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Autore: admin

Informahandicap: l’ integrazione invertita?

I servizi Informahandicap sono una istituzione relativamente recente in Italia, ed anche per questo, a quanto risulta, non è mai stato colto ed esplicitato un paradosso che sembra poter minare dalle basi la loro stessa legittimità. Da un lato, infatti, gli Informahandicap si pongono al servizio delle esigenze dei disabili, al fine di agevolarne l’accesso a tutte le informazioni di possibile interesse. D’altro canto, però, l’Informahandicap stabilisce con la sua sola esistenza un canale informativo riservato ad una ben precisa categoria di utenti, nel quale facilmente verranno incanalate tutte le richieste dei cittadini disabili, con un evidente effetto di ghettizzazione. La risposta più ovvia a questa contraddizione risiede nella considerazione che un servizio informativo dedicato ai disabili risponde proprio all’obiettivo più generale di combattere l’esclusione sociale che deriverebbe dalle difficoltà con cui il disabile potrebbe procurarsi da sé informazioni per lui spesso vitali, in analogia con quanto avviene per altri servizi pubblici di informazione dedicata (si pensi agli Informagiovani, di tradizione ancor più radicata). Tuttavia, ciò non risolve appieno la questione, insita per certi versi nella nozione stessa di “integrazione sociale”, giacché di fatto si appiattisce la dimensione di cittadinanza della persona con deficit sulla sua situazione di handicap, sia pure con l’intento di combatterla. L’operatore di un URP comunale, ad esempio, difficilmente resisterà alla tentazione di indirizzare qualunque richiesta di un cittadino con evidenti difficoltà motorie verso il servizio Informahandicap “creato appositamente per lui” dallo stesso Comune.

Le caratteristiche dei servizi Informahandicap
Per affrontare in modo più fruttuoso questo paradosso, occorre riflettere sulle caratteristiche e sugli intenti con cui i servizi informativi di settore sono sorti nell’handicap. Innanzitutto, va notato che gli Informahandicap esistenti hanno generalmente un’attenzione per le modalità comunicative maggiore rispetto ad altre realtà della comunicazione pubblica, in particolare tramite una forte diversificazione dei canali comunicativi. Quasi sempre, infatti, lo sportello di informazione per disabili include uno sportello fisico, uno telefonico, un indirizzo e-mail, un sito web spesso aggiornato, e soprattutto tutti questi canali attraverso cui il cittadino può interpellare il servizio sono considerati allo stesso modo, a differenza di quanto accade per alcuni URP, laddove, ad esempio, una richiesta via mail riceve di fatto un trattamento più farraginoso di una sottoposta personalmente presso lo sportello. Probabilmente ciò è dovuto alla percezione, da parte degli operatori, del fatto che il disabile ha più difficoltà del cittadino normodotato ad adeguarsi ai vincoli posti alla fruizione del servizio; una persona in carrozzina può trovare seri ostacoli nel recarsi personalmente alla sede dello sportello, per quanto essa sia in sé accessibile, così come un non udente può trovare nella mail la modalità più comoda di richiedere notizie di suo interesse. Risulta comunque, anche se il discorso è talmente generale da prestarsi a molte smentite in casi specifici, che gli Informahandicap hanno sinora dimostrato di essere più “orientati all’utente” di altri servizi informativi per quanto attiene ai mezzi di comunicazione.
Un aspetto ancor più importante riguarda le strutture delle cui informazioni “si nutrono” i servizi Informahandicap, e più in genere i servizi informativi di settore. Come ben sanno disabili ed operatori, competenze in materia di handicap appartengono ad una marea di enti pubblici e privati: Regioni, Province, Comuni, enti previdenziali (presi singolarmente: le differenze tra INPS e INPDAP in materie come i congedi sono una vera crux operatorum), Aziende USL e associazioni rappresentative. La prova lampante di questa frammentazione sta nel fatto che esponenti di tutte queste strutture, nelle diverse realtà territoriali, hanno assunto la gestione di Informahandicap. In questo contesto, qualunque servizio di informazione ai disabili deve stabilire una rete di relazioni per garantire una qualità sufficiente. Mentre l’URP di un ente pubblico deve rispondere solo per quanto riguarda le proprie attività, e di fronte allo sconfinamento in ambiti altrui può sempre invocare un’eccezione di incompetenza, un simile atteggiamento da parte di un servizio Informahandicap ne limiterebbe fortemente l’utilità pratica. Come è ovvio, però, la frammentazione di competenze vige per ogni settore di interesse di qualunque cittadino, tanto che le leggi che hanno reso più trasparenti ai cittadini le pubbliche amministrazioni negli anni ’90 ponevano già il dovere di rendere “fruibile”, e non semplicemente “disponibile”, l’informazione.
Anche da questa capacità di superare le divisioni di competenza, che è uno dei tratti indispensabili di un Informahandicap, deriva una terza caratteristica, che si potrebbe definire “la necessaria aggressività”. In effetti il termine non è un granché, e sarebbe meglio sostituirlo con “attività”, se a quest’ultimo non fossero associate connotazioni di tran tran più che di impulso. In sostanza, si tratta di un atteggiamento energico che gli Informahandicap hanno, o dovrebbero avere: da un lato verso gli utenti, cercando di raggiungerli con informazioni utili senza attendere per forza che siano loro a rivolgersi al servizio; dall’altro verso le amministrazioni, stimolando la soluzione di casi specifici e l’adozione di politiche generali più efficaci. Se è vero che il rapporto operatore/utente in un Informahandicap si rifà al modello della “presa in carico”, non può che discenderne un servizio dinamico, capace ad esempio di non accontentarsi delle risposte interlocutorie (il famoso “le faremo sapere…”) che l’ufficio competente per la soddisfazione di una richiesta può fornire. Si tratta di un servizio, va sottolineato, strutturalmente più dinamico di quello degli URP, i quali a norma di legge nascono per informare il cittadino su sua richiesta riguardo a pratiche presso quella amministrazione e per raccogliere reclami, dunque con un atteggiamento decisamente passivo (sebbene nel tempo anch’essi abbiano saputo uscire dallo schema della mera risposta allo stimolo dell’utente).

Informazioni all’avanguardia
Attenzione ai canali comunicativi, superamento della frammentazione di competenze, necessaria aggressività: gli Informahandicap (e, in gradi diversi, tutti i servizi informativi di settore) definiscono così la propria differenza, e dunque il proprio senso, rispetto ad URP ed altre strutture di informazione e comunicazione pubblica. Eppure, questi elementi non rispondono ad esigenze caratteristiche dei disabili in quanto tali, ma sarebbero auspicabili da tutti i cittadini, tra cui i disabili stessi. Ecco pertanto che il paradosso tratteggiato all’inizio può venire superato solo in quanto venga ribaltato: gli Informahandicap non sono un servizio pleonastico nel quadro della comunicazione istituzionale, ma ne sono un’avanguardia, lungo le linee appena descritte, e dunque è il resto dell’informazione al cittadino che deve essere integrato alle capacità da questi dimostrate. Tra l’altro, il modello dell’esito di questa integrazione non è frutto di pura immaginazione, dal momento che nei paesi anglosassoni sin dal secondo dopoguerra esistono i Citizens’ Advice Bureaux (CAB), servizi di informazione ai cittadini che rispondono largamente a questa logica multicanale, multisettoriale e dinamica. Naturalmente, però, questo “essere avanti” non è un buon motivo per l’autocompiacimento di chi gestisce o progetta un Informahandicap, quanto piuttosto un quadro concettuale ed uno stimolo pratico continuo (è così facile scivolare nel call-center burocratico e farraginoso…) per fornire servizi di informazione veramente utili alle persone con disabilità. Trovando, al contempo, la propria legittimazione nel rapporto con tutto il mondo dell’informazione al cittadino.

Informahandicap: i servizi erogabili

Premesse per un Informahandicap
L’universo dell’handicap, in quanto tale, è composto da persone ed organizzazioni molto differenti tra loro in termini di identità, bisogni, linguaggi e culture espresse. Questo in particolare nella città di Bologna dove negli ultimi tre decenni c’è stato un ampio sviluppo dei servizi e delle iniziative nel campo della disabilità.
Nella costruzione del CRH si quindi dovuto tenere conto di queste premesse di fondo: ovviamente in questo si è stati favoriti dalle esperienze già accumulate negli anni dalla Associazione CDH che gestisce il servizio.
Riassumendo:
– da una parte persone con esigenze diverse: persone disabili, genitori di persone disabili, operatori dei servizi dell’ente locale operanti nelle più svariate aree, funzionari di enti locali, volontari, soci e quadri dell’associazionismo di categoria;
– dall’altra molte realtà sociali territoriali “forti” sui temi della disabilità (Comune, Provincia, regione, Azienda USL, associazioni, cooperazione sociale, sindacato, Università) con le quali cercare di interloquire non in maniera standardizzata.
La diversificazione quindi della offerta informativa (e documentativi) emerge come uno dei cardini delle attività.
Un altro dei cardini dell’impostazione è stato quello di facilitare al massimo il contatto tra utente (reale e potenziale) e informazione, non limitandosi quindi alla sola attività di sportello (aperto al pubblico, telefonico e mail), che in un certo senso è unidirezionale, ma producendo iniziative di carattere informativo che raggiungono direttamente a casa o sul luogo di lavoro l’utenza. Questo processo ovviamente fa aumentare nel tempo l’utenza, stimolando nuove idee e domande. A questo si affianca anche il tentativo di forme di raccordo e scambio con le altre risorse italiane similari (da cui questo convegno) impegnate nel terreno dell’informazione sull’handicap.
Sempre in sede progettuale, una ulteriore considerazione ha riguardato lo stato di relativa separazione organizzativa e culturale che persiste ancora tra la cultura ed i servizi attivati per i bambini e le bambine disabili e quelli invece riservati all’area degli adulti. Poteva una adeguata azione informativa incidere positivamente? Su questo i “lavori” sono ancora ampiamente in corso, dato che non è ancora decollata una reale collaborazione tra i diversi enti per una sorta di consulenza e monitoraggio di gruppo sulle attività del CRH.
Una ultima osservazione riguarda la modalità di monitorare l’utenza del CRH complessivamente inteso, ovvero l’andare al di là del semplice dato dell’utenza allo sportello (l’elemento di oggettiva visibilità dell’utenza), ma il cercare di evidenziare l’insieme delle relazioni, dei contatti, che ruotano attorno alle attività del CRH; considerare cioè, passateci il paragone, anche tutto l’indotto.
Un Informahandicap, come molte delle strutture informative e di document-azione, è un po’ come un iceberg: una parte più limitata emerge, ma molto resta nascosto, apparentemente invisibile.
È questo il terreno che sta sospeso tra due dati: i circa 600 utenti che hanno avuto accesso allo sportello finora nel 2002 e i circa 35.700 “contatti” (ogni volta che una persona entra per scelta in contatto con uno qualsiasi dei servizi/iniziative del CRH) realizzati dal CRH nel 2002.

Iniziative e servizi
Le considerazioni sopra esposte, e forse anche altre derivanti dalla nostra esperienza e che qui, per ragioni di tempo, non riportiamo, sono state quelle che ci hanno spinto ad attivare le iniziative/servizi che sinteticamente illustriamo.

1. Sportello informativo aperto al pubblico
Risulta persino banale parlarne data la sua ovvietà. È aperto al pubblico per nove ore settimanali suddivise su tre giornate ed è integrato da altre due giornate di solo sportello telefonico. Via mail è ovviamente sempre in funzione.
La gran parte dell’utenza accede per via telefonica (50%) e via mail in seconda istanza (36%). Lo sportello aperto al pubblico, come era nostra intenzione, si sta sempre più caratterizzando come sportello su appuntamento per le richieste più complesse o che necessitano di ricerca di informazioni e documentazioni.
L’utenza, circa 600 persone nel 2002, è formata prevalentemente da persone disabili e familiari. Seguono distanziati operatori dei servizi territoriali, funzionari degli stessi, e operatori del privato sociale.
I temi più richiesti sono l’accesso a fonti di informazione e documentazione (dato molto positivo per noi, perché definisce lo sportello del CRH come un pezzo di un sistema), i servizi socioassistenziali, i trasporti, turismo e cultura, lavoro e formazione, ausili e tecnologie.
Per ora l’andamento delle richieste è costantemente in fase crescente rispetto a tutte le iniziative/servizi

2. Servizio di informazione via mail
Recapita agli indirizzi mail segnalatici notizie sull’handicap riferite alla realtà locale, regionale, nazionale. Ha prodotto fino ad ora 570 notizie distribuite ad oltre 300 indirizzi.
Vengono fatti mediamente 1-2 invii settimanali per un totale di circa 50/60 notizie al mese.
È il servizio che apparentemente viene apprezzato di più; c’è da sottolineare tuttavia che il target è di persone che già hanno un discreto livello di informazione.
Vengono utilizzate informazioni da siti, mailing list, agenzie stampa e autoprodotte notizie tramite lo spoglio di riviste e da documenti o altre fonti di informazione. Le notizie riguardano tutte le aree dell’handicap.

3. Newsletter trimestrale Metropoli
Il notiziario cartaceo ha lo scopo di raggiungere l’utenza non dotata di posta elettronica, di rappresentare un elemento di visibilità del CRH e di permettere piccole inchieste ed approfondimenti non gestibili tramite la mailing list.
Ha un indirizzario di circa 600 nominativi e viene prodotto trimestralmente. Solitamente è composto da un editoriale, che fa il punto sul CRH, una selezione di notizie dalla lista mail (le più importanti o ancora attuali), una inchiesta relativa alla realtà bolognese (i trasporti, lo sport) e una parte dedicata ai temi di taglio relazionale.
Una sottolineatura merita questa ultima annotazione; ci siamo chiesti se anche su questi temi (le dinamiche familiari, la prima informazione, il vissuto della disabilità, la sessualità, il tema del cosiddetto “dopo di noi”, il rapporto tra famiglie e servizi….) fosse possibile fare una informazione con continuità senza cadere nello specialismo (Metropoli non è una rivista) ma senza nemmeno fare finta di niente di fronte ad un dato che dice che l’informazione sulla disabilità è al 90% su questioni “oggettive” (leggi, progetti, convegni, servizi…), mentre è ovvio, soprattutto per le famiglie e le persone disabili, che i nodi centrali (spesso i più dolorosi) di questa condizione sono di natura relazionale e culturale. Per ora abbiamo scelto la formula dell’invito alla lettura e di una introduzione generale al tema, ma la cosa è ampiamente sperimentale e necessiterebbe di molte più riflessioni.

4. Rassegna stampa dalle riviste di settore
Viene prodotta trimestralmente per le sole associazioni del territorio. Vuole cercare di delineare sfondi informativi rispetto a temi di cui si è data informazione, ma che necessitano di approfondimenti (un esempio evidente è il tema della nuova classificazione ICF della OMS che è fatto tecnico e culturale al tempo stesso), e di continuare ed ampliare il dibattito sui temi relazionali di cui si è accennato parlando di Metropoli.

5. Sportello Biblioteca handicap del CDH
Presso la sede del CRH del Comune si è attivato anche uno sportello decentrato della Biblioteca specializzata sull’handicap del CDH. È possibile consultare l’archivio bibliografico informatizzato e prenotare gratuitamente il prestito dei libri e/o materiale di documentazione da altre fonti (riviste, letteratura grigia). Lo scopo è evidentemente quello di corredare le domande dell’utenza con la possibilità di effettuare approfondimenti e confronti con altre esperienze.
Lo sportello produce anche dispense di documentazione ad hoc in occasione di eventi o notizie che si decide vengano approfondite (vedi ancora una volta ICF) di cui si dà notizia nella lista mail.
Produce anche un aggiornamento bibliografico trimestrale ed un notiziario sulle proposte di legge a Camera e Senato sui temi dell’handicap che vengono ricompresi nella lista mail.
Data l’ubicazione dello sportello e le altre specializzazioni della Biblioteca del CDH (emarginazione, politiche sociali, volontariato, terzo settore, minori) si pensa di attivare anche iniziative (da cui lo scrivere document-azione) per il personale del Settore servizi sociali del Comune che opera in altre aree.

6. Sito Internet
Non serve ovviamente ricordare quanto le tecnologie abbiamo aumentato le possibilità di “contatti” e visibilità per una struttura, ancor più se questa è una struttura informativa.
Sono oltre 1.000 le persone che hanno conosciuto il CRH tramite il sito, che conta, dopo sette mesi di vita, su circa 6-700 contatti mensili, contatti che si impennano ogni volta il CRH fa una qualche iniziativa o informa degli aggiornamenti del sito.
Tre sostanzialmente le aree principali di lavoro del sito:
– la parte istituzionale (chi siamo, orari, indirizzi, schede sulle iniziative….)
– la parte delle altre risorse di informazione e documentazione a Bologna e in Italia (siti, riviste, centri documentazione, servizi Informahandicap)
– la parte dei servizi per l’utenza. Saranno disponibili on line tutti i servizi del CRH (lista mail, Metropoli, aggiornamenti legislativi e bibliografici) e a breve anche la guida, divisa per “capitoli” sulle risorse, i servizi e le opportunità per l’handicap (assistenza, barriere, trasporti, lavoro, sport, fisco….)
Nel sito è interessante l’evoluzione del rapporto tra contatti e pagine lette, che all’inizio coincideva (le persone di fermavano alla home page) ed ora evolve sempre più in termini positivi.

Come ricordato già in precedenza, tutto questo significa circa 35.700 “contatti” in un anno, con una media giornaliera di circa 100 e un bacino di utenza di circa 3.000 persone che accedono una o più volte ai vari servizi del CRH.
Un CRH quindi che dia risposte (domande e risposte allo sportello con gli utenti), in linea con l’aspetto più evidente della sua funzione, ma anche come uno degli elementi di produzione e circolazione delle informazioni in un territorio, per innescare nuove domande, idee, progetti.
E domande, idee, progetti ci paiono termini che hanno a che fare con la costruzione e difesa dei diritti, e doveri, delle persone disabili e delle loro famiglie.

Dalle leggi alle opportunità quotidiane: le informazioni pratiche

Volevo partire da alcune affermazioni e riflessioni di Pina Lalli, per introdurre un dubbio iperbolico, forse anche un po’, anzi, decisamente provocatorio. Mi interrogavo, riflettendo soprattutto rispetto agli Informahandicap gestiti dagli enti locali. Pina Lalli diceva prima: c’è stata una forte esplosione della comunicazione sociale. Il mio dubbio è: non è che questa forte esplosione della comunicazione sociale sia proprio dovuta a un meccanismo di ammortizzazione sociale e di contenimento dei conflitti?
Non stiamo tentando di coprire con una forte comunicazione sociale, alcune carenze a livello di servizi? Questa è una sensazione che vorrei non fosse vera, che gradirei fosse smentita, ma che mi viene trasferita dagli stessi colleghi che lavorano nelle strutture pubbliche.
Mi si dice: “Sì, noi in quest’anno abbiamo realizzato una piccola guida sui servizi, abbiamo stampato un opuscolo sui Piani di Zona, abbiamo divulgato un pieghevole sui parcheggi per disabili, come ottenerli, dove sono, eccetera. E però, quando la persona ci viene a dire: io non ho il parcheggio sotto casa, io devo farmi il certificato medico e devo pagare 70.000 lire di visita medica, noi che cosa possiamo replicare?”
Mi sembra di dover rilevare un potenziamento della comunicazione senza che in parallelo vi sia un potenziamento dei servizi, delle risorse a disposizione.
Continuando a raccogliere le sensazioni dei colleghi che lavorano in particolare presso strutture pubbliche, Enti Locali, oppure che operano in convenzione con Enti Locali, non è infrequente sentirsi confessare: “Mi sembra di essere stato messo ai margini assieme alla mia utenza”.
E poi ancora dubbi: “Perché devo informare sui parcheggi, quando la competenza è dei Vigili? Perché io devo informare sui contributi all’eliminazione barriere architettoniche, quando poi non posso incidere sui tempi, sui modi e sulla presentazione di queste stesse domande?”
Al tempo stesso sembrano esservi problemi, da parte degli Enti locali a mettere a disposizione risorse per realizzare opuscoli, per fare comunicazione, addirittura per realizzare un sito Internet, o per mettersi “in rete” e quindi predisporre degli incontri con gli operatori dei Comuni vicini.
Questo è un mio dubbio: se fosse vero che si privilegia la comunicazione per “nascondere” le lacune dei servizi, allora non innamoriamoci troppo degli strumenti, dei mezzi, degli opuscoli che realizziamo, o dei siti Internet o quant’altro.

L’analisi degli strumenti
Fatta questa premessa, passiamo ora all’analisi degli strumenti divulgativi più comuni ed utilizzati.
Uno degli assunti base del diritto, tradotto in vulgata, sentenzia: “La legge non ammette ignoranza”.
Questo significa che il cittadino non può invocare come attenuante di un illecito, la circostanza di non essere stato a conoscenza della norma violata. Al contempo non può nemmeno reclamare, a posteriori, benefici di cui non ha goduto perché li ignorava.
Si tratta di un principio non “scardinabile”, poiché anche su di esso si basa la certezza del diritto. Cionondimeno i risvolti sono inquietanti e per alcuni versi appaiono anche come antidemocratici. Se l’accesso alle norme fosse alla portata di tutti queste dubbiose inquietudini sarebbero immotivate ed infondate. Purtroppo così non è. L’informazione sulla normativa, che per brevità chiameremo semplicemente “informazione” non è sempre accessibile perché:

1) il cittadino non è in grado di comprendere il contenuto e i risvolti di una norma. Questa difficoltà può dipendere da moltissimi fattori: la complessità dei contenuti, la scarsa cultura del cittadino, la cultura specialistica del cittadino (un medico ha difficoltà a comprendere termini tributari), l’assenza di strumenti divulgativi, l’assenza di mediatori culturali ecc.
2) il cittadino non è in grado di accedere alle fonti normative e alle relative interpretazioni e letture analitiche.
3) il cittadino incontra risposte diverse e contraddittorie e non è in grado di attribuire autorevolezza all’interlocutore.

Quando il cittadino è interessato da una condizione potenzialmente marginalizzante, quale appunto la disabilità, gli effetti di questi fenomeni raggiungono un’acuzie evidente, poiché l’accesso ai benefici, l’esigibilità di particolari diritti, la conoscenza di servizi e prestazioni sono determinati nel miglioramento della qualità della vita (salute, accesso alla cultura, miglioramento economico, diritto al lavoro, alla vita indipendente ecc.).

