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Autore: Nicola Rabbi

6. I weblog, diari molto personali

È il fenomeno della rete più discusso negli ultimi due anni, tanto che se ne parla anche alla televisione o nei periodici di carattere più divulgativo; sono i weblog (detti anche semplicemente blog), dei diari personali dove una persona racconta se stessa, o parla di un tema che le sta a cuore. Ma cos’è che rende particolari questi diari, e perché dovrebbero essere argomento d’interesse i fatti (personali) degli altri? Vediamo di darne alcune spiegazioni.

Io “sono” e pubblico
Se c’è una cosa che internet ha sempre promesso, questa è stata l’interattività, ovvero la possibilità di interagire con gli altri grazie a un dispositivo di facile uso. A differenza della televisione o dei quotidiani, a differenza quindi di altri mass media, la rete permette di essere attivi, di poter rispondere a delle domande, di dire la propria idea, di ricercare informazioni e di ottenere servizi. La comunicazione poi non è di tipo da uno a molti (vedi i casi precedenti), ne da uno ad uno (come è nel caso del telefono), ma da molti a molti. Questa situazione permette al lettore di diventare scrittore, permette all’autore di confrontarsi con i suoi lettori.
Se queste sono le premesse, le nuove tecnologie hanno dovuto maturare per poter offrire ai semplici utenti questa possibilità, e i blog sono attualmente lo strumento più semplice per comunicare sul web. Attualmente le persone che nel mondo hanno un proprio blog sono più di un milione e questo dato la dice lunga a proposito del successo che stanno avendo.
Eppure la loro storia è molto recente: il primo blog viene edito negli Stati Uniti (nel 1995) e tratta di argomenti tecnologici, ma lo sviluppo avviene con la creazione di un software (nel 1999) che permette a chiunque, anche a chi sia completamente a digiuno di html (il linguaggio di marcatura attraverso cui vengono scritte le pagine web), di creare delle proprie pagine. Il primo sito di riferimento in lingua inglese è www.blogger.com. I navigatori di lingua italiana partecipano da subito all’idea ma bisogna aspettare il 2001 per la nascita dei due principali siti di riferimento in lingua italiana che offrono la possibilità di creare un proprio blog (www.blog.it, www.splinder.com).

Come funzionano
Il loro successo è spiegabile anche con la facilità con cui si può costruire un proprio blog abbastanza personalizzato (uno spot pubblicitario su Splinder dice proprio “Il tuo blog in cinque minuti”). Per farlo, gratuitamente, basta andare su uno dei siti sopraelencati. Di solito i software utilizzati permettono una certa personalizzazione grafica (colore, disposizione del testo, immagini…) e, una volta impostato il proprio blog, si può iniziare a scrivere, ognuno secondo il proprio progetto. Ogni scritto pubblicato in rete può essere commentato da un qualsiasi lettore e il suo commento sarà subito raggiungibile tramite un collegamento. L’autore può personalizzare ulteriormente il proprio prodotto suggerendo dei collegamenti (di solito ad altri blog amici) o le proprie letture preferite.

I miei problemi, di cosa ho bisogno, ti voglio consigliare
Come nel caso delle reti sociali e dei newsgroup, questo strumento permette di confrontarsi con il mondo intero, permette di uscire dalla propria cerchia ristretta di relazioni personali e di intrecciarne nuove. Ma a differenza degli altri, i blog permettono uno spazio per sé ancora maggiore e la costruzione di un discorso più completo. Andando sul sito si può fare una ricerca per tema sui blog, e se noi mettiamo le parole “disabilità”, “disagio”, “personale” ci troviamo di fronte a innumerevoli esempi di diari personali. In questi blog le persone si raccontano, parlano del proprio problema, cercano un confronto con gli altri.
Ci sono due tipi di blog; quelli più propriamente personali (dove uno si racconta) e quelli di carattere informativo (dove si fa appunto informazione e si danno consigli su un tema/problema che si conosce). http://mardo.splinder.com/1080781200 è un tipico esempio di blog, frequentemente aggiornato, che tocca anche il tema della disabilità. http://reumatoide.splinder.com/ è invece il caso di una persona che parla della propria malattia. Infine http://teha.splinder.com/ è il blog di una psicologa che parla di disabilità. Come si può vedere, i blog vengono costruiti da punti di vista diversi, hanno una durata molto variabile e soprattutto un avvicendamento velocissimo, dato che ogni giorno ne nascono di nuovi.
Dal punto di vista del lettore una domanda sorge spontanea a questo punto: ma che attendibilità hanno, che fiducia si può avere in chi scrive? Nessuna, o meglio cominciate a leggerli, e se vi piaceranno, se vi diranno qualcosa (a voi e anche agli altri con cui ne parlerete in rete) allora comincerete già ad avere fiducia e a intessere un rapporto, magari intervenendo con qualcosa di proprio.

3. L’integrazione scolastica su internet 

Recentemente al Centro Documentazione Handicap di Bologna ho ricevuto una telefonata da un’insegnante di sostegno del sud Italia che mi chiedeva informazioni su come presentare un progetto per la scuola. Il suo direttore didattico aveva spedito una circolare dove informava della possibilità di poter contare su un buon finanziamento per progetti indirizzati all’integrazione scolastica di alunni disabili. Il suo problema era che non aveva mai fatto progetti di questo tipo, né sapeva dove reperirli già pronti. Per poterle dare una risposta avrei dovuto conoscere bene il territorio dove viveva (l’organizzazione dei servizi, la presenza di associazioni locali,…) conoscenza che certo non avevo; è qui che entrano in gioco le nuove tecnologie.
Per prima cosa ho cercato, utilizzando il motore di ricerca Google (www.google.it), le associazioni locali che, occupandosi di disabilità o addirittura di integrazione scolastica, forse avevano già fatto qualcosa o avevano dei suggerimenti, poi le ho dettato siti specializzati che raccoglievano esperienze e infine le ho consigliato di iscriversi a una mailing list (dw-handicap@yahoogroups.com) particolarmente attiva in questo periodo. Mi sembrava di aver fatto un buon lavoro e di averle dato una mano.
Quando le ho chiesto un indirizzo e-mail per mandarle altre informazioni, mi ha detto che raramente aveva occasione di navigare su internet e l’unico indirizzo e-mail di cui disponeva era quello della sua scuola e che usavano tutti (e oltretutto era un indirizzo complicatissimo).
In questa piccola storiella sono raccolte assieme le potenzialità e le contraddizioni dell’utilizzo delle nuove tecnologie.
Abbiamo una richiesta che fino a 10 anni fa avrebbe comportato ore o forse giorni di ricerca per poter dare una minima risposta; ora invece, con i potenti strumenti offerti dal web, si riescono a recuperare le informazioni in pochi minuti (informazioni che a loro volta andranno verificate, si intende).
Abbiamo una “ricevente” in un primo momento soddisfatta ma che, quando arriva il momento di tirare le somme di quanto “ha avuto”, si accorge che molte delle informazioni ottenute andrebbero ricercate a loro volta utilizzando internet, ma… lei internet non ce l’ha!
È questa una contraddizione che si riscontra spesso quando si ha che fare con le nuove tecnologie, contraddizione che non deve scoraggiare, ma che anzi deve rendere evidente un altro diritto che tutti abbiamo, quello di poter disporre e di poter usufruire della telematica, di essere connessi insomma, di essere tutti in rete.

I migliori siti del web
Dove andare cercare sul web le informazioni che riguardano la scuola e la disabilità? Non è facile stilare un elenco di risorse sempre valido, molti siti web hanno la caratteristica di iniziare bene, nel senso di offrire una buona informazione e dei servizi, ma poi di arenarsi; altre volte capita l’opposto, dei siti nati in sordina hanno dei momenti di grandi vitalità. Questa discontinuità deriva dagli scarsi investimenti che ancora si fanno sull’informazione via web, che rimane comunque costosa da produrre.
Proviamo comunque a stilare un breve elenco valido per qualche mese (così ci mettiamo la coscienza a posto).
Educazione&Scuola – sezione handicap si rivolge soprattutto agli insegnanti, ha delle sezioni di news e appuntamenti abbastanza aggiornate; da qui ci si può anche iscrivere alla mailing list “sociale-edscuola”). In generale sono diversi i siti fatti dagli insegnanti di sostegno o curriculari, com’è il caso del FADIS – Federazione Associazioni di Docenti per l’Integrazione Scolastica.
Un altro gruppo di siti (e si tratta del maggiore) tratta di ausili e software didattici. Qualche indirizzo: Handitecno, tecnologie per l’handicap nella scuola; AREA, uno dei primi siti in lingua italiana apparsi sul web e che ancora funziona, l’Ausilioteca di Bologna (www.ausilioteca.org).
Handylex (www.handylex.org/) è invece un servizio della UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare); uno dei primi ad apparire sul web, dimostra una continuità nel tempo facendo un’informazione legislativa sempre attendibile (nella home page è presente un collegamento dal titolo “Diritto allo studio”).
Un buon esempio, invece, di raccolta di articoli sul tema dell’integrazione scolastica scritti da insegnanti, persone disabili e genitori si può trovare sul sito del Centro Documentazione Handicap (www.accaparlante.it) all’interno dell’archivio che raccoglie gli articoli della rivista “HP-Accaparlante”. Ricordiamo infine il sito della casa editrice Erickson (www.erickson.it) specializzata proprio sui temi dell’integrazione scolastica.

2. Informarsi in rete

Sono centinaia i siti in lingua italiana che trattano di disabilità, alcuni generalisti altri specializzati su una precisa tematica, ma se cerchiamo quelli che fanno un’informazione aggiornata e scritta con criteri giornalistici (sinteticità, chiarezza, semplicità) allora il campo si restringe a due o tre nomi.  

