle forme che gli sono concesse dalla sua realtà fisica, psicologica e sociale. Costruire strategie creative ed adeguate a chi si rivolge a noi per essere aiutato a ritrovarsi o a riprendere il suo percorso. Ritengo che l’impegno più importante riguardi quel saper essere che qualifica i ruoli professionali e costituisce un inesauribile quanto affascinante divenire.

L’esilio del disabile

di Roberto Ghezzo

La seconda parte dell’estetica dell’handicap. Analizziamo l’immagine della persona disabile utilizzando alcune categorie dell’estetica occidentale. La comunicazione e la creatività, ovvero il sentiero del ritorno dall’esilio. Le donne brutte di Picasso, la casualità di John Cage.

Rosenkranz nella sua Estetica del brutto (1850), opera che d’ora in poi terremo sempre presente, notava che più cresce la complessità della forma organica e più un organismo può apparire brutto o bello. Ad esempio, una pietra può essere brutta ma non può diventare brutta quanto lo possono diventare un animale o una pianta, essendo la pietra più semplice, meno complessa e differenziata. L’uomo, che è al top della complessità organica, è l’essere più bello della creazione ma può diventare, per lo stesso motivo, il più brutto. Teniamo sullo sfondo questa considerazione e proviamo ad indagare le ragioni per cui un uomo può diventare brutto, a partire magari dal suo stesso stato esistenziale cioè quello di essere umano. In relazione alla disabilità questa analisi può rivelare qualche sorpresa.

Animale o dio?
Innanzitutto una persona con deficit ha una grande difficoltà ad essere accettata come persona in quanto tale, sia perché è “nascosta dal suo deficit”, cioè identificata con il suo deficit, sia perché la sua condizione appare sorprendente per un che di contraddittorio, di paradossale. Per i greci chi non è nella pòlis, chi non appartiene alla città, chi non ne parla il linguaggio, chi ne sta fuori, o è un animale o è un dio. La condizione umana dell’handicappato è un dato in teoria condiviso e accettato da tutti, ma nel concreto, nel quotidiano non è così. Per l’immaginario collettivo l’handicappato stenta a rimanere sul piano umano e slitta ora verso il piano animale ora verso il piano divino. Vediamo perché. Generalmente si considera il disabile come più sofferente, anzi per certi versi il simbolo della sofferenza, che come sappiamo è un concetto che gioca un ruolo molto importante nella dottrina cristiana. Purtroppo è ancora molto diffusa la concezione che individua il disabile come colui che espia i peccati dell’umanità (e nella concezione più arcaica le colpe della famiglia), del disabile che una volta lasciata questa valle di lacrime se ne va dritto in Paradiso. Quindi se la via della sofferenza è una via che porta a Dio, naturalmente un handicappato più che col piano temporale ha a che fare col mondo a venire, più che con il qui ed ora la percezione dell’handicappato rimanda all’al di là. Ecco un primo paradosso: a che mondo appartiene il disabile?
Come se non bastasse, accanto a questa spinta diciamo ascendente, c’è una spinta discendente che schiaccia il disabile, lo appiattisce sui dati “terreni”. La sua corporeità, infatti, risalta molto di più che nei normodotati (basti pensare alle funzioni primarie, ad esempio mangiare o bere, che spesso sono problematiche e saltano subito all’occhio); la sua animalità, ma forse sarebbe meglio parlare di corporeità (l’animalità ha a che fare con l’anima, mentre il corpo disabile può essere sentito come ottuso, opaco, privo di strade interne di energia) viene in primo piano. L’animalità, pur presente in ogni uomo ma che dall’educazione-galateo viene addomesticata, valorizzata e sublimata, nel disabile diventa un ospite scomodo perché troppo spesso subita e incompresa. Torniamo al detto greco: chi non sta nella pòlis o è un animale o un dio. Abbiamo visto che l’handicappato è sottoposto a due spinte compresenti che negano comunque la sua dimensione umana. L’uomo è un essere dove si armonizzano sia il dato animale sia la componente razionale-divina. L’uomo è nella natura, appartiene alla natura, ma nello stesso tempo è come se la guardasse dall’esterno proprio grazie alla facoltà-dimensione umana per eccellenza: l’autocoscienza. L’uomo è a metà strada tra l’animale e il divino e su questo territorio di mezzo ha costruito la sua città, la sua comunità, in cui è essenziale condividere il lògos, il linguaggio, per poterne far parte. Se questa condivisione per il disabile è problematica, è inevitabile, come si è visto, l’esilio fuori dalla città.

Altri paradossi
Per Rosenkranz la contraddizione data dalla compresenza tra stati esistenziali diversi non può che urtare e risultare brutta. Ma ci sono anche i mondi vegetale e minerale con cui il disabile si trova ad intrattenere rapporti di somiglianza ed analogia. Pensiamo ad un disabile indurito sulla sua carrozzina, un uomo-pietra, o ad un handicappato passivo che subisce tutto come un uomo-vegetale. La presenza nello stesso corpo di mondi diversi, l’umano, l’animale, il vegetale, il minerale, non può che scatenare avversione, senso di bruttezza. I medievali, tanto per fare un esempio, raffiguravano il diavolo come un uomo con le zampe di capra.
Ma le apparenti contraddizioni si moltiplicano: la vita dell’handicappato a molti sembra non-vita, una vita priva delle caratteristiche tipiche della vita (il movimento, la trasformazione, le situazioni sempre nuove, una storia con passato, presente e futuro). Una vita che stenta ad affermarsi in un corpo che ha parti che sembrano morte: il cervello, le braccia o le gambe già consegnate a quella specie di bara mobile che è la carrozzina. Consideriamo ancora la contraddizione che rende questa persona un fantasma, un essere che è e non è insieme. E dei tanti mostri, creature diverse (ne abbiamo passati in rassegna alcuni nei numeri passati di HP), vorrei ricordare la creatura del dottor Frankenstein, l’essere che la scienza riesce a tenere in vita (come avviene per tanti neonati che solo pochi anni fa sarebbero morti) anzi riesce a far risorgere, per poi consegnarlo ad un’esistenza che non trova accoglienza nella comunità umana.

