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autore: Autore: a cura di Annalisa Brunelli e Giovanna Di Pasquale

9. Sotto il burqa

Deborah Ellis, Sotto il burqa, Fabbri, Milano, 2002
Questo libro è stato scritto circa un anno prima che l’attentato dell’11 settembre facesse conoscere a tutto il mondo la realtà della popolazione civile afgana. Delle donne e delle bambine, in particolare. E’ un romanzo ma nasce dai racconti, veri, di tante donne, tante bambine che si trovano nei campi profughi del Pakistan.
E così diventa viva e reale Parvana che ha 11 anni e vive a Kabul sotto l’incubo dei talebani e delle loro proibizioni. Parvana che si traveste da ragazzo e lavora per procurare un po’ di cibo alla sua famiglia costretta in casa. Parvana che non vuole dimenticare e dice all’amica: “Dovremo ricordarci di tutto questo. Quando le cose andranno meglio e saremo grandi, dovremo ricordarci che c’è stato un giorno, quando eravamo bambine, in cui avremmo dissotterrato ossa per poi venderle perché le nostre famiglie potessero mangiare” (p. 108). Parvana  che, nonostante le difficoltà, riesce ancora a guardare avanti e a sperare “…il futuro si stendeva sconosciuto davanti a lei….che cos’altro l’attendeva, Parvana non poteva dirlo. Qualunque cosa fosse, si sentiva pronta. Non vedeva l’ora di andargli incontro” (p. 160).

Leila Sebbar, La ragazza al balcone, Shorts, Mondadori, Milano, 1999
Una storia semplice e breve che parla di cose normali, scuola, adolescenti, amori e ribellioni ai genitori. Con una piccola differenza. Che la storia si svolge in Algeria dove una minoranza integralista tiene in pugno il paese. E così, insieme a Melissa, i lettori e le lettrici dovranno fare i conti con le mille difficoltà che si incontrano per condurre una vita “normale” e potranno conoscere la realtà tragica e poco nota di un paese martoriato da anni di guerra civile. Di un paese che vive nella paura, paura di fare cose del tutto normali come andare a scuola o al lavoro, a comprare il pane, a fare una gita. Di un paese dove fa paura innamorarsi, ridere, sentire musica o uscire a viso scoperto. Così potranno immedesimarsi (almeno un po’) nella ragazzina che si chiede. “Perché una donna musulmana non deve essere allegra e carina da vedere? Perché una donna, se ama Dio, deve essere triste e brutta?” (p. 47).

Xavier-Laurent Petit, L’oasi, Super Junior Mondadori, Milano, 1998
Un bellissimo romanzo che ci tuffa con forza nella realtà tragica di un paese, l’Algeria, in cui la guerra civile ha fatto in pochi anni decine di migliaia di vittime. Attraverso gli occhi del giovane protagonista vediamo come è nata questa guerra, sentiamo sulla nostra pelle la fatica di vivere, o forse sopravvivere, in un paese privato delle libertà più elementari.
Un libro appassionato che scuote le coscienze assopite e pronte a dimenticare. Un libro che può aiutare i ragazzi a capire, almeno un po’, quello che sta succedendo. E non sta succedendo solo in Afganistan.

STRUMENTI
Tahar Ben Jelloun, L’Islam spiegato ai nostri figli, Bompiani, Milano, 2001
Un libro per evitare confusioni, divisioni approssimative fra buoni e cattivi. Un libro per rispondere ad alcuni dei tanti perché che i bambini e i ragazzi si pongono di fronte ad avvenimenti tragici come l’attentato alle Twin Towers ma che si pongono anche osservando il compagno di banco di fede musulmana o di origine araba.
Dice Jelloun: “Questo libro non vuole essere né una predica né un’arringa. Non cerco di convincere nessuno, racconto il più oggettivamente possibile la storia di un uomo diventato profeta e anche la storia di una religione e di una cultura che tanto hanno dato all’umanità…ho cercato di restituire in poche pagine quindici secoli di storia, nella speranza di comprendere anche solo qualcosa di ciò che sta accadendo oggi” (p. 13-14).
Un libro dunque che ogni insegnante dovrebbe leggere con i suoi ragazzi per mettere le basi di una vera educazione interculturale.

Ghaleb Bencheikh, Che cos’è l’Islàm? Per Favore Rispondete, Mondadori, Milano, 2002
Conoscere le differenze e le uguaglianze, scoprire con sorpresa che non siamo poi così lontani e che si può convivere nel rispetto reciproco. A questo punta l’autore che risponde alle domande più comuni e cerca di spiegare ai ragazzi con semplicità e chiarezza che cos’è veramente l’islàm, sfatando luoghi comuni e pregiudizi e “traducendo” correttamente termini, come per esempio jihad e fatwa, entrati nell’uso comune senza che se ne conosca il reale significato.
Non inganni la semplicità del testo, Bencheikh  è una vera autorità in questo campo: è vice presidente della Conferenza mondiale delle religioni per la pace, insegna e cura un programma per la televisione francese dal titolo emblematico “Conoscere l’islàm”.

8. Nera farfalla, un nemico invisibile e pericoloso: le mine

… E cosa hai sentito
figlio dagli occhi azzurri?
Cosa hai sentito
dolce mio figlio?
Ho sentito il fragore di un tuono
e il suo rombo era un avvertimento,
ho sentito il fragore di un’onda
che potrebbe sommergere tutto il mondo,
ho sentito cento tamburini
e le loro mani erano in fiamme…
(A hard rain’s gonna fall di Bob Dylan)  

Henning Mankell, Il segreto del fuoco, I Delfini, Fabbri, Milano, 2002
Esistono Paesi di cui sappiamo pochissimo, in cui la guerra fa ormai parte della vita quotidiana. Il Mozambico è uno di questi e proprio qui si svolge la storia di Sofia, una bambina che esiste realmente e che è dovuta fuggire dal suo villaggio devastato dai guerriglieri. Sofia, che trova, insieme alla madre e ai fratelli, una nuova casa. Sofia, che mette il piede sopra una mina mentre gioca con la sorella Maria, che muore. Sofia, a cui bisogna amputare entrambe le gambe. Sofia, che non si arrende e impara a cucire per poter lavorare e anche perché “…tutta la vita è fatta di cuciture. Sono le cuciture a tenere insieme ogni cosa. Tra le persone esistono cuciture invisibili. I nostri sogni cuciono per noi i ricordi con i pensieri che ci vengono in mente durante la veglia. Se si vuole diventare saggi e imparare ad apprezzare le persone, bisogna cucire. Si può ricamare la propria nostalgia o il proprio dolore su un pezzo di tela, e ci si accorge che tutto diventa più facile” (p. 139). Sofia, che non dimentica la sorella Maria. Sofia che “riceve dal sarto del villaggio una macchina per cucire  e comincia a lavorare per la clientela che lui le ha lasciato”.
La lasciamo così, ma lei non ci abbandona: pensiamo alle guerre, note e meno note, e vediamo nei servizi televisivi quante volte riappare Sofia, in Asia, in Africa, nell’America latina.
“… vediamo benissimo tante protesi molto più povere di quelle fabbricate per Sofia, scorgiamo brandelli di pesantissima vita lavorativa: eccoli, i bambini, a fabbricare mattoni, a trasportare verdura, a lavorare nelle miniere, in fornaci, in fabbriche.
Questo altro mondo pieno di guerre, di fame, di malattie, di ferite, di protesi, è nel nostro stesso pianeta; con gli aerei e con Internet siamo tutti vicini di casa. A noi manca una vecchia Muazena (un po’ strega, un po’ maga, un po’ fata protettrice) ma potremmo segretamente chiedere a Sofia come si fa a ottenerne una. Ci direbbe, allora, che occorre meritarsela: se, privi del padre, della sorella, delle gambe, avessimo ancora anche noi tanta intensa voglia di vivere, allora la vecchia Muazena verrebbe anche da noi.
(…) Sofia ricostruisce se stessa, la famiglia, un piccolo reddito, un avvenire. Cuce e carezza la sua macchina: non ha i segni dell’abbondanza, non nuota nel nostro consumismo, ma trattiene il suo destino con la forza catturante di una macchina da cucire” (dalla postfazione di Antonio Faeti).

Silvia Forzani, Nera farfalla, AER, Bolzano, 2001
E’ rivolto ai più piccoli, ma non sarebbe sbagliato che anche i più grandi lo sfogliassero, questo bellissimo libro dalle vivide illustrazioni che, accompagnate da poche ritmate parole, raccontano di Abu che gioca con una mina e, nell’esplosione, perde una gamba.
Non ha bisogno di commenti e le due pagine centrali che illustrano l’esplosione sono sufficienti  a mostrare tutto l’orrore di uno dei peggiori strumenti di morte che l’uomo abbia saputo inventare.

Reine-Marguerite Bayle, Un nemico nascosto per Prich e Zaida, EGA, Torino, 2002
Non è un romanzo questo libretto ma racconta le storie vere di due ragazzi la cui vita è cambiata completamente dopo che sono stai feriti dall’esplosione di una mina. Vivono in due dei paesi più poveri e più minati del mondo, la Cambogia (una mina per abitante, un cambogiano su 236 ferito dalle mine) e il Mozambico dove non si riesce neppure a stabilire quante sono le mine nascoste nel terreno tanto che nessuna zona dello stato è considerata sicura.
Di Prich e di Zaida leggiamo le semplici storie fatte di povertà e guerra, poche speranze per il futuro…ma è bene che leggiamo anche gli approfondimenti che ci raccontano cosa sono le mine, dove sono, quanto costano le operazioni di sminamento …. e ci ricordano che le mine sono prodotte anche in Italia. L’Italia che, fra i paesi firmatari del Trattato di interdizione totale delle mine antiuomo, ha il primato delle mine conservate dalle forze armate.

STRUMENTI
Per saperne di più sulle mine:
www.stopmine.it sito italiano di informazione sulle mine e la loro messa al bando
www.halotrust.org sito dell’organizzazione no profit Halo Trust che si occupa dello sminamento con quasi 4000 operatori in 10 nazioni
www.icbl.org sempre per l’abolizione delle mine (la sigla significa International Campaign to Ban Landmines)

3. Se vuoi essere mia amica: dalla fine della seconda guerra mondiale alla seconda Intifada 

“…i padri li osservavano orgogliosi, la folla li incitava
e a Ibrahim in quel momento venne da piangere,
vide quei bambini senza più scampo,
le idee che venivano ficcate nelle loro teste
a quella tenera età
non potevano avere più di sette, otto, nove anni,
dedicavano tutta la loro vita al loro popolo
dedicavano tutta la loro vita a odiare il nemico
e a combatterlo…”
(Randa Ghazi, Sognando Palestina)

Amos Oz, Una pantera in cantina, Delfini, Fabbri, Milano, 1999
Come si stava a Gerusalemme nel 1947? Dai libri di storia sappiamo che la città era ancora occupata dall’esercito inglese mentre altrove si stava progettando la creazione dello stato di Israele. Ma qui, attraverso gli occhi e soprattutto le parole del dodicenne Profi, abbiamo un quadro molto più vivido e concreto. Sappiamo come si sentivano i bambini “nell’ultima estate del mandato britannico (…) agli incroci delle strade passavano ogni tanto dei mezzi corazzati (…), all’alba alcuni giovani andavano ad appendere ai muri e sui pali della luce i comunicati della resistenza.” (p. 22). E i bambini, intanto, giocavano con molta serietà a progettare piani per cacciare l’esercito invasore.
Sappiamo come stavano i loro genitori, giunti nella Terra Promessa, con dolore e morti alle spalle. “I nostri genitori speravano che crescessimo come ebrei completamente nuovi, migliori, con le spalle larghe, il coraggio di lottare e la forza per lavorare la terra (…) per non lasciarci più condurre al macello come delle pecore. A volte però, loro tradivano un’immensa nostalgia per i luoghi da cui erano giunti qui a Gerusalemme, cantavano canzoni in lingue a noi sconosciute, traducendole alla bell’e meglio, perché sapessimo anche noi che c’erano una volta un fiume e un ruscello, boschi e campi, tetti di paglia spioventi e suoni di campane nella nebbia”. (p. 29-30)
Ed è un po’ meno difficile capire chi vive adesso nello stato di Israele.
Ascoltando i pensieri di Profi, anche noi riflettiamo e ci chiediamo chi è davvero il nemico? Chi è un traditore? Quando bisogna schierarsi? E con chi?
Un libro bellissimo, di uno dei maggiori scrittori di Israele, che, raccontando una storia semplice, le vicende di una sola estate, senza pedanteria, parla di rispetto, di amicizia e anche di perdono.