Il difficile rapporto tra mass media e disabilità
Numerose ricerche hanno dimostrato che il sociale viene scarsamente notiziato sui mass media e, quando questo avviene, i motivi che lo portano alla ribalta sono per lo più legati a fatti di cronaca nera o a eventi straordinari; l’inchiesta, l’approfondimento sono generi scarsamente praticati e anche i toni e lo stile della notizia tendono a diventare più suggestivi. Questo vale anche per le notizie che riguardano il mondo della disabilità.
Facciamo un esempio concreto: si parla di integrazione scolastica quando un ragazzino in carrozzina non riesce a entrare a scuola o quando i genitori protestano per il comportamento aggressivo di uno studente (facciamo ancora un esempio) autistico. Ma si dovrebbe invece parlarne in modo più contestualizzato, fornendo al lettore gli strumenti minimi per comprendere una tematica complessa. Raramente questo avviene.
Molte volte chi opera nel campo della disabilità o chi la vive direttamente si è sentito tradito dai mass media per rappresentazioni non precise o addirittura distorte. Questo genera un clima di diffidenza che ha portato anche a delle incomprensioni reciproche. Da parte giornalistica si accusa il mondo del sociale di non avere alcuna dimestichezza con la logica dei media, con le sue regole di notiziabilità (che poggiano su precisi valori notizia) che vanno rispettate. In Italia è soprattutto la Comunità di Capodarco che ha cercato di sensibilizzare i giornalisti da una parte e chi “opera nel sociale” dall’altra attraverso una serie di seminari (Redattore Sociale) che si tengono ogni autunno.
L’informazione prodotta direttamente dal “sociale” invece consisteva fino a qualche anno fa nella realizzazione di periodici su carta che presentavano, nella maggior parte dei casi, gli stessi difetti comunicativi, ovvero un linguaggio difficile per addetti ai lavori, un pubblico di riferimento molto limitato (i propri soci), la mancanza di qualsiasi tecnica giornalistica nella redazione degli articoli, nella loro titolazione, nella presentazione finale.

Signore e signori, ecco il digitale
Questa situazione è cambiata bruscamente con l’avvento della rete che ha permesso la moltiplicazione dei prodotti informativi a basso prezzo. È vero che alcune situazioni si sono ripetute (certi siti di associazioni sono veramente poco utili così come la notiziabilità del sociale rimane difficile anche on line) ma nel complesso la rete ha permesso un maggiore scambio di informazioni tra le associazioni, tra il mondo del sociale e i mass media, o direttamente verso un pubblico più vasto.
È grazie alla rete che oggi possiamo disporre di molte più informazioni sul tema della disabilità senza dover fare delle faticose ricerche in libreria o informarsi telefonicamente, ma è anche vero che occorre avere degli strumenti che permettano di selezionare l’essenziale.
A oggi (inizio 2005) per chi voglia essere informato sul tema della disabilità esistono pochi  siti che sono aggiornati di frequente e scritti in modo chiaro. Innanzitutto l’esperienza di Superabile (www.superabile.it) dell’Inail (Istituto Nazionale Assistenza Invalidi sul Lavoro) che diventa operativo nel 2001 sotto la direzione di Franco Bomprezzi. Nel 2003 il gruppo editoriale Kataweb vince l’appalto del sito che si presenta come il portale del mondo della disabilità. Ancora più puntuale e aggiornato è il sito di Redattore Sociale, l’agenzia di stampa specializzata in informazione sociale. Il sito è a pagamento e offre per lo più notizie brevi, accompagnate però da schede di approfondimento. Anche Vita, il settimanale del non profit, offre nella sua versione on line un canale tutto dedicato alla disabilità.
A livello locale, invece, segnaliamo Bandiera Gialla (www.bandieragialla.it), il portale del sociale dell’area metropolitana bolognese che realizza continuamente informazione sul tema della disabilità (in questo caso per trovare le risorse è meglio fare una ricerca per categorie usando il motore di ricerca interno al sito: www.bandieragialla.it/motore.php?c=2).
Contiene oltre 600 articoli sui vari aspetti della disabilità l’archivio on line della rivista “HP-Accaparlante” rintracciabile al seguente indirizzo.
Infine ricordiamo i siti di due sportelli informativi, uno del comune di Torino e l’altro del comune Bologna che si caratterizzano per un’informazione di servizio di carattere locale ma molto puntuale.
La rete offre anche vari strumenti per poter fare una rassegna stampa on line in pochi secondi; si tratta di una sorta di motori di ricerca specializzati solo su siti di informazione giornalistica che sotto l’indicazione di una o più parole chiave (handicap, disabilità, autismo…) stilano un elenco di articoli dedicati a quel tema con il link alla fonte diretta. Il più famoso è il servizio offerto da Google (news.google.it/nwshp?hl=it&gl=it).

14. Bibliografia

Balsamo C. (a cura di), Dai fatti alle parole. Riflessioni a più voci sulla documentazione educativa, Bergamo, Junior, 1998
Tassinari A., Documentare le esperienze educative e di integrazione,  in Balsamo C. (a cura di), Le documentazioni si presentano, Regione Emilia Romagna, Rete dei CDI, Laboratorio di Documentazione e Formazione Comune di Bologna, 2000
Bisogno P., Teoria della documentazione, Milano, FrancoAngeli, 1979
Biondi G., La società dell’informazione e la scuola, Bergamo, Junior, 2000
Gherardini P. e Nocera S., L’integrazione scolastica delle persone Down. Una ricerca sugli indicatori di qualità in Italia, Trento, Erickson, 2000
Canevaro A. e Ianes D. (a cura di), Buone prassi di integrazione scolastica, Trento, Erickson, 2001 Zanelli P. (a cura di), La qualità come processo, Milano, FrancoAngeli, 2000
Medeghini R., Dalla qualità dell’integrazione all’inclusione. Analisi dei modelli e della capacità inclusive di un’organizzazione scolastica, Brescia, Vannini Editrice, 2006
Massa R., La documentazione come strategia pedagogica e come tattica educativa, in Bergonzoni A, Cervellati M., Serra M. (a cura di), Documentare tra… memoria e desiderio, I.R.R.S.A.E Emilia Romagna, Comune di Modena, CDE Modena, Provveditorato agli Studi di Modena, Provveditorato agli Studi di Parma, Comune di Bologna, Assessorato Politiche Scolastiche e Sport, Comune di Cesena, CDE di Cesena, Provveditorato agli Studi di Forlì, 1998
Petrucci F. e Silimbani R., Il rapporto con le risorse esterne alla scuola, in CDH Bologna e CDH Modena (a cura di), Bambini, imparate a fare le cose difficili, Trento, Erickson, 2003
Cremonini G., Le logiche del racconto, Bologna, Thema Editore, 1991
Sclavi M., L’arte di ascoltare e mondi possibili, Milano, Bruno Mondatori, 2003
Di Pasquale G. e Maselli M., L’arte di documentare, Milano, Marius Edizioni, 2002
Morin E., La testa ben fatta, Milano, Raffaello Cortina, 2001

13. Il progetto di documentazione educativa regionale per i servizi 0/6

di Marina Maselli 

La sempre crescente attenzione alla pratica e allo sviluppo di una cultura della documentazione trovano una concreta e significativa testimonianza nello sviluppo di progetti fortemente voluti e sostenuti dalla regione Emilia Romagna che si è sempre dimostrata sensibile a questo tema, ritenendo che il consolidamento delle pratiche di documentazione rappresenti un investimento prezioso per la valorizzazione della progettualità dei servizi e per un più complessivo innalzamento della qualità del sistema.
È a partire da queste premesse che ha preso vita nel 2002 il progetto sperimentale di sistematizzazione e implementazione della documentazione educativa su scala regionale, promosso dall’Assessorato alla Promozione delle Politiche Sociali e di quelle Educative per l’infanzia e l’Adolescenza.
L’obiettivo del progetto è quello di dare diffusione alle esperienze più significative realizzate nei servizi per la prima infanzia della regione relativamente all’area della progettazione educativa.
Per la realizzazione del progetto ci si avvale di una gamma di risorse:
a) il Laboratorio di Documentazione e Formazione del Comune di Bologna, a cui è affidato il compito di raccordare i flussi informativi, materiali e progetti realizzati nelle varie realtà della regione e di alimentare l’archivio di documentazione educativa regionale, presso cui confluiscono le documentazioni inviate dalle varie province, la cui consultazione è possibile accedendo al sito
b) I coordinamenti pedagogici provinciali, in collaborazione con i Centri di Documentazione, relativamente alla conoscenza e alla partecipazione attiva nella progettazione che caratterizza il proprio territorio, oltre che alla valorizzazione, diffusione e scambio di esperienze.
L’Amministrazione regionale ha inoltre rafforzato l’attenzione alla documentazione aprendo una riflessione sul tema della documentazione con:
– l’istituzione di un gruppo di lavoro ristretto (GreD, Gruppo regionale di Documentazione) rappresentativo dei nove coordinamenti pedagogici provinciali, tramite i referenti da loro indicati;
– la realizzazione di seminari regionali (Teoria e pratica della documentazione nella progettazione educativa, La documentazione educativa come risorsa nella costruzione della rete regionale, Le occasioni per la documentazione: incontro, confronto, raccordo e scambio) e momenti confronto e scambio sul percorso realizzato aperti a tutto il territorio regionale nelle sedi provinciali;
– le pubblicazioni “Documentare per documentare” già pubblicata, “ Le occasioni per la documentazione: incontro, confronto, raccordo e scambio” in corso di realizzazione.
Allo scopo di sostenere i servizi nella produzione di una documentazione in itinere relativa ai progetti educativi è stato costruito, dal gruppo di lavoro ristretto, uno strumento “Scheda per la documentazione regionale” che ha già visto una sperimentazione nelle varie province.
Per chi fosse interessato a conoscere lo strumento e l’evoluzione complessiva del progetto, può accedere al sito regionale.
O prendere direttamente contatti con il Laboratorio di Documentazione e Formazione del Comune di Bologna al recapito telefonico: 051/644.33.12 chiedendo di Carmen Balsamo e Marina Maselli, consulente per il progetto regionale. 

