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Autore: admin

Vestire per nascondere o per punire

Una ricerca condotta da due educatori analizza le informazioni che si possono ricavare dall’abbigliamento dei disabili.

"B. ha venticinque anni ed è affetto da sindrome di Down; contribuisce a fare di lui un personaggio il suo particolare abbigliamento. I pantaloni che indossa sono fuori moda, a campana, mai oltre la caviglia e rigorosamente sorretti da un paio di bretelle con asole al posto dei ganci.
Gli indumenti che sono diventati piccoli sono accomodati dalla madre con aggiunte e riporti laterali, spesso di altri colori e di altra stoffa. È importante dire che i suoi genitori vestono alla stessa maniera".
"M. è una ragazza di ventotto anni; ha una grave cerebro-lesione con tetraparesi spastica a causa della quale cammina a fatica. Spesso è vestita inadeguatamente rispetto alla stagione, soprattutto in inverno. I colori dei suoi vestiti sono spesso sgargianti e abbinati con scarso gusto. Questo modo di vestire non è riscontrabile nel resto della famiglia".
"A. ha venticinque anni ed è affetta da sindrome di Down. Questo il suo "look" quotidiano: camicie coloratissime con colli dalle punte esagerate, gonna svasata e corta a ginocchio, pullover aderenti, calzettoni di cotone o calze di filanca bianche, rosa o azzurre. Le scarpe ortopediche di A. sono di colori vari, sempre molto intensi e spesso sono tinte in famiglia. Porta minuscoli occhiali da vista con Topolino sulle aste laterali".
Brevi profili di giovani disabili, tratteggiati da due educatrici professionali del centro diurno in cui sono inseriti. Maria Grazia e Maria Rita sono partite da quella che definiscono una constatazione quotidiana: "I ragazzi con cui abbiamo lavorato e quelli con cui lavoriamo ora – affermano – sono generalmente "vestiti male"". È nata così una riflessione (sotto forma di tesi) con cui le due educatrici, andando a di là del dato ovvio e superficiale, analizzano le informazioni che si possono ricavare dall’abbigliamento delle persone handicappate.
I protagonisti della ricerca condotta da Maria Grazia e Maria Rita sono proprio loro, i "ragazzi" del centro diurno, handicappati gravi con un’età compresa tra i venti e i trent’anni, non autonomi quindi nemmeno nella scelta dei vestiti. Poi i familiari, soprattutto le madri che nel 90% dei casi si occupano del vestiario dei propri figli.
Quali dunque i tratti salienti del vestiario quotidiano? Le educatrici rilevano una vasta gamma di possibilità tra cui l’inadeguatezza rispetto all’età, alla stagione e alla taglia, la qualità spesso scadente, la foggia fuori moda, la scarsa diversificazione rispetto al sesso che, nel caso delle ragazze, si traduce in un vero e proprio occultamento della femminilità.

L’abbigliamento per leggere il rapporto con la famiglia

Le funzioni canoniche, assolte dall’abbigliamento, vengono indubbiamente stravolte nel caso dell’utenza presa in esame. Il coprire ad esempio si estende fino a diventare un vero e proprio nascondere. L’abbellire è molto relativo viste le caratteristiche del vestiario medio. II richiamo sessuale coinvolge la già difficile percezione della sessualità che rispetto alle persone handicappate tende decisamente ad essere negata. La comunicazione del proprio status sociale non può che rispecchiare quella di una categoria "improduttiva", marginale dal punto di vista economico e scarsamente integrata. L’ultima funzione poi, la comunicazione della personalità, è totalmente disattesa visto che, come sottolineano le autrici, "… la personalità dei nostri ragazzi non è così completa e cosciente da permettere loro la scelta, di conseguenza chi li veste lo fa secondo propri schermi".
Ci troviamo insomma di fronte a una comunicazione mediata, filtrata
da idee e rappresentazioni della famiglia; quindi un ottimo strumento per leggere il rapporto di questi disabili con i genitori.
Secondo le due educatrici si possono verificare tre casi. Nel primo la scarsa cura nel vestiario del ragazzo handicappato si riscontra anche negli altri membri della famiglia: c’è quindi una rappresentazione del modello familiare e, "…nei casi presi in esame si riscontra una relazione positiva fra il ragazzo e la famiglia".
Secondo caso è invece quello in cui, pur in assenza di differenziazioni grosse nell’abbigliamento, viene rilevata una negazione dei bisogni del ragazzo. Questa si manifesta ad esempio attraverso il rifiuto di fare indossare al figlio il bavaglino, un accessorio che denota la disabilità. Siamo di fronte, insomma, ad una negazione dell’handicap.
C’è infine il terzo caso, quelle famiglie che mostrano grosse differenziazioni tra l’aspetto esteriore dei membri, molto curato, e quello dell’handicappato.
"L’atteggiamento generalmente riscontrato nella famiglia- sottolineano Maria Grazia e Maria Rita- è un non voler prendere in considerazione i bisogni del ragazzo perché "tanto è handicappato".

Dall’iperprotettività alla punizione

Concludiamo con altri due brevi accenni alle riflessioni contenute nella ricerca. Alcune abitudini riscontrate, ad esempio l’uso di abiti inadeguati all’età anagrafica (calzoncini corti e calzettoni, cappello con paraorecchie anche a trent’anni) o la quantità eccessiva di indumenti, specie in inverno, sono indici di come la madre viva spesso il figlio come eternamente bambino. Il ragazzo infatti non essendo autonomo nel vestirsi dipende totalmente dalla madre la quale, a sua volta, mette in atto atteggiamenti iperprotettivi.
Altro elemento emerso dall’osservazione: l’abbigliamento dei "ragazzi" tende ad essere curato nei periodi in cui sono tranquilli e dimesso quando manifestano crisi e tensioni. Quale il legame con il nucleo familiare? Secondo le autrici queste oscillazioni riflettono le tensioni vissute all’interno della famiglia: quest’ultima si trova infatti nel difficile ruolo di dover sostenere una comunicazione con i figli che, per il contatto anomalo con la realtà, si basa solo sul contenimento delle ansie, dei "fantasmi".
Le educatrici avanzano dunque un’ulteriore ipotesi che, precisano, è di natura interpretativa e personale: "L’abbigliamento – scrivono infatti – potrebbe essere un modo attraverso il quale "punire" il figlio nel momento in cui vive un malessere che per forza di cose è subito da tutta la famiglia".

Un jeans per persone veramente speciali

“Finalmente gli abiti si adattano a noi, non noi agli abiti”; con questo slogan una ditta di abbigliamento in provincia di Padova ha lanciato sul mercato un jeans confezionato appositamente per persone non deambulanti. È un primo passo per garantire al disabile il diritto di vestirsi come vuole.

Finché si è bambini non si fa molto caso a quello che si porta addosso ma, crescendo, uno comincia a chiedersi: "Perché devo sempre andare in giro con la tuta da ginnastica, con la felpa o con la camicia a quadrettoni?". Specialmente per un adolescente diventa difficile capire perché la sua disabilità fisica debba essere accentuata da un modo di vestire diverso dai suoi coetanei. E il problema non cambia crescendo perché, se ogni età ha il suo modo di vestire, per un disabile l’abbigliamento tende a non cambiare con gli anni.
Se in genere le famiglie e la mentalità comune sottovalutano questo problema per far fronte ad altre cose ritenute più importanti, può capitare di incontrare chi non la pensa così. La famiglia Silvestrin ha un figlio che si sposta su una sedia a rotelle a causa della spina bifida e ha la particolarità di lavorare nel campo dell’abbigliamento: "Se fossimo stati dei meccanici ci saremmo impegnati nel miglioramento delle carrozzine – dice Piergiorgio Silvestrin, un altro dei figli – ma, siccome in famiglia siamo tutti sarti e stilisti, ci siamo applicati a ciò che sapevamo fare".
Così l’azienda di abbigliamento a conduzione familiare ha creato un settore che si è specializzato nell’adattamento dei vestiti per disabili in carrozzina.
Per adesso fabbricano su misura solo i jeans: "il pantalone tradizionale è fatto per una persona che sta in piedi, non per uno che sta seduto; i nostri modelli sono più bassi davanti e più alti dietro per renderli più comodi; li confezioniamo con delle cerniere particolari o con le aperture a strappo lungo la coscia; anche per i problemi di incontinenza abbiamo delle soluzioni che mimetizzano l’ausilio".
Insomma la filosofia che sembra ispirare il loro lavoro è che gli abiti si devono adattare alla persona e non viceversa.
La realtà è invece un’altra; un disabile compera quel che trova e non quel che vuole ed è contro questa mancanza di opportunità che si muove l’iniziativa della famiglia Silvestrin. I jeans vengono venduti ad un prezzo che va dalle 60 alle 70 mila lire, un prezzo "sociale" quindi, che mira solo a coprire le spese di fabbricazione non volendo guadagnare nulla in questo settore: "i nostri guadagni – ci tiene a precisare Piergiorgio Silvestrin – non vengono da qua, questo è un discorso personale che portiamo avanti perché crediamo nella sua utilità".
Purtroppo il discorso stenta a decollare perché si scontra con la diffidenza delle associazioni: "In sette mesi di lavoro abbiamo vestito 50 persone, ma il giro si allarga lentamente. I presidenti delle associazioni accolgono con cautela i nostri inviti a diffondere l’iniziativa perché pensano che sia un’operazione commerciale ed anche che in definitiva il problema non sia poi così sentito".
Un modo per diffondere il prodotto potrebbe essere quello di vendere i jeans nei negozi ortopedici e sanitari ma questo porterebbe ad un notevole aumento dei prezzi (oltre le 100 mila lire) e alla perdita del contatto diretto con il cliente disabile.
Altra caratteristica è l’eleganza del prodotto: "Abbiamo applicato
ai nostri jeans le caratteristiche del "made in Italy", mentre all’estero hanno una concezione diversa che presta meno attenzione alla bellezza". Un modo come altri per dare la possibilità al disabile di vestirsi con accuratezza. E la moda? Risponde Piergiorgio Silvestrin: "L’handicappato non concepisce nemmeno
cosa sia la moda perché si veste solo con quel che trova, ma non è giusto che sia così". Se essere alla moda può essere un atteggiamento criticabile, il diritto di poterlo essere non lo è e deve essere garantito. Come? Ad esempio assicurando ai disabili altri capi di vestiario che non siano solo i jeans. Nei progetti della famiglia Silvestrin c’è anche l’intenzione di confezionare camicie e giubbotti adattati; i modelli disegnati ci sono gia, anche il materiale è stato scelto, ma per la loro realizzazione si aspetta di vedere come andrà con i blue jeans; se la loro commercializzazione coprirà le spese allora si potrà andare avanti.
(La ditta della famiglia Silvestrin è la "Taglieria S. Giorgio", loc. Arzercavalli, via Dossi 35 -35020 Terrassa Padovana (Pd). Tel. 049/538.30.14, fax 049/538.31.44)

Specchio delle mie braghe

L’immagine delle persone diverse

Grunge. No, non è verso di disappunto. È la nuova moda. Oddio, diranno quelli che non sanno ancora com’è. (Oddio, ripetono in coro quelli che sanno già com’è). Un po’ stanchi dopo la grande abbuffata di "estetismo a tutti costi" degli anni ’80 eccoci pronti a riciclare abiti ormai dismessi. Accozzaglie di stoffe, colori e fantasie: e le righe a farla da padrone. Le righe, appunto. Nel Medioevo indicavano uno status di diversità, un marchio infamante.
E oggi? Che ne è oggi dei marchi di diversità? Davvero la moda ha omologato tutto e tutti? Oppure ci sta solo provando? Ma soprattutto, la moda, o meglio ancora l’attenzione all’immagine ci interessa ancora? Interessa alle persone che, per definizione in quanto "diverse", non hanno avuto fino ad ora un accesso legittimo in questa sfera?
Alcuni segnali hanno attratto la nostra attenzione: sfilate di moda per donne in carrozzina, corsi di trucco per donne cieche, ausili con una cura particolare per l’aspetto estetico (oltre che per quello funzionale). Tutto, apparentemente, negli ultimi due, tre anni. Ed ecco il dubbio: che stia nascendo una attenzione tardiva (almeno rispetto all’ossessione dell’ultimo decennio) per l’immagine delle persone disabili? E se così fosse, che portata avrebbe?
Ci siamo posti queste domande e, per tutta risposta, ci siamo trovati con altre domande. 0 siamo di fronte ad un problema irrisolvibile o è la semplice prevenzione per tutto ciò che è troppo esteriore o per ciò che rischia di creare nuove differenze nel momento in cui dice di annullarle. Ecco perché abbiamo girato i nostri dubbi ad alcuni interlocutori e ciò che vi presentiamo di seguito sono le loro immediate risposte. Com’era prevedibile le posizioni si sono spaccate in due; "favorevoli e contrari", tanto per non rubare la formula. Le vostre opinioni invece le attendiamo in redazione. (V.B.)