Informazione fra dovere e competenza
A chi spetta l’informazione? Chi deve garantirla? È nostra opinione che l’informazione sia una competenza schiettamente della Pubblica Amministrazione e, in questo caso, soprattutto dei servizi sociali. Va però sottolineata l’importanza – anche in questo ambito – della pluralità dell’informazione proprio in un’ottica di democrazia. Pertanto, anche perché il “mercato” è tutt’altro che saturo, l’informazione inerente le persone con disabilità non può essere affidata esclusivamente ad “informahandicap” emanati da enti locali o ASL. È la realtà stessa che ce lo dimostra: attualmente le persone con disabilità e i loro familiari (che rimangono il principale target della nostra riflessione) si rivolgono ad una molteplicità di referenti: associazioni, cooperative sociali, patronati sindacali, numeri verdi (es. Ministero delle Finanze, INPS, Ministero del Welfare), a siti Internet e così via. Il problema, più che in impraticabili standardizzazioni dei servizi, risiede nella qualità e nell’autorevolezza delle risposte.
Altro aspetto: nella gestione dell’informazione va sicuramente distinta la raccolta delle fonti e della documentazione dalla divulgazione dell’informazione. Non affrontiamo qui, giacché non è argomento in parola, le questioni relativi alla raccolta della documentazione, anche se ci sentiamo di esprimere qualche perplessità circa l’eccesso di enfasi che vi si pone a discapito dei momenti divulgativi.
Concentriamoci invece sulla divulgazione. L’obiettivo, implicito in quanto affermato in precedenza è di favorire la conoscenza, o meglio la comprensione, da parte dei cittadini di quali siano i loro diritti, i loro doveri, le modalità e le condizioni per accedere a servizi, benefici, contributi e risorse.
Dato per assunto tale obiettivo, gli strumenti della divulgazione possono essere diversi e opportunamente utilizzati in combinazione o scelti a seconda dell’interlocutore. È chiaro che “fare divulgazione” – attività fondante di ogni servizio informahandicap (inteso nella più ampia accezione) – non significa fornire bibliografie, estremi di provvedimenti, fotocopie di riviste giuridiche, poiché, se in ciò consistesse l’attività, si perderebbe il cruciale ruolo di mediazione che è richiesto.

Indicatori e mezzi
Prima di analizzare i principali strumenti di divulgazione è opportuno individuare alcuni indicatori di massima utili a definirli meglio.
1) Le risorse necessarie. Il primo elemento è quello delle risorse economiche (che tutto includono, personale, strutture, utenze ecc.) di cui disporre per realizzare uno strumento divulgativo. Le risorse economiche impegnate sono necessarie per valutare, a priori, la fattibilità dello strumento divulgativo e, a posteriori, l’efficacia e l’efficienza dello stesso.

2) La facilità di distribuzione. La distribuzione, oltre a rappresentare un costo, va valutata in termini di capacità di raggiungere il numero più elevato di potenziali interessati. Questo significa adottare strategie di distribuzione e ancor prima scegliere gli strumenti che più facilmente si prestano ad una efficace disseminazione. Ad esempio, per distribuire efficacemente un opuscolo sul collocamento obbligatorio potrebbe essere più utile renderlo disponibile presso un Servizio di Inserimento Lavorativo che allegarlo ad un periodico locale.

3) La flessibilità. Uno strumento può essere più o meno flessibile, cioè può prestarsi con più o meno difficoltà ad essere veicolato su supporti diversi. Ad esempio un documento ipertestuale difficilmente può offrire la stessa resa se riprodotto su supporto cartaceo. Flessibilità significa anche che il medesimo strumento può essere proposto in contesti e a soggetti diversi, grazie magari ad una gradazione e stratificazione del linguaggio utilizzato.

4) L’accessibilità. Il concetto ha più significati ed accezioni. Il principale, in questo caso, è che lo strumento sia facilmente raggiungibile, utilizzabile e comprensibile ai potenziali utenti. Ad esempio, una guida giuridica sulle invalidità civili è autorevole, completa, magari anche facilmente distribuibile, ma è difficilmente accessibile.

5) L’autorevolezza. L’autorevolezza è il concetto forse più sfuggevole, poiché è difficile acquisirla solo rispettando determinati standard (es. esaustività, completezza dell’informazione, citazione delle fonti) ma è indissolubilmente legata all’immagine della struttura di riferimento, alla professionalità e alla nomea dell’operatore, all’esperienza e alla notorietà nel campo. Non necessariamente l’autorevolezza coincide sempre con la correttezza delle informazioni fornite. Il raggiungimento dell’autorevolezza transita irrimediabilmente attraverso la soddisfazione dell’utenza. Ciò significa che è opportuno rilevare, in modo strutturato, il gradimento delle risposte fornite e verificarne il buon esito.

6) La completezza. Anche la completezza ha un significato relativo. Chi produce divulgazione deve essere in condizione di produrre la documentazione più approfondita possibile. Tuttavia la completezza dell’informazione è connessa, ancora una volta, con le peculiarità delle richieste (espresse o meno) dell’utente. Ad esempio l’informazione che può apparire esaustiva per un utente, può essere insufficiente per un altro. L’informazione completa per un cittadino, può essere ridondante per un altro. Questo significa che prima di utilizzare strumenti informativi è opportuno valutare chi sia il destinatario e di quali necessità sia latore.

Sulla scorta di questa riflessione analizziamo brevemente i principali strumenti divulgativi utilizzati e rivolti alle persone con disabilità e ai loro familiari.

1) L’operatore umano. Dietro questa definizione di sintesi, possono essere strutturati servizi più diversi: dallo sportello gestito da un informahandicap, ai servizi sociali di un Comune, da un numero verde ad uno sportello telematico. Il fulcro dell’azione divulgativa ed informativa è comunque l’operatore che svolge il lavoro di front office, cioè di relazione diretta con l’utente. Il ruolo di mediatore dell’operatore può essere svolto con maggiore o minore efficacia a seconda della sua preparazione professionale, della documentazione a sua disposizione, della struttura cui fa riferimento, della sua capacità di decifrare il bisogno espresso o latente e nella sua capacità di essere comprensibile ed esaustivo. Ruolo fondamentale rivestono i momenti formativi e di aggiornamento, oltre che di motivazione e di contenimento di possibili momenti di burn out.

2) La pubblicazione. La guida, l’opuscolo, il pieghevole possono essere strumenti aggiuntivi alla normale attività informativa che la struttura di riferimento assicura. Vanno scelti non tanto e solo in base alle risorse economiche disponibili, ma in base a quelle che sono le maggiori richieste dell’utenza. Se ad un servizio i quesiti più frequenti sono relativi alle agevolazioni fiscali, sarà opportuno allocare maggiori risorse per offrire – su quell’argomento – strumenti efficaci e diversificati.
Rispetto alle risorse limitate, le opportunità offerte dall’informatica (produrre documenti “in casa” grazie a PC e stampanti) e alla telematica (pagine Internet), consentono di contenere i costi e di aggiornare a basso costo documenti informativi e divulgativi. Abbiamo ragione di ritenere che – di fronte ad un bisogno di informazione forte – l’utente attribuisca un valore secondario alla grafica e alla qualità della carta, per ricercare, invece, alla comprensibilità dei contenuti.
Riteniamo perdente attribuire alla pubblicazione il prioritario compito di “biglietto da visita” del servizio che la pubblica. Questa scelta finirebbe per svilire i contenuti e obbligherebbe ad una continua rincorsa a nuove e diverse pubblicazioni.

3) Gli strumenti telematici. Proliferano ormai i siti Internet, i forum ed i portali dedicati alla disabilità e questo fenomeno, in sé, è positivo. Tuttavia i problemi maggiori che rileviamo sono da attribuirsi allo scarso aggiornamento. Si possono consultare siti che non sono stati aggiornati da anni, ma che l’utente comune non ha ragione di ritenere non attuali. Ciò significa che chi intende realizzare un sito di servizio deve prevedere aggiornamenti o chiudere il sito nel momento in cui non è più aggiornato o aggiornabile.
Una riflessione a margine riguarda i forum cui alcuni siti fanno ricorso rendendoli visibili direttamente sul web.
In alcuni casi i forum, strumento efficace per la discussione, vengono impropriamente utilizzati (o intesi) come strumento divulgativo senza tuttavia che vi siano operatori qualificati che rispondono a quesiti in modo puntuale. Il risultato è che ogni utente finisce per improvvisarsi esperto e non sono infrequenti le risposte errate, incomplete o fuori luogo.
Altro elemento di decrescita rilevabile in Internet risiede nella frequente riproposizione dei medesimi documenti. È più agevole riprendere un documento riprodotto da terzi che tentare di redigerne uno di nuovo con le proprie risorse.

4) Le newsletter. Alcuni servizi hanno attivato un servizio di newsletter (inviato attraverso fax, posta, posta elettronica). Le newsletter contengono solitamente informazioni dell’ultima ora relative a novità legislative, nuovi servizi sul territorio, appuntamenti e convegni. Lo strumento avvicina e fidelizza i lettori al servizio, ma non può essere ritenuto l’unico servizio. In questo caso infatti non si può attribuire completezza (per forza di cose non può esserlo), ma la newsletter è agevole e può spronare a riflessioni ed approfondimenti. Un’altra “pecca” dello strumento è la difficoltà di distribuzione, o meglio della difficoltà di raggiungere tutti i potenziali utenti. Non a caso, spesso, le newsletter sono inviate ad altri servizi, altre associazioni e cooperative che dovrebbero (ma non sempre lo fanno tempestivamente) veicolarle ai diretti interessati.

Conclusioni. La sfida della divulgazione investe e mette in discussione i servizi e gli operatori poiché, forzatamente, costringe ad approfondimenti e “traduzioni” in linguaggio e forme comprensibili. Questa elasticità è un elemento di miglioramento del servizio e di reale adesione alle necessità, mutevoli e variegate, di un’utenza in perenne modificazione.
Un’altra scelta obbligata è quella dell’adozione di strategie (sistema informativo, professionalità, allocazione di risorse) flessibili utilizzando, in modo calibrato, tutti gli strumenti a disposizione.
Lo strumento informativo non è mai il servizio, ma – appunto – un mezzo per raggiungere un obiettivo.

Delicatezza dell’informazione clinica: problematiche ed esperienze

Ringrazio il Centro Documentazione Handicap per l’invito. Io sono un giornalista professionista addetto stampa del Comune di Bologna, comandato dall’Amministrazione comunale presso l’associazione “Gli Amici di Luca” a seguire il progetto della “Casa dei Risvegli Luca De Nigris”, il centro innovativo per giovani in coma che nascerà a Bologna nell’area dell’ospedale Bellaria.
Si tratta di un’associazione che nasce dalla vicenda personale di un ragazzo in coma – mio figlio Luca – e questa esperienza molto drammatica ha fatto sì che da un grande dolore fosse possibile approfondire un tema molto importante quale appunto il coma e lo stato vegetativo. Si tratta di un problema che riguarda moltissime persone, molte più di quanto si possa immaginare, e questa vicenda di un ragazzo di sedici anni ha messo in evidenza una mancanza, non solo a Bologna ma a livello nazionale, di centri che potessero accogliere questi pazienti e le loro famiglie.
Il primo problema che ci siamo trovati di fronte è stato quello della mancanza di assistenza: l’abbandono della famiglia e l’incapacità di comunicazione tra medici e familiari, che è proprio, direi, l’aspetto più importante sul quale nasce questo nostro progetto della “Casa dei Risvegli Luca De Nigris”.
La Casa dei Risvegli vuole essere una struttura dedicata ai giovani in coma, un centro di assistenza ma anche di ricerca, all’interno del quale agisce un team multidisciplinare formato da medici, ma anche da familiari, psicologi, musicoterapeuti e altri terapeuti, che possono non solo essere d’aiuto ma proprio coprotagonisti di un processo terapeutico.

Cos’è il coma: numeri, cause, conseguenze
La prima cosa da capire è il problema, a cosa ci troviamo di fronte.
Di traumatizzati cranici ci sono 200 nuovi casi ogni 100.000 abitanti ogni anno e circa 150 nuovi casi per milione di abitanti ogni anno, prevalentemente di età compresa tra i 15 e i 35 anni ed è per questo che noi abbiamo affrontato il tema dei giovani in coma. E’ circa due volte più frequente nei maschi, in circa la metà dei casi da trauma stradale, per il resto da trauma sportivo, sul lavoro, da caduta. Molto spesso oggi la socialità e la solidarietà affrontano il tema degli anziani, un aspetto molto importante e sentito, ma in realtà io vorrei qui porre l’accento anche sui giovani e sui giovanissimi (pensiamo al coma pediatrico per esempio, che è un altro aspetto ancora grave di cui difficilmente ci si occupa) spesso abbandonati a loro stessi ed all’amore dei loro familiari. Io trovo che questo non sia giusto e che sia fondamentale l’azione che noi abbiamo intrapreso, di trasformazione sociale: cercare cioè di far capire a chi sta intorno a questi pazienti e ai loro familiari, alla cosiddetta società civile, cos’è il coma e cosa vuol dire stare assieme ad una persona in quelle condizioni: in uno stato di coscienza alterata che non ha nulla a che fare con la morte, con il sonno, con il trapianto degli organi; uno stato in cui è possibile fare qualcosa, a volte molto, e dal quale è anche possibile tornare.
La prima causa di coma sono gli incidenti stradali.
Nella provincia di Bologna si possono prevedere ogni anno 100 – 200 persone, in prevalenza giovani, con elevate probabilità di residuare una disabilità permanente. Le conseguenze possibili del trauma cranico sono molto ampie, vanno a colpire la memoria, il linguaggio, la capacità cognitiva di elaborare processi, l’orientamento spazio-temporale, la perdita del cammino, i tremori, le alterazioni della parola, della vista, dell’udito e di una serie di altre irritabilità che fanno parte di una disabilità a volte molto grave del comportamento e quindi anche delle emozioni.
Dallo stato di coma si può passare a uno stato vegetativo, che è quello cosiddetto persistente e che a volte può diventare permanente. Oggi non si tende più a usare la parola “permanente” perché si è visto che, per fortuna, anche quando si supera la soglia degli otto mesi o l’anno – che possiamo dire sia la soglia limite, entro la quale si dice che la persona potrà tornare con disabilità più o meno gravi – a volte è possibile avere dei recuperi. I comi traumatici che sopravvivono a un mese sono il 10%, i comi non traumatici che sopravvivono a un mese il 30%.

Le risorse a Bologna
A Bologna ci sono circa 200 casi per milione di abitanti, da Ospedale Bellaria, Maggiore, Malpighi e Imola. È importante capire la nostra situazione, perché da questa è poi possibile intervenire. Le risorse che mette in campo l’Azienda USL Città di Bologna, con la quale noi siamo in convenzione (ed in convenzione anche con il Comune di Bologna) sono riassunte nelle diapositive che illustro oggi, curate dal Dott. Roberto Piperno che è primario del reparto di Medicina Riabilitativa all’Ospedale Maggiore di Bologna e curatore scientifico della “Casa dei Risvegli Luca De Nigris”.
C’è un trauma center presso l’Ospedale Maggiore all’interno del quale c’è una unità di risveglio che fa capo all’ospedale Maggiore, con un reparto di medicina riabilitativa intensiva; la Casa dei Risvegli “Luca De Nigris” che si pone come anello centrale nella fase post acuta, e può ospitare la persona dai 12 ai 18 mesi al massimo (perché è bene sottolinearlo non è una struttura a lunga degenza); il day hospital intensivo di medicina riabilitativa; il centro ambulatoriale; il programma domiciliare per gravi disabilità; il servizio vocational per il recupero della funzionalità al lavoro; la riabilitazione psicosociale (servizio handicap adulti), il Centro Assistive technology (Ausilioteca- Cat). Nel percorso dalla rianimazione, l’unità di risveglio e la Casa dei Risvegli sono punti centrali; ovviamente laddove non ci fosse la possibilità di recupero non ci sono alternative, cioè nel senso che non ci sono purtroppo strutture dedicate per lunghe degenze, e questo è un altro processo che andrebbe strutturato e attivato in un futuro.
L’unità di risveglio è un’area sub-intensiva a valenza riabilitativa, con quattro posti letto monitorati e una degenza fino a novanta giorni.
La Casa dei Risvegli che noi stiamo progettando assieme all’Azienda USL Città di Bologna è una struttura che consta di dieci moduli abitativi, dove sarà possibile recuperare la persona e intensificare la terapia, con un monitoraggio continuo dei pazienti in relazione alle funzioni vitali ed alle reazioni agli stimoli. Il processo riabilitativo sapete è molto lungo, uscire dal coma non è come si vede nei film, ma è un processo molto lento e complesso.
Tra i vari percorsi delle dimissioni assistenziali, a seconda che i pazienti abbiano una disabilità gravissima o soltanto grave c’è anche il problema del ritorno a domicilio, e su questo processo l’Azienda USL sta facendo un progetto sperimentale per l’assistenza domiciliare; si tratta di un progetto molto importante perché ci sono purtroppo moltissimi casi di giovani che a causa di incidenti stradali rimangono in stato vegetativo ed hanno l’urgenza e la necessità di poter essere curati soltanto a domicilio, con un’assistenza che va dalla fisioterapia all’assistenza infermieristica e altro.

L’importanza della comunicazione sociale
Questo per sommi capi il “processo coma” a cui ci troviamo di fronte.
Che cosa abbiamo fatto noi come associazione “Gli amici di Luca”?
Intanto ci siamo impegnati nel lavoro di trasformazione sociale a cui accennavo prima: cercare di creare attorno ai pazienti ed al loro nucleo familiare una forma di socialità integrata nella consapevolezza dei loro bisogni, per creare una comunità competente. Abbiamo per questo istituito un servizio gratuito per le famiglie “Comaiuto” che attraverso un numero verde 800 –998067, una sorta di call center, un “informa handicap” in embrione, permette non soltanto di fare un’assistenza sociale attraverso psicologi o volontari, ma anche di dare indicazioni sui centri riabilitativi di riferimento e anche sulle opportunità di consulenze o anche di attività di fisioterapie e di riabilitazione. E’ un’attività che viene svolta da volontari formati, che hanno avuto la possibilità di seguire i corsi di formazione professionale realizzati attraverso la Provincia di Bologna ed i fondi della Comunità Europea. E’ un servizio che si estende alle attività pratiche di osservazione sperimentale, attualmente in musicoterapia e con pratiche di teatro in situazione terapeutica presso l’Ospedale Maggiore e anche attività in qualche domicilio (cosa che stiamo cominciando). E’ una iniziativa importante che intende svilupparsi nel laboratorio multimediale sostenuto da coop Adriatica e che coinvolge anche i volontari che svolgono un’esperienza che può essere per loro molto utile per incrementare il loro ruolo. Ad integrare le attività di “ComAiuto” c’è l’aspetto informativo, che riguarda la collana editoriale “Casa dei risvegli” pubblicata da Alberto Perdisa Editore che informa a vari livelli sul tema del coma e degli aspetti riabilitativi e di ricerca e le attività di comunicazione a livello nazionale sul tema del coma. Quest’ultima è stata realizzata attraverso una campagna sociale, patrocinata da Pubblicità Progresso con testimonial Alessandro Bergonzoni, che è un autore/attore che utilizza la comicità e il linguaggio come motivo innovativo e di comunicazione. Il risultato è stato molto apprezzato perché attraverso questa campagna il nostro messaggio – quello del coma e della Casa dei Risvegli – è stato molto diffuso a livello nazionale.
Ritengo che questa sia una strada giusta, cioè quella di poter provare a far conoscere le proprie iniziative anche attraverso modi di comunicazione non convenzionale, anche comici e cosiddetti “leggeri”, e che in realtà veicolano invece un messaggio molto serio. Quindi una campagna di sensibilizzazione come quella che ha fatto Bergonzoni è un’attività importante e devo dire anche un valore aggiunto molto forte per noi.
Ultima nota: l’aspetto dell’informazione secondo noi passa da un lato attraverso lo sconvolgimento dei luoghi comuni ed attraverso la capacità di far passare il tema del coma, dello stato vegetativo, attraverso un’informazione sociale, e un secondo aspetto riguarda il potersi dedicare, attraverso mezzi formativi e di sostegno, a quello che è il tema della ricerca, un aspetto molto forte e che richiede molti fondi. Da un anno funziona il “Centro Studi per la Ricerca sul Coma” che è legato alla futura “Casa dei Risvegli Luca De Nigris”, che ha attivato adesso un primo processo di ricerca biennale sul rapporto luce/ambiente per i pazienti in coma, finanziato da iGuzzini illuminazione. Questa è la strada da seguire, anche se ovviamente ci rendiamo conto che la ricerca è un tema importante ma che richiede anche molte risorse. Anche attraverso la “Giornata dei risvegli per la ricerca sul coma – Vale la pena”, giunta quest’anno alla quarta edizione sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica ed il patrocinio del Ministero della Salute, cerchiamo di sensibilizzare il più possibile l’opinione pubblica e le istituzioni su una delle piaghe sociali del nostro tempo con l’obiettivo di aumentare le risorse per la ricerca. Tra 18 mesi, quando è prevista l’ultimazione e l’attivazione della “Casa dei Risvegli Luca De Nigris”, saremo maggiormente in grado di aiutare le persone in coma a realizzare i loro diritti. Grazie.

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Per informazioni:
Associazione “Gli Amici di Luca”
…per uscire dal coma
Via Saffi 10 – 40131 Bologna
tel. 051/6494570
fax. 051/5282330
num. verde 800-998067
e-mail: amicidiluca@tin.it
www.amicidiluca.it

L’informazione come elemento della rete dei servizi territoriali

Sono felice di essere qui oggi per poter raccontare la mia esperienza, e al tempo stesso ascoltare le esperienze di chi sta lavorando nel settore analogo al mio.
Da più di sette anni è attiva in Piemonte la rete sperimentale del Progetto ALI, che significa Ausili Leggi Informazioni. Tutto è partito grazie a un contributo mirato della Regione Piemonte che andava a riconoscere un gruppo di enti sanitari e di servizi socio-assistenziali che già stavano svolgendo attività innovative in funzione di persone disabili. E questo gruppo di enti, che già stavano lavorando con risorse proprie, ha avuto la possibilità, grazie al contributo della Regione, di svolgere un’attività sovrazonale. L’architettura del progetto, ovviamente, si è modificata in modo naturale nel tempo, sia per cogliere alcune occasioni di finanziamento di natura europea (ad esempio l’iniziativa comunitaria di occupazione Horizon), sia per superare i punti di criticità e accogliere nuovi bisogni che emergevano. Tenete presente che il progetto in fase sperimentale copriva mezzo Piemonte, e quindi c’era un mezzo Piemonte che cercava di fare attività innovative e rispondere il meglio possibile ai bisogni, e l’altro mezzo Piemonte che era un po’ meno attivo. Di qui l’ulteriore bisogno di far diventare istituzionali queste iniziative, con risorse che fossero presenti su tutto il territorio del Piemonte. Ad esempio, una parte del progetto che faceva attività su sperimentazione di cartelle informatizzate socio-sanitarie o sull’utilizzo dell’ICD-10, che è un sistema di classificazione delle malattie dell’OMS, dopo qualche anno è diventata istituzionale e quindi in questo momento esiste una raccolta dati per l’età evolutiva, e ad esempio tutti i servizi di neuropsichiatria infantile in Piemonte sono tenuti a classificare i bambini con questi criteri dell’OMS e a collegare le prestazioni: quindi mentre prima si approssimavano i casi di bambini disabili certificati, ora si può dire con certezza “sono quasi novemila, hanno questo tipo di problemi, rispondiamo con queste soluzioni”. L’aspetto epidemiologico è fondamentale perché se non si riesce a dire quante sono le persone disabili, non si riesce neppure ad avere attenzioni.
Coi contributi del fondo sociale europeo siamo riusciti nel tempo da un lato a confrontarci con alcune esperienze straniere (ad esempio Access+ della città belga di Liegi e Ceapat di Madrid) e dall’altro ad avviare un corso di teleformazione a distanza per operatori di sportello informahandicap rivolto esclusivamente a disabili motori.
Il progetto prevedeva e prevede centri di documentazione e centri di risorse (quindi ausilioteche, laboratori di informatica, laboratori di comunicazione aumentativa) che essenzialmente nel tempo sono stati soprattutto a valenza sanitaria, e con una presa in carico o di età evolutiva o di età adulta. Mentre gli sportelli informahandicap, più collegati sul versante sociale, hanno dato prevalentemente attenzione all’età adulta.