Nava Semel, Lezioni di volo, Shorts Mondadori, Milano, 1997
Ricorda tanto alcuni dipinti di Chagall questo bel racconto ambientato in un piccolo villaggio di Israele, subito dopo la fine della guerra, dove si coltivano le arance e vive una bambina, Hadara, che vorrebbe imparare a volare. Lì vive anche Maurice Havivel, un ciabattino sopravvissuto ai campi di sterminio, al quale Hadara confida il suo desiderio.
La storia è semplice, Hadara non volerà e il ciabattino se ne andrà per sempre ma lascerà nel cuore della bambina (e dei lettori) un segno indelebile: “…anche Monsieur Maurice aveva sognato di volare, proprio come me. E aveva fallito. Però saltando, si era spezzato il cuore, non una gamba. E non si può ingessare il cuore. Avevo detto che era un vigliacco, ma anche mio padre conosceva la paura, e io pure. Non era vero che Monsieur Maurice non mi avesse insegnato niente. Aveva cercato di insegnarmi a volare con tutti e due i piedi per terra.” (p.76)

Tamar Bergman, Il ragazzo di lassù, Delfini, Fabbri, Milano, 2002
E’ stato scritto quasi vent’anni fa questo bel romanzo che ci riporta in Palestina, al fianco dei primi coloni ebrei, dei primi kibbutz, prima ancora che venga proclamato lo stato di Israele. E mentre vediamo come crescevano i bambini che vennero poi chiamati “figli di un sogno”, scopriamo al loro fianco altri bambini, venuti da “lassù”. I sopravvissuti allo sterminio. Come Avramik, il piccolo protagonista.
Due storie diversissime si intrecciano in queste intense pagine,  quella di un popolo residente da tempo nella “terra promessa” e quella di tanti altri figli dello stesso popolo che arrivano, umiliati e distrutti, da altri paesi. Intanto vediamo il sogno andare in fumo, vediamo i primi segnali di una guerra troppo lunga di cui ancora non sappiamo immaginare una fine. Non a caso abbiamo sottolineato il fatto che il libro abbia quasi vent’anni e parli di un tempo ancora più lontano: molti di più dovrebbero essere i libri che ci aiutano a capire, che stendono fili, costruiscono ponti per aiutarci a colmare i vuoti di memoria e fare ancora più sforzi per cercare la pace.

Yoram Kaniuk, Il ladro generoso, Mondadori, Milano, 2002
23 novembre 1950. Tel Aviv. Naftali Bamburgher, ebreo tedesco, rifugiatosi in Palestina per sfuggire alle persecuzioni, consulente finanziario di una grande banca, ruba una enorme somma di denaro per ridistribuirla nei campi di transito che circondano la città, dove aspettano un futuro migliaia di ebrei sfuggiti allo sterminio.
Un bellissimo libro, di non semplice lettura, che ci riporta alle origini di Israele, quando lo stato esistente sulla carta non era ancora nulla e il miraggio di una Terra Promessa si traduceva, per molti, in nuove miserie, lunghe attese e poche speranze.
Naftali spiega il suo gesto molto semplicemente: “Ci sono molte persone che hanno bisogno di denaro, ma il metodo tradizionale per ottenerlo non è molto efficace, e così non riescono ad avere nemmeno un primo aiuto. Centinaia di migliaia di persone vivono nelle tende e nelle baracche…noi siamo riusciti ad arrivare in Palestina, ma mio padre non è venuto. Persone simili ai miei genitori sono andate di città in città, hanno patito tormenti che non conosciamo. E poi ci sono stati i campi degli inglesi. Adesso sono qui, finalmente. Insieme a decine di migliaia di altri rifugiati che mangiano cibi dal gusto ignoto alle loro labbra e portano dentro di sé angosce spaventose. Cosa ne sappiamo della solitudine di chi fugge come un animale braccato…(p. 27)
Naftali dunque vuole risarcire, vuole assicurare un futuro, vuole vendicare “quello che hanno fatto a sua madre e che a lui era stato risparmiato” (p. 58). Nel disperato tentativo di trovare perdono al fatto di non essere stato con loro nei ghetti, nei lager, vicino ai camini.
E mentre lo accompagniamo nella sua impresa dolorosa vediamo crescere una nuova generazione, incarnata dall’ispettore Avidan che gli dà la caccia.
“Avidan era l’incarnazione dei sogni dei pionieri ebrei. Era nato in Palestina, e da lui ci si aspettava che fosse la creatura eccezionale chiamata “il nostro futuro” dalla generazione precedente, con una sfumatura di venerazione: la più grande rivincita della storia ebraica, la sua ricompensa. I pionieri abbandonavano le yeshivot, diventavano contadini, allevavano la nuova, spinosa generazione dei sabra, che in ebraico vuol dire cactus. Con nostalgia e fervido interesse la guardavano lavorare la terra, giocare a calcio, crescere sana con le spine all’esterno e uno spirito taciturno all’interno. Da Avidan, come da ogni sabra, ci si aspettava che fosse bello, alto, di poche parole, generoso, crudele se necessario, abile e fiero.
In realtà si trattava di creature molto più complesse: il sogno non aveva creato quel che tutti si aspettavano. Quel che restava era la convinzione di aver sempre ragione, il disprezzo per la meschinità e per le buone maniere, l’eccessiva franchezza, le frasi caustiche. Un buon soldato con scarsa immaginazione, ma esperto e astuto; un perfetto esecutore che teme i genitori e li venera oltre misura, privo di ogni legame con i loro misteriosi ricordi e capace di vedere coi propri occhi”. (p. 46-47)

Galit Fink, Mervet Akram Shaiban, Se vuoi essere mia amica, Ex Libris, E.Elle, Trieste, 1993
Mentre il conflitto fra Israele e Palestina va assumendo toni sempre più drammatici e diventa sempre più tenue la speranza di un futuro di pace, è bene che i ragazzi possano leggere libri come questo che, a dieci anni di distanza, mantiene intatta la sua carica e la sua freschezza.
Si tratta di lettere, autentiche, che si scambiano due ragazzine adolescenti: Galit, ebrea di Gerusalemme e Mervet, palestinese che vive nel campo profughi di Deisheh, vicino alla città santa. Così si apre la prima lettera di Galit da Gerusalemme, il 9 agosto 1988: “Mi chiamo Galit. Ho dodici anni. Sono israeliana. Provo una strana sensazione al pensiero di scrivere a una palestinese (…) Guardando sulla cartina ho scoperto che abiti soltanto a quindici chilometri da casa mia. Purtroppo, mi è impossibile venirti a trovare laggiù, perché dicono tutti che è troppo pericoloso. Scrivimi. Voglio sapere chi sei.”
E così le risponde Mervet dal campo di Deisheh, il 15 agosto: “ Non so come rivolgermi a te. Non so se vuoi essere mia amica (…) Mi chiamo Mervet (…) Non odio nessuno. Amo la gente. Ma più di ogni altra cosa, voglio vivere libera nel mio paese, come te.”
Ogni lettera è accompagnata da un breve resoconto di quello che succede nel paese, nel periodo corrispondente.
Litsa Boudalika ne cura la corrispondenza con la cocciuta speranza che solo la conoscenza reciproca e la ricerca di radici comuni possa vincere la spirale di odio e violenze, altrimenti inarrestabile. E così, sottolineando che la radice della parola bambino è identica nelle due lingue (in ebraico, yeled e in arabo walad) così come la parola pace, (shalom in ebraico e salem in arabo), ci lascia in compagnia di due bambine che, pur convinte entrambe delle ragioni del proprio popolo, riescono a parlarsi e finiranno anche per incontrarsi nei giorni dell’Intifada. Una lezione autentica proprio perché non teorica ma legata al cuore di due protagoniste reali di questa guerra sanguinosa, che dovrebbe far riflettere sulle strategie e le strade da battere per giungere ad una pace vera.

Ouzi Dekel, Sui muri di Jabalya, EGA, Torino, 2002
Dekel è un refusenik, un militare israeliano che, dopo una breve missione militare a Gaza, si è rifiutato di servire nei territori occupati e per la sua obiezione di coscienza è stato in carcere in Israele.
E’ proprio l’autore che ci racconta: “Sono stato soldato a Jabalya. Il 9 dicembre 1987, l’attacco della postazione militare nel cuore del campo ha segnato l’inizio dell’Intifada. Il racconto si svolge in quell’epoca che si è conclusa all’alba del 14 maggio 1994 quando le forze militari israeliane hanno abbandonato il campo”.
Un punto di vista particolare, quello di un israeliano in un campo di palestinesi; un israeliano però attento a non calpestare la dignità di altri uomini anche se diversi da lui.
Un racconto breve e intenso che aggiunge un altro tassello per aiutarci a conoscere meglio la storia di questi popoli, per aiutarci a capire.
Al racconto seguono diversi approfondimenti sulla storia della Palestina e sul movimento di obiezione di coscienza dei militari israeliani. 

Robet Gaillot, Momo Palestina, Jaca Book, Milano, 2002
E’ scritta in italiano e in arabo la storia di Momo che abitava in un villaggio, è finito in un campo profughi e, nel disperato tentativo di “tornare a casa”, si ritrova a lanciare sassi contro i carri armati.
Poche righe di testo e belle illustrazioni per un libro che ha il pregio di aprire anche per più piccoli una pagina di storia difficile e dolorosa ma che deve essere conosciuta.

Dalia B.Y. Cohen, Uri e Sami. Due culture, un’amicizia, Supergru, Giunti, Firenze, 2002
Un temporale improvviso e la notte che scende fanno incontrare due ragazzi in una grotta. Insieme trascorreranno alcuni bellissimi giorni, isolati dal mondo.
Sono tanti i racconti in cui, con quest’espediente narrativo, si fanno nascere nuove amicizie, amori e straordinarie alleanze.
Ma in questo caso i due ragazzi sono “speciali”: Uri, ebreo, vive ad Haifa e ha da poco perso il padre mentre tentava di salvare alcuni amici intrappolati in un carro armato in fiamme.
Sami è palestinese, la sua famiglia si è rifugiata in Libano mentre il fratello maggiore si è unito alle forze di resistenza.
L’autrice è un’educatrice israeliana impegnata da tempo a cercare strade che possano far rinascere la speranza e, con questo romanzo, indica una strada, forse l’unica possibile: è solo la conoscenza che può far sorgere ponti e non muri ed è proprio partendo dai più giovani che si può costruire un futuro.
Ricordate Mervet e Galit? La strada era già stata indicata. Forse vale davvero la pena di provare.

Randa Ghazi, Sognando Palestina, Contrasti, Fabbri, Milano, 2002
Forse è proprio vero che gli occhi dei bambini, gli occhi dei ragazzi vedono la verità, vedono quello che gli adulti non possono o non vogliono vedere. Questo libro ne è la dimostrazione. Attraverso le vicende di alcuni giovanissimi palestinesi, viviamo, siamo costretti a vivere, i giorni bui e senza speranza delle più recenti fasi del conflitto israelo-palestinese. Un conflitto senza speranza né via d’uscita. Così come la storia che si dipana fra disperazione, amicizia, odio, barlumi di speranza destinati a morire nelle ultime, tragiche pagine che non lasciano spazio a nient’altro che alla disperazione.
E ci vuole una ragazzina per dirci che alla guerra non ci sarà mai fine perché l’odio, la morte, la distruzione traggono forza da se stessi e non si possono combattere reagendo con le stesse armi.
“A volte mi chiedo se usciremo mai da questa guerra, voglio dire, quant’è che combattiamo? I nostri padri e i nostri nonni e i nostri bisnonni non hanno fatto altro, e ora noi stiamo facendo lo stesso, e chi ci dice che non lo faranno i nostri figli e i nostri nipoti? Se un giorno smettessimo di combattere e di litigare coi soldati che capitano nei nostri villaggi? Se smettessimo di usare la violenza, cosa farebbero? Ci ucciderebbero lo stesso? Continuerebbero ad andare in giro coi carri armati e i mitra? Smetterebbero di occupare i nostri territori?”
“Gihad, sono tutte belle parole, ma loro non hanno intenzione di ritirarsi, e non pensare che a noi piaccia combattere e rischiare la vita ogni giorno, ma noi ci stiamo solo difendendo, Gihad, o perlomeno stiamo difendendo tutto quello che ci è rimasto, qualche striscia di terra, se smettessimo prenderebbero anche questo…non hanno mai rispettato gli accordi, mai, hanno sempre e solo cercato di occupare terre, le nostre e quelle del Libano, come nel ’78, vogliono prendere tutto quello che riescono, per creare la Grande Israele, l’utopia estrema…”
“Ma non possiamo arrenderci alla violenza! Io sono stufo di vedere la gente morire e di vivere in guerra da quando sono nato, ogni giorno della mia vita! Io voglio morire a casa mia, a novant’anni, nel sonno, non a vent’anni per un colpo di fucile!. Si sta così bene, in questi rari momenti di tranquillità. Si ha l’illusione che tutto sia finito.”

STRUMENTI
Ricordiamo che, a due anni dall’inizio della seconda Intifada (29/09/2000 – 20/10/2002), il bilancio è pesantissimo. Le vittime sono 2338 di cui 1758 palestinesi e 580 israeliani. Fra le vittime, oltre 300 bambini palestinesi e circa 70 bambini israeliani. A cui sappiamo di doverne aggiungere troppi, ancora.
Chi vuole avere maggiori informazioni può consultare i seguenti siti:
www.btselem.org è uno dei più importanti gruppi di monitoraggio e difesa dei diritti umani e pubblica i dati, costantemente aggiornati, sulle vittime dell’Intifada
www.gush-shalom.org/english/index.html il sito di uno dei più antichi e consistenti gruppi pacifisti israeliani

3. Il Condominio Solidale

Marco Frigerio del Condominio solidale di Bruzzano (MI) e Maurizio della comunità psichiatrica “Mizar” raccontano la storia di una convivenza possibile:quella fra un gruppo di famiglie che condivide l’esperienza di un condominio solidale e quella di una residenza psichiatrica.