Cristina Lasagni è autrice del video "Non sto parlando di nessun altra; frammenti di vita di donne handicappate". Dirige inoltre il trimestrale d’informazione giuridica "II diritto delle donne".
"Credo sia normale che oggi il mercato si rivolga anche ai disabili. Negli ultimi anni il mondo dell’handicap è uscito dall’ombra, ha fatto dei passi avanti. Testimone ne è anche l’attenzione recentemente dimostrata dai mass media verso questa fascia: ad esempio voglio ricordare la puntata della trasmissione "Milano Italia" di Gad Lerner, dedicata al problema della sessualità dei disabili. È il segnale che qualcosa comincia a modificarsi, anche se lentamente. Ma alla capacità di parola è legata anche l’affermazione sul piano economico, che è quella che al mercato interessa. La stessa cosa è successa negli anni ’50, quando il settore dell’abbigliamento ha deciso di produrre anche per gli adolescenti, fino ad allora ignorati perché privi di un’autonomia economica. Con questo non voglio dire che dietro a questa proposta del mercato non ci sia una riflessione, ma certamente non è quella ad avviare il motore della produzione.
L’idea del corso di trucco per donne cieche mi piace. Credo che per ogni donna sia piacevole fare qualcosa che la faccia sentire più carina. Una donna cieca non potrà vedersi allo specchio, ma è probabile che amici, parenti e conoscenti le riconoscano un aspetto più gradevole. Quasi tutte le donne si truccano, perché a una donna cieca dovrebbe essere negato? F allora una donna che ci vede poco poco può truccarsi o no? Insomma, dov’è il limite? In una società conformista come la nostra, dove per sentirti parte di un gruppo devi essere vestito, pettinato e truccato in un certo modo, per una persona che ha gia problemi in più rispetto agli altri questo può essere un modo per sentirsi un po’ più integrati. Lo stesso vale per gli ausili colorati. E’ giusto dare una possibilità di scelta. Starà poi ai singoli decidere se utilizzare una carrozzina grigio-ospedale o rosa confetto.
Più perplessa mi lascia invece l’idea di una sfilata per donne handicappate o a cui parteciperebbero anche donne handicappate. Soprattutto, mi chiedo quanto servano altre proposte, magari rivolte a chi è su una carrozzina. A queste persone servono abiti larghi, che si possano sfilare facilmente. Forse che il mercato già non li propone?".

Daniela Bas, politologa, è specializzata in tematiche di sviluppo sociale.
"Innanzitutto per me "fa moda e immagine" chi è naturale, disinvolto, spregiudicato, ma soprattutto chi mostra originalità: l’importante è che qualcuno riesca ad essere diverso dagli altri. Ecco perché negli anni ’90 tutto e tutti possono essere "moda e immagine". Le persone con handicap, considerate da sempre i diversi, hanno a propria disposizione dei punti di originalità in più se riescono ad aggiungere un tocco di naturalezza, disinvoltura, accettazione di sé ed anche orgoglio per come si è. Mi sembra logico che le persone con handicap colgano questo momento favorevole e si inseriscano sempre più in tutti i settori della vita dove l’immagine ha un ruolo: moda, ausili tecnici, mondo artistico… Chi diventa handicappato nel corso della propria vita si trova a doversi ricostruire un’identità, a confrontare il sé passato con quello presente. Si trova soprattutto con una nuova identità corporale, penalizzata, soprattutto finché è ancora in ospedale a fare
riabilitazione, da quel tipico abbigliamento grigio e informe, consono, appunto, al suo nuovo status fisico. Chi riesce ad attuare una riorganizzazione interiore, a trovare una immagine positiva di sé divenendo consapevole dei propri nuovi bisogni, può allora dare agli altri una immagine positiva. Chi acquisisce un handicap vede soprattutto colpita la propria desiderabilità. L’abbigliamento può diventare allora lo strumento per manifestare ciò che si è, è la libertà di sentirsi bene ed esprimere il proprio io attraverso l’io esteriore.
Sarebbe interessante rovesciare il concetto secondo cui gli anni ’80 hanno avuto una influenza anche sul mondo dei detentori di handicap che ora, con dieci anni di ritardo, hanno deciso di mettersi alla pari. Al contrario è la società che ora è cresciuta e inizia ad apprezzare ciò che è diverso se questa diversità si distingue per la sua originalità. Prima la forza di rigetto della massa della società era troppa. Oggi le porte, anche se solo quelle di servizio, sono aperte e ci si può fare conoscere e riconoscere come uguali nella diversità".

Cristina Pesci, medico psicologo sessuologa, fa parte del gruppo ricerca e formazione Handicap e sessualità dell’Aias di Bologna.
"Un corso di trucco per donne cieche e il lancio di ausili colorati mi pare un modo ipocrita per abbellire qualcosa che non è piacevole.
Un modo perché la società possa mettersi il cuore in pace, perché si senta sollevata dal senso di colpa. Invece preferisco l’idea che a un corso di trucco per normodotate possa partecipare anche una donna cieca, che probabilmente si sentirebbe molto più integrata di quanto non possa sentirsi in uno spazio "a parte", creato apposta per lei. Aborrisco l’idea di una sfilata per donne disabili. Sarebbe come negare una parte dolorosa, alla quale, se si potesse scegliere, si rinuncerebbe volentieri."

Antonio Guidi, neuropsichiatra infantile, e attualmente responsabile dell’Osservatorio per i diritti della Cgil di Roma
"Sicuramente da qualche anno a questa parte si assiste ad una maggiore attenzione relativamente all’immagine delle persone handicappate. Però nel frattempo assistiamo ad un rallentamento delle forme di estetica esasperata che hanno contraddistinto gli anni ottanta. Una caduta del mito del super-bello che comunque non è attribuibile ad una maturazione culturale, ad una presa di coscienza che nel culto dell’estetismo finiamo per essere tutti spettatori di una realtà aliena. Siamo in un periodo di normalizzazione in cui la bellezza e l’efficienza non sono negati perché elementi di devianza ma piuttosto perché troppo di lusso. E’ insomma una specie di risparmio.
Se ci fosse stato un vero superamento dell’ideologia non saremmo in una società frammentata in cui ognuno pensa di essere parte di una minoranza. Abbiamo infatti messo da parte i miti del bello, dei blocchi contrapposti, dell’abbuffata reaganiana ma non ci troviamo in una società più unita; oggi prevale una visione pessimistica e l’incremento del 400% nell’uso degli psicofarmaci è uno dei tanti segnali. In questa specie di cappa che opprime i valori si infiltrano però delle novità come ad esempio il coniugare efficienza ed estetica negli ausili. Avere una carrozzina migliore sotto entrambi i profili motiva sicuramente a sfruttarla at meglio.
Poi c’è un altro fatto molto importante: la sessualità, l’affettività delle persone handicappate, che una volta erano un diritto, oggi sono diventate un fatto fisiologico, naturale. Ecco la maturazione: la voglia di vestirsi e truccarsi come gli altri (di mettersi la Lacoste anziché la tutina) è un diritto e il segno di un salto di qualità.
Credo infine che per le case produttrici di pronto moda il settore handicap rappresenti un ambito di possibile sviluppo. L’importante è che la produzione di abiti su misura, con particolari accorgimenti per adattarsi ad esigenze diverse, non si trasformi in strumentalizzazione. Spero insomma che questi vestiti non costino cinque volte di più."

Parliamo chiaro

“Due parole” è una rivista, una delle tante ma non come tutte le altre. Ha per sottotitolo una scrittura che incuriosisce: “mensile di facile lettura”, e tutto, dalla scelta dei titoli alla grafica, desta una sensazione di scorrevolezza e di facilità che raramente si incontra nell’editoria a cui siamo abituati.

Le notizie di attualità che vi compaiono sembrano sminuzzate e poi ricomposte con il linguaggio semplice della quotidianità per arrivare direttamente al loro obiettivo: i lettori. Per capire da quale ipotesi scientifica è nato un progetto di questo genere, ormai al suo quarto anno di pubblicazione e coordinato da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Scienze del linguaggio dell’Università di Roma, abbiamo rivolto alcune domande al direttore scientifico del mensile, il professor Tullio De Mauro. "L’ipotesi da cui siamo partiti – spiega De Mauro – è quella che occorre proporre un messaggio formulato in modo che vada incontro alle esigenze dell’interlocutore, e questo è un discorso valido in generale. Più in particolare possiamo riformulare una notizia scavando nel contenuto e nelle nostre capacità espressive per trovare appunto quelle formulazioni, anche molto specifiche, che si adeguano al nostro interlocutore. Questo non è un compito facile perché bisogna sommare la capacità di penetrazione approfondita di un argomento, con la capacità di renderlo cormprensibile a chi vi si accosta per la prima volta. Difficilmente i giornalisti si pongono in quest’ottica e spesso rimangono al di fuori degli argomenti di cui si occupano risultando prigionieri del linguaggio tecnico. Occorrerebbe essere specialisti più giornalisti, per usare un concetto di Gramsci".

Domanda. Chiariamo dunque a quale tipo di interlocutore sono rivolti i vostri articoli.
Risposta. Innanzitutto si tratta di un pubblico di disabili mentali, ma anche "marginali" di ogni tipo come bambini, anziani, lavoratori e lavoratrici stranieri;
noi tentiamo di dare loro le notizie del mese cercando di fare in modo che quando il numero esce non sia già invecchiato rispetto agli argomenti del momento. Non abbiamo alcuna preclusione sulle notizie da affrontare, per cui spaziamo dalla politica alla letteratura, alle notizie di vita quotidiana. Grazie a questo esperimento, che è sì scientifico ma è anche legato a fattori umani come la solidarietà verso questi gruppi di persone, stiamo poi cercando di mettere a punto un manuale di regole per la scrittura di facile lettura che dovrebbe essere pubblicato entro l’anno.

