Skip to main content

Autore: admin

6. La storia di Luca

Luca è affetto da tetraparesi spastica. Luca Pieri ha 50 anni. Nel 1983 si laureato in Scienze Politiche con il punteggio di 110. Luca è sposato con Carla, conosciuta 16 anni fa a Rimini ad un convegno sull’handicap. Insieme hanno una figlia di dieci anni, Bianca, ma i ragazzi in casa sono due. Con Luca, Carla e Bianca vive anche Andrea, in condizione di affidamento. Non è la prima esperienza del genere per la famiglia Pieri. Ce ne sono state già altre nel corso degli anni. Carla, la moglie di Luca, lavora come assistente sociale. Tutti insieme abitano a Bologna in una casa piena di oggetti, libri e giochi.  Una storia apparentemente normale, che anzi meglio si è articolata nei suoi sviluppi nel corso del tempo rispetto ad altre vicende legate alla disabilità. La malattia non ha impedito a Luca di costruirsi una rete affetti, di avere dei figli, di studiare. Eppure c’è qualcosa che non ha mai ingranato per Luca: il lavoro.
Nella nostra società il lavoro riveste una funzione identificativa, oltre a generare reddito. Come si legge più avanti l’inserimento nel mondo lavorativo per Luca ha rappresentato e rappresenta ancora uno scoglio pressoché insuperato. La sua ricerca di un posto di lavoro, che come previsto per legge dovrebbe trovare positiva soluzione, di fatto non ha mai avuto successo. I tentativi di inserimento sono falliti, nonostante le competenze professionali che Luca è in grado di mettere a disposizione del datore di lavoro.

Luca partiamo dalla tua vita scolastica. Quali resistenze hai incontrato?
Le resistenze al fatto che io andassi avanti con gli studi provenivano dai miei genitori, e ci sono state fino all’inizio delle scuole superiori. Poi però vista la mia determinazione sono stato aiutato. In particolare dai miei fratelli.

Fino ad arrivare all’università. Come è stato l’approccio con il sistema?
Mi sono iscritto alla facoltà di Scienze Politiche. Frequentavo per tre giorni a settimana. Avevo scelto i corsi che più mi interessavano. Le altre materie le studiavo a casa. Una cosa che mi sembra importante sottolineare è che con i professori non mai avuto particolari problemi. E ho sempre trovato la loro disponibilità nel rispettare i tempi più lunghi a me necessari per sostenere gli esami.

Luca, nel passaggio dalle scuole superiori verso l’università, hai cercato di lavorare?
Fino alla fine dell’università non mi sono posto il problema del lavoro, almeno inteso come attività retribuita. Ero impegnato come volontario all’interno dell’Aias (Associazione italiana assistenza spastici).

Dopo esserti laureato con ottimo punteggio, si presenta il problema di inserirsi nel mondo del lavoro. Cosa fai, come ti muovi?
Intanto, era abbastanza chiara la consapevolezza, che se era stato relativamente semplice studiare, sarebbe stato molto più difficile trovare una occupazione stabile, riconosciuta e retribuita.
Mi sono iscritto al collocamento obbligatorio, e partendo da quella iscrizione ho fatto una serie di tentativi di inserimento lavorativi in diverse aziende bolognesi. Come la Sasib, per citarne una. Questi tentativi sono abortiti sul nascere. Le aziende mi offrivano soldi per rinunciare al mio posto di lavoro.

Sotto che forma, in che modo ti offrivano denaro? Uno stipendio per stare a casa?
La maniera più diffusa era quella di offrire un indennizzo per la mancata assunzione. Di questo non ero proprio contento, tanto che una volta tentai di fare causa all’azienda che non voleva prendermi in carico. Il pretore ha dato ragione all’azienda!

Con che motivazioni?
Semplicemente: non era possibile trovare una mansione a me adeguata.

Qualche esperienza positiva?
Interessante invece è stata l’esperienza con la casa editrice Il Mulino. Lì c’erano delle difficoltà oggettive di collocamento in azienda, però da parte de Il Mulino c’è stata una disponibilità significativa per realizzare una collaborazione improntata sul lavoro a domicilio. Mi venivano dati dei testi da correggere, materiale cartaceo da trasformare in file e da mettere a punto. Erano traduzioni a cui dare anche una certa forma grafica.

Questa esperienza continua ancora?
No, purtroppo per un periodo non mi è stato possibile lavorare, e quando mi sono ristabilito, quel tipo di collaborazione non era più praticabile.

Cosa fai a questo punto?
C’è l’esperienza in Comune. Lì ero stato assunto con un contratto a termine di 45 giorni per ritirare le dichiarazioni dei redditi. Ma si trattava di una mansione che non potevo assolvere, e sono stato incaricato di inserire dei dati in un archivio elettronico.

Ti è stato rinnovato il contratto?

No, ma questa consapevolezza era mia già all’inizio di quella esperienza.
Attualmente sono in borsa-lavoro in collaborazione con la Virtual Coop. Cerco notizie sul web, e poi le trasferisco sul sito della cooperativa.

Luca, mi sembra di capire che tu abbia una elevata competenza di natura informatica?
Diciamo che me la cavo con tempi paurosamente lunghi dato che per comandare la tastiera al posto del mouse uso un diverso sistema.

Oltre alle specificità legali, ci sono altri problemi, per trovare un lavoro?
Un problema serio riguarda l’assistenza personale sul luogo di lavoro. Un’esperienza interessante in questo senso l’ho vissuta presso la Camera del Lavoro. Non è scontato, in un luogo di lavoro, trovare la disponibilità dei colleghi ad aiutarti a mangiare o ad andare in bagno.

Oggi da dove proviene il tuo reddito?
Da una pensione di stato in primo luogo, dall’indennità di accompagnamento poi, e infine da borse-lavoro e consulenze.

Che genere di consulenza? Cosa dovrei scrivere sul tuo biglietto da visita? Dottor Luca Pieri, laureato in Scienze Politiche e… che altre qualifiche aggiungeresti?

Potrei occuparmi della pubblicazione di testi, di informazione legata alla disabilità, e in questo senso ho fatto parecchie esperienze di consulenza.

Sei ancora iscritto alle liste di collocamento? Arrivano offerte di lavoro?

Per ora no, ma sono in borsa lavoro.

Come sintetizzeresti il tuo impatto con il mondo del lavoro?

Dal mio punto di vista si è trattato del vero scoglio della integrazione del disabile.

Cosa si può fare? Le leggi che attualmente regolano il mercato del lavoro sono adeguate?

Da un punto di formale queste leggi sono abbastanza adeguate, ma manca una cultura condivisa.
Rispetto al collocamento di un disabile in azienda ci sono delle reali pregiudiziali. Il disabile è percepito come un costo, o peggio come un danno all’immagine dell’azienda. Nei vari tentativi di avviamento ho provato spesso questa sensazione. Non c’era neanche la disponibilità a studiare soluzioni.

Raccontami il primo giorno in azienda…

No. Preferisco raccontarti il primo contatto tra me e l’azienda. Era ancora in vigore la legge 482/68. L’ufficio di collocamento mandava una lettera di collocamento a me e una all’azienda. Naturalmente l’azienda non si faceva viva. Dopo un certo periodo di tempo ero io a telefonare. Generalmente si prendeva un appuntamento con il capo del personale. Andavo da solo o con un operatore. La dinamica era sempre la stessa. Il primo incontro era a senso unico: io parlavo e la controparte rispondeva ponendo argomentazioni di carattere negativo.
Raccontavo quello che potevo fare. In particolare ponevo l’attenzione su quelle mansioni impiegatizie che prevedevano l’uso del computer. Seguiva un secondo o un terzo incontro dove l’azienda continuava a rispondere negativamente alle mie richieste.

Ma cosa ti dicevano: nonostante la legge lo preveda lei non può lavorare con noi? E con quali motivazioni sostenevano questa tesi?

Rispondevano affermando che era impossibile trovare una mansione adeguata…

Ma tu non raccontavi che lavoravi già con il computer? Non descrivevi le passate collaborazioni?

Sì, ma non bastava.

Poi, dopo il rifiuto cosa facevi?

Una volta ho fatto una causa, altre volte ho trovato un accordo economico con l’azienda, più spesso chiedevo una mediazione da parte della CGIL, ma anche con il sindacato non si riusciva ad entrare.

Quanti sono stati i tuoi tentativi di inserimento?

Una decina, nell’arco di vent’anni.
Una storia che dura da parecchio. Sei ancora in cerca?
Diciamo che la motivazione è un poco calata.

Finora abbiamo parlato del tuo collocamento nel versante privato. Non hai mai provato nelle strutture pubbliche?
Avrò fatto almeno venti concorsi pubblici. Uno all’anno da quando mi sono laureato. Ma non ho mai superato la prova scritta. Questo risultato può essere interpretato in due modi: o la mia valutazione scolastica non rispondeva alla realtà, e questo solo in parte può essere vero. Oppure il mio compito veniva subito identificato, e classificato volutamente in maniera insufficiente.

9. Sitografia

http://www.handylex.org/
Leggi e disposizioni in tema di handycap.

http://www.emiliaromagnasociale.it/wcm/emiliaromagnasociale/home/disabili.htm
La Regione Emilia-Romagna dà informazioni su contributi e normative. Il sito contiene  inoltre un’agenda di appuntamenti per le iniziative legate all’handicap. Vi sono contenuti gli atti della conferenza regionale sulla disabilità.

http://www.bandieragialla.it
Contiene contributi sulle problematiche legate all’handicap, news, approfondimenti. In particolare contiene informazioni su reti solidali e volontariato.

http://www.disabili.com/
Un giornale online sul mondo dei diversamente abili. Con la possibilità di costruire pagine personali.

http://www.istruzione.it
Il sito del Ministero dell’Istruzione.

http://www.edscuola.it/
Leggi e regolamenti riferiti alla scuola.

http://www.siva.it
Informazioni e valutazione sugli ausili ai disabili.

http://www.edubo.it/edubo/home/home.htm
Portale educational della Provincia di Bologna.

http://www.europalavoro.it/
Sito del Fondo sociale europeo. Da verificare in su

http://www.ausl.bologna.it/ausl/
Sito dell’Ausl bolognese.

http://www.superabile.it/
Portale Inail sulla disabilità. Informazioni e notizie.

Homepage


Informazioni e supporto per gli ausili ai disabili. Un servizio gestito da Aias in convenzione con l’Ausl di Bologna.

http://www.cerpa.org
Il sito del Centro europeo di ricerca e promozione della disabilità.

www.accaparlante.it
Oltre alle numerose informazioni sulle opportunità offerte in termini di servizi, associazionismo e formazione, mette a disposizione un esauriente archivio che censisce le riviste specializzate nel settore dell’handicap.

www.amicidiluca.it
Il sito della “Casa dei Risvegli Luca De Nigris”. Concrete prospettive per un risveglio dal coma.

Agenzie di stampa sociali, per aggiornamenti su quanto che succede nel mondo dell’handicap
www.redattoresociale.it
(a pagamento)

8. Dati regionali, provinciali, nazionali

Presentiamo qui i dati regionali e provinciali riguardanti il collocamento al lavoro dei disabili, e le cifre rappresentative per la scuola e la formazione.