La casa
Marco: Alla fine degli anni ’70, nella periferia all’estremo nord di Milano, è stato costruito un complesso di tre palazzine da tre piani più mansarda ciascuna con un grande portico al piano terra che occupa la superficie di tutte e tre le palazzine, uno spazio comune molto grande con mensa e dei balconi che girano tutt’intorno. In quella zona poco raggiungibile, praticamente fuori dalla città, difficilmente qualcuno avrebbe potuto mettere degli uffici e infatti queste palazzine, abbandonate per anni, sono poi state occupate. Nel giro di una ventina d’anni è stato portato via tutto (porte, sanitari, rame) e sono rimaste solo le mura mentre gli abitanti venivano definiti dai vicini dei palazzi intorno “gentaccia”, che accendeva il fuoco per scaldarsi e illuminare, che entrava scavalcando tutte le sere… insomma c’era un giro un po’ strano. La gente aveva paura e faceva pressione sul Comune perché risolvesse la situazione. Si è fatta viva una Fondazione che ha provato a realizzare questo progetto: unire un condominio solidale con una comunità psichiatrica.
I percorsi delle famiglie e della comunità Mizar sono stati abbastanza diversi: loro avevano dei finanziamenti per la ristrutturazione e non ci hanno messo tanto, mentre noi ci abbiamo messo undici anni a ristrutturare tutto, lo abbiamo fatto man mano che avevamo i soldi, lavorando noi. Il nostro percorso è stato molto più lento e graduale ma forse è stato un bene anche per la comunità Mizar che ha potuto veder crescere pian piano la realtà vicino.

Le famiglie
Marco: Il nostro condominio solidale parte dall’esperienza di Villapizzone a Milano ed è legato a un circuito di condomini solidali abbastanza strutturato che in Italia ha una trentina di comunità.
Siamo sette nuclei familiari, tra single e famiglie vere e proprie, e il nostro scopo è quello di fare al meglio le famiglie mettendoci nelle condizioni di aprirsi e aver delle cose da offrire. Se sto bene mi apro agli altri, l’apertura porta sempre una sorta di ricchezza se consideriamo l’altra persona una ricchezza.
Non ci sono grosse regole all’interno del condominio solidale se non tre punti fermi cui facciamo riferimento: l’apertura verso l’esterno, l’accoglienza e la condivisione.
Apertura:queste case non sono nostre, ci sono state affidate per questo progetto ma ce le potrebbero richiedere in qualsiasi momento, noi le abbiamo ristrutturate, le abbiamo rese abitabili ma non è nostra proprietà. Sono case grandi, forse troppo per i nuclei familiari che ci vivono ma sono case che ci invitano ad aprirci: avere un tavolo da dieci persone in casa, visto che noi siamo solo in quattro, è un invito all’apertura. Anche gli spazi comuni sono stati pensati come posti per tutti, a disposizione di tutto il quartiere, di chi può averne bisogno per feste, riunioni, preghiere, tutte quelle iniziative che non trovano posto nelle case ma anche semplicemente per giocare: nel condominio di fronte al nostro non è possibile nemmeno sostare a parlare nel portico perché quelli che ci abitano si lamentano del rumore. Non è stato facile far capire alla gente del quartiere che, in caso di pioggia, si può venire a giocare sotto il nostro portico perché tanto il cancello è aperto. La prima famiglia che si è avvicinata e ha osato venire sotto il nostro portico è stata una famiglia serba!
Per noi, apertura vuol dire apertura non solo di spazi ma anche di tempi perché bisogna tener in ordine gli spazi per fare in modo che siano accoglienti e questo lo facciamo noi ma anche le persone che arrivano; non si chiede un affitto del portico, del salone, si chiede semplicemente una mano per tenerlo in ordine, deve diventare un posto per tutti; chi non vuole o non può pulire lascia un’offerta.
Questo è quello che tentiamo di vivere come apertura.
Accoglienza:le nostre case sono abbastanza grandi per poter accogliere altre persone, in casa nostra vivono persone che si sono aggiunte nel tempo per svariati bisogni, che arrivano, che vanno via dopo un anno o dopo qualche mese oppure arrivano e non vanno via più, se non riescono a riprendere l’autonomia restano in casa e diventano parte della famiglia. Ogni famiglia può decidere chi, se e quando accogliere, visto che uno dei nostri scopi è che la famiglia faccia la famiglia: per esempio per noi, che abbiamo avuto due bambini che non hanno mai dormito per i primi tre anni di vita, è stato difficile in quel periodo pensare di poter accogliere altre persone in casa. Ci siamo sentiti liberi in un momento che per noi era abbastanza difficile. Appena i bambini hanno cominciato a dormire abbiamo riaperto la nostra casa a persone che avevano bisogno.
Condivisione:fra i nuclei familiari che abitano nel condominio solidale è importantissima. Per riuscire a fare questa cosa e riuscire a stare in piedi facendosi carico di altre persone che difficilmente riuscirebbero a trovare un’alternativa, senza grossi aiuti da parte dei servizi sociali, devi fare gruppo, quindi la condivisione fra noi famiglie e anche all’interno di tutto lo stabile e con la comunità Mizar è sempre stata importante per riuscire a darci supporto. Mi piace pensare che sono lì non tanto per realizzare i miei desideri, i miei sogni ma per provare ad aiutare l’altra persona a realizzare i propri. Io so che posso pensare ai bisogni dell’altra persona, perché posso contare sul fatto che ci sono altre sei famiglie che pensano anche ai miei di bisogni. Posso contare su più teste che possono darmi una mano.
Questo implica anche una dimensione emotiva perché se la famiglia dei miei vicini sta bene sto molto meglio anch’io, riesco a mettere più entusiasmo nella vita insieme, se sta male stiamo tutti un po’ male, e questo è vero anche in relazione alla comunità Mizar: se stanno bene loro stiamo bene anche noi, siamo contenti, se hanno qualche difficoltà, stiamo male anche noi, ci sentiamo un po’ più tirati.
Si sente il clima vivendo gomito a gomito.
Maurizio: Noi abbiamo quindici ospiti, più una decina negli appartamenti di residenzialità leggera, e per farli vivere in modo dignitoso ruotano intorno a loro una quindicina di persone, dagli assistenti Oss agli educatori, poi il cuoco, la lavandaia. In questo mondo che gira intorno a queste persone noi consideriamo le famiglie come parte integrante non perché abbiano momenti fissi ma perché sono i nostri occhi, sull’ospite che va in giro e non sai dov’è, sugli operatori qualcuno bravissimo qualcuno meno, è una presenza reale, costante; non so se amicizia è il termine giusto, c’è una solidarietà spiccia per quello che ti serve e quello che si può fare.

La convivenza con Mizar
Marco: La convivenza con la comunità psichiatrica non è regolata da alcun impegno ufficiale da parte nostra, noi siamo solo i vicini di casa: il tentativo che questo progetto voleva portare avanti era di poter inserire persone con una disabilità psichiatrica abbastanza grave in un contesto normale. Il manicomio di Milano che è a un tiro di schioppo dalle nostre case è sempre stato una specie di grande e bellissimo parco in cui le persone stavano chiuse, nessuno le vedeva. La sfida è stata quella di inserirli in un contesto sociale urbano con la possibilità di avere relazioni normali con persone considerate normali.
I vicini di casa che prima avevano paura della gentaccia che aveva occupato il condominio si sono trovati di fronte persone non proprio comuni. Si è detto addirittura che il valore delle case vicine era deprezzato, penalizzato dalla presenza di persone bizzarre. Tuttora ci sono dei rapporti un po’ tesi con alcuni vicini.
Maurizio: Anche dopo l’approvazione della legge Basaglia, queste persone sono rimaste in ambito psichiatrico, fino al 2001 quando abbiamo avuto l’occasione di andare in questo condominio che abbiamo fatto nascere insieme alle famiglie.
L’impatto sul quartiere è stato a dir poco devastante e, finito lo scandalo, rimane ancora una grande diffidenza. Noi, oltre a questo, abbiamo anche degli appartamenti di residenzialità leggera, alcuni all’interno del condominio, altri esterni. In uno di questi appartamenti esterni, la prima telefonata del vicino di casa scocciatissimo perché non era riuscito a dormire, è avvenuta un mese prima dell’entrata
in casa dei nostri ospiti. Questo per dire quanto l’ambiente in cui viviamo noi e i nostri ospiti è fondamentale. I nostri ospiti per la prima volta hanno avuto in mano una chiave, quella di accesso al condominio, e questo per loro è di un’importanza incredibile. Piccoli gesti di normalità in un contesto davvero privilegiato.
Marco: Rispetto alla comunità Mizar a noi piace pensare di essere liberi di esserci e non esserci così come per le persone che accogliamo nelle nostre case, e quindi l’iniziativa nello stare insieme, nell’essere buoni vicini viene lasciata al desiderio nostro di esserci. Se il nostro desiderio venisse codificato in impegno fisso, dopo un po’ penso che mi peserebbe. Mi pesa molto di meno se penso di esserci perché mi piace, questo mese riesco a esserci di più perché ho meno impegni o i bambini non sono malati, il mese prossimo magari ci sarò un po’ di meno; ormai sono otto anni che abito lì e lasciare questa iniziativa alla nostra voglia di esserci è una cosa che mi fa mantenere un entusiasmo sempre uguale all’inizio, non mi sento vincolato, lo faccio perché mi fa piacere.
Mi capita di perdere il treno e arrivare al lavoro con mezz’ora di ritardo perché mi fermo a parlare con un ospite di Mizar e fermarsi a parlare con loro è un’esperienza che può portarti via dai tre secondi alla mezz’ora quando hanno voglia di raccontarsi e non ti mollano più. Questo mi piace perché, soprattutto in un ambiente come quello di Milano, lasciare che un minimo di lentezza nei ritmi venga gestita non da me ma dalle relazioni con le persone che incontro, chiunque esse siano, è una cosa che mi dà molto di più di quello che potrei guadagnare lavorando quella mezzora in più.
Mi piace vedere che i miei bambini non hanno paura nel relazionarsi con le persone che abitano a Mizar, ci sono cresciuti e, passata la fase normale di paure di tutti i bambini, le vivono solo come persone strane. Quando al parchetto arrivano gli ospiti di Mizar le altre mamme tendono ad allontanarli dai propri figli. Il fatto che i miei non abbiano paura ma vadano loro incontro è per me un segno molto importante di come i miei figli considereranno la diversità da grandi e questo fa parte dello stile di accoglienza che noi abbiamo. È importante anche come i bambini possono accogliere le persone ospiti di Mizar: ci sono alcuni ospiti che si pongono in maniera abbastanza dura nei confronti degli altri, se saluti Renato quando è di cattivo umore ti risponde male, ma di fronte a un bambino che gli parla incredibilmente Renato si trasforma in un nonno. Nemmeno gli educatori di Mizar riescono a spiegarselo, è un comportamento abbastanza inusuale: quello che i bambini riescono a trasmettere a queste persone li rende assolutamente invulnerabili.
Maurizio: Di Mizar fanno parte due comunità psichiatriche a media e ad alta protezione, che accolgono gli ultimi ospiti dell’ospedale psichiatrico storico di Milano, parliamo di persone che hanno 20-30 anche 40 anni di ospedale psichiatrico alle spalle, per alcuni di loro parliamo di ospedale psichiatrico degli anni ’70, quindi posti davvero difficili da pensare oggi. Sono persone con gravi compromissioni di tipo psichiatrico e in questo senso le esperienze anche banali diventano davvero importanti, davvero rare. Quando i bambini del condominio si avvicinano e invece di scappare li abbracciano per molte di queste persone è la prima volta: si vedono abbracciati dal bambino e non è mai capitato nella loro vita.
Marco: Naturalmente, l’accoglienza non è sempre facilissima: quando d’estate le finestre sono tutte aperte e qualche ospite urla e canta dal balcone mentre i bambini dormono non sempre si riesce a pensare “che bello che canta!”. D’altra parte quando poi i bambini dopo la nanna giocano sotto al portico e urlano fino all’ora di cena, sono loro che devono subire.
Ci siamo dati un appuntamento fisso tra noi famiglie, il mercoledì: ognuno porta qualcosa e si mangia insieme sotto il portico, è un momento conviviale ma parliamo anche di cose tecniche, pratiche, della gestione del condominio, fino a mezzanotte, mezzanotte e mezza si chiacchiera e si parla. È un momento interessante da vivere insieme ed è aperto a chiunque, agli amici, agli amichetti dei nostri figli, agli ospiti di Mizar. È bello viverlo anche assieme a loro che magari all’inizio si presentavano la sera sbagliata ma adesso quando arrivano, siamo contenti e se non arrivano pensiamo che è perché hanno qualcos’altro da fare ma sanno che ci siamo.
Maurizio: Le cene che si fanno il mercoledì prevedono anche la partecipazione di alcuni dei nostri ospiti, quasi sempre funziona tutto ma sono comunque ospiti psichiatrici; insieme alle famiglie abbiamo parlato dei comportamenti problematici e li abbiamo risolti senza che nessuno rimanesse traumatizzato da comportamenti particolari. Noi abbiamo avuto degli ospiti che per la prima volta nella loro vita sono stati invitati a cena e per una settimana non si è parlato d’altro.
Marco: È bello che nella nostra testa ma soprattutto nel nostro cuore ci sia la voglia di tener sempre in mente che ci sono anche loro e quando ti viene voglia e c’è lo spazio nella tua vita li inviti, li coinvolgi, condividi con loro.
Per esempio, Antonio del nostro condominio ama molto il cinema e spesso invita Stefano di Mizar ad andare con lui ma sono più le volte che deve seguirlo perché va in bagno e non torna più oppure esce e va a casa… Quindi Antonio, quando c’è un film di cui non è particolarmente ansioso di vedere il finale invita Stefano ma quando c’è un film di cui non può perdere niente ci va da solo. Lasciamo alla nostra iniziativa lo spazio e il tempo da condividere con loro.
Maurizio: All’interno del condominio solidale dire che siamo di casa è dire poco, con grandi possibilità di normalità che vanno dal condividere spazi, condividere tempi ma anche condividere cose più concrete. Per esempio, quando abbiamo dovuto far uscire dalla comunità ad alta protezione una persona con grosse problematiche per la quale non c’era nessuna comunità pronta ad accoglierla, l’hanno accolta le famiglie, così, da un giorno all’altro, con una semplicità e con una vicinanza non pensabile in altri contesti.
Quando muore uno dei nostri ospiti, la chiesa è piena: ci siamo noi, gli ospiti ma anche le famiglie del condominio, gli operatori e gli ex operatori e anche il quartiere, adesso i negozi abbassano le serrande quando passa un funerale, in segno di vicinanza. Invece al funerale classico di un ospite dell’ex Paolo Pini ci sono la bara, il prete e nessun parente.
Marco: Mizar ogni anno organizza una settimana di vacanza con tutti gli ospiti, cui partecipiamo anche noi famiglie che invece organizziamo dei week end invernali al mare cui invitiamo anche alcuni ospiti di Mizar. Il primo anno di vacanza pensavamo che avremmo dovuto adattarci ma alla fine l’adattamento è stato veramente minimo, i ritmi loro sono esattamente quelli di una famiglia con bambini piccoli, abbiamo gli stessi tempi quindi il condividere una settimana al mare con loro per noi è come stare con altre famiglie, con persone che conosciamo, che abbiamo piacere di frequentare e che non ci impongono nessun cambiamento rispetto a quello che noi faremmo come famiglie. Questa esperienza della vacanza ci permette di entrare un po’ più in contatto, vivendo proprio insieme a loro si scoprono tante cose interessanti. Questa è una delle cose che ci piace di più condividere con Mizar.