Verso l’Osservatorio Regionale sull’Handicap
Dal prossimo anno, tutto quello che è il progetto ALI dovrebbe riuscire a confluire formalmente in un vero e proprio Osservatorio regionale sull’handicap.
Esiste un sito Internet del progetto ALI (www.alihandicap.org) che fotografa lo stato attuale dell’Osservatorio. Il sito in questo momento è costruito così: la parte più consistente è quella dell’informahandicap, articolato in una homepage che ospita le news e in una serie di nove macrosezioni, ognuna delle quali divisa in sotto rubriche. Di recente la parte dell’informahandicap è stata riorganizzata per privilegiare una veste grafica più semplice, una migliore navigabilità e accessibilità, ad esempio cambiando il motore del database in collaborazione con il Politecnico di Torino.
Poi c’è una sezione dedicata agli ausili, che corrisponde a una rete di ausilioteche e mette a disposizione dei volumi (in questo momento ci sono tre volumi gratuiti), in formato multiplo, quindi html, word, pdf per favorire le diverse modalità di lettura.
Ausili informatici offre una serie di software scaricabili direttamente dalla rete, o richiedibili per posta, in particolare per lavorare sul versante della riabilitazione dell’età evolutiva. Poi c’è un’area che è stata rinnovata grazie a un’altra parte di finanziamento, che è Domoticamica e che cerca di sostenere la cultura dell’ambiente accessibile, quindi presentando tutta una serie di soluzioni per la casa, le strutture, gli ambienti di lavoro, per l’abbattimento delle barriere architettoniche anche attraverso le tecnologie.
Poi c’è un’area dedicata all’autismo, che credo sia la maggiore raccolta in rete italiana sui disturbi pervasivi dello sviluppo, e va dalle classificazioni a tutti i metodi di trattamento possibili documentati.
C’è un’altra parte rinnovata sulle classificazioni per la disabilità, che presenta due classificazioni dell’OMS, l’ICF e la WHODAS II, che dovrebbero essere oggetto per il prossimo anno di sperimentazione. L’ICF vorremmo usarlo per fotografare la disabilità al momento cruciale del compimento della maggiore età. La WHODAS II dovrebbe essere sperimentata per cercare di andare a fotografare l’handicap grave, perché dal punto di vista medico-legale per determinare l’invalidità ci sono tabelle e parametri precisi, per determinare invece la persona handicappata in stato di gravità i criteri a volte sono estremamente soggettivi. La sezione di comunicazione aumentativa ospiterà dei materiali per il disabile grave, con gravi disturbi della comunicazione orale, e per i suoi familiari.
E poi c’è un’ultima area che presenta i progetti sperimentali per l’handicap grave in Piemonte, quindi ad esempio il monitoraggio di come vengono applicate le leggi 104 e 162, o il progetto in corso di attivazione chiamato “Durante noi per il dopo di noi”, che prevede una serie di iniziative di parent training rivolte ai familiari di persone disabili usando proprio gli strumenti informativi e formativi prodotti dall’Osservatorio.

Le difficoltà di trovare codici comuni
Proviamo ora a dire in sintesi che cosa non ha funzionato, che cosa non funziona tutt’oggi e che cosa invece sta funzionando o speriamo che funzioni.
Per quel che riguarda i punti critici, diciamo che, da un lato, per fare un Osservatorio regionale ci si scontra con un primo livello appunto regionale che è quello di mettere d’accordo Assessorati diversi. Ciò significa mettere d’accordo l’Assessorato alla Sanità, quello alla Cultura e all’Istruzione, quello al Lavoro e Formazione professionale, quello all’Urbanistica, quello ai Trasporti, quello al Turismo e allo Sport, e quello alle Politiche Sociali e della Famiglia. E questo non è facile. Poi c’è il livello sovrazonale, in cui i centri che in qualche modo sono stati dei propulsori e hanno prodotto materiali e documenti devono trovare prima di tutto un linguaggio comune. Ricordo la prima volta che abbiamo assemblato su scala nazionale la guida informahandicap: ognuno scriveva con un suo stile e quando si mettevano insieme i pezzi non sempre funzionava.
Il secondo aspetto è che spesso i centri si “affezionano” a un certo tipo di modello di lavoro, e quando cambiano le situazioni e le condizioni spesso non si riesce ad essere flessibili al cambiamento. Un terzo aspetto è quello del territorio. Tenete presente che in Piemonte ci sono ventidue ASL, quindi aziende sanitarie responsabili dell’area sanitaria in collaborazione con gli ospedali, e sessantasei enti gestori delle funzioni socio-assistenziali. Quindi la comunicazione tra sanità e assistenza non sempre è facile. Per quel che riguarda l’età evolutiva, sul versante sanitario i servizi di neuropsichiatria infantile in Piemonte funzionano, o diciamo che metà di questi servizi nei vari anni hanno funzionato tutto sommato bene, l’altra metà, con quei meccanismi di raccolta dati e di controllo di cui parlavo prima, sono ora obbligati a dimostrare che funzionano. Abitualmente, inoltre, questo tipo di servizio sanitario ha l’attitudine a confrontarsi con gli altri servizi e con gli altri enti e a favorire la nascita di gruppi di auto-aiuto per genitori.
Al momento, invece, del passaggio all’età adulta, e poi per l’età adulta vera e propria, gli aspetti sanitari e le responsabilità diventano più frammentati. C’è la fisiatria, la psicologia, la psichiatria, i distretti, l’assistenza sanitaria territoriale, la medicina legale, e non sempre è facile coordinare le cose. E’ evidente che in età adulta i servizi sociali e gli enti gestori delle funzioni socio-assistenziali hanno un ruolo maggiore di interfaccia con l’utenza. E sempre di più è importante il ruolo del privato sociale.

I punti di forza: la rete informativa
Poi invece ci sono i punti di forza del progetto che vanno sottolineati. Quando abbiamo iniziato, tanti anni fa, abbiamo scelto innanzitutto un filo rosso comune, cioè l’utilizzo delle nuove tecnologie e di Internet per collegare i centri e per divulgare i materiali informativi. E credo che questa sia stata una scelta vincente. Il secondo punto è che abbiamo deciso di utilizzare la realizzazione di tutti quei prodotti informativi (volumi, guide, depliant, video, software, pagine Internet) – che di solito si producono in corrispondenza di scadenze precise, come giornate di studio o convegni – proprio per verificare che le attività fossero svolte. E questo criterio, molto concreto e molto pratico, credo che sia servito. Spesso abbiamo anche attuato il meccanismo che fosse il privato sociale a verificare la qualità dei prodotti.
Un terzo aspetto da sottolineare è l’impegno dell’Assessorato alla Sanità e di quello alle Politiche Sociali e della Famiglia: da un lato hanno scelto in determinati momenti di valorizzare le migliori prassi del territorio, per far sì che queste esperienze potessero andare a ricaduta sugli altri, e al tempo stesso – attraverso meccanismi di formazione e di divulgazione delle attività svolte – hanno cercato di aumentare in maniera più omogenea il livello dei servizi su tutto il territorio della Regione Piemonte.

Informazione di fonte pubblica e “fasce deboli” della società

Grazie per l’ospitalità, e per questa opportunità di confrontarci sulle dimensioni pratiche ed operative di ciò che per noi è informazione e comunicazione sociale, in generale e soprattutto in relazione ai problemi dell’handicap. Io vorrei, con il mio intervento di oggi, provare a sottolineare due aspetti. Uno è di carattere più teorico, ed attiene all’importanza di valorizzare e di riconoscere il ruolo di rilievo che la comunicazione e l’informazione sociale possono avere dentro quel grande cappello che è la parola “comunicazione”, per cercare di capire se ci sono dei cambiamenti in atto e quali possono essere. Il secondo aspetto riguarda, sulla scia di questi cambiamenti possibili e riprendendo quanto l’intervento che mi ha preceduto ci suggeriva come punto interrogativo, quali obiettivi programmatici possiamo porci anche dal punto di vista della ricerca e della formazione. Personalmente lavoro all’Università, quindi il punto di vista che privilegerò e di cui potrò portarvi testimonianza è ciò che si muove nel campo della formazione e della ricerca.

Lo sviluppo della comunicazione sociale
Rispetto a soltanto qualche anno fa, ho la netta impressione che quella che si chiamava comunicazione e informazione sociale, e che era considerata in qualche modo la cenerentola del mondo fascinoso evocato dalla comunicazione, non sia più tale. Il termine “comunicazione” in primis evocava la pubblicità, il giornalismo, i mezzi di comunicazione di massa, e poi anche, pian piano, la comunicazione nell’ambito della Pubblica Amministrazione; la comunicazione sociale era appunto percepita un po’ come una piccola cenerentola. Questo anche se gruppi minoritari, pure all’interno del mondo della ricerca e della formazione, già cominciavano a muoversi: i centri di documentazione, per esempio, piccoli giornali d’informazione locale, o ancora alcune ricerche che si situavano accanto ad analisi di politiche e servizi sociali, e che cominciavano a rendersi conto dell’importanza del bene informazione, quando immesso in un processo di comunicazione che significava poi intervento reale e concreto.
C’era quasi timore, e mi sono spesso chiesta come mai; posso portarvi qualche piccolo aneddoto su questa cenerentola. Già anni fa, a un collega di un’altra Università – entrambi lavoravamo in contesti che si chiamano Scienze della Comunicazione – dicevo: mettiamoci in rete, costruiamo qualcosa, so che ci sono nella tua Università alcune persone interessate. La risposta fu: ma dai, cosa vuoi, sono settori secondari, non vale la pena di investire, eccetera. Tempo qualche anno (anche per un cambiamento, pure economico, nella collaborazione con il terzo settore), ed ecco invece che anche da quell’Università vengono stipulati contratti di consulenza, magari con privati o con l’associazionismo più che con il settore pubblico, al punto che mi è stato di recente “rinnovato l’interesse” a riprendere la vecchia proposta.
Un esempio rilevante, di carattere istituzionale, che difficilmente può essere messo in dubbio è relativo al nuovo quadro che si realizza oggi negli Atenei. Voi saprete, se avete a che fare in qualche modo con l’Università o leggete i giornali, che l’Università in questo momento è sottoposta a una grossa riforma, che riorganizza gli ordinamenti di studio. Ho trovato particolarmente significativo che una delle nuove classi di laurea di secondo livello, cioè una laurea specialistica, cui noi docenti siamo chiamati poi a dare contenuti, ha una dizione ministeriale che è “Comunicazione Sociale e Istituzionale”; c’è già dunque un riconoscimento di carattere giuridico, che addirittura prefigura le nostre risorse attuali in termini di ricerca e di didattica, della connessione stretta tra la comunicazione sociale e la comunicazione istituzionale. Questo, per esempio, rende possibile provare a costituire a Bologna – lo stiamo varando proprio in questi giorni – un corso di laurea specialistica denominato “Scienze della comunicazione pubblica, sociale e politica”. Su questo proveremo a misurarci, e proveremo soprattutto a cercare di mettere in rete non solo le nostre risorse conoscitive, ma anche tutte le risorse del settore, in modo da stabilire noi stessi dei meccanismi di scambio, delle capacità non solo propositive ma anche recettive delle nuove esigenze che si manifestano.

Comunicazione sociale contro le disuguaglianze
In realtà, tutto questo è sicuramente collegato a due elementi: uno riguarda di nuovo l’importanza che ha il riconoscimento della comunicazione cosiddetta pubblica, con gli operatori della comunicazione cresciuti all’interno delle pubbliche amministrazioni che hanno cominciato a dire: guardate che comunicare non vuol soltanto dire informare di come si chiama la legge x o y; comunicare vuol dire qualcosa di più complesso, più incisivo, che è il rapporto tra cittadino e istituzioni, e di ancor più incisivo in quanto è la costruzione dei cittadini e delle istituzioni insieme. E direi, e questo è il secondo elemento, che nei contesti in cui ci muoviamo, il sorgere di proposte, suggerimenti, associazionismi e minoranze o gruppi che si sono attivati per fare emergere voci prima poco ascoltate ai livelli dominanti, come si sarebbe detto una volta, anche questo ha reso possibile una nuova parola chiave all’interno dei servizi e della Pubblica Amministrazione: la parola “ascolto”, che di nuovo si ricollega strettamente al discorso comunicazione/informazione. Ci si pone insomma il problema di come ascoltare le esigenze ed i bisogni, ma non solo i bisogni: i diritti di cittadini che manifestano, che si esprimono, che si auto-organizzano proponendo anche essi stessi delle modalità di relazione, di messa in rete di conoscenze, di risorse, di modalità possibili di fare le cose.
In fondo, che cosa può voler dire oggi lo sviluppo di una sempre maggiore comunicazione sociale, in stretta interazione anche con la comunicazione pubblica? Può significare un aspetto che nella mia formazione, non solo come insegnante di Università ma come cittadina, ho sempre considerato rilevante nel rapporto con la costruzione di una cultura democratica; e cioè che le istituzioni pubbliche sono storicamente sorte con un compito fondamentale, quello di mettere tutti i cittadini in condizione di avere accesso alle risorse che storicamente i vari contesti, le varie città, i vari Paesi, ormai possiamo dire anche i vari continenti possono mettere a disposizione, colmando il divario delle disuguaglianze sociali. È un po’ come quando si diceva che la scuola pubblica è un grande progresso: non studia più soltanto chi può farlo, chi ha i mezzi per studiare, perché la scuola pubblica offre a tutti le stesse opportunità, in quanto per formare cittadini di una società democratica è importante articolare a fondo questo accesso.
Ora, allargando il discorso, quando ci rendiamo conto che le risorse e le opportunità non sono soltanto i libri che studi o le nozioni che impari a scuola, ma sono anche informazioni culturali, modelli di vita, atteggiamenti culturali e conoscenza dei propri diritti, ecco che il settore della comunicazione sociale e dell’informazione sociale diventa rilevante. Pensate ad esempio che entro quella che si chiama informazione sociale in ambito giornalistico – non solo nel nostro Paese: questo vale negli Stati Uniti come in Europa – i giornalisti che militano, che si riconoscono come specializzati nell’informazione sociale, si autodefiniscono come giornalisti che si rivolgono a cittadini che richiedono competenza; cittadini che vogliono partecipare ad una vita democratica e che vogliono che si parli dei loro diritti, e che nello stesso tempo vogliono essere messi a conoscenza dei diritti degli altri loro pari, cioè quindi degli altri cittadini, di coloro con cui convivono.
Ora, una delle tante disuguaglianze che riguarda la società in cui viviamo è quella che chiamiamo handicap; la vecchia, classica distinzione che si faceva tra deficit e handicap che cosa metteva in risalto? Che l’handicap è una disuguaglianza costruita socialmente, è la differenza di opportunità e di risorse. La crescita, l’emancipazione, la democraticizzazione di una società è la sua capacità di ridurre questa sperequazione di risorse e di opportunità tra cittadini che hanno tutti gli stessi diritti, a partire ciascuno da condizioni differenti., Anche rispetto a questo tipo di disuguaglianza, appunto, abbiamo scoperto quanto sia importante un lavoro di carattere informativo, ma non solo: un lavoro di carattere comunicativo, vale a dire che sia capace di incidere anche sulle dimensioni culturali, sulle interpretazioni che noi diamo.
Il quadro culturale della comunicazione sociale, come prima vi dicevo, faceva però sì che essa fosse una cenerentola, anche per il timore legato al fatto che quando si parla di sociale si parla, come dicono a Bologna, di “sfighe”, di problemi, insomma di cose che mal si conciliano con tutti gli aspetti ludici, festivi, che invece emergono nei valori culturali predominanti in un certo tipo di immaginario della nostra società. Allora si sarebbe detto: “vabbé, se proprio non posso fare a meno”, perché non c’era questa istanza; in qualche modo, chi si occupava di informazione o di comunicazione sociale, addirittura anche chi lavorava nei servizi sociali, in una sorta di immagine delle gerarchie di prestigio dentro le professioni, sembrava sempre essere in condizione inferiore.

Una comunicazione delicata per la società democratica
Mi ricordo, già nei primi anni ’90, una ricerca che mi è capitato di fare al di fuori del contesto italiano (dove quindi non esisteva ancora tutta una serie di normative per l’integrazione ma ci si cominciava a muovere), che verteva sulla rappresentazione sociale prevalente dei portatori di handicap di vario genere – si trattava della Svizzera Italiana, il Canton Ticino. Uno degli aspetti che emerse, e che mi ha fatto tornare in mente l’intervento della Dott.ssa Cesari, è che a un certo punto, per capire i quadri culturali di interpretazione non soltanto dei cittadini in generale riguardo ai portatori di handicap ed ai loro familiari, noi dicemmo: attenzione, è importante anche il quadro che ne hanno in mente gli operatori. Organizzammo allora incontri con degli operatori, e scoprimmo che era la prima volta che questi si incontravano – in un contesto tra l’altro piccolo, perché il Ticino è sì uno Stato, ma ha un minor numero di abitanti della città di Bologna – e loro ci dissero, e si dissero: ma è importantissimo che noi comunichiamo tra di noi, che mettiamo in rete le nostre esperienze, perché stiamo producendo del sapere, delle professionalità, delle analisi di caso, e non abbiamo noi stessi le informazioni su cosa fa il nostro vicino accanto a noi. Quindi già lì, a partire da una ricerca su un problema che apparentemente non c’entrava nulla con la comunicazione, immediatamente emerse l’importanza della messa in rete informativa e comunicativa.
In realtà, oggi, io direi che sono abbastanza soddisfacenti tutte le attività in questo senso che svolgono non solo i servizi pubblici, ma soprattutto – questo è stato trainante a mio parere nel nostro Paese – le associazioni, le auto-organizzazioni. Nessuno oggi metterebbe più in discussione l’importanza dell’informazione e della comunicazione sociale per la promozione stessa della società; e non più in termini di dover rispondere a dei bisogni di soggetti deboli, perché secondo me stiamo andando al di là. Il problema non è infatti quello del soggetto debole o forte, il problema è quello del cittadino, e della promozione di un contesto civile e democratico in cui la lotta contro ogni tipo di forma di esclusione è centrale per continuare a sopravvivere come società aperta e democratica – perché altrimenti ognuno fa le sue “gradazioni” possibili.
È allora arrivato il momento di rimboccarsi le maniche, anche per chi sta nel campo della formazione e della ricerca, per dire: OK, forse è il caso di valorizzare e quindi di potenziare la ricerca, di studiare risorse e metodi adeguati senza limitarci a riportarli dall’esterno, da quanto è stato già fatto altrove, il che pure può essere utile. Probabilmente non basta dire: faccio comunicazione sociale perché faccio una bella campagna pubblicitaria. Devo stare attento, un conto è vendere saponette, un conto è intervenire su determinati quadri culturali e valoriali; questo perché se ottengo degli effetti imprevisti faccio dei danni. Non è come la pubblicità: “vabbé, non hai comprato la mia saponetta”, con un danno soltanto di una società che ha diminuito le sue vendite. Ma se io ho prodotto una campagna pubblicitaria, una campagna di informazione sociale che ho rivolto a tutti i cittadini, e per certi gruppi sociali invece ottengo degli effetti imprevisti, magari di maggiore ghettizzazione, o di incomprensione, o di disorientamento, allora sto creando dei danni, non sto suscitando cambiamento, rischio anzi di rinforzare stigma, esclusione, eccetera. Con questo non voglio demonizzare nessuno, per carità, non è una critica generalizzata; voglio semplicemente dire che c’è bisogno di mettersi al lavoro per capire se ci sono delle risorse, degli strumenti e delle competenze specifiche che noi dobbiamo produrre in questo campo.
Nel nostro piccolo, qui a Bologna abbiamo provato da qualche anno a costituire nel nostro Dipartimento di Scienze della Comunicazione un gruppo informale che si chiama Osservatorio sulla Comunicazione Sociale, e grazie ai nostri giovani, studenti e laureandi, qualcosina abbiamo iniziato a produrre. Come volontariato, cioè non abbiamo fatto nulla su commesse di questo o di quell’altro. Abbiamo iniziato, per esempio, a cercare di capire una nuova agenzia di stampa quotidiana che è sorta l’anno scorso, “Redattore Sociale”; abbiamo provato a monitorarla, per capire: ma che vuol dire? Come si interpretano i fatti? A breve dovrebbe uscire il libretto con i risultati. Più di recente abbiamo organizzato dei seminari, ad esempio per capire come viene trattato l’episodio di cronaca sulla malattia mentale – l’abbiamo fatto in collaborazione con Bandieragialla; oppure, che vuol dire fare dei giornali di strada a Bologna? E farli a Milano, è una cosa diversa? Abbiamo messo a confronto vari modi di fare informazione da parte di diverse associazioni, cosa esplicitavano le varie scelte, e speriamo di poter avere le forze per continuare, ma soprattutto, credo questo sia il momento, di trovare un modo più strutturato di farlo, visto che nasce anche un Corso di laurea in tal senso.

