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Autore: admin

10. Il centro Zanichelli

di Maria Rachele Via, educatrice

La nascita con un ristretto gruppo di utenti, la crescita e la progressiva apertura sul territorio grazie ad attività esterne. La storia e le trasformazioni di un centro diurno a San Lazzaro, alle porte di Bologna.
Il centro è nato nel 1980, si è partiti con un gruppo di cinque utenti per arrivare, nel 1985, e quindici utenti, divisi in due gruppi ben distinti, adolescenti e adulti con dodici educatori. Ora, nel 1998 due educatrici del centro diurno sono distaccate dall’organico del centro ed integrate al Servizio Handicap Adulti del Distretto; otto tra educatori e educatrici garantiscono la conduzione del centro socio-riabilitativo, mentre una nona unità, avvicendandosi sul centro, svolge quotidianamente attività educative e di laboratorio con ragazze con handicap medio-grave del territorio; mentre entro la fine dell’anno verranno attivati due ulteriori nuovi servizi, un gruppo “educativo-abilitativo” per utenza con deficit definiti come “intermedi” ed un “laboratorio protetto e di transizione al lavoro” per chi, handicappato, conclude i percorsi formativi ma necessita di una ulteriore presa in carico dai servizi per tentare un avviamento lavorativo.
Tutte queste molteplici realtà, pur godendo di una propria autonomia e specificità, sono e rimarranno comunque riconducibili ad un comune nucleo di “pensiero” e di regia educativa, che nasce ed ha come punto di riferimento il centro socioriabilitativo. E’ questo a nostro avviso uno degli aspetti originali e qualificanti la nostra esperienza. Nel disegno che stiamo progressivamente delineando, infatti, verrà mantenuto un alto livello di scambio e di elaborazione condivisa fra le diverse realtà, tutte riconducibili all’ambito della rete dell’offerta complessiva del servizio handicap adulto di Distretto; collocandoci in una mappa che vedrà il centro socio-riabilitativo, il gruppo ‘intermedio”, il laboratorio, funzionare in modo integrato ed in raccordo costante con gli interventi sul territorio. In questo modo pensiamo davvero di “essere in rete” dando a questa espressione un significato pieno, di costruzione di un pensiero ricomposto ed in evoluzione attorno ai bisogni globali ma originali espressi dalla persona handicappata.

Una elaborazione sviluppata “passo passo”
Andrea Canevaro, direttore del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna, individua nel bisogno di mettersi in comunicazione con gli altri una delle ragioni fondanti del servizio di rete; possiamo ritrovare in questa affermazione lo stesso bisogno che ha mosso il gruppo di lavoro del Centro Zanichelli , sia nel dare visibilità alla riflessione condotta sul proprio lavoro quotidiano, con la scrittura del libro “Essere adulti, essere handicappati” e gli altri materiali di documentazione ad esso seguiti, sia nel proporsi con forza come “partner dialoganti” nei confronti del servizio handicap adulto (nato nel 1992).
La cosa che più ci preme sottolineare è il tipo di percorso effettuato: non una scelta di orizzonte teorico effettuata “a monte”, e dalla quale far discendere una metodologia di lavoro e delle linee operative, ma una elaborazione sviluppata “passo passo”, per tentativi e riformulazioni, a partire dall’esperienza concreta, da circostanze favorevoli e dall’incontro fra operatori di servizi diversi e fra questi ed i bisogni reali espressi dagli utenti. E’ stato questo percorso, sostenuto dalla tensione all’apertura degli operatori, a produrre nei fatti la costruzione, ancora tutta “in progress”, di una visione di rete rispetto alla presa in carico delle persone e alle prospettive di vita da costruire con loro.
E’ possibile riscrivere questo stesso racconto usando categorie concettuali diverse.
La prima è il riconoscimento, da parte della responsabile e dei referenti territoriali del servizio sociale di distretto, della professionalità maturata dagli operatori del centro. Questo ha significato individuarci come interlocutori non solo per tutto quanto ruotava e ruota ancora attorno alla vita del centro, ma anche per la presa in carico in senso più ampio delle persone adulte con problematiche di handicap, grave ma non solo. Ha voluto altresì dire la capacità di assumersi, in veste di interlocutori, una richiesta forte di apertura e messa in circolo di riflessioni, di esperienza, di elaborazioni che sempre più sono andati orientandosi verso percorsi concreti intrecciati e condivisi.
La seconda riguarda la caratteristica della territorialità che noi abbiamo avuto fin dalla nascita, in quanto centro diurno, ma che nel tempo ha assunto connotati sempre più reali e ci ha orientato nel nostro cammino di apertura e di incontro con il servizio handicap adulto. Se guardiamo le cose nell’ottica del centro, il termine territorialità ha assunto per noi, oggi, una forte connotazione di senso, che è andata a sostituire il vecchio slogan, ormai consunto, della socializzazione. Non abbiamo più bisogno di rincorrere la socializzazione, perché siamo noi stessi che oggi ci riconosciamo come “sociale” all’interno della socialità più ampia che ci contiene e con la quale, in una dinamica aperta e circolare, scambiamo “quotidianità”; si tratta di un mosaico di piccoli gesti che vanno dalla presenza ormai costante di utenti diversi da quelli “storici” con cui siamo partiti e dei loro famigliari, agli oggetti che creiamo, produciamo, esponiamo e vendiamo, al giornalino nel quale ci raccontiamo per l’esterno, alle collaborazioni con realtà diverse, come il servizio di volontariato Ausilio (sostegno alle persone anziane o impossibilitate a muoversi da casa) o il WWF, ed altre ancora.

La qualità di vita
Nel libro del centro Maura Forni parla della “avventura della crescita e del cambiamento che chiama alla prova gli educatori e le educatrici all’interno del servizio”; penso che sia stata proprio la necessità di riconoscere ed assumere fino in fondo questa sfida, la molla che ha permesso di saper vedere come si modificavano nel tempo le caratteristiche ed i bisogni delle persone di cui ci si prendeva cura. Compiere questo primo, decisivo passo ha inevitabilmente messo in moto un processo di trasformazione sia del servizio, sia del modo di lavorare al suo interno. Oggi, accanto alla forte proiezione esterna prima descritta, rimane il quotidiano impegno degli educatori delle educatrici per il mantenimento della qualità di vita all’interno del Centro Zanichelli.
Dare concretezza all’espressione “qualità di vita” ha voluto dire in primo luogo prestare la massima attenzione alle caratteristiche dell’ambiente concreto, quotidiano, all’interno del quale la vita del centro si svolge, operando in una direzione di sempre maggiore “facilitazione dell’esistenza”, una organizzazione di tempi e spazi quotidiani in grado di garantire al contempo stabilità e flessibilità; la composizione dei gruppi di convivenza e di attività basata sulla reciproca compatibilità e piacere di stare insieme, quindi oltre gli stretti vincoli anagrafici o di “patologia”.
In secondo luogo sottolineiamo l’importanza del “lavoro di gruppo”, nella sua duplice accezione: sia come spazio dato alla verifica-elaborazione condotta nel gruppo di lavoro e con il supervisore; sia nel senso di arrivare ad essere, nel tempo, un “gruppo che tiene”, ossia un gruppo addestrato ad essere elastico, a rivedere e modificare continuamente le proprie teorie e strategie, ad avere un pensiero unitario, una “mente di gruppo che sostiene e supporta l’azione del singolo; le sue angosce e i suoi momenti di impasse”.
Cogliere il processo ricorsivo tra passato, presente e futuro, e farlo proprio, dà la possibilità di costruire una storia con radici e con una crescita che si alimenta appunto con la riflessione sulle cose fatte, che integrano e supportano il presente ed alimentano le ipotesi future.

Le fatiche del cambiamento
Mantenere sempre aperta questa “doppia finestra” costa sicuramente qualcosa, in termini di investimento di energie, a tutti noi educatrici ed educatori. Probabilmente sarebbe più facile, più rassicurante, rimanere dentro i confini già conosciuti delle singole situazioni, ognuno su di un’isola non soggetta a ridefinizioni, sollecitazioni, anziché questo lavorio continuo che fa si che sul consolidato si innesti periodicamente il nuovo, l’incerto.
Eppure e proprio questa la sfida; da un lato non lasciare che la routine si appiattisca in monotonia, mantenere la tensione verso il possibile anche nel nostro lavoro al centro, con gli utenti “storici”, presenti da tanti anni, fare in modo che ciò che si muove all’esterno possa trasformarsi in opportunità anche per l’interno. Parallelamente, lavorare sulla costruzione del nuovo al di fuori di noi permette non solo di “esportare” delle competenze ed un sapere, ma offre anche opportunità di cambiamento e ricarica a chi da tempo lavora nei servizi diurni. Se fatica c’è, pensiamo comunque che ne valga la pena.
Nell’articolo ripreso da Askesis, Canevaro concludeva con una osservazione che facciamo nostra e che ci piace proporre come punto di arrivo e, insieme, nuova partenza del nostro percorso: “La logica dei servizi a Rete può essere moltiplicazione delle risorse e razionalizzazione, non in senso di taglio e nel senso della penalizzazione del sacrificio delle risorse stesse, ma della valorizzazione delle competenze e del loro incontro con le realtà di base”.

7. “Ci vediamo in via Tasso”

di V. Giuliani e L. Magli, educatori

Una semiresidenza per persone con problemi psichiatrici. Con una frequenza di 30-40 presenze al giorno, il centro offre un serie di attività molto varia, dall’arte alla musica, dalla lettura del giornale al canto… L’aquisizione di capacità lavorative per entrare nel mondo del lavoro.

Come si arriva alla semiresidenza

La Semiresidenza non è da considerarsi per l’utente un’alternativa ai colloqui terapeutici con lo psichiatra, ma è un’ulteriore possibilità a disposizione di questi qualora ritenga, e l’utente sia d’accordo, vi sia un beneficio possibile frequentando la semiresidenza, in una logica di servizi collegati a rete che lavorano in équipe.
L’invio dell’utente alla Semiresidenza avviene attraverso una richiesta formale del medico psichiatra (équipe inviante) in cui si motiva la proposta di attivazione di un progetto riabilitativo.
Una volta accettata la proposta all’utente viene assegnato un educatore professionale ed un tecnico USL che hanno il compito di stilare un primo progetto d’intervento che, di solito, prevede, attraverso un iniziale rapporto individuale, una fase di osservazione e di conoscenza con l’utente.
I progetti hanno come finalità quella di promuovere, valorizzare, raggiungere il livello massimo di autonomia possibile attraverso l’uso di attività individuali e di gruppo (e tramite lo strumento degli inserimenti formativi e lavorativi). Hanno inoltre come finalità la socializzazione attraverso spazi di relazione e comunicazione.
Per autonomia si intende una serie di capacità che la persona con problemi psichici o non ha mai avuto o ha perso durante la sua malattia ad esempio: curare il proprio corpo e la propria persona lavandosi da solo, pulendo e stirando i propri vestiti; imparando a cucinare, e ancora la capacità di lavorare, di acquisire o riutilizzare una professionalità acquisita ma non più usata da tempo rispettando le regole del lavoro e assumendosi le responsabilità connesse a questo.
Per socializzazione si intende la capacità di stare in relazione con altre persone, capacità necessaria per uscire dall’isolamento e dalla chiusura in cui la persona si trova rispetto al mondo esterno.
In Semiresidenza si stimola questa capacità all’interno delle attività di gruppo e creando momenti di incontro con la realtà circostante: uscite nei luoghi di ritrovo della città, gite, vacanze ecc.
Educatore e tecnico quindi diventano i referenti con i quali l’utente potrà, concordare, verificare e modificare il proprio progetto riabilitativo. Per ogni utente viene attuato un progetto individualizzato che tiene conto dei suoi bisogni, risorse, capacità e difficoltà. Il progetto, fin dalle sue prime fasi viene concordato con l’équipe inviante del territorio.
Dal periodo di osservazione e dall’approfondimento della relazione educatore/utente si individuano i bisogni e le possibili aree dintervento: larea della cura del sé, del proprio corpo, dei propri spazi di vita; l’area espressiva; l’area lavorativa.
Alla Semiresidenza l’utente viene non per rimanere tutta la giornata ma per svolgere le singole attività di volta in volta concordate tra lui, l’équipe inviante e l’equipe della Semiresidenza Tasso.

Le attività e le loro tre funzioni
Le attività indicate sono diverse (cinema, decorazione, canto, attività di cucina…) e variano a seconda dei bisogni dell’utente. Pur avendo differenti finalità esse hanno in comune una triplice funzione:

  • quella principale è di essere strumento di mediazione per la favorire la relazione e lo stare insieme in gruppo. Il gruppo stesso diventa agente di cambiamento e funziona come un “microcosmo sociale” in cui sperimentarsi, confrontarsi e apprendere.
  • La seconda funzione si riferisce all’apprendimento dei contenuti specifici: imparare a cucinare, a prendersi cura del proprio corpo ecc.
  • La terza funzione è quella di offrire la possibilità di creare occasioni di incontro e di relazione con la realtà circostante, “il territorio”, utilizzando anche la propria creatività (attraverso ad esempio mostre realizzate da noi ecc..) per favorire un reinserimento ed evitare che le relazioni dell’utente si sviluppino solo all’interno della struttura.

Nell’attività l’educatore ha il compito di seguire il percorso individuale dell’utente, il percorso evolutivo del gruppo e gli obiettivi prefissati dell’attività stessa. Alcune attività utilizzano anche le competenze specifiche di esperti quali: maestri d’arte, istruttori ISEF , meccanici.

L’inserimento nel mondo del lavoro
Un obiettivo che la struttura si pone rispetto ad alcuni utenti è la ridefinizione dell’autonomia personale connessa anche all’acquisizione di capacità lavorative, essendo il lavoro per persone adulte del nostro contesto sociale, uno strumento importante per l’automantenimento economico, per l’identità personale e sociale, e per la propria autorealizzazione.
In questi anni sono state attuate molte esperienze d’interventi terapeutico-riabilitativi in situazione lavorativa, utilizzando canali e strategie diverse:

  • esperienze con persone in grado di sostenere un inserimento o reinserimento vero e proprio nel mondo del lavoro, conclusosi in alcuni casi con assunzioni in aziende private;
  • esperienze di inserimenti con finalità formative per persone non ancora in grado di sostenere una situazione lavorativa stabile e continuativa, che consentano un approccio graduale al mondo del lavoro;
  • esperienze protette di stage di gruppo con finalità formative e di osservazione delle abilità e capacità degli utenti da parte degli operatori, che consentano di delineare possibili percorsi di avvicinamento al lavoro;
  • esperienze lavorative ad impronta occupazionale.

L’educatore è in alcuni casi un supporto, e porta un sostegno per l’utente attraverso colloqui e verifiche con lui e/o la ditta; in altri casi all’inizio dell’inserimento, affianca l’utente sul posto di lavoro; nelle situazioni di stage di gruppo è il gestore dell’attività ed effettua un affiancamento costante e continuativo per tutta la durata dell’esperienza.
Rispetto alla ricerca di mercato, si sono creati canali con l’ufficio di collocamento, la Provincia, alcune aziende pubbliche e private, associazioni di categoria, enti formativi.
Allinterno della semiresidenza è attivo un gruppo di lavoro composto da educatori e assistenti sociali della Semiresidenza e dei Centri di Salute Mentale territoriale, che si riunisce settimanalmente con la finalità di fare “ricerca di mercato”, ovvero sulle possibili situazioni da utilizzare per gli inserimenti lavorativi, per supportare dal punto di vista organizzativo gli educatori che attivano gli inserimenti lavorativi, ed elaborare le esperienze che vengono fatta mano a mano.