Ritorno dall’esilio
Chi non è nella pòlis o è un animale o è un dio. Chi non parla il linguaggio, il lògos, della città, chi non dialoga, non confronta scambia e commercia idee con gli altri suoi simili, non è umano, non è della pòlis, non fa politica.
Il nodo della comunicazione tra un normodotato e un disabile è il nodo più importante. Proprio a causa del deficit un disabile mette in crisi il sistema convenzionale del linguaggio e se non troviamo, immaginiamo, creiamo, un codice linguistico che ci permetta di comunicare, il destino di un disabile è segnato. La sua diversità diventa estraneità, non c’è dialogo, non c’è riconoscimento. La paradossalità dell’apparire del disabile, le apparenti compresenze di stati esistenziali così contraddittori che prima abbiamo passato in rassegna, scaturiscono proprio da questo mancato riconoscimento, da una mancata comunicazione. La logica dell’esilio è la logica che relega il disabile in una dimensione eterna e senza storia, ora quella naturale dei bisogni animali ora quella divina di un mondo a venire. In entrambi i casi al disabile viene negata una storia, una dimensione temporale umana in cui passato-presente-futuro sono tre stadi collegati ma anche molto diversi tra loro.
Gli unici antidoti possibili a questa patologia sociale e culturale rimangono la conoscenza e la comunicazione. La carrozzina potrà sempre apparire una sedia elettrica per chi non ne conosce l’utilizzo, ad esempio, nello sport. La conoscenza (potenziata magari dai mass-media) e la creatività sempre più collegano il mondo del disabile al Mondo, sempre più ci allontanano da quell’immagine stereotipata e brutta che abbiamo illustrato prima. Mai come oggi si sente l’esigenza di immaginare e di creare un mondo a misura d’uomo, forse perché con la creatività e gli strumenti che abbiamo adesso sappiamo che è possibile, che è un traguardo raggiungibile. Chi avrebbe parlato solo poco tempo fa di sport per disabili?
E’ fondamentale capire però che questo ritorno dall’esilio non è una operazione di bontà da parte del mondo dei normodotati, da parte dei cittadini della pòlis. Fuori della pòlis, come ho detto, il destino di un disabile è segnato ma anche la pòlis avrà vita breve. Quella comunità che non riesce a integrare le persone, che non ha un lògos-linguaggio in grado di trasformarsi, di adattarsi in modo tale da sfruttare tutte le potenzialità è destinata alla rovina. L’esilio del disabile testimonia una patologia della città che, non curata, può diventare mortale.

Etica ed estetica
La corrente principale della nostra tradizione culturale ci porta a considerare la bellezza un aspetto della bontà ed il bene come connaturato al bello. Espressioni come “il vizio rende brutti e la virtù rende belli” oppure “non c’è vera bellezza senza libertà e non c’è vera bruttezza senza illibertà”, sottendono una connessione profonda tra etica ed estetica, tra valori morali ed estetici. Rosenkranz enumera una serie di caratteristiche, suddivise da buon hegeliano in tre triadi, tipiche dell’essere brutto che qui riportiamo:

Volgare
meschinità: esistenza condotta sotto i propri limiti
debolezza: esistenza condotta al di sotto della forza che le spetterebbe
bassezza: quando la libertà è subordinata alla illibertà

Vile
quotidiano: abituale e triviale
casuale: arbitrario e mutevole
rozzo: svilimento dell’essere

Ripugnante
goffo: negazione del grazioso
morto: negazione del giocoso
orrido: negazione dell’attraente e quindi insulso e malefico.

Naturalmente non ci interessa qui stabilire l’esattezza di questa tabella nè prendere in considerazione la teoria che l’ha determinata ma certamente essa è molto stimolante e suggestiva. La prima cosa che si nota è il fatto che molte categorie hanno a che fare con l’aspetto etico dell’individuo e in particolare sottolineo la debolezza, che connota una esistenza condotta senza la forza e dignità che le spetterebbe. E’ evidente che una persona con deficit psichico o fisico più facilmente di un normodotato potrebbe essere definita con alcune delle categorie della tabella. Ma la cosa forse più importante da notare e di cui Rosenkranz non s’avvede (anche perché non dimentichiamo che è un autore del secolo scorso e indubbiamente il nostro gusto estetico è mutato) è che non necessariamente tutte le categorie della tabella prese in sè sono negative. Quotidiano e casuale, ad esempio, non significano necessariamente trivialità o arbitrarietà (termini questi che invece hanno una connotazione negativa). Nell’arte contemporanea si è esplorato molto il terreno della casualità con dei risultati straordinari. Esiste ad esempio una composizione di John Cage ottenuta sovrapponendo un pentagramma su una mappa del cielo stellato le stelle diventavano così, arbitrariamente, delle note, e il risultato casuale una musica che definirei cosmica.