Dati Regionali
Al 31/12/2001 i disabili, uomini e donne in Emilia-Romagna, complessivamente iscritti al collocamento sono 16.986. Di questi, sono immediatamente disponibili al lavoro 9.580.
Il maggior numero di essi risiede nelle province di Bologna e di Modena.
I posti di lavoro disponibili nei prospetti presentati da aziende private e pubbliche sono 12.968. La maggiore disponibilità è nel settore privato, con 11.048 posti.
Complessivamente i disabili già occupati in Emilia-Romagna al 31/12/2000 sono 21.863.
Una situazione che appare a prima vista sostanzialmente in equilibrio. L’offerta supera addirittura la richiesta, se osserviamo i dati riguardanti le persone disabili che si dichiarano immediatamente disponibili al lavoro.
Ma se partendo da questi numeri andiamo a vederne altri, quelli che descrivono i collocamenti effettivi, la situazione appare invece in condizione di stallo.
In Emilia-Romagna al 31 dicembre 2000 le assunzioni effettuate con criterio numerico sono state soltanto 137; quelle nominative (collocamento mirato) 1.868; quelle nominative per convenzione 258.
Al 31 dicembre 2001 assistiamo ad una leggera crescita di questi dati: i disabili assunti con criterio numerico sono stati 194; per indicazione nominativa 1.698; per convenzione 901.
Complessivamente nel 2000 sono stati assunti 2.263 disabili; nel 2001 le assunzioni sono state invece 2.700.
Lo strumento della convenzione è stato quello che di fatto ha portato all’incremento numerico registrato. Dopo l’assimilazione da parte di aziende e amministrazione pubblica delle nuove linee guida indicate dalla legge 68/99, tali convenzioni diventano concretamente operative. Dal  2000 al 2001 assistiamo ad un incremento numerico pari a 643 nuove stipule. Va però sottolineato l’aspetto peggiorativo riguardante l’incremento delle convenzioni, che vanno a creare una sorta di mercato del lavoro “protetto”, paralello a quello “normale”, e con questo non comunicante. Tale negatività è stata poi rafforzata dall’introduzione della “riforma Biagi” sul mercato del lavoro (art. 14). Questa tende ancora di più a smantellare gli ammortizzatori previsti dalla 68/99, e contenuti negli art. 11 e 12.
Queste considerazioni non riguardano direttamente i dati in esame che sono precedenti all’introduzione della”riforma Biagi”, ma rafforzano la convinzione dell’esistenza di un trend d’esclusione dei disabili dal mondo del lavoro, concretizzatosi già in anticipo rispetto alla nuova riforma.
Un’altra considerazione da fare riguarda la scarsa percentuale di mobilità delle liste di collocamento. Nel 2001gli iscritti su base regionale sono 16.986, coloro che si dichiarano immediatamente disponibili al lavoro 9.580. Coloro che iscritti a questa lista hanno trovato lavoro sono soltanto 2.700. Nonostante la disponibilità di 12.968 posti di lavoro.

Dati provinciali
Nella provincia di Bologna gli iscritti al collocamento sono 3.247 al 31 dicembre 2002.
Nell’anno 2003 sono stati avviati al lavoro, con contratti di apprendistato, formazione lavoro, tempo determinato e tempo indeterminato 941 disabili. Di questi 458 sono stati assunti in condizione di convenzione. I dati si sovrappongono nelle percentuali a quelli regionali. Dal 2000 al 2003 cresce il numero delle convenzioni, passando dalle 52 del 2000, alle 458 del 2003.
Rimane sostanzialmente invariato il numero degli iscritti al collocamento: 3.312 nel 2000; 3171 nel 2001; 3247 nel 2002.
Cogliamo una discrepanza tra i dati forniti dal rapporto del 2003 su “I servizi della provincia di Bologna per le persone con disabilità”, e quelli della 1a Conferenza Regionale sulle politiche dell’handicap.
Secondo la provincia di Bologna sono 728 gli avviamenti al lavoro effettuati nell’anno 2000, mentre i dati regionali riducono tale numero a 517, indicando in 382 gli occupati dopo 12 mesi. Qual è il dato reale?

Dati nazionali
I dati che veramente colpiscono e danno il polso della situazione fin qu denunciata riguardano le percentuali di occupazione. Nel 1999/200o risultano occupato solo il 3,9% dei disabili, mentre il dato per la restante popolazione è del 45,3% . Un abisso separa le due cifre. In cerca di occupazione soltanto l’1,5% dei disabili, contro il 7,5% della restante popolazione. Gli studenti, poi, fanno registrare il dato in negativo: tra i disabili sono filo lo 0,9%. I disabili risultano per la maggior parte pensionati (51,7%). Un dato che si ribalta tra i normodotati, dove la percentuali è del 20,2%. Spostandoci lungo l’Italia vediamo che la situazione occupazionale è migliore a nordest (25,3% maschi e femmine disabili occupati) e decisamente peggiore nell’Italia insulare (10,5%).
Anche tra i disabili rimane alta la discriminazione tra uomini e donne con disparità pari a quasi 15 punti percentuali (24,2% disabili maschi complessivamente occupati in Italia contro il 9,6% delle donne).

Sveglia Hanno Buddenbrook, è ora di andare a scuola!

L’orologio a sveglia scattò e si mise a strepitare coscienzioso e spietato.
Era un rumore roco, fesso, più un gracidio che uno scampanellio, giacché lo svegliarono era vecchio e logoro; ma durò a lungo, terribilmente a lungo, perché la carica era completa.
Hanno Buddenbrook si destò spaventato. Come ogni mattina, allo scatto improvviso di quella sveglia maligna e fedele. Lì sul comodino, a un palmo dal suo orecchio, le viscere gli si torsero per la rabbia e la disperazione. In apparenza però rimase calmo, non si mosse, e si limitò a spalancare gli occhi, strappato a qualche confuso sogno mattutino.
Nella camera fredda il buio era assoluto; egli non distingueva alcun oggetto, e non poteva vedere le lancette dell’orologio. Ma sapeva che erano le sei, perché la sera prima aveva messo la sveglia su quell’ora….la sera prima…. Mentre stava supino e immobile, con i nervi tesi, lottando per risolversi ad accendere la luce e a scendere dal letto, gli ritornò a poco a poco nella coscienza tutto ciò che lo aveva penetrato la sera prima….
Era domenica, e poiché aveva dovuto lasciarsi malmenare dal signor Brecht per parecchi giorni di seguito, sua madre in compenso l’aveva portato con sé al  teatro Civico, a sentire il Lohengrin. Aveva vissuto tutta la settimana nella lieta attesa di quella serata. Peccato che prima di una simile festa dovessero sempre accumularsi tante cose spiacevoli, guastando fino all’ultimo momento la libera e gioiosa prospettiva. Ma finalmente il sabato anche le ore di scuola erano terminate, e il trapano aveva ronzato per l’ultima volta nella sua bocca dolorante…. Tutto era passato e superato, perché egli aveva risolutamente rinviato i compiti al di là della domenica sera. Che cos’era lunedì? Sarebbe mai arrivato? Non si crede al lunedì quando alla domenica sera si deve andare al Lohengrin…..Si sarebbe alzato presto lunedì mattina per sbrigare quelle stupidaggini, e basta! E in tanto se n’era andato attorno libero e leggero, covando quella gioia in cuore, aveva fantasticato al pianoforte e dimenticato ogni contrarietà.
Poi la felicità s’era avverata. Era scesa su di lui, consacrazione e delizia, con i suoi brividi segreti, i suoi palpiti, i suoi singhiozzi che scuotono improvvisi l’anima, tutta la sua ebrezza estatica e insaziabile…. Certo nel preludio i violini mediocri dell’orchestra avevano stonato alquanto, e quell’uomo grasso e tronfio dalla barba rossiccia era arrivato nella navicella un pò a balzelloni. Nel palco vicino poi c’era il tutore, il signor Stephan Kistenmarker, e aveva brontolato contro quei divertimenti che distoglievano il ragazzo dai suoi doveri. Ma la dolce, trasfigurata magnificenza dei suoni che udiva lo sollevò al di sopra di tali miserie….
Poi era venuta la fine. La gioia canora e sfolgorante era ammutolita e spenta; con la testa in fiamme, ritrovandosi in camera sua, si era reso conto che appena un paio d’ore di sonno lo separavano dalla grigia realtà quotidiana. Allora aveva vinto una di quelle crisi di sconforto che conosceva tanto bene. Aveva sentito quanto male ci possa fare la bellezza, come possa gettarci nella vergogna e nella struggente disperazione, e annientare tuttavia in noi anche il coraggio e la capacità di vivere la vita comune. Si era sentito cosi terribilmente disperato e oppresso da un peso cosi immane, che come tante altre volte aveva pensato che non potevano essere soltanto i crucci personali ad opprimerlo: fin dal principio un carico aveva gravato sulla sua anima, e l’avrebbe schiacciato un giorno o l’altro.
Poi aveva messo la sveglia e aveva dormito come un sasso, come si dorme quando non si vorrebbe svegliarsi più. E adesso il lunedì era venuto, erano le sei, e lui non aveva preparato una sola lezione!
(Tratto dal romanzo I Buddenbrock di Thomas Mann)

Il personaggio di Hanno, l’ultimo dei Buddenbrock, lo si trova solo nella parte finale del romanzo e si muove soprattutto in un ambito scolastico. La sua è un’esperienza decisamente angosciante scandita dalla  campanella che separa un’ora di lezione dall’altra. E ogni ora è una lenta attraversata in una giungla piena di insidie, con l’orecchio teso ad ascoltare i nomi degli studenti che saranno interrogati. Ma il nostro brano non parla di questo, si colloca prima, al mattino, quando Hanno si sta per svegliare e acquista poco a poco consapevolezza di ciò che lo attende. Vive il difficile passaggio dalla domenica pomeriggio al mattino successivo, quando il giorno di festa declina e il nostro (dico nostro perchè tutti noi lo abbiamo provato) stato d’animo muta. La spensieratezza se ne va e si deve ricominciare una settimana di impegni, interrogazioni, voti e valutazioni continue sulla propria persona; 7 vali, 4 non vali niente, 6 vali pochino…
Nel caso di Hanno (ma è così solo per lui?) esiste un’aggravante, ama la musica, non la scuola, ama l’arte, ama ciò che comunque è lontanissimo (o gli sembra che sia) da quello che studia a scuola. Domenica sera è uscito, con la sua impenetrabile madre, a sentire il Lohengrin, questo gli ha impedito di preparare le lezioni del giorno dopo; sono il giorno dopo, appunto, il presente è ascoltare Wagner al teatro civico e poi “ Non si crede al lunedì quando alla domenica sera si deve andare al Lohengrin”. Qui sta la sua (la nostra) differenza; si cerca di scegliere ciò che piace (in questo caso la poesia e la musica) ma la realtà (scolastica) impone i propri programmi, le proprie misure. Hanno vorrebbe misurarsi con l’arte piuttosto che con le materie scolastiche e questa è una   condizione diffusissima nelle nostre scuole. Sempre più gli insegnanti descrivono la situazione di studenti, magari capaci, ma completamente disinteressati, o meglio interessati solo “alla loro musica e ai loro videogiochi”. Questa situazione di disagio (per studenti, genitori, insegnanti) aumenta nel passaggio alle scuole medie e ancora di più nelle superiori. Anche se gli interessi culturali di Hanno sono più sofisticati, il risultato è lo stesso: il disinteresse. A questo punto una domanda: “come può la scuola integrare anche questi studenti? Come può arginare un impoverimento culturale di cui ne è reponsabile solo in minima parte? Intanto Hanno non vuole abbandonare le sue coperte che sono calde e morbide, fuori c’è il freddo invernale e la scuola con le sue campanelle.

La follia nell’età classica – o in Romania, oggi: gli istituti psichiatrici in un Paese prossimo membro UE

di Massimiliano Rubbi

La Romania, insieme alla vicina Bulgaria, dovrebbe diventare membro dell’Unione Europea a inizio 2007, dopo la firma del trattato di adesione il 25 aprile 2005. Sul tema della salute mentale, tuttavia, sembra esistere un abisso tra gli standard condivisi e praticati nell’Europa occidentale e quelli di questo Paese candidato. E questo non tanto sul piano dei risultati, il che sarebbe forse comprensibile considerando il divario economico con un Paese che già ai tempi del COMECON era tra i più poveri del blocco orientale, quanto, almeno all’apparenza, a livello di impostazione delle politiche sociali mirate al deficit mentale.