6. Sentimenti e adolescenti

di Cristina Pesci, psicoterapeuta

Gli educatori e i tecnici hanno cercato di lavorare non solo sul piano della motricità, degli apprendimenti, dei comportamenti ma anche sui sentimenti dei ragazzi. Un luogo che crea occasioni più che regole, percorsi più che appuntamenti.

Nasce il Centro Fandango

Fandango è una proposta educativa offerta dall’Aias (Associazione italiana assistenza agli spastici) a un gruppo di adolescenti disabili. Il suo nome, il suo progetto dinamico e variabile nel tempo, le scelte delle modalità di presa in carico degli utenti e delle loro famiglie, il continuo confronto con i referenti AUSL, la permanenza a tempo determinato degli utenti che lo animano, la presenza a 15 ore settimanali di una Pedagogista e di un medico-psicologo, l’orario degli appuntamenti e degli incontri che lo caratterizzano, hanno costruito una identità visibile nel panorama dei servizi per persone disabili di Bologna. Questa identità è stata riconosciuta da un lavoro che in otto anni ha visto alternarsi la collaborazione ricca e ripetuta con i neuropsichiatri infantili delle AUSL attraverso il rinnovato inserimento di utenti adolescenti, in uscita dalle scuole medie.

La relazione ed il coinvolgimento
L’adolescenza, l’età giovanile, nonostante la presenza di deficit spesso gravi (tali comunque da non permettere l’inserimento dei ragazzi all’interno di percorsi formativi professionali o scuole superiori) sono il cardine primario su cui si sono costruiti idee e progetti di lavoro del Centro. Attorno a questa primaria realtà legata alla età degli utenti, si sono sviluppati binari privilegiati sui quali hanno preso forma le finalità e la metodologia del Centro. Il lavoro imposta le sue basi sulla RELAZIONE e sul COINVOLGIMENTO e dipana i suoi principi verso tre direzioni:

– dimensione soggettiva dell’utente ( ciò che è, che pensa, che desidera, che racconta …)
– dimensione familiare
– dimensione relazionale
– con i coetanei
– con adulti significativi (educatori e altre figure che dall’esterno collaborano con Fandango).

La CREAZIONE di LEGAMI umani e con l’ambiente, la loro motivazione, la responsabilità che ne deriva, lo scambio tra persone interessate a conoscersi e a percorrere un tratto di strada insieme, sono l’oggetto su cui si sofferma il lavoro degli operatori (educatori e tecnici: gli ET come è spiegato nella pubblicazione “Da Nippur a Ebron”, a cura del Centro Fandango).
Questo sfondo, comune a ciascuna successiva scelta operativa, necessita di un continuo confronto tra tutte le figure che vi partecipano: in gioco sono i legami tra gli utenti, con gli operatori; le relazioni degli operatori tra loro; lo scambio con le famiglie e non ultima la collaborazione con i colleghi dei servizi AUSL.
Questa precisa IDENTITA’ di intervento si è sviluppata, accresciuta, modificata nel tempo in cui Fandango ha svolto la sua attività, perché diversi nel tempo sono stati gli utenti, le famiglie, le loro reazioni, gli incontri con la quotidianità esterna, le referenze, le scelte dei servizi, gli interessi,

L’attenzione ai sentimenti
Invece di limitarsi a volere indurre nei ragazzi che accedevano al Centro prestazioni più normalizzanti sul piano della motricità, degli apprendimenti, dei comportamenti, l’attenzione degli operatori (ET) ha cominciato a rivolgersi ai sentimenti suscitati dalle disabilità per cercare di capire anche i motivi che stanno dietro alcune condotte dei ragazzi. A poco a poco le nostre idee sugli interventi da usare sono andati sempre più modificandosi e sintonizzandosi.
Il percorso ha via via reso più visibile come da parte di molti evidentemente ci si aspetti ancora, in questa fascia di età, di recuperare abilità non acquisite negli anni precedenti tipiche dell’età evolutiva (leggere, scrivere, calcolare, stare in piedi, orientarsi nello spazio e così via).

Un esercizio che non si esegue senza rete
Non dare attenzione solo a queste aspettative ha evidenziato gli effetti positivi che potevano derivare soltanto dall’interazione con persone INTERESSATE e DISPONIBILI a giocarsi in prima persona.
Questo non e un esercizio che può essere eseguito senza rete, senza un luogo, uno spazio e un tempo in cui dare parole a ciò che succedeva dentro quei legami e alle proposte che ne conseguivano.
In questa ottica le riunioni del gruppo degli operatori ha rappresentato il contenitore in cui confrontare in senso collegiale, accadimenti, informazioni, idee nuove, il significato degli interventi e delle scelte con gli utenti e le loro famiglie, i moti emotivi collegati alla complessità di tanti apporti. Sempre meno ha occupato gli intenti del gruppo di lavoro l’idea di fornire un contenitore programmato e codificato a priori, consapevoli che la scusa di recuperare competenze o migliorare autonomie ha spesso nascostamente la funzione di esentare l’operatore dalla fatica di scoprire, attraverso un lavoro di elaborazione delle proprie emozioni e dei propri meccanismi di difesa, che cosa può esso stesso aver fatto per facilitare o inibire le reazioni dei ragazzi utenti.
Attribuendo la risposta degli utenti alla presenza del deficit, alla loro storia passata, c’era il rischio di non prestare la necessaria attenzione alla situazione presente, perdendo occasioni per migliorare la qualità dei rapporti tra i ragazzi coetanei, il personale del Centro, le scoperte del mondo fuori da Fandango: in fondo rinunciare a proiettarsi in un futuro. OVVIO che tutto questo più che certezze crea incertezze, più che regole crea occasioni, più che ordine crea disordine, più che programmi e obiettivi, percorsi e appuntamenti…

6. Un profilo incompleto

a cura di Nicola Rabbi

L’associazione più rappresentativa degli educatori professionali (ANEP) contesta il decreto sotto vari aspetti. L’educatore viene a dipendere da figure professionali mediche e la riabilitazione viene concepita in termini riduttivi. Anche l’università, i centri di formazione non sono d’accordo sulla normativa.
Intervistiamo Manuela Salani, presidente dell’ANEP (Associazione Nazionale Educatori Professionali), in merito al decreto proposto dal ministro della Sanità.

Recentemente i delegati dell’ANEP si sono riuniti per discutere su questa normativa: che cosa è emerso, qual’è la posizione dell’associazione?
È stata riconfermata la linea dell’associazione che contesta il decreto in vari punti. Da questo testo emerge un profilo professionale che non corrisponde a quanto fa un educatore all’interno del servizio sanitario. Viene posto un accento eccessivo sulle tecniche e inoltre la figura dell’educatore viene a dipendere da altre figure professionali, come quelle mediche. Rispetto agli spazi di verifica e di progettazione il tecnico dell’educazione non ha spazi di autonomia. Questo decreto porta con se un modo riduttivo di concepire la riabilitazione; questa deve essere il frutto dello sforzo congiunto di diverse professionalità (medici, educatori, neuropsichiatri, terapisti…) e non si deve fermare al livello del servizio.

Il decreto e quanto lei ha detto fin d’ora, riguarda solo una fetta di educatori; gli altri, la maggioranza, lavoranon nel settore sanitario ma in quello sociale: che riflessi avrà questo decreto per loro?
Infatti, l’educatore non è una figura sanitaria, anche il decreto Degan lo diceva. L’educatore ha senso là dove apporta un approccio pedagogico; come lo psicologo o l’assistente sociale hanno uno specificità ben definita, cosi deve essere per l’educatore. Invece il decreto riguarda solo un aspetto della sua professionalità; la figura dell’educatore deve invece essere unitaria e polivalente. Un modo per uscire da queste contraddizioni sarebbe quello di approvare una legge quadro ad hoc, che preveda l’iter formativo, l’albo, l’inquadramento…

È molto probabile che il decreto passerà cosi come è stato scritto: come vi muoverete allora come ANEP?
Si, il decreto passerà, ma noi vogliamo far sentire la nostra voce; ci muoviamo in accordo con il sindacato e con altri interlocutori, come, l’università, i centri di formazione…, tutti soggetti che hanno espresso la loro perplessità sul decreto in questione. Come ANEP vedremo in che termini monitorare la situazione e controllare sulla sua applicazione.

Quale sarà l’iter formativo per diventare educatore dopo questa normativa e cosa accadrà a quelle persone laurea te in Scienze dell’Educazione con indirizzo da educatore professionale?
Di fatto tutte quelle persone laureate in Scienze dell’Educazione non potranno spendere il loro titolo di studio all’interno del settore sanitario che non prevede figure con il titolo di laurea per questo tipo di lavoro.
Per quanto riguarda l’iter formativo bisognerà gestire questo periodo transitorio. Nel settore sanitario entreranno tutte quelle persone con il titolo triennale; riprenderanno alcuni corsi di riqualificazione sul lavoro; l’Emilia Romagna ha chiesto l’autorizzazione di farne ancora uno e in Liguria ne è appena partito un altro. Nel settore sociale e culturale invece lavoreranno educatori con titoli molto diversi tra di loro, da quelli che hanno la laurea a quelli che non hanno ancora un titolo.

10. Cattive notizie

di Cinzia Albanese

Delle depressione se ne parla solo in cronaca nera, i luoghi comuni della gente poi, non aiutano certo chi vive in questa situazione di disagio. I pregiudizi vengono continuamente rinforzati dai mass media che li ripropongono ossessivamente. L’informazione corretta, che dovrebbe partire dai diretti interessati non esiste.

Intervistiamo Maria Grazia De Terlizzi, presidente e fondatrice dell’ associazione “Insieme è Meglio”, per conoscere meglio il problema della depressione e per fare un bilancio sul tipo di informazione che ne viene fatto sui mass media.

Può illustrare ai lettori le tappe significative della storia dell’ associazione?
L’associazione è nata nel maggio del ‘94, però la preparazione per inaugurarla è stata molto lunga, perché non si trovava la sede, lo psicologo o psichiatra che ci seguisse. E’ stata una cosa molto laboriosa poi il 17 maggio è stata inaugurata: c’era la RAI, c’era molta gente; evidentemente i bisogni da questo punto di vista ci sono, soprattutto dalla gente che ho visto affluire all’ inaugurazione. Io mi sono sempre occupata di depressione, anche di sofferenza psichica; per otto anni sono stata membro di un gruppo che operava a Rimini, un gruppo di pressione politica. Poi finita questa esperienza ho voluto farne una mia sulla depressione perché io sono sofferente di crisi depressive da molti anni, ormai ci convivo e ho imparato a conviverci anche se è molto dura, perché in genere la depressione è ciclica

Lei ritiene che i mass media diano un’ informazione sufficiente sulla sofferenza psichica, e sulla depressione?
L’informazione intorno a questo problema è poca, e qualitativamente scarsa, nel senso che non sanno cos’è esattamente la depressione e quindi non possono dare un’informazione giusta.

So che come associazione voi avete già avuto rapporti con la stampa e i mass media.
Una delle persone che ha condotto il gruppo, Gilberto Mussoni, ha scritto un libro sul suo rapporto con noi, una specie di diario, che è un po’ per tecnici però rivela lo stupore di Gilberto mano a mano che conosceva la depressione, cosa che prima non conosceva; è un libro che non è per tutti, è specifico di un operatore, però si, come diceva lei, è stato scritto parecchio attorno a noi

Anche dai quotidiani, dalla stampa locale.
All’inizio ci hanno dato molto spazio, poi i giornalisti si sono resi irreperibili perché appunto il tema fa paura, come tutto quello che gravita attorno alla sofferenza psichica.. La depressione è una malattia che fa ancora paura è un disagio che siccome non è capito fa paura.
Prima all’inizio hanno fatto degli articoli belli, quasi tutti belli, io li conservo ancora poi dopo quando li chiamiamo per le nostre conferenze, non vengono perché oramai danno per scontato che quest’associazione c’è dovrebbero andare indietro, rifare il punto della situazione sulla depressione e forse non ne hanno voglia, non so

Sulla sofferenza psichica, come lei prima del resto diceva, la stampa non da molta informazione tranne quando i sofferenti psichici finiscono sulle prime pagine dei giornali in relazione a fatti di cronaca nera, in questi casi allora le parole si sprecano..
Si scrivono fiumi di parole quando succedono queste cose ma sempre in modo scorretto quando si parla di omicidi lì non c’è la depressione, la depressione vera e propria non scatena l’omicidio; il depresso se la prende con se stesso, non uccide si suicida casomai. Salvo nel caso di una madre che porta con se i propri figli quando si suicida, ma è solo perché vuole proteggerli non vuole lasciarli soli, ma per il resto il depresso non ha neanche la forza di parlare figuriamoci se può uccidere una persona. Il raptus non c’è nel depresso vero e proprio; poi ci sono 27 tipi di depressione non so se magari in questi tipi ce n’è qualcuno di pericoloso. noi ci arrabbiamo molto quando sentiamo “ha ucciso la madre o il padre o la sorella perché era depresso: il depresso non uccide.

Secondo lei ci sono, nel senso comune, immagini sbagliate del depresso che la stampa va a rinforzare?
Il senso comune sul depresso è terribile, discriminante e crudele perché, anche se la depressione è una malattia vera e propria, dalle persone viene considerata una forma di lavativismo, di non voglia di fare, di menefreghismo. La gente pensa che il depresso sulla malattia ci marci, per non fare niente. I depressi disturbano gli altri, invece purtroppo il depresso non vorrebbe essere così.
I mass media parlano fra il serio e il faceto della depressione, non la considerano una malattia, è difficile che ci siano degli articoli belli fatti bene su questo problema; quelli di cronaca nera mi danno fastidio per le cose che dicono mentre quelli pseudoscientifici sono spesso pieni di menzogne.

Lei diceva, mi pare, che l’informazione non è sufficiente e, nella maggior parte dei casi oltretutto scorretta. Secondo lei , da che cosa può dipendere?
Dalla mancanza di informazione da parte dei giornalisti che non sanno niente, almeno quelli della stampa locale. Qualche bell’articolo si legge sulle pagine nazionali, e sono scritti da esperti sono articoli fatti bene nei quali noi depressi ci possiamo rispecchiare, ma ripeto, sono pochi. Vede è riduttivo pensare alla depressione come un fenomeno di costume, il male di vivere; poi è anche un fenomeno della società però io la vedo soprattutto in termini biologici, biochimici, anche se è molto più complicato di così.

Secondo lei quale potrebbe essere una strategia per fare acquisire, anche ai giornalisti, quelle informazioni che servono quando si parla di sofferenza psichica.
Penso che giornalisti e non, amici, vicini, quelli che dicono “fatti forza, esci fai questo, fai quello”, trarrebbero beneficio da letture sulla malattia, letture facili e comprensibili che ci sono e poi dovrebbero avere una grande sensibilità; la sensibilità consente alle persone di sintonizzarsi con questa malattia e poi la lettura che serve da supporto magari anche sotto forma di manuale senza andare sul difficile. Informarsi anche sulle statistiche su ciò che c’è sulla depressione; ci sono dati seri ben fatti è lì che bisognerebbe andare a pescare; invece in genere si basano sempre sui luoghi comuni.

La vostra associazione funziona anche come gruppo di auto aiuto. Mi chiedo se ci sono mai stati giornalisti che prima di parlare di voi hanno cercato di conoscervi da dentro, non limitandosi magari a raccogliere dati sulla fondazione dell’ associazione o cose del genere…
No, giornalisti no. Abbiamo avuto come uditori persone in procinto di laurearsi in psicologia, che hanno tratto molto beneficio da questa esperienza, ma giornalisti no, non sono mai venuti a informarsi “da dentro”.