Associazione Comunità Famiglia (ACF)
Nella sua forma attuale, l’Associazione è stata fondata nel 1988, ma l’idea di un organismo di volontariato che promuovesse esperienze di vita comunitaria tra famiglie o gruppi, aperto a varie forme di solidarietà e socializzazione, nasce nel 1978 con la prima comunità di Villapizzone, a Milano.
Attualmente ACF conta dieci comunità familiari residenziali, localizzate soprattutto in Lombardia. Negli ultimi anni sono inoltre nati decine di gruppi di condivisione, con centinaia di famiglie coinvolte alla ricerca di un’occasione di mutuo-aiuto nel percorso verso la propria realizzazione di famiglia.
Dal 1995 ACF è iscritta all’albo regionale del volontariato quale “organizzazione di volontariato per l’autopromozione della famiglia e della persona”. L’Associazione collabora con altri soggetti – Fondazione I Care, Diocesi, Caritas, Banca Etica, enti pubblici e privati – per progetti comuni.
Le comunità familiari sono essenzialmente formate da famiglie che vivono vicine, ciascuna con una sua identità e autonomia abitativa, ma tutte ispirate ai valori della sobrietà, della condivisione dei beni, della tolleranza, del rispetto delle diversità, dell’accoglienza.
Questo permette di offrire ad altre persone, in cerca di “senso” e/o in difficoltà, il calore di un contesto familiare vero, in cui crescere e ritrovare fiducia e dignità. Il modello di comunità proposto dall’Associazione è incentrato sull’autopromozione della persona, e la comunità di famiglie o condominio solidale ne è il principale strumento.
La principale fonte di sostegno quotidiano delle comunità proviene dalle attività lavorative dei propri membri, nelle cooperative di lavoro gestite interamente da associati o, all’esterno, come lavoratori dipendenti o autonomi; altre persone si dedicano interamente al lavoro domestico di accoglienza, di servizio alla comunità e all’Associazione.
Tutte le risorse confluiscono in una cassa comune, da cui ogni famiglia preleva mensilmente, in totale autogestione e sulla base della reciproca fiducia, un assegno in bianco per i propri bisogni.

Condominio solidale di Bruzzano
via Urbino 9 – 20161 Milano
tel. 02/66.22.65.61
bruzzano.solidale@tiscali.it

Mizar 1 e 2
Alla fine del 1998, la Regione Lombardia con le ASL e le unità Operative Psichiatriche ha dovuto affrontare il problema della chiusura degli ex ospedali psichiatrici e ha cominciato a pensare alla realizzazione di strutture residenziali che potessero accogliere gli ultimi degenti dell’ex-ospedale psichiatrico “Paolo Pini”. La Caritas Ambrosiana, tramite la cooperativa Farsi Prossimo, si è resa disponibile e, nel 1999, sono state aperte Mizar 1 e Mizar 2, due Comunità Protette a Media assistenza collocate all’interno del “Condominio Solidale” che opera con persone che vivono la marginalità sociale in varie realtà cittadine e provinciali.
Nel condominio di via Urbino sono state attivate su due piani due strutture comunitarie a impronta familiare (Mizar 1 e Mizar 2), una di otto posti e l’altra di sette posti. Le due comunità non vogliono solo rispondere ai bisogni di residenzialità dei pazienti a lungo istituzionalizzati, ma soprattutto cercano di spostare l’attenzione dalla malattia alla cura, intesa come intervento di riabilitazione sociale che si manifesta nel miglioramento delle condizioni di vita e di graduale integrazione nel tessuto sociale nonché nella riappropriazione della propria cittadinanza, favorendo anche l’integrazione con i vari attori coinvolti: utenti, familiari, privato sociale, volontariato, territorio, servizi pubblici.
La retta è a totale carico del Sistema Sanitario Regionale e le prestazioni offerte sono organicamente inserite nel Progetto Terapeutico Riabilitativo, concordato con la persona interessata e i Centri Psicosociali (CPS) dei Dipartimenti di Salute Mentale pubblici. Gli obiettivi sono perseguiti tramite il lavoro di un’équipe multidisciplinare composta da medico psichiatra, coordinatore, assistente sociale, educatori professionali, infermieri professionali,  operatori socio sanitari. E’ contemplato l’inserimento nelle attività delle Comunità di giovani del servizio civile, tirocinanti e volontari.

Comunità Protetta Media assistenza Mizar 1 e 2
via Urbino 9 – 20161 Milano
tel. 02/646.02.33
fax 02/646.02.33
mizar@filodiariannacoop.it

4. Il valore e il senso di appartenenza cooperativo oggi

A cura di Annalisa Brunelli, Giovanna Di Pasquale, Accaparlante Coop. Sociale

Qual è oggi il valore che attribuiamo come cooperatori sociali al senso di appartenenza cooperativo? Trovare oggi una risposta a questa domanda di fondo, implica prendere in considerazione tutte le dimensioni che strutturano valori e identità della cooperazione sociale. Da quella associativa a quella più prettamente aziendale fino alla valenza comunitaria, che va considerata una matrice originaria tra le maggiori anche se spesso latente.
Serve, ora più che mai, un’analisi e riflessione sulla situazione attuale e sul ruolo culturale-politico che la cooperazione, alla luce della propria storia, può svolgere per generare lavoro quanto l’attuale grave disoccupazione richiede e per promuovere e tutelare diritti, ancora e sempre esposti a indebolimento e minacce (basti pensare ai migranti e alle persone più fragili).
Una riflessione che si orienti verso la necessità di fare riemergere e manifestare in modi visibili i caratteri mutualistici e di reciproco appoggio che sono alla base della storia cooperativa, per non spezzare il filo che lega la cooperazione ai suoi valori di fondo, ancor più importanti oggi nell’evitare il rischio di involuzioni, di una mutazione genetica.
E’ un processo riflessivo che va innescato o potenziato, un processo che provi a tenere insieme l’assetto interno con un orizzonte esterno.
Questo significa chiedersi in modo esplicito quanto il senso profondo di appartenenza e le dimensioni relazionali e motivazionali siano presenti nell’esperienza della cooperazione sociale, sia nelle realtà più contenute per dimensione che nei gruppi di lavoro interni delle organizzazioni cooperative più grandi.
E ancora, implica riguardare al patto di coerenza che deve esserci tra la forte coesione fra i soci secondo valori solidali, di reciprocità e mutuo soccorso anche nelle situazioni di difficoltà, e la mission esterna, di sostegno alle persone maggiormente in difficoltà, inclusiva, non speculativa, senza deviazioni strumentali.

Attualizzare le radici
C’è un filo rosso che collega le esperienze cooperative bracciantili di inizio secolo che hanno generato occupazione e maggiori tutele per lavoratori poveri altrimenti sfruttati, con il nascere e lo svilupparsi della cooperazione sociale dagli anni 70, che si è fatta portatrice anch’essa di lavoro per i giovani, con una forte carica propulsiva e di promozione di sé. E questo attraverso la sperimentazione e la proposta di soluzioni nuove e non solo la gestione esternalizzata di molti dei servizi che hanno costruito il nostro sistema di welfare.
Lavorare nella cooperazione sociale è stata, in quel periodo, una scelta di valore culturale, finanche politica, per quanto anche allora, come oggi, ha rappresentato innanzitutto una opportunità di impiego e di un diverso modo di lavorare, pur a condizioni retributive non sempre soddisfacenti.
La cooperazione sociale nel suo percorso storico ha incontrato il tema dell’aziendalizzazione del modello di protezione socio-sanitaria che ha comportato scelte organizzative secondo razionalità aziendale, collocandola spesso nella stretta tra richiesta di servizi, a condizioni economiche progressivamente restrittive, e la necessità di non disperdere il valore professionale e qualitativo del lavoro svolto e dei servizi resi.
Offrire servizi realizzati nel modo migliore possibile ad un costo minore, accessibile, ha certamente comportato un assottigliamento della qualità soggettivamente percepita del lavoro svolto e anche una erosione del senso, del significato dell’impegno reso da tanti co-operatori.
Vi è consapevolezza diffusa tra i lavoratori di questo settore del senso di precarietà e del livello di retribuzione inadeguata legati alla discontinuità delle commesse e alle condizioni spesso penalizzanti dei bandi di gara. Paiono, a questo riguardo, ingenerosi e paradossali i giudizi che vengono espressi nei confronti delle cooperative sociali dalle aree del dissenso sociale, una sorta di pregiudizio che le vede collegate con trattamento privilegiato alle pubbliche amministrazioni e al potere politico, rispetto ad altre espressioni più o meno organizzate dell’associazionismo di base o ad altri soggetti.
Evitare di subire il condizionamento a volte troppo forte delle istituzioni, significa anche non contribuire a creare una nuova categoria di poveri costituita proprio dai lavoratori delle cooperative. Questo stato dei fatti è immediatamente percepibile quando ci sono situazioni di convivenza nei medesimi servizi a parità di professionalità e funzioni svolte di lavoratori del pubblico impiego e di lavoratori delle cooperative a regimi contrattuali e retributivi esageratamente dissimili.
La condizione di fragilità professionale e valoriale è ancora più accentuata e può spezzare quando si assiste:

  • ad un uso indiscriminato dei tirocini, sostitutivi di personale regolarmente assunto;
  • alla stabilizzazione contrattuale di operatori di sesso maschile, contro la reiterazione di contratti a tempo determinato di operatrici, con evidente discriminazione di genere;
  • alla cautela nel partecipare a manifestazioni indette per garantire diritti (di operatori e utenti) per compiacere la pubblica amministrazione di riferimento, dalla quale dipendono le commesse;
  • alla sottovalutazione delle competenze progettuali delle cooperative sociali, consegnate ad un ruolo di semplici fornitori di servizi;