Il caso di Poiana Mare
Una temporanea luce internazionale sulla Romania è stata gettata dopo la tragedia avvenuta nei primi mesi del 2004 in un ospedale di Poiana Mare, nel sud-ovest del Paese. Tra gennaio e febbraio 2004, non meno di 17 pazienti di un istituto psichiatrico sono deceduti per denutrizione e ipotermia, e ispezioni di una ONG locale hanno accertato 83 decessi per gli stessi motivi nel 2003. Va rilevato che un rapporto datato 19 febbraio 1998, a cura del Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa, aveva già collegato alla denutrizione ben 25 decessi avvenuti a Poiana Mare nel 1995, invitando le autorità rumene a prendere adeguate misure per migliorare le condizioni di vita nell’ospedale psichiatrico; un funzionario del Ministero della Sanità si impegnò a chiudere l’ospedale e a trasferire i pazienti in strutture più idonee, ma tale promessa non divenne mai realtà.
Amnesty International è stata negli ultimi anni l’associazione più attiva nel denunciare le gravi mancanze del sistema psichiatrico rumeno. Il “caso Poiana Mare” nacque da una sua segnalazione di azione urgente del 20 febbraio 2004, che riportava la notizia dei decessi sulla base delle informazioni raccolte dal CRJ, una ONG rumena per i diritti umani. Nei giorni seguenti i quotidiani nazionali rumeni fornirono ulteriori dettagli: il personale sanitario curò i molti pazienti affetti da pidocchi solo dopo un’ispezione ministeriale; il riscaldamento non era funzionante, mentre la temperatura esterna era di 7 gradi sotto zero; una paziente schizofrenica partorì nell’ospedale senza assistenza e senza che i dottori sapessero nemmeno che era incinta. Un’associazione rumena di pazienti parlò di “genocidio sanitario”. Un paio di teste (i direttori dell’ospedale e del distretto sanitario locale) saltarono, fu avviata un’inchiesta penale sui decessi – poi archiviata senza incriminazioni, una preannunciata visita del Ministro della Sanità trovò condizioni tutto sommato decenti, furono comminate sanzioni (presto cancellate) al personale medico e infermieristico, e le richieste di chiusura dell’ospedale psichiatrico caddero nel vuoto.
Il 19 maggio 2004 Amnesty sospese l’appello urgente, impegnandosi a una campagna con altri mezzi, in particolare la pubblicazione di un memorandum al governo rumeno (4 maggio 2004) sul sistema psichiatrico, cui le autorità governative risposero senza smentire le violazioni dei diritti umani citate ma impegnandosi a migliorare la situazione. Una serie di misure fu adottata dal governo in maggio, ma solo per i 6 ospedali psichiatrici ad alta sicurezza gestiti direttamente dal Ministero della Sanità. Secondo il rapporto annuale 2004 di Amnesty sulla Romania, l’impegno governativo a migliorare le norme sulla salute mentale, previsto per novembre 2004, non era stato mantenuto alla fine dello stesso anno, e in ogni caso le visite di osservatori locali non avevano riscontrato miglioramenti in molti ospedali psichiatrici. Nel marzo 2005 una delegazione di Amnesty in visita al governo rumeno, cambiato dopo le elezioni di fine 2004, ha raccolto segnali più incoraggianti per una riforma dell’assistenza psichiatrica nazionale, ma restano molti dubbi sui miglioramenti concreti da attendersi, anche per la scarsità di risorse apertamente confessata dallo stesso governo.

L’internamento secondo Foucault
Fin qui, tuttavia, il caso di Poiana Mare potrebbe essere inquadrato come il riflesso di una società con un diffuso stato di povertà, dove di conseguenza anche strutture pubbliche risentono delle difficoltà economiche al punto da non riuscire a garantire la salute dei propri pazienti. Del resto, un elemento mai smentito è che le risorse garantite all’ospedale per cibo, riscaldamento e medicinali fossero regolarmente inferiori a quelle necessarie per quel numero di pazienti. Il caso della Romania risulterebbe anche meno scandaloso di quelli che periodicamente la cronaca italiana porta alla ribalta, con case di riposo in cui gli anziani sono tenuti in condizioni inumane, in quanto il contesto sociale in cui queste ultime si collocano è quello di un relativo benessere diffuso.
Tuttavia, come spesso avviene, il diavolo si nasconde nei dettagli. Nel citato rapporto di Amnesty si può anche leggere che “molte persone internate in reparti e ospedali psichiatrici non avevano apparentemente bisogno di alcun trattamento psichiatrico. Molti giovani sono stati inseriti negli istituti solo perché privi di una famiglia e in assenza di programmi specifici per il loro reinserimento nelle comunità di appartenenza”. Lo stesso ospedale di Poiana Mare nasce non come istituzione medica, bensì come centro di internamento per dissidenti del regime di Ceausescu, sia pure etichettati ad arte come “folli”; e proprio a Poiana Mare coesistevano un reparto per malati mentali e uno per persone affette da tubercolosi, ed è attestato un caso di decesso per AIDS non trattato medicalmente.
Queste informazioni richiamano alla memoria le analisi di Michel Foucault su come si è costituita storicamente l’esperienza della malattia mentale, in particolare in Storia della follia nell’età classica. Foucault, in quella che era la sua tesi di dottorato del 1961, descrive come verso la metà del ’600 la follia, in precedenza vissuta entro la società in virtù del suo ambiguo legame al sacro ed elogiata nel più famoso testo di Erasmo da Rotterdam, diventa oggetto di internamento e netta separazione dal corpo sociale. Ma soprattutto, Foucault rileva che la “sragione”, per come viene costituendosi in quel momento storico, non include solo quelli che oggi potremmo individuare come “malati mentali”, ma anche paralitici, mendicanti, indigenti, criminali e libertini – una folla che oggi ci appare del tutto eterogenea, ma che proprio il “grande internamento” istituisce come aliena alla società nel momento in cui la rinchiude in strutture impenetrabili di lavoro forzato. La specificità della follia e il dominio del suo trattamento medico emerge solo verso la fine del ’700, anche se Foucault si impegna a smontare il mito che vede il passaggio cruciale nella “liberazione dei folli dalle catene”, che la leggenda attribuisce al medico Pinel nell’ospedale di Bicêtre nel 1793 (e in realtà opera probabile, in termini più limitati, di un suo successore).
Certo, tre secoli non sono passati invano. Nel ’600 l’associazione tra follia e altre “assenze di ragione” più etiche che cliniche veniva creata quasi dal nulla dall’internamento; ciò che pare avvenire in Romania oggi (e sicuramente è avvenuto con Ceausescu) pare, all’opposto, lo sfruttamento del carattere totalizzante del manicomio per tentare una rieducazione forzata di individui “pericolosi”, qualunque cosa ciò significhi per chi prende tale decisione. L’istituzionalizzazione di persone senza alcun deficit mentale potrebbe però rispondere anche alla necessità di non rendere visibile il loro disagio alla cittadinanza, tramite un’esclusione non per la, ma dalla società. In questo caso, Poiana Mare risponderebbe a una logica sociale non diversa da quella che le autorità di polizia del XVII secolo seguivano internando chi mendicava o praticava costumi non in linea con la morale dominante (segregazione che in alcuni periodi ha riguardato l’1% della popolazione).
Per queste ragioni, ciò che è avvenuto in un’oscura località della Romania ci tocca più di quanto parrebbe. Perché frutto, oltre che di povertà, di una cultura che richiederà molto tempo per modificarsi, anche dopo i miglioramenti economici che auspicabilmente porterà l’adesione all’UE; e perché segno di un’esclusione che in passato ha toccato tutte le categorie di handicap, e il cui superamento è frutto di una decisione di politica socio-culturale che, come sempre, non è mai definitiva.

In viaggio verso la persona

Il Centro Documentazione Handicap di Bologna (CDH), nato nel 1982, ha posto da sempre grande attenzione all’autonomia della persona disabile e al concetto di mobilità ed è stato quindi naturale per il Centro pensare al turismo accessibile e senza barriere e alla conseguente produzione di strumenti d’informazione e formazione che hanno accompagnato e affiancato questo settore. Certo ce ne siamo occupati sempre alla nostra maniera cercando di tenere intrecciati il contenuto – turismo, vacanze, mobilità – con una riflessione di taglio culturale che aiutasse a capire, noi per primi,  che cosa vuole significare l’attenzione ai temi del viaggio e della vacanza nei confronti della costruzione di un’identità piena della persona disabile, costruzione che implica sempre lo smantellamento di stereotipi e l’apertura  di nuove aree di interesse, quali appunto quelle di cui ci stiamo occupando, giudicate non più accessorie ma strutturali per un cambiamento di segno anche sociale.
Il turismo accessibile, allora, ci ha interessato e ci interessa come fattore di “inclusione sociale”: il viaggio, la vacanza, al di là dei diversi modi di realizzarla, rappresenta per tutti uno stacco della quotidianità che può aprirsi a occasioni di conoscenza di altri luoghi e stili di vita. Per la persona disabile esiste un valore aggiunto che va preso in considerazione; viaggiare, spostarsi, vivere un’occasione di vacanza sono tutti momenti in cui sperimentare una situazione di vita normale, slegata dai percorsi specialistici che ancora oggi rischiano di invadere molto degli spazi e dei tempi di vita delle persone disabili.

Gli itinerari tematici

Dai primi anni ’90 il CDH ha iniziato a produrre e a realizzare guide turistiche per tutti.
Quando intorno al 1994 vidi la prima guida turistica per tutti realizzata da Viviana Bussadori mi colpì molto l’attenzione, quasi maniacale, data alla descrizione degli spostamenti da un luogo all’altro “… in questo tratto di marciapiede vi consiglio il lato destro che è meno accidentato…” “… la Chiesa di… ha la piazzetta antistante in acciottolato di fiume, per arrivarci si consiglia di utilizzare il passaggio in lastroni che la circonda…”.
Proprio il concetto di itinerario insieme all’idea di mobilità fanno da riferimento nell’impostazione delle guide e itinerari tematici.
Le guide del CDH hanno sempre proposto degli itinerari in cui si è posta particolare attenzione agli spostamenti da un luogo all’altro, studiando e descrivendo il percorso più adatto  a chi si sposta con l’aiuto della carrozzina o ha problemi di mobilità, andando proprio a scoprire ad esempio il passaggio su marciapiedi provvisti di scivoli o la presenza di posti auto riservati in prossimità dei luoghi di visita.
Sono state queste attenzioni agli spostamenti da un luogo all’altro, inserite nelle descrizioni storiche delle città e dei luoghi da visitare, degli itinerari nella natura, nelle descrizioni dei bar e dei punti di ristoro, che mi hanno fatto capire il vero significato di Guida Per Tutti.
Non è un caso che proprio all’interno del Centro le guide sono state utilizzate e consumate da tutte le persone che ci lavorano, anche per proprie vacanze oltre che per lavoro. Colleghi disabili e obiettori di coscienza, amici appena diventati genitori, Gianluca che si è appena rotto una caviglia giocando a calcio ma non vuole rinunciare ad andare a Mantova con la fidanzata.
Pur sapendo quanto sia difficile spostarsi e fare i turisti nelle città, nelle aree verdi e anche nelle località turistiche propriamente dette non sempre è una impresa impossibile, soprattutto se si parte con uno strumento informativo che aiuti la persona, o chi deve organizzare il viaggio, e che la indirizzi immediatamente verso un itinerario il più possibile senza barriere.
Non uno strumento d’informazione che si snatura in sottrazione (una guida per disabili) ma una guida che si arricchisce di informazioni e descrizioni, con un’attenzione e una sensibilità che nasce dall’idea che viaggiare non è arrivare (nel luogo, accessibile o meno) ma che il raggiungere quel luogo è parte integrante, e spesso anche più importante, del viaggiare in posti e luoghi che non si conoscono.
Inalterati tutti gli stilemi propri della Guida, la storia e la gastronomia su tutto, la qualità e l’affidabilità di questi strumenti di comunicazione riguardano l’altra faccia del viaggio, che è proprio l’informazione verificata e mirata. Verificata perché ogni itinerario proposto nelle guide è sempre stato provato in prima persona, scelta questa impegnativa in termini di costi economici e organizzativi, ma garanzia di affidabilità. Mirata all’idea di dare informazioni organizzate lungo un itinerario di viaggio che permette alla persona non solo di disporre di unità di informazioni, magari anche molto complete ma frazionate, ma di averle in collegamento fra loro, collegamento che rende il più possibile concreta e utilizzabile l’idea che “un ambiente, in definitiva, è accessibile se ciascuno può: raggiungere luoghi ed edifici, entrare (e uscire) da questi edifici, utilizzare tutte le strutture”. (Viaggiare, si può) VALERIA: AUTORI E EDITORE SONO IN FONDO, NELLA BIBLIO, VANNO MESSI ANCHE QUI?