D. Allarghiamo ora un problema oltre la sfera del pubblico specifico del vostro mensile. Dietro la scarsa fruizione degli italiani di tutto ciò che fa parte dell’editoria, libri, quotidiani, riviste, c’è principalmente un problema di bassa cultura o di disinteresse o altro ancora?
R. Indubbiamente i fattori negativi si sommano, così come quelli positivi, quando ci sono! Si tratta dunque sia di un problema di linguaggio troppo specialistico di cui i giornali fanno largo uso, sia di scarsa cultura media. Non è un mistero che in Italia abbiamo ancora oltre il 60% della popolazione che o non ha nessun titolo scolastico o è in possesso della sola licenza elementare: paradossalmente solo il 40% degli italiani è in regola con le norme costituzionali che prevedono l’obbligo per tutti i cittadini del titolo di studio di licenza media. Questo è il primo dato che possiamo così semplificare: solo quattro persone su dieci hanno abbastanza "scuola" per prendere in mano un giornale; ancora più ristretta è la fascia di coloro che hanno un titolo superiore, circa il 15%; dunque quando si parla di mercato librario italiano si deve tener presente un bacino di 6 o 7 milioni di persone e questa è la "bacinella" in cui deve navigare l’editoria italiana.
Oltre a questo si deve rilevare, e ormai molti autorevoli studi in proposito lo confermano, che la gran parte delle pubblicazioni sono fatte non per chi deve leggerle ma per gli altri che scrivono! È una specie di linguaggio per addetti ai lavori per cui si stabilisce un codice comprensibile solo all’interno: forme espressive ammiccanti che funzionano da un giornale all’altro, da un critico letterario ad un altro critico letterario e non dal critico ai lettori. Questo porta ad un eccesso tale per cui anche persone di elevata cultura possono trovarsi in difficoltà a leggere la terza pagina di un giornale o anche gli articoli di fondo. Si crea così un circolo vizioso: i lettori sono pochi o non ci sono, questo induce all’uso di un linguaggio sempre più interno "a chi scrive", il che scoraggia ulteriormente il possibile lettore!

D. In questo panorama così poco ottimistico la struttura televisiva costituisce un rimedio, con l’uso del media visivo, o allontana ulteriormente li pubblico dalla fruizione della cultura scritta?
R. Con i chiari di luna attuali le televisioni, sia pubbliche che private, possono costituire un fatto indubbiamente positivo di fronte a dati come quello che vede un lettore di quotidiani ogni dieci abitanti, che è una media da paese depresso dell’Asia: le televisioni svolgono un ruolo di supplenza per la circolazione delle informazioni. Questo lo dico comunque con una certa amarezza perché sarebbe meglio che le maggiori città italiane avessero centri di lettura, sale di consultazione e che tutto questo fosse divulgato perché oggi, molta gente, non ha nemmeno idea che possano esserci posti dove andare a leggere un quotidiano o un libro.

D. In conclusione, il grande colpevole di questo vuoto culturale generale è il sistema scolastico italiano?
R. II sistema scolastico è quello che abbiamo fatto noi; chiunque di noi si rende conto del deficit culturale che abbiamo rispetto ad altri paesi, ha in qualche modo, la sua parte di colpa perché, pur sapendo e vedendo il problema, non riesce a fare niente; poi ci sono quelli che non lo vedono o che, vedendolo, non vogliono modificare niente. È un dato di fatto che in moltissime famiglie italiane si spendono, complessivamente, miliardi per comprare magliettine, zainetti, scarpine, mutande ai ragazzini ma l’idea di comprare un libro o di far trovare libri in casa coinvolge, secondo l’Istat, solo il 12% delle famiglie italiane. In questa situazione non c’è poi da stupirsi se le cose non vanno nella direzione prima indicata, cioè l’ampliamento delle sale di lettura, concerti, ecc. In realtà questa sembra essere l’ultima delle preoccupazioni anche della classe politica, per cui il personale della scuola è male utilizzato, non ci sono risorse sufficienti per affrontare i problemi del disagio scolastico e così via. L’evento emblematico di questa situazione è la riforma della scuola secondaria che è in Parlamento dal 1969, sono più di vent’anni, e non è mai stata varata: in questi giorni ho ricevuto un avviso dal ministero per partecipare ad una Commissione che si dovrà occupare, nuovamente, di esaminare i progetti di riforma. Dopo vent’anni siamo ancora alla costituzione di una Commissione di studio, quando nello stesso arco di tempo in Germania, Francia ci sono state almeno due o tre generali riorganizzazioni dei contenuti dei programmi.
Direi che questo spiega molte cose.

3. Gli stereotipi razzisti nella fantascienza

La dice lunga sulla povertà del nostro immaginario collettivo che in una letteratura nata all’incrocio fra desiderio e paura sia quasi sempre la seconda a prevalere. Anche quando i nemici sulla Terra erano molti (ora ne sono rimasti pochi ma qualcuno se ne può sempre inventare anche dopo che il muro di Berlino è crollato) si poteva giocare, con metafore più o meno rozze, a spostare lo scontro, la paura più in là. Una statistica mostrerebbe che, almeno sino a una certa epoca, di fronte a una miriade di alieni (i citati Bem ma anche “cose”, entità incomprensibili e talvolta neppure descrivibili con i nostri criteri) la fantascienza 99 volte su 100 ci propone un solo tipo di terrestre: gli eroici Wasp, cioè la sigla inglese che indica bianchi, anglo-sassoni, protestanti e ovviamente maschi, lo statunitense idealizzato (e inventato).
Occorrono decenni perché nella letteratura avveniristica cresca, circoli, germogli l’idea di un diverso non ostile e dunque una concezione del mondo – per meglio dire dei molti universi possibili (qui e altrove) – non a misura di Wasp o addirittura non bipedo-centrica.
Fino a una certa data (fra poco cercheremo di capire quale) questa tipica “letteratura di genere”, o secondo taluni di “serie B”, che nasce nel secolo della scienza e della tecnica trionfanti adotta gli stessi stereotipi razzisti tipici della letteratura che pretende la L maiuscola. Anche nella sfi le stimmate del guercio, del gobbo o dello storpio, persino sguardi sfuggenti, fronti basse, unghie sporche, ci indicano dove trovare il nemico… che talora è così indecente da tradire non l’amico o la patria ma l’intera razza umana, alleandosi ai “mostri venuti dallo spazio”. Se infido è l’uomo senza una gamba o quello con la pelle marrone, figuriamoci il simil-polipo o un peloso essere bluastro.

2. Con gli occhi degli altri

Grazie a Sentinella siamo portati dunque (senza preavviso)a guardare il mondo da un’altra parte; anzi, con gli occhi degli altri. E a scoprirci alieni, prima che crudeli.
Cosa significa alieno? Nella fantascienza – d’ora in poi abbreviata in sfi- indica un extra-terrestre, quasi sempre ostile (o considerato tale) spesso immaginato come un essere mostruoso. L’idea di ostilità era all’origine, cioè nella parola latina alienus che può essere usata nei significati di estraneo, straniero ma anche di contrario, avverso, ostile (nella disposizione d’animo, cioè nel sentire).
“Sin dal primo incontro fui sopraffatto dal disgusto e dal terrore”: così H. G. Wells presenta i marziani nel famoso La guerra dei mondi. Se gli alieni sono cattivi devono essere brutti; e viceversa (pregiudizi resistenti, come sappiamo … anche perché continuamente alimentati). Nella sfi classica essi somigliano a qualche animale repellente. Per questo negli Usa vennero ribattezzati Bem, ovvero Bug Eyed Monster, i mostri dagli occhi d’insetto. Quella difformità fisica ne fa dei lontani cugini di altri diversi, alieni, barbari che i “terrestri dominanti” hanno incontrato sul loro cammino, cominciando “a combattere senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica”. È capitato a indios, pellerossa, “musi gialli”, zingari, ebrei, “sporchi negri”, omosessuali, pazzi, streghe, “infedeli”… Persino agli albini, cioè coloro che nascono con capelli e pelle molto “schiariti”, e in certi luoghi è capitato anche ai mancini. Ancora Wells, considerato più o meno a ragione fra i papà della fantascienza, nel romanzo L’uomo invisibile per scatenarci un senso d’antipatia verso “il cattivo” di turno ci spiega che era un albino.
La diversità in tutte le sue forme, l’incontro con l’incomprensibile e/o con ciò che ci turba (ma sconvolge il nostro profondo o solo gli stereotipi e le abitudini superficiali?) è uno dei temi portanti della sfi. Esiste ovviamente una fantascienza superficiale e reazionaria che affronta l’alieno e/o lo straniero in termini militareschi (prima sparare e poi chiedere chi è), di capro espiatorio su cui scaricare le ansie o i mali della collettività o di bersaglio per riti e divertimenti crudeli.
“È uno straniero, prendiamolo a sassate” diceva, oltre 100 anni fa, una vignetta del Punch (rivista inglese), rimasta celebre. L’intreccio base per migliaia di romanzi, film, telefilm di sfi è tutta lì: ai sassi del Punch sono subentrate armi laser e gli stranieri vengono da Betelgeuse 16 invece che da un villaggio scozzese, si tratta di “xenocidio stellare” invece che di roghi, ma al fondo lo schema è immutato. Lassù, nelle galassie, ci comportiamo proprio come sulla Terra: stupidi, espansionisti, razzisti.

1. A cinquantamila anni-luce da casa

Al termine di questa frase “piomberete” in Sentinella, un breve racconto di Fredric Brown: siete pregati di seguire le istruzioni perché altrimenti avrete qualche difficoltà a passare da quel racconto al successivo “sentiero di lettura”…

“Era bagnato fradicio e coperto di fango, aveva fame e freddo ed era lontano cinquantamila anni-luce da casa.
Un sole straniero gettava una gelida luce azzurra e la gravità, doppia di quella cui era abituato, faceva d’ogni movimento un’agonia di fatica.
Dopo decine di migliaia di anni, quell’angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell’aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro super-armi, ma quando si arrivava al dunque, toccava ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, con il sangue, palmo a palmo. Come questo maledetto pianeta di una stella mai sentita nominare, finché non ci eravamo sbarcati. E adesso era suolo sacro perché c’era arrivato anche il nemico. Il nemico, l’unica altra razza intelligente della GalassiaŠ crudeli, schifosi, ripugnanti mostri.
Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della Galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era
stata la guerra, subito: quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica.
E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere, coi denti e con le unghie.

Era bagnato fradicio e coperto di fango, aveva fame e freddo e il giorno era livido e spazzato da un vento violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano d’infiltrarsi e ogni posizione era vitale.
Stava all’erta, il fucile pronto. Lontano cinquantamila anni-luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l’avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle.
Allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più.
Il verso e la vista del cadavere lo fecero rabbrividire”.

Attenzione! Mancano 3 righe alla fine del racconto di Brown.
Pur se Sentinella è famoso fra gli appassionati di fantascienza, può darsi che molti di voi lo leggano ora per la prima volta. Bene, ai “novellini” si chiede di interagire con Brown (e con Daniele Barbieri, vostra guida nel sentiero) provando a immaginare come il racconto potrebbe finire. Dunque pensateci un po’, magari discutetene con chi avete vicino, abbozzate almeno un paio di ipotesi (banali? geniali? boh) prima di girare pagina.
Ed ecco le 3 righe finali.

“Molti, col passare del tempo, s’erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante, e senza squame”.