E’ necessario allora uno sforzo della cooperazione sociale per riaffermare la propria identità, il proprio valore, le proprie peculiarità nei confronti delle istituzioni preposte e nei confronti delle aggregazioni ed espressioni di società civile, puntando ad una forma di identità aperta, inclusiva, non chiusa, riattivando energie e motivazioni che consentano di riprendere il motto “si può fare”, anche di fronte a sfide difficili.
Il ruolo della cooperazione non può essere subalterno alla pubblica amministrazione; occorre andare oltre all’identificazione come semplice fornitore di prestazioni, per attivare reali coinvolgimenti partecipativi nella progettazione dei servizi, quando invece ci sono le competenze per condividere partenariati con le istituzioni preposte ai servizi di welfare e delle politiche attive del lavoro, assieme alle altre realtà del terzo settore e del profit più socialmente responsabile, in un determinato territorio. Bisogna quindi riaffermare anche il ruolo politico della cooperazione sociale, aprendosi a contaminazioni positive e meticciamenti con le altre espressioni organizzate animate da analoghi valori di riferimento e intendimenti, per dare voce, risposta ai bisogni e ricostruire nelle comunità il tessuto sociale di una convivenza solidale. Il ruolo culturale e politico della cooperazione sociale per un welfare comunitario, interconnesso, di prossimità, comunque vicino e non distante, né burocratico, per chi ha più bisogno.
Ancora, bisogna disporsi ad una progettualità innovativa, e per progettare innovando, bisogna ritrovare o rigenerare il sostrato motivazionale che assieme a contesti cooperativi essi stessi inclusivi, per i co-operatori, possano offrire coesione, appartenenza, identità.
Con una identità forte di cooperatori motivati, che condividono con gli altri membri della compagine associativa un altrettanto forte senso di appartenenza si rendono disponibili le migliori condizioni per confrontarsi anche con compiti gravosi, quasi impossibili e con l’incertezza che è il segno del nostro tempo e della nostra società liquida, senza paura di perdersi.
Si evita cosi, il rischio di essere attratti da falsi miti del profit, diventandone la brutta copia e perdendo il senso del lavoro cooperativo e il suo valore aggiunto, fondamentale quando si opera per e soprattutto con le persone. Offrire una alternativa ad un mondo conformato del lavoro che spesso non valorizza le persone, i lavoratori, in nome del profitto, è ancora un compito importante della cooperazione in generale e di quella sociale in particolare. Anche e soprattutto per i giovani che si avvicinano al nostro mondo abbiamo il dovere di offrire un contenitore con dei valori da condividere, per i quali impegnarsi e realizzarsi.
Su questi aspetti torna evidente la correlazione tra condizioni interne che riguarda il benessere dei co-operatori e la mission solidale in favore dei fruitori esterni.

 Quale “carretto” vogliamo avere dietro nel nostro muoverci?
Se si vuole riuscire a reggere la sfida di conciliare l’esigenza di essere sul mercato con l’intento mutualistico e solidale della cooperazione sociale occorre tenere insieme la dimensione della qualità gestionale con quella progettuale e relazionale rendendo espliciti una serie di indicatori di qualità e soddisfazione misurabili e leggibili sia all’interno delle cooperative che dall’esterno.
La ricerca di questi indicatori tiene conto del fatto che la cooperazione sociale ha radici e storia alle spalle ma questo non deve diventare un peso nell’affrontare lo scenario contemporaneo ma una possibilità di rinnovamento e rigenerazione.
La ricerca di questi indicatori ruota attorno ad alcune parole chiave che costituiscono il perimetro delle questioni cruciali intorno a cui si gioca la differenza fra una cooperazione di qualità rispettosa e coerente con i suoi valori fondati ma capace di rigiocarli e rilanciarli per il futuro.
Il rispetto: è il valore essenziale e fondante di ogni possibile modo di declinare e interpretare il lavoro cooperativo.
L’investimento personale e motivazionale: quando il livello dell’investimento personale e motivazionale è carente produce una visione del lavoro cooperativo normalizzata e assimilabile a tanti altri contesti professionali.
La dimensione e il senso di appartenenza: la dimensione è un variabile importante per costruire il senso di appartenenza. La dimensione ridotta rafforza la conoscenza personale e definisce un gruppo investito affettivamente. Quando la dimensione aumenta diventa indispensabile trovare forme di organizzazione per gruppi più piccoli dove si possano recuperare vicinanza e investimento relazionale.
La variabile del tempo: quando le modalità di lavoro interno e/o i rapporti con committenza e clienti impongono tempi troppo scadenzati, pianificati, esiti già predisposti, la ricerca di qualità si affatica e “soffre”.
La selezione del personale: chi viene oggi a lavorare in cooperativa lo fa tenendo conto del fatto che si tratta di un lavoro che deve tenere alto il livello di guardia rispetto alla connotazione umana, relazionale oltre che tecnica. Per mantenere alta la qualità delle azioni occorrono professionalità trasversali, complementari e un giusto mix di mescolanza di profili.
La forte intenzionalità imprenditoriale: significa innanzitutto che la cooperativa sociale deve avere intenzione e consapevolezza del suo essere impresa.
La chiarezza della mission: tenere strettamente unito il “bene” economico con l’etica delle scelte e la cura delle relazioni.
Un bilancio sano: positivo, chiaro, trasparente è indicatore essenziale per la qualità del nostro lavoro.
La tangibilità dei buoni risultati economici: il riscontro è dato dal restituire ai soci lavoratori in modo tangibile e concreto i buoni risultati economici, ovviamente quando ci sono.
Il valore sociale dato dalle persone: è centrale e deve restare tale, la consapevolezza che il nostro valore sociale sono le persone e che per trasmettere il benessere fuori occorre agire per il benessere all’interno.
L’autonomia nelle scelte: è questa autonomia, non contrapposta all’inserimento in reti e accordi, che permette indipendenza di giudizio e celerità nelle scelte.
La curiosità: un indicatore di qualità importante è dato dalla curiosità di fare cose nuove, sperimentarsi in modalità ed ambiti non tradizionali, spezzare gli automatismi e la routinizzazione degli interventi.
L’investimento nella formazione continua: per mantenere e rafforzare un atteggiamento esplorativo, curioso, aperto, l’investimento nella formazione continua si pone come un altro indicatore di qualità del nostro lavoro che deve essere presente.
Il riconoscimento sociale: questo indicatore è sia in indicatore della nostra capacità di essere riconosciuti come “portatori” di qualità che uno degli obiettivi che ci prefiggiamo. Per fare questo è indispensabile sia attivarsi verso l’esterno portando le nostre Cooperative fuori dalle nostre sedi e dai servizi che essere credibili dal punto di vista della proposta culturale che ci caratterizza.

1. Il gioco come esperienza vitale

di Giovanna Di Pasquale

Fra le attività praticate almeno qualche volta nel corso della vita, in qualsiasi parte del globo o in qualsiasi epoca storica ci si trovi, possiamo senz’altro mettere il gioco in cima all’elenco.
Ma il gioco, il giocare, i giocattoli sono davvero accessibili a tutti? Permettono una reale inclusione? Cosa intendiamo con questo termine? Sono molte le domande che ci possiamo fare per capire meglio il legame fra il gioco, come primaria attività umana, i giocattoli e la dimensione inclusiva attraverso la quale le persone, anche quelle con disabilità, vivono l’appartenenza a un contesto comune e integrato.
Con questa monografia vorremmo portare un contributo alla riflessione che parte proprio da queste domande.
Gioco e inclusione: se ci fermassimo al solo significato etimologico di queste parole potremmo rischiare di rimanere spaesati dall’apparente distanza che le caratterizza. Il termine inclusione rimanda all’azione di rinchiudere, chiudere dentro. Con il gioco, invece, ci spostiamo sul significato di scherzo, beffa, illusione. Qualcosa che diverge dalla realtà, la trasgredisce e quindi la reinterpreta. L’abbinamento di questi termini, gioco e inclusione, richiede allora una diversa e maggiormente contemporanea interpretazione.
Includere non può voler dire portare dentro uno spazio chiuso o determinato ma costruire legami che riconoscano la specificità e la differenza di identità. La politica inclusiva ci interroga sempre sui confini della nostra storia. “Inclusione – scrive il filosofo Jürgen Habermas – qui non significa accaparramento assimilatorio né chiusura contro il diverso. Inclusione dell’altro significa piuttosto che i confini della comunità sono aperti a tutti”.
Per trovare elementi di continuità con questa accezione del termine inclusione, tra le tante definizioni sul gioco riprendiamo due tra gli aggettivi utilizzati dal sociologo francese Roger Caillois che ci sembrano maggiormente coerenti: gioco come attività libera e gioco come attività improduttiva. Attività libera alla quale il giocatore non può essere costretto senza che il gioco perda il suo divertimento e la sua attrazione. Questo vuol dire che ognuno sta nel gioco in modo personale e non codificabile rigidamente. Attività improduttiva poiché, da un punto di vista economico, il bambino non gioca per portare un risultato ma arriva anche a dei risultati che sono nuove creazioni, atti di trasformazione di materiali e situazioni.
La dimensione libera e soggettiva del gioco non significa però che esso non abbia dei principi guida, dei fondamenti che ne ispirano lo sviluppo, ne determinano l’essenza e ne confermano l’importanza come esperienza primaria e vitale per ogni vita. Possiamo riassumere questi principi facendo ricorso ai quattro elementi naturali. Il primo si richiama al principio fisico della terra, ha come parola chiave “baricentro” e sottolinea la funzione che il gioco ha di permettere la consapevolezza di noi stessi, del nostro corpo, dei nostri limiti e delle nostre risorse. Il secondo ci riconduce al principio fisico del fuoco perché ha a che fare con l’“energia” necessaria a mobilitarsi per il gioco, energia che diventa slancio e rimanda al piacere che scaturisce dall’esperienza ludica. Il terzo principio è legato all’acqua e implica “complicità”, ha a che fare con la fiducia e l’affidamento dunque una condizione morbida, di adattamento reciproco. Il quarto e ultimo principio simboleggia l’aria e si collega all’improvvisazione perché il gioco è anche lasciarsi andare a quello che viene.
L’atto creativo nasce proprio quando non ci si affida solo a se stessi, territorio conosciuto, ma si incontra l’altro, sconosciuto. Questo incontro, che può anche essere spiazzante, obbliga continuamente ad andare fuori da noi stessi ma restando però sempre in noi stessi, rispondendo a un bisogno di relazione che è sempre alla base del gioco e del giocare.

La logica del design for all e i giochi inclusivi
Quando parliamo di giochi e giocattoli inclusivi intendiamo giochi la cui ideazione si rifà a un’ottica di progettazione e realizzazione vicina alla progettazione for all o Universal Design.
Questo concetto nasce storicamente da un’attenzione alle problematiche connesse con la disabilità: lo si può far risalire alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso quando in Europa, in Giappone e negli Stati Uniti rientrarono i veterani della Seconda Guerra Mondiale, in molti casi reduci con mutilazioni di vario genere.
Il termine Universal Design venne coniato nel 1985 dall’architetto Ronald Mace, colpito da poliomielite nel 1950, all’età di 9 anni. Egli definì l’Universal Design come “la progettazione di prodotti e ambienti utilizzabili da tutti, nella maggior estensione possibile, senza necessità di adattamenti o ausili speciali”.
I concetti di base a cui si fa riferimento partono quindi dalla consapevolezza che non esiste il cittadino standard che fruisce in un’unica modalità ma diversi modi e possibilità di usufruire degli ambienti e delle occasioni. Che è come dire che alla base delle comunità non c’è l’omogeneità ma l’eterogeneità. Oggi assistiamo in molti contesti alla realizzazione di pratiche volte a progettare in maniera inclusiva gli spazi e gli ambienti, di modo che siano fruibili da tutti, senza distinzione alcuna superando anche la specifica distinzione evidenziata dalla formula “anche per persone disabili”.
In sintesi le indicazioni che si ricavano dai principi ispiratori del design for all parlano di una progettazione e produzione che porti a un uso equo, utilizzabile da chiunque, flessibile, adatto a diverse abilità e semplice, facile da capire e intuitivo. Altri livelli evidenziati sono dati dalla percettibilità che trasmette le necessarie ed effettive informazioni all’utilizzatore, dalla tolleranza all’errore che minimizza i rischi e le conseguenze negative o accidentali e le azioni non volute, dal contenimento dello sforzo fisico per poter avere un utilizzo efficace con la minima fatica. Infine, un’attenzione mirata viene dedicata alle misure e agli spazi che devono essere sufficienti a rendere lo spazio idoneo per l’accesso e l’uso.

Gioco, giocattoli e disabilità
Questo approccio inclusivo deve marcare anche il rapporto tra gioco e disabilità. Il gioco non è un’attività riabilitativa o riabilitante, è uno spazio libero, di curiosità ed esplorazione di sé e degli altri, strumento essenziale per la crescita e la strutturazione dell’identità.
Già la Convenzione ONU dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sanciva il diritto al gioco, diritto che la più recente Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità ribadisce enunciando, che “[…] gli Stati Parti prenderanno le appropriate decisioni per assicurare che i bambini con disabilità abbiano eguale accesso alla partecipazione ad attività ludiche, ricreative e di tempo libero, sportive, incluse tutte quelle attività che fanno parte del sistema scolastico” (articolo 30, comma d).
Giocare è un diritto riconosciuto ufficialmente a tutti i bambini, ma diventa un problema quando la difficoltà a muoversi o l’incapacità di vedere oppure ancora la scarsa capacità d’attenzione e concentrazione su di un compito lo compromettono. Come per altre situazioni connotate da povertà, privazione culturale, marginalità sociale, la presenza di una disabilità può diventare motivo di esclusione dal gioco. La difficoltà di accesso, l’iperprotezione della famiglia, la difficoltà a partecipare alle occasioni ricreative formali e informali nei territori, ecco alcuni dei molteplici fattori che ostacolano la traduzione concreta del diritto al gioco in una pratica quotidiana nella vita dei bambini con disabilità.