Box

Le Guide per Tutti del CDH

Firenze
Ravenna e Rimini
Garda
Lucca e Pisa
Le Autostrade del Nord – Le Autostrade del Centro e del Sud  1998/1999
Roma     2000
Bologna 2000
Venezia  II edizione 2000
Riviera del Conero
Pienza
Dolomiti II edizione 2001
Palermo   2002

Mantova  2003

 

Formarsi per informare

Realizzare alcune delle guide per tutti del CDH per me è stato, dal punto di vista professionale, un vero e proprio corso di formazione in giornalismo.
Fare una guida turistica è fare informazione.
Acquisire nella mia abitudine lavorativa un occhio particolare all’accoglienza e all’accessibilità di luoghi o eventi ha significato veramente pensare e scrivere per tutti.
Informazione e formazione, dicevamo, è un legame che sarebbe importante superasse i confini di chi, per esperienza professionale o personale, vive o è vicino all’esperienza della disabilità.
Uno degli aspetti che ritengo molto importante è proprio la formazione dei giornalisti. Questo aspetto, in qualche modo, sta emergendo anche in questo periodo di sovraffollamento di iniziative e convegni sul turismo accessibile.
Intendo la formazione dei giornalisti alla fonte, non solo per chi si occupa di turismo o chi si specializza in opere dedicate.
Penso alle scuole di giornalismo, all’Ordine dei giornalisti, agli esami da giornalista professionista; credo sarà importante avviare forme di collaborazione tra chi si occupa di turismo accessibile e queste strutture di formazione. Un’altra barriera potrà essere più facilmente superata quando in questi posti si studieranno anche i testi sull’accessibilità, sulla mobilità, si faranno ricerche sulle guide turistiche per tutti.
Dall’esperienza di lavoro condotta in questi anni dal CDH emergono alcuni punti per una formazione di diverse categorie professionali (dagli operatori dell’informazione agli operatori turistici), coinvolte con differenti livelli di dettaglio e di approfondimento, ovviamente in considerazione delle differenti professionalità.
Questi punti hanno come denominatore comune il taglio culturale, formativo e informativo, la promozione di una cultura sulla persona e sul senso del viaggiare che è, anche, divertimento, rottura degli schemi, conoscenza di sé e degli altri. Si distinguono poi aspetti tecnici e aspetti relazionali.
Gli aspetti tecnici presuppongono la conoscenza del “cliente” e delle sue esigenze in relazione alle varie tipologie di disabilità: ad esempio nello scegliere una struttura alberghiera o un itinerario si deve sapere cosa significa accessibilità e quindi saper interpretare in maniera corretta e critica le informazioni a disposizione, valutarne la reale affidabilità e saper porre le domande giuste sia al cliente sia ai fornitori di servizi.
Gli aspetti relazionali toccano il modo di comportarsi quando si entra in contatto con persone disabili; sono uno snodo fondamentale nella predisposizione di una buona accoglienza e comunicazione.
Di fronte ai meccanismi di difesa che scattano più facilmente nei rapporti occasionali con persone disabili (imbarazzo, evitamento, sostituzione… ), la struttura formativa deve anche essere occasione in cui affrontare il tema dell’immagine mentale e sociale della persona disabile e i meccanismi di discriminazione, spesso sotterranei e non riconosciuti.

Box
1.         Cultura della diversità
– La promozione di una cultura che mette in primo piano la persona.
– Come cambia l’immagine della persona disabile e ruolo sociale: dal deficit alla diversità, alle diverse abilità.
– I meccanismi di discriminazione.
– Quali disabilità?
– Oltre le barriere: architettoniche, culturali, sociali, di comunicazione.

 

2.         Gli approcci al viaggio e alla vacanza
– Il senso di vacanza.
– Inclusione sociale e potenziale economico (Ricerca Touche Ross).

3.         Mobilità e accessibilità
– Il significato e il sistema complessivo della mobilità.
– L’accessibilità nelle strutture, gli interni, gli spostamenti, il concetto di itinerario.

4.         Informazione e documentazione
– Una buona comunicazione per tutti.
– Informazione e formazione, aggiornamento dei dati.
– Opportunità e risorse della rete telematica – Internet.

 

 

Il viaggio verso la persona

Il tempo libero è da sempre uno dei punti di attenzione di chi professionalmente lavora nel “pianeta handicap”, come veniva definito quel particolare mondo popolato da persone che, certo non erano marziani, ma, proprio perché terminologicamente collocati in un differente oggetto celeste,  sicuramente neanche umani.
Scrive Claudio Imprudente, nel celebre articolo Salve sono un geranio, che per una pianta, un vegetale, un diverso, un abitante del pianeta handicap, servono tre movimenti per farla diventare persona: bisogna sforzarsi di mettersi al suo livello, guardarla dritto negli occhi e instaurare con lei una relazione alla pari. Questi tre movimenti sono necessari anche da parte della persona disabile e così si ottiene una vera reciprocità. L’integrazione non è solo l’accoglienza da parte della normalità del diverso, ma anche il diverso che accoglie la normalità in un cambiamento reciproco. Un modello di approccio mentale e culturale è stato sorpassato, un salto di qualità che è insieme politico e culturale è stato fatto. Politico/culturale certo, ma anche culturale/economico.
Lo “scarto” e lo “sforzo” culturale degli ultimi anni è stato proprio far coincidere e incrociare i movimenti da parte della società e da parte delle persone disabili, spostando l’attenzione, finalmente, sulla persona.
Ecco allora che dal coraggio delle persone disabili, dei loro familiari e da chi in questi anni ha lavorato e si è occupato anche di questo tema si è passati alle possibilità e poi all’appetibilità.
Se la persona disabile viene riconosciuta come una persona a tutto tondo, può essere anche un consumatore di pacchetti turistici con dignità di cliente. Dunque di interesse per il mercato, sempre, e per definizione, alla ricerca di nuovi target.
Tutta l’attenzione al turismo accessibile, così di moda di questi tempi, credo segnali anche questo: il pianeta handicap è popolato da persone. E intorno alle persone ruotano sempre fattori politici/economici/culturali.
La valutazione di reale cambiamento/acquisizione rispetto all’attenzione dichiarata credo passi ancora dal significato del viaggio, non del turista, dalle opportunità per la costruzione di un’immagine e di una identità che è necessaria per ognuno di noi e in ogni momento della nostra vita, bambini, adolescenti, adulti.

Viaggi e miraggi

Turismo per tutti: informazione, esperienze, pensieri

INTRODUZIONE

   Viaggiare è bellissimo.
Il viaggio, sin dagli albori, è sempre stato centrale nella nostra storia, la storia dell’uomo e della donna sulla terra.
Ci è stato raccontato dai poeti, dai cantastorie; la tradizione orale ha pensato ai viaggi e alle avventure in terre sconosciute che affascinano tanto i nonni quanto i bambini, poi la musica, i libri, ora il web, con tutti i mezzi di comunicazione a nostra disposizione nel tempo abbiamo s/parlato di viaggio e viaggi.
Viaggiare lo considero un bene primario dell’uomo e delle donne, proprio come l’acqua e il carbone per intenderci, come l’informazione tra l’altro, cioè quei beni di cui l’umanità ha sempre avuto bisogno per lo sviluppo di qualunque attività.
Anche le rivoluzioni nei campi più diversificati hanno attinto significati e parole proprio da quei significati che ognuno di noi ha del viaggio. Elaborati in prima persona e poi collettivamente.
La scoperta dell’LSD, la droga sintetica degli anni ’60-70, il trip, non a caso chiamata “il viaggio” perché altera la percezione della coscienza, e poi il World Wide Web, la tripla w di Internet, una rete di informazione/i grande come il mondo che puoi navigare.
È proprio qui, nell’intreccio tra beni primari, tra informazione e cultura, movimento mente-corpo, (bisogno di) alterazione della normalità, che si insinua il mio viaggiare è bellissimo.
E questo è un territorio di tutti e di tutte. Di tutte le età e le estrazioni sociali. Di tutti i colori. Di tutti diritto.

 

Viaggiare è inutile.
L’umanità, tranne rare ed elitarie eccezioni, non ha mai viaggiato per piacere, solo per costrizione o per far guerra.
E proprio oggi che il viaggio è così raccontato, pubblicizzato, reso feticcio diviene esperienza impossibile, almeno per chi vive nella parte a occidente del mondo. Spesso diventa solo illusorio, tentativo di cambiare qualcosa di noi cambiando la coreografia intorno.
Il viaggiatore si è fatto turista e sempre più vacanziere. I viaggi, le vacanze diventano obblighi sociali da assolvere non per risposta a un bisogno interno di stacco e straniamento ma per convenzioni sociali che spaccano la nostra, unica, vita in sfere separate e artefatte. Si è persa per noi inevitabilmente l’esperienza globale dell’essere attraversati (più che dell’attraversare) che i viaggiatori mitici riportavano per sempre con sé alla fine di ogni ritorno.
In tempi sempre più rapidi ci spostiamo in luoghi sempre più uguali, da cui pretendiamo risposte e stimoli, non in funzione di una comprensione reale, anche se inevitabilmente relativa, di quei paesi e di quelle popolazioni, ma delle immagini convenzionali a cui operatori turistici e addetti all’informazione ci hanno ormai educato. Gli unici viaggi sono spostamenti, i ricordi sono cartoline, i racconti aneddoti.
Per questo mi ritrovo sempre più spesso a pensare che lasciare l’aria entrare nei pensieri della mia testa  sia oggi l’unico viaggio per cui valga la pena di spendersi.

Di Francesco Ghighi di Paola e Giovanna Di Pasquale

 La lettura    

Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa sapere con precisione quanti – avendo in tasca poco o punto denaro e, a terra, nulla che mi interessasse in modo particolare, pensai di andarmene per mare, a vedere la parte del mondo ricoperta dalle acque. È uno dei miei sistemi per scacciare la tristezza e regolare la circolazione del sangue. Ogniqualvolta mi accorgo che la ruga attorno alla mia bocca si fa più profonda; ogniqualvolta c’è un umido tedioso novembre nella mia anima; ogniqualvolta mi sorprendo fermo, senza volerlo, davanti alle agenzie delle pompe funebri o dietro a tutti i funerali che incontro; e, specialmente, ogni qualvolta l’insofferenza mi possiede a tal punto che io devo far appello a un saldo principio morale per trattenermi dal discendere in strada e buttar giù metodicamente il cappello in testa ai passanti, giudico allora sia venuto il momento di prendere il mare al più presto possibile.
Herman Melville, Moby Dick, libro primo

 

Giù, giù, giù. Avrebbe mai finito di cadere? “Chissà quanti chilometri è che sto cadendo?” disse a voce alta. “Starò avvicinandomi più o meno al centro della terra. Vediamo un po’: dovrebbe fare un seimila chilometri e qualche di profondità, penso…” (giacché, dovete sapere, Alice aveva imparato molte cose del genere durante le lezioni a scuola, e benché questa non fosse l’occasione più adatta per far sfoggio di cultura, dato che il pubblico era scarsino, tuttavia era sempre il momento buono per fare un po’ di ripasso) “… sì, dovrebbe essere la distanza esatta…ma  allora chissà a quale Latitudine o Longitudine mi trovo!”
(Alice non aveva la minima idea né sulla Latitudine né sulla Longitudine, ma erano pur sempre dei gran bei paroloni da tenere pronti.)
A questo punto riattaccò: “Chissà se sto attraversando tutta la terra! Che numero sbucare fra quella folla di gente che cammina a testa in giù! Tantipodi, se non erro…” (stavolta fu abbastanza contenta che non ci fosse nessuno a ascoltarla, questa parola non le appagava l’orecchio) “… ma dovrò chiedergli il nome del paese, naturalmente. Scusi, signora, qui siamo in Nuova Zelanda o in Australia?” (e mentre parlottava cercò di fare la riverenza – figurati, fare la riverenza intanto che stai precipitando nel vuoto! Credete di esserne capaci voi?) “Penserà che io sia una paesanella ignorante! No, non sarà proprio il caso di far domande: ci sarà pure un cartello stradale da qualche parte”.
Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie

 

Sostengo – disse Andrew Stuart – che le probabilità sono a favore del ladro, che non può non essere un uomo abile!
Andiamo, via! – rispose Ralph – non c’è più un solo paese nel quale possa rifugiarsi.
Per esempio!
Dove volete che vada?
Io non lo so – rispose Andrew Stuart – ma, dopo tutto, la Terra è abbastanza vasta.
Lo era una volta… – disse a mezza voce Phileas Fogg. Poi: Sta a voi tagliare, signore – aggiunse presentando le carte a Thomas Flanagan.
La discussione restò sospesa durante il robbie. Ma subito Andrew Stuart la riprendeva  dicendo:
Come, un tempo! Forse che la Terra è diminuita per caso?
Senza dubbio – rispose Gauthier Ralph – Sono dell’opinione del signor Fogg. La Terra è diminuita, giacché la si percorre adesso dieci volte più presto di cento anni fa. Ed è questo che, nel caso di cui ci occupiamo, renderà le ricerche più rapide.
E renderà anche più facile la fuga del ladro!
A voi giocare, signor Stuart – disse Phileas Fogg.
Ma l’incredulo Stuart non era convinto e, a partita finita:
Bisognerà convenire – riprese – che avete trovato un modo ameno per dire che la Terra è diminuita! E così, siccome se ne fa adesso il giro in tre mesi…
In ottanta giorni solamente – rispose Phileas Fogg.
Jules Verne, Il giro del mondo in ottanta giorni

 