Negli incontri del gruppo vi capita di parlare di informazione?
Sempre

Che cosa è che emerge?
Sa noi ci arrabbiamo quando si vede che c’è scarsa informazione. Personalmente ho iniziato la mia lotta contro il pregiudizio mettendo in piedi questa associazione, è stata una sfida; i pregiudizi li ho sempre vissuti sulla mia pelle, i pregiudizi e le ingiustizie e vedo che anche gli altri sono messi così, i familiari non capiscono, gli amici nemmeno, si è già fortunati se ci sono una o due persone nel proprio giro che attraverso l’intelligenza intuiscono questo grave malessere. Noi ci lamentiamo di questo, di non essere capiti di non essere considerati malati alla stregua di un cardiopatico, di un diabetico che si deve curare tutta la vita. Capisco che la depressione, come anche la sofferenza psichica sia qualcosa di più importante perché investe la sfera dei sentimenti, del pensiero, cose che non si possono dimostrare attraverso le semplici analisi del sangue anche se attraverso la PET si è visto che ci sono delle zone del cervello che normalmente sono colorate di rosso, mentre quando si è depressi diventano nere. Noi come associazione offriamo un supporto, un aiuto a chi è malato, perché confidarsi, aprirsi tra persone che hanno lo stesso problema è importante.
I familiari, a volte, non sono d’accordo sul fatto che vengano da noi, perché pensano che fra depressi ci si contagi, perché secondo loro ci si piange troppo addosso invece non è vero perché secondo me ironizzare, quando ci si riesce, sulla propria malattia è utile.

I pregiudizi mi pare di capire non ci sono solo tra chi non conosce il problema
I familiari sono i primi, sono terribili, sono i primi a massacrare i loro congiunti.

Ci sono anche familiari che vengono ai vostri incontri.
Avevamo anche fatto dei gruppi per loro con lo psicologo, ma non venivano. Adesso chiediamo che vengano insieme ai loro congiunti sofferenti perché secondo me dovrebbe essere interessante anche per loro. Capendo cos’è la depressione, capendo come si deve aiutare un depresso stanno meglio anche loro, perché altrimenti brancolano nel buio; il grosso problema è l’ignoranza, è tutta questione di ignoranza..

L’ignoranza come si può combattere
Per amici, familiari, conoscenti ci sono delle regole da imparare: non rimanere nel luogo comune per cui ad un depresso si dice “fatti forza”, perché chi è depresso vorrebbe star bene e non ha bisogno di sentirsi dire “fatti forza”, se potesse lo farebbe da solo. Altri dicono, “guarisci, datti un scrollata, applicati sul lavoro, fa l’amore”, tutte cose che il depresso, se è veramente depresso, non può fare, a cominciare dal lavoro; sono pochi i casi di depressi che dicono che il lavoro li aiuta.
Poi col depresso bisogna essere, non compatirlo, bisogna essere diretti ma molto dolci, oppure raggirare l’ostacolo, fare vedere i diversi punti di vista su come risolvere le questioni momentanee, proporre delle cose, la prima cosa è quella di curarsi, perché molti pensano che la depressione non si debba curare, la paura delle medicine è enorme, persino io che sono più di trent’anni che mi curo ancora ne ho paura, non perché mi provochino chissà che cosa, certo mi provocano un disagio, ma sono cose non paragonabili al dolore della depressione e quindi ben vengano gli psicofarmaci, naturalmente sotto controllo medico.
Poi al depresso bisogna fargli delle proposte allettanti ma senza insistere. Il depresso che alla mattina non si vorrebbe mai alzare, se è possibile, bisognerebbe lasciarlo riposare di più, non spronarlo; col depresso bisogna raggirare l’ostacolo magari promuovendo certe cose che il depresso potrebbe fare (ma bisogna conoscere il singolo soggetto), magari vedere un film, leggere, anche se è difficile che un depresso legga.
Una cosa che io consiglio al depresso è di tenere un agenda, infatti noi all’associazione a Natale regaliamo sempre l’agenda. L’agenda serve, oltre ad annotare i pensieri o le cose che si sentono dire che colpiscono in maniera particolare. Anche come “carico” e “scarico” della propria quotidianità e delle proprie emozioni.
Il depresso non vive una realtà con i piedi ben piantati per terra, fa fatica da essere razionale. Credo che sapere queste cose sia utile sia per chi sta male, sia per i familiari.

Il bisogno di informazione è quindi primario, sia per la persona che si trova a dover affrontare la propria depressione, sia per i familiari quale strategia per soddisfare questo bisogno nel modo più adeguato?
Io avrei un’idea da dove dovrebbe partire l’informazione; dalla scuola, pensiamo che si dovrebbe cominciare dalle elementari; bisognerebbe parlare di sofferenza psichica, perché è ancora un tabù.

2. Storie vere

di Nicoletta Ferrari

E’ sicuramente positivo il fatto che recentemente vi sia stato sulla scena editoriale un forte incremento di libri scritti da persone handicappate, che non parlano per sé o solo per sé, ma per chi non può o non sa parlare.
Questi testi hanno contribuito a dare voce agli handicappati, valorizzando la loro capacità, la loro originalità, le loro differenze e, oltre ad avere aperto una finestra su un mondo sconosciuto ai più, contribuendo perciò a smantellare alcuni pregiudizi o qualche stereotipo, sono anche di grande aiuto a chi vive questa condizione, proprio grazie all’energia e alla voglia di non arrendersi che queste pagine sprigionano.
Infatti da queste storie emerge una grande vitalità e una forza d’animo, come se la disabilità potesse diventare quasi un’opportunità per cercare e scoprire nuove risorse e possibilità, come si vede bene dalle parole di uno degli autori di autobiografie che ho recentemente letto: “Posso testimoniare come per me la malattia abbia rappresentato l’inizio della liberazione. (..). Da ciò che per il mio corpo è stata una mutilazione, la potenzialità spirituale e quindi la creatività ha avuto dei vantaggi”.
Tante volte infatti, l’handicap induce a ricercare le sorgenti del proprio essere, sottolineando la distanza tra quello che è fatuo e quello che è di valore: è una situazione che ti obbliga a riflettere, a crescere, ad essere meno distratti nel confronti della sofferenza altrui e più vivi.

Il vantaggio di non nascondere i propri limiti
Tutte le testimonianze di gente comune che vivono quotidianamente la realtà dell’handicap, in prima persona o nella persona di un familiare, raccontano delle difficoltà incontrate, degli amori negati, della disperazione, dello stupore o della derisione, ma anche della possibilità di vita e di convivenza con un deficit fisico anche grave.
Dice ad esempio Valente: “Il mio impegno è rivolto a recuperare la parte sana che c’è nel mio corpo, che è il cervello. Quando incontro i miei amici, ciò che mi accomuna a loro è proprio la facoltà intellettiva, ma questa proprietà personale, l’ho dovuta coltivare con l’esercizio quotidiano e, in questo senso, ogni esercizio richiede un impegno”.
Queste persone impegnate a vivere, giorno per giorno, un’esistenza diversa e non per questo inutile, non costruiscono mai di sé un’immagine vittimistica, anzi sottolineano sempre la necessità di una lotta coraggiosa contro l’esclusione di una società indifferente, come si legge in un’altra biografia: “Fare l’amore, vivere sola, fare delle passeggiate, andar in vacanza con gli amici senza il traino della famiglia: ecco per che cosa mi devo battere”.
Infatti in una società che, oltre ad avere paura, inneggia alla perfezione, alla bellezza ed all’apparire, l’essere handicappato è molto scomodo, e soprattutto è scomodo “pretendere”, perché spesso il diritto del disabile di chiedere ciò che gli spetta si trasforma, per chi non lo vuole rispettare, in assurda pretesa: ognuno di noi vede solo ciò che vuole vedere e ascolta solo ciò che vuole sentire.
Restringiamo il nostro spazio di informazioni e siamo ben felici di escludere chiunque possa turbarci.
Ma la differenza tra le persone con handicap e gli altri non è qualitativa, ma soltanto quantitativa: gli stessi problemi, le stesse difficoltà, le stesse incertezze, che nelle persone normali sono vissute con una intensità definita e tollerabile e per un periodo di tempo limitato, per chi ha un handicap assumono particolare acutezza e forma duratura.
Se tutti ci accorgessimo che siamo, ciascuno a proprio modo, portatori di differenze, come mette bene in evidenza un altro testo in cui si legge: “io cammino e sembro sana, eppure ho dei limiti e li nascondo, come tutti. Leonardo invece il suo limite lo evidenzia. Ecco perché lui è handicappato e io no. Ma il confine è stabilito solo dall’apparenza” e se fossimo abituati sin da piccoli ad individuare negli altri non tanto le diversità quanto gli aspetti comuni, non esisterebbero tante forme di emarginazione.

Ascoltare le storie dei disabili
Come sempre la soluzione a tale problema non nasce spontaneamente, ma bisogna educare la società a prendere coscienza della realtà dei disabili, perché anche gli handicappati sono delle persone complete, cioè essere umani che riescono, a volte utilizzando modalità alternative, non soltanto a realizzarsi studiando e lavorando, ma soprattutto facendo amicizie, intessendo rapporti, muovendosi, parlando, comunicando extraverbalmente, toccando ed essendo toccati, amando ed essendo amati, soffrendo e facendo soffrire, insomma, capaci di ricevere e di dare felicità e gioia.

“Avevo bisogno di amici, di persone della mia età che non mi dimostrassero pietà. Anche se ero infermo inchiodato in casa non era detto che potessi fare a meno di ciò che formava la trama della vita degli altri: il football, il ballo, le riunioni attorno ad un bicchiere di birra, le ragazze”.
Così racconta un giovane e ci ribadisce che tutti dovremmo capire che gli handicappati e le malattie croniche non sono problemi, sono condizioni, sono “fatti di vita”, che bisogna cercare di decifrare, di capire, per ricomporre il valore della persona: “Rimane una cosa che mi consola: è che le varie età della nostra vita, come l’infanzia, l’adolescenza o la giovinezza, sono diverse da quelle che vivono le persone normali. Imparo che ogni tempo, anche se a noi sembra sprecato, è degno di essere vissuto e forse anche apprezzato”.(6)
Ciò che l’handicappato desidera è la dignità alla quale ha diritto al di là del suo handicap, quella dignità che gli viene negata proprio a causa della sua menomazione.
Ma i “diversi” non hanno qualcosa in meno, anzi tante volte hanno qualcosa in più: lo straordinario dono di non subire i propri limiti e di saper trasformare la propria sofferenza in energia, come ci fa capire questo brano: “Fu un pensiero molto lineare a salvarmi dalla disperazione: un filo d’erba è utile, pur essendo la cosa più semplice su questa terra, perché costituisce il primo anello della catena alimentare, la catena della vita. Infatti dell’erba si nutrono gli animali erbivori, che a loro volta vengono predati dai carnivori e dall’uomo. Se quindi un semplice filo d’erba è indispensabile, ci sarà anche uno scopo per me che possiedo la facoltà di ragionare, di ammirare le bellezze del mondo, di amare”. (7)
Ascoltare la storia di un handicappato contribuisce a dargli quella dignità che spetta ad ogni essere vivente e può esser il primo passo per superare il muro dell’indifferenza e smuovere le coscienze: ognuno di noi ha un ruolo nel mondo e tutti siamo necessari per costruire quello straordinario mosaico che è la vita.

3. L’assistenza senza qualità

a cura di Gloria Stea Carboni, responsabile della Lega per l’emancipazione degli handicappati

La Lega per l’emancipazione degli handicappati ha svolto un’indagine (la seconda a distanza di tre anni) sui Centri Socio Educativi (C.S.E.) del comune di Milano.

Ne è emerso un quadro scoraggiante sulla condizione non solo degli utenti, ma anche degli educatori; è emerso anche un comportamento molto “disinvolto” del comune di Milano.

Di male in peggio
Questa volta siamo stati contattati dai genitori degli utenti del C.S.E. 19 bis di via Appennini 147 che avevano lamentato disagi e disservizi creati dai dirigenti dell’amministrazione del Settore Servizi sociali, conseguenti alle loro scelte gestionali; disservizi iniziati fin dal 1995 e che purtroppo non sono stati ancora superati.
Rispetto alla prima indagine del 1993 le cose non sono migliorate: la politica della razionalizzazione dei costi, della produttività e dell’efficienza, che sono parole d’ordine sacrosante per qualsiasi ufficio dell’amministrazione pubblica, per questo settore che riguarda il servizio a persone con gravi deficit psico-motori è stata interpretata dai dirigenti dell’Assessorato in modo distorto e indegno di un paese civile. I dati relativi al confronto tra il personale esistente nel 1993 e quello che i dirigenti dichiarano di avere nel 1996, ci inducono a dubitare sull’impegno di assistenza che è diminuito, a causa della diminuzione di personale e dell’aumento degli utenti nei Centri socio educativi a gestione diretta del comune. Tutto questo è gravissimo perché implica il fatto che il comune di Milano, intende, in questo modo, rinunciare a misurarsi nella capacità di guida e di programmazione dei servizi di assistenza a gestione diretta e in convenzione con enti privati. Capacità di guida che implichi anche il loro ampliamento, in considerazione del fatto che la lista d’attesa di categorie di cittadini con enormi bisogni di assistenza è destinata ad aumentare e non a diminuire.
Anche i 9 enti privati che gestiscono, mediante convenzione con il comune, i Centri socio educativi, hanno avuto un aumento degli utenti in quanto si è passati da 227 nel 1993 a 247 nel 1996.
Abbiamo verificato che vi è stato un aumento irrisorio delle rette per alcuni Enti e addirittura una penalizzazione incomprensibile a carico dell’ANFFAS che ha subito una diminuzione del prezzo di convenzione per due Centri socio educativi. Riguardo all’ANFFAS ci sembra opportuno e degno di nota segnalare l’atteggiamento discriminatorio dei funzionari comunali che per due Centri socio educativi, gestiti da questo ente da parecchio tempo, hanno preferito rompere un rapporto di fiducia consolidato e la garanzia dell’alta qualità dell’assistenza, per scegliere di convenzionarsi con la cooperativa sociale l’Arciere di Vercelli la quale, ha vinto la gara di appalto concorso per la gestione dei C.S.E. di via Ferraris e via Colleoni superando l’ANFFAS, grazie al punteggio riguardante il prezzo, consistente nel 50% circa in meno, rispetto a quello richiesto dall’ANFFAS. Con questa scelta l’amministrazione comunale ha dimostrato di voler applicare la stessa la logica del risparmio a tutti i costi senza la necessaria verifica della qualità del servizio, perseguita già per i Centri a gestione diretta.