Lo avevate immaginato? Dopo una cinquantina d’anni Sentinella è ancora squassante. È solo una paginetta, scritta bene ma… quel finale (un tipico colpo di reni alla Fredric Brown) cambia tutto. Nelle ultime 3 righe c’è un rovesciamento di prospettiva del tutto imprevisto: l’orrore dell’alieno esplode sì -come in tanti stereotipi della letteratura fantastica e non – ma davanti a noi d’improvviso appare uno specchio. E lo sgomento è giustificato non dalla bruttezza fisica (noi ovviamente ci vediamo belli, proprio come “o scarafone a mamma sua”) ma dallo scoprirci a essere quei mostri sanguinari, vera razza dannata dell’universo, che hanno causato guerre crudeli e interminabili perché – Brown ben ci conosce – “avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica”.

Un abito per l’identità

Rivelo subito le due letture d’appoggio da cui parto per “vestire” queste mie riflessioni sui rapporti tra moda e handicap. Si tratta di due classici: “Miti d’oggi” di Roland Barthes e “Il cotto e il crudo” di Claude Lévi-Strauss, tenuti insieme da altre leggere imbastiture quali “La metafora della pubblicità” di Alberto Abruzzese nonché da cerniere “di moda”, fin troppo utilizzate, che partono dai sillogismi di Aristotele per arrivare fino al “significante” di Fernand de Saussure.

Confondersi ed emergere

Come uno stilista, pertanto, ho steso sul tavolo da lavoro i miei strumenti; ora devo fare i conti col soggetto, un soggetto a dire il vero esigente che pretende un abito speciale. Si tratta di un "cliente" che vuole ottenere due risultati dallo stesso suo corpo: apparire, in quanto soggetto portatore di un comportamento insolito che non intende negare le proprie caratteristiche, e al tempo stesso mimetizzarsi, in quanto soggetto desideroso di essere a proprio agio tra gli altri, per non sentirsi escluso, per comunicare meglio. In effetti, confondersi ed emergere allo stesso tempo è un’aspirazione abbastanza generale ed è una conquista non certo facile da raggiungere, ma diventa operazione complessa nei casi in cui il corpo o il comportamento della persona non abbia una notevole malleabilità.
La parte "socializzante" di noi tutti ci spinge ad adottare segnali (D. Morris, "L’uomo e i suoi gesti"), anche minimi, "graditi" agli altri: può essere un foulard colorato in occasione di una festa oppure una tuta da ginnastica per un incontro in palestra, un distintivo adatto a quella precisa circostanza. Al di là della funzionalità, spesso si adottano, nell’abbigliamento, comportamenti non sempre legati ad un vantaggio pratico: comportamenti che stanno ad indicare un messaggio, più legati ad una ritualità, o necessitati da un momento d’appartenenza ad un clima culturale preciso, anche se provvisorio.
Così è abbastanza frequente nelle località sciistiche di montagna vedere al ristorante distinte persone camminare in maniera impacciatissima a causa degli scarponi rigidi che si preferisce non togliere per mantenere una evidente immagine prolungata di quell’esercizio sportivo anche oltre i campi da sci. Questi momenti di camminate ortopediche diventano "d’obbligo" in certi ambienti, dal momento che assecondano le immagini che ci vengono fornite dalla cultura (I. Calvino), mentre diventano oggetto di "visione anomala" o sconcertante se utilizzati da chi è costretto nella scelta di una necessità deambulatoria.
In tal senso la scelta di un abbigliamento eccentrico rispetto all’uniforme del quotidiano diventa ugualmente norma mimetica nei casi appunto in cui si voglia ottenere un riconoscimento di ruoli e funzioni, oppure per offrire uno spettacolo
eccezionale, e piacevole,. come nelle sfilate di moda, dove chi guarda è lì apposta per aspettarsi una "diversità" estetica, anche eccentrica, fuori dal consueto; mentre qualsiasi forma (seppur minima) di trasgressione rispetto all’uniforme del quotidiano, che sia condizionata però da necessità (come una sedia rotelle, un paio di scarpe ortopediche, oppure un guanto o un bastone), diventa immediatamente "visione turbante".

Visione turbante

Qui evidentemente scattano grovigli di emozioni, con varianti che vanno dalla pietà al disgusto alla paura, le quali investono il profondo della nostra sfera pulsionale. Quale possibile condizione per sé, l’anomalia è vista come in uno specchio e viene quindi silenziosamente temuta. La si evita o la si cataloga quasi per autodifesa, non tanto per quello che si condivide con chi la porta quanto piuttosto per quello che si suppone possa rappresentare il suo "danno". La rapida lettura esteriore conduce in effetti a denotare un’intera esistenza: attraverso quell’abito che suggerisce quel comportamento.
Quel preciso segnale quindi è sintomo di qualcosa che ne prova l’esistenza, la sostanza, il tutto.
Ecco allora che benessere e malessere, realizzazione e perdita, salute e malattia, autonomia e bisogno, vengono "decifrati" attraverso le loro più immediate rappresentazioni, attraverso appunto l’abito. Un abito possibilmente indossato con disinvoltura…
Se è popolarmente vero che "l’abito non fa il monaco", è altrettanto realistico supporre che ogni monaco si costruisca il proprio abito, secondo le circostanze, perché egli sa di non sfuggire ad una determinata cultura dello sguardo. Sembra giustificata, allora, l’iniziativa di alcuni stilisti di "vestire alla moda" anche la persona con un comportamento trasgressivo o non docile ai modelli estetici consolidati. Ma "come?" è ‘interrogativo inevitabile. Evidenziando e quindi valorizzando l’immagine inconsueta, oppure mascherando, coprendo i "difetti" con addobbi, con forme plasmate ad hoc per contribuire alla mimesi, a confondersi con gli altri costumi, con le omologazioni delle diversità?
Scrive Miriam Massari sulle pagine di Avvenimenti: "Detesto che sia la sedia a decidere come devo vestirmi… Inoltre non potendo più cambiare posizione col corpo, voglio cambiare l’abito, il modello, le stoffe e i colori". È questa una reazione vivacissima e creativa, che non ha niente a che tare con l’aspirazione imprenditoriale di produrre una "moda nella moda", o, per usare una definizione pedagogica, una moda "differenziata": parte piuttosto da un forte desiderio di
richiesta di identità, che pur accettando l’irreversibilità del destino (o della condizione necessitata) gioca con lui mascherandolo, lo trasforma, per aprirlo così a un possibile dialogo, ad una domanda insoddisfatta ma autentica, sfiorando persino l’ironia. Anche in questo caso, l’elemento effimero si contrappone a segno indelebile (per dirla con Omar Calabrese), e l’immagine duratura nel tempo – che è l’eternità del soggetto – si veste del provvisorio.

Il grido dell’abito

Esiste allora un grido rappresentato da un abito in grado di raccogliere, seppure per un tempo limitato, le tracce di una persona, della sua identità sommersa?
Non è certo l’abito indossato da Antonietta Laterza, anche se dichiara con comprensibile orgoglio di essere l’unica cantante-donna in Italia, e forse nel mondo, che sale un palcoscenico sopra una sedia a rotelle (Repubblica, 14/4/1993). Questo l’ha fatto dieci anni or sono anche la soubrette Donna Summer spinta su una sedia a rotelle fino all’entrata di un famoso teatro di New York, con un marchingegno pubblicitario ben più machiavellico (stavo per scrivere andreottiano). La notizia fu riportata dalla rivista Gli Altri (intento era quello di scioccare il grande pubblico con la sconcertante visione dell’handicap costruito artificialmente. Durante il tragitto gli sguardi dei fan esploravano due campi semiotici (o due zone di segni) antitetici: quello superiore, vincente, erotico, che mostrava la prorompenza del seno, la voluttuosità della spalle, la sensualità del viso; e quello interiore, perdente, negato, che non mostrava altro che una coperta quale segno di pudore di fronte a rifiuto. L’uno esaltava e l’altro avviliva: era la stessa donna, era la stessa persona che, spezzata in due, mandava due messaggi contrari; ma era anche la stessa persona che, così spezzata, si contrapponeva al ricordo della sua interezza perduta. Quand’ecco, a pochi metri dal palcoscenico, l’inatteso stupefacente: la soubrette Donna Summer scatta in piedi, allontana da sé la sedia a rotelle, getta via la coperta e, mostrando le fragranze delle sue nudità, dà il via alla sua danza. Gli sguardi, così, hanno avuto la restaurazione delle loro certezze: miracolosamente ogni parte s’è ricomposta nel tutto armonico di Donna Summer, e lo stesso abito che portava prima si è riempito di un portamento che gli spettava, il corpo tutt’intero.

Quando siamo interi

A questo punto la domanda fondamentale è un’altra: quand’è che siamo interi?
In termini di abito in senso lato, siamo interi quando i segni del nostro mostrarsi (vestiti compresi) giocano con "sintassi coerente" (Roland Barthes): possono sbizzarrirsi nei richiami, negli stili, nelle allusioni, nelle figure di invenzione, possono evidenziare un aspetto, un gesto corporeo, oppure porre in risalto la parte più eloquente di sé e possono anche provocare contrasti, come un foulard con una sedia a rotelle e come una "passeggiata meccanica" sul bagnasciuga del mare… purché sia fatto con prudenza, con sapiente dosaggio, con gusto.
Allora, con questa attenzione così alle dosi, all’esteriore e interiore, l’immagine che si offre di sé e le proprie emozioni si parleranno, provocando dialoghi di simpatia: così come il piacere dell’indumento intimo a contatto con la pelle rappresenterà il segreto pudore dei nostri pensieri, in sintonia con il vestito con cui ci mostriamo a chi invitiamo a banchetto del nostro dialogo. Lévi-Strauss parlerebbe di "eso-cucina", una sorta di arrostita all’aperto, con sapori forti, alla quale s’invitano festosamente gli amici; ma questo presuppone sempre una "endo-cucina" contigua all’altra, più intima, riflessiva, di sapori delicati, di aromi tenui, di sussurri, di confidenze…
Non è sostenibile, pertanto, una moda per l’handicap; sarà meglio parlare di un modo d’essere: questo sì è autentico.
Occorre inventarlo.