Dissi che avrei provveduto io a fare i bagagli.
Mi vanto alquanto della mia abilità nel riporre la roba. Fare i bagagli è una delle tante cose nelle quali sento di essere più esperto di qualsiasi altra persona al mondo (e mi sorprende, a volte, constatare quanto siano numerose tali cose). Convinsi George e Harris della mia capacità e dissi loro che sarebbe stato preferibile se avessero lasciato fare soltanto a me.
Essi accettarono la proposta con una prontezza che ebbe dell’incredibile. George caricò la pipa e si allungò sulla poltrona; Harris, dal canto suo, appoggiò le gambe al tavolo e accese un sigaro.
Questo non corrispondeva affatto alle mie intenzioni naturalmente…
In ogni modo modo, non dissi niente e cominciai a metter via ogni cosa. Il lavoro risultò essere molto più lungo di quanto avessi creduto; ma finalmente terminai di riempire la valigia, e vi sedetti su, e strinsi le cinghie.
– Non ce li metti gli stivali? – domandò Harris.
Mi guardai attorno e constatai che li avevo dimenticati. Ecco com’è Harris. Si era ben guardato dal pronunciare una parola prima che io avessi chiuso la valigia e stretto le cinghie, naturalmente. E George rise, con una di quelle sue risatine esasperanti, insensate, simili al raglio  di un somaro, che mi rendono furente.
Riaprii la valigia e vi ficcai dentro gli stivali; poi, proprio mentre stavo per richiuderla, mi balenò nella mente un’idea orribile. Avevo ricordato di metterci lo spazzolino da denti? Non so come sia, ma non riesco mai a ricordare se ho già messo nella valigia lo spazzolino da denti. Lo spazzolino da denti è un oggetto che mi ossessiona quando viaggio, e che mi infelicita l’esistenza. Sogno di non averlo messo nella valigia, mi sveglio di soprassalto, madido di freddo sudore, e salto giù dal letto e dò la caccia allo spazzolino. Poi, al mattino dopo, lo metto nella valigia prima di essermene servito, e devo riaprire la valigia per prenderlo; e, naturalmente, è sempre l’ultimo oggetto che vi trovo; in seguito, rifaccio la valigia e dimentico lo spazzolino da denti, e devo salire di corsa al primo piano all’ultimo momento per prenderlo, e sono costretto a portarlo alla stazione avvolto nel fazzoletto.
Naturalmente ora dovetti togliere dalla valigia ogni maledetto oggetto, e naturalmente non riuscii a  trovare lo spazzolino. Frugai dappertutto fino a ridurre ogni cosa nello stesso stato in cui doveva essersi trovata prima che il mondo venisse creato, quando regnava il caos. Naturalmente, trovai almeno diciotto volte gli spazzolini da denti di George e di Harris, ma non riuscii a trovare il mio.
Rimisi tutto nella valigia, un oggetto per volta, scrollandolo prima a mezz’aria e finalmente trovai lo spazzolino dentro uno stivale.
Riempii allora di nuovo, e richiusi, la valigia.

Jerome K. Jerome, Tre uomini in barca (per non parlar del cane)

La spiritualità nelle persone con disabilità

“Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”  (Gv. 20, 29)

Questa è l’ultima frase del Cristo risorto nel Vangelo secondo Giovanni: è la sua promessa finale, che riassume in

sé l’insegnamento di Gesù, la Sua «Buona Notizia» a tutti gli uomini. In questa frase è racchiusa anche la questione della spiritualità della persona cosiddetta disabile. È una promessa, ma è anche una sfida: infatti questa frase è rivolta a Tommaso, cioè al discepolo che aveva detto: “Se non vedo non credo”. Gesù non condanna questa mancanza di fede, ma invita ogni credente a rendere più autonoma e adulta la sua fiducia nella Resurrezione e afferma che in questo sta la vera beatitudine. Giovanni non riporta il discorso della montagna, dove Gesù aveva proclamato le otto Beatitudini (Mt. 5, 1-12), ma in un certo senso le riassume tutte in questa frase finale.
Le Beatitudini presenti in Matteo e in Luca rappresentano il cuore del messaggio cristiano: sono il ribaltamento totale della logica di questo mondo.
Giovanni, fin dal prologo, presenta la lotta fra le tenebre e la luce, tra il kosmos e il logos che entra in esso per cambiarlo, per rovesciare dall’interno la sua logica, per liberare l’umanità dal
“principe di questo mondo”. Quindi sarebbe strano che in questo contesto mancasse ogni riferimento al discorso più rivoluzionario mai pronunciato da Cristo.
“Beati i poveri in spirito”, alla lettera i “mendicanti dello spirito”, quelli che, essendone privi, lo cercano, lo desiderano. Non è una povertà passiva di chi semplicemente prende atto della sua situazione, ma la felicità di chi lotta, di chi crede, e proprio perché non ha questo bene lo cerca.
Così, le altre Beatitudini sono altrettante sfide che Gesù lancia in ogni tempo partendo proprio dalle persone che, secondo la mentalità comune, non potrebbero neanche raccoglierle. La condizione di povertà o di disabilità non viene assolutizzata da Cristo nel senso letterale della parola, non è sciolta e messa da parte come una condizione a sé, ma viene presa come immagine più evidente della condizione umana. Ad esempio, al termine della discussione con i Giudei conseguente alla guarigione del cieco nato, Gesù dice: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane”. (Gv. 9, 41). La situazione di cecità fisica di un uomo diventa per Cristo paradigmatica di quella umana.
D’altra parte, da tutta la Sacra Scrittura non emerge una categoria dell’handicap. Questa può sembrare una banalità: la Bibbia è stata composta nel corso di migliaia di anni e i suoi ultimi libri risalgono a circa 20 secoli fa. La “categoria handicap” è un prodotto dell’epoca industriale, nella quale chi non era adatto a produrre era automaticamente considerato disabile. Ma poiché nella Bibbia e negli altri classici della letteratura sono affrontati tutti i temi fondamentali dell’esistenza umana, la mancanza della categoria dell’handicap può significare che nella Weltanschauung divina non esistono persone più disabili di altre.
La Scrittura è ricca di riferimenti a persone che oggi rientrerebbero nella categoria delle disabilità. Pensiamo al celebre passo messianico di Isaia:

  1. “Lo spirito del Signore Dio è su di me

perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione;
mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri,
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,
a proclamare la libertà degli schiavi,
la scarcerazione dei prigionieri.

  1. a promulgare l’anno di misericordia del Signore  

per consolare tutti gli afflitti” (Isaia 61, 1-2)

che sarà ripreso da Gesù (Luca 4, 18-19). In questi brani i poveri, i ciechi, gli oppressi, i miseri, rappresentano tutto il popolo di Israele. Il Messia viene per tutti e tutto il popolo lo attende come se fosse composto essenzialmente da poveri, ciechi, oppressi, miseri. È interessante anche notare come la lingua ebraica, così povera di termini, ne abbia invece una grande varietà per definire le diverse sfumature dell’emarginazione. Ogni situazione di difficoltà, di debolezza ha un suo vocabolo appropriato e ciò va esattamente contro alle generalizzazioni astratte.

Nella Bibbia ci sono molti appelli alla solidarietà nei confronti dei poveri, ma è interessante notare come la motivazione di questi richiami morali sia il ricordo che il popolo ebraico era stato nella condizione di povertà e di esilio, e che questa condizione non era semplicemente passata, ma continuava ad appartenere all’essere più profondo di quella comunità:

‘’ Non molesterai il forestiero né lo opprimerai,
perché voi siete stati forestieri nel Paese d’Egitto’’ (Esodo 22, 20).

Il diritto della donna con deficit alla visita ginecologica

A Roma da pochi giorni presso il consultorio familiare diocesano "Al Quadraro" è stato aperto un servizio rivolto specificatamente alle donne disabili.
Tale consultorio attualmente è dotato di un apparecchio ecografico completo di sonde, monitor e stampante a colori, oltre alla presenza di un lettino ginecologico adattato per i vari tipi di deficit fisici; l’ambulatorio, inoltre, è privo di barriere architettoniche e possiede dei servizi igienici adeguati. Infine tale centro è caratterizzato dalla presenza di personale medico volontario, appositamente formato per assistere le pazienti disabili.
L’obiettivo di questo consultorio è quello di "promuovere la salute della donna in tutte le fasi della vita, sia in termini di prevenzione che d’intervento mirati" come spiega la dottoressa Enrica Cichi, responsabile del Centro; e aggiunge: "Si effettueranno interventi sanitari in ambito materno infantile… Tutte le consulenze possono essere accompagnate da un sostegno psicologico, etico e legale, per il singolo e per la coppia, e da una consulenza ostetrico ginecologica e neuropsichiatrica."
Tale consultorio, già attivo sul territorio da ormai dieci anni, è comunque aperto a tutto il pubblico per quattro giorni alla settimana; attualmente ha aperto questa nuova sessione rivolta appunto alle donne con deficit fisico. Per quanto concerne l’assistenza a donne con deficit psichico, il servizio veniva già erogato in passato anche attraverso la presenza di un neuropsichiatra.
È stato raggiunto un traguardo oppure si è creata un’ulteriore divisione tra i cosiddetti "normali" e "disabili"?
Difficile dirlo, anche perché tale valutazione varia a seconda dei diversi punti di vista considerati.
Sicuramente si tratta di un progetto molto innovativo visto che offre non solo consulenza a livello fisico, ma anche psicologico; spesso, infatti, la donna con deficit si trova a dover affrontare diversi ostacoli in tale campo: può risultare complicato fare una semplice visita ginecologica a causa dei suoi impedimenti fisici; ancora più difficile è seguire la maternità della donna disabile o, prima ancora, guidarla nel percorso che la porterà ad avere una gravidanza. E ovviamente, questi ultimi esempi, e non solo, richiedono anche  un sostegno psicologico non essendo situazioni facili da affrontare.
Pertanto è lodevole l’apertura di questo Servizio a Roma. Il problema però è un altro: perchè un solo  Centro in tutta Italia? Tutte le donne disabili si dovranno recare a Roma da oggi in poi per fare una semplice visita ginecologica adeguata oppure, come è più ovvio pensare, le "non – romane" dovranno rinunciare a tale servizio e accontentarsi dei soliti ginecologi, privi di attrezzature adeguate e magari con ambulatori irraggiungibili a causa della presenza di barriere architettoniche?! Da considerare, infatti, che già può essere imbarazzante per una donna dover affrontare una visita ginecologica; tale stato aumenta nel caso in cui si incontrino delle difficoltà nell’eseguire la visita e che talvolta possono addirittura impedire una diagnosi completa.
È particolare anche il fatto che tale Centro sia stato d’iniziativa della Diocesi, in collaborazione con il Comune e la Provincia di Roma. E le Ausl? Perché tale tipo si servizi non vengono erogati dalle Aziende Sanitarie? E perché non sono presenti sull’intero territorio nazionale? A tutte le donne disabili e non, residenti al Nord, al Centro o al Sud dovrebbero essere garantite visite mediche adeguate e soddisfacenti.
Da considerare ovviamente anche il fatto che i problemi che si incontrano nell’affrontare una visita ginecologica possono riguardare anche tutte le altre tipologie di visite mediche. Può capitare, infatti, di incontrare ambulatori caratterizzati da impedimenti architettonici, oppure con lettini troppo alti o troppo stretti, ecc.
Per quanto riguarda, invece, il personale medico e sanitario in generale, tutti dovrebbero avere una preparazione adeguata ad incontrare i vari "tipi" di pazienti, compresi quelli disabili ovviamente. Un’altra osservazione merita il fatto che questi medici impiegati nel nuovo Consultorio fanno del volontariato, rivolto appunto alle donne con deficit. Perché devono essere dei volontari ad eseguire queste visite? Le donne con deficit non dovrebbero essere considerate alla pari delle altre donne e, pertanto, meritare un medico ugualmente retribuito?

La Signora Locomotiva

Il lavoro triennale svolto dal Progetto Calamaio nel territorio della Bassa Bresciana ha coinvolto 57 classi di 25 scuole diverse, dalle scuole dell’infanzia fino alle medie superiori incluse, per un coinvolgimento diretto di 18 comuni (Alfianello, Bagnolo Mella, Brandico, Dello, Gambara, Ghedi, Gottolengo, Isorella, Leno, Lograto, Maclodio, Manerbio, Pontevico, Pralboino, San Paolo, Seniga, Verolanuova).
È stata un’esperienza straordinaria, frutto dell’équipe di animatori ma soprattutto della disponibilità e collaborazione del corpo docente, del supporto dei Direttori Didattici e dei Capi d’Istituto e dell’entusiasmo degli alunni e degli studenti che hanno realizzato moltissimo materiale di documentazione (disegni, temi, storie, giochi, eccetera). Abbiamo raccolto questo materiale e cercato di riversarlo in una pubblicazione, La signora locomotiva (a cura di Roberto Ghezzo e Roberta Giacobino, con la splendida grafica realizzata da Miranda Di Pietro) al fine di testimoniare da un lato l’efficacia del lavoro educativo svolto e dall’altra la ricchezza e varietà delle esperienze realizzate, collegate nel loro insieme dalle finalità perseguite, ma anche diverse per metodologia, strumenti e materiali prodotti. Tale pubblicazione è pensata innanzitutto per essere piacevole e di pronta fruibilità (anche per i bambini e i ragazzi), un buon strumento di informazione per chi non ha mai conosciuto il Progetto Calamaio.
Vogliamo ricordare la nostra collega animatrice Cinzia Pirazzini, che è scomparsa di recente, e che dall’inizio alla fine di questi tre anni di lavoro ha infuso nell’incontro con bambini, insegnanti e genitori, tutta la sua grande umanità e simpatia, rendendo il Progetto qualcosa di unico e bello. Questa pubblicazione è stata possibile grazie al contributo dell’Assessorato ai Servizi Sociali del Comune di Ghedi.
Per chi sia interessato ad avere una copia de “La signora locomotiva” la può chiedere direttamente  a noi, telefonando allo 051/641.50.05 o mandando un’e-mail a questo indirizzo: cdh@accaparlante.it

E poi ci troveremo come le star…al Roxy Bar!