Saldi di fine stagione
Il Centro socio educativo di via Colleoni 8, che avevamo visitato nel 1993, a quanto ci riferiscono i genitori degli utenti, risulta ancora adesso privo delle dotazioni necessarie previste dalla normativa antincendio: porte antipanico, vie di fuga, ecc. anche le barriere architettoniche sono tuttora esistenti. La sede di questo Centro è situata al primo piano di un edificio scolastico che fino agli anni 70 ha ospitato la scuola speciale Treves che aveva una disponibilità di posti per circa 200 bambini handicappati e disadattati. Questa sede presenta notevoli barriere architettoniche sia all’ingresso principale, sia per raggiungere il primo piano, collegato col piano rialzato e l’ingresso principale da una serie di gradini e da due rampe di scale molto strette. Il proprietario dell’edificio è il comune di Milano, perciò spetta ad esso adottare le misure necessarie per adeguarlo alle normative sulla prevenzione degli incendi e sull’accessibilità, secondo quanto previsto dalla normativa vigente e dallo stesso Piano socio-assistenziale della regione Lombardia, tuttora in vigore. Sono misure che dovrebbero essere adottate con la massima urgenza, in quanto il Centro socio educativo è frequentato da 30 persone con disabilità psico-fisiche molto rilevanti e invece sono passati tre anni e il Comune non ha fatto ancora nulla.
Ma non solo, il Decreto legislativo 626/1994 riguardante la sicurezza dei luoghi di lavoro che fissa al 1 gennaio 1997 la scadenza perentoria per terminare gli adeguamenti alla normativa antincendi, risulta anch’esso inevaso. Anche questa inadempienza depone fortemente a sfavore dell’Amministrazione comunale poiché è un ulteriore dimostrazione della disattenzione nei confronti dei disabili e dei lavoratori che si occupano di loro.
A quanto riferito dai genitori degli utenti e da alcuni dirigenti dell’ANFFAS, anche il passaggio di convenzionamento del C.S.E. di via Colleoni, dall’ANFFAS alla cooperativa sociale l’Arciere, avvenuto nel settembre 1995 ha fatto peggiorare la qualità delle prestazioni offerte, in quanto con la gestione a cura dell’ANFFAS era garantita una presenza di 15 educatori a tempo pieno, 1 educatore a 18 ore settimanali e 1 esecutore socio-assistenziale. Ora la cooperativa l’Arciere riesce a garantire la presenza di solo 11 educatori e 1 esecutore socio assistenziale (dato desunto dal Piano dei finanziamenti per il mantenimento dei servizi presentato dal Settore Servizi sociali del comune all’Assessorato Regionale alla Famiglia e alle Politiche sociale). Per questo cambiamento di gestione ci hanno perso gli utenti (trenta disabili) in quanto gli educatori dell’ANFFAS rappresentavano per loro un punto di riferimento sicuro ed abituale e la realizzazione di un progetto terapeutico individualizzato per ognuno di loro, ci hanno perso i lavoratori dell’ANFFAS che prima erano impegnati in questo Centro, per i quali il cambio di gestione ha significato la rinuncia a una parte del loro salario (in seguito ad accordo di solidarietà stipulato tra loro e la Direzione dell’ANFFAS, che ha consentito loro almeno di non essere licenziati); crediamo che non ci guadagnino molto nemmeno i lavoratori di questa cooperativa sociale in quanto i loro salari derivano da una retta giornaliera di £. 78.500 per ogni utente per 220 giorni corrispondente a quasi a £. 100.000 in meno a quella stabilita, precedentemente per i lavoratori dell’ANFFAS, e cioè £. 170.500.
Abbiamo cercato di ottenere informazioni dall’assessorato ai Servizi sociali sui titoli e le esperienze del personale della cooperativa l’Arciere, ma non siamo venuti a capo di nulla sia perché i funzionari di Largo Treves ci hanno tacitato con generiche “tranquillizzazioni”, evitando di fornirci questi dati.

C.S.E. di via Puglie: effetto catacomba
La sede del C.S.E. di zona 4, viale Puglie 33, è situato nel seminterrato di un edificio in cui ha sede un Centro per anziani, il Consultorio Familiare e il S.I.M.E.E.; anche se c’è la presenza di un ascensore dalle dimensioni idonee per l’uso di persone con sedia a ruote, non c’è un’adeguata accessibilità a causa della ristrettezza dei corridoi e dell’impossibilità di raggiungere lo spazio verde sovrastante a causa degli scalini presenti; anche i servizi igienici non sono idonei per le persone disabili; i locali sono illuminati da luce artificiale anche durante il giorno.
Anche per questo C.S.E. sono riscontrabili le stesse inadempienze registrate per il Centro socio educativo di via Colleoni 8.

Le leggi sono solo un optional per il comune
Abbiamo già accennato ad alcune inadempienze del comune di Milano alla legislazione vigente, ma non sono le sole, se consideriamo anche quelle più avanti evidenziate dalla nostra indagine. Nella risposta del Settore Servizi sociali Area Handicap sulla documentazione da noi richiesta, relativa al personale operante nei C.S.E. comunali si afferma: “fatta avvertenza che non è prevista alcuna pianta organica”. Questa affermazione è un’implicita ammissione di mancato rispetto del Decreto Legislativo n. 29 del 1993 il quale, infatti, all’art. 31 indica che la rilevazione del personale deve essere fatto distinto per: “sedi di servizio, nonché per qualifiche e specifiche professionalità”. Abbiamo riscontrato un’altra grave disapplicazione della legge, dalla risposta ottenuta dall’assessorato ai Servizi Sociali della Provincia, al quale avevamo richiesto se il comune di Milano ha ottenuto l’autorizzazione al funzionamento per i Centri Socio educativi pubblici e a gestione convenzionata, secondo quanto prescrive l’art. 50 della Legge Regionale 7/1/1986 n.1 “Riorganizzazione e programmazione dei servizi socio-assistenziali della Regione Lombardia”.
L’assessorato ai Servizi sociali nella sua risposta dell’11/11/1996 afferma: “Per quanto riguarda i Centri educativi a gestione comunale, nessuno ha acquisito l’autorizzazione al funzionamento da parte della Provincia, in quanto a tutt’oggi non è stata completata la documentazione prescritta; per quanto riguarda i centri a gestione convenzionata (Fondazione Don Gnocchi, ANFFAS, Arciere, Opera Don Calabria, associazione Formazione Giovanni Piamarta – AFGP) solo il Centro Cardinal Colombo, ha acquisito il decreto di autorizzazione, mentre per tutti gli altri sono ancora in corso i finanziamenti regionali.” La gravità dell’affermazione dell’assessorato ai Servizi Sociali della Provincia consiste nel fatto che il comune di Milano ottiene dalla regione Lombardia il trasferimento di finanziamenti che non gli spettano, secondo quanto previsto dalla Legge 1/1986 e le successive delibere e circolari di attuazione. E non sono sicuramente cifre irrisorie se si considera che solo per il 1995 ha incassato dalla regione Lombardia: £. 3.440.000.603 dal fondo sociale; £. 3.739.200.000 dal fondo socio sanitario.
Per scrupolo, e per una maggiore esigenza di chiarezza, ci siamo rivolti anche all’assessorato regionale alla Famiglia e alle Politiche Sociali per chiedere se al comune di Milano fosse stata concessa una speciale deroga per evitare di chiedere l’autorizzazione al funzionamento per i Centri gestiti direttamente, già funzionanti prima dell’entrata in vigore della Legge Regionale 1/1986. Ci è stato risposto che può essere prevista una deroga solo se l’Ente chiede comunque l’autorizzazione alla Provincia, e in ogni caso, tale deroga viene concessa stabilendo i tempi e i modi di adeguamento agli standard gestionali e strutturali previsti dal Piano Regionale Socio-Assistenziale di attuazione della Legge regionale 1/1986. Infine, ci è stato detto che gli enti che non hanno ottenuto l’autorizzazione della Provincia non possono ottenere i finanziamenti della regione Lombardia. Ne deduciamo che gli amministratori del comune di Milano, da quando è in vigore la legge regionale hanno affermato il falso per ottenere i finanziamenti, truffando la regione Lombardia, mentre gli amministratori della regione Lombardia non hanno mai controllato se tali affermazioni corrispondessero al vero.

3. Handicap: al di là dei pregiudizi

di Nicoletta Ferrrari

Noi siamo portati a valorizzare il nostro modo di vedere e, corrispondentemente, a sottovalutare o ad attaccare tutto ciò che sembra contraddirlo o minacciarlo.
Cioè continuiamo ad attivare dei meccanismi di difesa che funzionano in quanto valvole di sfogo destinate a scaricare i malcontenti, le frustrazioni, le personali dissonanze ed ad alimentare la conflittualità sociale.
Ecco quindi che l’handicappato con le sue differenze psicosomatiche, organiche e funzionali, estetiche e comportamentali, suscita reazioni emotive verso, e talvolta contro, la propria persona, reazioni che traggono origine da meccanismi di difesa o da difficoltà di identificazione.
Infatti a tutti sarà certamente capitato di incontrare uomini che arrancano su una carrozzina, che vagano smarriti, chiusi nel loro delirio, o che si muovono con la difficoltà propria di chi non è padrone dei propri movimenti, o che articolano con estrema fatica sillabe difficilmente comprensibili.
Ciascuno di noi ha probabilmente avuto in quella circostanza la tentazione di fuggire per paura o è stato preso da un eccesso di commozione, o si è corazzato con l’indifferenza e il cinismo, per non provare dolore: manifestazioni tutte di disagio profondo di fronte a ciò che potremmo diventare in ogni momento.
Questi scomodi incontri fanno scattare in noi una profonda volontà di rimozione, quasi un disperato tentativo di allontanare una nostra cattiva immagine, che il soggetto che abbiamo di fronte ci rimanda e che avvertiamo come una minaccia.
Tentiamo allora in tutti i modi di distanziarci da quell’immagine, isolando ed emarginando la persona afflitta, così la sua menomazione o il suo deficit si trasforma, nel nostro contesto relazionale e sociale, in handicap.

Diversi non si nasce, si diventa
Quindi diversi non si nasce per natura, lo si diventa per cultura.
Possiamo nascere con delle limitazioni fisiche, magari con dei deficit, ma non con degli handicap. L’handicap è uno stato sociale ed appartiene alla sfera della personalità, cioè a quell’essere meno capace, rispetto agli altri, di avere rapporti armonici ed efficienti con il mondo che lo circonda.
La battaglia dei diversi è quindi quella di cercare di non essere più sottomessi, di essere ciò che sono senza avere vergogna, è mostrare le contraddizioni di questa società che non vuole sapere di loro, mentre fa finta di fare qualcosa per loro.
Infatti non sono solo gli atteggiamenti che emarginano l’handicappato, ma anche tutto l’ambiente che lo circonda.
Indubbiamente per gli handicappati che usano la sedia a ruote le scale, gli scalini, le porte e i corridoi molte volte troppo stretti, gli ascensori troppo piccoli sono ostacoli insuperabili; i telefoni pubblici, le cassette per le lettere, le maniglie, gli interruttori possono essere irraggiungibili, perché troppo alti; senza dire poi della difficoltà ad usare i mezzi di trasporto pubblico, treni, autobus, aerei, metropolitana.
Tutti questi ostacoli limitano la vita e la partecipazione sociale degli handicappati, ma purtroppo c’è una scarsa sensibilità di fronte a questi problemi, infatti non si è provveduto a rimuovere le barriere architettoniche neanche là dove si sarebbe potuto intervenire facilmente e con poca spesa.
Però a volte, un gradino, una rampa di scale, una porta stretta sono i disagi meno dolorosi da affrontare per un handicappato.
Gli sguardi compassionevoli o al contrario le occhiate di fastidio feriscono molto più chi è costretto a convivere con una minorazione.E questo atteggiamento non risparmia nessuno, né padri, né madri. né fratelli, né parenti, né autorità diogni tipo.
Purtroppo di fronte ai vari mutamenti evolutivi che si verificano (l’andare a scuola, il diventare adolescenti o l’andare a lavorare) la famiglia non si modifica e l’handicappato resta spesso un eterno bambino, pena il mettere in discussione l’assetto raggiunto e affrontare nuove angosce.
Si tratta di famiglie che non esaminano le potenzialità del proprio figlio, ostacolandolo nel suo cammino verso l’autonomia, mentre è solo affrontando l’età adulta che l’handicappato potrà sentirsi riconosciuto e compreso come persona.Il ragazzo disabile necessita ovviamente di cure, ma ha anche bisogno di capire, che possiede delle capacità, allorché esistono, che deve sfruttare al massimo, deve essere in grado di guardare positivamentea ciò che ha e non solo alle proprie carenze.

Etichette e pregiudizi
Importante sarebbe quindi riuscire ad ignorare l’etichetta assegnatagli di eterno bambino, per stabilireun dialogo che non sia legato solo al suo sintomo e che quindi possa per lui diventare momento di evo-luzione.Se quando si pensa all’handicappato si pensa soltanto alle sue difficoltà, ai suoi deficit, difficilmente sipotrà realizare con lui un progetto educativo costruttivo.La consapevolezza delle sue caratteristiche non deve mai portare ad una accettazione di queste comeun limite prestabilito, bensì deve essere un punto di partenza su cui costruire per vivere l’handicap.Purtroppo difficilmente nelle programmazioni scolastiche si parte dal bambino diverso, si cercano piut-tosto aggiustamenti, adattamenti, per adeguarlo a qualcosa di prestabilito e adatto per i normodotati.L’effetto di questo atteggiamento è la limitazione delle esperienze proposte al soggetto in difficoltà, proprio perché l’interlocutore non è lui, ma i suoi limiti, le sue mancanze, i suoi sintomi.È vero i limiti ci sono, però in base a quelli si possono trovare altre strade.Le scelte si possono fare, ma prendendo il diverso come interlocutore, mettendolo alla prova, parlandone anche con lui e soprattutto tenendo conto del fatto che ciò di cui questi ragazzi soffrono, non è soltanto un handicap, ma il ritornello: “Tu sei handicappato. Tu non puoi fare quello che fanno gli altri. Tu sei a parte”.
L’handicappato ha invece sempre una parte “sana” a cui dobbiamo rivolgerci, che sottintende una carica umana da sviluppare, che permette di considerarlo come un essere umano, la cui vita ha certamente uno scopo e le cui risorse saranno utili alla società; purtroppo, pochi hanno con il diverso un rapporto alla pari.
Egli è troppo spesso solo un “caso”, non un essere umano.
Lo aggrediamo con un linguaggio denso di stereotipi, un linguaggio in cui si possono facilmente individuare i nostri pregiudizi, le distorsioni non vitalizzate da un confronto costante, serio ed onesto con la realtà.
È un tenersi ancora una volta “lontano” dalle situazioni per non essere coinvolti, è uno snocciolare suggerimenti vuoti da manuale, soluzioni preconfezionate.
È una assoluta incapacità totale alI’ascolto attento per capire e, perché no, anche per imparare. Infatti l’attenzione di tutti è perennemente portata sull’handicap, sulla limitazione e così i bisogni veri, i tanti bisogni della persona in quanto tale, non vengono visti o non vengono riconosciuti, oppure vengono repressi o addirittura negati.

La sessualità negata
Anche la sessualità è un bisogno, è relazione, è contatto, è desiderio, è piacere e anche sofferenza, matutto questo passa attraverso il corpo e viene vissuto nel corpo, e questo è vero per tutti, tranne cheper gli handicappati.
Ecco quindi che le manifestazioni erotiche sono percepite come anormalità da curare, oppure sono fon-te di preoccupazione e di allarme per i genitori che vanno in ansia e si colpevolizzano.In questi casi la sessualità è vissuta come trauma, un risveglio dell’angoscia, pertanto deve essere cancellata, negata.Per i soggetti di sesso femminile l’indirizo più seguito dai genitori è quello della repressione, ora imposta con dolcezza e persuasione, ora con minacce, ora con la somministrazione di farmaci, ma soprattutto con la distrazione, cioè impegnando l’handicappata in altre attività.Per i soggetti di sesso maschile c’è chi vorrebbe l’ evirazione, o prostitute, o addirittura l’incesto.Ma non si può negare a priori ad un individuo la possibilità di avere una vita affettiva, significa frustareuna parte della personalità, inibire un’esigenza naturale che chiunque ha il diritto di cercare di soddisfare in qualunque condizione si trovi, anche la più difficile.Il soggetto disabile non deve essere la fotocopia di una “normalità” che non esiste, ma un modo di vive-re che rispetti le varie esigenze dell’individuo senza che ciò comporti la separazione, scandalo o peggioancora pietà e commiserazione.Realizzarsi nella vita non vuole dire solo sapere fare certe cose che diano autonomia di movimenti, tro-vare una lavoro, una indipendenza economica, ma anche riuscire a realizzare la propria sessualità.E la sessualità e l’affettività si possono realizzare pienamente in tanti modi.