5. Indice: le parti in gioco2

di Lucia Onfiani

Leggibilità è la possibilità di:
– intendere il significato delle parole;
– interpretare il pensiero e il sentimento di qualcuno;
– raccogliere, radunare e trasformare in parole azioni, emozioni, vissuti;
– sostenere il proprio pensiero attraverso il pensiero altrui.
È possibile rintracciare, all’interno di una documentazione come quella di “Simone mangiava un limone…” alcuni di questi significati? Quale impostazione ci permette di aumentare il livello di leggibilità di una documentazione?
La rilettura e l’analisi che è stata compiuta sulla documentazione è stata sicuramente molto utile e produttiva per dare risposta a questo quesito; la riproponiamo in questa sede in qualità di esempio soffermandoci a riflettere in particolare sull’indice. 

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L’indice “mette in gioco” le parti costitutive del documento, permette di avere uno sguardo d’insieme della struttura complessiva della documentazione: c’è una premessa, un’introduzione, una conclusione e bibliografia consigliata e il corpo centrale che esplicita l’articolazione del testo.
Nell’indice considerato l’aspetto, che a colpo d’occhio colpisce, è l’alternanza tra nuclei narrativi e capitoli di approfondimento.
I nuclei narrativi costituiscono, attraverso episodi, flash, testimonianze, il racconto e definiscono il contesto in cui si è sviluppata l’esperienza. Gli approfondimenti sono citazioni dai testi utilizzati dalle insegnanti per documentarsi sulle problematiche del caso. Essi forniscono uno sfondo teorico importante, non solo per ricevere informazioni sul deficit dell’alunno, ma anche come sostegno alle scelte didattiche operate.
Diamo uno sguardo all’interno di alcuni nuclei, come esempio, per far capire meglio l’impostazione.
Il primo nucleo narra l’incontro tra Carlo, nome di fantasia del bambino psicotico con tracce autistiche protagonista dell’esperienza, le insegnanti e la classe: allo sgomento e sconforto iniziale succede la presa d’atto che Carlo fosse in quella classe in carne e ossa e quindi in tutti i modi ne dovesse fare parte. Gli approfondimenti che seguono definiscono il profilo del deficit soprattutto dal punto di vista dell’interazione sociale, della comunicazione e dei sintomi comportamentali. Così al terzo nucleo “Un po’ di didattica” la narrazione è dedicata alla programmazione individualizzata prodotta dalle insegnanti e a quegli aspetti più attinenti al tema attorno al quale si è sviluppata la documentazione, cioè la comunicazione. Il racconto, in questo nucleo è arricchito anche da due sezioni (attività didattiche) con esempi di materiali prodotti dall’alunno stesso.
Dato il tema affrontato, gli approfondimenti che seguono sviluppano punti di attenzione che occorre avere nella costruzione di un programma didattico per bambini autistici e alle procedure da seguire.
L’impegno posto per costruire un materiale con questa struttura, pur nella non esaustività del racconto, restituisce una documentazione in cui le parti sono ben unite e in accordo tra loro e il legame, tra i diversi nuclei, propone un ritmo espositivo.
L’alternanza tra i nuclei narrativi e gli approfondimenti permette, inoltre, di inquadrare, in un contesto teorico, i dubbi, i problemi, le sofferenze di Carlo e delle insegnanti così come anche le strategie educative individuate, frutto anche di un lavoro di ricerca e studio su materiali bibliografici.
Una breve sottolineatura sull’introduzione e sulla conclusione, due voci importanti dell’indice sempre curate dalle autrici. La prima raccoglie le motivazioni che le hanno spinte a raccontare un’esperienza così particolare; la seconda riprende il percorso, di riflessione e rilettura dell’esperienza, che è stato operato per documentarla, mettendo in evidenza aspetti di trasferibilità anche in altri contesti.

2. Le procedure

di Carmen Balsamo

Il vocabolario definisce procedura come: modi e norme che devono essere seguite dai magistrati e dalle parti per un regolare svolgimento del processo (regole). In ambito educativo possiamo parlare di piste metodologiche utilizzate per dispiegare l’azione educativa didattica.
Le procedure nell’ambito del processo di documentazione possono essere tutti quei passaggi che scandiscono il percorso di costruzione della documentazione: a partire dall’aggancio progettazione documentazione (la documentazione rende memoria di un intervento educativo pensato, realizzato/adattato e vissuto) alla formazione di un gruppo che se ne fa carico, alle azioni metodologiche che fondano le operazioni di selezione che la compongono.
Come nasce una documentazione?
Deve esserci prima di tutto un progetto educativo ben strutturato e la volontà di mantenerne memoria. La prima premessa, per approdare a una documentazione che non sia solo atto dovuto e burocratico, è quindi che ci sia una forte motivazione del gruppo degli educatori/insegnanti a realizzarla e a monte ci sia una seria progettazione del percorso didattico oggetto del documentare.
La documentazione è infatti fortemente ancorata alla progettazione educativa e alla valutazione.
Come l’esperienza educativa vede coinvolti nell’ideazione progettuale educatori /insegnanti questi stessi autori possono farsi carico di una riflessione sull’esperienza stessa e divenire protagonisti del processo di documentazione. Documentare implica una capacità di distanziarsi dal vissuto, una capacità critica, un interrogarsi su intenzioni, attese, risultati raggiunti rispetto ai bambini /ragazzi e rispetto all’efficacia del proprio operato. Questo distanziamento richiama un atteggiamento “valutativo” che, se condiviso dal gruppo di lavoro, può produrre importanti occasioni di confronto e di scambio con altre figure professionali o altri interlocutori coinvolti nel progetto (ad esempio operatori dell’AUSL, famiglia, …).
Per alcuni autori infatti la documentazione “è un processo che si situa tra l’esperienza e la riflessione sull’esperienza”. La documentazione può facilitare l’acceso alla dimensione maturativa di valutazione/riprogettazione. Documentazione e didattica si costruiscono insieme: sono, come qualcuno ha sostenuto nel gruppo, “un progetto e un processo contemporaneo”.

Progetto di fattibilità per realizzare una documentazione educativa
Si è già sottolineato come la documentazione ha bisogno di un gruppo che se ne fa carico e ha bisogno di essere organizzata e prevista. Gli aspetti proposti sono pertanto di tipo relazionale e di tipo metodologico. L’intenzionalità di produrre una documentazione chiama in causa la necessità di una rete relazionale, la capacità di mettersi in gioco degli educatori, la definizione del gruppo che si farà carico della sua produzione. Il passaggio poi dall’intenzionalità al prodotto documentario finito passa attraverso la gestione dell’intreccio di alcuni assunti metodologici di base: cosa documentare (la selezione del tema, dell’aspetto del progetto che diviene oggetto di documentazione), chi documenta (gli autori, i curatori della stesura), per chi documentare (quali i destinatari), come documentare (che forma dare alla nostra documentazione, come orientare la scelta delle informazioni, la loro organizzazione, i linguaggi con cui comunicarli). Queste domande stanno alla base del progetto di fattibilità, dello studio cioè di un progetto di documentazione ancorato alle possibilità del contesto e che individui elementi e indici che consentano di organizzare i materiali a disposizione.
Redigere un progetto di documentazione implica appunto il prevedere prima.
Quando si programma questa o quella attività o progetto educativo, buona abitudine è decidere all’inizio se lo si vuole documentare. Spesso avviene l’esatto contrario: ci si accinge a documentare alla fine di un’esperienza. Il prevedere prima permette di pensare ad esempio alla registrazione di momenti salienti dell’esperienza (mantenere foto, annotazioni) e non trovarsi con esubero di materiali su alcuni passaggi dell’esperienza e su altre tracce carenti e doverle ricostruire senza appoggio di dati. Il prevedere prima permette anche di darsi un tempo per documentare.
È importante quindi darsi un tempo, individuare le risorse umane e un’organizzazione per poter dispiegare il percorso documentario.
Il percorso di documentazione è scandito da tappe in itinere: definizione di obiettivi, per poter passare dalla raccolta di materiali vari al dare forma a un prodotto, con la scelta di supporti e linguaggi comunicativi adeguati, per veicolare quei contenuti, rispetto a un determinato fruitore.
Lo sviluppo pertanto è dalla raccolta di materiale grezzo – documenti intermedi, testimonianze: resoconti degli insegnanti, elaborati, disegni, foto – alla rielaborazione degli stessi.
Abbiamo messo in campo parole come selezione, scelta. La documentazione è infatti frutto di operazioni di selezioni: l’evento rivive in una documentazione, per le parti che, chi la compone, seleziona come significative e pertinenti. Questo è un aspetto operativo importante e non così semplice come a prima vista potrebbe sembrare. Facendo riferimento al nostro lavoro nei Centri di documentazione e al lavoro diretto con gli insegnanti questa è un’azione difficile per il personale docente che documenta: la scelta implica escludere, lasciare fuori porzioni di esperienza. È importante quindi trovare un filo conduttore che possa organizzare le scelte. Creare documentazione porta a pensarla come operazione complessa. Una voce nel gruppo ha sottolineato che: “La documentazione è un’operazione della mente non è una mera raccolta, è comprensione. È un fermare l’attenzione per capire e interpretare, è un percorso per poter riusare quella conoscenza”.