8. Vedere oltre gli occhi

Siamo nell’epoca della “quarta non-depressione”: il protagonista-Varley nei suoi vagabondaggi incontra un muro nel deserto. Lì sorge Keller, la città utopica fondata da un gruppo di sordo-ciechi, da quella fetta di “geni, artisti, sognatori, agitatori… magnifici pazzi”, presenti fra le 5mila persone prive di vista e di udito che erano nate 30 anni prima, tutte nel giro di pochi mesi, per le conseguenze di alcune epidemie. Incuriosito, l’uomo decide di entrare. Incontra una ragazza, Pink e si affanna a parlarle in Braille per scoprire poi che lei non è sorda e cieca. “Qui lo sono solo i genitori, io sono una dei figli”. Sarà proprio Pink a condurre il protagonista in quella città aliena, a raccontarne la storia. “Non era mai esistita una comunità auto-sufficiente di ciechi-sordi (…) Partivano da una lavagna vergine, senza modelli da seguire”.
Gli abitanti di Keller girano e lavorano nudi. Parlano il linguaggio – anzi, i linguaggi – del corpo. E hanno sviluppato idee nuove in quasi ogni campo del sapere. Sempre più affascinato, l’uomo decide di restare per capire, per collaborare. Ci sono ovviamente regole da seguire; per esempio, lasciare qualcosa che blocchi il passaggio è vietato perché può danneggiare chi non vede. Il tempo passa e il protagonista si sente “in comunione” con queste persone da lui così diverse. Ma un giorno dimentica un innaffiatoio sul sentiero e una donna si ferisce. Errore grave, perché “il loro sistema poteva funzionare solo sulla fiducia”. Così si riunisce “una specie di commissione, chiamiamola una giuria (…) Tutti avevano l’aria molto triste nel dover decidere di punirlo”. Il processo si svolge perlopiù nel
linguaggio delle mani, salvo qualche frase detta da Pink. È riconosciuto colpevole e alla fine gli viene formalmente chiesto se accetta la condanna (che la giuria deciderà poi) o se preferisce lasciare la città. Sceglie di essere punito, secondo regole che ancora non conosce. E allora, con grande solennità, la donna ferita… lo sculaccia. “Più tardi ci pensai sopra parecchio. Sculacciare gli adulti è una cosa inaudita, sapete, anche se non mi venne in mente che dopo molto tempo (…) Avevano una punizione più severa, riservata alle colpe ripetute o intenzionali. Non dovevano usarla spesso. Consisteva nell’emarginarti. Nessuno ti toccava per un dato periodo di tempo”. Un estremo ostracismo.
Varley descrive questa immaginaria città con grandissima partecipazione, ma senza abbandonarsi all’illusione che tutto sia facile-felice anche per quelli che l’hanno fondata o che vi sono nati. Però, “ciò che avevano creato s’avvicinava, per quanto era possibile in questo mondo imperfetto, a un modo sano e razionale di esistere senza guerre e con la politica ridotta al minimo (…) Non la sto proponendo come soluzione ai problemi del mondo. È possibile che possa funzionare solo per un gruppo con un interesse comune vincolante e raro come la sordità e la cecità. Non mi viene in mente nessun altro gruppo con necessità tanto inter-dipendenti”. Il protagonista lì è felice; “l’unico visitatore in 7 anni che si fosse fermato più di qualche giorno”. Eppure sente forte la spinta di andarsene ogni volta che sorge un problema di incomunicabilità (o di affettività-gelosia verso Pink). Non si sente come loro; sa di non esserlo fino in fondo. E anche se “quelli erano i migliori amici mai avuti”, un giorno decide che deve andarsene. Passano 6 anni e là fuori tutto va bene per lui. In apparenza. Ma un giorno d’improvviso sente che deve-vuole tornare a Keller. “Mi trovai a correre nel deserto del Nevada, sudando, aggrappato al volante. Piangevo, ma in silenzio, come avevo imparato a fare a Keller. Si può tornare indietro?”. Forse no e infatti trova quasi tutto cambiato e ha paura di aver perso la sua occasione, “il suo incantesimo”. Pink però lo ha aspettato e dice che gli farà un dono. E con poche frasi anche Varley sa donare ai lettori uno straordinario finale. “Alzò le mani e mi toccò leggermente gli orecchi con le dita fredde. Il suono del vento cessò e quando le sue mani si staccarono non tornò più. Mi toccò gli occhi, escluse la luce, e non vidi più. Ora viviamo nell’incanto del silenzio e della tenebra”.

7. Belli, senza eccezioni

Ed ecco, in sintesi, la storia. Nostra madre Terra ha confinato sul pianetino artificiale Handicap Haven un migliaio di “accidentali” ovvero – secondo il crudo, cinico, offensivo linguaggio di Cameron, un medico – “umani patetici e rappezzati, uomini e donne per metà o un quarto, organismi frazionari camuffati da persone”. Coloro che vi stanno confinati, spiega Wallace, “erano disposti a riconoscersi handicappati ma non chiamavano haven l’asteroide. Usavano altri termini, e nessuno di quei termini aveva a che fare con l’idea del rifugio”. Il vero problema non sarebbe curarli o assicurare loro mobilità e lavoro, perché il contesto immaginato da Wallace gode di tecnologie (mediche e non) in grado di risolvere quasi ogni problema. Ma esiste una questione di fondo, che molti da entrambe (Handicap Haven e la Terra) le parti rimuovono. Ovvero il totale rifiuto dei “normali” cittadini di accettare quei corpi portatori di “bruttezza” all’interno d’una società ormai maniacalmente edonista e che non riconosce bellezza al di fuori dei suoi ristretti canoni. Su questa Terra del futuro infatti “quasi tutte le malattie erano state eliminate. Erano tutti sani… eccettuati coloro che avevano avuto incidenti e non potevano venire riplasmati con la chirurgia e la rigenerazione secondo i bei modelli caratteristici dell’intera popolazione. Quei pochi venivano mandati all’asteroide”. Più volte Wallace torna a battere questo tasto: “Erano tutti belli. Senza eccezione. O almeno delle eccezioni non si parlava in pubblico. Naturalmente gli accidentali non avevano posto in quella società. In altri tempi sarebbero finiti a lavorare nei circhi… se fossero riusciti a non finire in formalina”.
Gli esclusi si organizzano: iniziano la ribellione, dirottando il loro pianeta-razzo. Cercano solidarietà sulla Terra, saltando il filtro del Medi-consiglio (una sorta di governo sui supremi affari, cioè salute e bellezza) e non la trovano. Decidono allora di lasciare tutto e partire, da soli, verso il fino ad allora irraggiungibile sistema di Alpha e Proxima Centauri. Vogliono dimostrare che proprio loro, che forse solo loro (forti d’intelligenza, sensibilità e delle “mutazioni” scoperte dentro/oltre l’handicap) possono affrontare il lungo viaggio verso le stelle, l’antico sogno di tutta la razza umana. Sfuggono all’arrivo dei militari e nonostante le mille difficoltà tecniche e psicologiche arrivano a destinazione. Ed è strada facendo che conquistano molte libertà. “La vita sull’asteroide aveva subìto una trasformazione non troppo sottile, adesso che non c’erano più umani normali a offrire disastrosi termini di paragone. Potevano cominciare a comportarsi in modo sano e sensato” scrive Wallace.
I bei terrestri sarebbero disposti a ingoiare tutto pur di liberarsi degli “accidentali”. Ma c’è qualcosa che gli arroganti “normali” non potranno tollerare: che il primo contatto con gli “et”, gli alieni stellari, sia stabilito proprio dai “peggiori” rappresentanti della specie umana. Il colpo di scena finale apparirà oggi quasi ovvio al lettore ma all’epoca (il 1955 appunto) anch’esso era contro-corrente, come tutto l’impianto narrativo. Proprio perché quegli stranieri spaziali risultano veramente diversi, alieni – altro che hilf o umanoidi, si tratta di grandi farfalle pensanti – la cosa migliore per la Terra, chiusa nel suo delirio di forme, sarà che a rappresentarla siano proprio coloro che la condizione di alienità la conoscono bene, fin sulla loro pelle. Forse nel lettore (come nell’autore?) rimane un dubbio: questa delega agli affari “speciali” sarà per gli “accidentali” un vero successo o piuttosto l’ennesima, infame strumentalizzazione? Del resto interrogativi e ambivalenze simili accompagnano, da sempre, ogni tappa dello scontro fra dominanti ed esclusi, fra poteri e contro-poteri; sarebbe ben strano se non li trovassimo quando “le persone con bisogni speciali” fanno i conti con chi si crede involucro d’ogni bellezza e salute.
È interessante notare che questo messaggio (del 1955) chiarissimo viene abbastanza frainteso nella prefazione italiana (del 1981). Non solo la nota introduttiva parla di una “conclusione ironica, quasi beffarda”, ma più volte si torna sul concetto buonista di “tolleranza”; dobbiamo accettare questi mostri – è il senso – per “coronare le nostre ambizioni, essere in pace con noi stessi”. Il che conferma quanto meno l’ambiguità, la sciatteria, l’ipocrisia, gli strumenti culturali inadeguati di molti editori o sedicenti intellettuali nostrani ma soprattutto la diffusa paura (inconscia?) di accettare un messaggio positivo, un insegnamento non sui “diversi” ma da loro.
L’idea che ammalarsi possa diventare un crimine (sociale o addirittura a norma di legge) non è nuova. Più o meno consapevolmente, Wallace riprende una lontana intuizione di Samuel Butler (il suo Erewhon è addirittura del 1872). Come faranno Clifford Simak e altri. Per ciò che più specificamente riguarda il nostro percorso, in questo “sotto-filone” (della doppia ossessione verso la bellezza e contro ogni diversità) vale la pena di accennare a Follia per 7 clan perché in qualche modo ci consente di ragionare anche sull’handicap psichico. Un romanzo dove c’è forse un solo Norm (“normale” appunto) all’interno di una guerra fra 7 diversi sistemi sociali che, come s’intuisce dai nomi, sono in realtà gruppi dominati da diverse malattie mentali: Para, Mani, Schizo, Eb, Poli, Dep e Os-Com. Su queste sigle s’impone qualche spiegazione. La città dei Mani è nientemeno che Leonardo Da Vinci; così da evidenziare qual sia il loro problema. I para abitano ad Adolf-ville. Chi soffre di ebefrenia alloggia a Gandhi-town (un collegamento crudele e diffamatorio?). I “poli” ovvero gli affetti da schizofrenia polimorfica soggiornano ad Hamlet-Hamlet. Un po’ meno espliciti i riferimenti storici-urbanistici dei Dep (depressi), degli Schizo (cioè mistici e catatonici) e degli Os-Com (ossessivi compulsivi). Per la cronaca l’unico normale andrà a sistemarsi a “Thomas Jefferson-burg”. E c’è chi teorizza che “i diversi tipi e sotto-tipi di malattie mentali dovrebbero essere divisi in classi, qualcosa come nell’antica India. Queste persone, gli ebefrenici, dovrebbero essere equivalenti agli intoccabili. I maniaci dovrebbero formare la classe guerriera (…) I paranoici, o meglio i paranoici-schizofrenici, dovrebbero costituire la classe di governo (…) mentre i semplici schizofrenici dovrebbero corrispondere alla classe dei poeti (…) Quelli affetti da schizofrenia polimorfica semplice dovrebbero essere i membri creativi di questa società, quelli che forniscono le nuove idee di base”. Ma siamo capitati all’interno di un gigantesco paravento o di un mondo reale? La insanità mentale è di massa o malato è il sistema con cui i terrestri affrontano ogni handicap psichico? Domande che tornano con insistenza in molte altre opere dello stesso autore, Philip Dick: il più visionario forse all’interno di un genere dove tutti devono esserlo almeno un po’. Negli anni ’60, Dick pubblicò anche uno splendido quanto difficile romanzo dove il protagonista è un ragazzo autistico: qui la percezione della realtà, i pensieri dei personaggi, lo stesso linguaggio sembrano in preda all’autismo. “È uno spaccarsi dei due mondi, quello interno e quello esterno, cosicché nessuno dei due registra l’altro”. A suo modo, nella sua particolarissima visione mistica del mondo, Dick mette in discussione le fondamenta del pensiero “normale” con la stessa forza di Wallace nel minare la presunzione di bellezza. “Chi può dire se gli schizofrenici non sono nel giusto? Essi intraprendono un viaggio coraggioso. Rifiutano le mere cose, che uno può maneggiare e volgere a uso pratico; guardano dentro al significato”. Provocatorio fino all’estremo, Dick. Ma è per fare – anche lui – un viaggio importante. Di Philip Dick riparleremo più avanti ma ora siamo pronti a fare un altro salto nel tempo, cioè al 1978.
Si possono riscrivere i “classici”? Come no, accade di continuo. Talora è plagio, altre volte un creativo riciclaggio o un ampliamento. Oppure un rovesciamento di prospettiva, come nel caso dell’allora trentenne John Varley che riprende il celebre Il paese dei ciechi dove H. G. Wells aveva immaginato (tanto per cambiare!) un fosco finale dal quale si evidenziava la perfidia di chi non ha la vista. Il romanzo breve (un genere da noi poco apprezzato) di Varley s’intitola La persistenza della visione ed è scritto in prima persona.