Handicap e arte contemporanea
C’è un certo elemento di casualità anche nella improvvisazione: nel mondo occidentale il jazz ci ha familiarizzato con questa modalità di fare musica, soprattutto il free jazz, che ha portato alle estreme conseguenze l’improvvisazione (perché qui i musicisti hanno una libertà totale) e dove l’effetto complessivo è casuale. Certo alla maggior parte delle persone potrà apparire brutta questa musica, inascoltabile, eppure è espressione di una ricerca artistica, di un senso del bello che non è magari condiviso da tutti. Se l’arte non diventa comunicazione, se quel quadro, quella musica non mi dicono niente, non mi parlano, forse mi potranno apparire brutti, tutt’al più mi lasciano indifferente. L’handicap deve diventare comunicazione.

Secondo me una estetica dell’handicap esiste già, una risposta alla domanda sulla bellezza delle persone disabili già è stata data dall’arte contemporanea. A ben vedere la tabella di uno studioso di estetica del secolo scorso, come Rosenkranz , ha offerto agli artisti e di conseguenza al senso della bellezza, più di uno spunto di ispirazione. Quando Picasso raffigura una donna con un occhio di fronte e l’altro occhio di profilo, forse potrà apparire un quadro brutto, la negazione del grazioso. Picasso in quel quadro ha invece rappresentato il tempo, il movimento. Quel quadro che ha un deficit di realismo, ha invece un surplus di realtà, perché rappresenta il tempo, il reale in un altro modo. Quel viso di donna, la composizione cosmica di Cage, il free jazz e la sua casualità, forse sarebbero apparsi brutti a Rosenkranz, ma per noi contemporanei esaltano l’essenza stessa dell’arte, l’essenza del nostro essere ricercatori e scopritori. Nella comunicazione con una persona con deficit, pensiamo ad esempio a deficit psichici, l’errore, la casualità, l’improvvisazione diventano parte integrante, anzi punti di forza di un rapporto. Ogni educatore sa che è importante valorizzare questi momenti, sa che è importante non lasciarsi sopraffarre dall’ansia della programmazione, dei risultati ed avere il coraggio di seguire qualche volta l’ispirazione. Con l’aumentare della conoscenza reciproca si scopre una logica nelle cose che prima apparivano illogiche e frutto del caso, si scopre che un errore può essere più significativo di una azione che raggiunge l’obbiettivo (in fin dei conti sbagliando Colombo ha scoperto un nuovo continente!).

Mistica e quotidiano
Man mano che cresce la comunicazione si affianca un senso di bellezza, alcune volte tanto più affascinante quanto più si è fatto fatica per trovarlo, altre volte improvviso, che colpisce come il satori, l’illuminazione che è il punto di arrivo della pratica zen.
Il maestro zen dà al discepolo un raccontino (koan) da meditare come pratica per raggiungere il satori, l’illuminazione. Generalmente questi koan colpiscono per la loro paradossalità e vogliono mettere in crisi il pensiero logico, sequenziale di cui il discepolo è prigioniero. Il seguente racconto si intitola “Joshu e la ciotola” ed è tratto da un testo classico dello Zen, La porta senza porta, di Mumon (1183-1260):

Joshu lava la ciotola
Un monaco disse a Joshu: ” Sono nuovo del monastero. Ti prego di insegnarmi “. Joshu domandò: ” Hai mangiato la tua zuppa di riso? “.
Il monaco rispose: ” L’ho mangiata “.
Joshu disse: “Allora faresti bene a lavare la tua ciotola “.
In quel momento il monaco fu illuminato.
Commento di Mumon: Joshu è l’uomo che apre la bocca e mostra il proprio cuore. Non so se quel monaco abbia visto davvero il cuore di Joshu. Spero che non abbia scambiato la campana per una brocca.
E’ troppo chiaro e perciò è difficile vederlo.
Uno sciocco una volta cercava un fuoco con una lanterna accesa.
Se avesse saputo che cos’era il fuoco avrebbe potuto cuocere il suo riso molto prima.

Credo che per noi occidentali faccia molto bene ossigenare il cervello con testi come questo, o riscoprire il pensiero dei mistici nostrani come San Francesco. Penso che possano aiutarci a riscoprire un senso dell’esistenza non appiattito sulle categorie dell’efficienza, del tempo lineare, del possesso, del dominio, del consumo. Una rivalutazione del quotidiano (come la ciotola del monaco) della semplicità delle azioni quotidiane che tanto spazio hanno nella vita non solo di un disabile, è un passo che si accompagna anche alla bellezza.

Essere e dover essere
Torniamo alla tabella di Rosenkranz e alla commistione di valori etici ed estetici. L’handicappato potrà apparire un essere vile, volgare o ripugnante ma in sè un disabile non è altro che una persona più debole perché ha dei deficit. Il suo apparire goffo, rozzo o insulso molto spesso siamo tenuti a considerarli anche come aspetti morali. Ad esempio ogni educatore sa perfettamente quanto sia difficile distinguere il bambino, disabile o non, che volontariamente “fa il cattivo” dal bambino che ai nostri occhi diventa cattivo perché le cose non vanno come dovrebbero, cioè come noi vorremmo che andassero. Le cose per una persona con deficit non sono andate come dovevano andare, mentre per un normodotato le cose vanno e sono andate come dovevano andare. Ma dove sta la bruttezza? Nel non esser adeguati ad un supposto dover essere o nel non saper far fronte all’inaspettato? C’è più creatività quando le situazioni stesse ci spingono a rimetterci in discussione o nella abitudinarietà tranquilla, nella banalità normale di un giorno che è come doveva essere? E’ più goffo, morto, orrido, e questo sì ripugnante, un pensiero che non sa stupirsi del nuovo, che non sa accettare nuove sfide e difficoltà e che nelle difficoltà vede solo negatività e ne ha paura.