Indicatori di accessibilità
Molti dei principi che ispirano la progettazione per tutti rendono possibile realizzare giochi e giocattoli inclusivi, così come studi ed esperienze educative consolidate (tra le più note l’approccio montessoriano) hanno evidenziato caratteristiche che diventano dei veri e propri indicatori di accessibilità e inclusività.
Tra queste caratteristiche troviamo il coinvolgimento, in fase di progettazione, dei soggetti interessati e l’ascolto dei bisogni e dei desideri, dei limiti e delle risorse di cui tener conto.
Altro aspetto importante sta nel facilitare l’accesso al gioco per tutti e nel modo più autonomo possibile e insieme agli altri. Per tutti i bambini, e per certi aspetti in misura ancora maggiore per i bambini con disabilità, è necessario poter sperimentare in prima persona, senza l’aiuto diretto e la presenza permanente dell’adulto. Questa possibilità aiuta a sviluppare la capacità del corpo di avere la percezione di sé in relazione al mondo esterno.
Da questo punto di vista gioca una funzione analoga la polisensorialità verso cui i giochi inclusivi devono tendere: diversi canali sensoriali come strade diverse e complementari per poterli usare in modo personalizzato.
La modularità e la qualità nella scelta dei materiali rappresentano altri due aspetti essenziali per interpretare il gioco in modo creativo e libero perché possa diventare cibo per la crescita.
Infine ci preme sottolineare la ricerca della bellezza e dell’attrattività che questi giochi devono avere. I giochi inclusivi non sono solo giochi tecnicamente fruibili da tanti ma anche giochi desiderabili da tutti: non giochi per qualcuno ma giochi condivisi. Giochi che uniscono e che rendono tutti i bambini parte di una comunità.

Consigli di lettura
-C. Riva, Amorgioco. Il bambino la disabilità il gioco, Fatatrac, Casalecchio di Reno (BO), 2005
-N. Gencarelli, Ausili fai da te, Erickson, Trento, 2012

2. Una fotografia, una vita

Intervista a Lesley McIntyre
La fotografia, le foto

Una delle cose più difficili da spiegare è quanto avere una bambina con il grado di disabilità che aveva Molly ha consumato il mio tempo. Circa i tre quarti delle foto stampate nel libro non le avevo mai viste prima della sua morte. Per me fare il libro è stato un viaggio emotivo, una scoperta emotiva.
Ho studiato come fotografa e ho praticato la professione di fotografa per circa otto/nove anni prima che nascesse Molly. Inevitabilmente, poiché la fotografia è la mia passione, non ho smesso di fotografare dopo la nascita di Molly ma ho continuato a farlo e il tema delle mie foto, del mio lavoro, è diventata la nostra vita domestica.

Scattavo queste foto che erano parte di me e nello stesso tempo erano un tentativo di dare un senso a quello che mi succedeva, era la mia passione ed era la dote che avevo prima che nascesse mia figlia. Ovviamente, non avevo idea che avrebbero costituito un libro. È stato un processo molto lento e il libro si è costruito durante diversi anni. La prima casa editrice cui mi sono rivolta è una grossa casa editrice che si chiama Randhom House e l’editor, dal primo momento in cui ha visto le foto che gli ho sottoposto, si è impegnato e ha deciso di pubblicare il libro. Il suo problema è stato come proporre questo tema al settore marketing della sua casa editrice. L’editor mi ha chiesto di scrivere qualcosa e quello che ho scritto è ciò che è realmente andato nell’introduzione del libro. È un tentativo di fare un libro che confonde le aspettative sulla disabilità, è un libro che ha una tendenza, un’attitudine verso la morte e la mortalità.

Il libro stesso è un’elegia a mia figlia, alla mia bambina. Se io fossi stata una poetessa avrei scritto un lungo poema, una lunga poesia, ma il mio dono, il mio talento è quello di essere una fotografa, quindi il libro è il prodotto di queste due gigantesche componenti della mia vita: la mia bambina e la fotografia, la possibilità che la fotografia offre di mostrare, di mettere a nudo l’essere umano. Sarebbe difficile descrivere con le parole la disabilità fisica di mia figlia in modo da darvi un’idea, un’immagine che vi restasse nella mente, mentre la fotografia rende il soggetto più tangibile e demistifica questo problema, anche se so che è un territorio difficile per molte persone.

Solo un quarto delle foto che sono nel libro le ho viste mentre Molly era in vita. Non avevo stampato le foto, non avevo tempo ed è per questo che prima ho detto che per me è stato un viaggio emotivo, di scoperta; poi a posteriori ho realizzato che avevo registrato una vita intera dall’inizio alla fine. Una fotografa, una vita. La fotografia è il dono che ho avuto, e Molly è stata la bambina che ho avuto, e questo è quanto.

Molly
È stato molto difficile perché ho avuto una bambina che sarebbe potuta morire molte volte e abbiamo vissuto con un’enorme intensità questa vita con Molly. Vivi con intensità quando sai che non puoi dare per scontata la vita. Nessuno sa quanto potrà durare la propria vita. Io abito territori difficili: la disabilità, il fatto che mia figlia, la mia unica figlia, sia morta, che io sia stata un genitore single per la maggior parte della vita di Molly… Ma nonostante tutti questi problemi che sono, credo, l’incubo di qualunque genitore, ho sentito che mia figlia mi ha insegnato tantissime cose.
A causa del grado di disabilità che mia figlia aveva, avevamo una relazione simbiotica, eravamo interdipendenti. Quando è morta, per me è stata una perdita enorme. Io non ho avuto una bambina che è passata attraverso i normali passaggi di separazione che un bambino fa dal proprio genitore ma, poiché io sapevo che lei sarebbe morta, ho veramente cercato di prepararmi al meglio. Ogni decisione l’ho presa cercando di pensare “Sto facendo la cosa giusta? Perché poi non voglio avere rimpianti, non voglio rimpiangerla”. Per essere onesta, come ce l’ho fatta, come ho resistito dopo la sua morte in alcuni giorni non lo so, non ne ho la più pallida idea ma quello che so è che amare qualcuno così profondamente, tanto quanto io ho amato lei, non significa morire dopo che lei è morta, che questo amore è capace di sostenermi dopo la sua morte.
È molto difficile per me spiegare. Molly e io ci volevamo molto bene, ci amavamo. Avevo una figlia che sapeva che aveva una madre ossessionata dalla qualità della luce. Diceva “Mamma, ferma la macchina, guarda laggiù, luce giusta!”. Per Molly una mamma con la macchina fotografica era la cosa più familiare.
La prima volta in cui ho avuto un incarico importante e lei era grande abbastanza per capire cosa ciò significasse, siamo andate dritte fuori a festeggiare in un ristorante italiano. Era una bambina buffa e filosofica, sapeva che stava morendo, era coraggiosa e, in un certo senso, lei mi ha insegnato tantissimo e io recentemente ho insegnato a mio padre a morire. Mi ha insegnato come stare vicino a qualcuno che sta morendo e poiché le persone muoiono in continuazione, ed è una cosa normale tanto quanto nascere, io penso che sia molto importante per le persone capire come dare aiuto nel momento finale della vita.
Penso che Molly non abbia saputo fino all’ultimo anno della sua vita di dover morire ma aveva un livello di realismo sulla sua fisicità: lei amava i bambini e ha sempre parlato della volontà di adottare dei bambini ma non ha mai parlato di sé dicendo “Quando io avrò un bambino”. Immagino che lei pensasse che sarebbe riuscita ad andare all’Università. Ha fatto un sacco di disegni sull’appartamento che avrebbe avuto quando fosse stata al college. Ma io penso che nell’ultimo mese lo sapesse… Lei era molto intelligente. Nessun dottore le diceva “Tu migliorerai” quindi lei non si aspettava di tornare di nuovo a scuola. Stava dimagrendo e ho chiesto ai dottori di non pesarla più perché lei sapeva che cosa significava e non c’era niente che lei potesse fare per evitare quello che stava accadendo. Io ho volontariamente portato fuori dall’ospedale mia figlia e l’ho curata a casa, così poteva fare quello che voleva, poteva invitare gli amici a dormire a casa, aveva un gatto, poteva fare quello che voleva ed è stata sempre completamente vigile. Le ho dato la buonanotte, il bacio della buonanotte, fino all’ultima sera: quella notte si è addormentata e non si è più svegliata, e per me quella è una buona morte.
Noi abbiamo trascorso tanto tempo negli ospedali, però Molly non ha mai avuto una diagnosi finale, precisa, ma era controllata, monitorata ogni anno. Non è stato come un’improvvisa disabilità, è stato graduale. Penso che se fosse cresciuta, attraverso la pubertà e l’adolescenza, sarebbe diventato molto più difficile. Era frustrata dal suo corpo, negli ultimi tempi, perché il suo corpo non le rispondeva più, non funzionava più. Era una bambina molto dotata, molto intelligente, amava andare a scuola e aveva voti alti in molte materie, amava la sua vita sociale… Semplicemente era –
fisicamente – non pienamente, completamente sana.
Molly voleva andare alla scuola d’arte per essere onesti. Penso che lei amasse il fatto che io lavoravo, che facevo questo lavoro e dato che io sono nel campo artistico ho degli amici artisti, attori, che scrivono commedie, giornalisti, pittori… Quindi erano tutte professioni che mia figlia conosceva. Quando era piccola, molto piccola, venne da me e mi disse molto seriamente “Dobbiamo accendere la televisione per vedere che cosa sta facendo il Governo”. Era molto coinvolta sui temi ambientali, aveva un amico che viveva in Croazia, durante la guerra nell’ex Jugoslavia. Prima che lei nascesse, sono stata molti anni in Africa, lei guardava le fotografie dei bambini in Ruanda…
La nostra era una casa con una tendenza alla visualità. Ho centinaia di disegni e di dipinti di Molly, lei era molto sicura di sé, poteva fare murales sulle pareti di casa. Vivere nella nostra casa era come lavorare in uno studio d’arte. Poteva usare qualunque materiale per dipingere, gessetto, pennelli, pennello da barba… Perché volevo che lei si sentisse durante la sua vita più realizzata possibile, pienamente conscia delle sue doti.
L’ironia è stata la mia scuola, probabilmente una buona scuola, un buon training, per avere a che fare con una bambina come Molly. Facevo delle grandi sculture come dei tepee, delle tende indiane, appendevo al muro pezzi di stoffa, campanellini, creavo un ambiente per incoraggiare questa bambina a muoversi perché all’inizio della sua vita non era molto interessata a vivere. Penso che nel reparto di terapia intensiva mi guardasse chiedendomi “Allora che cosa c’è di bello nel vivere?”. Io l’ho dovuta in parte convincere a godersi la vita.
In Galles ha incontrato un ragazzino che stava facendo campeggio sulla cima delle scogliere, aveva un fantastico cane nero, suonava la chitarra e cantava una canzone che si chiama The house of rising sun e non so come conoscesse le parole perché è una canzone di un’altra epoca. Insomma, si divertiva con degli amici maschi ma non aveva un boy friend particolare. I ragazzi la facevano ridere.
Ho cercato di usare quello che ho imparato attraverso la nostra vita insieme e a volte mi capita di parlare con delle infermiere che lavorano con bambini che muoiono, che sono molto malati. Lavoro in una Help line che ha sede a Londra che supporta i genitori che hanno perso i figli. Noi rivolgiamo il nostro aiuto non solo a genitori che hanno perso i figli per malattia, in ospedale, ma anche a chi ha perso i figli in battaglie, in guerra.
C’è una donna straordinaria in America, il suo nome è Elizabeth Kubler-Ross che dice “I bambini che stanno morendo sono alcuni dei nostri più grandi maestri”. Questo è quello che io ho provato per mia figlia. Io penso che sarò molto fortunata se mi capiterà di incontrare qualcun altro nella mia vita che mi possa insegnare tanto quanto mi ha insegnato lei.