6. Tutti i nostri alieni nel cuscino

C’è uno scrittore di fantascienza, Orson Scott Card, che ha fatto dello “xenocidio”, dello sterminio degli alieni, il cuore di alcuni straordinari romanzi a partire da Il gioco di Ender. Ed è ancora lui che, senza falsi pudori, ci trascina in quest’incubo, nell’ordinario delirio di chi sa che il suo handicap potrebbe essere un comodo capro espiatorio… e infatti lo diventa. “Non ci resta che buttarlo lì, che si rompa quel suo piccolo collo spastico”. Così i cattivi ragazzi, i normali, che seviziano e poi decidono di uccidere Carpenter, il loro insegnante, in apparenza “colpevole” di essere severo ma in realtà odiato perché su una sedia a rotelle. La vicenda è ambientata nel dopo-bomba, dunque in un classico scenario della sfi, ma in fondo potremmo essere in una qualunque Rimini (o fate voi) del mondo reale. Ciò che Orson Scott Card evidenzia tacitamente è proprio quanti collegamenti vi siano fra quelle desolazioni materiali post-guerra e queste nostre che sono “solo” morali. Per 20 spietate pagine, Carpenter cerca prima di comunicare con i ragazzi attraverso la tastiera d’un computer (unico modo per lui di parlare; o meglio l’unica maniera
comprensibile all’altrui arroganza), poi di difendersi sia dall’aggressione che dal suo corpo che s’attorciglia nel dolore, e infine semplicemente di sopravvivere. Sempre chiedendosi se anche lui sia colpevole (di cosa? perché?) verso quei suoi piccoli, crudeli, ordinari, banali nemici. Ce la farà a salvarsi. E la sua vendetta – o è il suo perdono? – sarà terribile. Non denuncerà gli aggressori. Così loro “si sarebbero ricordati per sempre che un giorno avevano lasciato che uno storpio morisse, non sapeva che significato avesse per loro, ma avrebbero ricordato”. Se per i ragazzi vi sarà espiazione e/o redenzione non ci è dato sapere, perché questa parte del romanzo (solo uno dei fili di una più complessa trama del vivere appunto sull'”orlo” dell’abisso etico) termina nel modo più imprevedibile e aperto a varie interpretazioni. Non appena Carpenter intuisce che Pope, uno dei suoi studenti-aguzzini, vorrebbe parlargli lo aspetta… ma il ragazzo non ce la fa. Esce. Non sappiamo cosa c’è nella sua testa ma Scott Card ci dice che agli occhi di Carpenter sembra essere il vento a portarlo via, come fosse un aquilone. Non è vero – pensa poi – si tratta solo di una corrente forte che trascina tutti. La frase finale infatti suona così: “Tutti i corpi del mondo vengono afferrati dalla stessa corrente, dallo stesso vento, si gettano nello stesso fiume, nelle stesse strade. Per finire impigliati in qualche ostacolo, in qualche cimitero, sa Dio dove o perché”. Forse questo immaginario Carpenter rovescia sugli altri il suo tormento di “capro espiatorio” o forse la sua non-vendetta è la suprema (e per tanti difficile da capire) forma di perdono. A ben guardare anche questa così anormale scelta evidenzia che la presunta superiorità dei normali poggia sulla sabbia.
Facciamo un piccolo salto indietro nel tempo, come conviene a chi si muove nella fantascienza. È difficile fino agli anni ’70 (se si esclude il già citato Sturgeon) che autori famosi affrontino l’handicap direttamente. Molto spesso però possiamo intravedere nei mutanti l’ombra lunga dei diversi perseguitati, degli alieni. Se “i negri verdi” sono chiaramente la metafora del razzismo negli Usa, in altri fra coloro che vengono discriminati – telepati, longevi o semplicemente la bimba che nasce con 6 dita su un piede – quali altri roghi, oltraggi, apartheid possiamo decifrare? C’è un racconto che mostra, quasi come in un catalogo degli incubi, le 100 facce di questa intolleranza. In The Wheels of God di Paul Darcy Boles si parte dal paradossale spunto di rendere tutti handicappati. Un giorno, senza un perché negli Stati Uniti ogni persona si sveglia senza piedi e con rotelle sotto le gambe. È comprensibile lo sconcerto generale ma poi tutto sembra andare per il meglio: non solo l’umanità si riorganizza ma i più magnificano questa splendida evoluzione. Quando però un tal Ronald Starr nasce con i piedi e dunque si accorge di come sia difficile campare da diverso. Un paradosso per certi versi simile viene proposto in epoca di “samizdat” dal cecoslovacco Egon Bondy e da un allucinato, sconcertante, provocatorio romanzo di Bernard Wolfe.
Dal 1974 cecoslovacco-brezneviano facciamo un doppio salto: indietro nel tempo al 1955 e avanti nello spazio fino a un pianetino che ora non c’è ma che – la fantascienza può dirlo, al contrario delle favole – forse “ci sarà una volta”. Non è, almeno in Italia, uno scrittore particolarmente famoso F. L Wallace tant’è che pubblicando Destinazione Centauro sia la copertina che la nota introduttiva omettono di specificarci il nome di battesimo. Di lui, che non va confuso con un altro paio di Wallace attivi ai margini della sfi, a quanto pare pochissimo è stato tradotto. Eppure dobbiamo a quest’autore minore la visione forse più completa, certo inquietante, sulla possibilità/impossibilità di convivere fra normodotati e disabili.

5. Un filo di bava

Chi diavolo è questo “diverso”? Da chi o cosa, e secondo chi, sarebbe differente? Ecco come riassume la faccenda Ursula Le Guin. “Il problema sollevato è quello dell’Altro, dell’essere che è diverso da te stesso. Può differire nel sesso; o nel suo reddito annuale; o nel modo di parlare, di vestire o di agire; o nel colore della pelle; o nella quantità di gambe e di teste che ha”. O negli spasimi che scuotono il suo corpo, si potrebbe aggiungere; o nell’infinito desiderio di comunicare ostacolato da un handicap o – è forse la stessa persona ma vista con gli occhi della paura altrui – in un “vergognoso” (per chi?) filo di bava che gli scorre sempre vicino alla bocca.
La non vastissima comunità che in Italia legge abitualmente la buona fantascienza sa probabilmente indicare all’istante alcuni titoli-chiave sull’Alieno sessuale o razziale; con qualche riflessione in più potrebbe individuare anche alcuni Alieni culturali e sociali. Ma esistono differenze che, direttamente o in maniera metaforica, rimandano alle disabilità, all’handicap? Dunque scrittori-scrittrici di sfi hanno affrontato la questione di petto? Sì, ci sono. Forse non moltissimi ma quasi sempre di eccezionale impatto emotivo. Perché molti appassionati di fantascienza faticano a ricordare questi titoli? Opera qui forse una doppia censura o rimozione. La prima è probabilmente ancora numerica: se esistono meno autori/autrici che sanno confrontarsi con questo Alieno, beh deve essere una questione meno importante. La seconda è nella testa di chi legge: spesso è turbato/a ma, con un meccanismo ben noto, preferisce allontanare da sé (in modo più o meno inconscio) l’oggetto dell’imbarazzo e la domanda “cosa davvero mi inquieta?”.
Da qui in poi cerco dunque di costruire uno specifico percorso di lettura per individuare come la sfi – o almeno quella tradotta in Italia – abbia affrontato i problemi (o sarebbe più giusto usare un neutrale “fenomeni”?) posti da Handicap City o da “Handicap Haven”, come si chiama appunto “il ghetto spaziale” di un romanzo-simbolo che racconteremo in dettaglio.
“Lei stava cercando di raggiungere la coperta con le mani malferme. Considerato che non era nemmeno capace di alzarsi dal letto, non era uno spettacolo. Cooper le porse il bordo della coperta.
-No – disse lei in tono reciso – Regola numero uno. Non aiutare mai un handicappato se non è lui a chiederlo espressamente. Non importa se fa fatica. Deve imparare a chiedere e deve sforzarsi di fare tutto ciò che gli è possibile fare.
-Mi dispiace, non ho mai conosciuto un handicappato.
-Regola numero due. Un negro può chiamare se stesso negro e un handicappato può riferire questo nome a se stesso, ma Dio abbia misericordia dei bianchi sani che usano una o l’altra di queste parole”.
Così in un lungo, denso racconto di John Varley, scrittore che in un’altra occasione, lo vedremo più avanti, metterà la cecità al centro d’un suo romanzo. Quel che lo sferzante dialogo, riportato qui sopra, suggerisce è che il modo “giusto” per scrivere di handicap non sia nascondere (in nome della retorica “buonista” tanto alla moda?) che problemi possano esistere da una parte o da entrambe. Oppure negare (come la politically correct la quale trincera i fatti dietro i nomi) che le differenze fisiche e psico-fisiche talora suscitino mix di curiosità (prevalentemente positivo) e di paura… E che naturalmente prevarrà il primo o il secondo di questi sentimenti a seconda dei contesti – storici, culturali, sociali – e delle vicende/esperienze individuali. Come sempre, nella buona letteratura e nel pensiero “ricco”, c’interessa il punto d’arrivo ma soprattutto quei viaggi (faticosi, istruttivi, pieni di scorie) che cambiano in profondità i viaggiatori, il loro sguardo e la meta stessa.
Ancora un protagonista con handicap. “I piloti erano completamente sordi per necessità (…) Una persona dotata di udito normale non poteva pilotare un’astronave in mezzo ai punti di sfasamento e uscirne con la mente intatta”. Al contrario di Ulisse che rischia, ma solo per un po’, la sanità mentale per ascoltare le Sirene (o dei suoi compagni che possono evitare del tutto ogni pericolo tappandosi temporaneamente le orecchie) qui il volo spaziale è praticabile solo da chi rinuncia – per sempre – ai suoni ma anche alla musica (tanto amata dal personaggio di questo romanzo). Sentire, non poterlo fare, ascoltare “cose diverse” è uno dei temi sotterranei di questa bella storia che non narra l’handicap come menomazione ma come una chiave per entrare in una vita diversa (dove ci sarà meno di qualcosa e più di qualcos’altro). E la dedica iniziale è divisa fra un “a Joje, che sente la musica” e un “ai miei amici sordi che mi hanno insegnato tante cose sulla vita e l’amore. La loro è una musica diversa, scritta nell’aria. Sono persone speciali. Grazie”. Non stupisce a questo punto apprendere che l’autore, Jack Caroll Haldeman (secondo, perché fratello del più famoso Joe, anch’egli scrittore di fantascienza) è sordo dalla nascita.
Come era già accaduto a proposito della pelle di alcuni alieni-razziali, anche l’handicap è giudicato talmente poco importante da Loren Mac Gregor che nel suo romanzo d’esordio solamente a pagina 40 il lettore scopre – da una frase gettata lì per inciso – che una delle protagoniste è senza gambe. Non è un effetto choc, all’opposto: la notizia è scritta in modo che possa sfuggire, come per far capire che davvero non interessa in questa storia il grado di “normale” abilità. L’opposto dello stereotipo pietistico che sottolinea un handicap con frasi che in apparenza vorrebbero indicare come sia lieve, e dunque vicino alla norma, ma così facendo svelano la loro perversa concezione per cui anche un solo dito in meno (o in più) sminuirebbe l’essenza umana. Quel nero insomma è quasi un bianco: un altro sforzo, magari un po’ di creme o un piccolo trapianto della pelle e può farcela… a uscire dalla giungla. E a quel disabile si può dedicare (in letteratura o nei mass-media) un po’ di spazio perché ha saltato 2 metri con una gamba sola o perché ha compiuto un’altra impresa insolita e dunque… riceverà il patentino ad honorem della normalità. Razzismi mascherati, come in tanto “voyerismo” televisivo; è la totale incapacità di confrontarsi con la diversità che oltretutto si bea della propria presunta bontà nel rilasciare visti d’ingresso nel Paradiso di quelli che hanno tutto a posto.