Ecco, anche stasera mi stanno preparando, insieme agli altri “colleghi” boccali di birra, per essere trasportato in uno dei tanti tavoli del locale. Anche stasera c’è il pienone, e andrò a rallegrare con un po’ di buon malto le persone che cercano un po’ di svago. In che tavolo sarò servito? A quanto pare mi sto dirigendo verso quel gruppo di amici, che stanno ridendo scherzosi, ma… uno di loro è in carrozzina! Speriamo che non si mettano a fare solo discorsi sui disabili! Ops, forse dovrei dire diversamente abili, per usare un termine che sento dire sempre più spesso dalla gente. Comunque, sempre lì, questi diversamente abili, a chiedere pensioni di invalidità, pass per entrare in centro con l’auto, agevolazioni fiscali sull’acquisto di un computer, abbattimento delle barriere architettoniche… Barriere? Ecco, lo sapevo, stanno proprio parlandone in questo momento. Uffa, sarà la solita noia, il disabile che si lamenta perché non riesce a fare le scale e non c’è l’ascensore, o perché non può entrare nei negozi se c’è anche un solo gradino all’esterno… Non è che si possono cambiare tutti i palazzi solo per una categoria di persone, una minoranza, o no? Ma vediamo cosa dicono, sono curioso. Inizia a parlare Mario, a quanto pare di mestiere elettricista. Una volta si è trovato a dovere trasportare un frigorifero in un palazzo con molti piani e ovviamente la persona che aspettava il frigorifero stava all’ultimo! Meno male, c’era l’ascensore, ma… Una chimera! L’ascensore era troppo stretto! Frigorifero in spalla, allora… Ridono, nel gruppo, mentre Mario muove le braccia con ampi gesti per evidenziare il poco spazio dell’ascensore e la grandezza invece del frigorifero. Sorge spontanea una considerazione da parte di tutti: se l’ascensore fosse stato accessibile veramente, o diciamo a norma di legge per consentire l’entrata di una carrozzina, ci sarebbe passato anche il frigorifero! E Mario si sarebbe risparmiato una bella sudata! Uno degli altri amici ha un altro aneddoto: è un manager di successo e viaggia sempre per lavoro, su e giù dagli aerei, fuori e dentro gli hotel; spesso sta fuori città anche parecchie settimane, e porta con sé valigie e borsoni molto voluminosi, tra vestiti, computer portatile, documenti dell’ufficio… Certo è un uomo forte, abituato al movimento, ma ogni tanto rimpiange di non trovare una rampa al posto dei gradini! Le valigie, con le rotelline sotto, sarebbero molto più comode da trasportare su un pavimento in salita piuttosto che sollevate a braccia su per una scalinata! Anche qui a ridere, al pensiero del robusto Luca che si “arrampica” con i borsoni, stremato dal fuso orario… Interviene di nuovo Mario, novello papà, a raccontare di come sua moglie si lamentasse sempre, durante la gravidanza, di tutti gli ostacoli che trovava per la strada, negli uffici, nei palazzi, nei negozi… camminare con il pancione non era così semplice! Tante volte non ci si rende conto di quante barriere architettoniche ci siano fuori casa, o magari anche dentro casa!, finché non ci si trova con i movimenti limitati. Bravo Mario, commentano gli altri, e aggiungono altri esempi, i primi che vengono in mente tra una sorsata di birra e l’altra: mamme che girano con i figli piccoli nei passeggini, ragazzi che si sono rotti una gamba a sciare, persone anziane che camminano con il bastone… E poi ancora tanti mestieri, come Mario l’elettricista: i facchini, i fornitori dei negozi, i pony express… Persone che devono tutte trasportare dei pesi, e spesso si ritrovano a farlo in luoghi pieni di barriere architettoniche: non che non ci riescano, non sono disabili, quindi alla fine ci riescono, però che fatica! O anche i volontari sulle ambulanze, che spesso si trovano ad esempio a trasportare barelle su e giù per marciapiedi con gradino, senza la famosa “discesina” per le carrozzine… Interessanti, questi racconti, perché portano alla conclusione di una grande svolta culturale, di un ribaltamento della situazione tradizionale: un mondo accessibile ai disabili è un mondo accessibile a tutti! Lo dice con un grosso sorriso l’amico Claudio, quello del gruppo che è in carrozzina. Non si tratta di fare battaglie e di chiedere dei diritti solo per una categoria di persone, una minoranza, una nicchia della società. È vero, i disabili sono una minoranza, ma quello che vorrebbero che fosse realizzato per loro aiuterebbe parecchie altre persone, anzi, decisamente aiuterebbe tutti! Perciò abbattere una barriera anche solo per una persona significa comunque fare il bene della collettività. Ciò che migliora la qualità della vita dei disabili, migliora la qualità della vita di tutti. Sembrano slogan, se la ride Claudio, e anche gli altri amici lo prendono in giro, gli dicono che parla come le pubblicità televisive. Già, però è anche vero che allargare la logica di una minoranza a quella della maggioranza è un ribaltamento di prospettiva importante, e per niente banale, anche se a prima vista può sembrarlo. È il ribaltamento che fa emergere quel qualcosa in più affinché si diffonda una volta per tutte la cultura dell’abbattimento delle barriere architettoniche. L’ultimo amico del gruppo fa l’educatore di un ragazzino disabile, e racconta il nervoso che prova ogni volta che vede una struttura appena costruita, magari un nuovo cinema, in cui i costruttori non hanno pensato a determinati problemi di mobilità. Sono strutture nuove, c’è una legge sull’abbattimento delle barriere architettoniche in vigore dal 1989, usiamola! Già ristrutturare i vecchi edifici, musei, chiese sembra un’impresa impossibile, perché si ha paura di “deturpare” le strutture già esistenti, se poi non si fa attenzione neppure al nuovo… Manca proprio la cultura giusta, concludono tutti. Per questo non è una banalità dire che ci sono delle vere e proprie barriere culturali, oltre che fisiche!
Oh, ma come? Se ne stanno andando, lasciano il locale. Beh, almeno stasera mi sono ritrovato in una tavolata molto interessante oltre che divertente, e anche molto istruttiva! Cin cin a tutti allora! E quando siete per strada e trovate un ostacolo, ripensate a questa serata!

“Cartoline per tutti”

Come è nata l’idea di occuparti di turismo?

Ho sempre amato l’idea del movimento e della libertà e apertura mentale che il viaggiare offre. Decisi di studiare alcune lingue straniere tra cui l’inglese, il francese, lo spagnolo e il tedesco. Dopo la laurea in Scienze Politiche era  tanta la voglia di  esplorare il mondo e il mondo fu generoso. Mi spalancò i suoi orizzonti e per dieci anni lavorai come Project Manager e Information Officer alle Nazioni Unite (ONU) risiedendo o viaggiando in vari Paesi del mondo nella mia veste di manager e di relatrice in convegni internazionali (mass-media,  donne e leadership, persone disabili, turismo per tutti). Ho visitato per lavoro e per vacanza  quattro dei cinque continenti sulla mia quattro ruote cioè la  sedia a rotelle che uso dall’età di sei anni. Nel 1995 accettai degli incarichi dirigenziali rientrando così in Italia. Su richiesta del Dipartimento del Turismo, all’epoca facente parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri, rappresentai come esperta l’Italia su “Turismo per Tutti – Vita Indipendente” presso la Commissione Europea (Belgio). Decisi anche di riprendere a carezzare un mio vecchio sogno… curare quel talento che avevo manifestato già all’età di pochi mesi di vita: “la comunicazione”. Così durante la settimana lavoravo in Friuli e i fine settimana li trascorrevo a Milano per seguire un corso biennale di doppiaggio. Da tre anni ho intrapreso una nuova carriera che è quella dell’autrice, scrittrice e conduttrice radiofonico-televisiva specializzandomi in turismo e in comunicazione dopo alcune esperienze all’estero di conduzione televisiva di programmi inerenti il turismo, come ad esempio Travelog per la televisione Channel 4 in Gran Bretagna. Così nel 2002 ho ideato un programma radiofonico sul turismo e i viaggi che contiene itinerari e informazioni utili a tutti, inclusi i turisti a mobilità ridotta temporanea o permanente. Tra le varie emittenti radiofoniche nazionali alle quali lo avevo presentato, Radio24/Il Sole 24 Ore mi è sembrata la più interessante per presentare questo magazine di servizio sul turismo, unico nel suo genere nel panorama italiano. Da lì è iniziata l’avventura con “Cartoline per Tutti”, che curo e conduco dall’agosto 2002,  in onda le domeniche alle 13.30.

In base alla tua esperienza chi sono i turisti a mobilità ridotta a cui spesso dedichi attenzione nel tuo programma “Cartoline per Tutti”?

Chi sono? Le donne in cinta, le persone con un arto ingessato, i genitori con i bambini piccoli ma anche i turisti con allergie da polline, ambientali o alimentari, i turisti con disabilità motorie o sensoriali o mentali o invisibili, i viaggiatori obesi o seniors, e perché non includere anche le persone vegetariane, celiache e in ultimo chi non ha accesso a molte strutture perché viaggia con il proprio animale domestico. Pensiamo alla popolazione italiana: il 12% è anziana (over 60 anni),  il 9% è obesa,  il 10% ha una qualche forma di disabilità visibile e non, senza contare le persone allergiche, i genitori con i bimbi piccoli, le donne in stato interessante. Tutti potenziali turisti che si ritrovano in condizioni di ridotta mobilità. “Cartoline per Tutti”, pur non essendo un programma rivolto ai turisti con mobilità ridotta temporanea o permanente è l’unico programma a livello nazionale di questo genere che presta loro particolare attenzione. In Italia ci sono informazioni e gruppi attivi nel contesto di un turismo di qualità e per tutti, ma ho l’impressione sia tutto ancora a macchia di leopardo e l’informazione spesso non usa parametri standard e non circola bene. Ecco che allora ho pensato di far incontrare attraverso il microfono la domanda e la richiesta turistica.

Cosa intendi per parametri standard?
Se penso alla disabilità allora faccio riferimento ai parametri della Classificazione Mondiale della Sanità (OMS).Il punto focale della classificazione dell’OMS è la sequenza di definizioni che porta dalla menomazione all’handicap. La menomazione è il danno biologico che una persona riporta a seguito di una malattia (congenita o meno) o di un incidente. La disabilità è l’incapacità di svolgere a vari livelli le normali attività della vita quotidiana a seguito della menomazione. L’handicap è lo svantaggio sociale che deriva dall’avere una disabilità. Ad esempio, una persona su sedia a rotelle è sicuramente disabile, ma potrebbe potenzialmente non essere handicappata (parola inglese che significa “svantaggiata”) se venissero eliminate tutte le barriere architettoniche permettendole  l’accesso ai vari  settori della vita sociale. Infine, oggigiorno l’OMS evidenzia che una persona va considerata nell’insieme delle sue  abilità e talenti e non in base a ciò che non riesce a fare.
Sempre con riferimento alle Nazioni Unite e al turismo vorrei aggiungere che i principi e i valori che sono alla base delle Norme Standard delle Nazioni Unite e del Programma di Azione Mondiale per le Persone Disabili dell’ONU e delle sue agenzie specializzate in merito alla mobilità ridotta e al turismo sono accettati anche dall’Italia quale sua Paese membro. Le Nazioni Unite così definiscono le eguali opportunità: "il processo attraverso il quale i vari sistemi della società e l’ambiente, come i servizi, le attività, l’informazione e la documentazione,  siano messi a disposizione di tutti, particolarmente alle persone con disabilità”. Nel 1994 l’ Assemblea Generale adottò le Regole Standard per le Pari Opportunità delle Persone Disabili che riassumono in 22 regole il Programma di Azione Mondiale. Delle regole la n. 11 incoraggia gli Stati perché sensibilizzino l’industria turistica e i suoi operatori nel formare adeguatamente il personale e nell’offrire un servizio turistico fruibile da tutti incluse le persone con  disabilità. Io cerco di farlo per quelli che sono gli strumenti che ho a disposizione.
Certamente le campagne di sensibilizzazione delle Nazioni Unite prima e poi dell’Unione Europea hanno giocato un ruolo fondamentale in materia di pari opportunità per tutti anche nel settore ludico e turistico. Si è affermata la consapevolezza del diritto a viaggiare di chi ha una mobilità ridotta e di offrire un turismo di qualità da parte degli operatori del settore. Le chiavi sono: informazione e formazione adeguate, strutture turistiche e  luoghi  di vacanza a misura d’uomo, mezzi di trasporto o itinerari accessibili e privi di barriere. E non dimentichiamo il momento di svolta nell’ambito della legislazione turistica italiana  segnato dalla Legge Quadro n. 135 del 2001 che per la prima volta include a pieno titolo disposizioni in materia di turismo per tutti.