Procedura del servizio di documentazione
Fino a ora abbiamo utilizzato il termine procedura per connotare le azioni necessarie per realizzare un prodotto documentario, ma lo stesso termine può anche venir usato nell’accezione di procedure di un servizio di supporto alla realizzazione di documentazioni. Ci spieghiamo meglio.
Spesso gli insegnanti si rivolgono ai nostri Centri per essere assistiti nel percorso documentario. Il Centro allora mette a disposizione competenze e la propria struttura per supportare gli insegnanti a realizzare un prodotto finito e a promuoverne la diffusione.
Esiste così anche una procedura del servizio di documentazione.
Parliamo allora dell’articolazione di:
– consulenze e/o percorsi di formazione;
– tecnologie messe a disposizione del processo (editing, stampa del fascicolo, supporto alla realizzazione video);
– diffusione e conoscenza della documentazione attraverso l’invio dei materiali e/o momenti di presentazione delle esperienze presso gli ambienti del Centro.
Molti Centri hanno così codificato una struttura di consulenza caratterizzata dalla presenza di operatori per raccogliere i bisogni e le aspettative degli utenti, l’esplicitazione delle motivazioni al documentare, l’ascolto dell’esperienza. È offerto un supporto metodologico per la definizione del progetto di fattibilità. Gli utenti sono aiutati a individuare i curatori, a redigere un indice della documentazione, a raccogliere le testimonianze, a definire l’articolazione del testo (tema centrale e individuazione dei nuclei narrativi) e i destinatari.
In questo caso il progetto di documentazione terrà presente l’organizzazione interna alla scuola e la possibilità degli incontri di consulenza presso il Centro prevedendo gli apporti reciproci: il lavoro degli insegnanti, l’apporto del pedagogista o di altri interlocutori previsti dalla documentazione e gli esperti del Centro. Un esempio di Struttura di servizio Consulenza è offerto dal centro Memo di Modena che, illustrando come è nata la documentazione portata nello scambio di gruppo, sottolinea le motivazioni degli autori ed evidenzia i livelli di lavoro proposti dagli operatori del Centro e previsti dalla consulenza.

7. Bibliografia

Andrea Mannucci, Crescere insieme. I diversabili e l’acquisizione dell’autonomia: la metodologia e le attività educativo-riabilitative di un Centro Diurno Tirrenia, Edizioni Del Cerro, 2005
Maurizio Colleoni, Simona Colpani, Damiano Previstali (a cura di) “Fare spazio alla disabilità nei reticoli della comunità” Inserto in: Animazione sociale, agosto/settembre 2005, pp.34-65
Paola Carozza La riabilitazione psichiatrica nei centri diurni. Aspetti clinici e organizzativi, Milano, FrancoAngeli, 2003
Donatella Celli, Emma Rossi Oltre il limite. Segni, storie, esperienze attorno e oltre l’handicap, Roma, Edizioni Scientifiche Magi, 2001

Risorse web dalla rivista HP-Accaparlante
Stefano Siroli “Il mandato sociale degli educatori”, 2000
Collettivo Centro Diurno Handicappati USL n. 27 di Bologna, “Proposta degli operatori dell’handicap adulto”, 1988
Cristina Bollini  “Un centro per autolesionisti”, 1990
Sandro Bastia Al centro dell’attenzione, numero monografico, 1998

Cronache paralimpiche

di Giovanni Preiti

“La Paralimpiade è una storia tutta da vivere, fatta di migliaia di capitoli, scritti da mille mani diverse. È un mosaico composto da tantissime tessere, l’una indispensabile per la vita dell’altra” scrive nella brochure di presentazione della squadra italiana, il Presidente del CIP (Comitato Italiano Paralimpico), Luca Pancalli.
Sono passati ormai mesi dalla chiusura delle Paralimpiadi di Pechino, evento che sicuramente segna la storia dello sport, come dice Pancalli; ora mi trovo qui a raccontare cosa è successo. Intanto i numeri: gli  atleti italiani sono stati 84 (insieme a sei atleti guida) su un totale di circa 4.000 partecipanti, in rappresentanza di 150 Paesi. Fare l’elenco sarebbe troppo lungo, per non fare ingiustizie, vi riporto il link dove potrete rintracciare il curriculum di ognuno, con i vari atleti divisi per disciplina
Voglio solo citare due nomi, entrambi al femminile: la portabandiera della squadra italiana, la trentasettenne atleta veneta Francesca Porcellato, che a Pechino ha disputato la sua settima Paralimpiade (sei estive e una invernale), accompagnata dalla sedicenne modenese Cecilia Camellini, la più giovane.
Abbiamo riportato in totale 18 medaglie, una in meno di Atene 2004, piazzandoci al 28° posto dopo Paesi come l’Ucraina, il Kenya, il Messico, la Korea, la Tunisia, la Polonia, l’Iran e Hong Kong. Se dovessimo seguire le parole di Rocco Crimi (sottosegretario con delega allo sport) secondo cui “I paralimpici rappresentano il grado di civiltà di un Paese”, ci troveremmo evidentemente a un grado di civiltà piuttosto basso. In realtà lo stato dello sport disabili in Italia, come il nono posto tra i normodotati, non dipende di certo solo dal nostro piazzamento nel medagliere di Pechino, ma sicuramente è un dato importante sul quale dobbiamo fare molte riflessioni per il prossimo quadriennio.
Molte sarebbero le cose da citare su questo evento mondiale, ma la storia è fatta soprattutto dagli uomini e dalle donne, e ce ne sono tanti da menzionare come Matt Cowdrey australiano, cinque ori e tre argenti nel nuoto, grande rivelazione di questi Giochi. Come lui, in piscina, i cinesi hanno sostenuto il grande idolo di casa, He Junquan, completamente senza braccia da quando aveva cinque anni per aver toccato un trasformatore, che ha catalizzato l’attenzione del pubblico che gremiva il Water Cube a ogni sua gara. He Junquan ha raggiunto il suo obiettivo: cinque gare, cinque medaglie d’oro. Natalie Du Toit è invece il Pistorius della piscina, non solo perché è sudafricana come lui e amputata a una gamba. Natalie, che ha partecipato anche all’Olimpiade del mese scorso, giungendo sedicesima nella maratona del nuoto (10 km), aveva solo da perdere, come Pistorius. E, come lui, ha anche rischiato di farlo. Un fenomeno, eletta con il premio Whang Youn Dai come la migliore dei Giochi insieme al panamense Said Gomez, ipovedente, presente ai Giochi da Barcellona. E poi Chantal Petitclerc, canadese, paraplegica da quando aveva 13 anni, un fenomeno in carrozzina, oro in tutte le gare a cui ha partecipato: 100, 200, 400, 800 e 1500 m. O Kenny Darren, ex ciclista junior della nazionale junior inglese, cerebroleso dopo un incidente in gara al Tour d’Irlanda: ha vinto cinque medaglie, quattro d’oro e una d’argento, dietro al fenomeno spagnolo Ochoa. Imbattibile anche in questa edizione Esther Vergeer, la miglior tennista in carrozzina di tutti i tempi. A 27 anni, in carrozzina da quando ne aveva otto dopo un’operazione alla spina dorsale per risolvere un difetto avuto alla nascita, la Vergeer ha vinto singolo e doppio, portando a 345 le gare in cui è imbattuta. Un record aperto e probabilmente mai superabile. E la polacca Natalia Partika, amputata a un braccio, che ha partecipato alla Olimpiade, come la Du Toit. Ha vinto un oro nel singolare, ma è stata sconfitta nella partita decisiva della finale a squadre, che ha consegnato l’ennesimo oro alla Cina. La dimostrazione che Olimpiade e Paralimpiade sono sempre più vicine. Il celebrato, anche troppo da tutti i media mondiali, Oscar Pistorius  con le vittorie nei 400, 100 e 200, anche se quella nei 100 soffertissima vinta per 3 centesimi. Infine voglio ricordare la nazionale maschile australiana di basket in carrozzina, che contro pronostico ha battuto in finale il Canada del fortissimo Patrick Anderson.
Ora parliamo dei media: circa 5.000 gli addetti alla comunicazione accreditati per i Giochi Paralimpici di Pechino 2008, tra operatori del BOB (Beijing Olympic Broadcasting), delle televisioni, della stampa e fotografi, basti pensare che solo la BBC è stata presente a Pechino con 80 operatori. L’euforica Steffi Klein, Senior Manager dei Media e delle Comunicazioni dell’International Paralympic Committe, ha dichiarato nella conferenza stampa d’apertura: “Inutile dire la mia soddisfazione nel leggere questi dati, numeri che fanno di queste Paralimpiadi una delle più importanti di sempre in termini di visibilità e di risalto dato dai media a un evento del genere”.
E per quanto riguarda l’Italia? Io ho provato a chiedere a chi ho incontrato in questi giorni, tra cui anche giornalisti sportivi della mia città, e la risposta è stata che hanno visto poco o nulla. Del resto io stesso, da appassionato e dotato di satellite a casa, sono riuscito a vedere poco, sicuramente anche a causa dell’orario scomodo delle dirette! Ho notato ancora una grande indifferenza. Ogni giorno su RaiDue alle 9.30 c’è stato uno speciale di una mezz’ora, poi dalle 10.30 alle 14.30 ci sono state quattro ore di dirette su RaiSportPiù (digitale terrestre) e RaiSportSat (satellite), dove Lorenzo Roata è stato un ottimo cronista dell’evento paralimpico, dimostrando la competenza che ha acquisito in questi anni sullo sport disabili coadiuvato dal bravo e esperto Claudio Arrigoni; prezioso è stato anche il contributo tecnico dei commentatori che la Rai ha assoldato tra le fila dei tecnici del Comitato Italiano Paralimpico. Il sito web della Rai ha trasmesso le dirette in streaming. Eurosport aggiornava i risultati tramite le sue news, come pure Sky sulle medaglie italiane. Sui giornali non si è visto molto, qualche articolo sulla Gazzetta dello Sport, e pochi altri. Tutto questo è stato sicuramente insufficiente, naturalmente in quei giorni era ovviamente più importante parlare della ben più seguita, famosa e pagata nazionale di calcio, che per poco non è scivolata sulla “buccia di banana” Cipro, e del polso rotto di Gattuso, invece di dedicare qualche minuto alle Paralimpiadi. Naturalmente era colpa del mancato interesse da parte del pubblico, ma è un cane che si mangia la coda; come fa il pubblico a mostrare interesse per qualche cosa che non conosce e non può vedere? Come sottolineato dalla portacolori