4. Se ci sveglia Sturgeon

Senza dubbio vi è qualche timido o inconscio dissociarsi dal modello Wasp contro Bem. Inezie di cui ben pochi s’accorgono. Poi lentamente alcuni introducono il dubbio: se sotto quella pelle verde o azzurra battesse un nobile cuore? O addirittura – dirà poi Thedore Sturgeon a proposito del suo Nascita del superuomo- se gli stranieri, fossero migliori di noi, se la nuova super-razza non fosse venuta dalla galassia (o sorta fra noi) per dominarci, per minacciarci con super-armi ma piuttosto per offrirci una super-filosofia, per stupirci con la loro super-gentilezza, per raccontarci una super-solitudine, per insegnarci una maniera diversa d’amare? Desiderio e paura, possibilità e rischio; se lo scopo della fantascienza è (ancora Sturgeon) “svegliare il mondo sull’orlo del possibile” allora può darsi che alcune delle sue storie semplicemente c’insegnino a diversamente guardare anche l’esistente: la realtà contiene più di quanto si scorge a una prima occhiata. È spesso il cervello a essere socchiuso (o arrugginito) anche quando gli occhi sono bene aperti. Come nel celebre disegno di Hill dove di solito c’è chi scorge solo la fanciulla e chi unicamente l’anziana ma bisogna faticare per scoprire che vi sono entrambe, l’una mescolata nell’altra.
Che l’alieno o il mostro risultino tali solo perché guardati troppo in fretta e non capiti, che abbiano qualcosa da insegnarci, è il filo sotterraneo che scorre a esempio dentro le 3 storie che portano Sturgeon a scrivere il citato Nascita del superuomo. Un brevissimo accenno alla trama basterà a capire quanti luoghi comuni siano rovesciati, quanti sguardi diventino obliqui per poter scoprire altre possibilità. Contrariamente a tutta la fantascienza che immagina un super-uomo che da solo si fa dio, in Sturgeon la faticosa, sofferta nascita-evoluzione di “qualcosa più che umano”, d’un Homo Gestalt, può avvenire solo grazie alla fusione di individui diversi, uno dei quali è considerato un “idiota”.
È necessario compiere altri passi. All’inizio di questa presa di coscienza che rende la fantascienza matura (e finalmente inquietante in profondità) vengono riconosciuti come interlocutori solo alcuni cosiddetti Hilf (cioè Humanoid Intelligent Life Forms), talmente simili a noi da farci malignare che forse lo sforzo d’accettazione sia misurabile in millimetri. Poi, negli anni ’50 e dunque contemporaneamente a Sturgeon, arriva quel Sentinella con cui abbiamo aperto il nostro viaggio.
Lo choc di Sentinella è salutare. Nel relativamente ristretto mondo degli scrittori di fantascienza (e in quello più vasto di lettori e più avanti anche di lettrici) è come se fosse stato scoperto un micro-scopio. O un macro-scopio. La strada indicata da Brown viene dunque esplorata. Dalla fine degli anni ’50 in poi, un drappello – relativamente folto – di autori e successivamente di autrici affronta in modo straordinariamente sovversivo il tema dell’incontro con l’alienità, scoprendo ciò che gli altri scrittori avevano tenuto celato o che non potevano vedere nella loro cecità ideologica. Se in Italia (contrariamente ad esempio alla vicina Francia) questo serbatoio di sguardi e di inquietudini è poco conosciuto, osteggiato da critici e intellettuali, dipende da antichi e radicati, quanto ingiustificati, pregiudizi verso la sfi non meno che verso la scienza e comunque verso ogni forma di letteratura popolare (spiegarne le ragioni comporterebbe un lungo viaggio, con soste fra il lontano Gramsci e il recentissimo Luther Blissett, che ovviamente qui non può essere intrapreso).
La data dunque del cambiamento, lo sguardo copernicano sulla diversità è nel cuore degli anni ’50.
E considerato che parliamo di una letteratura a dominanza statunitense va notato che è un fenomeno in totale contro-tendenza rispetto alle diffuse paranoie da fine del mondo. Ci sono confini da spostare, dentro e fuori di noi; cominciano finalmente ad apparire ridicoli coloro che vorrebbero difenderli con le armi come quei pupazzi con laser della prima, ingenua fantascienza. Le angosce delle maggioranze sono reali o indotte, giustificate o fasulle? “Dimmi, se al mondo tutti fossero ciechi meno un
sol uomo, non ci sarebbe la tentazione a dire che la vista di quell’uomo è un’allucinazione?” per rubare la frase a Isaac Asimov. Non a caso l’ultimo citato è uno scienziato prima che un letterato. E non per caso molti scienziati useranno la sfi per dire l’indicibile (almeno negli Stati Uniti dell’ossessione imperiale, dell’egocentrismo totale) e insieme per raggiungere un pubblico più vasto. Come accadde a Leo Szilard, uno dei “padri pentiti” della bomba atomica che spiegò(6) “il quesito è: gli americani sono liberi di dire tutto quello che pensano, visto che non pensano quel che non sono liberi di dire?”.
Prima di entrare nel vivo dello scontro-incontro tra sfi e ciò che definiamo handicap, è bene rispondere a una possibile obiezione: questo elogio della fantascienza significa sminuire le altre forme di narrazioni-confronti sulle diversità? Certamente no. Ma esistono almeno due eccellenti ragioni (anzi ad avviso di chi scrive, due clamorose evidenze) per credere che abbiamo anche bisogno di nuove utopie, d’un più ricco immaginario. La prima è che sul “controllo dei sogni” si gioca una partita
quasi epocale. La seconda è che “per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo”. Nel nostro caso se alcuni guai del diffuso razzismo verso chi abbia un handicap trovano una loro rappresentazione nell’immaginario collettivo, beh sarà il caso che anche su questo terreno ci attrezziamo. Per superare quella “sorta di mutilazione antropologica che uccide la possibilità di pensare a un mondo altro da questo”.

11. Corpi, sogni, incubi, think tank

Accanto all’incubo – già qui – dei ricchi che “cannibalizzano” i corpi dei poveri c’è ovviamente il sogno realizzato di un Stephen Hawkins che riscrive l’astro-fisica e la stessa storia del tempo dalla sua sedia a rotelle e che può parlare muovendo gli occhi. Come sempre il presente-futuro cela un gran numero di possibilità e di angosce; la migliore sfi prova a costruire intorno a quest’ambivalenza laboratori onirici (think tank, serbatoi di pensiero, dicono negli Usa) e persino a essere progettuale, partendo dall’idea che in un mondo senza utopie non valga la pena di vivere. È noto che i miraggi non sono raggiungibili ma la storia insegna che le carovane e i commerci si sono messi in movimento proprio per inseguirli…
I corpi inquietanti, mutati, cyborgizzati sono tutto ciò: insieme miraggio, carovana, commercio (nel senso buono e cattivo del termine). Chirurgia e bio-genetica, persino il tecno-piercing delle mode annunciano che sarà ridisegnato il rapporto corpo-mente. Perfino gli antichissimi e ambigui sogni di super-umani o di separare l’intelletto (lo spirito?) dalla carne putrescente sembrano ora avvicinarsi. Il problema vero resta – come sempre – la definizione di umanità. Gli esclusi e gli ammessi, i sommersi e i salvati.
Ecco come Philip Dick pose la questione, nel suo stile provocatorio quanto profetico, in una celebre conferenza-saggio. “Il più grande cambiamento al quale assistiamo nel nostro mondo è probabilmente la quantità di moto dal vivente verso la reificazione e allo stesso tempo dal meccanico nell’animazione (…) Un giorno forse vedremo un uomo sparare a un androide (cioè a un robot con perfette fattezze umane) appena uscito dalla fabbrica. L’androide, con grande sorpresa dell’uomo, prenderà a sanguinare. Ma l’androide sparerà di rimando e, con sua grande sorpresa, vedrà una voluta di fumo levarsi dalla pompa elettrica che si trova al posto del cuore dell’uomo. Sarà un grande momento di verità per entrambi”. Per dirla con l’ironia di un grande poeta-cantautore: “Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo, piantata fra l’aorta e l’intenzione”.
Non c’è conclusione possibile. Definire il confine fra umano e non… può significare solo spostare sempre più avanti (o altrove?) lo scontro fra desideri/possibilità e paure/limiti. Un grande passo avanti è nello sconfiggere ogni definizione di umanità e di valore basata sull’estetica, sull’aspetto, sull’esteriorità ma anche sulle pretese di una indefinibile “normalità”. Dove molti impauriti (o spaventati ad arte) scorgono qualcosa di orribile non c’è alcun pericolo ma forse c’è il muro di piombo che nasconde la paura di fare i conti con la parte buia del nostro cuore. E dove i bravi, belli, obbedienti cittadini accettano che il mondo sia diviso in umani e non… ecco i veri “mostri”, capaci di uccidere il diverso (vero o presunto che sia) perché gli è stato ordinato da una “autorità” o perché tutti lo fanno: questa è la lezione del secolo che si è appena chiuso e non va riferita al solo nazismo. Un messaggio che la migliore fantascienza ci ha proiettato nel futuro ma che ovviamente torna anche nelle pieghe di altre forme del nostro immaginario. Bisogna qui almeno ricordare il fumetto Dylan Dog, in particolare nelle storie scritte da Tiziano Sclavi, più che in quelle dei suoi banali (e spesso inutilmente splatter) co-autori.
Affidiamo la conclusione al tante volte citato Dick (che pure fu un autore pieno di contraddizioni). Perché ha più volte ironizzato sul fatto che “Se dovessi mai incontrare un essere intelligente extra-terrestre, un alieno, mi accorgerei di avere più cose da dire a lui che al mio vicino di casa”. Perché ha scritto che “La misura dell’uomo non è la sua intelligenza (…) La misura dell’uomo è questa: con quale rapidità sa reagire ai bisogni di un’altra persona? E quanto può dare di sé?”. Perché infine ha chiarito, meglio di chiunque altro, il dilemma scrivendo un breve racconto che, non per caso, si intitola Umano è, così con l’arroganza – ma anche la grande dolcezza come vedremo – di non avere un punto interrogativo, di pretendere che sia possibile trovare una risposta.
Quando il marito, Lester Herrick, violento e odioso, torna da una lunga missione spaziale, Jill lo “scopre” dolce e capace di sentimenti veri. Ma arrivano i servizi segreti per dire alla donna che “lì dentro” c’è qualcun altro: un alieno che, per sopravvivere (ma ciò lo sapremo solo alla fine) si è impadronito di quel corpo (morente, ma anche questo lo si conoscerà poi). I servizi segreti chiedono a Jill di aiutarli a cacciare l’invasore. Lei rifiuta e “tradisce la sua razza”; perché quell’alieno è infinitamente migliore dell’arrogante maschio terrestre che sino a poco prima aveva posseduto quel corpo. E così finisce il racconto, con questo dialogo fra i due.
” – Stavo pensando – dice la donna all’essere non terrestre – che forse continuerò a chiamarti Lester. Se non ti dispiace”
E lui risponde.
” – Non mi dispiace”. E l’abbracciò. – Tutto quello che vuoi. Purchè possa farti felice”.
Ecco come Dick si commentava: “Per me questo racconto simboleggia ciò che è, in conclusione, un essere umano. Non ho cambiato granché il mio punto di vista da quando lo scrissi, negli anni ’50. Non si tratta di avere un certo aspetto, di provenire da un certo pianeta ma di vedere fino a che punto si è gentili. La gentilezza, per me, ci differenzia dai sassi, dai pezzi di legno, dal metallo; e così sarà sempre, qualunque forma assumiamo, dovunque andiamo, qualunque cosa diventiamo. Umano è è il mio credo e mi auguro che possa essere anche il vostro”.
Essere gentili dunque dà il senso all’essere umani. Ma anche (come fa Jill) tradire la propria razza, se essa non lo è. Sì tradire. Perché le appartenenze, le patrie, “l’interesse comune” sono concetti vaghi, non trovano tutti d’accordo. Perché spesso “il nemico marcia alla tua testa” come ci disse in una poesia Bertolt Brecht. Perché per qualche nazi-ariano è già “traditore” chi considera umano un handicappato, un nero oppure chi sorride a un curdo, a uno zingaro. Eppure neanche i nazi-ariani sono mostri. O perlomeno… non più “mostruosi” di quelli che ognuno porta con sé, in qualche parte buia del suo cuore, di ciò che avremmo potuto diventare in differenti circostanze. Sono mostri che crescono e si ingigantiscono ogni volta che uccidiamo qualche alieno – le tante diversità – che albergano intorno a noi, dentro di noi e oltre a noi.
Questo è anche il vero significato di yin e yang, ci ricorda – ancora lui – Sturgeon.”Oscurità e terra, luce e cielo. (…) Nascita e morte. (…) Insieme formano il cerchio completo, l’universo, il cosmo, tutto. (…) Non c’è nulla sotto il cielo che possa essere interamente l’uno o l’altro”. Così non c’è diversità o normalità che, sotto questi nostri infiniti cieli – dei quali anche il nostro sterminato “spazio interno” è parte -, possa essere interamente l’una o l’altra. Non ci sono confini certi per la nostra umanità salvo quelli che possono porci l’arroganza, l’ignoranza, la paura.