10. Cucinare storie

a cura del Progetto Calamaio

Costruire storie in classe o in una comunità partendo semplicemente da foglietti disegnati e da una pentola; rispettare la logica della fiaba e non piegarla ad un intento educativo. Uno spazio dedicato al gioco, da sempre luogo creativo per eccellenza.
L’équipe del Progetto Calamaio, composta anche da animatori disabili, da vari anni lavora nelle scuole di ogni ordine e grado per affrontare il tema della diversità e dell’handicap a partire dall’incontro diretto con i bambini, gli insegnanti e i genitori. Una delle dimensioni del Calamaio è lo spettacolo, il fascino, la persuasione. E proprio per questo le fiabe acquistano nel nostro lavoro una importanza fondamentale. L’atteggiamento giusto per noi è rispettare la logica della fiaba, non asservirla ai contenuti educativi che pure in essa sono presenti (la favola invece è un racconto con una sua morale -la morale della favola, appunto- costruito tutto intorno e in funzione di un insegnamento ben preciso). Rispettare la sua verità è un modo per rispettare il bambino e noi stessi. Italo Calvino diceva: “Le fiabe sono vere”. E quindi in qualche modo basta saperle far parlare, lasciarsene coinvolgere vivendole in prima persona. Bisogna dare voce a ciò che suggeriscono anche se ci portassero al di là, oltre ciò che volevamo e sapevamo di dover dire. Certo le storie che raccontiamo e che drammatizziamo con i bambini contengono delle indicazioni morali del tipo: “Attenzione! Solo se si è diversi ed amici ci si può aiutare!”. Ma la nostra vera vocazione è il raccontare fiabe, vivere insieme ai bambini il fascino di avventure magiche ed appassionanti.

Il gioco del pentolone
Se sai già dove ti porta un’avventura, che gusto c’è? Per questo abbiamo inventato il gioco del pentolone che utilizziamo molto nelle scuole materne ed elementari (ma a ben vedere ci si potrebbe giocare anche con ragazzi e adulti oppure in famiglia). Da questo pentolone in cui i bambini hanno riposto (sotto forma di disegni) tanti vissuti, tante gioie e tante paure , scaturirà una storia. Nessuno può sapere come andrà a finire e nemmeno come va ad incominciare. Si sa solo che Carletto, che si è perso, deve tornare alla fattoria e che vivrà una serie di avventure che emergeranno ad una ad una dal pentolone e si concateneranno via via in sequenza. Il gioco funziona così:

  • ogni bambino fa due disegni: in uno disegna una cosa bella, che gli piace, una situazione in cui sta bene; nell’altro disegna una cosa che gli fa paura, che ritiene brutta;
  • questi due disegni vengono messi nel pentolone assieme a tutti gli altri disegni dei suoi compagni;
  • si individuano uno o più personaggi che sono i protagonisti della storia. Soprattutto nelle materne c’è sempre un personaggio (il ragnetto, lo gnomo, ecc…) che i bambini conoscono bene e che li accompagna in molte attività. Noi proponiamo Carletto che è il protagonista di una fiaba che già raccontiamo ai bambini;
  • mentre lasciamo “cuocere” i disegni nel pentolone (ogni tanto aggiungere un po’ di sale di fantasia) spieghiamo ai bambini il gioco;
  • con una formula magica apriamo il coperchio e a turno ogni bambino estrae un disegno a caso, che, ad esempio, raffigura un cavallo. Carletto incontra un cavallo: cosa succede? Il bambino che ha disegnato il cavallo (ma potrebbe anche essere qualsiasi altro bambino) decide che Carletto dà al cavallo una carota e poi se ne va. Nuovamente si torna ad aprire il pentolone e ne esce un mostro. Cosa succede? E così via. Assieme ai bambini inventiamo la fiaba superando in mille modi difficoltà d’ogni genere e incontrando ogni tanto però amici che ci danno una mano.

Voilà: la fiaba è servita!
Una delle tante possibili suggestioni del gioco-fiaba del pentolone è il constatare come ad esempio molti di noi hanno le stesse paure o odiano le stesse cose brutte. Oppure che nei confronti di queste cose spaventose possiamo agire in molti modi. Se Carletto incontra un fantasma, un bambino suggerisce di scappare. Va benissimo. Un altro invece ha visto che bastava entrare dentro il fantasma e lui si dissolveva. Anche questa è una buona soluzione. Un educatore è venuto a sapere che il fantasma ha un debole per le barzellette e a chi lo fa ridere regala un oggetto magico. E così via. Tutte le fiabe ci presentano difficoltà e soluzioni ed è molto importante capire che nei confronti di una paura, di una difficoltà, bisogna tentare strade diverse finchè si trova la propria, quella che si è in grado di percorrere. Le soluzioni alle difficoltà possono essere suggerite dai singoli ma si può anche scegliere la soluzione decisa dal gruppo intero.Occorre una certa dose di coraggio e di arguzia, o l’aiuto di un Alleato (nel pentolone la maestra può aggiungere ad insaputa dei bambini qualche oggetto magico), e anche le difficoltà e le paure (almeno quelle che è bene superare) si possono superare.
La maestra prenderà nota dello svolgersi degli avvenimenti e alla fine (il gioco può durare delle ore ma può essere fatto a più riprese) risulterà una storia che contiene in sè qualcosa delle storie, delle esperienze di tutti i bambini e delle maestre. Per finire si chiede al bambino di disegnare un avvenimento della storia, ad esempio ciò che avviene quando Carletto incontra il fantasma che lui stesso ha disegnato. E voilà, la fiaba è servita, a questo punto tutta la storia è stata disegnata e può essere disposta in bella mostra su un pannello.
Il pentolone “cucina” tutti i disegni, gli elementi della storia ma è importante far capire ai bambini che dagli stessi elementi possono nascere storie diversissime (magari ripetendo più volte il gioco). Se Carletto avesse incontrato il fantasma subito, all’inizio piuttosto che alla fine, cosa sarebbe successo? E’ altrettanto chiaro che gli elementi sono sì importanti ma più importante è la reazione dei bambini, le soluzioni suggerite, che sono sempre diverse.
Una ultima notazione: si può scoprire come alcune cose ritenute brutte dal bambino in realtà non lo siano o non lo siano sempre, oppure siano molto utili come motore della storia, perchè in genere producono molti avvenimenti, molti sviluppi (se Carletto incontrasse solo situazioni belle sarebbe una noia!). D’altra parte si scopre come, ad esempio, l’elemento “gelati”, elemento positivo, se salta fuori spesso (come è realmente successo in una scuola) può far venire il mal di pancia e bloccare al bagno (per una giornata intera!) i protagonisti.