Per una nuova cultura
Quindi per prima cosa, bisogna sempre cercare di capire quali siano le effettive esigenze e le effettive prospettive dell’handicappato, rimuovendo le incapacità e i pregiudizi che lo condannano al ruolo grottesco dell’ eterno bambino.
Infatti non ci potrà essere cambiamento nel soggetto, se non c’è anche cambiamento nella realtà in cui egli vive, perché non è solo il soggetto che deve acquisire regole di comportamento, ma anche chi sta attorno deve capire la realtà, i contenuti, gli specifici di una realtà che non deve spaventare ma arricchire.
È pertanto indispensabile un’ azione di educazione sociale, di consapevolezza, di accettazione vicendevole.
Un avvicinamento che non sia soltanto fisico, ma soprattutto psicologico e culturale.
Solo allora l’handicap, concepito abitualmente come assenza, mancanza, privazione, può essere visto come parte inevitabile del flusso della vita, uno dei tanti aspetti delI’esistenza con le sue peculiarità, accanto alla sofferenza e alla possibile ricchezza.
Indispensabile è quindi una nuova cultura che non neghi l’evidenza, la diversità, ma l’assuma come valore.
Ogni persona va valutata nella sua complessità e variabilità, con le sue piccolezze, i suoi limiti, ma anche con nascoste e insospettabili risorse e grandezze proprie di ogni essere.
Bisogna cioè cercare di dare a ciascuno la possibilità di essere riconosciuto per se stesso.
Uguaglianza di opportunità non significa dare a tutti le identiche cose, piuttosto dare a ciascuno quello che gli è indispensabile, affinché, con pari opportunità in rapporto alla propria personalità, ciascuno possa raggiungere una piena padronanza di se stesso.

1. 600.000 gli ipovedenti

di Sandra Grassini

Vedere il mondo ma non poterne cogliere tutti gli aspetti come coloro che hanno una vista perfetta: è questa la condizione in cui si trova un ipovedente, una persona cioè che a causa di patologie dell’organo visivo congenite o acquisite, ha un visus compreso tra un ventesimo e un decimo. Non sono pochi questi disabili, si tratta di 600.000 unità (fonti indotte) che però non fanno notizia in quanto, in base all’attuale normativa. sono equiparati in tutto e per tutto ai non vedenti. Eppure tra chi è “al buio” e chi ha un visus sia pur minimo” ci sono delle differenze sostanziali che, se non vengono tenute nel giusto conto, fanno sì che l’ipovedente sviluppi una personalità contraddittoria. Dice a questo proposito Maria Luisa Garzulo, ipovedente lei stessa e psicologa specializzata nel trattamento di questi soggetti: “Da un punto di vista sociale, è più rassicurante considerare l’ipovedente alla stregua di un vedente con la conseguenza che questi sa leggere e scrivere ma poi non è capace di far fronte ai bisogni della vita quotidiana, in quanto non è in grado di usare al meglio i sensi residui”. Tre sono – secondo la Garzulo – i fattori che impediscono la piena integrazione di un ipovedente: l’impossibilità di avere un quadro chiaro della potenzialità del bambino, in quanto il primo referente è l’oculista che si limita a rilevare il suo deficit visivo, la mancanza di servizi specialistici per la riabilitazione visiva e psicomotoria, la difficoltà a dare sostegno ai genitori spesso disorientati e impreparati ad affrontare i problemi che comporta l’avere un bambino in difficoltà.

A che punto è oggi l’integrazione scolastica e lavorativa delle persone con disabilità visiva? Risponde la psicologa: ” Per quella scolastica siamo abbastanza avanti soprattutto grazie ausili tecnologici (vocabolari su cd-rom, ingranditori, non tutti peraltro compresi nel nomenclatore tariffario), per il lavoro c’è ancora molto da fare, in quanto non si può limitarne l’accesso soltanto attraverso la via dei corsi professionali per centralinisti e massofisioterapisti, quando ci sono persone diplomate e laureate che hanno capacità per intraprendere attività lavorative “normali”. Ne è una prova la cooperativa di servizi di sui la Garzulo è presidente, cooperativa nella quale prestano la propria opera, accanto ai normodotati, non vedenti e ipovedenti. L’offerta va dalla consulenza psicologica, all’adattamento dell’ambiente di vita alle esigenze visive del bambino, all’organizzazione di corsi per attività culturali e del tempo libero.

4. L’handicap in TV

di Daniele Barbieri

A un’inchiesta sui rapporti fra handicap e televisione è difficile trovare un titolo più tristemente azzeccato di quello della ricerca che Serenella Besio e Franca.
Roncarolo hanno pubblicato nel marzo 96: L’handicap dei media. L’handicap è veramente dei media (tutti, non solo la tv) che non sanno – e soprattutto non vogliono? – affrontare il tema; l’handicap è soprattutto e/o solo nelle teste dei giornalisti che su molti temi (tutti?) ancora, come ai tempi in cui G. B. Shaw coniò questa battuta, “confondono uno scontro automobilistico con la fine del mondo”. La nostra stessa inchiesta potrebbe intitolarsi La TV che scambiò un disabile per un cappello riallacciandosi al bel libro di Oliver Sacks, sperando/sognando che di caso clinico – non di volontà, inconscia o meno – si tratti e dunque che le illustri malate (tv pubbliche e private) possano “guarire”.
Rispetto al quadro delineato in L’handicap dei media nulla (o per essere più pignoli: quasi nulla di sostanziale) si è mosso. Lo confermano gli intervistati ma soprattutto ognuno lo può vedere da sé. Verifichiamolo insieme anche scrutando/interpretando 4 fra le poche notizie/commenti interessanti apparse sui massmedia successivamente alla stesura della ricerca.

Handicappati in TV solo se telegenici
La prima. “Handicappati in tv, solo se telegenici”: così un quotidiano parlava della trasmissione che Mixer giovani aveva dedicato all’integrazione scolastica “ma in studio non c’erano disabili”. L’articolo era partecipe ma anche informato, dunque un buon (e raro) esempio: dopo avere correttamente raccontato i fatti e avere inserito alcune osservazioni puntuali – della giornalista o delle persone da lei intervistate – le conclusioni sono affidate a una dichiarazione di Dina Roggi e a un lapidario commento. Vale la pena leggerli entrambi. “Ma se possono andare a scuola perché non possono partecipare a una trasmissione tv? ” Dina Roggi, vicepresidente della “Consulta romana per l’handicap” che raggruppa 44 associazioni, sempre più spesso si sente chiamare dai vari programmi d’informazione e talkshow per portare alla ribalta questo o quel caso di vita da handicappato. Domenica In le ha fatto questo tipo di richiesta: “Una persona con l’handicap non troppo vecchia non troppo giovane, non brutta, che sapesse raccontare se stessa, che avesse problemi irrisolti ma che si potessero risolvere. Meglio se in diretta”. La seconda. Nella pagina spettacoli di un quotidiano spiccava questo paradossale titolo: “La tv per i ciechi utile per i vedenti”. Purtroppo l’articolo si riferiva alla Francia (che l’Italia purtroppo non si è affrettata ad imitare). Vale la pena riassumere la notizia. Il programma A vous de voir – Vedete voi – esordisce sul canale Cinquième, che trasmette di giorno (lasciando la serata alle frequenze di Arte) e la puntata d’apertura mostra alcune apparenti banalità: un uomo che sparecchia, lava i piatti, fuma, va in salotto, accende la tv e si affloscia in poltrona. Tutto “normale” salvo che… quell’uomo è cieco. Sorride o s’arrabbia alle battute ma ascolta perché guardare non può. Da queste scene iniziali parte un programma che vuole aprire gli occhi sul visibile e sull’invisibile. Difficile giudicarlo senza averlo visto ma stando alle intenzioni e anche al giudizio di Evgen Bavcar ci troviamo di fronte a uno di quei pochi programmi per cui si può spendere la doppia “i”, ovvero interessante/intelligente. Conclusione dell’articolo: “Perché ci sono vari modi di avere gli occhi inutilmente aperti ed è una delle cose che il programma vorrebbe spiegare. Senza offendere nessuno, beninteso”.

Da Film vero a Telethon
Terza notizia. Su “Vespri-tv” vi è un lungo, articolato e intelligente commento a “Film-vero”, 10 puntate su Raitre, e agli spot della Presidenza del Consiglio che hanno persone down per protagonisti. “L’idea di “Film-vero” è ben congegnata. Una prima parte occupata da un film. poi si torna in studio (….) Questo sistema modulare, intrecciando vari generi (fiction, reportage, talk-show) evita i vizi di ciascuno esaltandone le qualità” commenta Norma Rangeri che conclude: “Si può parlare di affetti, di questioni private, di problemi sociali evitando il guardonismo, il pettegolezzo, l’urlo o la lacrima? Si può. Anna Scalfati e Sveva Sagramola compongono un tandem ben sincronizzato, sono due facce serie, con un trucco discreto, non recitano troppo, non cedono spazio alla retorica, pur sempre in agguato quando si affrontano questioni confinanti con il dolore”. Quarta notizia. Con il titolo “Mio fratello tradito da Telethon” Alessandra Lombardi ricostruisce la vicenda di Mimmo Ferrante, “disabile 38enne, morto a Milano di ritorno da Roma”. L’accusa a Telethon – che smentisce – è di avergli negato la parola (“umiliandolo”). I fratelli di Mimmo raccontano che “voleva 60 secondi (…) per parlare del diritto al lavoro (…) lo stesso messaggio che lo scorso anno era riuscito a lanciare proprio dalla ribalta di Telethon dove “non invitato, ma con un coraggio e una costanza da far paura”, si era ritagliato “di prepotenza” un minuto di udienza, con la promessa (non mantenuta) di essere invitato anche quest’anno”. Ci sarebbe da aggiungere una quinta notizia che però concerne “le omissioni” e le reticenze (tante) anziché le presenze massmediatiche. Negli ultimi anni più volte Umberto Bossi e altri esponenti della Lega Nord hanno attribuito a nemici politici epiteti come “handicappato”, “sciancato”, “mongoloide”: un insulto gratuito o la derisione di chi (un giudice in questo caso) è effettivamente affetto da una lieve zoppia. Queste frasi sono state riferite da giornali e tv, senza alcun commento; lo stesso è accaduto per l’editoriale dell’aprile ‘97 di Vittorio Feltri che definiva il governo “un esecutivo down”. La vera notizia è in questa clamorosa omissione di commento. Esistono giudizi molto diversificati sul “politically correct” – e sui suoi limiti, pregi, ipocrisie – ma sembra difficile ignorare la gravità del suo opposto, cioè che in Italia un handicap compaia (o ricompaia?) come insulto nel linguaggio “politico”, dunque in quello pubblico per eccellenza.

La parola agli esperti
Su questo quadro – di desolante staticità o di impercettibili mutamenti? – ragionano due esperti e una “parte in causa”: Carlo Canetta della mediateca-Ledha (02-65.70.425) che organizza la bella rassegna “Lo sguardo degli altri” e che si occupa di programmi tv; mentre Serenella Besio, che della ricerca Eri è coautrice (e che oggi è consulente presso il Siva-Don Gnocchi per software didattico) prova, dopo due anni, a riprendere il filo del discorso; infine Stefano Borgato della Uildm che ha lavorato alla nascita dei vari Telethon. Secondo Canetta, “nella non-fiction resta dominante il talk-show, dunque il parlare”. Così passa solo ciò che può essere verbalizzato; col risultato che al centro c’è quasi sempre l’handicap fisico mentre quello psichico scompare. “Anche a noi le tv chiedono “l’ospite che funziona”, si può anche stare al gioco ma così diventa difficile uscire da questi binari troppo obbligati, dal binomio eccezionale/pietistico” sottolinea Canetta. All’estero si vedono programmi più interessanti che provano a raccontare i problemi anche attraverso gesti o sguardi. “E’ una questione di scelte e tempo, non di talenti” prosegue Canetta: “Già questo approccio amplierebbe la sfera del raccontare, come hanno mostrato alcune puntate del programma Storie vere che hanno richiesto tempo, intelligenza e fatica” tre “doti” che forse non abbondano fra i giornalisti. “Se io chiamo una tv, anche pubblica, per dire: “provate a venire con noi a vedere là, dove sta accadendo qualcosa” quasi mi ridono in faccia” esemplifica Canetta. Un aspetto importante della ricerca di Besio-Roncarolo è, secondo Canetta, anche la “platea” ovvero che nei talk-show o nei programmi per ragazzi si scelga o no di invitare anche disabili, sottolineando che la loro presenza è appunto normale e non legata a un tema particolare. Forse – suggerisce ancora Canetta – una strada utile da percorrere è l’auto-rappresentazione. Un discorso delicato ovviamente e che si presta anche a equivoci, populismi, dilettantismi, “spesso superabili attraverso la formazione”. Canetta cita “molte esperienze positive in Europa (Belgio e Inghilterra soprattutto) mentre l’Italia, che già era indietro, resta immobile e chiusa a ogni esperimento. La BBC ha un’unità specifica (tutti i collaboratori e tecnici sono disabili) che realizza due trasmissioni in onda ogni settimana sulla rete culturale (una si chiama “Fuori dal bordo” e l’altra “Dentro il bordo”), con un taglio molto disinvolto. Le presenta un giovane in sedia a rotelle che però è un punk, dunque fuori da ogni stereotipo. Si utilizza molto la candid-camera – cioè la telecamera nascosta – per mostrare ad esempio che in discoteca non gradiscono i disabili”. Di conseguenza Canetta sente “l’esigenza di spazi sperimentali, anche di mattina o notte, per fare alla tv italiana trasmissioni diverse da quelle consuete e vedere cosa succede”. Oggi la situazione è troppo bloccata: “trasmissioni come Il coraggio di vivere sono animate da buone intenzioni ma la struttura è vecchio stile”. E in più il palinsesto le propone in partenza come ghettizzate e/o ghettizzanti. Quanto alla fiction, Canetta intravede una tendenza, che rompe un po’ le due “gabbie” dell’handicappato/a da compatire o di quello/a da ammirare per il suo eroismo (e relative varianti di questi due schemi): “Pensando ad alcuni protagonisti down o autistici (Forrest Gump, oppure L’ottavo giorno) vedo un personaggio prodigioso – non necessariamente vincitore o sconfitto, anche se spesso risulta positivo – pur se è debole, affascinante senza essere necessariamente un super-eroe”. Due anni dopo la ricerca, Serenella Besio si occupa d’altro e confessa una certa “indigestione” di tv. Pur con questa premessa accetta però volentieri di riflettere – “senza pretesa di sistematicità” – sui segnali negativi o positivi che le sembra di intravedere nel piccolo schermo. “Non mi pare che i “formati” siano mutati o diventati più elastici e questa rigidità condiziona molto tutti i protagonisti (autori e ospiti, disabili o no) delle trasmissioni”. Secondo Besio è invece interessante notare che di recente “alcune fiction straniere ci ripropongono il disabile come cattivo e questo è paradossalmente un bene (se ovviamente non c’è alcuna connessione fra handicap e cattiveria) rispetto a certi stereotipi”. Qualcosa di positivo però Serenella Besio se lo aspetta da un programma che parte in questi giorni, quello di Giovanna Milella: “mi sembra una conduttrice garbata e precisa e anche il “formato” prescelto appare rispettoso”. Le piacerebbe anche la possibilità di intercalare i programmi con brevi flash sulla disabilità, un modo di rompere i palinsesti mummificati. “Di positivo, negli ultimi tempi, ricordo una pubblicità progresso per l’Anffas che mostrava mamme anziane (e non solo) suggerendo un messaggio d’affetto e non pietistico. Nell’informazione televisiva il vero problema irrisolto è quello della disabilità cognitive” appunta. Di sfuggita, Besio accenna a una ricerca del CNR – “che purtroppo non è stata pubblicata, ma chi fosse interessato a leggerla può contattarmi al Siva (02/40308340)” – sul ruolo che la tv potrebbe avere per persone con difficoltà cognitive; “e anche questo è un campo in cui all’estero si registrano esperienze veramente interessanti, con programmi che accompagnano un’idea di autonomia molto marcata all’auto-ironia.