10. La carne e i circuiti

Ne derivano queste assai impegnative domande: c’è e, se sì, qual è questa essenza? Chi e come stabilisce il limite oltre cui un cyborg non è più un essere umano? Ovvero, per estremizzare il discorso: è possibile o presto lo diverrà sostituire/modificare mani, gambe, denti, fegato, cuore, occhi, parte dello scheletro, le vene, grandi quantità di pelle… cosa rimane? Qual è il limite estremo? La sfi ha già immaginato (almeno dall’inizio del ‘900) un cervello umano che “vive” all’interno d’una scatola metallica-tecnologica oppure che viene trapiantato in un corpo interamente nuovo, che potrebbe anche non essere organico. Par di capire, a noi profani, che ingegneria genetica e robotica – insieme oppure ognuna per conto suo – non siano vicine a rendere ciò fattibile a breve ma ben pochi fra gli scienziati escludono che alla lunga ci si arriverà. Quel giorno proveremo paura o ammirazione? Ne segue un altro interrogativo, dopo aver preso atto che già abbiamo visto coniugare tecnologie e barbarie; ci sarà, quel giorno, chi (in nome di un’ideologia o d’una religione?) si metterà a misurare – con la bilancia d’un allegorico macellaio – la quantità di carne e di circuiti nei nostri corpi per poi rilasciare – o meno – una patente di “umanità”?
Quanti circuiti ci vogliono per “fulminare” l’anima o l’essenza umana? O, se preferite riformulare le domande avanzate sopra in termini seri e in una frase secca: cosa fa di noi esseri umani? Dato che qui il nostro argomento-principe è la fantascienza, seguiremo il ragionamento-racconto di un suo “guru”, Isaac Asimov, nel bellissimo L’uomo bi-centenario da cui è stato tratto un mediocre film.
Andrew Martin si appresta a un’operazione chirurgica “indubbiamente pericolosa”. Esita il medico-robot che lo deve operare: oltretutto, nei suoi circuiti è stata inserita una “legge” che gli impedisce di arrecare danno a un essere umano. “Ma io sono un robot” gli dice Martin. Dopo questo veloce colpo di scena, Asimov ci racconta – in un lunghissimo flasback – la vicenda di questo insolito robot sotto i ferri. Preso per fare il maggiordomo e giocare con la bambina della famiglia Martin, per caso Andrew rivela insolite doti artistiche. “Un difetto di fabbricazione” spiegano i costruttori (della Us Robot) quando viene loro sottoposto il caso. Gli oggetti scolpiti da Andrew piacciono, vengono venduti e il suo “padrone” gli apre un conto in banca: servirà per le “riparazioni”. Dopo molti anni, Andrew si presenta al suo “padrone” con i 600mila dollari guadagnati vendendo le sue opere d’arte e gli chiede di accettarli “in cambio di qualcosa che solo voi potete darmi… la mia libertà”. Si apre una complessa questione giuridica e simbolica, anche perché fra gli umani è forte l’ostilità verso i robot (“ci rubano il lavoro” è una frase che forse avete sentito anche in altri contesti). In tribunale, il giudice chiede ad Andrew che differenza farebbe per lui essere libero, se già ora il suo “padrone” gli lascia totale autonomia. “Forse niente, vostro onore, ma farei tutto con maggiore gioia. In quest’aula ho sentito dire che solo un umano può essere libero. A me pare invece che chiunque lo desideri dovrebbe poter essere libero”. E fu questo – spiega Asimov – a convincere il giudice che nella sentenza scrive: “Non abbiamo il diritto di negare la libertà a un “oggetto” dotato di una mentalità così progredita da comprendere il concetto e desiderarne la condizione”. Forse oggi, nel nostro mondo cosiddetto reale, parleremmo del diritto universale di cittadinanza.
Esiste però ancora una palese contraddizione fra quella definizione (“oggetto”) e la condizione di libertà. La vicenda si snoda attraverso molti interessanti sentieri, narrativi e filosofici. Ma l’essenza – e quel che più appunto c’interessa – è che Andrew riesce a far sostituire il suo corpo di metallo con quello di un androide sperimentale, ovvero “di apparenza umana anche nella composizione della pelle”. Passano molti anni e intanto Andrew studia da robo-biologo e disegna “un sistema che consenta agli androidi (cioè a me) di trarre energia dai carbo-idrati invece che da una batteria atomica… in parole povere di mangiare per alimentarsi. Se lo fa impiantare e l’esperimento riesce. È sempre più umano ma continua a escogitare “congegni capaci di trattare cibo indigesto e di espellerlo” e perfino organi genitali. La domanda che gli viene posta è sempre la stessa: perché desidera “peggiorare” il suo corpo così efficiente? Immutabile la risposta: voglio diventare un essere umano. E infine Andrew chiede di essere riconosciuto come tale. Questa nuova battaglia giuridica è molto più difficile della precedente… Il lungo flashback è concluso. Andrew è sul tavolo del chirurgo e gli ordina di eseguire l’intervento. L’ operazione riesce e rende mortali le sue cellule cerebrali, l’unica parte del corpo che non può essere sostituita. Ora Andrew è umano. “Quella sua ultima azione accese la fantasia dell’opinione pubblica. Tutto quello che aveva fatto prima non aveva commosso nessuno ma quando decise di morire, pur di essere dichiarato umano, il suo sacrificio fu troppo sublime per essere ignorato”.
Sorvolando sulla (pericolosa? ambigua?) parola “sacrificio”, notiamo che qui Asimov ha inventato una cyborg-izzazione al contrario: una creatura artificiale (e potenzialmente immortale) che sostituisce man mano i suoi circuiti pressoché indistruttibili con “carne” destinata a marcire. “Possiamo avere due classi di cyborg completi: un cervello robotico in un corpo umano oppure un cervello umano in corpo robotico” si commentò Asimov in un articolo. Secondo lui, un cyborg del primo tipo verrà accettato dalla maggior parte della gente come umano, mentre il secondo sarà classificato dai più come robot. Perché questo paradosso? “Dopotutto noi siamo, per la maggior parte della gente, quello che sembriamo” suggerisce lo scrittore-scienziato. Poi vista la non piacevole caratteristica (o è una generalizzata abitudine?) della razza umana di temere e perseguitare i diversi, Asimov conclude: “Guardiamo in faccia la realtà. I cyborg avranno i loro guai in ogni caso”.
Con questo “vedo nero” di Asimov (insolito in lui, che fu piuttosto ottimista per abito mentale) concordano molti scrittori di sfi. Vediamone un paio illustri. Il lungo racconto Fra tutte le donne nate di Catherine Moore è un antenato del genere cyborg visto che fu pubblicato nel 1944; ci trascina nel dilemma di Deirdre, danzatrice “distrutta” in un incendio e pazientemente ricostruita: “Così questa sono io – disse -. Metallo, ma io. E lo divento sempre più a mano a mano che ci vivo dentro.” E poi commenterà: “Una specie di mutazione, a metà strada fra il metallo e la carne (…) Immagino di essere super-umana”, ma c’è un limite: “Il mio cervello si consumerà, entro una quarantina d’anni, non mi piace pensarci”. Non del tutto assonante è uno dei padri della moderna sfi, Frederik Pohl che scrive: “Non è facile per un essere di carne e sangue rassegnarsi all’idea che una parte del suo corpo sta per essere sostituita da acciaio, rame, argento, plastiche, alluminio e vetro”. Più tranquillo Varley prima citato: in Millennium, un bellissimo romanzo che mostra persino l’ambizione di “ricapitolare” la storia della fantascienza, si dice convinto che il futuro sia del cyborg: “Si trapianterà o s’innesterà tutto: arti e organi, gambe, reni, occhi”. Al cinema si sono viste più brutture e angosce (soprattutto in senso filmico, ahi-noi) che altro; c’è però anche un tenero cyborg (Johnny Deep) in Edward, mani di forbice di Tim Burton.
Paranoie filosofico-religiose a parte, il vero rischio potrebbe essere che in una società orrendamente classista – come l’attuale – solo i ricchi possano dotarsi di un “magazzino dei corpi”, utilizzando non solo le tecniche d’avanguardia ma persino (costerebbero assai meno) gli organi dei poveri fatti appositamente a pezzi. C’è chi nega che ciò sia già accaduto e parla di “leggende metropolitane” ma, pur con le consuete cautele verso chi vede orrori ovunque, esistono dati certi che ciò sia accaduto: fra l’altro le inchieste di alcuni giornalisti su quei villaggi in India dove chiunque può incontrare centinaia di persone che vivono con un solo rene… perché
l’altro è “volato” per pochi soldi in Germania o negli Usa. In questo caso di tratta di uno scenario – forse di massa – che non si colloca nel futuro lontano ma sul confine tra il presente e un domani molto prossimo.