 Il disabile nobilita il lavoro

di Stefano Toschi

Ho letto recentemente un articolo che raccontava di come una piccola azienda artigiana dell’Appennino bolognese, pur non essendo sottoposta agli obblighi di legge in materia di assunzione di dipendenti disabili, avendo meno di 15 collaboratori, ha assunto un venticinquenne che si trova in carrozzina a seguito di un incidente stradale. Il giovane è stato scelto solo a causa delle sue effettive capacità lavorative e svolge una professione attinente al suo titolo di studio, ovvero il diploma di geometra. Questo caso ha destato curiosità e ammirazione perché, di solito, le aziende non assumono disabili se non sono costrette a farlo dalla normativa vigente e, in ogni caso, difficilmente inseriscono nel loro organico un dipendente con qualche deficit inquadrandolo nel livello adeguato alle sue competenze, o permettendogli di svolgere una professione che abbia qualche attinenza con i suoi titoli di studio e le sue capacità.
Pertanto, accostando le parole “disabili” e “lavoro” sembra di creare un ossimoro, una contraddizione. Non a caso, è proprio con la rivoluzione industriale, e quindi con l’ampliamento delle possibilità di trovare un lavoro, che nasce il concetto di handicap. Quest’ultimo, infatti, è inteso essenzialmente come la mancanza di capacità di compiere una attività lavorativa. Storicamente, dunque, il termine, che ha il suo corrispettivo italiano nel vocabolo “disabilità”, ha accezione negativa, rimarca una mancanza, un’incapacità di svolgere una determinata funzione sociale fondamentale, come quella del lavoro. Questo concetto sembra suggerire che, chi non è abile e svolgere un certo tipo di attività produttiva, non è abile tout court, è dis-abile, appunto.
Se si pensa all’importanza che ha il lavoro nella nostra Costituzione, si coglie subito quale significato umano, morale e sociale acquisisca la disabilità da tale punto di vista. Già nel primo articolo si legge che l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Esso è un diritto e un dovere, come precisa l’articolo 4. Viene spontaneo chiedersi se anche per una persona con deficit il lavoro abbia entrambe queste caratteristiche. Lo stesso articolo 4 prosegue dicendo che “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.
A questo punto, è possibile fare due considerazioni. La prima riguarda quel “secondo le proprie possibilità”. Una persona disabile, spesso, può svolgere una funzione non direttamente produttiva, ma non per questo di minor peso sociale. Il lavoro, che è uno strumento fondamentale nella realizzazione di un individuo, non deve prevaricare le altre caratteristiche della persona, come invece di solito avviene. Quasi sempre, infatti, una persona usa la propria professione come biglietto da visita, come garanzia, come prova delle proprie capacità. Alle persone con deficit, nel migliore dei casi, viene riconosciuto un ruolo “spirituale” nella società, ma più in funzione degli altri, che di se stessi. Ovvero, vengono considerate persone bisognose di aiuto e di assistenza e che, pertanto, hanno la capacità di tirare fuori il meglio dai cosiddetti “normali” che hanno a che fare con loro. Anzi, sono essi stessi oggetto e fonte del lavoro di tante persone “normali”, che lavorano nel sociale, come si usa dire. In genere, viene loro negata la possibilità di avere un ruolo attivo nella società, anche dal punto di vista del lavoro.
Leggendo alcune statistiche reperibili sul web, si riscontra come sia presente fra i soggetti con disabilità un bassissimo livello di istruzione. Quasi la metà degli iscritti alle liste di collocamento per le categorie protette, infatti, risulta non avere adempiuto nemmeno l’obbligo scolastico. Questa situazione non è necessariamente causata dai limiti fisici o intellettuali che possono avere le persone in questione, quanto dalle barriere che la società, i governanti, i pregiudizi pongono sul cammino di un disabile, barriere culturali che nulla hanno da invidiare a quelle architettoniche. Naturalmente, esistono dei correttivi e degli ammortizzatori sociali che permettono a persone con deficit di trovare una professione: ad esempio, le aziende con più di 15 dipendenti sono obbligate a inserire nel loro organico lavoratori appartenenti alle categorie protette.
Tale considerazione apre la porta ad altre due osservazioni. La prima riguarda la definizione di “categorie protette”: non si capisce esattamente da chi o da cosa queste persone debbano essere protette, ma soprattutto non è chiaro chi le protegga. E qua si inserisce la seconda osservazione: è da considerarsi una tutela il fatto che coloro i quali, nonostante qualche deficit fisico, hanno studiato e magari si sono laureati e specializzati, debbano poi accettare, per vivere, di essere sottoimpiegati in professioni inadeguate alla loro preparazione? Questa domanda viene posta, di solito, in riferimento ad altre categorie di persone, quali le donne o i lavoratori stranieri immigrati. Sui giornali si legge spesso di persone immigrate che, seppur laureate nel loro Paese d’origine, lamentano di trovare in Italia solo lavori da colf o operaio. Oppure, si legge di donne che devono rinunciare alla carriera e accontentarsi di lavori non qualificati solo perché madri di famiglia. Queste testimonianze, in verità molto frequenti, scuotono l’opinione pubblica e alimentano le discussioni. Invece, se è il lavoratore disabile a essere sottoimpiegato, come avviene poi nella stragrande maggioranza dei casi, nessuno se ne meraviglia, quasi come se fosse del tutto normale che un limite fisico impedisca anche la piena realizzazione professionale.
La condizione di disabilità è ancora una volta rivelatrice. Non lo è soltanto dei limiti umani naturali che tutti abbiamo, ma che nei disabili sono semplicemente più trasparenti, perché evidenti e quindi non occultabili. In questo caso lo è anche dei problemi e delle contraddizioni della società, perché ogni persona dovrebbe fare il lavoro per cui è portata, dovrebbe essere assunta per merito e non per raccomandazione o per obblighi di legge. Il lavoro non dovrebbe essere soltanto una fonte di reddito, ma soprattutto un’occasione di realizzazione personale. La celeberrima frase “il lavoro nobilita l’uomo” nasce proprio nel contesto della grande rivoluzione borghese del Settecento: coloro che non erano nobili di nascita erano consapevoli di guadagnarsi gli stessi onori con il sudore della fronte. Ma se il lavoro nobilita l’uomo, pare che per ora non sia neppure in grado di elevare un po’ il disabile dalla sua carrozzina!

Orizzonti di gloria

di Luca Baldassarre

“Mi piace proprio questa strada…”. È questo che penso quando il mio “scatolino” esce dalla città e comincia, con calma, a scalare i dolci colli senesi, in direzione sud. Per questa giornata mi sono ripromesso due sole cose: fermarmi ad Asciano per pranzare con mezzo chilo di fiorentina (costi quel che costi!) e poi restare un po’ in ammollo nelle vasche termali, a Bagni San Filippo. In effetti, non è un programma tanto impegnativo. Ce la posso fare. La prima parte del viaggio scorre senza tanti problemi anche se un paio di chiamate di lavoro provano a distogliermi dalla mia giornata di assoluto, totale, rigenerante e piacevole riposo. Ma in fondo, mi ripeto, oggi niente mi fermerà dalla nullafacenza. Il da farsi di domani sarà materia, appunto, del domani. Prima di scendere dall’auto e toccare con mano il pavé (sì, io accarezzo la pavimentazione stradale!) faccio un rapido controllo mentale di quello che mi serve: taccuino, registratore, due bustine di tisana (una depurante e l’altra digestiva), biro, guida e… ecco! C’è sempre l’ultima cosa che mi sfugge. Vabbè, mi tornerà in mente… Aah, le foto! La macchina fotografica. Bene! Adesso ho veramente tutto. Verificata la buona accessibilità del fondo stradale (in questi casi sulle guide turistiche della cooperativa Accaparlante scrivo “sampietrini ben connessi”) procedo spedito verso il mio pranzo. Spero che i gestori non se ne abbiano a male ma, a ben vedere, “La Mencia” non si può definire esattamente un locale di classe… Però, ragazzi, c’ha una fiorentina del 32! Spiego la portata del numero: intanto bisogna avere ben presente il rumore del rasoio affilatissimo che lacera un tessuto (per gli amanti di Dylan Dog è il “riiiiiip”). Applicato per analogia a questa carne, il riiiiiip è il sibilo impercettibile prodotto dal burro tagliato da una lama rovente. Il coltello si fa strada delicatamente nella “ciccia”, che quasi arretra sotto il suo incedere, un po’ come le acque del mar Rosso dinnanzi a Mosè. Forse per la citazione del profeta o più probabilmente per il chianti che accompagna il mio pasto, l’esperienza qui a “La Mencia” assurge a toni mistici.
Dopo un bel tour nel paesino e qualche buon caffé risalgo in macchina. Guido verso l’Amiata, obiettivo finale del mio miraggio odierno. Mi addentro nella Val d’Orcia e nelle sue strade del pecorino. Nonostante il mio occhio (e il mio stomaco) mi dirotti sistematicamente verso interessi culinari, riconosco all’Amiata e al suo territorio, un fascino e una ricchezza impressionante. Questa zona è di pregio sia dal punto di vista storico che naturalistico: boschi di faggi, castagni, sentieri a gogò (da percorrere come si vuole: a piedi, cavallo, bici e, a volte, in carrozzina) e perfino piste da sci. E poi medioevo a ufo: borghi spettacolari, abbazie, chiese, palazzi, castelli! Non a caso mi rifocillo un paio di volte prima di giungere all’agognata meta, tappa numero due di questo itinerario eno-gastronomico-godurioso, Bagni San Filippo.  Quelli che parlano bene lo definirebbero come “un luogo suggestivo per i suoi depositi calcarei, bianchissimi, e per le cascatelle d’acqua calda termale”. Bè, mica male come descrizione! Qui l’acqua è davvero calda e rinvigorente: sgorga naturalmente attorno ai 37-38° centigradi. Si può perfino scegliere se bagnarsi in quella di zolfo dalle rocce del Fosso dell’Acqua Bianca, o in quelle delle piscine fangose. Il nécessaire per il bagnetto in acqua termale è poca cosa: ciabattine, accappatoio e asciugamano. So che detta così, soprattutto per i neofiti della “termata”, appare una follia. Ma come? In inverno, spogliarsi al freddo? Brrrr… Mia madre, prototipo della buonissima mamma italiana, ancora oggi ci vede l’anticamera di una bronchite* (l’asterisco è il focolaio in omaggio). Ma, e lo dico anche alla mia mamma, così non è! Il bagno termale garantisce benessere, sollievo e grande rigenerazione cellulare (questa l’ho scritta a caso, ndr). Un risultato simile a un lavaggio a 60° in lavatrice per capi bianchi. Unica controindicazione (specifica per Bagni San Filippo): “l’effetto Rockets” (quelli di On the road again). Cioè, si esce inceronati e con il bulbo sparato in ogni direzione (sostanziale differenza con le crape pelate della band francese degli anni ’70/’80). Dopo molte ore, preferibilmente il giorno dopo, ci si lava. Invece, subito dopo, si cena. E qui ricomincerei daccapo… perciò passo al prossimo viaggio.