La trasmissione più amata e odiata
Oltre al discorso in generale su media/handicap, a Stefano Borgato tocca ovviamente di entrare anche nello specifico di Telethon, trasmissione amata/odiata quant’altre mai. “L’unico fatto nuovo di un certo rilievo è la scelta degli spot proposti dalla Presidenza del Consiglio” riflette Borgato: “qualcuno li ha contestati però a me pare che il disabile diventato protagonista e non scenario (pur se la sindrome di Down è certo un caso particolare) sia un fatto positivo, pur se lo slogan finale (“metteteli alla prova”) non era dei più felici. L’insieme di quegli spot testimonia comunque di un cambiamento culturali, come del resto accadde per quello di Bertoli che, per l’epoca, era molto avanzato, quasi dirompente”. Anche Borgato condivide che sia molto grave la prassi di non far passare determinati problemi e persone in certe fasce orarie (prime time e domenica pomeriggio). Quanto alla contestata-Telethon, questo è il suo punto di vista: “Bisogna anzitutto tener conto del fatto che questa è appunto pensata come una maratona (32 ore di fila) e che serve a raccogliere soldi per la ricerca” premette: “Anche noi che l’abbiamo voluta siamo consapevoli dei suoi limiti, eppure raccogliere in 8 anni 200 miliardi da devolvere alla ricerca pura è un risultato straordinario>. All’inizio la contestazione principale era “sprecare 32 ore senza costruire comunicazione reale su trasporti, barriere, integrazione” ricorda Borgato: “con il passare del tempo il quadro d’insieme è mutato, sia perché Telethon, dal ‘92, ha allargato il discorso alle malattie genetiche ma anche perché negli ultimi 3 anni si è consolidata una struttura fissa e dunque persone che ormai qualcosa hanno “capito”. Mi è parso che, pur con le solite cadute, quest’anno vi sia stata una comunicazione più ampia”. Quanto alle accuse di usare i bambini in una logica pietistica, Borgato – “disapprovo anch’io questi metodi” – suggerisce però che il vero limite è nel “mezzo” usato, cioè nella tv stessa. “La finalità di questo programma è il contatore dei soldi. O il programma lo fai per raccogliere fondi o no. Ma se decidi di farlo per quello scopo, io temo che sia impossibile ottenere qualcosa di più che piccoli miglioramenti all’attuale formula. Naturalmente dovrebbero esserci molti altri spazi, per altre questioni; vi sono proposte (anche da disabili) sia radiofoniche che tv ma non vengono accolte”. Tornando a un discorso d’insieme, secondo Borgato “rispetto a 15/20 anni fa, certi temi (penso alle questioni legate alle barriere architettoniche) sono ormai conosciuti anche al grosso pubblico”. Che la tv sia però un Moloch difficile da smuovere trapela dalle sue conclusioni: “Secondo me i meccanismi esasperati (dell’audience, e non solo) delle televisioni rendono la comunicazione grossolana per natura: nessun privato o pubblico oggi affiderebbe due ore “serie” su questi temi. Bisogna realisticamente utilizzare gli spazi che ci sono, se possibile togliendo le questioni dal “ghetto” come nel caso delle para-olimpiadi che devono essere argomento di notiziario sportivo e non relegate in spazi specialistici”. Infine Borgato richiama i giornalisti a un maggiore impegno: “bisogna uscire dal corto circuito dei giornalisti che si trincerano dietro il “noi diamo quello che il pubblico vuole”, senza rendersi conto che questo è il classico cane che si morde la coda”. Per la verità l’alibi del pubblico nasconde molte questioni delicate (pigrizia, conformismi, lottizzazione e asservimento ai Poteri forti, formazione e aggiornamento di qualità bassa e decrescente, ecc.) che la categoria dei giornalisti sempre più rimuove: ma questo è ovviamente un discorso che esula dai limiti di questa inchiesta.
La televisione e i giornali possano scambiare un disabile con un cappello perché purtroppo è una prassi diffusa (fatte salve le solite, ovvie eccezioni) ad ogni settore: se abitualmente si tace che le mine assassine sono italiane, o se s’inventano stragi mai avvenute (il riferimento è a Timisoara), se si fa diventare notizia il pettegolezzo, e se la “marchetta” domina indisturbata… è ben difficile capire come e perché persone/associazioni sostanzialmente prive di “potere” potrebbero avere dignità di notizia, o addirittura di… esistenza.

9. Informare sul disagio psichico

di Cinzia Migani

Il bisogno di una corretta informazione è una delle prime necessità manifestate da chi si trova a vivere o a convivere con situazioni di disagio psichico. Un seminario e un progetto in itinere organizzato dal Centro Minguzzi per modificare i luoghi comuni dei mass media.
Le recenti trasformazioni avvenute in campo sanitario ed in particolare in campo psichiatrico hanno avviato processi di forte cambiamento sia rispetto all’articolazione organizzativa con cui vengono garantiti i servizi (integrazione tra pubblico e privato) sia al ruolo che il cittadino/utente esercita rispetto alle stesse organizzazioni erogatrici e agli enti preposti alla programmazione. Dall’insieme di questa nuova molteplicità di attori e dal maggiore peso esercitato dal cittadino, nelle sue varie forme aggregative e vesti associative (associazioni di familiari e di utenti) e di rappresentanza (ente locale) , emerge l’esigenza di creare un clima culturale che complessivamente accresca la possibilità di adeguare, perfezionare la risposta al disagio psichico, come fenomeno che la comunità prende in carico.
E’ ormai assodato che in campo psichiatrico tale processo affonda le sue radici nella riforma psichiatrica del 1978 che ha portato al definitivo superamento della legge del 1904 e, quindi, al radicale cambiamento delle modalità di farsi carico di chi era stato etichettato come “malato di mente” e per questo rinchiuso in manicomio e depauperato di ogni diritto civile, nonché di ogni legame sociale. La legge 180, in sintesi, attraverso il superamento del manicomio e la costituzione dei servizi territoriali ha favorito – come promessa di emancipazione (cfr. G. Dell’Acqua, R. Mezzina, D. Vidoni, Utenti famiglie e servizi di salute mentale in Fogli di informazione, n°157) – interazione, scambi sociali, soggettivazione dei diversi attori in campo a partire dagli stessi operatori e dagli utenti fino a comprendere coloro che, se si escludono gli orari per le visite, erano stati storicamente esclusi da ogni forma di legame con chi viveva all’interno del manicomio, ossia i familiari e i cittadini in senso lato.

Un bisogno di vera informazione
I cambiamenti prodotti da tale processo sono passati attraverso una ridefinizione dei singoli ruoli dei diversi attori in campo. E’ proprio in virtù di questo che si è avvertita fortemente la necessità di avere informazioni rispetto a quello che fino a quel momento era stato un mondo ad esclusivo appannaggio della comunità scientifica. A differenza, inoltre, di altri settori del sapere medico quello psichiatrico si caratterizza perché possono coesistere modelli teorici di riferimento diversi e in alcuni casi contrapponibili. Non solo la disciplina psichiatrica ha individuato con fatica nel tempo un modello unitario di classificazione delle patologie mentali, trovando un buon livello di consenso solo sulla scelta del luogo: il manicomio, dove è ormai risaputo che l’unica certezza era rappresentata dalla data di ammissione e non certamente sull’esito dell’intervento terapeutico. Tutto ciò ha determinato in coloro che non sono specialisti del settore forti difficoltà di comprensione.
Ancora oggi il bisogno di informazione è uno dei primi bisogni segnalati da chi si trova a vivere o a convivere con situazioni di disagio psichico. E’ per rispondere a questa richiesta che l’istituzione “G.F.Minguzzi” della Provincia di Bologna -sorta negli anni ‘80 come centro di documentazione di storia della psichiatria e dell’emarginazione sociale e divenuta nel tempo un luogo di elaborazione di strumenti di analisi e strategie di intervento sui temi dell’integrazione sociale e della devianza in senso lato- si è attivata per dare vita a una sezione di documentazione sulla salute mentale per i non professionali, ossia un punto qualificato dove trovare informazioni, materiali per chi ha necessità di predisporre progetti di divulgazione e sensibilizzazione rivolti ai non addetti ai lavori. La realizzazione del progetto necessita sicuramente -data la complessità della materia e la variegatezza dell’utenza di riferimento (familiari, associazioni di familiari, URP, cittadini, utenti, variegato mondo scolastico)- di diverse tappe.

“Accrescere le competenze della comunità”
Una di queste è rappresentata sicuramente dal primo workshop dal titolo “L’informazione sociale nel campo della salute mentale per accrescere le competenze della comunità”, organizzato recentemente a Bologna con la collaborazione di Unasam (Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale). In quell’occasione a partire da sollecitazioni provenienti dai familiari, preoccupati dell’influenza che esercitano i mass media nella presentazione di tematiche relative al disagio psichico, si è ritenuto opportuno organizzare un momento di incontro fra i diversi attori deputati -anche se in forma diversa- a dare informazioni per riflettere e chiarire quale informazione “alternativa” occorre produrre per cambiare stereotipi e atteggiamenti spesso negativi nei confronti di chi soffre. In definitiva a partire dalla convinzione che diversi sono i livelli dell’informazione e che i mass media elaborano le loro informazioni a partire da un retaggio culturale preesistente (cfr. N. Cavazza, La persuasione, 1996) si è cercato di richiamare i presenti – con l’avvertenza che fossero rappresentati tutti i soggetti deputati a dare informazioni, ossia i rappresentanti dei mass media, delle associazioni di familiari e degli utenti (ancora poco rappresentati), degli specialisti del settore e degli URP- a lavorare insieme su tre questioni ritenute basilari: i contenuti dell’informazione sociale, le modalità e i mezzi dell’informazione, i soggetti che gestiscono l’informazione sociale. Dai lavori dei singoli gruppi e, soprattutto, dalla discussione conclusiva in plenaria è emersa l’esigenza di approfondire maggiormente i lavori avviati nelle singole sezioni al fine di individuare con più precisione le diverse fonti dell’informazione, di padroneggiare con più competenze gli strumenti per fornirla, per definire le richieste e i ruoli di coloro che ne sono nel contempo fruitori e fornitori. E’ trapelato, inoltre, il bisogno di comunicare e confrontarsi sui temi inerenti alla salute mentale.

Modificare i luoghi comuni
Raccogliendo le indicazioni dei presenti, si è convenuto di organizzare nel ‘98 un ulteriore momento di lavoro che – a differenza del primo- sarà volto a individuare le strategie operative sottostanti alla produzione di processi informativi. Il cammino intrapreso porterà presumibilmente non solo ad accrescere le competenze della comunità nell’ambito in oggetto ma anche – lo crediamo e come Istituzione abbiamo investito più di una risorsa – a modificare la visione negativa che spesso aleggia -per mancanza di conoscenza – verso chi convive quotidianamente con la sofferenza psichica.
E allora la complessità del linguaggio o dei modelli di riferimento con i quali si apprestano a definire e a prendersi cura delle diverse forme di sofferenza sarà finalmente vissuta per quello che è: ossia come una risorsa volta a favorire interventi mirati sui singoli casi e a rispettare le singole soggettività, e non come elemento di incertezza e confusione.

2. Documentare sul disagio

di Andrea Pancaldi

Le merci rare di fine secolo: il sapere e l’informazione
Ne “Il trionfo della moltitudine: forme e conflitti della società che viene” (Bollati Boringhieri, 1996), uno dei più bei libri che siano stati scritti sulle profonde trasformazioni sociali in corso, Aldo Bonomi, l’autore, si sofferma sui luoghi e sulle esperienze che lui definisce agire nella terra di mezzo, tra inclusione in un sistema di competizione economica generalizzata e l’esclusione nell’anomia e nella massa indifferenziata; luoghi che trattano le merci rare del fine secolo: il sapere e la socialità.
Parlando della figura metaforica del progettista imprenditore Bonomi sottolinea: ” … il progettista imprenditore, delineando, prima della forma impresa, la forma progetto, ipotizza ambiti che producono, oltre al reddito, socialità.
Lo sforzo per esistere di questa figura, debole come un neonato che si affaccia al mondo, lo vedo delinearsi nei tanti soggetti che, a fronte della fine del racconto e dei luoghi del racconto, progettano riviste, case editrici, radio, tv, luoghi di produzione musicale, video, cioè luoghi che spesso esauriscono il loro compito ancor prima di confrontarsi con il mercato, ma mettono in circolazione il desiderio di esserci e comunicare, nel tentativo di piegare gli strumenti della tecnica, i mezzi, da reti di comando e controllo, a strumenti di comunicazione e socializzazione….quanto questa figura debole e inesperta sarà in grado di crescere, dipenderà da ciò che avverrà nei luoghi ove la merce rara sapere è prodotta: le università, i centri studi, i centri di ricerca. Questi sono i luoghi che stanno tra il produrre e la mondializzazione, con funzioni strategiche, e questi sono i luoghi che andranno osservati”
Tra gli attori che forse evocano una società che viene come il progettista imprenditore, il volontariato ed il terzo settore, i comitati cittadini, i centro sociali autogestiti (cfr. a tal proposito il bel volume “Centro sociali: che impresa”, di Moroni, Farina, Tripodi, edizioni Calstelvecchi, 1995), i Centri di documentazione che nascono numerosi ad opera del volontariato e dell’associazionismo (e poco, non a caso, a cura della cooperazione sociale) e, più recentemente, ad opera degli enti locali che hanno vissuto le stagioni più ricche delle politiche sociali negli anni ‘70/90, evocano queste dinamiche intrecciando spesso più di una identità.

Produrre cittadinanza e socialità
Una galassia di iniziative, sospese tra conformismo e innovazione, che ben riflettono la spaccatura dell’universo non profit sospeso tra chi opera in una pura logica sostitutiva di un welfare non più dato e chi invece persegue desideri di produzione di cittadinanza e socialità.
Al di la quindi dei numeri, della carte patinate, delle dotazioni tecnologiche e della capacità di “bucare” i media, quali le identità e le strategie per i centri di documentazione perché questi, oltre che produttori di informazioni, siano anche ” … laboratori sociali del rapporto tra politica e partecipazione … luoghi ove stare assieme, producendo cultura, informazione, comunicazione, sottraendosi all’imperativo categorico della società competitiva …”?
Riflettere sui Centri di documentazione ci si è provato nei mesi scorsi in un seminario organizzato dalla Fondazione italiana per il volontariato in collaborazione con l’associazione CDH, la Biblioteca del CENSIS e la Rete regionale dei Centri di documentazione per l’integrazione della Regione Emilia Romagna.
Qui di seguito riportiamo il “documento base per la discussione” , elaborato dagli organizzatori, come contributo sui temi sopra accennati invitando caldamente alla lettura del libro di Bonomi e di quello di Moroni, Farina, Tripodi, vere miniere di spunti per chi percepisce e pratica i centri di documentazione come strutture di connessione tra sociale e cultura, come luoghi di incontro, come terreni di coltura per gruppi, progetti, persone.
A titolo informativo segnaliamo che da due anni la Rete regionale dei Centri di documentazione per l’integrazione della Regione Emilia Romagna edita una Rassegna stampa trimestrale sul rapporto tra Informazione e marginalità che ha dedicato ampio spazio al tema dei centri di documentazione e ne cura una banca dati aggiornata periodicamente.