Cosa sta accadendo da un punto di vista pratico in Italia? Ci sono agenzie o operatori turistici che includono località e itinerari fruibili anche dalle persone con disabilità, siano esse motorie, sensoriali, mentali o invisibili?

Per l’Italia ci sono dei gruppi, specie associazioni più o meno conosciute, che cercano di attrezzarsi per promuovere un turismo per tutti. Personalmente ho l’impressione però ci sia molto da fare perché non diventi un turismo “specializzato” cioè gestito solo da gruppi che ruotano nel settore sociale, del volontariato o che ricevono sostegni dalla Stato. In più le opportunità commerciali offerte da questo bacino di mercato sono molte e anche l’industria turistica italiana se n’ è accorta e inizia ad attrezzarsi. Insomma, ci sono operatori e agenzie turistiche italiane che sempre più includono nelle loro destinazioni informazioni sulla accessibilità dei luoghi che propongono anche alle persone con disabilità. Ci sono ancora lacune però tra avere accesso a un luogo e poterne fruire.  Non basta entrare nei luoghi ma bisogna anche poterli visitare agevolmente. Purtroppo però l’informazione circola con difficoltà e di qui la necessità di dar vita a un programma di azione puntuale e strutturato. Io ci provo con “Cartoline per Tutti” e altre attività collaterali alla mia collaborazione con Radio24, come articoli su riviste italiane ed estere, e seminari formativi, convegni e presenze televisive.
In base alla tua esperienza che fotografia ci daresti della realtà estera?
In alcuni Paesi Europei come la Germania e la Gran Bretagna da tempo le associazioni non profit si sono attivate nella creazione di percorsi turistici accessibili, adattati alle esigenze di chi ha disabilità motorie o sensoriali. L’Australia è molto avanti nella eliminazione sia delle barriere architettoniche che di quelle culturali.  Nei Paesi del Nord America oltre ai turisti con disabilità, da tempo ormai  si presta attenzione un po’ a tutti i turisti a mobilità ridotta sia essa temporanea o permanente. Una dimostrazione è l’esistenza e l’operato di SATH che è un’associazione non profit statunitense, affiliata all’ONU, con sede a New York, che raggruppa tutti i Tour Operator a livello mondiale che si occupano di viaggi per persone con disabilità. Nel passato avevo frequenti contatti con loro perché spesso trascorrevo lunghi periodi a New York City per lavoro e sono veramente molto efficienti e affidabili. D’altronde hanno un’esperienza di alcune decine di anni. Infatti SATH fu fondata nel 1976 con l’obiettivo di sensibilizzare gli Stati Uniti, e anche il resto del mondo, sulle necessità dei viaggiatori con disabilità, sulla rimozione delle barriere culturali e architettoniche e sul fatto che si tratta di un bacino di utenti molto grande e quindi economicamente interessante per l’industria turistica. Lo slogan che SATH propone è “Everyone gains from opening the doors for people with disabilities who want to travel like everyone else” che tradotto significa ”Tutti ci guadagnano nell’aprire le porte alle persone con disabilità che vogliono viaggiare come chiunque”.

Potresti salutare i lettori con un frase che ti rappresenta?

Sarebbe scontato se facessi riferimento a Martin Luther King quando dice “Io ho un sogno”, quindi saluterei tutti con un pensiero di Goethe: “Qualsiasi cosa si sia in grado di fare, o si sogni di fare, iniziamo a farla. La caparbietà ha in sé genialità, potere e magia”.  

Accessibilità: parlarne si può.Piccoli consigli a uso dei colleghi giornalisti

1. Nel nostro mestiere non c’è di peggio che improvvisare. E invece, come è noto, l’emergenza è la parola più diffusa nelle redazioni, quando viene affidato un incarico rispetto al quale appare evidente che non è facile documentarsi in fretta. Dunque il primo consiglio che credo debba essere messo in valigia è quello di avvicinarsi al mondo delle persone con disabilità o comunque con mobilità ridotta, per problemi di varia natura e origine, utilizzando le risorse professionali ben note, ossia quelle della curiosità, umiltà, verifica delle fonti, buon senso, disponibilità ad approfondire.

2. Il tema dell’accessibilità turistica è davvero interessante per un giornalista, specie se specializzato proprio nel turismo. Questo aspetto dell’accoglienza, infatti, ha molto a che fare con lo stile e con la qualità complessiva della proposta turistica del luogo del quale siamo intenzionati di parlare.

3. Accessibilità, infatti, non ha a che fare con la normativa sulle barriere architettoniche e basta, come si potrebbe erroneamente pensare. Un giornalista turistico, infatti, difficilmente può essere incuriosito dai maniglioni di un bagno attrezzato, o dalla pendenza di una rampa all’ingresso di un albergo o di un museo. Ma sicuramente avrà memorizzato alcuni dettagli, specialmente in viaggi nelle capitali straniere, dai quali si desume sicuramente un’attenzione all’accessibilità per tutti. È un’attenzione che si concretizza in diversi modi.

4. Prima di tutto le guide: è opportuno informarsi subito se esistono pubblicazioni locali, non necessariamente aggiornatissime, che diano conto del livello di accessibilità delle strutture e dei servizi. Spesso nelle aziende di soggiorno questo materiale, magari dimenticato, esiste. È opera di qualche associazione di volontariato, con il patrocinio degli enti locali o di associazioni come Lions e Rotary. Dal 1981, Anno Internazionale delle persone handicappate, al 2003, Anno Europeo delle persone con disabilità, non sono cambiate solo le parole, ma c’è stato anche un fiorire di iniziative nel territorio, poco conosciute e a volte estemporanee, ma comunque in grado di fornire almeno qualche utile ragguaglio generale.

5. In secondo luogo i siti internet: quasi sempre, negli ultimissimi anni, alcune informazioni, anche se generiche e incomplete, sull’accessibilità delle strutture ricettive e delle località nel loro complesso (beni architettonici, luoghi pubblici e di spettacolo, parchi, ecc.) sono reperibili e spesso accompagnate dal riferimento telefonico e dall’indirizzo di chi ne sa di più.

6. In terzo luogo, dunque, è utile chiedere, nel visitare un parco, o una città d’arte, o un museo, o una località di villeggiatura, anche le informazioni disponibili in via veloce sul tema dell’accessibilità per tutti. Il giornalista turistico, infatti, non deve, a mio giudizio, sentirsi obbligato a certificare l’accessibilità, come se improvvisamente ne fosse un esperto imbattibile, ma deve – e soprattutto può – fornire ai propri lettori almeno alcune informazioni di massima circa il livello di accessibilità delle strutture delle quali parla.

7. Negli itinerari enogastronomici, o culturali, o ambientali, ad esempio, consiglierei di cominciare a prevedere, a corredo dei propri servizi, un box contenente le informazioni utili per chi vuole saperne di più. In mancanza di fonti all’origine è possibile rivolgersi quanto meno ai numeri verdi nazionali già esistenti (Vacanze serene o SuperAbile). Il salto culturale rappresentato dall’attenzione, anche grafica, a informazioni che fino a oggi non sono mai state prese nella dovuta considerazione, è di sicuro impatto, ma anche, se non soprattutto, di efficace effetto per la fidelizzazione di lettori vecchi e nuovi.

8. Occorre infatti tenere conto che in ogni famiglia, più o meno, il problema dell’accessibilità dei luoghi di vacanza o di soggiorno breve, di week-end o di viaggio esotico, è tutt’altro che casuale. Non si capisce, ad esempio, perché venga ritenuto più logico fornire notizie sull’accoglienza riservata agli animali domestici, rispetto a quella destinata a persone in sedia a rotelle, a bambini sul passeggino, ad anziani col bastone. Se è vero che almeno un milione di persone disabili italiane viaggiano regolarmente, è assai prevedibile che lo scoprire, nelle riviste di viaggio, nei quotidiani, nei servizi radiofonici e televisivi, anche questa attenzione inedita, non potrà che aumentare la schiera dei lettori, degli ascoltatori, degli spettatori.

9. È importante anche avere occhi, orecchie e naso aperti: dopo le giornate di formazione sicuramente un buon giornalista vedrà il mondo che lo circonda con un occhio leggermente diverso. Un parcheggio in pendenza e pieno di ghiaia, ad esempio, balzerà all’occhio con assoluta evidenza, e non c’è bisogno di conoscere l’intera legislazione sulle barriere architettoniche per comprendere che, fra le cose da segnalare nei propri servizi, potrebbe trovare una riga anche questa notazione di servizio, non solo per mettere sull’avviso chi andrà nella località segnalata, ma anche, auspicabilmente, per contribuire a migliorare la ricettività complessiva.

10. Non tutto è accessibile, e soprattutto non tutto è facile da risolvere, specialmente in un Paese storico come l’Italia. Ma alcune cose fondamentali vanno tenute presenti. Il viaggiare ad esempio è un diritto e non una concessione che riguarda solo alcuni, i più sani e i più forti. Descrivere le località, gli ambienti naturali, le strutture ricettive anche dando conto delle difficoltà che potrebbe incontrare chi è cardiopatico, oppure obeso, oppure con problemi di alimentazione, è ad esempio un modo per dimostrare una sensibilità maggiore e più completa.

11. Occhio ai buoni esempi: una volta divenuti leggermente meno inesperti, i miei colleghi della stampa turistica sapranno cogliere al volo quelli che possiamo considerare esempi di buone prassi, sempre più diffusi – fortunatamente – nel nostro Bel Paese. Sarebbe dunque auspicabile che nei prossimi mesi si ponga attenzione non casuale alla segnalazione privilegiata di proposte di viaggio che siano effettivamente alla portata dell’intera popolazione. L’accentuare, anche attraverso le immagini e la titolazione (a volte basta un’efficace didascalia) un accorgimento di buon gusto per superare un ostacolo, o per favorire la comprensione dell’ambiente a chi non vede, o a chi ha problemi di orientamento, sicuramente accresce e non diminuisce la qualità complessiva del pezzo.

12. Un ultimo consiglio: non si deve mai pensare che parlare e scrivere di accessibilità significhi intristire gli articoli o i servizi. Occorre infatti mantenere intatto il proprio stile professionale e il proprio taglio informativo, riuscendo a inserire questa nuova, doverosa, attenzione accanto alle altre cose che fanno parte del bagaglio professionale ordinario. Per esempio, chi è esperto di gastronomia, spesso descrive con cura anche l’arredamento di un ristorante, notando lo stile dei tavoli, la ricchezza del tovagliato, la scelta dei cristalli: nulla vieta, in tale contesto, di fare cenno all’ampiezza dello spazio fra un tavolo e l’altro, alla comodità del luogo, alla cortesia del personale che sa risolvere anche problemi leggermente più complessi.

13. L’attenzione all’accessibilità, in conclusione, deve e può diventare una buona abitudine professionale, un marchio di qualità e di accuratezza del proprio lavoro, e non semplicemente un’occasionale curiosità legata alla circostanza della celebrazione europea.

Viaggiare ti rivolta come un calzino

Intervista ad Antonietta Laterza

Cosa rappresenta la dimensione del viaggio nella tua esperienza personale?