Le mie “battaglie”
Ho dovuto combattere moltissime battaglie e ho speso molto del mio tempo sfidando le istituzioni per adeguare la legislazione governativa a favore dei bambini come Molly. Volevo che mia figlia andasse in una scuola normale come gli altri bambini e ho trascorso tantissimo tempo lavorando con un avvocato, raccogliendo delle prove, e quello era il mio impegno principale così come essere un genitore.
Molly è riuscita ad andare in una scuola normale, ho dovuto combattere, ho affrontato un processo legale per ottenerlo. Nel Regno Unito è molto difficile: è facile per quanto riguarda la scuola elementare mentre è molto più difficile per quella che è la nostra scuola media, io ho fatto causa e l’ho vinta. Così per due anni lei è andata alla sua scuola pubblica e ha avuto un tempo meraviglioso. Io ho cercato di renderla il più possibile indipendente da me. Prima dell’avvento dei cellulari avevo un cicalino come i medici per poter essere contattata per qualsiasi emergenza. Questo le ha dato la libertà di essere separata da me e questo ha significato che lei era molto sicura di sé a livello della sua vita sociale.
Molly ha fatto delle interviste alla BBC, la televisione britannica, raccontando la lotta che ha fatto per sé ma anche per altri bambini come lei. Ne ho parlato con lei, abbiamo discusso e quando le ho spiegato il motivo del caso legale che affrontavamo, lei è stata d’accordo con le interviste e quindi le ha concesse, ma quando si è stancata non ne ha fatte più e ho dovuto parlare io, si annoiava. Io penso che la sua esperienza alla scuola media sia stata assolutamente fondamentale per come lei ha goduto la sua vita, per come l’ha affrontata. Per me è stata la battaglia più dura da combattere ma non ho mai dubitato dell’importanza di questa battaglia.
Lo stato mi dava un contributo, non molto. Io e Molly abbiamo vissuto in Norvegia per due anni perché il padre di Molly è norvegese e il sistema assistenziale in Norvegia era sostanzialmente più realistico rispetto a quello britannico. Pensiamo a tutte le spese in più che si creano quando si vive con una persona disabile e al fatto che io facevo molta fatica a lavorare… Però bisogna considerare che la Norvegia ha il Pil pro capite più alto in Europa e una popolazione molto ridotta quindi loro si possono permettere questo tipo di aiuto materiale. Ma in Norvegia il mio matrimonio è fallito e quindi ho lasciato la Norvegia come genitore single e sono ritornata nel Regno Unito. Una delle ragioni è che sapevo che avrei dovuto combattere per mia figlia e l’unica lingua che parlo è l’inglese e siccome dovevo parlare per lei…
Una delle ragioni per cui ho lottato così duramente è che sentivo che Molly veniva punita per la sua mappatura genetica e nessuno, nessuno, è responsabile per il proprio corredo genetico. E questo è quello che mi ha mandato avanti.

Il film
Benedetto: Io ho conosciuto Lesley in una maniera molto strana, tramite un articolo di giornale, esattamente “la Repubblica” nell’inserto domenicale di qualche anno fa in cui un articolo di Conchita De Gregorio parlava di questo libro (libro che è stampato, al di là dell’Inghilterra, soltanto in Italia dalla casa editrice Contrasto, specializzata in lavori di carattere fotografico).
Questo articolo, due pagine complete, fitte, corredate da alcune fotografie, raccontava in maniera molto esaustiva e molto intensa la storia di Molly e Lesley, riportando anche alcune frasi che si trovano nel libro. La cosa mi ha affascinato moltissimo, allora ho comperato il libro che mi è piaciuto ancora di più e mi sono messo in contatto con la casa editrice. E lì sono successi alcuni piccoli miracoli che normalmente non succedono. Alla mia richiesta la casa editrice ha risposto dopo un giorno. Io dicevo “Sentite ho apprezzato molto il vostro libro, vorrei mettermi in contatto con Lesley perché io faccio documentari e mi piacerebbe fare un documentario della sua storia”. Mi hanno risposto dicendo “Non le possiamo dare l’indirizzo di Lesley ovviamente, ma ci scriva una lettera e noi gliela inoltriamo e poi sarà lei, se vuole, a mettersi in contatto, a risponderle”. E allora c’è stato il secondo miracolo: Lesley mi ha risposto dopo un giorno ringraziandomi dei complimenti che le facevo (con la sua garbata ironia mi ha detto “Credo bene che ti sia piaciuto, mi ha richiesto vent’anni di vita, spero che ci sia un po’ di profondità in questo lavoro”) e ha accettato di incontrarmi. Il primo giorno che ci siamo visti ci siamo incontrati verso mezzogiorno e ci siamo salutati a mezzanotte, parlando, filmando, girando per Londra…

Lesley:  È strano perché sono circa dieci anni che mia figlia è morta e ogni occasione in cui ne parlo è diversa dalle altre, leggermente diversa. Il film è il lavoro di Benedetto e la ragione per cui ci siamo incontrati è stato una parte del lavoro che ho fatto dopo che è morta mia figlia, che è il libro The time of her life. Quando ci siamo incontrati, ci siamo seduti e abbiamo chiacchierato, discusso, parlato per un giorno intero. La qualità delle domande, il modo in cui comunicavamo, mi faceva sentire sicura e poiché la morte infantile, la morte di un bambino, è un argomento così difficile, ho pensato che potevo provare ad articolare alcune mie emozioni, che potevano riguardare anche altri genitori. Questa è una delle situazioni di maggiore solitudine in cui ci si possa mai trovare ed è anche per questo che ho iniziato a lavorare in una Help line perché i genitori si sentono veramente isolati, come se nessuno comprendesse il loro modo di essere, il loro sentire. Così ho pensato di provare a parlare di questo tema con due persone che avevo incontrato e di cui mi fidavo. Sembra ridicolo ma allo stesso tempo facendo questo lavoro ci siamo molti divertiti.

Benedetto Parisi
Nato a Lecce nel 1945, laureato in Giurisprudenza a Roma, da molti anni vive a Udine dove mette la sua passione e il suo talento di regista a disposizione di temi a carattere sociale. Le sue opere precedenti sono state selezionate a numerosi Festival, tra le quali ricordiamo Integrazione (1998), selezionato al Sacher Festival di Roma e al Torino Film Festival, e Figure di un Mondo Scomparso (2004) selezionato al Festival Alpe Adria e ad Anteprima del cinema indipendente di Bellaria. Da molti anni tiene laboratori e corsi sul linguaggio e la tecnica cinematografica presso scuole, enti pubblici e istituzioni culturali, collaborando in maniera continuativa con il Centro Espressioni Cinematografiche di Udine. Il documentario The time of her life (2007) è stato selezionato alla Rassegna del documentario italiano, al Premio Libero Bizzari 2007 e a Visioni Italiane, Bologna 2008. Ha ricevuto il premio come miglior documentario alla Festa del documentario di Siena “Hai visto mai” 2008, con la seguente motivazione: “È un piccolo film che racconta il dolore, la perdita, la memoria con dolce, profonda, straordinaria serenità e vitalità”.
Il film è reperibile presso l’autore: benepa14@libero.it, tel. 0432/50.91.70.

Lesley McIntyre
Lesley McIntyre, diplomata al Royal College of Art di Londra, lavora come fotografa documentarista. Tra i suoi progetti, uno sulla ricostruzione rurale nei primi anni dell’indipendenza dello Zimbabwe e uno sulle proteste contro l’installazione dei missili a Greenham Common, oltre a vari servizi teatrali tra cui uno per la Royal Court. Negli ultimi anni si è battuta per l’inserimento dei bambini disabili nelle normali classi della scuola pubblica. Il tempo di una vita (edizione italiana, Roma, Contrasto, 2004) è il suo primo libro. Quando Molly, la figlia di Lesley McIntyre, nasce a Londra nel 1984, i medici le diagnosticano una grave anomalia muscolare. Sono convinti che vivrà molto poco e che non potrà mai essere dimessa dall’ospedale. Invece la bambina riesce ad andare a casa e a vivere fino ai quattordici anni. Sarà pienamente consapevole del suo stato per gran parte della sua vita.
Lesley McIntyre ha fotografato sua figlia come una madre qualunque, scattando le prime foto poco dopo la nascita della bambina e le ultime qualche giorno prima che morisse nella sua casa, ma le straordinarie immagini e la precarietà della vita di Molly fanno di questo libro una narrazione estremamente densa di significato.

1. Introduzione

“Ma se l’esperienza si elabora attraverso il racconto, e il racconto ha bisogno di un destinatario, ne consegue che elaborare la mia propria esperienza non dipende solo da me. Dipende dall’esistenza di una comunità fatta di narratori e di destinatari”.
(Paolo Jedlowski, Il racconto come dimora. Heimat e le memorie d’Europa, Torino, Bollati Boringhieri, 2009)

“Il tempo delle nostre vite. Quattro incontri sull’esperienza dei padri e delle madri per un sapere condiviso ”, è il titolo che abbiamo scelto di dare all’iniziativa che nelle pagine di questo numero di “HP-Accaparlante” viene raccontata attraverso le parole dei protagonisti, la loro voce opportunamente adattata a una versione scritta.
La scelta di questo titolo rivela almeno in parte alcune delle considerazioni che ne hanno segnato la preparazione.
Come già abbiamo avuto occasione di sottolineare “l’esperienza del Centro di Documentazione Handicap è stata fin dai suoi inizi caratterizzata dall’attenzione alla raccolta e all’organizzazione di testi prodotti da persone disabili e da familiari, iscrivibili quindi al filone delle autobiografie e delle testimonianze narrative”
Questa attenzione costante per tentare di connettere le piste di studio e approfondimento sulla disabilità originate dal versante accademico e tecnico con quelle nate dalla rielaborazione dell’esperienza personale, nella logica di superare contrapposizioni arricchendo la conoscenza delle realtà attraverso la compresenza di più approcci e punti di vista.
A questa prospettiva di sfondo si è accompagnata nel tempo la volontà di realizzare occasioni dirette, vive, di racconto, ascolto, condivisione di storie.
“Il tempo delle nostre vite” è stata una di queste preziose occasioni.
L’occasione/la possibilità di incontrare una storia dove è presente la disabilità.
Incontrare una madre, un padre, la relazione con il proprio figlio, con la propria figlia, attraverso il ritmo di un racconto che si dipana tra l’avvicendarsi dei giorni quotidiani, le scelte e le direzioni che la vita pone e spesso impone.
Ha significato poter incontrare genitori che hanno scelto di dare visibilità alla propria vicenda, che hanno voluto, per certi versi anche dovuto, riprendere contatto con la materia incandescente, difficile, vitale delle storie per rielaborarla attraverso la scelta di ciò che si desidera offrire di sé a chi è al di fuori rendendola sapere comunicabile.
La rielaborazione è un processo che mette tempo e spazio tra ciò che si vive e ciò che di quell’esperienza fluida e magmatica si deposita nella memoria e nella storia della persona; impone una distanza che ha bisogno, poi, di trovare uno strumento di comunicazione che la possa far uscire da sé.
Ne “Il tempo delle nostre vite” gli strumenti di espressione che i nostri ospiti hanno utilizzato per raccontare sono stati diversificati: i libri, la fotografia, i film.
Scelte queste fortemente legate al percorso biografico di ognuno di loro, espressione dei talenti personali e anche filo di continuità tra il prima e il dopo l’arrivo dei figli, tra il ruolo genitoriale e la vocazione e competenza professionale.
Sono quindi storie, quelle che abbiamo ascoltato durante gli incontri, che si situano in quel versante dell’universo narrativo che possiamo dire della testimonianza, esprimendo in questi casi una grande capacità di portare con sé un valore sociale. La loro forza però, a nostro avviso, va oltre questa specifica funzione per attingere a un’attitudine narrativa potente che le fa emergere con grande qualità e capacità di raggiungere chi ascolta, legge o guarda.
Sono quindi racconti a tutto tondo che, lontanissimi dalla tentazione di ammaestramento, parlano a noi e narrano dei percorsi umani attraverso cui si costruiscono legami e si cerca di tornare a flettersi, riflettere, su ciò che ci è dato vivere.
Mai storie dunque che si ergono a modello, ma ricerca di senso, appunto, dentro cui sta anche l’unicità delle situazioni, non categorizzabili, la comunanza possibile, la consapevolezza degli snodi che la vita chiama tutti ad affrontare.
Ancora, storie che rimangono tenacemente attaccate al proprio specifico, ai tratti singolari e mai del tutto svelati che racchiudono il mistero enigmatico di ogni esistenza.
È proprio non tradendo questo segno personale che crediamo sia stato possibile sperimentare durante il tempo di questi incontri una dimensione di comunità, seppur temporanea, oggi non abituale, quasi che l’interesse delle persone, uscite dalla propria casa quelle sere per venire ad ascoltare le storie di altri, si sia poi in modo reciproco reso disponibile a condividere
i propri racconti, ricordi o almeno pezzetti di essi, portando a un dialogo intenso, per il quale ancora una volta ci sentiamo di esprimere la nostra gratitudine.