Il punto di vista della creatura

di Alvise Anastasi

Non si può parlare di creatività senza considerare il rapporto tra creatore e creatura, senza prendere per una volta le parti della creatura, assumendone il punto di vista.
Partiamo da questa domanda: che cosa ferma la mano del pittore, che cosa lo induce a considerare il suo quadro come terminato? Una volta ho visto un filmato televisivo dedicato a Mirò che mi ha molto colpito. Il pittore era già anziano e lavorava ai suoi quadri nell’atelier. Si percepiva che questo luogo era qualcosa di sacro e Mirò nel suo lavoro era concentratissimo; la sua azione, il suo dare qua e là delle pennellate, era scandita da altrettanti momenti in cui si fermava ad osservare il risultato. Qualche volta si staccava lentamente dal quadro e si sedeva su una sedia a dondolo per osservarlo con più comodità. Mi ha colpito questa devozione, questo enorme rispetto per l’opera. Mi è apparso chiaro che l’artista è solo uno dei momenti della creazione e non, come invece siamo abituati a considerare, il centro di tutto. Quello che l’artista può fare è di prepararsi a ricevere l’ispirazione, da un lato studiando e impadronendosi delle varie tecniche, dall’altro esponendosi alla vita, caricandosi di suggestioni ed idee. Ma l’atto creativo è qualcosa di più, che supera il creatore e che lo lega molto profondamente al destino della sua creatura.
Picasso diceva: “Io non cerco, io trovo”. Sarebbe sbagliato considerare solamente il punto di vista dell’artista, della sua ricerca, del suo travaglio. L’atto creativo si aggrappa alla creatura, trae senso dall’oggetto creato. Picasso è grande, più grande di altri, non solo perché ha cercato ma soprattutto perché ha trovato. Molti artisti, anzi teoricamente tutti gli artisti, chi più chi meno, cercano, sperimentano, si impratichiscono e si impadroniscono delle varie tecniche. Ma ciò che fa la differenza è che alcuni trovano ed altri invece rivisitano luoghi già scoperti. Se la cosa più importante fosse la tecnica, la dimensione del fare, allora anche il prodotto diventerebbe meno importante. Mirò non si siederebbe ad ammirare un proprio quadro (se non forse per dire: “quanto sono stato bravo”) perché non ci sarebbe più quel legame così profondo tra creatore e creatura.
Ecco perché anche la creatività ha un limite che è dato proprio dalla creatura. La creatività non deve essere intesa tanto come potenza, dominio sulle cose, capacità di trasformare gli eventi ma assume un pieno significato quando è al servizio della creatura. Quando le necessità della creatura sono soddisfatte allora anche il creatore trova il riposo, il pittore smette di lavorare al quadro (per tornare alla domanda dalla quale siamo partiti), l’educatore si ferma ad ammirare il bambino che gioca. Se la creatività fosse solo potenza di produzione, capacità di controllare le cose, non avrebbe limite, non troverebbe riposo.
Quando il piccolo principe di Sant’Exupery incontra l’uomo d’affari si stupisce che quest’uomo si illuda di accumulare ricchezze contando e ricontando le stelle, depositando il loro numero in banca e pensando così di possederle.

– “Io,” disse il piccolo principe “possiedo un fiore che innaffio tutti i giorni. Possiedo tre vulcani dei quali spazzo il camino tutte le settimane. Perché spazzo il camino anche di quello spento. Non si sa mai. E’ utile ai miei vulcani, ed è utile al mio fiore che io li possegga. Ma tu non sei utile alle stelle…” L’uomo d’affari aprì la bocca ma non trovò niente da rispondere e il piccolo principe se ne andò.-