L’informazione come relazione personale
Piccole cose, ma al momento ci hanno fatto capire qualcosa che anche gli operatori, che talora ci hanno chiesto di ragionare con loro (per esempio gli assistenti sociali, o di recente alcuni operatori degli URP o della Regione nei servizi informativi), ci stanno facendo capire, avendoci chiesto un lavoro di osservazione e di ricerca. Per esempio che fare informazione – questo è il secondo e ultimo aspetto su cui concludo – soprattutto in situazioni che possono essere multiproblematiche, su servizi, su normative, su situazioni complesse, che spesso concernono persone e non soltanto categorie (visto che proprio una lotta contro la chiusura della categoria dobbiamo compiere), forse richiede delle riflessioni anche sulla relazione personale, non soltanto su come informare.
Faccio un esempio specifico: un’idea che ci sta venendo in questo periodo è di assimilare il problema dell’informazione al problema della presa in carico, già noto nell’ambito dei servizi sociali. In concreto si danno informazioni, come riportano i dati che prima ci dava la Dott.ssa Cesari – un tot % viene a chiedere informazioni di questo o dell’altro tipo. Poniamo ora che l’operatore quell’informazione non ce l’abbia: ed ecco, come si diceva, che è importante la messa in rete. Ma cosa significa questo? Che chi sta lì a dare informazioni è contemporaneamente qualcuno che sta prendendo in carico un caso, e quindi deve avere gli strumenti in uscita e in entrata, cioè all’interno della sua istituzione o di altre, per poter raccogliere le informazioni che non ha e nello stesso tempo per capire come mai non ha quelle informazioni. Ed inoltre, deve essere in grado di ascoltare l’esigenza che gli è arrivata da Mario Rossi, ma che in realtà può essere in tanti Giuseppe e Giannino che non conosce e che non sono nemmeno arrivati al servizio, e così quindi si può capire anche qualcosa di altri. Questo non è semplice: alcuni servizi riescono a farlo, altri fanno fatica, altri che riescono a farlo rischiano talora di perdere questa capacità. Pensate, magari basta un minimo cambiamento, introduci la telefonata, il computer, velocizzi certe cose, ma smette la presa in carico individuale; esiste cioè il rischio che magari si introducano strumenti innovativi importantissimi dimenticandosi che sempre, storicamente, occorre ibridare le competenze. Non è che una nuova modalità ne sostituisca un’altra, ma piuttosto essa si combina con le altre – il che rende più complesso il quadro. Questo è un aspetto apparentemente banale, ma che ho visto attraversare, se ho ben inteso, anche l’intervento della Dott.ssa Cesari: non solo i dati, le varie analisi e gli sforzi che un Comune sta facendo, ma anche il suo invito finale, come pista di lavoro su cui riflettere.

Un chilo di piume, un chilo di piombo

I bambini e la seconda guerra mondiale. In Italia, in Europa e nel resto del mondo

UN CHILO DI PIUME UN CHILODI PIOMBO

I bambini e la secondaguerra mondiale. In Italia, in Europa e nel resto del mondo


O ragazza dalla guance di pesca

o ragazza dalle guance di aurora

io spero che a narrarti riesca

la mia vita all’età che haiora.

Coprifuoco la truppa tedesca

la città dominava, siam pronti

chi non vuole chinare la testa

con noi prenda la strada dei monti.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte

oltre il ponte che è in manonemica

vedevam l’altra riva la vita

tutto il bene del mondo oltre il ponte.





Mario Lodi, I bambini della cascina,Marsilio,Venezia, 1999


La guerra rimane sullo sfondo di questobel libro che racconta come vivevano i bambini delle campagne delnord Italia alla fine degli anni ’20. Protagonisti sono proprioloro, i bambini, con i loro poveri giochi, i primi lavori nellafattoria, le amicizie e i litigi. Ma ogni tanto, fra le pagine, si falargo qualche fascista alla ricerca di giovani contrari al regime o acaccia di nuovi tesserati ed emergono i ricordi di chi ha fatto laprima guerra mondiale.

E non sono bei ricordi: “…ragazzi,la guerra l’hanno inventata i matti, quelli veri, da legare. Farsoffrire così e far morire tanti cristiani per niente! (…)Eravamo pieni di pidocchi, con le croste su tutto il corpo a forza digrattare…un tormento. Quando i soldati tornavano a casa per unalicenza, si spogliavano nudi e facevano bollire tutti gli indumenti.E quando la licenza era finita, non volevano più partire: iparenti li dovevano accompagnare alla stazione perché se nontornavano al fronte venivano fucilati. Una tragedia. E loropiangevano e partivano. Io non sono mai andato in licenza, al loroposto non so che cosa avrei fatto. Questa era la guerra, ragazzi”.(p. 79)


Lia Levi, Maddalena resta a casa,Storie d’Italia, Mondadori, Milano, 2000


Uno sguardo nella vita di tutti igiorni dell’Italia del ventennio fascista e di chi ha cercato dicombatterlo lavorando di nascosto, stampando e diffondendo volantinie notizie. La storia ci viene raccontata, con uno strano espedientenarrativo, dalla casa dove abitano Maddalena e il suo papà edè molto semplice ma ha il pregio di farci calare nella vitaquotidiana dei ragazzini di quell’epoca e di mostrare, anche se inmodo forse un po’ troppo lieve, che c’era chi al fascismo siopponeva facendo del suo meglio con semplicità. Gente comune enon necessariamente eroi.


Frediano Sessi, L’isola di Rab,Storie d’Italia, Mondadori, 2001


Frediano Sessi è uno studiosoattento che si è occupato molto dell’epoca nazifascista edei campi di concentramento. Questo rende il romanzo moltointeressante perché vi si avverte, pur nella libertàdell’invenzione, tutta la tragicità di un storia vera. Iragazzi faticheranno a ritrovarla sui libri scolastici ma non vannoinvece dimenticati questi campi di concentramento in cui i fascistiinternavano le popolazioni della Jugoslavia in condizioni spaventoseper poter ripopolare quelle zone con fascisti di provata fede emiglior razza.

La storia è raccontata da unragazzino, Benito, fiero moschettiere balilla che segue il padrechiamato a gestire appunto il campo dell’isola di Rab. Nel volgeredei giorni la realtà si fa sempre più evidente eBenito, anche grazie alla sua amicizia con Sonja, una ragazzinacroata che cercherà di salvare dall’internamento, prenderàcoscienza e sceglierà autonomamente “da che parte stare”.


Mario Rivelli, Sotto le bombe dimaggio, Condaghes, Cagliari, 1997


Una storia semplice che ha peròil pregio di calarci nella realtà di gente qualsiasi che viveuna vita qualsiasi in tempo di guerra. E così le avventure diMarco e di Lucia ci fanno sapere cosa si mangiava, come siorganizzavano le giornate, cosa si faceva quando suonava l’allarmee cadevano le bombe. E anche ci mostrano, attraverso gli occhi di duebambini, la difficoltà di saper distinguere “i nemici” inun’Italia ancora fascista ma in attesa di essere liberata dai“nemici” inglesi e americani.



Beatrice Solinas Donghi, Il fantasmadel villino, Einaudi Ragazzi, 1992


Un romanzo semplice ma avventuroso eavvincente, adatto per ragazzini di 9/10 anni, in cui si racconta diLilli, sfollata con la mamma e il fratellino in un paesetto dimontagna. E si racconta di Regina, piccola ebrea nascosta in unvillino poco distante.

La guerra, le persecuzioni, ipartigiani si muovono sullo sfondo di un’estate di scoperte in cuiLilli cresce e, pur da bambina, comincia a riflettere su quello chele accade intorno.


Donatella Ziliotto, Un chilo di piume,un chilo di piombo, Einaudi ragazzi, Torino, 1992 (riedito daDelfini, Fabbri, Milano, 2002)


E’ rivolto in particolare alleragazzine il diario della triestina Fiamma, così chiamatadalla mamma, grande ammiratrice di D’Annunzio (“ma io volevoTonina”), che racconta la sua vita sul finire della guerra mentresi aspetta che arrivino gli americani “un lungo bruco malato chesi trascinasse a stento su per l’Italia. E noi quassù, gliultimi…”

Il papà di Fiamma è “unmezzo ebreo perché la sua mamma era ebrea e ci teneva tantoche i suoi bambini fossero tutti ebrei. Mio nonno infatti non eraebreo ma socialista e ubriacone”. Si sorride alle descrizioniimpietose della sorella grande che “dice che non bisognerebbeparlare bene di chi ci bombarda (…) e a me mi sgrida perchéle pare che non amo abbastanza la patria” e ci si schiera con ilpapà e la maestra Rita che ascoltano radio Londra.

E così si passa attraversovicende semplici e quotidiane che aiutano a capire come si viveva esoprattutto come vivevano i bambini in quel tempo.

Un libro per cominciare un viaggiodella memoria, ancora “leggero”, adatto ai più giovani, inattesa che possano affrontare letture più impegnative. Ma cheintanto lascia un segno indelebile e semina pensieri ancora abbozzatima che matureranno e formeranno adulti rispettosi e uomini e donne dipace, come dice la maestra Rita: “Tonina cara, spero che la tuagenerazione non tolleri di stare per un ventennio seduta per terra.Noi abbiamo un galletto che per essere stato due giorni seduto s’èazzoppato definitivamente.”

E, come dice l’autrice: “…i mieidiari scritti durante la guerra mi hanno aiutato a ricordare quantepiume ci sono per un bambino anche in anni pieni di piombo: sipattina durante gli allarmi, si allevano conigli di nascosto, ci siinnamora. E si cresce.”


Ermanno Detti, Estrella, Nuove EdizioniRomane, Roma, 2000


Si muovono nell’Italia divisa dellafine del ’43, quando arrivarono gi americani, i due ragazziprotagonisti di questa storia: Van, proiettato quasi suo malgrado, inuna vicenda più grande di lui mentre segue-insegue Estrella,figura misteriosa che potrebbe essere filo americana o spia deitedeschi oppure….

Nel dipanarsi veloce della storia, ilgiovane protagonista acquisisce sempre maggior consapevolezza fino apoter scegliere liberamente da che parte stare.

Una storia in gran parte vera,raccontata all’autore dai due protagonisti.


Donatella Bindi Mondaini, L’alberobuio, Le letture, E Elle, Trieste, 1992


Attraverso le riflessioni e leavventure di quattro fratelli rifugiatisi dalla nonna sulle collinefiorentine, vediamo cosa accadeva in Italia dopo l’armistizio del’43. Un libro semplice ma in grado di appassionare i ragazzini piùgiovani: sullo sfondo i tedeschi in ritirata verso nord, ipartigiani, la gente comune schierata da una parte o dall’altra,fino ad un soldato tedesco che diserta perché contrario alregime del suo paese. Attraverso una progressiva presa di coscienza iquattro ragazzi, e i lettori insieme a loro, capiscono che il mondonon si può dividere semplicemente in buoni e cattivi.


Guido Petter, Ci chiamavano banditi,Supergru, Giunti, Firenze, 1995


Il libro è già apparsonel 1978 col titolo “Che importa se ci chiaman banditi” in formadi racconto delle vicende di guerra partigiana in Valdossola. Benchél’autore avesse precisato che si trattava di una sorta di “diarioin terza persona” fu considerato in genere dai lettori piùgiovani come un testo aperto ad invenzioni fantastiche. Per renderepiù incisivo il taglio dell’esperienza realmente vissutadall’autore negli anni giovanili, Guido Petter ha deciso diprocedere ad una riscrittura passando dalla terza alla prima personae dall’uso del passato a quello del presente. La versione attuale èdunque più incisiva, quel che il protagonista racconta sembraavvenire sotto i nostri occhi, in una sorta di presa diretta cheacquista una più forte intensità emotiva capace diparlare anche ai ragazzi di oggi.


Guido Petter, Nel rifugio segreto,Giunti, Firenze, 1998


Il libro, ambientato nell’estate del1944, si ispira ad un episodio della guerra di Liberazione inValdossola: il lancio da parte degli aerei angloamericani di armi erifornimenti ai partigiani che operavano in quella zona. Da questospunto prendono il via le vicende di un gruppo di ragazzini, nati ecresciuti su quelle montagne e che proprio in quei luoghi imparano aconoscere da vicino la realtà della guerra e specialmentela lotta tra le armate partigiane e le milizie fasciste. Ne fannoanzi anche un po’ parte quando offriranno il loro rifugio segreto“la tana dell’orso” ai partigiani come riparo ai feriti.L’esperienza diretta di Guido Petter come partigiano, laconcretezza delle situazioni, lo stile immediato e coinvolgenteproducono un racconto in cui la dimensione storica e gli slancifantastici si

fondono in modo equilibrato econvincente.


Mino Milani, Seduto nell’erba albuio. Diario di un ragazzo italiano. Estate 1944, Fabbri Editori,Milano, 2002


Una normale estate di guerra. Un’estate in cui niente è normale perché la guerra cambiatutto, il mondo intorno e le persone, la vita nelle città e ipensieri nella testa. Così anche per Nino, 15 anni nell’estatedel 1944. Attraverso il suo racconto, strutturato su pagine didiario, riviviamo i mesi che portarono alla liberazione di Italia.Mesi scanditi dalla paura delle bombe, dei rastrellamenti, dallaricerca affannosa di cibo. Mesi in cui l’ombra della guerra siallarga fino ad interrompere il normale scorrere dei giorni e asfumare gli accadimenti centrali di una giovane vita: le gite con gliamici, le desiderate vacanze, i patimenti dei primi amori. Le paroledi Nino ci chiamano al confronto con i dubbi, gli interrogativi difondo che ogni guerra impone: “Chi sono gli amici? Chi i nemici?Perché gli alleati bombardano e uccidono proprio chi li staaspettando con tanta ansia? In tempo di guerra si può essereamici di un avversario?” Queste e altre domande riempiono la testadi Nino, così come di tanti altri ragazzi italiani in quellalunga e drammatica estate.

Il ritmo quotidiano delle pagine di undiario, lo stile asciutto e forte, permettono a noi lettori diprovare le stesse emozioni, paure, desideri fino a fare nostre leparole con cui il libro si chiude. “Mi sono seduto nell’erba. Nonso nemmeno io perché, non di sicuro per aspettare il treno,chissà quando sarebbe partito, con tutti quei feriti dacaricare. Non mi vergogno a dirlo, ho pianto. Ma tanto. Sono statolà per un po’, a pensare alle cose che stanno accadendo. Nonsono riuscito a capirci nulla. Sono stato là fino a quando nonmi sono accorto di tremare; per il freddo, credo; ma forse non eraper il freddo. Poi ho ripreso la bici e sono tornato a casa, primadel coprifuoco.

Ecco. Adesso sono calmo. Non continueròa scrivere il diario. No. Sono certo di no. Ma questa guerra saràfinita, prima o poi, e allora potremo vivere da ragazzi”.


Roberto Denti, Ancora un giorno. Milano1945. Storie d’Italia Mondadori, Milano, 2001


Quattro ragazzini nella Milano inguerra. Sono loro i protagonisti principali di questa storia che èquasi una testimonianza. Molto reali sono infatti gli avvenimentiraccontati e l’aspetto avventuroso, che pur si sente, èstemperato dalla concretezza dei problemi che giovani e adulti devonoaffrontare. È quindi un’occasione per incrociare le voci diun intera comunità, quella che si affaccia su un cortile diuna vecchia casa di ringhiera, che tra paure e speranze attende lafine della guerra.


Ermanno Detti, Leda e il mago,(illustrazioni di Roberto Innocenti), Fatatrac, Firenze, 2002


Un episodio di guerra partigiana èil centro di questo romanzo, una guerra quindi che si è estesasempre più, dalle città ai piccoli paesi, dalla pianuraverso le montagne. È proprio sulle montagne del Monte Amiatache Leda, ragazzina che “aveva dieci anni e che ricordava soltantola guerra” compie scelte e gesti coraggiosi e pericolosi.

Il tono della vicenda è dato daitratti dei personaggi: Leda protagonista prima inconsapevole e poisempre più convinta di dover avere spiegazioni riguardo a ciòche succede intorno a lei, Rufo suo coetaneo, più docile emeno ostile ai misteri che circondano le azioni di guerra e il Mago,personaggio ambiguo dal fascino misterioso ed inquietante che incarnail sentimento del coraggio ma anche la disperazione di ogni guerra.Splendide le illustrazioni di Roberto Innocenti che esprimono lagamma intera dei sentimenti provati e il senso di cupezza che sirespira nell’aria.


Lia Levi, Da quando sono tornata,Junior+10, Mondadori, Milano, 2002


La guerra è finita e Brunisa,già protagonista di una Valle piena di stelle, torna nella suacittà raccontandoci in prima persona le peripezie dellaricostruzione. Il libro, infatti, intreccia le vicende private diBrunisa, il trasferimento della famiglia a Roma, le nuove amiciziecon la dimensione collettiva dell’Italia del dopoguerra. Unracconto che riporta indietro, di fronte alle grandi scelte di quelperiodo storico (il referendum fra Monarchia e repubblica, la nascitadella giovane democrazia) ma anche ai modi e agli stili di vita che,per reazione agli anni duri della guerra, nacquero e si affermarono.


Josef Holub, Quell’ultima estate,Delfini, Fabbri, Milano, 1998


Bisogna lasciare da parte razionalitàe pensieri da adulti per gustare pienamente questo romanzo in cui sinarra la grande amicizia fra due ragazzini, l’uno tedesco e l’altroceco, che in un paesino vicino al confine tedesco trascorronoun’estate indimenticabile. L’ultima estate prima dell’invasionedi Hitler. Il capolinea di tanti sogni e di tante speranze.

Nel paese i simpatizzanti nazisti sonopochi, la gente vive semplicemente senza farsi troppi problemi. Mapiano piano Hitler, l’occupazione, la guerra, prenderanno ilsopravvento.

Tutto questo fa da sfondo alleavventure dei due ragazzi la cui amicizia è poi l’argomentocentrale del libro. Le loro vicende li portano vicini alla guerra mali allontanano subito dopo fra capriole, scherzi, dispiaceri, propridi tutti gli adolescenti del mondo.

E le riflessioni “sulla vita” chesono portati a fare vanno oltre il momento contingente ma sonouniversali e fanno parte della fatica di crescere, di un’avventuranuova ed entusiasmante per tutti i ragazzi del mondo. Anche duranteuna guerra.


Renate Welsh, La casa tra gli alberi,Il battello a vapore serie rossa, Piemme, Casale Monferrato, 1997


La guerra sta finendo ed Eva èsfollata con la mamma e la sorellina in un paesino di campagna dovevive una bellissima amicizia con Peter. E della loro amicizia fannoparte la fame, il freddo e le sofferenze derivate da una guerra dicui nessuno sa o vuole dare spiegazioni. Mentre lo si legge, non sipuò che ricordare quante volte da bambini non abbiamo ottenutoalcuna soddisfazione alle nostre domande e ci si immedesima quindinei due ragazzi che, da soli, cercano di rispondere a perchépiù grandi di loro. E non si può non pensare per quantibambini, ancora, non c’è risposta a questi perché.


Peter Hartling, Viaggio controvento,Nuove Edizioni Romane, Roma, 2001


Berni è un ragazzino ceco, dilingua tedesca, e sta lasciando, insieme alla zia, la Cecoslovacchia.Siamo nell’estate del 1945, la guerra è appena finita e icechi nella loro terra appena liberata dall’occupazione nazista,non vogliono più i tedeschi, anche se con le persecuzioni nonhanno avuto nulla a che fare.

E’ una storia semplice che mostra,attraverso gli occhi di un ragazzo, uno spaccato di vita e di storiapoco conosciuto. Come altri testi per ragazzi, ha il pregio di farciimmergere nella vita di allora, di farci toccare con mano la faticadi sopravvivere, di trovare cibo e vestiti e, insieme, il desideriodi gioco e di amicizia, proprio dei bambini.

Se un difetto si può trovare inquesti testi è la mancanza (a parte brevi note) di riferimentistorici precisi che possono confondere un poco le idee. Ma dopotuttonon è questo l’essenziale.


Peter Hartling, Porta senza casa,Battello a vapore serie rossa, Casale Monferrato, 1999


Una bellissima storia di amicizia fraThomas, un ragazzino rimasto solo, e un giovane reduce che in Russiaha perso una gamba. Sullo sfondo Vienna, e poi la Germania, subitodopo la fine della guerra. Una storia di speranza che non nascondeperò la realtà di quel periodo. Una storia che ciricorda quella di Stef (il protagonista di “Vietato rubare lestelle”) che, come Thomas, perde di vista la madre alla partenza diun treno affollato di profughi ma che, a differenza di Thomas, nonritroverà più la madre e la speranza.


Leo Meter, Lettere aBarbara, Einaudi Ragazzi, 1993


Questo libro raccoglie le lettere cheLeo Meter scrisse alla piccola figlia Barbara dall’Ucraina nel1943, dove era stato condotto dopo essere stato consegnato a forzadalla Gestapo alle armate tedesche.

Attraverso le sue parole e i disegni(Leo Meter era illustratore e scenografo) il padre cuce un legame diaffetto, di ricordi, di speranza capace di resistere oltre il tempoduro del presente. Una grande tenerezza pervade il libro, il raccontosi tinge di ironia e leggerezza, le deliziose illustrazioni rendonovivo quanto descritto e sotto tutto questo si sente lo sforzo e ildesiderio di allontanare la realtà della guerra dalla mente dichi sta scrivendo anche come atto di amore per la figlia lontana edindifesa. Così come un atto di amore e memoria ha permesso diritrovare questa straordinaria e semplice testimonianza.


Pef, Mi chiamo Adolf, Giannino StoppaniEditore, Bologna, 1995


Non è molto conosciuto questobel libro in cui si racconta di un bambino nato con un paio dibaffetti e un ciuffo nero sulla fronte. Sentendosi solo e non amato,il bambino si inoltra in una foresta dove incontra una vecchiasignora che lo accoglie e, sconvolta dalla sua somiglianza conHitler, si ritrova a raccontargli di quei tempi bui e a spiegargliche “…assassini di stelle ce ne saranno sempre (…) quel chebisogna fare è imparare a riconoscerli, con o senza baffi e,soprattutto, prima che sia troppo tardi!”

Pur essendo sottile e con tante belleillustrazioni, non è un libro facile e sarebbe bene che iragazzini più giovani lo leggessero con un adulto.


Gaye Hicyilmaz, vietato rubare lestelle Milano, Buena vista, 2001.


“Non ci resta altro che sperare che,dovunque essi siano anche loro possano ancora alzare lo sguardo evedere le stelle” (p 89):

Proprio le stelleuniscono con una limpida luce le vicende di un ragazzino Richard, lacui mamma sparisce misteriosamente con la storia di un uomo Stef, unanziano vicino di casa che gli racconta la sua vita e l’ombra chel’accompagna.

Deportato in UnioneSovietica con la madre e il fratello minore stremato dalla fatica edalla vita del campo, Stef perde di vista i suoi durante untrasferimento in treno. Non li rivedrà più e di questosi sente responsabile tanto da essere quasi schiacciato anche se adistanza di anni, dal senso di colpa. E se l’incontro con ilragazzo gli permetterà di “prendere le distanze” da unacolpa inesistente, questo stesso incontro permette a noi di rileggereeventi tra i meno conosciuti della seconda guerra mondiale, che dannovita sicuramente alle pagine più belle dell’intero libro.


Lois Lowry, Colpi alla porta, Einaudiragazzi, 1995


E’ solo un romanzo, un bel romanzo,questo che racconta di Annemarie, ragazzina danese che vive nelperiodo di occupazione tedesca. Così dichiara la postfazioneche però ci dice anche che lo sfondo su cui si muovonoAnnemarie, la sua famiglia, la sua amica Ellen, ebrea, che riusciràcon il loro aiuto a rifugiarsi in Svezia…lo sfondo, quello sì,è vero. E’ vero che i danesi contribuirono alla salvezzadegli ebrei nascosti nel loro paese ed è vero che sepperotenere alta la testa, nonostante l’occupazione.