Per me la dimensione del viaggiare è una delle cose più belle che la mia mente possa immaginare. Soprattutto viaggiare come una full immertion in altre realtà, in senso globale. A me piace il turismo culturale, andare in una città europea  o extra europea e cercare di fare la vita che fanno tutti i cittadini di quella città. Prendere contatto con la storia, la cultura, la vita quotidiana di questi paesi, di queste persone. Viaggiando ti rendi conto di quante diversità e stili di vita ci sono nel mondo: è  molto divertente e interessante fare questi confronti. Per via della mia professione di cantante mi è capitato di fare viaggi in Danimarca, in Francia, in Inghilterra, in Germania e stranamente lì trovavo con la gente del posto una sintonia che magari non trovavo a Bologna o a Roma o a Milano. Questo è molto bello perché considerare il pianeta terra  come un’incubatrice di idee, di qualità di vita, di stili di vita immenso ti dà anche una grande speranza. Permettersi di viaggiare è come vivere di più la vita, diventa più vita perché puoi trovare delle sintonie anche imprevedibili, importanti sul piano della ricerca personale che uno fa, sul piano del suo lavoro o della sua passione, della sua arte. Sarà perché ho la luna in Sagittario ma mi sento una viaggiatrice nata, nel senso che mi piace provare  a vivere l’avventura, mi piace imbarcarmi in un tipo di viaggio dove io so da dove si parte ma non so dove arrivo e non so quando ritorno. Diventa un’esperienza, chiamiamola avventura, che mi può proprio cambiare. Per me viaggiare è come una rinascita. Poi magari  mi capita  di morire un po’ in molti viaggi, ma in altri è stata proprio una rinascita, un’esplosione di emozioni, di idee. Mio marito, Nicolas, era argentino, di Buenos Aires: mi piacciono molto le persone straniere, che parlano un’altra lingua, perché il linguaggio è poi molto legato al modo di pensare e anche al modo di essere. Diventano sfumature di contenuto, non è solo un modo di dire ma di essere. Ci sono modi diversi di intendere l’amicizia, la solidarietà, il piacere della cultura. È come essere non in un altro paese ma in un altro pianeta.
Quando Nicolas mi ha portato a conoscere i suoi è stato per me come vivere due mesi su Venere; in effetti quando si è così immersi in un’altra realtà si fa un’esperienza globale che colpisce non solo la mente ma tutti i sensi: è diversa la luce, i colori, la temperatura. A livello di esperienza fisica e poi anche culturale “ti rivolta come un calzino”, lì veramente ti senti un’altra persona in un altro mondo e questo è bellissimo. Poi dopo la morte di mio marito, ho vissuto alcuni anni con un ragazzo senegalese e anche quella è stata un’immersione nella cultura africana e in particolare del Senegal, con il loro cibo, la loro lingua, la loro religione. Ecco è come se fossi vissuta per un po’ di anni in un altro pianeta, questa volta su Marte.
Nel viaggiare ho capito che dietro agli atteggiamenti evidenti c’è un retroterra, c’è un certo modo di essere, c’è un diverso rapporto con la natura, con il tempo, con il clima; come ad esempio nel Nord tutto deve essere lavorato perché la natura non ti regala niente. Cambia, quindi, la psicologia umana. Per me è interessantissimo viaggiare anche per questo motivo.
Quando il viaggio finisce rimane tanto perché ci si sente cambiati, ci si sente più ricchi, più aperti,   si hanno molti più modi di pensare davanti, non solo il nostro. Poi c’è anche il rammarico perché è difficile mantenere il contatto. Mese dopo mese ci si ritrova a ritornare un po’ quelli di prima, però un po’ più straniati dal proprio luogo. Bisognerebbe ogni tanto avere la possibilità di partire per un grande viaggio soprattutto mentale. Per questo non mi piacciono i villaggi turistici che, anche se sono dall’altra parte del mondo,  copiano il nostro modello di vita occidentale per cui dal punto di vista culturale è come essere a Rimini.

Vi è un’attenzione presente al turismo accessibile, a rendere il viaggio un’esperienza possibile anche per chi a difficoltà di movimento. Come la leggi questa attenzione?

È fondamentale ma occorre fare qualcosa di più e di diverso. Quello che, secondo me, bisognerebbe favorire è l’accessibilità in senso globale, di tutte le case, gli alberghi, le spiagge e non essere costretti, soltanto perché si è disabili, a fare un turismo su una corsia preferenziale perché questo, a volte, ti impedisce di conoscere gran parte dei luoghi peculiari di quel paese. Non si tratta solo di dire facciamo l’albergo accessibile, ma di avere realmente la possibilità di accedere a ciò che di vero e interessante c’è da conoscere in quella realtà.
Sono d’accordo sul fare dei percorsi che favoriscano l’accesso a certi luoghi (e si sta facendo molto) però non dimentichiamo che sarebbe molto meglio che fosse tutto già facilitato in partenza nella progettazione iniziale delle città, delle strade, delle case. Se no, hai sempre bisogno di avere degli amici disponibili ad aiutarti.
La nuova frontiera è qui: non solo i percorsi per andare in certi posti, ma prevedere nella progettazione urbanistica un piano di accessibilità globale per tutti. Se no c’è il rischio che per poter viaggiare si va solo in certi posti. Se uno vuole essere viaggiatore o viaggiatrice a tutti gli effetti,  questo aspetto si deve tenere presente: non è che il turismo per disabili ti fa veramente andare dappertutto. Questo per dire anche che oggi come oggi è assolutamente impraticabile l’idea  di una persona disabile che viaggia da sola.

L’impatto con le persone che per mestiere si occupano di facilitare la mobilità delle persone disabili: che esperienza ne hai?

Negativa, ma non per colpa dei lavoratori. A un certo livello dirigenziale si trova la massima disponibilità a parole. Ma quando arrivi, ad esempio in una stazione, chi è che ti fa il servizio? Una cooperativa di facchini! Che ti “sbatte” sull’elevatore, ti senti un fenomeno da baraccone, una merce da trasportare. Si tratta di personale non preparato, senza una formazione specifica, che spesso sente come un obbligo in più questo compito e rivendica, fra l’altro, l’assenza di un aumento retributivo ad hoc.
Si delega, si tende a garantire un servizio al più basso costo possibile. È chiaro che questo spesso  vuol dire avere un servizio di qualità scadente dove la persona disabile è assimilata a un pacco da spostare. Non si può dare la colpa al singolo operaio, lui è stato assunto come facchino per trasportare della merce, non è che ha fatto un corso di formazione per trasporto persone disabili. Bisognerebbe curare anche gli aspetti relazionali ed emotivi che un rapporto, anche estemporaneo, con la persona disabile può suscitare. Se questa cura non c’è, il servizio che  si realizza è alla fine asettico e un po’ più disumano, può creare separazione fra le persone piuttosto che integrazione nella vita normale.

Che cosa consiglieresti alle persone che si occupano in modo professionale di mobilità e turismo accessibile?

Da parte di chi offre questi servizi consiglierei di fare molta attenzione a non creare ghetto. Di pensare e proporre occasioni di turismo e vacanza in tutte le situazioni normali e reali senza  considerare che i disabili debbano avere un loro posto speciale, una spiaggia solo per loro ecc. Mi piace andare in una situazione dove il rapporto fra persone, disabili e non, sia reale. Poi se ho degli amici disabili e voglio andare via con loro, bene, ma è una mia scelta e non perché sono costretta a farlo dalla mancanza di alternative.
Anche alle persone disabili direi di non fermarsi solo a queste corsie preferenziali, di considerare se stesse come persone che hanno diritto di provare a fare quello che vogliono veramente fare, senza darsi già dei limiti in anticipo perché come persone disabili non si può “avere delle pretese”. Questo è già sbagliato; è importante, invece, cercare di fare il massimo almeno per quello che riguarda i sogni e i desideri, poi ci pensa la vita reale a metterti dei limiti. Se i limiti ce li diamo già noi nella nostra testa abbiamo finito ogni discorso in partenza.

Trattati da Vip!

Intervista a Cristina Baggia

Muoversi: in due è meglio
Mi sono sempre mossa in treno. Una volta anche in corriera, in Umbria, perché volevamo visitare anche i paesi come Todi dove non arriva il treno.
Sono sempre andata via con Leda, mia amica dai tempi della scuola. Direi che è fondamentale andare via con una persona cara che sia disposta ad aiutarti di fronte alle occasioni impreviste, che abbia forza fisica e capacità e che sia disponibile.
In Italia sono stata a Napoli, Palermo, Perugia, Milano, Venezia, Torino. In Europa: Parigi, Praga, Londra, Madrid, Lisbona, Granada, la prossima sarà, Berlino. L’occasione è vedere qualcosa di bello. Io sono appassionata di pittura, d’arte in generale, e spesso il motivo per muoversi è legato alla voglia  di vedere una mostra, un museo, visitare una città d’arte o un monumento.
Non mi piacciono i viaggi organizzati. Devi muoverti insieme ad altre persone che hanno altri orari, altri interessi. A me piace vedere e avere impressioni mie. Quando viene in mente qualcosa che piace è importante cominciare a organizzarsi, cercare informazioni.
Organizzare una vacanza da sola, però, è ancora molto difficile. Ci sono aree attrezzate per essere visitate ma non ancora per soggiornarvi. Non è facile avere un’informazione adeguata, perché si devono sempre cercare dei percorsi specializzati. Nelle guide turistiche per tutti, quelle che normalmente uso quando viaggio, non c’è un’attenzione di questo tipo.

La disponibilità reciproca
La disponibilità delle persone è sempre stata molto grande. Ho sempre trovato persone molto gentili e disponibili. Certo ci vuole un comportamento educato. Ho visto persone sulla sedia a rotelle con un comportamento arrogante, ma se ti presenti gentile ed educato sarai trattato ugualmente bene. Quando ero a Palermo in un albergo meraviglioso (gli alberghi per le persone disabili sono spesso a quattro stelle!) c’era una scaletta per andare a fare colazione e c’erano sempre due persone che ci aiutavano: ci hanno proprio trattato da vip!  Anche in una città considerata difficile per muoversi siamo riuscite a vedere quasi tutto quello che ci interessava.
Credo comunque che sia importante comportarsi con gentilezza: in questo senso non sei trattato in modo diverso dagli altri. Non bisogna avere pretese assurde solo perché si è disabili.
A me è capitato addirittura che cambiassero il binario di arrivo in modo da farmi salire. Questo va al di là del dovere, è proprio l’atteggiamento che è bello. Questo forse è anche legato al mio modo di essere che cerca l’accordo con gli altri; è fondamentale che uno si comporti bene, il fatto che una persona sia sulla sedia a rotelle non è colpa di nessuno, né sua ma neanche degli altri. Una persona si deve rendere conto che se da un lato ha dei problemi oggettivi, in certi casi può anche crearne.

Affidabilità e fiducia
L’itinerario: ci viene in mente di andare da  qualche parte, spesso c’è un motivo legato alla storia, all’arte. Leggo, mi informo, poi prenoto tramite la mia agenzia, sempre quella da tanti anni. È l’agenzia che fa da filtro, che mi cerca un bell’albergo accessibile. Per me è importante l’affidabilità e la fiducia in chi mi cerca l’alloggio. Ho provato a utilizzare anche  Internet ma non sono certa del grado di accuratezza delle informazioni e soprattutto adesso che non ho più la possibilità di muovere anche solo qualche passo da sola ho bisogno di essere sicura di non trovare brutte sorprese all’arrivo.

Accessibilità
Il livello di accessibilità è abbastanza buono anche se ci sono delle eccezioni. Ad esempio all’Accademia di Venezia, dove pur avevo telefonato per verificare se c’erano problemi di accesso e avevo ricevuto risposta negativa, già all’ingresso c’erano due scalini impraticabili senza un aiuto. Poi ancora due, infine per accedere alle sale della mostra un’altra serie di gradini. Non si può dire: “siamo attrezzati” e poi dover confidare sulla buona disponibilità delle singole persone che trovi là.
Anche Casa dei Carraresi non è di facile accessibilità. Poi, per contrasto, sono riuscita a visitare bene Bergamo alta perché la funicolare ha una piattaforma in cui si riesce a entrare con facilità. Anche all’estero sono riuscita quasi sempre a visitare le cose che mi interessavano, A Parigi, fra l’altro, non è necessario neanche  prenotare prima per il trasporto ferroviario: c’è un “battaglione” di ragazzi in divisa rossa che è a disposizione. È molto comodo perché puoi decidere di spostarti anche sul momento. Ci sono città che per la loro conformazione sono più difficili da girare come Lisbona, tutta un sali e scendi, e città, come Londra, che mi sono sembrate molto attrezzate e dove comunque sono riuscita a vedere ciò che mi interessava. Spesso, comunque, dove non arrivava l’accessibilità tecnica ha compensato la disponibilità delle persone, cosa questa che è un limite e una forza insieme.