Possedere non è più l’esercizio di un dominio ma un utilizzare-prendersi cura dell’oggetto (che è il contrario della cultura dell’usa e getta o, forse ancor peggio, dell’abitudine di comprare oggetti che poi non useremo né mai ripareremo). Mirò forse può “dominare” la tecnica con la quale dipinge il quadro, ma non può dominare il quadro, la sua opera d’arte, più di quanto possa dominare se stesso. Ammirare il quadro nel suo farsi e portarlo a compimento non risponde alla logica del produttivismo, dell’accumulo senza limiti: il piccolo principe non potrebbe né vorrebbe possedere cento vulcani per lo stesso motivo per cui sarebbe impensabile un Mirò che lavorasse freneticamente per sfornare ogni giorno cento quadri. Il creatore si prende cura della sua creatura ed è per questo che l’atto creativo diventa pienamente tale quando è anche un atto d’amore. Don Milani diceva che un uomo riesce realmente ad amare un numero limitato di persone (non più di 300 o 400, che per me è già una stima da santo) e che bisogna incominciare dai prossimi, da chi ci sta vicino. L’atto creativo ha un termine, ha un limite, si esercita in uno spazio ben definito.
Spesso si parla di creatività come insieme di tecniche (vedi i libri ad uso dei manager) in vista di uno scopo, come se il risultato finale non contasse più di tanto ma fosse importante il come ci si è arrivati. Anche Hitler, da un punto di vista meramente tecnico, potrebbe essere considerato un artista, un geniale uomo di stato che è riuscito a piegare la realtà al suo volere e a creare il Terzo Reich. Ma se la creatura implica distruzione, genocidio e guerra è evidente che, per quanto abbiamo utilizzato tecniche creative, ci siamo allontanati da una strada veramente creativa. Ogni atto creativo è tale solo se si armonizza con la totalità della realtà.
L’articolo che abbiamo riportato dal Notiziario (n°32 del settembre 1996) della Rete Radié Resch ci dà tantissimi suggerimenti e siamo convinti che inserirlo all’interno di questa parte di HP dedicata alla creatività veramente allarga gli orizzonti, ci apre ad una comprensione più profonda di quello che stiamo affrontando. L’articolo di Leonardo Boff può ricordare ad ogni educatore di considerare il proprio lavoro come al servizio di uno spirito di vita, che travalica la dimensione della relazione educatore-educato per raggiungere una dimensione più cosmica. La mistica quotidiana e molto concreta che Boff sta vivendo assieme ai poveri del suo paese, il Brasile, allarga la nostra consapevolezza e ci apre gli occhi su quello che è il nostro ruolo nel mondo. L’uomo è inserito come essere vivente in un grande essere vivente che gli indigeni chiamano Madre Terra, Pachamama. L’uomo è creatura e creatore al tempo stesso ma, accecato dal mercato che vuole il profitto e l’accumulazione lineare crescente, sta diventando il distruttore della natura e il distruttore di se stesso. Solo se sapremo ritornare veramente creativi, ritrovando il limite alla nostra creatività, potremo, come dice Boff, abitare la terra amandola, rispettandola, creatori e creature, fratelli e sorelle di tutti gli esseri viventi.

Pachamama, terra madre della liberazione
di Leonardo Boff, Monica Di Sisto

La macchina di morte che stermina il genere umano è il sistema neoliberale dello Stato minimo, della privatizzazione, che ha come effetto un’esclusione immensa, inimmaginabile. Secondo dati recenti della Banca mondiale la logica dell’accumulazione lineare mondialmente integrata dal capitale esige ogni due giorni una Hiroshima-Nagasaki di vittime umane, cioè 180 mila morti per fame e per degrado. Una realtà di genocidio continua, che sono loro, le stesse vittime, a denunciare e combattere. L’Argentina non mai avuto fame nella sua storia. E’ il Paese con la più imponente esportazione di carne nel mondo. Eppure oggi ci sono regioni in cui non ci sono nè gatti nè cani: se li sono mangiati tutti. In Brasile io ci vivo: 150 milioni di abitanti, un progetto sociale del governo per soli 80 milioni di persone, gli altri 70 milioni restano tagliati fuori, senza speranza.
Cosa fa la chiesa? Ci sono i vescovi-autorità religiose, che stanno nei palazzi, in diocesi, nei loro spazi chiusi, sacrali, e ci sono vescovi che gridano, profeti inascoltati. La lotta ormai non è più lotta di liberazione, ma di sopravvivenza. La teologia della liberazione in questo contesto diventa teologia della vita, teologia che garantisce un pasto al giorno per tutti. Io e mio fratello Waldemar abbiamo messo in piedi a Petropolis, settanta chilometri da Rio de Janeiro, il S.E.O.P. – Servizio di educazione e organizzazione popolare. Tredici operatori per dodici favelas, millecinquecento bambini di strada che ogni giorno mangiano il grande minestrone comunitario e frutta, si incontrano, attivano contatti umani, iniziano un percorso di coscientizzazione. Alternative: la fame e la disperazione. Organizzare la zuppa è un atto altamente evangelico, è un atteggiamento pastorale, l’unico possibile nei confronti degli affamati. Perché mai come oggi la chiesa si deve chiedere come lavorare con gli esclusi, quelli che non hanno lavoro che non sanno come mangiare, dove vivere. Un dio di vita contro gli dei di morte. Un dio di vita che non passa per le curie, per quel Vaticano che è solo un sistema di potere, interessato all’autofinalizzazione della chiesa. Pochi si chiedono, in quei grandi palazzi romani, in funzione di chi esiste la chiesa, come se essa avesse in se stessa un fine.