La storia di Annemarie e di Ellen ciappassiona e ci commuove e intanto ci invita a credere nellapossibilità di un mondo più civile, di un mondo di paceper il quale vale la pena lottare e lavorare.


Nina Bawden, Tempo di guerra, JuniorMondadori, Milano, 2001


Avventura in tempo di guerra. Potrebbeessere lo slogan adatto a questo libro; ma anche mistero,inquietudine, amicizia. Sono questi i colori della guerra per Carriee Nick, due fratelli, sfollati dalla città come tanti sudecisione del governo inglese per salvarli dai bombardamenti. Al pari di moltissimi altri bambini Carrie e Nick affrontano da solil’allontanamento da casa e l’incontro con la strana famiglia cheli ospiterà. Troveranno facce e modi di vita diversi, dovrannoadattarsi, cambiare. Troveranno però il modo di fare amicizia,di tirare fuori le proprie forze e capacità.

Tutto questo sotto l ’ombra dellaguerra che, pur facendo da sfondo alle vicende, ne rende bene ilsenso di precarietà,l’incertezza verso ciò che ciòche verrà, il sentimento di solitudine, il coraggio di andareavanti costruendo legami che resistono.


Robert Westall


Uno dei più apprezzati scrittoriinglesi per ragazzi, ha scritto numerosi romanzi sul tema dellaguerra che si rifanno in parte alla sua storia personale di ragazzoal tempo dei continui bombardamenti tedeschi sull’Inghilterra.

Non citiamo un titolo in particolareperché tutti ci sembrano significativi e in grado di farsapere ai ragazzi di oggi cosa è stata la guerra per chi eraragazzo allora.

“Sono opere nelle quali l’infanziaè sì vittima della guerra, ma quest’ultima offre alcontempo un rovesciamento delle regole, un improvviso e inaspettatoaprirsi di spazi e vie di fuga dal mondo degli adulti, un cambiamentoprofondo. Il conflitto diventa prova iniziatica, rito di passaggio,constatazione che dopo la guerra nulla è più uguale aprima, tutto muta negli uomini e nelle loro coscienze, nei paesaggi enelle cose”. (Walter Fochesato, op. cit. pag 13-14)


Alki Zei, La storia di Petros,Superjunior, Mondadori, Milano, 1991


Petros vive ad Atene negli annidell’invasione italiana, seguita da quella, molto più dura,dei tedeschi. E’ un ragazzino, ha degli amici, va a scuola, gioca.Ma partecipa in prima persona, con una consapevolezza sempre piùpiena, alle azioni della resistenza contribuendo, nel suo piccolo, ascrivere una pagina di storia poco nota ma di cui gli ateniesipossono andare fieri: l’autrice, anch’essa ateniese e vissuta alungo in esilio, ci ricorda che il suo fu l’unico popolo amanifestare disarmato contro i tedeschi, scendendo in piazza inmassa.

E’ un bel libro che non nasconde larealtà mostrando anzi in modo esplicito le diverse reazioniall’occupazione, dalla resistenza al collaborazionismo, passandoper tutte le difficoltà di gente comune il cui pensieroprincipale era quello di sopravvivere, di non morire di fame. Ciracconta di Lela, prima fidanzata con un inglese subito dimenticatoper il rude tedesco Yogurter; ci racconta dello zio Angelos che parteper combattere gli italiani e torna umiliato e stanco, senza grandiimprese da raccontare; ci racconta di Sotiris e di Drossula, poco piùche bambini, uccisi dai tedeschi.

Ci racconta soprattutto la vita digente semplice, non particolarmente coraggiosa, non particolarmentecoinvolta, ma che non ha chinato la testa. Ci racconta che bisognadifendere le proprie idee e soprattutto la libertà.


Karl Bruckner, Il gran sole diHiroshima, Supergru, Giunti, Firenze, 2000


In anni in cui pare perdersi la memoriadi eventi passati e spesso si viene indotti a minimizzarne laportata, è bene che i ragazzi leggano questo bel romanzo, unclassico che, insieme alle vicende di due bambini, Sadako e Scigheo,racconta di Hiroscima, di come ci si viveva prima della bomba e diquello che è accaduto in quei giorni “quando l’uomo avevacompiuto, con l’aiuto della scienza, il primo tentativo diannientare se stesso”.

La storia prosegue e ci parla ancora diSadako e della sua famiglia, del dopo guerra e delle fatiche dellaricostruzione. E’ una storia vera quella di Sadako che moriràdieci anni dopo di leucemia, contratta a causa delle radiazioni.Aveva quattro anni il giorno dell’esplosione.


Isoko e Ichiro Hatano, Lettere a miamadre, Ex libris E Elle, Trieste, 1994


10 maggio 1944 – primi mesi 1948.Nell’arco di quattro anni la vita del Giappone cambia radicalmente.La guerra vista dai giapponesi, o meglio da un ragazzino giapponesedi quattordici anni, assume un’inedita prospettiva ed èinteressante calarsi nei panni di Ichiro e faticare insieme a luicercando spiegazioni. Quattro anni di vita, la guerra, la sconfitta,il dopoguerra, passando per Hiroshima e Nagasaki, ma soprattutto lefatiche quotidiane, la fame, la condizione di profugo, la paura e ildiventare grandi dando il giusto valore alle cose davvero importanti.


“Questo nuovo tipo di bomba produceun lampo abbagliante e la gente viene uccisa all’istante. (…)Ridicolo aver sperato, anche solo per un attimo, di vincere con lancedi bambù. Ridicolo confidare nei kamikaze e credere che laleggenda degli avi durasse eternamente. Questa leggenda l’abbiamotutti studiata, ma anche senza ciò il popolo nipponico eraconvinto istintivamente di essere invulnerabile nei secoli deisecoli. Hiroshima e Nagasaki gli aprono ora gli occhi e la suacombattività si affievolisce. Che fare? Il volere individualeconta poco nell’andamento di una guerra. La nazione si compone, èvero, di individui, ma la guerra s’evolve in direzione opposta aquella che la maggior parte di essi avrebbe scelto”. (p. 133-134)

La corrispondenza fra Ichiro e la suamamma è autentica e offre uno spaccato inconsueto della vitafamiliare giapponese.


Meindert Dejonj, La casa dei sessantapadri, Junior Mondadori, Milano, 1999


E’ la storia di Tien Pao, piccoloprofugo cinese in fuga davanti agli invasori giapponesi. Perde i suoigenitori ed è costretto ad una marcia estenuante con l’unicacompagnia del suo amato maialino. Saranno i sessanta padri (un gruppodi aviatori americani parte di quei soldati che nella guerracino-giapponese appoggiarono il Kuomitang) a salvarlo e a ricondurloalla sua famiglia. E’ una storia piena di umanità, capace didescrivere con parole vere ciò che la guerra è pertanti bambini che, come Tien Pao, ancora oggi affrontano le traversie in molti luoghi della terra: la paura, la solitudine, la stanchezza,la fame. Ma anche la forza di una mano amica, la consolazione di unsorriso che aprono verso timide e fondamentali speranze.


Bette Greene, L’estate del soldatotedesco, Gaia junior Mondadori, Milano, 1998


La guerra arriva da lontano e lascia ilsegno. Patty, 12 anni, vive nel sud degli Stati Uniti in un piccolopaese dell’Arkansans dove la sua è l’unica famiglia ebrea.E’ qui che arriva un gruppo di prigionieri tedeschi tra i quali c’èanche il giovane Anton, bello e gentile di cui Patty pensa di essereinnamorata. Il libro racconta in modo diretto e coinvolgente diun’estate in cui si intrecciano amicizia, amore e senso di colpa(Patty ragazzina ebrea tenta di salvare il “nemico” tedesco), ilgiudizio duro della quasi totalità della comunità chenon riesce ad accettare le ragioni di un legame anomalo, ladifficoltà di crescere sentendosi poco amata, la forza chenasce dal pensare di riuscire anche con le proprie forze.


Hadley Irwin, Kim –Kimi, Gaia junior, Mondadori, Milano, 1997


Sedici anni e un padre giapponese mortoancor prima che lei nascesse. La ricerca della famiglia paterna edelle proprie radici.

Tutto questo è Kim Kimi, duenomi per la stessa ragazzina che sta crescendo e cerca un’identitàpiù precisa e definita e deve fare i conti con le sue origini.Può scegliere di accettarle o di rifiutarle.

Un bel libro che intanto ci faconoscere, insieme alla protagonista, una pagina poco gloriosa dellastoria americana che è bene invece non dimenticare: i campi diinternamento dove, dopo l’attacco di Pearl Harbor, furono rinchiusitutti i giapponesi che vivevano in America, anche se cittadiniamericani. Tutti persero il lavoro mentre le loro proprietàvenivano vendute. Quando entravano nei campi, ai capofamigliavenivano consegnate delle etichette da mettere sui bagagli e suirisvolti delle giacche. E sulle etichette non c’erano nomi, masoltanto numeri. Erano più di centomila e rimasero nei campiquattro anni.


Robert Cormier, Darcy, una storia diamicizia, Battello a vapore serie rossa, Piemme Casale Monferrato,1999

Robert Cormier, Ma liberaci dal male,Battello a vapore serie rossa, Piemme, Casale Monferrato, 1998


Sono particolari i libri di questoapprezzato scrittore americano. Sono storie ambientate in paesiniamericani all’epoca della seconda guerra mondiale che fa da sfondoa vicende più legate all’amicizia fra ragazzi e alla lorofatica di crescere. E’ un’America triste quella che emerge dallepagine, troppi sono i problemi che i ragazzi protagonisti devonoaffrontare e tutti più grandi di loro. La fede, la violenzafamiliare, l’alcolismo….

Cormier scrive bene ma i suoi librisono difficili per i ragazzi di oggi perché richiedono unosforzo di immedesimazione troppo grande che, di conseguenza, ciallontana dal racconto invece di renderci più partecipi.



La guerra è guera – Introduzione

Il primo numero 2003 della rivista HP/Accaparlante è dedicato ai bambini e la guerra, tema che viene affrontato attraverso la proposta di una serie di percorsi bibliografici fra i testi rivolti al l’infanzia e all’adolescenza.

Ci sono alcune ragioni che sostengono questo nostro lavoro monografico; esplicitandole vorremmo rendere maggiormente evidente il senso che abbiamo attribuito a questa ricerca nella produzione editoriale degli ultimi anni.

La prima ragione potrebbe essere ben riassunta nella frase “La guerra è guerra e i bambini (non) lo sanno”. Sì, ma allora perché non troviamo mai modi e parole per parlarne con loro? Molti adulti indietreggiano di fronte a questioni che li riportano alle responsabilità di governo del mondo. E’ il mondo adulto che sceglie, è il mondo bambino che ne paga fin troppo le conseguenze. D’altra parte siamo anche noi confusi e spauriti di fronte ad eventi che incombono e ci sovrastano. Spesso è meglio il silenzio, il cambio di canale. Ma i bambini, quando ancora possono essere tali, domandano, chiedono anche solo con gli occhi, non vogliono (e non debbono) rimanere soli di fronte ai dubbi, alle domande, ai pensieri. È vitale dare spazio a questi interrogativi, non negandoli o facendo finta che non ci tocchino solo perché, a volte, sono altri paesi, altri popoli ad esserne direttamente coinvolti. I bambini “sentono” la guerra, la vivono emotivamente, senza pelle; così come percepiscono in modo totale tutti gli aspetti cruciali del vivere: l’amore, la morte, la malattia, l’amicizia. Dare parola a queste emozioni, permettere che escano allo scoperto è una strada che unisce i grandi e i piccoli in una trama che è fatta, alla fine, della stessa materia dei desideri, dei sogni e della paura di tutto ciò che li minaccia.

La seconda ragione riconduce all’idea che la guerra è un “handicap” per tutti. Questo percorso nasce all’interno di un luogo, l’Associazione Centro Documentazione Handicap, che vede fra i fondatori e i collaboratori più stretti persone cha hanno un deficit. Chiunque abbia un deficit sa che nell’incontro con gli ambienti di vita si possono generare delle situazioni handicappanti, di difficoltà e mancanza. All’inverso, quando il contesto è capace di accogliere ed integrare realmente le stesse situazioni di handicap non si producono necessariamente. La guerra è, invece, quella dimensione in cui tutti diventano vulnerabili, in cui pur non avendo nessun deficit molte persone vivono l’handicap della mancanza di cibo, di un rifugio sicuro, dell’allontanamento dalle persone care o dal luogo di origine. È una situazione devastante, che non permette a nessuno di crescere, perché viene minato il senso di sicurezza, la possibilità per i bambini di trovare una comunità adulta accogliente, perché gli stessi adulti sono spesso vittime spezzate ed indifese.

La terza ragione ha a che fare con la nostra idea di scuola e di servizio per i bambini e ragazzi in genere. Ci piace pensare che le scuole, le biblioteche, i centri di ritrovo vogliano e possano essere luoghi educativi prima di tutto. Luoghi in cui i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze imparino l’ascolto e la parola di pensieri anche distanti e diversi dai propri, possano discutere aiutati dagli adulti di cose difficili, poco affrontate eppure sempre presenti nella nostra quotidianità. La possibilità di trovare un tempo, uno spazio, dei modi adeguati diventa così una questione di attenzione concreta ai bisogni dell’infanzia e dell’adolescenza: il bisogno di essere accolti in un percorso di crescita fatto di domande, di un’espressione possibile dei propri pensieri e delle proprie idee, di uno stare in silenzio condiviso. Per le questioni già accennate in precedenza non è semplice anche per un adulto disposto ad accompagnare i più giovani in una riflessione sul tema delle guerre fare ciò. Il ruolo dei libri e della lettura può essere un supporto significativo in questo senso: le storie accomunano, parlano con voce mediata ed incisiva, permettono di immaginare e comprendere. Il circolo virtuoso che si crea tra un adulto che legge o racconta e una cerchia di piccoli e giovani ascoltatori ed interlocutori è una condizione di fiducia reciproca, di voglia di venirsi incontro, di momenti di pace.

Gli utenti, i servizi, le risposte

Il Centro Risorse Handicap del Comune di Bologna, oltre alle attività di sportello ed informazione/documentazione proprie, si propone di favorire la circolazione delle informazioni sui diritti e le opportunità offerte dalla legislazione, dalla rete dei servizi degli enti locali e del tessuto associativo, dalla realtà culturale e sociale complessiva di Bologna e non solo. In questa azione diventa cruciale costruire relazioni con gli altri Informahandicap presenti sul territorio nazionale; e così come nelle nuove conoscenze personali il primo passo è presentarsi, ci è parso essenziale attivarsi per stilare un elenco dei nostri omologhi, in vista di uno scambio che vada oltre i semplici recapiti.
Inoltre, ci sembra utile delineare in maniera generale il target effettivo ed attuale di questo genere di servizi. Sfortunatamente, se non è facile costruire la rete tra gli Informahandicap, non può essere semplice fornire dati affidabili sulla loro utenza. Troppe finora sono state le differenze da un lato nell’impostazione dei servizi, inevitabilmente legati ai singoli contesti, e dall’altro nella rilevazione dell’utilizzo di questi servizi da parte del pubblico. È con queste premesse che va pertanto valutato questo tentativo di sintesi, che si limita ad evidenziare alcune tendenze emergenti.
Ci si è basati sulle informazioni fornite da un ristrettissimo campione di 4 Informahandicap: Orbassano (TO), Orzinuovi (BS), Padova e Bologna. Per quest’ultimo Informahandicap, va inoltre evidenziato che le richieste dei notiziari (mail e newsletter cartacea) possono aver reso i dati eterogenei rispetto agli altri esempi. Per evitare che i fondatori della teoria statistica si rivoltino più a lungo nella tomba, occorrerà un forte impegno di standardizzazione della raccolta dati; cosa non facile nelle attuali condizioni di molti Informahandicap, ma che potrebbe giovare molto a tutti.

– la modalità preferita per accostarsi al servizio sembra essere lo sportello, specie nei piccoli centri; molti importante anche il telefono (dominante a Bologna), mentre la mail e ancor più il fax riscuotono un successo più limitato.
– chi presenta richieste agli Informahandicap sono soprattutto disabili e loro familiari (genitori ma non solo), che in alcuni casi arrivano ad oltre il 70% dei contatti; a Bologna si ha comunque una maggior rilevanza anche di operatori e funzionari dei servizi;
– buona parte delle richieste riguarda nell’ordine agevolazioni fiscali ed economiche, trasporti e barriere architettoniche, servizi socio-assistenziali e informazione/documentazione, con significative oscillazioni in ciascuno dei casi:
– la buona novella è che nella maggioranza dei casi i servizi Informahandicap riescono a rispondere immediatamente alle richieste, e solo in circa 1 caso su 4 occorre rinviare ad altri uffici o prendere tempo per ottenere le informazioni necessarie. Considerando che le esigenze dei disabili hanno sovente il carattere dell’urgenza, questo ci pare un elemento assai rilevante.

Di seguito riportiamo invece l’elenco degli Informahandicap attivi in Italia di cui abbiamo avuto conoscenza, con tutti i recapiti disponibili. Dal momento che l’evoluzione di questi servizi è pienamente in corso, invitiamo a verificare novità ed aggiornamenti sul sito www.handybo.it.

Se tornavi era meglio

Parlare ai bambini della morte

 

Beatrice Masini, Bimbo d’ombra, Arka, Milano, 1997

Difficile trovare libri per bambini che affrontino il tema della morte, a maggior ragione quando si tratta di un bambino. Eppure è un tema importante di cui i più piccoli hanno necessità di parlare. Ci riesce molto bene questo libretto che, attraverso le parole di un ragazzino, ci racconta com’è continuare a vivere dopo che il proprio fratello più piccolo è scomparso improvvisamente.

Beatrice Masini, Se è una bambina, Delfini, Fabbri, Milano, 1998

Una mamma e una bambina che si parlano, si raccontano quello che fanno, si confidano pensieri, sentimenti, emozioni. Non ci sarebbe niente di strano se non fosse che il dialogo è reso impossibile dalla distanza incolmabile della morte. Fin dalle prime righe si viene proiettati nei pensieri della bambina e si partecipa ai suoi sforzi caparbi per sentire vicina la sua mamma mentre deve affrontare, sola, la nuova vita, il collegio, la lontananza dall’amatissimo nonno.

“Non facciamo più finta mamma lo so che sei morta per via della polvere e anche lo so che non torni perché nel posto dove sei bisogna starci non si viene via quando si vuole tutti cercano di non dirla quella parola ma tanto io lo so e anche da subito poi ho fatto finta per tanto tempo perché comunque se tornavi era meglio e sapevo anche che se appena potevi di sicuro tornavi ma adesso lo so che non torni (…) io ti racconto le cose perché non sono sicura che vedi tutto ma proprio tutto quello che succede ma anche se sei morta se io ti penso sempre proprio sempre tu rimani con me” (p. 112).

Ma altrettanto vicini ci si sente alla mamma che da “lassù” cerca disperatamente di tenere stretto il filo sempre più sottile che la lega alla terra e in particolare alla sua bambina.

“Ho paura che col tempo ti mi dimentichi, piano piano, paura di diventare il profilo di una foto che sta lì ferma nella sua cornice e alla fine non è più un bel ricordo, ma solo un pezzo di arredamento (…) Mi sembra che tu sia troppo piccola per tutto, sia per tenerti stretti i ricordi di me sia per cancellarli e restare senza niente, senza un passato, senza un pezzo d’infanzia. (…) Forse l’inferno è proprio questo: non essere abbastanza in alto, abbastanza lontani dalla terra, desiderarla ancora e non rassegnarsi all’idea che non la si riavrà”. (p. 43-44)

“Ma è vero che sono pronta? Bambina, la verità è questa: che sono io ad avere bisogno di te. Ormai so che quello che posso fare da quassù, oltre ad apparirti ogni tanto in sogno, è pochissimo. Non posso tener vivi i tuoi ricordi, se non sei tu a rinfrescarli ogni giorno con la tua memoria, e con la voglia di tenerli stretti. (…) Ma io ho bisogno di te. Bisogno di guardarti e vederti crescere e ridere per sapere che non sono passata inutilmente (…) di sapere che sì, sono stata una brava mamma, per il tempo che mi hanno concesso, perché ho una figlia come te, perché ho te come figlia. E’ un male, credo, dipendere da un altro: ma è la condizione dell’amore. E allora io sono piccola e tu sei grande, così come io sono grande e tu sei piccola. Non voglio che mi strappino di mano quel filo che ancora ci lega. Non so se sono capace di aspettare che succeda quello che deve succedere, così, senza dire niente, senza dire nient’altro che sì” (p. 129-130). E così insieme a loro si riflette sulla morte e sulla vita, sulle cose importanti e sulle occasioni da saper cogliere quando si presentano.

Jacqueline Wilson, Alla faccia dell’angelo, Salani Editore, Mi, 2002

E’ una scommessa questo libro al pari di tanti altri dell’ormai nota scrittrice inglese Jacqueline Wilson. Prendere un tema difficile, in questo caso la morte di una ragazzina, è farne occasione per riflessioni importanti usando un punto di vista non scontato, personaggi che ribaltano i luoghi comuni e uno straordinario senso dell’ironia capace di mantenere alto il tono emotivo senza cadere nel pietismo. Vicky e Jade sono grandi amiche. La morte della prima porta un grande dolore ma anche una situazione inaspettata. Vicky, angelo senza ali, è sempre accanto a Jade e come in vita le è vicina, le si impone quasi a causa del suo inalterato carattere forte e dominante fino a quando anche Jade cresce, cambia e riesce a spezzare un filo troppo forte, senza perdere però il ricordo tenace e duraturo di un amicizia che vale. Accanto al tema della morte, infatti, si staglia quello dell’amicizia fra ragazzi così radicale nella capacità di pensare e vivere legami durevoli e “grandi” oltre gli stereotipati sguardi che troppo spesso gli adulti fermano sui più giovani.

Lise Thouin, Palla di sogno, Editori in sintonia & Five Show production, Torino-Milano, 1998

Palla di sogno è un giovane delfino cui spuntano le ali, emblema della trasformazione, del passaggio a nuovi piani dell’esistenza. Attraverso la poesia della metafora, in una dimensione di dialogo, l’autrice affronta il tema della morte, forte della sua esperienza pluriennale con bambini malati terminali. Questa favola, raccontata per la prima volta ad uno di questi bambini, è diventata la chiave per affrontare tutte le trasformazioni della vita, tutte quelle sfide e quei momenti difficili senza i quali non si può crescere.