 Il caos, l’irreversibilità e la volontà

di Luca Giommi

La disabilità cos’è?”. “Spegniamo la telecamera, ché non so cosa dire”.
A parlare è uno degli intervistati (disabili) del documentario “Pinocchio è una storia vera”, ma la risposta rimanda, col richiamo alla telecamera, alla possibilità stessa di filmare la disabilità. Fare film su di essa non è affatto semplice, chi prova sa di esporre il suo lavoro a molteplici rischi a ogni livello di lettura e fruizione dell’opera. Tanto più che quasi sempre la disabilità è stata rappresentata da chi quella condizione non la viveva, restituendo spesso un’immagine semplificata e sclerotizzata della disabilità stessa. “Come prima” e “Pinocchio è una storia vera” riescono a evitare il distacco dalla “normalità” (che contribuisce a costruire quel tipo di rappresentazione incompleto e fallace) anche, e forse, proprio perché partono dall’acquisizione della “soggettività disabile” nella narrazione, ovvero del disabile come “soggetto narrante” e non “oggetto narrato”. In “Come prima” è il regista stesso a essere disabile, in “Pinocchio è una storia vera” la narrazione è affidata completamente alle persone con deficit che riportano le rispettive vicende biografiche.
Scegliere le proprie storie, dirle in prima persona: l’indipendenza ha bisogno dell’immaginario, di vivere come tale nella rappresentazione di sé, ancor prima di affermarsi nel tessuto politico e sociale.
“Come prima”, realizzato nel 2004 da Mirko Locatelli e di cui “HP-Accaparlante” si è già occupata ( n. 3, settembre 2005), è una visione intensa che propone numerosi spunti di riflessione. Ma quello fondamentale che il regista-sceneggiatore sembra volerci proporre, e che scorre per tutta la durata del film, ruota attorno al concetto e alla condizione di reversibilità e irreversibilità. Cosa vuol dire irreversibilità di un processo e come ci si confronta con una situazione di questo tipo? La reversibilità o meno di una situazione non dipende forse dal contesto in cui ci si trova, dal “sistema” in cui si è inseriti, dalla capacità di azione che riusciamo a esprimere? Non è forse vero che, nello stesso soggetto-oggetto, possono convivere stati reversibili e irreversibili e che l’azione di reversibilità si può esercitare su certi aspetti e non su altri? E che sta proprio lì, nel riuscire a individuare, interpretare e lavorare su quegli aspetti e non su altri, la possibilità di cambiare il segno a uno stato di cose? O che uno stesso stato di cose può insieme essere reversibile e irreversibile, ovvero, in parte reversibile e in parte no? Il film affronta appunto il momento di passaggio e di “caos” che intercorre tra uno stato di ordine e il successivo che, comunque, sarà di segno diverso e tenta di esplorare e far emergere quel che resta del “prima”, quel che si fa irreversibile e immodificabile nel carattere, nei desideri, nei bisogni e nei fatti e quello che, al contrario, può o è destinato a cambiare o a essere ripristinato.
Nel lavoro di Locatelli la questione è posta piuttosto direttamente, all’incirca a metà film, sotto forma di nozione di fisica (“I processi possono essere […] reversibili e irreversibili”) che muove alla riflessione il padre di Andrea, il ragazzo con tetraplegia acquisita in seguito a un incidente; poco dopo ci viene invece suggerita dall’imbarazzo (sempre del papà di Andrea) di fronte a una tazzina rotta, i cui pezzi appaiono difficilmente componibili, se l’intento è quello di ripristinare la sua forma originaria. Un processo irreversibile? Oppure la reversibilità o meno può essere anche una questione di punto di vista, di idoneità delle proprie reazioni allo stato di cose che ci si presenta?
Comunque, tutto il film sembra ruotare attorno a queste domande, ma teso non tanto a una loro soluzione, quanto alla descrizione di possibili intrecci, complicazioni, cambiamenti, tensioni e paradossi.
Il motorino di Andrea, dopo l’incidente, è “reversibile” (venduto) a pezzi. La casa di Andrea è riadattabile alle esigenze dei suoi nuovi movimenti (il film inizia proprio con le immagini dei lavori di ristrutturazione).
Ad arricchire la questione interviene “Pinocchio è una storia vera”, documentario realizzato nel 2006 dal giornalista Andrea Icardi, il quale intervistando persone diverse per vicende biografiche, dati anagrafici e contesto sociale ci presenta un quadro molto movimentato, per nulla omogeneo, di emozioni, condizioni di vita, rapporto con se stessi, accettazione della disabilità, ecc.
Anche qui sembra proprio che a essere tematizzato sia il confronto inevitabile con una nuova condizione fisico-mentale alla luce della reversibilità o irreversibilità dei fenomeni. In un certo senso il documentario è come se esplicitasse in modo più netto l’argomento del film di finzione di Locatelli, o, meglio, ne esplorasse le origini, il percorso, ne interrogasse in modo diretto la destinazione.
L’irreversibilità (per quanto, ancora?) delle ansie e dell’obbligo di essere sempre simpatici e speciali; l’irreversibilità di una certa dipendenza dagli altri; l’irreversibilità della carrozzina; la reversibilità di alcune barriere architettoniche e non di altre; la reversibilità intesa nel senso della possibilità di arrivare all’autodeterminazione, a una “vita indipendente” e della capacità di ridefinire i propri obiettivi, le proprie abilità, le relazioni con il mondo esterno e i “rapporti di forza” tra il “volere” e il “potere” (una delle intervistate dice “mi manca il poter dire io voglio, quindi io posso”, che in realtà è un inganno per ognuno di noi).  
Inoltre “Pinocchio è una storia vera” racconta un “dopo”, un confronto con la disabilità più lungo, ed è come se ci mostrasse le varie possibilità che Andrea di “Come prima” si troverà davanti, le scelte che potrebbe prendere, le continuazioni e i finali possibili del film di Locatelli, se questo idealmente continuasse aderendo alla “diretta” della vita di Andrea o venisse ripreso diversi anni dopo. In esso, infatti, il futuro del protagonista non è suggerito se non ellitticamente, per cenni che lasciano intendere quali sarebbero i passi necessari o auspicabili perché il rapporto con la propria disabilità possa dispiegarsi in modo meno traumatico, ovvero più “conciliato” con se stessi e il mondo esterno (che poi esterno non è mai). “Come prima”, infatti, si concentra maggiormente sul primo periodo di ritorno “alla realtà”, a sèguito dell’incidente di Andrea e della terapia riabilitativa successiva. E indica, evoca la fisionomia del suo futuro con immagini che svelano la tenacia nel cercare di ripristinare una relazione (in questo caso quella con il padre) scartando con i denti un pacco regalo impeccabilmente incartato (un vizio, o una virtù, paterni).
In “Pinocchio è una storia vera” la pluralità delle interviste complica il quadro: le voci che si susseguono a volte si smentiscono l’un l’altra immediatamente, il confine tra reversibilità e irreversibilità si mostra in tutta la sua indeterminatezza. Si riposiziona di continuo, sfugge alle definizioni, oscilla tra caos, volontà personale, società, diritti, destino…

Come prima
Regia: Mirko Locatelli
Soggetto: Mirko Locatelli, Giuditta Tarantelli
Sceneggiatura: Mirko Locatelli, Luciano Sartirana, Giuditta Tarantelli
Fotografia: Mladen Matula
Interpreti: Fabio chiodini, Mattia De Gasperis, Antonio Pisu, Giuseppe Cederna, Adele Castiglioni, Matteo Sacco, Lorenzo Pedrotti, Agata Fabiano, Andrea Belletti
Produzione: Officina Film

Pinocchio è una storia vera
Regia: Andrea Cardi
Soggetto: da un’idea del sito www.pianetabile.it
Musiche: Ladri di carrozzelle
Montaggio: Andrea Icardi
Voce: Alessia Confessore
Interpreti: Onorevole Antonio Guidi ed 8 disabili
Produzione: IVM multimedia snc