Vecchio, stanco, mondo
La teologia della liberazione intende se stessa come parola seconda. La prima parola spetta alla pratica di liberazione contro l’oppressione, ogni volta concreta, degli indios, delle popolazioni negre, delle donne, dei “sem terra”, in America Latina come in Asia, in Africa. Al centro sta il processo reale di liberazione che i poveri, gli oppressi mettono in atto quando si organizzano. Quando i cristiani, sia come soggetto di questo processo che come alleati, come chiese, fanno una riflessione su questa pratica, nasce quella che chiamiamo teologia della liberazione. In questo senso sono convinto che sia una teologia sempre vivente, e che avrà sempre futuro nella misura in cui ha futuro la lotta di resistenza e di liberazione dei cristiani contro l’oppressione concreta dei propri simili. Oggi, negli anni Novanta, la sfida principale è la denuncia profetica e chiara dell’immensa e sanguinaria esclusione che Paesi interi, classi sociali intere, milioni di persone patiscono.
La seconda grande sfida è quella ecologica, un tema su cui convergono sia il Nord che il Sud del Mondo perché il pericolo è comune dell’umanità intera. Le chiese sono sempre state ostaggi di un certo antropocentrismo, di una certa lettura dei testi delle scritture che portavano a considerare l’essere umano al di sopra delle cose, e non insieme alle cose. Non ci si deve chiedere oggi che futuro ha la chiesa, o il cristianesimo, ma che futuro ha il pianeta terra, l’umanità e in che misura il cristianesimo può aiutare a garantire questo futuro che non è affatto scontato.
Il nuovo paradigma di benevolenza, di fratellanza, di convivenza con la natura è l’insieme di sogni di atteggiamenti, di pratiche che fanno la persona umana, uomo e donna, esseri insieme ad altri esseri, una specie che non distrugge gli altri ma che condivide l’avventura planetaria e cosmica, e che si assume la sua responsabilità etica di essere l’angelo custode della natura e non il satana della natura. Il mercato vuole il profitto e l’accumulazione lineare crescente. Questa voracità porta alla distruzione delle risorse e pone in pericolo l’equilibrio fisico e chimico del pianeta Terra. Già lo diceva Gandhi: “la terra può alimentare tutte le persone, però non è sufficiente per la voracità dei consumisti”. Abbiamo di fronte una rivoluzione culturale che deve far nascere un nuovo modello di società, una economia della sufficienza al posto di un’economia della mera crescita dei beni e dei servizi.

Dagli indigeni un nuovo paradigma
Bisogna superare il tema “sviluppo sostenibile” che è un discorso proprio dell’ecocapitalismo, profondamente falso. Non bisogna infatti più discutere di sviluppo sostenibile, ma di società sostenibile, di pianeta sostenibile. Il primo infatti non ha superato ancora il paradigma della crescita infinita, che ha come presupposto una prima illusione – l’inesauribilità delle risorse – e una seconda illusione, il fatto che si possa portare all’infinito questo modello di sviluppo, che invece non è universale, nè universalizzabile. Quello che è sostenibile per le culture andine non lo è altrove, perché nelle culture andine non c’è questa idea di accumulazione lineare, ma c’è una cultura della sufficienza per tutti, della condivisone, della socializzazione di tutti i beni, della soddisfazione delle esigenze collettive, ma non a scapito della natura. Gli indiani d’America erano particolarmente ghiotti di fagioli rossi, che trovavano in grandi quantità nelle tane dei topi del deserto. Quando scovavano uno di questi rifugi ne tiravano fuori i fagioli rossi, ma ci lasciavano altre granaglie e alla fine pregavano l’amico topo di perdonarli e di accontentarsi del cambio. Una persona maya lavora cinquantatré giorni all’anno per alimentare una famiglia di cinque persone, e gli altri giorni condivide la vita della comunità nella costruzione di scuole, templi, e partecipa della gratuità della vita, delle feste, del teatro, della convivenza. Questa forma di organizzazione è altamente umana, ha il diritto di essere rispettata e non assoggettata all’oppressione della politica mondiale.
La disoccupazione strutturale causata dall’evoluzione tecnologica e dalla prescindibilità del lavoro umano dobbiamo salutarla come un processo irreversibile. L’ecologia mentale vuole rielaborare la tradizione della solidarietà tra esseri viventi, della compassione come “sentire con” gli altri esseri, nella stessa origine, nello stesso destino, nella stessa avventura planetaria. E’ trattare la terra non come un insieme di metalli, rocce, polvere e acqua, ma come la “pachamama”, la grande madre recuperando il discorso delle culture originarie alla luce del simbolo più contemporaneo della terra come un superorganismo vivo, Gaia. Le persone umane sono dunque figli e figlie della terra, di questa terra che sente, che ama, e non sono semplicemente esseri che ci vivono castigati e aspirano all’altro mondo.
Bisogna inoltre capire che la terra non è sola nell’universo ma è solo una particella nell’universo più ampio, solare, galattico. Il nostro corpo è fatto di materiali che sono più vecchi della terra e del sistema solare, sono elementi quasi infiniti che entrano nel corpo. Tutti i viventi, dall’ameba originaria all’uomo sapiens sono fratelli e sorelle, perché hanno lo stesso codice genetico, sono fatti con lo stesso sistema alfabetico della vita, e questa esperienza totale di comunione li deve aiutare a costruire il nuovo paradigma. E’ un ritorno alla terra come patria, anzi la “matria” comune di Dio.

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7. Creatività artificiale

di Alvise Anastasi

Che cos’è la creatività dell’uomo e che cos’è la creatività della macchina; Kasparov, il grande campione di scacchi battuto da un computer. Ma come può essere creativo un programma di un calcolatore? Per Hofstaedter esiste una misteriosa ma chiara connessione tra creatività e la bellezza.