Ottanta centri di documentazione sul disagio
Nei tanti documenti scritti negli ultimi anni sul ruolo e l’identità del volontariato è solitamente la funzione di formazione quella che più viene sottolineata come fattore decisivo per uno sviluppo coerente di questo importante settore della realtà italiana.
E’ chiaro che il concetto di formazione contiene già in sé l’idea dell’utilizzo di materiale documentario, ma una riflessione specifica attorno al tema della documentazione forse può risultare utile in questa stagione in cui lo sviluppo tecnologico e quello della società dell’informazione rendono sempre più complesso l’approccio a tematiche come quelle della formazione, dell’informazione e della documentazione.
Negli ultimi dieci anni l’attenzione alle tematiche connesse all’informazione e alla documentazione nell’ambito del “sociale” (emarginazione, volontariato, terzo settore, integrazione, diritti, ecc) si è particolarmente sviluppata.
Le Pubblicità progresso, la TV “di servizio”, la TV “del dolore”, le oltre 400 riviste promosse da associazioni e gruppi di volontariato, “Rain man”, “Figli di un Dio minore”, la “Carta di Treviso, i convegni “Handicap di Carta”, “Cronaca grigia”, “Titoli minori”, il settimanale Vita in tutte le edicole, il “Maurizio Costanzo show”, il “Coraggio di vivere”, i tanti centri di documentazione, le banche dati, Internet.
Esperienze e iniziative grandi e piccole, utili o demagogiche che hanno comunque portato gran parte del mondo del sociale ad interessarsi e a “progettare” rispetto alle funzioni di informazione e documentazione.
In particolare la formula del Centro di documentazione si è sviluppata a macchia d’olio; in Italia sono ormai circa una ottantina le iniziative e/o le strutture che si definiscono come tali o con termini che più o meno evocano le medesime funzioni (Centro risorse, centro informazione, banca dati, sportello informativo, ecc).

I tre motivi che spiegano questa proliferazione
I motivi di questa proliferazione sono sicuramente molteplici e complessi e investono le trasformazioni dello stato sociale, la crisi della politica e dei suoi attori tradizionali, l’affermarsi della società della comunicazione, lo sviluppo tecnologico. Molte sono le considerazioni che si potrebbero fare a partire da questi nodi, tuttavia la realtà attuale del volontariato italiano ci induce a soffermarci soprattutto attorno a tre aspetti.
Il primo riguarda la stagione di profondi cambiamenti che stiamo vivendo e che il Centro documentazione (CD) aiuta a “percorrere” permettendo di progettare il cambiamento, e l’innovazione che dovrebbe accompagnarlo, a partire dalle idee, dalla cultura, dalle esperienze degli altri raccolte e raccontate nei libri, nelle riviste, nella stampa, nei video.
Il CD, quindi, come struttura per il confronto e l’innovazione.
Il secondo aspetto riguarda l’esigenza di collegamento che i cambiamenti portano con sé e amplificano. Uscire dal proprio ambito tematico specifico, dalla propria impostazione politico-culturale, per incontrare altre idee, esperienze, modelli organizzativi, schemi mentali e stabilire legami con questi.
Le funzioni di documentazione e informazione orientano verso questo, anzi obbligano a questo.
Il terzo aspetto, carico al tempo stesso di potenzialità e di ambiguità, è il fattore trainante che hanno parole come informazione, informatica, telematica, Internet. Parole che se rientrano nel “campionario” di una struttura, fanno veleggiare, spesso, col vento in poppa a cavallo delle trasformazioni.
Verso dove? E quale spessore qualitativo esprime la gestione di queste dinamiche? Ecco, appunto, il problema.
L’impressione è che sia il terzo aspetto quello ad essere più agito. Pare spesso che i CD si strutturino soprattutto a partire da questo, saltando pari pari una fase di ricerca e costruzione di senso necessariamente non breve, e delineando quindi iniziative informative e di documentazione che corrono il rischio di rimanere fini e non diventare mezzi.
La letteratura reperibile sul senso è l’identità dei CD impegnati nel sociale è veramente scarsa e limitata a poche iniziative.
Ecco allora la necessità di non dare niente per scontato e di riattualizzare la ricerca di senso dei CD e delle loro reti di collegamento e scambio che ne costituiscono, in una logica di sviluppo, e non solo di crescita, la vera ragione di essere.
Come accade per ogni individuo, anche per i CD lo sviluppo non può avvenire ed aver significato che all’interno delle relazioni con gli altri.

I possibili ambiti di riflessione sul tema dei centri di documentazione
Non esiste un modello di CD per l’ambito sociale, e per certi versi è meglio che sia così, ma certamente è necessario costruire e far circolare un dibattito che permetta alle esperienze di circolare, di costruirsi nel confronto un linguaggio accessibile agli altri, di entrare in relazione con le strutture e le figure professionali specifiche del settore, di essere riproponibili in una logica di rete. Si pensi a questo proposito quanta competizione e ripetitività c’è stata negli ultimi anni nei progetti di carattere soprattutto informativo. Ognuno si è mosso per conto proprio, utilizzando queste funzioni a volte come terreno di riconversione (l’informazione come enzima che “catalizza” reazioni, un po’ come l’ecologia negli anni ’80); questo non favorisce certo la costruzione di spezzoni di identità del terzo settore.
Ci sembra utile proporre all’attenzione una serie di elementi che da una parte possano servire a costruire modello/modelli di CD e dall’altra facciano emergere coerenze tra l’attività dei CD e lo sviluppo del volontariato, del terzo settore, delle politiche e delle culture per la lotta alla emarginazione. E’ superfluo ricordarlo ma anche i CD sono dei mezzi e non dei fini, così come lo sono le funzioni che essi esplicano.
Il primo ambito di riflessione investe il termine stesso di CD. Perché molte iniziative si sono definite come tali e non biblioteche dato che, dalle informazioni che se ne possono ricavare, sostanzialmente funzionano come tali?
È il computer? il fatto di non avere solo libri? CD pare più moderno? Come intendono le varie realtà la differenza tra un CD e una biblioteca? I CD condividono l’affermazione che documentare significa raccogliere, selezionare ed elaborare?
La seconda riflessione investe le funzioni di cui si occupa un CD. Esistono realtà che si occupano esclusivamente di documentazione. Altre che si danno come scopo soprattutto quello di essere sostanzialmente sportelli informativi sulle risorse (servizi, leggi, punti di riferimento, consulenza per pratiche, ecc) rispetto a determinate tematiche.
Altri intrecciano le funzioni; generalmente documentazione e informazione, ma anche in alcuni casi formazione e animazione e promozione culturale. Altri ancora svolgono intensa attività di collegamento con strutture e gruppi offrendosi anche come contenitore che favorisce la nascita di altre iniziative (documentazione e informazione come terreno di “coltura”).
Ogni funzione può essere presupposto e conseguenza delle altre, con tutta la ricchezza che questo può comportare.
I CD hanno riflettuto su questo? si sono dati una organizzazione e strategie per dare coerenza ai diversi settori di intervento?

Il percorso di un centro di documentazione
Terzo punto è l’identità di un CD. Quali percorsi segue? esistono analogie tra le varie esperienze? Una possibile schematizzazione del percorso di un CD può essere quella che individua in quattro grandi fase il percorso della strutturazione della sua identità.
La prima è quella in cui un CD è ciò che è. Ovvero la fase dell’idea, della proiezione di questa in una possibile progettualità; la fase in cui le esperienze e le capacità delle persone che partecipano del progetto trovano, appunto, sintonie e codici comuni.
La seconda fase è quella che identifica il CD con ciò che ha. Lo spazio fisico, gli arredi, i libri, la posta che arriva, la targa all’ingresso. Uno spazio, fisico e mentale finalmente visibile anche agli altri e che evidenzia una costruzione iniziata. Una fase legata molto alla fisicità della documentazione.
La terza fase è quella legata alle attività, la fase in cui il CD è ciò che fa. Raccogliere, selezionare, elaborare il materiale, l’intreccio di questo con le proprie esperienze e con i propri strumenti produce idee, progetti, iniziative. Il documentare comincia a dare frutti.
L’ultima fase potrebbe essere definita come quella della rete dei rapporti. La fase in cui si scopre che in realtà il CD esiste soprattutto al di fuori di se stesso, che il vero lavoro di un CD è nei canali di entrata e di uscita delle documentazioni e informazioni e quindi nelle relazioni con altri soggetti, nei progetti di collaborazione, nei progetti condivisi. E’ la fase in cui diminuisce l’importanza del CD come spazio fisico; gli indicatori non sono più solo la quantità del materiale o gli iscritti al prestito, ma il sacco della posta, le spese telefoniche, postali, di viaggio, cioè gli indicatori delle relazioni.
È questa la fase più delicata, direi decisiva, in cui un CD deve saper passare da una strategia di prodotto (ho informazioni – cerco utenti) ad una strategia di mercato (ho utenti e bisogni – cerco informazioni).
Un po’ come quei giocolieri che fanno ruotare 4/5 piatti tutti contemporaneamente, anche un CD deve saper alimentare, anche se inevitabilmente con forme di discontinuità e incongruenza, le ragioni delle varie fasi.
L’idealità, il flusso delle informazioni, la capacità di trasformare le idee in iniziative sono alimento indispensabile per una rete di rapporti che sia significativa e che porti reali contributi sul tema dei diritti, della lotta alla emarginazione, della valorizzazione delle differenze, di una cultura di pace.
Ripensando alla propria storia i CD trovano analogie con queste riflessioni? Hanno altre schematizzazioni da proporre? Trovano più corrispondenza in altri termini di quelli qui usati?
Operare in un CD, proprio perché alla fin fine si agisce attorno alla gestione dei linguaggi nel variare dei contesti, non è forse un po’ anche un’arte come lo sono tutti i linguaggi (pittura, musica, fotografia, grafica, letteratura, ecc)?
Questa ultima considerazione introduce il nodo importantissimo di dove abitino i CD. All’interno del sociale, quindi all’interno di tutte le parole collegate a questo termine, o è meglio pensarli come strutture di connessione, quindi anche con altri settori come la cultura, l’economia, l’istruzione, ad esempio. Forse che l’emarginazione non viene dalle in-culture, da meccanismi economici distorti, dalla mancanza di opportunità di istruzione e relazione?

L’attenzione alle fonti e i linguaggi di ricerca
Il quarto punto è relativo alle strategie, alle logiche alla luce delle quali orientare il proprio lavoro. Sotto questo aspetto ne indichiano alcune che ci sembrano significative.
La prima è l’attenzione a tutte le fonti, intese sia come mezzi (riviste, cinema, TV, ecc), sia come attori sociali (volontariato, enti locali, cooperazione, università, ecc) sia come ambiti (scuola, informazione, formazione, mondo giovanile, ecc) e questo soprattutto in un periodo in cui istituzioni, cittadini, partiti, sono meno sovrapponibili di quanto fossero una volta. In ultima analisi non dare per scontata quella famosa società civile a cui appartiene la stragrande maggioranza dei CD.
All’interno della attenzione complessiva alle fonti c’è da tenere conto poi della gerarchia di valori che ogni CD può fare rispetto alle diverse tipologie di documentazione. La cultura media identifica ancora nel libro lo strumento più importante, ma le necessità di informazione e dell’ “agire” impongono la necessità di dotarsi di strumenti diversi e di non gerarchizzarli.
La seconda strategia è quella relativa alla costante attenzione (e alla capacità), di organizzare linguaggi di ricerca che tengano conto dell’evolversi delle culture e delle dinamiche sociali. Si entra qui nel terreno occupato dai soggettari, dai tesauri, ma quello che ci interessa focalizzare sono i percorsi che portano a questi, le logiche con cui i vari CD dal dibattito, dagli eventi, dalle documentazioni e informazioni traggono spunti per una gestione dinamica di questi strumenti. Usando anche qui una immagine si potrebbe paragonare l’attività di un CD in questo ambito a quella di un cantautore che sa “interpretare” il proprio tempo e usare parole che creano sintonie e codici.
Altra strategia da tenere in considerazione è quella relativa al consumare e produrre (informazione e documentazione) come condizione irrinunciabile di un CD. Creare cioè quella circolarità nei flussi che è scambio, crescita e al tempo stesso relativizzazione del proprio lavoro e che è condizione necessaria per permettere al CD di sopportare la fatica del dover “correre” che è inevitabile date le funzioni che gli sono proprie.
Saper utilizzare linguaggi diversi, tema già affrontato nel documento, ci sembra altra strategia decisiva per un CD che sappia parlare a interlocutori diversi e con una gamma di approcci variegata.
L’ultima strategia che sottoponiamo al dibattito è relativa alla necessita di mantenere viva la riflessione su cosa sia e significhi l’informazione per un CD. A noi sembra che debba essere considerata non come un accessorio, una sorta di ufficio stampa che ha rapporti solo con le alte sfere (informazione come potere), ma un servizio, una competenza che sta all’interno della rete dei servizi e che è ponte verso le strutture dell’informazione. In questo senso ci sembra che non solo i media debbano essere più informati e formati rispetto al sociale, ma che anche questo debba acquisire/scoprire capacità informative oltre che documentative. In questo senso l’informazione, e a maggior ragione negli ambiti di cui si sta parlando, ha senso se evidenzia non solo le notizie (ciò che è già successo), ma se fa circolare idee, risorse per ciò che potrebbe accadere.

I Centri di servizio al volontariato
L’ultimo ambito di riflessione è il rapporto tra i CD e i Centri di servizio (CS) previsti dalla legge 266 e che proprio in questi mesi, in alcune regioni, stanno avviandosi.
La nostra impressione è che i due ambiti abbiano avuto poche connessioni anche se alcuni CD sono nati appositamente per proporsi per questo.
In molti documenti (dei pochi circolati fino a non molti mesi fa) si trova scritto che i Centri di servizio sono strutture “nuove” come se esistesse una incapacità di smuoversi dal dato prettamente legislativo (legge, decreto, ricorsi e controricorsi. circolari ministeriali, incontro/scontro con le banche, ecc) e vedere che i CS esistono perché svolgono delle funzioni e non perchè esiste un decreto ministeriale.
Se l’informazione è l’esatto contrario del potere si può dire che invece quella sui CS è stata una vicenda che ha seguito logiche esattamente contrarie a quelle a cui dovrebbe ispirarsi una struttura deputata a svolgere le funzioni che la stessa legge le affida.
Il dibattito sui CS è stata materia spesso delle grandi associazioni, dei leader dei gruppi, di assessori; si sono riviste perfino cordate “rosse” e cordate “bianche” che sembravano dimenticate.
Possono i CD, dando per scontato che molti di loro collaboreranno ai CS, contribuire a far prevalere logiche di scambio e comunicazione a quelle di potere, come invece troppo spesso si è visto?
Come intendono far crescere il volontariato sui temi della documentazione e dell’informazione e non proporsi solo per la vendita di servizi?
Per informazioni: Rete CDI, Assessorato Politiche sociali, v.le A.Moro 38, 40127 Bologna.
Per chi volesse informazioni sul seminario svoltosi presso la Fondazione italiana per il volontariato di Roma può rivolgersi a Giampaolo Manganozzi, Fivol, via Nazionale 39, 00184 Roma.