 Un condominio: luogo di casa

di Alessandra Pederzoli

Via delle Orfane 8, Lodi.
A questo indirizzo si trova lo stabile nato dal progetto “Condominio solidale, un altro abitare è possibile”, inaugurato e presentato lo scorso 11 ottobre. Questi ultimi anni hanno visto il proliferare di dibattiti, incontri, riflessioni e iniziative promosse dagli enti pubblici e privati sul tema del “dopo di noi”. Tema discusso e al quale occorre trovare risposte concrete alla cui formulazione, probabilmente, devono essere chiamati in causa diversi soggetti sociali.
Sull’onda di queste considerazioni l’amministrazione comunale di Lodi ha deciso di rispondere al bando “Promuovere il dopo di noi e l’autonomia abitativa” della Fondazione Cariplo emesso nel 2004. Da qui nasce la genesi del progetto “Condominio solidale, un altro abitare è possibile” con il quale si mettono in atto pratiche di Active Welfare che vedono coinvolti diversi soggetti operanti sul territorio: l’amministrazione comunale, e l’assessorato alle politiche sociali prima di tutto, l’associazione Aiutiamoli e realtà di volontariato come Emmaus e Caritas. Questo progetto sperimentale ha fatto sì che l’amministrazione comunale mettesse a disposizione uno stabile da ristrutturare dal quale poi sono state ricavate diverse unità abitative, con l’aggiunta di spazi comuni per le occasioni di condivisione, in modo da poter fornire a soggetti disabili, fisici o psichici, soluzioni di vita alternative alla residenzialità o all’istituzionalizzazione nel momento in cui le famiglie di origine vengano a mancare.
Esistono diverse tipologie di vita insieme meglio nota come co-housing, nate soprattutto nel nord Europa proprio come tentativo di contrastare l’isolamento e la difficoltà di “abitare” di alcune persone, come le persone disabili ma anche gli anziani o i soggetti deboli, che necessitano di una qualche forma di affiancamento nella quotidianità. Anche in Italia oggi esistono diverse forme di vita condivisa, anche se si differenziano tra loro in base al grado di impegno, più o meno forte, della condivisione di tempi e spazi del vivere insieme. Il modello strutturato a legame forte prevede un impegno molto denso e i parametri della condivisione vengono stabiliti a priori e riguardano diversi ambiti, a partire da quello economico fino ad arrivare alla condivisione della dimensione lavorativa, dei pasti, delle vacanze e di molte scelte legate alla quotidianità (sono queste forme di vita più comunitarie). Esiste poi il modello semistrutturato di condominio solidale nel quale viene tutelata al massimo la privacy e l’indipendenza dei nuclei che vi abitano (siano essi singoli o famiglie) e nel quale si prevedono spazi e tempi comuni che vengono gestiti in assoluta autonomia e libertà dalle persone che vi abitano (nulla quindi viene stabilito a priori). La condivisione in questi casi diventa una condivisione delle piccole azioni del quotidiano e si concretizza in quello che viene definito un “vicinato di qualità”.
Di fatto l’esperienza di Lodi si colloca un po’ tra l’uno e l’altro modello, puntando a una filosofia dell’abitare che valorizzi la reciprocità degli scambi sia da parte di chi è più bisognoso di un sostegno fisico al vivere quotidiano, sia da parte di chi lo è meno, nella logica che la persona non è solo portatrice di bisogni ma anche di risorse. Potenziare e migliorare le occasioni di relazione delle persone più fragili significa anche migliorare l’integrazione del tessuto sociale e comunitario che va oltre i confini del condominio.
La realtà di via delle Orfane intende proprio proporre un nuovo modo di vicinato tra le famiglie che si trovano a condividere i confini della propria abitazione, in modo che i muri siano solo a separare spazi e non a dividere persone. Muri nei quali si aprono le porte della quotidianità che diventa così caratterizzata da uno stile di vita di mutuo aiuto e sostegno, pur nell’attenzione a preservare privacy e indipendenza di ogni singolo nucleo. Questo stile del buon vicinato fa sì che il condominio di via delle Orfane possa accogliere le istanze del “dopo di noi” presenti nella realtà locale, fornendo una risposta possibile e adeguata a quanti, per vivere la propria “indipendenza”, abbiano bisogno di un sostegno vicino nelle piccole azioni del quotidiano. Di fatto poi il condominio diventa luogo di apertura anche a quelle emergenze temporanee di chi necessiti un punto di appoggio anche solo momentaneo; diventa apertura e occasione per il volontariato locale che può portare all’interno il proprio prezioso contributo; diventa luogo di apertura delle famiglie al cui interno scelgono di vivere tenendo aperte le porte della propria casa e della propria convivialità.
Tecnicamente sono stati predisposti all’interno dell’edificio due monolocali a piano terra e al piano primo per persone disabili, due trilocali per famiglie che decidano di partecipare al progetto e mettano a servizio il loro essere famiglia, un monolocale per studenti o giovani volontari, un monolocale come “appartamento di appoggio” per quelle situazioni di criticità temporanea e un monolocale adibito a spazio comune. Questa la disposizione e l’assetto che il condominio ha in partenza di questa due anni di sperimentazione; così per come gli spazi sono stati pensati lascia già intuire come, oltre a essere stato ideato come luogo in cui si intrecciano forti legami relazionali con un alto potere di integrazione, diventa fondamentale anche una grande apertura all’estero e alle realtà territoriali che vengono chiamate a co-partecipare all’esperienza. In primis i soggetti partner del progetto che hanno l’impegno di segnalare i casi idonei a vivere in questo contesto, oltre a impegnarsi nella gestione anche pratica dell’esperienza, ma anche i vari enti e gruppi giovanili di volontariato, per esempio, ne sono coinvolti, le amministrazioni pubbliche, le aziende sanitarie. Si crea intorno all’abitazione di via delle Orfane una vera e propria rete di soggetti, di intenti, di obiettivi e anche di risultati e di azioni concrete che ne permettono il realizzarsi, nell’ottica di una socialità e un’integrazione che va oltre al singolo caso o alla singola persona per andare a toccare diversi ambiti e diversi soggetti.
Sempre perché la persona è pensata e intesa come il frutto di una molteplicità di relazioni e di contesti nel quale queste relazioni si rendono possibili. Ed è con il condominio solidale di via delle Orfane che la città di Lodi tenta la propria risposta, per mettersi a disposizione di questo pensiero e di questa idea della persona: chiunque essa sia.

Viaggiando in autostrada. Una giornata con Leslie  

di Annalisa Bolognesi

Parlare di maternità in una rubrica sulle donne. Beh, forse ai più potrà apparire un paradigma scontato e banale, seppure – lo sappiamo bene – nessuna donna, nemmeno quelle che hanno scelto di non aver figli o che non si sentono ancora pronte per averli, possa eludere del tutto il pensiero della maternità. Allo stesso modo potrà sembrare banale la scelta di parlare di madri di bambini con disabilità: un tema trattato e ritrattato sia in Italia che all’estero da tantissimi punti di vista e sul quale, onestamente, anche se molto spesso sia portata per il mio lavoro a conoscere mamme e familiari di bambini disabili, non mi sentirei di poter aggiungere nulla.
Ma quella che voglio raccontare è soprattutto una storia. È la storia del mio incontro con una persona normale e straordinaria. Una di quelle persone che, in un certo senso, ti cambiano la vita. E non perché facciano qualcosa che influisca sulla tua vita direttamente, ma perché capaci di aprirti nuovi mondi, trasmetterti la loro forza, fare scaturire nuove riflessioni.
È la storia del mio incontro con la fotografa inglese Leslie Mc Intyre.
Devo dire – anche con un po’ di imbarazzo – che la fotografia è un universo che non mi ha mai attratta più di tanto. Non sono mai stata capace di catturare in un’immagine le emozioni e i ricordi, mi è sempre sembrato riduttivo. Mi riconosco di più nella narrazione, ho sempre creduto fosse uno strumento più diretto per comunicare con se stessi e con gli altri.
Davanti al libro fotografico della Mc Intyre, però, mi sono dovuta ricredere. The time of her life (Roma, Ed. Contrasto Due, 2004) non è solo una raccolta di belle fotografie: è un racconto, il racconto per immagini di un’intera vita, quella di Molly, una bambina affetta da una grave disabilità muscolare, morta a soli quattordici anni. “È la storia di Molly e di sua madre Leslie, che di mestiere fa la fotografa e che con le sue foto l’ha raccontata in silenzio a tutto il mondo”, scrive Concita De Gregorio nel suo libro Una madre lo sa (Milano, Ed. Mondadori, 2006).
Ma non è stato sfogliando il libro che ho desiderato conoscere Leslie; il libro l’ho letto solo dopo. L’incontro con Leslie, come spesso avviene in questi casi, è stato quasi casuale, frutto di alcune coincidenze più o meno fortuite.
Eh già, credo che più o meno a tutti sia capitato di stare per settimane senza impegni particolari e poi, in un solo giorno, trovarsi con tantissime cose da fare. E così in quella stessa giornata dovevo andare a Prato per la presentazione di un progetto a cui lavoravo da due anni, mentre, alla sera, sarei dovuta rientrare a Bologna, per sentire Leslie, ospite in una conferenza nel vicino comune di San Lazzaro.
Allora perché non chiamarla anche a Prato? In fondo sarebbe stato bello avere un’ospite di tale importanza!
Detto, fatto. La fotografa di fama internazionale sulla quale è stato fatto anche un documentario (Benedetto Parisi, The time of her life, 2007), come fosse niente, risponde “Sì” al mio invito.
Ed eccoci al momento dell’incontro.
Io e Nadia, che mi accompagna e mi aiuta con la lingua, incontriamo Leslie alla stazione di Castiglione del Lago, dove ha trascorso qualche giorno di vacanza da alcuni amici. Indossa un paio di orecchini a forma di tappo di bottiglia con dipinta l’immagine di Frida Kahlo: gli stessi che portava anche nel documentario sulla sua vita e che Concita De Gregorio descrive nel suo libro.
È alta, magra, bionda, la tipica fisionomia inglese.
Si presenta.
Sorride.
In quel giorno dobbiamo percorrere molti chilometri e la mia non è certo una macchina da grande rappresentanza, “ma non ti preoccupare, la mia auto è molto peggio!” – mi dice scherzosamente Leslie.
E allora via che si va: da Castiglione a Prato, dove ci sarà spazio solo per un suo breve intervento, e poi di nuovo a Bologna, a San Lazzaro, per il convegno della sera, dove invece sarà protagonista insieme a Benedetto Parisi, il regista del suo documentario. Oltre duecento chilometri di Autostrada del Sole per conoscersi, chiacchierare in libertà,  in modo completamente informale.
Si parla davvero di tutto, con Leslie. Lei e Nadia chiacchierano di cooperazione internazionale. Poi mi chiede di parlarle dell’ordinamento scolastico italiano, di come siano le normative scolastiche in materia di disabilità. Mi racconta che, a suo tempo, ha dovuto lottare, ricorrere al Tribunale diverse volte per permettere a sua figlia Molly di poter andare a scuola insieme ai bambini normodotati, per consentirle di essere integrata in una classe normale, andando contro così alla normativa scolastica inglese, che prevede che i bambini disabili vengano collocati in classi speciali.
È una persona che ha lottato tanto, Leslie. È una fotografa famosa, ma è anche soprattutto una donna, una mamma, un’amica.
E quando la sera, a San Lazzaro, parla per più di un’ora della sua storia davanti a un pubblico in lacrime, mi sembra già di conoscere tutto, da sempre, anche se in macchina si era parlato di tutt’altro. Risponde a domande emotivamente difficilissime: la sua vita con Molly, il rapporto tra la sua arte e la disabilità di sua figlia, la scelta di pubblicare foto così personali, la morte di Molly a soli quattordici anni. Lo fa con una forza innata, che mai sarei capace di spiegare. So solo che la magia di un incontro che ti cambia la vita spesso sta proprio nel fatto di non riuscire bene a capire in che modo te l’abbia cambiata.
Quando Leslie arriva a descrivere l’ultima notte di Molly, prima di morire, persino l’interprete non ce la fa più e comincia a piangere. Leslie l’abbraccia e la consola.
Il convegno finisce, è stata una bellissima serata, un grande successo anche in termini di pubblico e partecipazione. Leslie mi vede ancora in sala e mi viene incontro: “Ciao, che bello vederti! Poverina, hai dovuto guidare tanto oggi!”.
Già, quel giorno ho guidato tanto. E non solo.  