Quando Garry Kasparov, il geniale campione mondiale di scacchi, è stato battuto ripetutamente da un computer, per me e per altri milioni di scacchisti è stato uno shock. Ero convinto infatti che gli scacchi fossero un’arte e non solo un gioco. A favore di questa tesi avevo molti argomenti tra cui innanzitutto la bellezza del gioco in sè, lo stupore che provavo di fronte alla profondità di alcune mosse, la presenza di uno stile peculiare ad un giocatore come esiste lo stile di un musicista o di un pittore . E in più la mia ammirazione per gli scacchisti, per gli artisti della scacchiera, per la loro genialità, per il mistero che si portano dentro. Tutto questo devo dire che è stato messo in crisi, anzi, in un primo momento, è proprio crollato. Se un computer può battere Kasparov e qualsiasi altro scacchista, se può battere un uomo, ci sono due possibilità: o gli scacchi non sono arte, oppure i computer fanno arte. Come umano o come uomo (che differenza c’è tra questi due “come” quando vediamo un computer fare ciò che è umano?) già mando giù a fatica la prima ipotesi, ma per la seconda proprio mi ribello e quindi non mi resta che ammettere la sconfitta, la morte di un mito. Oppure c’è ancora una terza via che è quella di ripensare a cosa significa profondità, arte, gioco, e infine uomo e computer. Ci aiuta in questa ricerca un brano di Douglas R. Hofstadter, tratto dal suo libro fondamentale Goedel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante (1979), edito da Adelphi per fortuna anche nella collana economica, libro fondamentale per chi voglia iniziare a percorrere i sentieri dell’intelligenza artificiale, ma non solo. Infatti uno dei meriti principali di questo lavoro è di aver mostrato la complessità di un argomento del genere collegandolo continuamente alla “complessità” dell’uomo, con costanti riferimenti alla filosofia, alla mistica zen, alla scienza, all’arte, alla musica, ecc… In particolare il brano Creatività e casualità si chiede come possa un programma essere creativo. La risposta di Hofstadter è chiara e oscura allo stesso tempo, ma indica una direzione, la connessione tra creatività e bellezza. Il mistero è ancora tutto da esplorare e questo brano, forse “difficile” per il lettore che pretende una risposta esatta, è un invito alla ricerca.
Da parte mia, elaborato il lutto per la morte di un mito, ho ricominciato a trovare gli scacchi ancora belli e, uscito dallo sconforto (la bellezza ci rincuora!), sono tornato a giocare e ad ammirare le partite, sia degli umani che dei computer. Uno scacchista ha sostenuto, su una rivista, che le corse sui cavalli o quelle automobilistiche non hanno soppiantato la corsa sulle gambe. La macchina è più veloce ma il fascino di una partita tra due giocatori c’è ancora. Qualcosa questa esperienza me lo ha insegnato e innanzitutto che non dobbiamo aver paura dell’avvento dei computer musicisti , se mai ci saranno. Dopo un primo momento di smarrimento, la bellezza della musica ci salverà. Se sapremo ascoltare.

Creatività e casualità di Douglas R. Hofstadter
E chiaro che stiamo parlando della meccanizzazione della creatività. Ma non è questa una contraddizione in termini? Lo è quasi, ma non lo è realmente. La creatività è l’essenza di ciò che non è meccanico. E tuttavia ogni atto creativo è meccanico. Esso ha una sua spiegazione, non meno di quanto ce l’abbia una crisi di singhiozzo. Il substrato meccanico della creatività può essere nascosto, ma esiste. D’altra parte, fin da oggi vi è qualcosa di non meccanico nei programmi flessibili. Ciò può non essere ancora creatività, ma quando i programmi cessano di essere trasparenti ai loro creatori, allora si comincia ad avvicinarsi alla creatività. E’ un luogo comune dire che la casualità è un ingrediente indispensabile degli atti creativi. Questo può essere vero, ma non ha alcuna influenza sulla meccanizzabilità, o meglio sulla programmabilità, della creatività. Il mondo è un enorme ammasso di casualità; quando un po’ di casualità si rispecchia nei nostri cervelli, questi ne assorbono una quantità. Di conseguenza, le strutture di attivazione dei simboli possono muoversi lungo percorsi che sembrano i più casuali possibile semplicemente perché derivano dall’interazione con un mondo pazzo, casuale. La stessa cosa succede anche con i programmi. La casualità è una caratteristica intrinseca del pensiero, non qualcosa che deve essere “inoculato artificialmente”, con dadi, nuclei che decadono, tavole di numeri casuali o qualunque altra cosa venga in mente. E’un insulto alla creatività umana insinuare che essa dipenda da tali sorgenti arbitrarie.
Ciò che ci appare come casualità spesso è soltanto il risultato dell’osservare qualcosa di simmetrico attraverso un filtro “che distorce”. (…) Proprio come la scienza è permeata a tutti i livelli e in ogni momento di “rivoluzioni concettuali”, così il pensiero di ogni individuo è continuamente attraversato da atti creativi. Questi non si riscontrano solo al livello più elevato; si trovano dappertutto. La maggior parte di essi sono di poco conto e sono già stati compiuti milioni di volte, ma sono parenti stretti degli atti più altamente creativi e originali. I programmi oggi non sembrano produrre ancora queste innumerevoli piccole creazioni. La maggior parte di ciò che fanno è ancora assolutamente “meccanico”. Questa è la riprova del fatto che essi non simulano da vicino il modo in cui pensiamo; ma ci si stanno avvicinando. Forse ciò che differenzia le idee altamente creative da quelle ordinarie è una certa qual combinazione del senso della bellezza, della semplicità e dell’armonia. In una delle mie “meta-analogie” preferite io paragono le analogie agli accordi. Il concetto è semplice: idee superficialmente simili spesso non sono collegate in modo profondo; e idee collegate in modo profondo spesso sono molto diverse in superficie. L’analogia con gli accordi viene naturale: le note materialmente vicine sono armonicamente distanti (per esempio mi, fa, sol o, nella notazione inglese, E,F,G), mentre le note armonicamente vicine sono materialmente distanti (per esempio sol, mi, si, che, nella notazione inglese, ci danno tre lettere ben note: G,E,B).  Idee che hanno lo stesso scheletro concettuale risuonano in una sorta di analogo concettuale dell’armonia; questi “accordi di idee” armoniosi hanno componenti molto lontane, se misurate su una “immaginaria tastiera dei concetti”. E naturalmente non è sufficiente allargarsi sulla tastiera e battere tasti a caso: si può colpire una settima o una nona! Forse la presente analogia è come un accordo di nona: esteso ma dissonante.