1. Comunicare il terzo settore

di Nicola Rabbi

Per chi lavora nel terzo settore e presta un minimo di attenzione al tema della comunicazione e dell’informazione ben presto si accorge che il rapporto con il mondo dei mass media non è per niente facile. I motivi sono sia di ordine interno al terzo settore che non si è ancora attrezzato con gli “strumenti” idonei, sia esterni, nel mondo dell’informazione, che per le sue caratteristiche poco si presta, oggi, in Italia, ad affrontare con serietà dei temi che non possono essere sempre semplificati nella storia emblematica o all’intervista al prete famoso.
Come è difficile comunicare con i mass media senza bad news.
Quando il terzo settore diventa oggetto di informazione raramente il prodotto finale (l’articolo o il servizio radiotelevisivo) è soddisfacente. I motivi per cui i mass media hanno questa difficoltà a rappresentare il sociale sono abbastanza conosciuti e studiati.

a) I giornalisti si rivolgono solo ad un numero limitato di fonti, di solito quelle istituzionali o comunque rappresentanti gruppi con un certo potere. Questo motivo porta all’esclusione come fonti informative di parecchi gruppi che operano nel sociale e non hanno delle strutture forti.

b) Non esistono, all’interno del e redazioni, dei giornalisti specializzati nel terzo settore; anzi di solito questi sono i classici argomenti che vengono affidati agli “ultimi” arrivati in redazione. In questo modo il cronista ogni volta deve cominciare da capo, visto che la sua conoscenza dell’argomento è scarsa e non gli permette di approfondire la notizia.

c) I ritmi di produzione delle notizie non permettono il trattamento di questo genere di notizie che sono complesse e trovano un loro spazio ridotto solo nella cronaca spicciola. Di fronte a questi problemi sono state proposte anche alcune soluzioni: innanzitutto l’arricchimento delle fonti, la specializzazione giornalistica, il ripensamento delle categorie di genere dove il sociale trova spazio (cronaca, come dicevamo prima, e dibattito politico).

Per quanto riguarda le fonti, assistiamo oggi al fenomeno che alcuni fonti del terzo settore sono diventate molto visibili, si sono istituzionalizzate; questo a scapito delle altre. Cosi quando si parla di tossicodipendente si sentono sempre e solo quei due o tre religiosi impegnati, quando si parla di volontariato il giornalista intervista esponenti delle due o tre organizzazioni più note. C’è da chiedersi se queste semplificazioni non siano dannose per l’intero terzo settore e se si possano trovare delle strategie per moltiplicare il numero delle fonti.
La specializzazione giornalistica va letta, a mio parere, come una conoscenza di fondo delle tematiche del sociale, conoscenza che dovrebbe essere trasmessa durante il percorso formativo del giornalista, senza per questo voler creare una nuova figura come il giornalista parlamentare o quello sportivo.
Riguardo agli spazi riservati al terzo settore dai giornali e dalle televisioni, questi dipendono strettamente da come sono fatti i servizi. Finché questi si baseranno, come oggi succede nella maggior parte dei casi, solo sul fatto di cronaca o sul dibattito politico, non potranno mai essere realizzati prodotti di approfondimento opportunamente contestualizzati.

Le colpe del terzo settore
Se esiste questa situazione tra mass media e terzo settore, questo è dovuto in parte anche al fatto che molti gruppi hanno sottovalutato e continuano a sottovalutare l’importanza di questo rapporto. In una società basata sull’informazione, dove l’emarginazione si produce ancor prima che per le deprivazioni economiche per l’esclusione dai circuiti informativi, non prestare la dovuta attenzione a questo rapporto comporta dei rischi enormi. In concreto basterebbe poco per cambiare le cose in questo campo. Basterebbe che ogni gruppo, cooperativa o associazione si attrezzasse al suo interno e delegasse una persona a fare il portavoce con i mass media organizzando un piccolo ufficio stampa, il che vuol dire semplicemente avere un elenco completo dei mass media locali con il corrispettivo fax e la lista dei giornalisti “fidati” con cui tenere i rapporti. In questo modo si diventa delle fonti più forti e attendibili di fronte ai giornalisti.
Inoltre esistono anche degli strumenti, poco incisivi a dir la verità, che permettono al lettore/protagonista di una vicenda raccontata su un mass media, di reagire di fronte ad una notizia mal raccontata (il dovere di rettifica, la varie carte dei doveri del giornalisti a cui appellarsi, il codice penale per la diffamazione… ).
Sono strumenti che non vanno vissuti come “vendicativi” ma come occasione per migliorare la qualità informativa e che noi come cittadini/lettori abbiamo il diritto di richiedere.

Cambiamo argomento
Una nuova opportunità viene offerta, al mondo delle associazioni, al singolo cittadino, dal mezzo telematico: grazie ad Internet e alle reti di BBS è possibile accedere ad informazioni che prima potevano essere raggiunte (se mai lo potevano) solo da poche persone, per lo più giornalisti e specialisti. Ora dal proprio tavolino, digitando dalla propria tastiera, si possono leggere i fatti usando fonti diverse, farsi delle opinioni leggendo cose che ben difficilmente, per motivi diversi, trovano posto sui mass media tradizionali.
Viceversa è possibile informare, con velocità e in modo economico, un gran numero di persone, confezionando notiziari che riportano la nostra personale (o della nostra associazione) ricostruzione di un fatto e le nostre considerazioni. Ci fermiamo qui per ora, non approfondendo i problemi e le sfide, per il terzo settore, per la società, per il mondo dell’informazione, che il mezzo telematico porta con sé (ma lo faremo in un prossimo numero di HP).
Per finire un ultima questione: chi sono, che professionalità hanno quelle persone che lavorano all’interno del terzo settore ma nel campo della comunicazione? Degli operatori sociali abituati a comunicare, o dei giornalisti specializzati, oppure, degli operatori dell’informazione di un settore specifico? Sono tutti termini che indicano cose molto diverse per un tipo di professionalità in attesa di definizione.

8. L’arma della pubblicità

a cura di Nicola Rabbi

“Le associazioni non riescono ad avere un buon rapporto con i mass media, è sempre sbilanciato. Noi abbiamo fatto delle campagne pubblicitarie con un’agenzia di pubblicità (Conquest Europe), questo è stato il nostro modo per essere presenti sui mass media, per reagire a certe cose, usando la pubblicità sociale”. Intervista a Ernesto Muggia dell’UNASAM.

Ernesto Muggia è il fondatore del Coordinamento Lombardo Psichiatria (CLP) e uno dei responsabili dell’UNASAM (Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale), fratello di un malato, “a un certo punto della vita a furia di aiutarlo ha deciso di cambiare mestiere ed è diventato psicologo, dopo essere stato ingegnere”. A lui abbiamo fatto alcune domande su come vengono “trattati” i malati mentali sui mass media e come le associazioni di familiari possono difendersi dalle informazioni scorrette proponendole altre.

Informazione sulla malattia mentale e mass media: come è nato l’interesse specifico per questo tema?
Mi sono reso conto che in questo campo regna sovrana l’ignoranza e il pregiudizio; ritengo che questo sia uno dei problemi principali per poter esercitare un’azione di pressione nel campo dei servizi e della cultura, perché se si riesce a coinvolgere la gente tramite i mass media, se c’è la pressione dell’opinione pubblica le cose si muovono, le leggi si applicano; per quanto riguarda la psichiatria le leggi ci sono ma non sono applicate, perché l’opinione pubblica è lontana, estranea. La malattia mentale fa paura a tutti e preme dentro di noi; secoli di pregiudizio hanno caricato i malati di mente di una pericolosità che non esiste (le statistiche della criminalità riportano dati contrari). E poi c’è la vergogna, perché nella nostra cultura se qualcuno è colpito da qualche guaio, la è colpa sua. Per vincere questi problemi bisogna muoversi.

Qual è il panorama che si presenta in Italia? Che tipo di informazione viene fatta?
I media sono addirittura peggio di quello che la gente pensa, dei loro luoghi comuni e delle loro paure, in quanto solletica gli istinti più bassi, fomenta le paure raccontando solo certe cose e in un certo modo.

Le associazioni dell’area come si rapportano al mondo dei mass media? Che atteggiamento hanno? Cosa potrebbero fare per essere meno indifesi di fronte ai giornalisti?
Le associazioni non riescono ad avere un buon rapporto con i mass media, è sempre sbilanciato. Noi abbiamo fatto delle campagne pubblicitarie con un’agenzia di pubblicità (Conquest Europe), questo è stato il nostro modo per essere presenti sui mass media, per reagire a certe cose, usando la pubblicità sociale. Lo slogan recitava, “Matto, demente, pazzo, scemo, l’insulto peggiore è l’ultimo”. Sono stati molti i giornali che lo hanno pubblicato. Poi abbiamo utilizzato anche il mezzo radiofonico; qui il testo era letto da una persona veramente malata e l’impatto è stato fortissimo.
Il risultato più clamoroso lo abbiamo raggiunto però plagiando una pubblicità infelice della Benetton (tutta la famiglia Benetton appariva in una foto con una camicia di forza) .
Dopo una serie di riunioni con la Conquest abbiamo deciso di rifarla a nostro modo. La stessa foto è stata ripresa ma le persone nella camicia di forza erano i malati, i parenti, i medici. “Siamo anche noi una famiglia”, era scritto in basso, un messaggio capovolto in risposta alla pubblicità Benetton. In quell’occasione ci hanno regalato 400 milioni di pubblicità .

Che strumenti si possono adoperare per essere “preparati” di fronte ai mass media (addetti stampa per ogni associazione, la possibilità di appellarsi alle varie carte di doveri dei giornalisti…)?
Anche nel caso del bambino violentato gli scorsi mesi i giornali hanno tirato fuori la storia del pazzo.
Abbiamo protestato (perché un pazzo non era, era un altro tipo di malato) e alcuni giornalisti ci hanno dato ragione. Ma ci hanno anche detto che spetta a noi reagire prontamente con delle notizie mandate tempestivamente in redazione. Il problema è che non sempre ci sono le risorse per reagire, occorre un giornalista amico, avere una struttura, difficile da finanziare.
Per quanto riguarda l’esperienza televisiva ci siamo accorti che è meglio non andare perché sei manipolato, a meno che tu non abbia un conduttore amico.
Prendendo come esempio le trasmissioni di Maurizio Costanzo, lui fa quello che vuole con te. Bisogna andare in diretta, soltanto se si ha messaggio pronto, sicuro, supportato con dei dati, occorre insomma essere preparati senno ti manipolano facilmente.

7. Pazza informazione

di Cinzia Albanesi

Durante la Settimana Italiana della Salute Mentale è stata organizzata una lunga ed intensa sequela di incontri di lavoro che hanno coinvolto i diversi soggetti (associazioni, Istituzioni ecc.) che si occupano di salute mentale.
La Consulta per la Salute Mentale della Regione Toscana in collaborazione con il Comune di Firenze, nell’ambito di questi incontri ha promosso una tavola rotonda sul tema dell’informazione sociale.
“Sbatti il matto in prima pagina”, questo il titolo della tavola rotonda, che si è svolta recentemente a Firenze.
A questo incontro di lavoro sono stati invitati i giornalisti delle principali testate locali e nazionali, chiamati a confrontarsi con operatori della salute mentale e rappresentanti d’istituzioni pubbliche, ma anche sofferenti psichici e rappresentanti di associazioni di familiari.
Un coro di voci, ognuna della quali porta un contributo specifico, un diverso modo di pensare la sofferenza psichica. Voci al plurale per le quali questo incontro ha rappresentato un’opportunità di confronto su un tema certamente molto complesso, che richiede, per essere affrontato in modo adeguato, che tutti gli attori facciano uno sforzo per comprendere le proprie potenzialità positive ma anche le loro omissioni, le loro “inadempienze”.
I relatori presenti si sono interrogati sul ruolo dei media nella formazione dell’opinione pubblica. Sono rapidamente emersi i primi capi d’accusa nei confronti dei giornalisti, peraltro già sintetizzati nel titolo: sbattere una persona in prima pagina si configura come un’azione violenta, parlare di matti piuttosto che di sofferenti psichici non aiuta a rimuovere gli stereotipi e i pregiudizi sulla malattia mentale.

Il malato mentale non è pericoloso e può guarire
Quali sono i pregiudizi sulla malattia mentale, pregiudizi che si costruiscono nel senso comune e che la stampa, nell’opinione degli operatori, va a rinforzare?
Li individua con precisione Ernesto Muggia, presidente di UNASAM, associazione da anni impegnata nello sviluppo di un’immagine diversa del sofferente psichico: il pregiudizio dell’incomprensibilità, della pericolosità e quello dell’inguaribilità.
I reati violenti commessi da sofferenti psichici non sono superiori statisticamente a quelli generalmente commessi. Secondo L’Organizzazione Mondiale della Sanità solo un terzo di coloro che si ammalano di un disturbo mentale grave non rispondono al trattamento. Ciò significa che un intervento di presa in carico tempestivo e ben impostato consente di guarire i due terzi di coloro che si ammalano; significa che guarire è possibile per quattrocentomila malati psichici.
La stampa deve assumersi le proprie responsabilità, consapevole del fatto che ha grosse potenzialità nel mantenere o destrutturare il pregiudizio.
La stampa deve limitarsi a informare l’opinione pubblica o piuttosto deve assumersi l’onere di formarla? I giornalisti presenti su questo problema hanno le idee piuttosto chiare. I giornali non fanno accadere le cose, dicono, semplicemente le raccontano.
Gli altri relatori allora incalzano: troppo semplicemente si dice, solo per fare notizia, spesso prendendo la parte per il tutto, grossolanamente facendo perdere le tracce di quel contenuto che potrebbe essere realmente informativo.

I giornalisti rispondono alle accuse
I giornalisti non ci stanno. Pur riconoscendo le loro omissioni e le loro carenze ridistribuiscono le responsabilità anche agli altri soggetti presenti.
Il dott. Bisogni, dell’Associazione Stampa Toscana ricorda ai presenti che la stampa ha dei tempi suoi, che l’esigenza di tempestività non lascia spazio a elaborazioni troppo profonde.
Susanna Cressati di Unità Mattina ribadisce che esiste un diritto ma anche un dovere di cronaca, e che le cose “si dicono sempre tutte e subito”. La domanda lecita a questo punto è: perché, se va detto tutto e subito, le notizie non riportano mai le esperienze positive, che esistono anche là dove c’è sofferenza psichica? Perché nel pezzo giornalistico vanno a confluire solo le opinioni di una parte dei soggetti (lo psichiatra eminente, alcune associazioni piuttosto che altre) che si occupano del problema? Esiste certamente un problema di informazione. Manca, affermano gli operatori della carta stampata, un lavoro di scambio sull’informazione. Il giornalista non può improvvisarsi tuttologo e non è in grado di sapere tutto ciò che accade. Le associazioni di familiari, e gli operatori della salute mentale dovrebbero informare i giornalisti, comunicare ciò che si è fatto, rendendo conto ai giornalisti delle esperienze positive realizzate, affinché gli stessi giornalisti possano renderle note al grande pubblico.

“La salute mentale nei media”
Questa presa di coscienza (mi verrebbe da dire collettiva), consente ai soggetti presenti di percepirsi non come parti in conflitto, ma come soggetti diversi che possono attraverso la collaborazione reciproca strutturarsi come gruppo di lavoro. E’ in questo senso che va “La salute mentale nei media” una guida pratica per giornalisti e emittenti radio televisive prodotta da Scottish Mental Health Working Group” (Titolo originale “Mentall Health In the Media”) tradotta in italiano e diffusa da UNASAM in collaborazione con l’Istituzione Minguzzi della Provincia di Bologna: uno strumento utile, che desidera coniugare il diritto di cronaca con il dovere di informare con correttezza e competenza.
Ciò che è positivo è che l’adozione di questo atteggiamento collaborativo ha trovato uno spazio di progettualità operativa: formazione reciproca tra newsmakers e gli altri soggetti si occupano di salute mentale. E’ questa la proposta dell’Associazione Stampa Toscana, accolta con favore da tutti i presenti alla tavola rotonda.
C’è certamente ancora un passaggio fondamentale da compiere. Dare all’utente, al sofferente psichico lo spazio per raccontarsi, e raccontare che dietro ogni “matto” c’è una persona, che ha una propria dignità e proprie risorse. Certo ha anche un problema di sofferenza, ma la sofferenza è parte della vita di tutti, anche di quelli che non finiscono sulle pagine dei giornali.