Autobiografia di una zucchina

a cura di Roberto Parmeggiani, educatore e scrittore

Questo libro è bellissimo!
Mi rendo conto che iniziare una recensione in questo modo, è come decidere di iniziare il Giro d’Italia dalla tappa del Mortirolo: tutta in salita.
Il fatto, però, è che davvero questo libro è bellissimo, emozionante, divertente e allo stesso tempo  semplice, diretto e assolutamente vero.
Vero perché l’autore (che mi piacerebbe incontrare faccia a faccia per sottoporlo a un’intervista stile Vanity Fair!) riesce a raccontarci una storia d’infanzie recuperate, come fossero gli stessi bambini a raccontarla.
È un reality questo libro (nel senso etimologico della parola e non secondo il linguaggio televisivo), perché rappresenta perfettamente la realtà, non una immaginata o costruita, non una fiction pensata a tavolino, ma la vita vera. La vita di bambini e bambini abbandonati o allontanati dalle loro famiglie di origine per i più svariati motivi. La vita vera che lo stesso autore ha scelto di trascorrere per alcuni mesi in una casa di accoglienza.§
E che quella sia vita vera ne sono prova i dialoghi dei bambini, le loro domande e le loro riflessioni (quelle espresse e quelle trattenute).

Quando me ne vado, Rosy mi sorride.
E mi dico che è un peccato che non abbia bambini suoi, perché lei li avrebbe amati ancora più di quanto ama noi, anche se non riesco a immaginarlo quell’amore. Rosy non è il tipo da bere birre e guardare la tele. Se avessi avuto una mamma come lei non ci sarei mai salito sul granaio e non avrei mai frugato nel cassetto del comò. E se anche avessi frugato, non avrei mai trovato il revolver.
Ma se avessi avuto una mamma come lei, non avrei mai incontrato Camille ed è meglio così.
A volte mi dico che sono “un minore incapace” come dice il giudice, anche se io tengo a mente la peggiore di quelle due parole. Incapace.
Capisco bene di averne fatta una davvero grossa.
E poi a volte mi dico che se non l’avessi fatto, non sarei qui con i miei nuovi amici e soprattutto con Camille. Prima avevo solo Marcel e Gregory, ma non era la stessa cosa.
Il grosso Marcel è una nullità a biglie e non avevo niente da dirgli tranne “non vali niente a biglie” anche se mi piaceva tanto batterlo. E Gregory, a parte far finire il pallone nella finestra, non sapeva niente di niente.
Non è che io sappia tutto, ma con Simon e i fratelli Chafouin almeno si ragiona.
(Gilles Paris, Autobiografia di una zucchina)

La mamma di Icaro, che tutti chiamano Zucchina, sbraita sempre contro il cielo e lo picchia senza ragione. Zucchina allora pensa che il cielo e le botte vanno insieme. Medita quindi di sparare al cielo, in quel modo forse la mamma si sarebbe calmata e avrebbero potuto così guardare la tele senza che lui le prendesse di santa ragione.
Un giorno quindi entra nella camera di sua madre, trova un revolver in un cassetto ed esce in giardino. Punta l’arma verso il cielo. Un colpo, due colpi, sua madre esce, grida “cos’è questo casino?”, lui risponde “è per te, non voglio più che mi sgridi”, lei sbraita “schifoso”, un calcio, una spinta, parte un colpo, la mamma barcolla all’indietro e va giù.
Da questo punto in poi la vita di Zucchina cambia radicalmente, questo involontario rito d’iniziazione lo porta a lasciare il mondo materno per entrare in modo prepotente nel mondo degli adulti e, nello specifico alla Fontane una struttura che accoglie bambini allontanati dalle loro famiglie.
Un passaggio netto da quello che era a quello che sarà, dall’amore superficiale di sua madre a quello travolgente di Rosy, dalla solitudine di due amicizie insignificanti alla scoperta dell’affetto travolgente dei coetanei, insomma una vera e propria rivoluzione che coinvolge anche la costruzione dell’identità stessa di Zucchina.
Considerato “piccolo stupido” da sua madre prima e “minore incapace” dai giudici poi, Zucchina, come molti bambini e giovani di oggi, viene etichettato in modo assolutamente semplicistico, in categorie che permettono agli adulti di non assumersi il disagio del minore, di relegarlo nella sfera del personale e non del sociale. È lo stesso atteggiamento di chi pensa di risolvere i problemi negandoli o, ancora peggio, coprendoli magari con un bel grembiule.
A Zucchina, per fortuna, la vita riserva invece incontri molto interessanti: Raymond, Camille, Victor, Simon, Rosy… Incontri che gli consentono di intraprende un viaggio per mezzo del quale dimenticherà la parola incapace imparando di nuovo ad alzare lo sguardo verso l’alto.
Qui sta infatti il segreto per liberarsi delle etichette, soprattutto quelle che affondano l’autostima.
Alzare lo sguardo simboleggia il desiderio e la volontà di guardare avanti, confrontandosi con coloro che possiamo incontrare nel nostro percorso di vita, accettando la severità e accogliendo l’amore; significa lanciarsi verso il futuro, radicati ma non più schiavi del passato; significa ritrovare il coraggio di voler essere se stessi, liberi di lottare per diventare ciò che desideriamo.
E come dice Zucchina, dopo un po’ si può riuscire di nuovo a guardare il cielo senza aver voglia di sparargli, semplicemente perché ne avremmo trovato uno più grande in terra.
Grande come quello di Zucchina, non solo perché popolato da tanti nuovi amici che gli vogliono bene ma soprattutto perché è un cielo il cui orizzonte è molto ampio, senza ostacoli, foriero di molti sogni e probabilmente colorato di un bel rosso caldo che fa pensare, proprio come dice il proverbio che rosso di sera, bel tempo si spera.
Infine una bella lista di regole, quelle di base, della convivenza civile, che definiscono i limiti del rispetto e della libertà personale di ognuno. Al sentirle i bambini si ribellano, dicono che sono cavolate e che già le hanno sentite mille volte. Ma come noi sappiamo, in certi casi repetita juvant. Quindi perché non stamparle e appenderle un po’ in giro? A qualche adulto che non le ricorda potrebbero fare molto bene!

Oh, ovviamente, i grandi ci hanno dato tutti i consigli su quello che si deve e non  si deve fare, e la lista è lunga:

  • Non mettere le dita nel naso.
  • E soprattutto non tirare fuori le croste per poi mangiarle.
  • Non dimenticare di lavarsi le mani prima di mettersi a tavola.
  • Non mettere i gomiti sul tavolo.
  • Non dire ‘puah’ ma ‘no grazie’.
  • Dire ‘buongiorno’, ‘buonanotte’, ‘grazie’ e ‘per favore’.
  • Non dire parolacce.
  • Lavarsi i denti almeno due volte al giorno.
  • Lavarsi senza dimenticare di usare il sapone.
  • Riordinare le nostre camere e i nostri giochi tutti i giorni.
  • Fare i letti tutte le mattine.
  • Pregare il buon Dio prima di coricarsi.
  • Non rimpinzarsi di caramelle e cioccolatini.
  • Non rubare nel portafoglio di Raymond.
  • Non dire bugie.
  • Non nascondere nella pattumiera quello che si rompe.
  • Cambiarsi le mutande ogni giorno.
  • Ripassare la lezione.
  • Non prendere in giro i grandi.
  • Non picchiarsi durante la ricreazione o altrove.
  • Non giocare con i coltelli e le forbici.
  • Dare una monetina ai poveri.
  • Non lavarsi le mani nell’acquasantiera della chiesa.
  • Non parlare agli sconosciuti.
  • E soprattutto non salire sulle loro macchine.
  • Non finire il fondo dei bicchieri dei grandi.
  • Non giocare con accendini e fiammiferi.
  • Non fumare.
  • Mettere le cinture di sicurezza.
  • Non insistere quando vi si dice di no.
  • Non portare a casa i cani e i gatti randagi.
  • Non toccare i piccioni.
  • Sorridere quando vi fanno una foto.

Come se non le sapessimo tutte queste cose, noi marmocchi. Rosy l’ha anche scritto e dobbiamo portarci appresso il quaderno e leggerlo spesso.
L’ho fatto vedere a Simon che ha detto “cavolate”.
(Brano tratto da Gilles Paris, Autobiografia di una zucchina, Milano, Piemme, 2006,  pp. 247-248)