STRUMENTI

Helen Fitzgerald, Mi manchi tanto!, La Meridiana, Molfetta, 2002

Uno strumento semplice e immediato ma altrettanto profondo e indispensabile per tutti coloro, genitori ed educatori, che non vogliono eludere il dovere di aiutare i bambini a gestire la morte di una persona cara. Spiegare la morte ad un bambino è difficile e proprio per questo spesso si sceglie di tacere o di non dire la verità. Ma la verità, comunicata nel giusto modo, con affetto e partecipazione, aiuta i bambini ad accettare anche le perdite più dolorose permettendo loro di vivere nel modo giusto l’esperienza del vuoto che lascia la scomparsa di una persona cara.

Arnaldo Pangrazzi, Aiutami a dire addio. Il mutuo aiuto nel lutto e nelle altre perdite, Erickson, Trento, 2002

Il testo propone un percorso di lavoro sull’elaborazione del lutto e di altre tipi di perdite a partire dall’esperienza condotta dall’autore negli Stati Uniti in gruppo di auto-aiuto. Spesso, infatti “ i professionisti e i servizi sociali non sono in grado di rispondere e soddisfare la varietà e complessità di bisogni umani legati a esperienze luttuose. Per questo la nascita di gruppi di mutuo aiuto per persone in lutto è diventata una risorsa sociale importante, per affrontare insieme ad altri il cammino della guarigione, rompendo le barriere della paura o della vergogna. Il gruppo rappresenta un luogo per uscire dall’isolamento, dalla depressione, dal vittimismo ”. Il libro si presenta quindi con una serie di indicazioni che possono servire da base per predisporre progetti di realizzazione di gruppi intorno al tema del lutto; i capitoli sono strutturati intorno ai tre nuclei: la trattazione del tema, la riflessione su un racconto e domande attinenti all’argomento proposto.

Clara Virgili, Come parlano della morte i bambini, in Bambini n. 3, marzo 2001

Soltanto acciaio e ossa

Le preghiere dei bambini

Non brucino più interi quartieri.
Non si vedano più bombardieri.
La notte sia per dormire.
Si cancelli la parola punire.
Le madri non debbano piangere.
Nessuno più debba ammazzare.
Che ognuno possa qualcosa creare.
Che di tutti ci possa fidare.
Che i giovani ottengano tutto questo,
e anche i vecchi…ma presto.

Bertolt Brecht

Lia Levi, Cecilia va alla guerra, Storie d’Italia, Mondadori, 2000

In forma di diario e quindi raccontato in prima persona, il racconto della prima guerra mondiale attraverso gli occhi di Cecilia, undicenne friulana. La storia è piacevole e fa intravedere come si viveva a quei tempi nelle zone di confine. E’ però una storia poco credibile, soprattutto nella seconda parte quando Cecilia, insieme all’amico Marco, insegue una spia che ha sottratto il diario del padre. E’ costruita in modo da “appassionare” e poter nello stesso tempo descrivere in modo meno “noioso” cosa succedeva tra i civili e i militari. Ma resta poco convincente e non sembra probabile che i ragazzini di oggi (a quasi un secolo di distanza!) possano immedesimarsi nei ragazzi protagonisti.

Gary Paulsen, L’uomo delle volpi, Superjunior, Mondadori, Milano, 1999

Intenso anche se breve, questo romanzo di Paulsen, uno dei più grandi scrittori americani per ragazzi, non è un libro che parla di guerra ma questo tema, anche se sullo sfondo, non è affatto secondario. Il bellissimo rapporto che si crea fra il ragazzo protagonista (un adolescente ospitato dagli zii, per allontanarlo dai genitori alcolizzati e violenti) e un vecchio dal viso sfigurato che vive isolato nei boschi, offre numerosi spunti sul tema della diversità, dell’amicizia e della crescita. Ma anche permette di vedere la guerra da due diversissimi punti di vista. L’uno, quello dell’Uomo delle Volpi, che ne rappresenta tutto l’orrore: “Hai sentito parlare di Verdun? (…) E’ stata la definitiva sconfitta della bellezza per mano della scienza; il trionfo delle macchine sulla carne” – indicò i libri – “In un certo senso ha cancellato ogni cosa contenuta là dentro, tutta la conoscenza umana (…). Ferro, ragazzo mio….acciaio contro carne, scienza contro bellezza. A Verdun pioveva ferro dal cielo, una pioggia di morte che durò mesi e mesi, uccidendo migliaia di uomini e storpiandone altrettanti, finchè non restò altro che ossa e acciaio (…). Acciaio, tanto di quell’acciaio che, perfino ora, dopo anni e anni, a Verdun non cresce nulla, neanche l’erba. Soltanto acciaio e ossa”. (p.61) L’altro, quello dei due vecchi zii che, nelle sere d’inverno, intorno al camino raccontano della guerra cercando di divertire. E anche di questo punto di vista sarà proprio l’Uomo delle Volpi a spiegare la ragione: “Quelle storie che raccontano alla fattoria…non lasciarti buttare giù. Vedi, per loro è semplicemente un tentativo di trovare una rosa in mezzo al letame. Gli uomini che le raccontano, tentano di ricordare quelle parti della guerra che può valere la pena evocare; tentano di scovare in mezzo a tutto quello spreco qualcosa di utile.” Ci pensai su e annuii. “Forse, ma non capisco come possano trovarci qualcosa di minimamente divertente quando tu…bè…” “Lo so, lo so, – la voce diventò sommessa e dolce – ma devono tentare, devono provarci; altrimenti è stato tutto per niente, e a nessuno piace fare qualcosa per niente” (p. 62).

David Kherdian, Lontano da casa, Gaja Junior, Mondadori, Milano, 1997

Il 16 settembre 1916, il Ministro dell’Interno turco ordinò “…la totale eliminazione di tutti gli armeni residenti in Turchia (dichiarando che) è necessario liquidarli completamente, per quanto tragiche siano le misure adottate, senza riguardo per età, sesso o scrupoli di coscienza”. L’autore è figlio di una donna, allora bambina, sopravvissuta allo sterminio, e in questo bel romanzo ne racconta la storia dal 1907 al 1924, accompagnando la madre, e noi insieme a lei, nel disperato viaggio verso i deserti della Mesopotamia, i campi di raccolta, le epidemie e le fughe fino alla sua partenza per l’America e la salvezza. Nel raccontarci una pagina di storia sconosciuta, Kherdian ci fa immergere nella vita e nella cultura di un popolo di cui molti ignorano l’esistenza, descrivendone con vivezza e partecipazione riti, usanze e tradizioni.

Sook Nyul Choi, Impossibile dirsi addio, Ex libris, E.Elle, Trieste, 1994

Pochi ragazzi saprebbero dare qualche informazione sulla Corea che non riguardi la produzione di scarpe da tennis o automobili. Eppure la storia di questo paese assomiglia tragicamente a quella di altri paesi più vicini, dominati da popoli “più potenti” e convinti di avere ragione. L’autobiografia dell’autrice si apre all’epoca della dominazione giapponese e si conclude dopo la divisione della Corea in due parti, tagliate dal Trentottesimo Parallelo e dal filo spinato che Sook riuscirà a scavalcare per sfuggire alla nuova dominazione russa, più subdola ma sostanzialmente opprimente come quella giapponese. E attraverso i suoi occhi di ragazzina vediamo la morte di una cultura antica e le sofferenze di un popolo cui non viene riconosciuta la dignità di esistere autonomamente e poter scegliere la libertà. Si viene catturati fin dalle prime pagine dalle vicende della famiglia di Sook e, seguendone le sorti, ci si ritrova a riconoscere il valore universale della libertà e della dignità dell’uomo, a qualsiasi etnia e religione appartenga.

Theodore Taylor, La bomba, Super Junior, Mondadori, Milano, 1995

Il primo pensiero, prendendo in mano questo bel libro, potrebbe essere che gli esperimenti nucleari nell’atollo di Bikini sono storia vecchia. Ma anche per questo è necessario rinfrescare la nostra memoria e far conoscere ai più giovani una pagina nera della storia americana che ha fornito ben poche informazioni in più rispetto a quanto già si sapeva sulle capacità distruttive delle bombe atomiche. In compenso, come ben racconta l’autore, che ha partecipato alle operazioni preliminari di sistemazione della laguna, ha segnato la fine di un piccolo paradiso e di tante persone cui è stato tolto tutto quello che avevano in cambio di niente.

Elizabeth Laird, La patria impossibile, Ex libris, E Elle, Trieste, 1993

Pochi ragazzi sanno (ma quanti adulti?) chi sono esattamente i curdi e dove vivono, perché sono sempre in guerra e fuggono sempre. Questo libro, attraverso le vicende di Tara e della sua famiglia, ci proietta nella vita e nella storia di questo popolo dimenticato, costretto a cercare rifugio in altri paesi dove non è ben accolto e deve vivere in campi profughi poverissimi. E proprio il racconto di Tara alle prese con le code per l’acqua e per il bagno, con la poca pulizia e il poco cibo, ci riportano ad altri campi dove altri popoli sono costretti a vivere. Leggere libri del genere potrebbe aiutare a formare una cultura dell’accoglienza vera e profonda che tenga conto della dignità delle persone. In tempi difficili in cui le idee sono confuse e molti parlano di patria, ma spesso a sproposito, è bene rileggere la riflessione finale di Tara, ormai emigrata a Londra, ma che non vuole dimenticare la sua terra.

“Sto dimenticando la mia casa. Sto dimenticando il Kurdistan. – pensò chiudendo gli occhi assonnata. Poi, quando aveva rinunciato a sforzarsi, incominciarono a presentarsi alla sua mente delle immagini chiare, come in un sogno. Vide gruppi di ragazze che ridevano correndo giù per il pendio di una collina, coi vestiti di tutti i colori dell’arcobaleno che si gonfiavano nel vento come enormi fiori. Vide pastori con il turbante e con le spalle incurvate, che guidavano gli agnelli attraverso pascoli disseminati di fiori vicini a sorgenti gorgoglianti. Vide vecchie nonne piene di rughe circondate da bambini, che sedevano serene in un cortile ascoltando Baji Rezan dalle mani irrequiete che disegnavano nell’aria i personaggi delle storie che raccontava. Vide un gruppo di ragazzi dalle camicie bianche appena stirate che leggevano il giornale vicino al muro della moschea. Adesso il sogno diventava troppo frenetico, non riusciva più a controllarlo. Sembrò che le ragazze salissero nell’aria e fossero portate via dal vento. I pastori e le pecore si disperdevano mentre un’esplosione squarciava il pendio. Le nonnine soffocavano mentre le inghiottiva una nuvola di gas asfissiante. I ragazzi alzavano le braccia tutti insieme mentre quel foglio di carta cadeva a terra svolazzando, poi cadevano in ginocchio e baciavano la polvere, la polvere del Kurdistan, mentre sotto di loro si allargava una pozza di sangue, e un corvo si staccava da un albero e sbatteva le ali scendendo a librarsi sopra di loro. E poi, mentre Tara si rigirava e si dibatteva nel sonno, da due porte gigantesche che sbarravano la via verso le montagne, uscì una figura. Ashti, che zoppicava leggermente, venne avanti e si unì alla famiglia mentre il Kurdistan del sogno di Tara lentamente svaniva. “Siamo noi il Kurdistan, tu, io, Baba e Daya e Hero – diceva Ashti – Il Kurdistan è dove siamo noi. Il Kurdistan è la sua gente. La terra del Kurdistan è il nostro cuore. E tutto questo non potranno mai portarcelo via” (pp. 308-309).

Billi Rosen, La guerra di Anna, Gaja Junior, Mondadori, Milano, 1989

E’ quasi un’autobiografia la storia di Anna, ragazzina greca che deve confrontarsi con gli interrogativi e le difficoltà della guerra civile. Siamo in Grecia, subito dopo la seconda guerra mondiale. I partigiani comunisti, divisi e nascosti su montagne e colline, combattono contro i monarchici al potere. E la vita è difficile per una bambina i cui genitori sono sui monti e che deve fare i conti con la realtà di tutti i giorni, le rivalità tra ragazzi, l’odio e l’inimicizia che riflettono quelle dei grandi. Come tutti i romanzi usciti dalla penna di chi ha vissuto sulla sua pelle le vicende che racconta, anche questo è appassionante e in grado di coinvolgere profondamente, mentre racconta pagine di storia vere e poco conosciute, di cui sarebbe bene non perdere il ricordo.

Billi Rosen, Oltre la montagna, Ex libris, E Elle, Trieste, 1993

Chi è curioso di sapere che fine ha fatto Anna può leggere anche questo libro in cui si racconta della sua vita in Svezia dove si è rifugiata con il padre. E’ un romanzo centrato sulla “fatica di diventare grandi” ma lascia intravedere anche le difficoltà dei profughi politici ad adattarsi ad una nuova vita e le difficoltà dei paesi ospitanti ad accettare le loro diversità e le loro sofferenze.

Robert Westall, Golfo, Superjunior,Mondadori, Milano, 1994

In questo periodo in cui incombe la minaccia di una nuova guerra contro l’Iraq è bene rileggere questo bel romanzo in cui Tom, un adolescente inglese racconta la storia del fratello Andy detto Figgis, dotato di una misteriosa e fortissima capacità di immedesimarsi e restare in contato telepatico con altre persone. Lo scoppio della guerra del Golfo lo trasporta nei panni del giovane iracheno Latif che deve difendersi dall’attacco americano. E nei panni di Latif soffre e trasmette con forza inconsapevole al fratello tutto il non senso, l’assurdità di una guerra che ha travolto e ucciso troppi civili, troppi poveri. E troppo poveri ha lasciato i sopravvissuti. Sarà Tom con l’aiuto di un medico, unici in grado di capire, a sostenere il fratello, fino al tragico epilogo. Latif morirà nei combattimenti e dalla memoria di Andy si cancellerà ogni ricordo mentre svanisce il suo potere telepatico. Vale la pena riportare le riflessioni finali di Tom che rimpiange la perduta sensibilità del fratello “Figgis era la nostra coscienza. Fisse o no, ci era indispensabile. Il deserto non è solo nel Golfo, è nel cuore della gente. Figgis era colui che vi portava la vita. Sono rimasto l’unico a preoccuparsi? Li sento, i ragazzi a scuola. Metà hanno già dimenticato la guerra del Golfo e gli altri sperano che Saddam commetta qualche sciocchezza, così potremo far saltare in aria il suo paese una volta per tutte” (pp. 80-81).

John Marsden, La guerra che verrà, Super Junior Mondadori, Milano, 1998

Siamo in un paesino australiano e sette ragazzi decidono di andare per qualche giorno a campeggiare in una zona isolata. Al loro ritorno scopriranno che il loro paese è stato invaso da nemici sconosciuti e che sono soli. La storia è avvincente e ha il pregio di stimolare una riflessione senza diventare didascalica. E’ attraverso le parole, i sentimenti e le azioni dei ragazzi che si può cercare di capire la differenza fra il bene e il male, il senso della guerra e della sofferenza e le inaspettate risorse dell’animo umano.

Arianna Papini, Pare un gioco, Edizioni Lapis, Roma, 2002 È un libro che si riallaccia all’attentato dell’11 settembre 2001 a New York per raccontare la realtà di tutte le atrocità. E’ scritto nella lingua dei sogni, dei ricordi, dei pensieri di una testa di bambina che non si sottrae di fronte alla tragedia di ciò che è successo. E’ un testo capace di intrecciare i fili delle guerre raccontando in modo pacato e deciso ciò che vedono e sentono i bambini quando, spettatori indiretti o protagonisti, passano attraverso il tempo della guerra. I bambini sanno della guerra, ne hanno istintivamente paura. Il libro esprime fino in fondo il loro bisogno di essere accolti in questa grande ansia, di non essere soli davanti al vuoto. Il libro, attraverso splendide illustrazioni e testi incisivi, diventa un’occasione di richiamo per tutti a ragionare sulle ferite indelebili che ogni guerra lascia e un invito ad imparare, in mezzo a tanto rumore mediatico, dal silenzio di chi le subite.

Cento proiettili per un uovo

Bambini dell’ex Jugoslavia e del Kosovo

 

Ha una scheggia piantata nel cervello,
portate pietà a vostro fratello.
Io sono il parto della guerra.
Io sono il senza nome, casa e terra.
Tra dentro e fuori hanno schiantato
il nesso, la lingua comune
hanno strappato.

Testo di Franco Marcoaldi per il brano “Terra comune” di Fabio Vacchi

Zlata Filipovic, Diario di Zlata, Rizzoli, Milano, 1994

2 settembre 1991 – 19 ottobre 1993, Sarajevo. In questi due anni la vita di Zlata cambia completamente. E, come la sua, cambia per sempre la vita di migliaia e migliaia di persone in tutta la ex Jugoslavia. Il diario raccoglie le confidenze di una bambina come tante altre. Di una bambina che vorrebbe vivere una vita normale, andare a scuola e in vacanza, giocare. Solo che non può. Perché vive in una città che viene distrutta giorno dopo giorno da una guerra di cui lei non capisce le ragioni: “…mi sforzo in continuazione di capire cosa sia questa stupida politica (…) mi pare che questi politici parlino di serbi, croati e musulmani (…). Fra i miei compagni di scuola, fra i nostri amici, nella nostra famiglia, ci sono serbi, croati e musulmani. E’ un gruppo molto eterogeneo, e io non ho mai saputo chi fosse serbo, croato o musulmano. Adesso, però, la politica si è immischiata in queste cose. Ha messo una “s” sui serbi, una “m” sui musulmani e una “c” sui croati, li vuole separare. E per scrivere queste lettere ha utilizzato la peggiore delle matite, quella più sinistra, la matita della guerra, che semina solo dolore e morte. Perchè la politica ci rende infelici, ci vuole separare, quando noi sappiamo distinguere da soli i buoni dai cattivi? E fra i buoni ci sono i serbi, i croati e i musulmani, così come ce ne sono tra i cattivi.” (p. 91) Agli adulti di oggi è stato messo tra le mani, quando erano ragazzini, un altro diario, quello di Anna Frank che li ha aiutati a capire qualcosa di quello che era successo negli anni della seconda guerra mondiale e del nazismo. Li ha aiutati anche, crediamo, a crescere con la convinzione che bisogna fare di tutto perché vicende come quella di Anna non si ripetano. Ai ragazzi di oggi, nello stesso modo, consegniamo il diario di Zlata.

Christobel Mattingley, Asmir di Sarajevo, Junior + 10, Mondadori, Milano, 1994

Sono tutti veri i personaggi che popolano questo romanzo scritto, dopo averli conosciuti nel loro esilio viennese, da una delle più note autrici australiane per ragazzi. Asmir con gli zii, la mamma e il fratellino riesce a rifugiarsi in Austria, dopo un periodo in cui vive a Belgrado. Il libro racconta la loro fuga e aiuta, con molta semplicità, a capire come ci si sente lontani da casa, in un paese di cui non si conosce la lingua e in cui è difficile ricostruirsi una vita. L’assurdità di questa guerra, come di tutte le altre, si riassume bene in questa frase di Milan, uno dei protagonisti: “A Sarajevo un uovo costa dieci volte di più di un proiettile. E per ogni uovo ci sono cento proiettili”. (p. 70)

Nenad Velickovic, Diario di Maja, Editori Riuniti, Roma, 1995

“Io mi chiamo Maja. (…) Scrivo perché non mi resta altro da fare. Non andiamo a scuola, non guardiamo la televisione, non ci allontaniamo dai rifugi. Non possiamo uscire perché sopra c’è la guerra. (…) Probabilmente (questa guerra) si fa come tutte le altre guerre per la conquista dei territori e per i saccheggi. Ma perché stiano bombardando una città di mezzo milione di abitanti dalla mattina alla sera dalle montagne vicine, a questa domanda non ho nessun “probabilmente”. Per quale motivo qualcuno (nel nostro caso l’artiglieria serba) distrugge le case, incendia le biblioteche, abbatte i minareti e i pioppi intorno? Perché questa primavera invece di ciliegie i bambini raccolgono schegge di granate e le barattano come se fossero figurine?” (p. 11-12) Un romanzo molto particolare, adatto ai ragazzi più grandi perché, con una scrittura ironica e disincantata, descrive la guerra, la situazione di Sarajevo e dei suoi abitanti, in modo quasi caricaturale, tanto che si potrebbe pensare che là non succedeva poi niente di grave. Ricordano un po’ i personaggi dei film di Kusturica, infatti, i parenti di Maja e le persone che le ruotano attorno, ma il sorriso resta solo sulle labbra e dietro le parole si può intravedere la tragedia di un popolo e di una città.

Hermann, Sarajevo tango, Eura editoriale, Roma, 1997

Mosso dall’indignazione e dalla rabbia per l’impossibilità di aiutare l’amico Ervin, bloccato a Sarajevo con moglie e figli, l’autore disegna d’impulso questo fumetto. La storia è completamente inventata ma lo sfondo in cui si muovono i personaggi è quello delle rovine di Sarajevo e della disperazione della sua gente. Era arrabbiato Hermann quando disegnava e non ha risparmiato nessuno, dai militari serbi ai cecchini della domenica, dalle potenze internazionali fino all’Onu dove Boutros Ghali danza improbabili tanghi mentre vengono diffuse le sue generiche dichiarazioni. E’ chiaramente un’immagine sbilanciata ma che dice bene le ipocrisie del mondo occidentale e l’assurdità di tutte le guerre. E per farlo utilizza un mezzo, il fumetto, di sicuro gradimento fra i ragazzi.

Adriana Pedron Pulvirenti, I bambini di Hans, Città Nuova, Roma, 2000

E’ dedicata ai bambini, soprattutto ai bambini che vivono nei paesi in guerra questa fiaba che cerca di non far dimenticare la speranza, raccontando di Hans, soldato mercenario che, fra gli spari dei cecchini e le rovine dell’ex Jugoslavia, porta in salvo più bambini che può. E anche se la fiaba ha un lieto fine, come vuole la fantasia, ben più concrete e reali sono le descrizioni dei bambini dispersi e abbandonati a se stessi in una città fantasma. E’ l’autrice stessa che ci dice com’è nato questo libro: “Turbata dalla guerra nella ex Jugoslavia, dopo aver letto un articolo sul Corriere della Sera, rimasi colpita dalla figura di Heinz, un mercenario morto in Bosnia nel giugno 1993. Scrissi d’impulso il primo e l’ultimo capitolo della storia; mi rifiutavo di accettare la sconfitta del giovane mercenario che riassumeva in sé quella di molti altri giovani. (…) Non ho fatto nomi né individuato responsabilità, né mi sono schierata da una parte o dall’altra, perché la sofferenza, specie quella dei bambini, è di tutti. Ho preferito la speranza, perchè credo nel “giorno dopo”. (pp. 99-100)

Luigi Garlando, La vita è una bomba!, Battello a vapore serie arancio, Piemme, Casale Monferrato, 2001

Milan ha otto anni, ha perso a Sarajevo tutto quello che un bambino ha bisogno di avere per crescere: i genitori, gli amici, il suo paese e una gamba. Vive a Milano dove gli hanno messo un arto artificiale. Potrebbe essere una storia straziante e senza speranza e invece fin dalle prime pagine si viene catturati dalla voglia di vivere e dalla fiducia in un futuro migliore. Milan, con un espediente narrativo indovinato, ci racconta contemporaneamente della sua vita a Milano, della sua vita di prima della guerra e anche della guerra e di quello che può aver significato per lui e più in generale per i bambini. E allora lasciamo a Milan la parola: “Ma che razza di partita è questa se Marko Grobovic, che lavorava nel forno del mio papà vecchio da una vita, poi ci ha bruciato la macchina? Che partita è, se la mia mamma vecchia ha cucito gratis un bellissimo vestito da prima Comunione per la figlia della signora Kostulic, che piangeva perché non aveva i soldi, e adesso la signora Kostulic, quando passa mia mamma sputa per terra? Mamma una volta le ha detto: “ Risparmi la saliva, signora, presto ci toglieranno l’acqua!” Che razza di partita è questa, signor arbitro, se degli uomini con uno straccio in testa e coltellacci al fianco hanno preso a pugni e a calci il dottor Juric, e Radovan Topic che era lì non ha mosso un dito? Io ero sicuro che si metteva a parlare delle vedove di Sarajevo, invece ha detto solo: “Milan, torna a casa. Un consiglio, dottore: guarisci solo quelli del tuo sangue”. Il dottor Juric, il nostro portiere gli ha risposto che il sangue che esce dalle ferite ha tutto lo stesso colore. Io non sono andato a casa, ma ho bagnato il fazzoletto nella fontana e l’ho portato al dottor Juric. Che razza di partita è se i tuoi compagni improvvisamente ti giocano contro, e improvvisamente tu non puoi più giocare con loro? Che partita è se vado da Goran con la canna da pesca e lui mi dice: “Non so perché, Milan, ma non puoi più venire a casa mia?” (pp. 31-33)

Arianna Papini, Jovan non sa di Vlora, Fatatrac, Firenze, 2001

Bellissime illustrazioni accompagnano questo breve libro: la storia di due bambini e della guerra nel Kosovo. Jovan e Vlora, senza sapere l’uno dell’altra, hanno sogni comuni, “la stessa memoria. Ricorderanno il vento, la sera fresca e i pomi rossi sotto il sole d’estate. Sogneranno il fuoco e la paura, il viaggio e le farfalle di plastica e pietra che con ali grandi hanno protetto la loro storia piccola dai falchi infuocati della notte”. Pur non essendo un testo facile, può essere presentato ai bambini un po’ più grandi perché con grande poesia sa trasmettere i sentimenti che nella realtà tanti bambini, non solo dei Balcani, hanno provato e provano tuttora.

Emanuela Nava, Ciliegie e bombe, Supergru, Giunti, Firenze, 2002

Quando abbiamo chiuso questo libro ci è rimasto un dubbio: sarà vera la storia di Dragan? C’è qualcosa di stonato in questo libro che si dichiara adatto a ragazzini di 9/11 anni ma che poi indulge troppo sulla fantasia e su situazioni assolutamente irrealistiche che non aiutano, forse neanche i più piccoli, a capire e a partecipare a queste vicende. Un’occasione sprecata per raccontare come i piccoli e i ragazzi dell’ex Jugoslavia hanno vissuto durante la guerra e cosa può aver significato per loro essere trasferiti in Italia.

Gaye Hicylmaz, Il sorriso strappato, Buena vista, Milano, 2002

Nina vive con il nonno sulle montagne sopra Sarajevo da cui è dovuta scappare dopo aver perso i genitori. Anche da qui dovrà scappare per raggiungere l’Inghilterra e l’unica persona che, forse, potrà prendersi cura di lei. E noi seguiamo Nina in questo viaggio drammatico, pericoloso e disperatamente solitario che tanti piccoli hanno intrapreso alla ricerca di una salvezza non sempre certa.

All’ombra del lungo camino

La storia di un popolo: ebrei, ghetti e campi di sterminio

 

La farfala

Cuntent propri cuntent
A so sté una masa ad volti tla voita
mo piò di ttot quand ch’i m’a liberè
in Germania
ch’a m do mes a guardè una farfala
senza la voia ad magnela.

La farfalla
Contento proprio contento
sono stato molte volte nella vita
ma più di tutte quando mi hanno liberato
in Germania
che mi sono messo a guardare una farfalla
senza la voglia di mangiarla.

Tonino Guerra

Uri Orlev, Gioco di sabbia, Salani Editore, Milano, 2000

“Papà, e tu come hai fatto a scappare dai tedeschi?” E’ per rispondere a questa domanda che Uri Orlev, oggi scrittore conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo, racconta la propria storia di bambino ebreo. Con parole semplice, tono pacato, momenti di ironia ci riporta agli anni terribili vissuti prima, insieme alla madre e al fratello, nel ghetto di Varsavia e poi , rimasti orfani, nel campo di deportazione di Bergen- Belsen. Orlev è uno scrittore molto bravo nel trovare il modo giusto di porgere ai suoi giovani lettori una storia così drammatica e triste. Sono molti i momenti in cui comunque la voglia di essere bambino riesce ad essere espressa e leggiamo così di giochi inventati nel buio del nascondiglio segreto, di grandi battaglie inventate dai due fratellini usando i nomi dei personaggi dei libri letti; anche Robin Hodd, Tarzan, il capitan Nemo e molti altri eroi fantastici fanno compagnia ai protagonisti reali di Gioco di sabbia. E’ la forza vitale dell’infanzia che non molla e inaspettatamente compare a ridare fiato e speranza ma anche l’unico modo per Orlev per fare della sua memoria una storia. “I ragazzi spesso mi domandano : scrivere ti aiuta a superare tutto quello che ti è successo in passato?” Non so. Non so se scrivere mi aiuti a superare il passato. So solo che non posso parlare, raccontare o pensare a quanto è successo come un adulto. In altre parole: quando ricordo, torno ad essere il bambino che ero, e tutto mi ricompare davanti agli occhi”.

Hans Peter Richter, Si chiamava Friederich, Junior +10, Mondadori, Milano, 1994

Siamo in Germana nell’anno 1925 e in una cittadina qualsiasi, nella stessa casa, nascono due bambini. Uno, la voce narrante, è tedesco, l’altro ebreo. Ma non sembra che questo faccia alcuna differenza. All’inizio, la storia scorre veloce seguendo la vita e la crescita dei due ragazzi, amici per la pelle. Ogni capitolo è scandito, quasi un rintocco, dall’anno in cui si svolge ciò che viene descritto. E anche i lettori sono trascinati nella follia della persecuzione nazista e provano a farsi domande cui è difficile dare risposte. E’ un libro semplice in cui i fatti sono narrati senza fronzoli e sentimentalismi e proprio per questo sono così difficili. In pochi tratti ci viene presentata una folla di persone “normali” che non vollero e non seppero fare nulla per fermare qualcosa di più grande di loro. La famiglia del ragazzo che racconta non ha nome, non ne conosciamo le caratteristiche fisiche, è anonima…. La famiglia di Friederich invece è descritta con grande vivezza e simpatia. Ci vengono raccontati i momenti più significativi come la celebrazione del Sabbath e la festa del Bar Mitzvà cui sempre Friederich invita l’amico che osserva stupito, come probabilmente faremmo anche noi, lo svolgimento di riti antichi ma con profondi significati. E, anche se fra le due famiglie, e in particolare fra i due ragazzi, c’è amicizia e solidarietà, è sempre più chiaro che il destino si compirà, prima per i genitori poi per lo stesso Friederich che muore durante un bombardamento perché viene cacciato dal rifugio dove si trovano anche gli amici. Con una scrittura asciutta, l’autore riesce a farci rivivere la tragedia di un popolo che non “volle” capire (…“che cosa andremmo a fare all’estero? Crede veramente che altrove gli ebrei siano più ben visti che qui? E poi, con il tempo, la situazione migliorerà (…). Noi ebrei dobbiamo adattarci: nel Medioevo questi pregiudizi minacciavano la nostra vita, ma nel frattempo gli uomini sono diventati più ragionevoli”, dice il papà di Friederich all’amico che lo esorta ad andarsene) ma soprattutto punta il dito verso un popolo che non seppe fare altro che stare a guardare.

Enrico Deaglio, La banalità del bene, Feltrinelli, Milano, 2002

“Vedevo delle persone che venivano uccise e semplicemente non potevo sopportarlo. Ho avuto la possibilità di fare, e ho fatto. Tutti, al mio posto, si sarebbero comportati come me. Si dice: l’occasione fa l’uomo ladro ma di me ha fatto un’altra cosa.” Questo rispondeva Giorgio Perlasca a chi gli chiedeva perché lo fece. La storia vera e incredibile di un commerciante padovano che si finse console spagnolo a Budapest e salvò centinaia di ebrei dalla deportazione e dalla morte. Una storia che i ragazzi devono conoscere perché possano crescere pensando che non sono solo gli eroi che salvano il mondo e perché possano rispondere a testa alta alla domanda “Che cosa avresti fatto al mio posto?”. E se è vero che non sempre è possibile fare qualcosa è altrettanto vero che qualcosa è sempre meglio di niente.

Irene Dische, Le lettere del sabato, Feltrinelli Kids, Milano, 1999

E’ attraverso gli occhi di un bambino ebreo ungherese, ignaro delle sue origini e di quello che sta accadendo, che vediamo il nazismo prendere il potere, le prime persecuzioni, la notte dei cristalli… Tutto è raccontato con tocco leggero ma senza nulla nascondere della tragedia di quegli anni. E Peter, che da tutto questo uscirà “indenne” e che, apparentemente, capisce poco di quello che succede intorno a lui, porterà sempre con sé l’insegnamento del padre: “Chi è l’ebreo? E’ quel mostriciattolo che la tua maestra ha disegnato sulla lavagna? O forse è Herr Bauer? (…) Oppure, l’ebreo non esiste. Esiste una “persona ebrea”. In ungherese si dice zsidoember. E’ una parola che suona bene. Si può usare, per esempio, per Herr Bauer. Perché pratica la religione ebraica. (…) Non hai mai notato quella strana stella dipinta sulla sua vetrina? E’ la stella degli ebrei. I nazisti l’avevano dipinta per far vedere ai clienti che Herr Bauer era ebreo. Perché sennò non ce ne saremmo accorti. Perché naturalmente Herr Bauer è prima di tutto e soprattutto un abitante della Renania”. (pp. 52-53)

Judith Kerr, Quando Hitler rubò il coniglio rosa, Delfini Fabbri, Milano, 1995

Anna è tedesca e vive a Berlino. Ma è anche ebrea e viene il giorno in cui deve lasciare la sua città per salvarsi. Siamo nel 1933. Anna andrà in Svizzera poi a Parigi e, infine, in Inghilterra. Il libro racconta la sua vita di tutti i giorni, la vita di una semplice bambina di undici anni, le nuove amicizie, la scuola, i litigi con il fratello… Hitler, l’avvento del nazismo, le leggi razziali restano sullo sfondo come un’ombra minacciosa che non si può dimenticare. Ma l’elemento chiave di questo bel romanzo, quello che lo rende attuale, è la condizione di profuga di Anna e della sua famiglia. Faeti, nell’introduzione, ben sottolinea questo elemento: “E di profughi sappiamo che ce ne sono, anche oggi, e anche nelle strade delle nostre città. Tutto intero, questo libro, è una storia di profughi (…) La vita del profugo, del resto, interessa tutti noi, soprattutto quando è raccontata in questo modo, quando è distillata giorno dopo giorno come nelle pagine di questo libro”.

Helga Schneider, Stelle di cannella, Salani, Milano, 2002

“Stelle di cannella” è un libro denso e forte. Con tono pacato e per questo ancora più incisivo l’autrice racconta di come il tranquillo e benestante quartiere di Wilnersdoft si trasformi, nella Germania dei primi anni ’30 in un luogo di inimicizia e rancori razziali, vero e propri preludio alla persecuzione che di li a poco seguirà. David, il ragazzino ebreo protagonista insieme alla sua famiglia della storia, vive e subisce questo cambiamento tanto inaspettato e violento quanto più colpisce gli affetti più cari. Emblematica in questo senso è la figura di Fritz l’amico per la pelle, il compagno di banco di David che nel giro di pochi mesi, entrato nella gioventù hitleriana, diventa il suo peggior nemico fino ad uccidere Kotz, l’amatissimo gatto di David. La scoperta di questo gesto impone, in una delle scene più strazianti del libro, la decisione di partire, di lasciare la Germania. Come si diceva un testo forte, bello , coinvolgente, non privo di speranza. Pieno di speranza è infatti l’epilogo dove scopriamo che la storia di David e dei suoi genitori ha origini reali e li seguiamo nei brevi ma significativi sviluppi nella terra che li ha accolti. Simbolo di fiducia sono infine le stelle di cannella, un dolce tradizionale tedesco tanto amato da David, che la madre ostinatamente prepara per lui: ricordo di casa, di dolcezza, qualcosa di buono da portarsi dietro oltre l’orrore del giorno presente.

Frediano Sessi, Ultima fermata: Auschwitz, Einaudi ragazzi, 1996

Attraverso il diario di Arturo, ragazzo ebreo di Bologna, trasferitosi con la famiglia a Roma dopo le leggi razziali del 1938, ci scorre davanti agli occhi la storia dell’Italia e delle persecuzioni, le diverse reazioni di fronte alle discriminazioni sempre più evidenti e i primi germi di ribellione che porteranno poi alla Resistenza. Il diario si conclude il 16 ottobre 1943 con la deportazione. Sarà Giulia, amica carissima cui Arturo ha giurato eterno amore, a raccontare cos’è successo dopo e concluderà il suo racconto dicendo che “ad Auschwitz non sono morti soltanto cloro che sono scomparsi senza lasciare traccia, inghiottiti dall’inferno nazifascista. La mia vita e quella di milioni di persone sopravvissute alla guerra e alla dittatura è stata segnata indelebilmente dall’Olocausto. Il mio, il nostro imperativo futuro è: non dimenticare. Nelle parole che Arturo mi scrisse, prima di raggiungere coraggiosamente la sua famiglia, questo è un imperativo ben chiaro e ogni uomo dovrebbe farlo suo nel presente, incaricandosi di tramandarlo alle generazioni che verranno” (p. 129).

Rose Lagercrantz, La ragazza che non voleva baciare, Grand’istrici, Salani, Milano, 1998

E’ avventurosa, divertente e drammatica la storia di Orge, ebreo tedesco di cui la figlia racconta in questo libro. Sì, perché Orge è esistito veramente e ha davvero fatto il pugile, ha davvero preso parte, ragazzo, alla prima guerra mondiale e ha resistito al nazismo a cui è riuscito a sopravvivere. Raccontata in chiave umoristica la storia lascia capire la realtà drammatica di quegli anni e come doveva essere difficile vivere, lavorare ed amare per chi era perseguitato. Il grande pregio di questo romanzo è la sua apparente “leggerezza” che lo rende adatto anche ai ragazzini più giovani cui però non nasconde le persecuzioni, gli arresti ingiustificati e i campi di lavoro e di concentramento, fino ai forni crematori. Orge si salva e permette di credere che la salvezza è possibile anche ai più giovani per i quali forse sarebbe insopportabile affrontare subito la verità di una salvezza riservata a troppo pochi. Ma non si salva Annie che a Orge aveva riservato tutti i suoi baci e di cui resta solo un nome sul muro della sinagoga di Praga. Un nome insieme a quello di altri 77.926 ebrei della Moravia e della Boemia, deportati e uccisi dai nazisti.

Annika Thor, Un’isola nel mare, Feltrinelli Kids, Milano, 2001

Forse la maggioranza dei bambini non sa quanti loro coetanei, ebrei, sono stati salvati dall’ospitalità di famiglie di altri paesi disposte ad accoglierli in attesa di poterli riconsegnare ai loro genitori. E’ per tutti loro questo bel romanzo che ci parla di Steffi e Nelli costrette a lasciare i genitori a Vienna per andare ad abitare in un’isola della Svezia. Incontreranno tante persone nuove, nasceranno amicizie ma dovranno anche fare i conti con la nostalgia e le difficoltà ad essere accettate da chi (come tanti) pensava che se gli ebrei erano perseguitati dovevano aver fatto qualcosa di male.

Annika Thor, Lo stagno delle ninfee, Feltrinelli kids, Milano, 2002

Chi ha amato Staffi e la sua sorellina Nelli, leggerà volentieri questo libro che racconta cosa è successo alle due ragazzine, in particolare a Staffi, accolta da una famiglia di Goteborg perché possa proseguire gli studi. E’ una storia che parla di ragazzine, di amicizie, primi amori e gelosie, che parla del diventare grandi e del doversi misurare con cose più grandi. Ma parla anche della fatica di “dover sempre essere riconoscenti a qualcuno”, parla della condizione di profugo, accolto sì ma senza un eccessivo sforzo di comprensione, e anche della disperata nostalgia di casa, permettendoci di ripensare ad un’ospitalità poco sentita e di rivedere quindi la nostra capacità di accoglienza nei confronti di quelli, e sono ancora tanti, che bussano alle nostre frontiere, alle nostre case.

Uri Orlev, L’isola in via degli Uccelli, Le Linci, Salani, Milano, 1993

E’ Alex, un ragazzino di undici anni, che racconta la sua vita nel ghetto di Varsavia dopo che il padre è stato catturato dai nazisti. Alex vive nascosto in un palazzo diroccato e osserva quello che succede attorno a lui. Nella sua ricerca di cibo e vestiti fa anche numerosi incontri, non sempre piacevoli. E’ costretto a crescere in fretta e a misurarsi con cose più grandi di lui ma riesce anche a trovare il modo di divertirsi, conoscere altri bambini e addirittura a innamorarsi. E soprattutto non perde mai la speranza nel ritorno del padre e quindi in un futuro migliore. Orlev è realmente vissuto nel ghetto di Varsavia prima di essere internato nel campo di Bergen Belsen e quello che racconta, pur romanzato, può essere successo realmente. Ed è vero che racconta del ghetto di Varsavia ma…”pensa alla città in cui vivi o a quella più vicina al posto in cui vivi. Immagina la città completamente occupata da un esercito straniero che ha separato una parte degli abitanti dal resto: per dire, tutti quelli con la pelle gialla o nera, o tutti quelli con gli occhi verdi…” (p. 5). Dice così Orlev, nell’introduzione che spiega ai lettori più giovani com’era il ghetto. Ma queste poche righe riportano agli occhi una realtà più vicina nel tempo, riportano altri nomi, diversi eppure accomunati dalla stessa disperazione, dalla stessa tragedia. Come non pensare a Sarajevo? Come non pensare a quanti bambini nelle città dell’ex Jugoslavia hanno dovuto cercare di sopravvivere come fa Alex in questo racconto?

Roberto Innocenti, Rosa Bianca, Edizioni C’era una volta…, Pordenone, 1990

Poche righe di testo e grandi, bellissime illustrazioni accompagnano la piccola Rosa Bianca a pochi passi dalla cittadina tedesca in cui vive, nei boschi, dove trova un campo di concentramento. Nessuno si accorge della sua scoperta e dei suoi tentativi di sfamare i piccoli prigionieri. Il silenzio la circonda come circondava allora i campi di cui tanti, troppi, non vollero sapere.

Claudine Vegh, Non gli ho detto arrivederci. I figli dei deportati parlano, Giuntina, Firenze, 1981

Segnaliamo questo libro a molti anni dalla sua pubblicazione per il prezioso lavoro che ridà voce a quei bambini, orfani ebrei i cui genitori sono morti nei campi di sterminio, che per molti anni non hanno potuto o voluto parlare. L’autrice, francese, è medico e psichiatra e ha due figli. I suoi genitori sono stati entrambi deportati e suo padre è morto nel lager. Claudine Vegh si è salvata grazie a una coppia di coniugi che l’ ha tenuta con sé dal 1942 sino alla liberazione. Da questa sua esperienza è partita per raccogliere diciassette brevi storie di vita vissuta, diciassette infanzie tra i cinque e i quattordici anni, narrate in poche pagine dai protagonisti, gli orfani dei deportati. E’ un libro toccante, i racconti brevi, densi, incisivi, permettono almeno in parte quella difficile identificazione che è premessa indispensabile per una compassione autentica e una ribellione inevitabile di fronte a tante analogie con situazioni di guerra a noi più vicine.

Jona Oberski, Anni d’infanzia. Un bambino nei lager, Giuntina, Firenze, 1989

Sono gli occhi di bambino, gli occhi di Jona, quelli attraverso cui vediamo cosa è stato un campo di sterminio. E’ la voce di sua madre che filtra e media fin dove si può, alcune volte oltre ciò che è possibile, quella terribile realtà. E tutto il libro è un dialogo d’amore e protezione dentro l’orrore. Non ci sono connotazioni geografiche o temporali, non sono fornite spiegazione. Tutto è detto, senza compiacimento o retorica, tutto è insopportabilmente vero, un peso durissimo da portare sulle spalle di Jona bambino. Che riesce a farcela proprio grazie alla presenza rassicurante dei genitori, che costituisce il filo a cui aggrapparsi e che permetterà a Jona di uscirne vivo. Un libro molto bello, anche duro nella sua semplicità, una storia verso cui accompagnare i bambini anche attraverso la voce e la partecipazione degli adulti.

Trudi Birger, Ho sognato la cioccolata per anni, Piemme pocket, Casale Monferrato, 2000

Il libro racconta la storia vera di una ragazzina sopravvissuta ai campi di sterminio e trasferitasi poi in Israele. Le sue parole bastano a spiegare perché ha scritto questo libro: “Spero che la mia storia sia letta da adulti e da bambini, perché nessuno al mondo possa dimenticare il destino dei sei milioni di ebrei vittime della ferocia nazista”. (p. 6) “Quanto all’opera di commemorazione è estremamente importante. Provo grande rispetto per coloro che hanno costruito lo Yad Va-Shem, l’istituzione in memoria dell’Olocausto a Gerusalemme, e altri luoghi simili in Israele e all’estero. Se non si fossero dedicati a raccogliere documenti, a creare musei, e a organizzare programmi educativi, il popolo ebraico avrebbe potuto lasciarsi tentare e far scivolare l’Olocausto nell’oblio. Se noi ebrei avessimo dimenticato la terribile ferita riportata, una ferita che probabilmente non si rimarginerà mai del tutto, sarebbe passata sotto vergognoso silenzio, un male segreto nel cuore dell’umanità, che avrebbe portato altro male”. (p 211-212) “…ogni giorno qualcosa mi ricorda l’Olocausto (…). Questi ricordi sono così intensi e oppressivi che a volte mi chiedo: a che serve parlarne? Chi non li ha vissuti può riuscire a capire? Mi ha procurato un certo sollievo scrivere questo libro, sebbene a volte sia stato anche molto penoso. Prima di iniziare a lavorarci, i miei ricordi erano molto vividi e immediati, ma quando ho cominciato ad approfondire i dettagli, ho scoperto che c’erano molti terribili eventi che mi ero quasi permessa di dimenticare. Ho dovuto riviverli per poterne parlare. Comunque sia, anche dopo che il lettore avrà chiuso e riposto questo libro, io resterò con la mia pena. Quando accade qualcosa a qualcun altro, è terribile. Ma quando accade a te, il dolore non ti abbandona. Tu sei solo con la tua sofferenza. Nessuno, eccetto un altro sopravvissuto all’Olocausto, può pienamente comprendere quello che ci è successo. Questi ricordi non sono come degli indumenti, qualcosa di cui ci si può spogliare e mettere nell’armadio. Sono incisi sulla nostra pelle. Non possiamo liberarcene”. (p. 222)

Art Spiegelman, Maus, Einaudi, Torino, 2000

Un padre scampato all’Olocausto, una madre che non c’è più da troppo tempo, un figlio che fa il cartoonist e cerca di ristabilire un rapporto con quel genitore anziano, malato, così lontano per mentalità e abitudini. Forse, l’unica via per ritrovarsi è ripercorrere insieme, padre e figlio, la lontana vicenda di Vladek e Anja Spiegelman: dall’epoca felice del loro fidanzamento e matrimonio nella Polonia degli anni Trenta fino all’incubo della guerra, dell’occupazione nazista, della persecuzione e dell’internamento ad Auschwitz. Così, la Polonia invasa dai tedeschi si intreccia agli Stati Uniti dei nostri giorni, una baracca di Auschwitz a una casa di New York. Così, la piccola struggente storia di una famiglia ebraica travolta dalla più immane tragedia del Novecento si intreccia alla piccola struggente storia di un giovane uomo che tenta di fare i conti con le sue origini. Ma quel passato non riguarda soltanto lui: riguarda tutti, e tutti costringe a confrontarsi con quanto è successo e con un sotterraneo, inevitabile senso di colpa. La colpa di essere, ancora e comunque, dei sopravvissuti. (risvolto di copertina) E tutto questo Spiegelman ce lo dice utilizzando il fumetto e trasformando tutti i protagonisti in animali. E così gli ebrei sono topi (Maus appunto, in tedesco), i tedeschi gatti, i polacchi maiali e così via. Il fumetto è un mezzo inconsueto e che molti associano solo a letture distensive e poco impegnate ma quando si chiude questo libro si può proprio dire con Moni Ovadia che l’autore è riuscito “a dire l’impossibile attraverso la pietas artistica”.

Alison Leslie Gold, Mi ricordo Anna Frank, Delfini, Fabbri, Milano, 1999

Il libro raccoglie la testimonianza di Hannah Pick-Goslar, la più cara amica di infanzia di Anna Frank, cui l’autrice fa una lunga intervista; da qui nasce il racconto, in terza persona, della vita di Hannah, prima in Olanda, poi nei campi di sterminio. La storia si snoda su due binari: da un lato la vicenda della piccola protagonista, e di milioni di persone insieme a lei, che diventa sempre più drammatica dal luglio del ’42 quando si apre il racconto alla primavera del ’45, la liberazione. Dall’altro lato, vividi e divertenti, i ricordi della vita di “prima”, quando le due amiche erano sempre insieme e crescevano come bimbi qualsiasi. Il libro è, in qualche modo, anche l’ideale conclusione del diario di Anna Frank che si interrompe quando la famiglia viene scoperta e deportata. Sarà Hannah a raccontare gli ultimi giorni dell’amica, morta poco prima della liberazione. E sarà ancora Hannah a lasciarci con un interrogativo: “Perché lei e non io?” che si potrebbe semplicemente tradurre in “perché è successo?”. Proprio per impedire che si dimentichi, Hannah ha accettato di ripercorrere con la memoria un periodo lontano e così drammatico.

Andrea Molesini, All’ombra del lungo camino, Super Junior Mondadori, Milano, 1992

Un ragazzo ebreo e uno zingaro. Insieme, in un campo di sterminio. Una storia avvincente e realistica pur se contrassegnata da una vena fantastica che crea personaggi magici in grado di aiutare i protagonisti a salvarsi ma in grado anche di rendere il libro leggibile dai ragazzini più giovani. E non con l’intento di nascondere la verità che comunque emerge da tutte le pagine ma per lasciare ai ragazzi la speranza e insieme il desiderio di non dimenticare. E Molesini lo esplicita fin dalle prime pagine quando fa dire allo zingaro Merlino, rivolto al ragazzo, Schulim: “Quello che davvero vogliono è farci simili a bestie così, quando ci uccideranno, uccideranno delle bestie non degli uomini. Ma finchè avremo memoria e sapremo dare il giusto nome a ogni cosa, noi resteremo uomini e, a dispetto delle botte, della fame e delle umiliazioni, li costringeremo a uccidere degli uomini: così, fino alla fine dei tempi, gli assassini verranno chiamati assassini” (pp. 12-13).

Uri Orlev, I soldatini di piombo, Fabbri, Milano, 2001

Non è un libro facile questo che racconta l’infanzia dell’autore, passato dalla libertà nella sua Polonia al ghetto per finire col fratello a Bergen Belsen cui riesce a sopravvivere per essere accolto in un kibbutz in Israele. Non è facile perché non si tratta di un romanzo vero e proprio. Piuttosto di tanti flash più o meno lunghi, accesi su momenti diversi, su figure significative, su ricordi dolorosi o divertenti. E così la lettura non è fluida ma si è costretti a “faticare” insieme a Yurek e Kazik per poter sopravvivere anche nelle condizioni più difficili, insieme a loro si devono ingoiare lacrime cocenti per la scomparsa di persone care, a partire dalla stessa madre. Ed è con senso di stupore che si legge di come i due fratelli potessero trovare il modo di giocare e divertirsi anche se solo con qualche soldatino di piombo. E’ un libro difficile perché ha il grande pregio di raccontare la tragedia di un popolo con la voce di un bambino i cui occhi hanno visto solo singoli episodi, apparentemente non collegati fra loro e che quindi ci permette davvero di capire come hanno vissuto tanti, troppi bambini di cui Orlev si fa portavoce ideale.

Steve Schnur, Il segreto di Mont Brulant, Shorts, Mondadori, Milano, 1997

E’ più indicato il titolo originale “I bambini ombra” per questo bel libro che affronta un nodo difficile ed estremamente doloroso: l’impossibilità di dimenticare le tragiche vicende della guerra e dello sterminio e il dover continuare a vivere con i sensi di colpa e il rimpianto per non aver fatto niente, per essere rimasti a guardare. Etienne, un ragazzino di città, passa le sue estati dal nonno in campagna e un anno incontra altri ragazzini laceri e tristi che non aveva mai visto. Quando ne chiede ai grandi si trova di fronte un muro di silenzio. Gli dicono che non esistono altri bambini oltre lui ma che “nei boschi vagano le anime di un migliaio di bambini smarriti. – Fantasmi? chiesi ancora sorridendo. – Sì, fantasmi, rispose lei, brusca. – Sono troppo grande per crederci. – Allora chiamali memorie.” (p. 26) In un’atmosfera rarefatta trascorre l’estate di Etienne, tra le reticenze degli adulti e gli incontri irreali coi bambini ombra, finchè il nonno decide di raccontare come il paese fosse diventato un nascondiglio sicuro per i bambini ebrei che vi arrivavano soli, sperando di scampare al massacro. “…Poi, un giorno dell’ultima estate di guerra i nazisti arrivarono con carri armati e mitragliatrici e ci ordinarono d consegnare tutti i bambini (…) Se non avessimo consegnato i bambini avrebbero arrestato anche noi o ci avrebbero fucilato. “E avete consegnato i bambini?” domandai incredulo. “Prego Dio che non l’avessimo fatto – ammise lentamente Grand-Père – ma in tempo di guerra non esistono scelte facili; sono sempre angosciose, strazianti”. (p. 61). Nel racconto del nonno emerge l’impotenza della gente, di tanta gente che sapeva, vedeva, ma non faceva niente, e la difficoltà di scegliere di agire piuttosto che di girar la testa. Un tema poco trattato nei libri per ragazzi ma invece di fondamentale importanza proprio per loro, perché la riflessione sull’impegno e la capacità di difendere le proprie idee e quindi anche la vita umana li deve accompagnare mentre crescono, deve diventare punto saldo e scelta irrinunciabile per futuri adulti consapevoli. Così è bene che i ragazzi leggano del nonno di Etienne e di tanti che, come lui, non seppero fare nulla e che, insieme ad Etienne, ne ricavino anche una nuova consapevolezza.

Gaye Hicyilmaz, Vietato rubare le stelle, Buena Vista, Milano, 2001

“Non ci resta altro che sperare che dovunque essi siano, anche loro possano ancora alzare lo sguardo e vedere le stelle” (p. 89) Proprio le stelle uniscono con una limpida luce le vicende di un ragazzino, Richard, la cui mamma sparisce misteriosamente, con la storia di un uomo, Stef, un anziano vicino di casa che gli racconta la sua vita e l’ombra che l’accompagna. Deportato in Unione Sovietica con la madre e il fratello minore, stremato dalla fatica e dalla vita del campo, Stef perde di vista i suoi durante un trasferimento in treno. Non li rivedrà più e di questo si sente responsabile tanto da essere quasi schiacciato, anche se a distanza di anni, dal senso di colpa. E se l’incontro con il ragazzo gli permetterà di “prendere le distanze” da una colpa inesistente, questo stesso incontro permette a noi di rileggere eventi tra i meno conosciuti della seconda guerra mondiale, sicuramente le pagine più belle dell’intero libro.

George Layton, Io da te e tu da me, Istrici Salani, Milano, 2001

Raccontati in prima persona da un ragazzino, il libro raccoglie diversi episodi di un anno scolastico, in un paesino vicino a Londra, poco dopo la fine della guerra. L’episodio centrale, il più lungo di tutto il libro, riflette l’esperienza dell’autore, ebreo austriaco, che scappa dalla sua terra ed evidenzia molti dei luoghi comuni che hanno contraddistinto quell’epoca. Luoghi comuni cui tanti hanno creduto (tutti i tedeschi sono nazisti….gli ebrei hanno ucciso Gesù…), respingendo ed escludendo quindi, come succede appunto al ragazzino del racconto, chi apparteneva a quei popoli. Il racconto è anche un invito a non omologarsi, a non seguire il gruppo, ma a ragionare con la propria testa. L’apparente debolezza di Passerotto non lo farà soccombere alle minacce e all’isolamento dei suoi compagni, anzi. La profonda convinzione di avere ragione gli permetterà di uscire vincitore dall’ultima discussione con il bullo della scuola. Se ne andrà, è vero, in una scuola frequentata da altri ragazzi ebrei, ma non se ne andrà da perdente e lascerà un segno profondo, una strada tracciata, tanto che il protagonista continuerà a frequentarlo.

Myron Levoy, Alan e Naomi, Junior Mondandori, Milano, 1998

Questo è il racconto di una speranza di guarigione, della scommessa di una seconda nascita attraverso il legame dell’amicizia. Alan, ragazzino ebreo che vive in un quartiere popolare di New York, incontra Naomi, anch’essa ebrea, scampata alla furia della Gestapo dopo aver assistito all’omicidio del padre e rifugiatasi negli Stati Uniti. Da questo incontro difficile e spiazzante “Naomi è pazza, Naomi è diversa, lontana da tutto e da tutti” nascono nuove possibilità. Per Naomi certo che può ricominciare ad avere fiducia, ritornare a giocare e sorridere ma anche per Alan che attraverso lo sconcerto prima e il coinvolgimento poi impara a non scappare davanti alle prove difficili che l’amicizia con Naomi gli impone. Anche la fine, non lieta, si inserisce in questo percorso di crescita e di apprendimento. E’ un libro bello, appassionante, in grado di far nascere emozioni intense. Per questo più che ad una lettura in solitudine si presta alla narrazione da parte di una voce adulta che accompagna e media il racconto.

La storia di Redattore Sociale

Prende il via con questo numero di HP-Accaparlante una rubrica dedicata all’informazione sociale. Con tale espressione si intendono tutte quelle notizie che nei vari mass media (quotidiani, televisioni, radio, siti internet) trattano “eventi sociali” legati alle varie forme del disagio e della marginalità (ad esempio immigrazione, handicap, minori, anziani, senza fissa dimora, tossicodipendenza…). Ma in che quantità e in che modo viene prodotta l’informazione sociale? Cercheremo, nel corso dei mesi, di analizzarne i vari aspetti, quantitativi e qualitativi, prestando un’attenzione particolare alle tematiche dell’handicap. Questa volta iniziamo parlando di “Redattore Sociale”, il primo e tuttora unico seminario di formazione sociale per giornalisti che ogni anno, dal 1994 ad oggi, viene organizzato dal C.N.C.A. – Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza in collaborazione con l’Agenzia di stampa Redattore Sociale (www.redattoresociale.it). Da nove anni i maggiori professionisti del giornalismo, gli addetti al lavoro della comunicazione sociale, i protagonisti del no-profit e chiunque sia interessato, si riuniscono per tre giorni alla Comunità Capodarco di Fermo (AP) per fare il punto sullo stato dell’informazione sociale in Italia. Gli aspetti che emergono sempre ad ogni incontro sono essenzialmente due: la scarsità di questo tipo di informazione, vale a dire che le notizie sociali compaiono di rado sui mass media, e se lo fanno hanno comunque uno spazio ridotto e marginale; oppure, le notizie sociali compaiono e hanno anche ampio risalto, ma solo per fare sensazionalismo e scalpore. Pensate ad esempio a come viene reso giornalisticamente un fatto di cronaca con un genitore che uccide un figlio, e a come la stessa notizia assume invece toni diversi se il figlio è disabile. La parola “disabile” o “handicappato” compare già nei titoli e diventa il punto chiave della vicenda, spostando l’attenzione non sul fatto in sé già grave (un genitore che uccide un figlio) ma sull’handicap e il disagio sociale. Disagio però raccontato in maniera rischiosa, cioè col pericolo di alimentare o addirittura generare stereotipi e pregiudizi. E’ proprio sulla prevenzione di questi rischi che si concentra, allora, il lavoro di Redattore Sociale, cercando di avvicinare il giornalismo a un modo di fare informazione diverso ma fondamentale, e ad approfondire al tempo stesso il contatto e il rapporto tra gli operatori della comunicazione e gli operatori del no-profit (spesso è necessario che anch’essi siano formati ad informare). Al recente seminario svoltosi nel dicembre 2002 e intitolato “Maschere” è emerso un punto chiave dell’informazione sociale: i nudi fatti non si danno mai. Nel costruire e raccontare una notizia sociale influiscono troppi fattori: il contesto, la disponibilità delle fonti informative, la cultura di chi scrive o filma, la necessità di descrivere i sentimenti dei protagonisti, le sensazioni e i pensieri stessi del giornalista, il linguaggio, i filtri applicati, gli strumenti… Insomma, l’informazione sociale rischia di diventare una maschera sul volto dei fatti. Anziché assumere, invece, quella che dovrebbe essere una vera e propria funzione pedagogica: una corretta e neutra informazione sociale servirebbe, infatti, a produrre probabilmente maggiore sensibilità e una “sana” cultura della diversità. Redattore Sociale cerca di fornire gli strumenti necessari ad un’informazione il più possibile divulgativa, documentativa e educativa, partendo da quello che forse è il punto più difficile: cambiare la forma mentis di chi fa informazione e uscire dalla logica del mercato, delle vendite e dell’audience. Troppo difficile? Forse. Però dal 1994 ad oggi le edizioni dei seminari si sono svolte con sempre maggiore successo di pubblico e di visibilità, segno evidente che di informazione sociale se ne sente il bisogno.

Spazio Calamaio

Come molti di voi già sapranno, il 2003 è stato proclamato dall’Unione Europea “Anno Europeo delle Persone con Disabilità”. Questa rubrica, che intende occuparsi di esperienze e problemi relativi alla disabilità in una prospettiva continentale, o per lo meno cercando di allungare il naso oltre i confini nazionali, non poteva trovare miglior battesimo che in una tale iniziativa. Cerchiamo pertanto di capire su quali basi ci si predispone a sottolineare il ruolo dei disabili nella società europea di inizio millennio. </p> <p>La dichiarazione di Madrid L’Anno Europeo delle Persone con Disabilità nasce da una proposta adottata dal Consiglio dell’Unione il 3 dicembre 2001. In questa scelta molto hanno inciso gli sforzi dell’European Disability Forum (EDF), un’organizzazione-ombrello di promozione dei diritti dei disabili con sede a Bruxelles, nata a metà degli anni ’90 (entro il progetto Helios II) come voce indipendente di supporto all’attività degli organi ufficiali dell’Unione. Per capire lo spirito dell’Anno Europeo, è essenziale analizzare la “Dichiarazione di Madrid”, elaborata con il contributo decisivo dell’EDF. La dichiarazione è stata pubblicata il 26 marzo 2002 a conclusione del 1° Congresso Europeo sulle Persone con Disabilità svoltosi nella capitale spagnola, ed è una sorta di manifesto politico e pratico per il 2003. Il testo integrale, nell’originale inglese/francese e in traduzione italiana, è disponibile presso il sito web www.madriddeclaration.org. Innanzitutto, la Dichiarazione si apre affermando che “la disabilità è una questione di diritti umani”; ciò per sottolineare che l’approccio non deve (più) essere di tipo pietistico e caritativo, o teso a riabilitare l’individuo per adeguarlo alla società esistente, e che al contrario la società deve modificarsi per garantire uguali opportunità ai disabili come a tutti i propri cittadini. Questa precisazione è rilevante perché è ancora diffusa socialmente una mentalità che vede il disabile come persona “in situazione di bisogno”, marcandone così la differenza, e non come “portatore di bisogni” come tutti coloro che vivono in un contesto sociale. L’Anno Europeo deve perciò contribuire a proporre l’immagine del disabile come soggetto cittadino e consumatore, e non più come oggetto di assistenza. Un’altra annotazione importante: le persone disabili sono “cittadini invisibili”. A differenza di quanto accade con altre fasce sociali, discriminate in base ad un pregiudizio di carattere negativo (tossicodipendenti, zingari…), i disabili sono emarginati in quanto vengono ignorati e dimenticati dalla società in senso vasto. Questa assenza di stigma può forse facilitare una campagna per i diritti umani, ma finora ha contribuito al mantenimento di barriere che di fatto escludono il disabile da una piena partecipazione alle proprie comunità. Per di più, con il carattere di “muro di gomma” che può avere questo genere di barriere: mentre per non assumere un sieropositivo devo esplicitare il mio pregiudizio nei suoi confronti, il rifiuto di un disabile può trincerarsi dietro questioni di opportunità pratica apparentemente più condivisibili. Un terzo e importante punto attiene al concetto di “società inclusiva”, che soggiace a questa nuova visione della disabilità. Infatti, se Maometto non va alla montagna, la montagna andrà da Maometto – ovvero, la società non deve portare il disabile al proprio livello ma portarsi al suo. Occorre dunque ridefinire molte pratiche fin banali, dalle modalità di trasporto alla disposizione degli scaffali nei supermercati, per “disegnare un mondo flessibile per tutti” e permettere l’inclusione di tutti gli individui. Nella dichiarazione, per dirla tutta, non mancano punti controversi e un po’ contraddittori. Ad esempio, l’attività da compiere nel 2003 appare concentrata su leggi e norme sociali da promuovere, il che sembra stridere con la (giustissima) constatazione che “le persone disabili formano un gruppo diversificato”, con esigenze spesso peculiari del singolo individuo e non inquadrabili in provvedimenti generici. Ma questo è un problema inevitabile in una dichiarazione di intenti. Più significativo è il fatto che la Dichiarazione di Madrid insista moltissimo su quanto sia cruciale per la piena cittadinanza del disabile l’accesso all’occupazione e la tutela da discriminazioni sul posto di lavoro. Purtroppo, la tendenza generale in Europa sembra essere quella alla precarizzazione dei lavoratori, in qualche caso non senza l’avallo implicito delle politiche comunitarie sulla “occupabilità”, ed è facile ritenere che di questo smantellamento delle tutele i primi a fare le spese saranno proprio i lavoratori di più complesso inserimento. In ogni caso, la Dichiarazione di Madrid è di grande interesse e di portata molto ampia (diversi punti altrettanto importanti devo tralasciarli per ragioni di spazio), e costituisce un punto di riferimento per chiunque intenda proporre iniziative legate all’Anno Europeo in modo non episodico. </p> <p>La lunga Marcia In queste ultime settimane il calendario delle iniziative sul sito ufficiale dell’Anno Europeo delle Persone con Disabilità, www.eypd2003.org, si sta popolando di segnalazioni relative a diverse nazioni. Gli eventi non sono tutti strettamente legati alla celebrazione, ma l’Anno Europeo serve soprattutto ad accendere i riflettori sui “cittadini invisibili” e sulle iniziative da loro – prima e più che per loro – organizzate, orientandole al contempo verso obiettivi di lunga portata nell’integrazione sociale. Su proposte di questo genere legate al 2003 è possibile reperire informazioni sul web – più che su altri media, la cui carente e distorta rappresentazione della disabilità è questione su cui l’EDF stessa propone diverse campagne di pressione. C’è però un’iniziativa direttamente integrata nell’Anno Europeo, che ne costituirà l’aspetto più evidente: la “Marcia delle Persone”, un autobus coloratissimo che attraverserà l’Unione Europea e concentrerà intorno alla propria vistosa presenza campagne di sensibilizzazione ed eventi. Il bus parte dalla Grecia il 23 gennaio, e concluderà il suo percorso in Italia dal 29 ottobre al 4 dicembre; ci sono dunque quasi 10 mesi di tempo per non farsi trovare impreparati al suo passaggio. Inoltre, se passate le vacanze estive a Londra o Stoccolma e vedete spuntare fuori un pullman che sembra uscito direttamente dalla copertina di Sgt. Pepper, saprete di cosa si tratta… Purtroppo, ad inizio 2003 ancora non c’è traccia di un sito ufficiale sulle campagne in Italia; l’Organismo nazionale di coordinamento è stato recentemente istituito presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ma la sua comunicazione appare finora carente. Questo nonostante il nostro paese abbia un ruolo di primissimo piano nell’Anno Europeo, ospitandone a Roma la manifestazione di chiusura il 3-4 dicembre in concomitanza con la presidenza di turno dell’UE. Mi pare che l’Italia, nel suo complesso, non abbia finora proposto molte iniziative concrete entro questa cornice; ci si può augurare che molto “bolla in pentola”, o che ci sia un bombardamento di manifestazioni nei mesi finali del 2003 all’arrivo della Marcia, ma è legittimo temere che si stia un po’ snobbando l’evento. L’opportunità offerta dall’Anno Europeo delle Persone con Disabilità è molto importante per tutti coloro che vivono o operano in questo mondo; è auspicabile che i riflettori che si accenderanno su di esso si mantengano ben vivi anche nel 2004, 2005…, ma questa attenzione è tutt’altro che certa. Insomma: datevi una mossa, prima del prossimo Capodanno!