“La differenza la fa l’esperienza”: la parola all’Assessore del Comune ospitante
Proviamo a rimescolare un po’ le carte e a metter i padri e le madri in cattedra… Sì in cattedra: dispensatori di saperi derivati dall’esperienza, ahimè spesso troppo tremendamente maestra di vita, e consultiamoli… facendoli anche docere.
Nel mio primo mandato da Assessore (2004–09) ho cercato di impostare i presupposti di questo percorso, anche mediante l’istituzione della Consulta Comunale per il Superamento dell’Handicap, l’apertura dello sportello Informahandicap con uno “Spazio Risorse” che potesse fornire argomenti documenti e sostegno ai cittadini diversamente abili, ai familiari, alle istituzioni compresi gli operatori del settore.
A cavallo tra il vecchio e il nuovo mandato amministrativo (2009 –2014) si è felicemente inserita la proposta di questa rassegna che ci fa riflettere su come, a parità di strumenti, dati e opportunità, la differenza la fa proprio l’esperienza, la relazione, il rapporto di sperata reciprocità a volte vissuto nel dubbio e nella tremebonda incertezza che l’altro (tuo figlio disabile, il tuo compagno, il mondo) siano in grado di comprenderti, di accendere la spina della connessione relazionale con te, comunque intesa.
Allora le Istituzioni studiano il libro della vita di queste persone e umilissimamente imparano condividendo. Sì perché quello che resta e conta è la condivisione attenta e disponibile. Fare da nave scuola per altri, magari non percependolo…
Questa è la sfida degli uomini e delle donne che si sono cimentati nell’avventura di scrivere, riprendere, fotografare, sceneggiare la loro eccezionale storia (in tutte le accezioni del termine).
Un abbraccio grato a Igor “Qualsiasi cosa possano dire queste pagine a chi le leggerà, in fondo, spero riescano a dire dagli occhi del padre che le ha scritte, che uno sguardo che impara è uno sguardo che insegna”; a Lesley “È una storia che trascende tutte le barriere di razza, classe e genere. Qualunque famiglia, in qualunque momento e in qualunque luogo, può trovarsi di fronte alla realtà della disabilità. Spero che, giungendo al punto del volume in cui l’invalidità di Molly appare con tutta la sua evidenza, il lettore si sia già affezionato alla persona contenuta in un involucro tanto delicato”; a Stefano “Scoprire in prima persona che cosa significa vivere con qualcuno che, scomodo al cuore e alla ragione, viene da altri definito ‘matto’”; a Daniela “Nonostante le incertezze scommetto su di te e credo tu possa avere tutto, l’infanzia più serena possibile e la vita adulta che sboccerà”.
Un grazie particolarissimo all’amica Dott.ssa Piera Carlini, compagna dalla prima ora, Responsabile del Servizio Integrazione Sociale Minori del Comune di San Lazzaro.
A tutti gli amici della cooperativa Accaparlante, che hanno pensato, proposto e sostenuto questa esperienza sanlazzarese, va la mia richiesta di proseguire l’impresa iniziata nel lavorare insieme che ha portato, tra l’altro, tanta fraternità e competenza.
Continuiamo a faticare insieme perché il percorso fatto si consolidi e diventi vita condivisa.
Lasciando ciascuno alla lettura e alla meditazione del materiale prezioso, auspico che il percorso di condivisione intrapreso continui, estendendosi anche ai lettori, a vario titolo, della rivista, ai quali chiedo, se lo ritengono, di avviare un dialogo- confronto “Da San Lazzaro di Savena al… Mondo”, per la vita piena della nostra gente.

Maria Cristina Baldacci
Assessore alla Qualità della Salute, Diversabilità e Politiche per la Famiglia
mc.baldacci@comune.sanlazzaro.bo.it

1. Introduzione

a cura di Annalisa Brunelli e Giovanna Di Pasquale

Il primo numero 2003 della rivista HP/Accaparlante è dedicato ai bambini e la guerra, tema che viene affrontato attraverso la proposta di una serie di percorsi bibliografici fra i testi rivolti al l’infanzia e all’adolescenza.
Ci sono alcune ragioni che sostengono questo nostro lavoro monografico; esplicitandole vorremmo rendere maggiormente evidente il senso che abbiamo attribuito a questa ricerca nella produzione editoriale degli ultimi anni.
La prima ragione potrebbe essere ben riassunta nella frase “La guerra è guerra e i bambini (non) lo sanno”. Sì, ma allora perché non troviamo mai modi e parole per parlarne con loro? Molti adulti indietreggiano di fronte a questioni che li riportano alle responsabilità di governo del mondo. E’ il mondo adulto che sceglie, è il mondo bambino che ne paga fin troppo le conseguenze. D’altra parte siamo anche noi confusi e spauriti di fronte ad eventi che incombono e ci sovrastano. Spesso è meglio il silenzio, il cambio di canale. Ma i bambini, quando ancora possono essere tali, domandano, chiedono anche solo con gli occhi, non vogliono (e non debbono) rimanere soli di fronte ai dubbi, alle domande, ai pensieri. È vitale dare spazio a questi interrogativi, non negandoli o facendo finta che non ci tocchino solo perché, a volte, sono altri paesi, altri popoli ad esserne direttamente coinvolti. I bambini “sentono” la guerra, la vivono emotivamente, senza pelle; così come percepiscono in modo totale tutti gli aspetti cruciali del vivere: l’amore, la morte, la malattia, l’amicizia. Dare parola a queste emozioni, permettere che escano allo scoperto è una strada che unisce i grandi e i piccoli in una trama che è fatta, alla fine, della stessa materia dei desideri, dei sogni e della paura di tutto ciò che li minaccia.
La seconda ragione riconduce all’idea che la guerra è un “handicap” per tutti. Questo percorso nasce all’interno di un luogo, l’Associazione Centro Documentazione Handicap, che vede fra i fondatori e i collaboratori più stretti persone cha hanno un deficit. Chiunque abbia un deficit sa che nell’incontro con gli ambienti di vita si possono generare delle situazioni handicappanti, di difficoltà e mancanza. All’inverso, quando il contesto è capace di accogliere ed integrare realmente le stesse situazioni di handicap non si producono necessariamente. La guerra è, invece, quella dimensione in cui tutti diventano vulnerabili, in cui pur non avendo nessun deficit molte persone vivono l’handicap della mancanza di cibo, di un rifugio sicuro, dell’allontanamento dalle persone care o dal luogo di origine. È una situazione devastante, che non permette a nessuno di crescere, perché viene minato il senso di sicurezza, la possibilità per i bambini di trovare una comunità adulta accogliente, perché gli stessi adulti sono spesso vittime spezzate ed indifese.
La terza ragione ha a che fare con la nostra idea di scuola e di servizio per i bambini e ragazzi in genere. Ci piace pensare che le scuole, le biblioteche, i centri di ritrovo vogliano e possano essere luoghi educativi prima di tutto. Luoghi in cui i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze imparino l’ascolto e la parola di pensieri anche distanti e diversi dai propri, possano discutere aiutati dagli adulti di cose difficili, poco affrontate eppure sempre presenti nella nostra quotidianità. La possibilità di trovare un tempo, uno spazio, dei modi adeguati diventa così una questione di attenzione concreta ai bisogni dell’infanzia e dell’adolescenza: il bisogno di essere accolti in un percorso di crescita fatto di domande, di un’espressione possibile dei propri pensieri e delle proprie idee, di uno stare in silenzio condiviso. Per le questioni già accennate in precedenza non è semplice anche per un adulto disposto ad accompagnare i più giovani in una riflessione sul tema delle guerre fare ciò. Il ruolo dei libri e della lettura può essere un supporto significativo in questo senso: le storie accomunano, parlano con voce mediata ed incisiva, permettono di immaginare e comprendere. Il circolo virtuoso che si crea tra un adulto che legge o racconta e una cerchia di piccoli e giovani ascoltatori ed interlocutori è una condizione di fiducia reciproca, di voglia di venirsi incontro, di momenti di pace.

2. Un chilo di piume, un chilo di piombo

I bambini e la seconda guerra mondiale. In Italia, in Europa e nel resto del mondo
O ragazza dalla guance di pesca
o ragazza dalle guance di aurora
io spero che a narrarti riesca
la mia vita all’età che haiora.
Coprifuoco la truppa tedesca
la città dominava, siam pronti
chi non vuole chinare la testa
con noi prenda la strada dei monti.
Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte che è in manonemica
vedevam l’altra riva la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Mario Lodi, I bambini della cascina, Marsilio, Venezia, 1999
La guerra rimane sullo sfondo di questo bel libro che racconta come vivevano i bambini delle campagne del nord Italia alla fine degli anni ’20. Protagonisti sono proprio loro, i bambini, con i loro poveri giochi, i primi lavori nella fattoria, le amicizie e i litigi. Ma ogni tanto, fra le pagine, si fa largo qualche fascista alla ricerca di giovani contrari al regime o a caccia di nuovi tesserati ed emergono i ricordi di chi ha fatto la prima guerra mondiale.
E non sono bei ricordi: “…ragazzi, la guerra l’hanno inventata i matti, quelli veri, da legare. Far soffrire così e far morire tanti cristiani per niente! (…) Eravamo pieni di pidocchi, con le croste su tutto il corpo a forza di grattare…un tormento. Quando i soldati tornavano a casa per una licenza, si spogliavano nudi e facevano bollire tutti gli indumenti. E quando la licenza era finita, non volevano più partire: i parenti li dovevano accompagnare alla stazione perché se non tornavano al fronte venivano fucilati. Una tragedia. E loro piangevano e partivano. Io non sono mai andato in licenza, al loro posto non so che cosa avrei fatto. Questa era la guerra, ragazzi”. (p. 79)

Lia Levi, Maddalena resta a casa,Storie d’Italia, Mondadori, Milano, 2000
Uno sguardo nella vita di tutti i giorni dell’Italia del ventennio fascista e di chi ha cercato di combatterlo lavorando di nascosto, stampando e diffondendo volantini e notizie. La storia ci viene raccontata, con uno strano espediente narrativo, dalla casa dove abitano Maddalena e il suo papà ed è molto semplice ma ha il pregio di farci calare nella vita quotidiana dei ragazzini di quell’epoca e di mostrare, anche se in modo forse un po’ troppo lieve, che c’era chi al fascismo si opponeva facendo del suo meglio con semplicità. Gente comune e non necessariamente eroi.

Frediano Sessi, L’isola di Rab, Storie d’Italia, Mondadori, 2001
Frediano Sessi è uno studioso attento che si è occupato molto dell’epoca nazifascista e dei campi di concentramento. Questo rende il romanzo molto interessante perché vi si avverte, pur nella libertà dell’invenzione, tutta la tragicità di un storia vera. I ragazzi faticheranno a ritrovarla sui libri scolastici ma non vanno invece dimenticati questi campi di concentramento in cui i fascisti internavano le popolazioni della Jugoslavia in condizioni spaventose per poter ripopolare quelle zone con fascisti di provata fede e miglior razza.
La storia è raccontata da un ragazzino, Benito, fiero moschettiere balilla che segue il padre chiamato a gestire appunto il campo dell’isola di Rab. Nel volgere dei giorni la realtà si fa sempre più evidente e Benito, anche grazie alla sua amicizia con Sonja, una ragazzina croata che cercherà di salvare dall’internamento, prenderà coscienza e sceglierà autonomamente “da che parte stare”.

Mario Rivelli, Sotto le bombe di maggio, Condaghes, Cagliari, 1997
Una storia semplice che ha però il pregio di calarci nella realtà di gente qualsiasi che vive una vita qualsiasi in tempo di guerra. E così le avventure di Marco e di Lucia ci fanno sapere cosa si mangiava, come si organizzavano le giornate, cosa si faceva quando suonava l’allarme e cadevano le bombe. E anche ci mostrano, attraverso gli occhi di due bambini, la difficoltà di saper distinguere “i nemici” in un’Italia ancora fascista ma in attesa di essere liberata dai“nemici” inglesi e americani.

Beatrice Solinas Donghi, Il fantasma del villino, Einaudi Ragazzi, 1992
Un romanzo semplice ma avventuroso e avvincente, adatto per ragazzini di 9/10 anni, in cui si racconta di Lilli, sfollata con la mamma e il fratellino in un paesetto di montagna. E si racconta di Regina, piccola ebrea nascosta in un villino poco distante.
La guerra, le persecuzioni, i partigiani si muovono sullo sfondo di un’estate di scoperte in cui Lilli cresce e, pur da bambina, comincia a riflettere su quello che le accade intorno.

Donatella Ziliotto, Un chilo di piume, un chilo di piombo, Einaudi ragazzi, Torino, 1992 (riedito da Delfini, Fabbri, Milano, 2002)
E’ rivolto in particolare alle ragazzine il diario della triestina Fiamma, così chiamata dalla mamma, grande ammiratrice di D’Annunzio (“ma io volevo Tonina”), che racconta la sua vita sul finire della guerra mentre si aspetta che arrivino gli americani “un lungo bruco malato che si trascinasse a stento su per l’Italia. E noi quassù, gli ultimi…”
Il papà di Fiamma è “un mezzo ebreo perché la sua mamma era ebrea e ci teneva tanto che i suoi bambini fossero tutti ebrei. Mio nonno infatti non eraebreo ma socialista e ubriacone”. Si sorride alle descrizioni impietose della sorella grande che “dice che non bisognerebbe parlare bene di chi ci bombarda (…) e a me mi sgrida perché le pare che non amo abbastanza la patria” e ci si schiera con il papà e la maestra Rita che ascoltano radio Londra.
E così si passa attraverso vicende semplici e quotidiane che aiutano a capire come si viveva e soprattutto come vivevano i bambini in quel tempo.
Un libro per cominciare un viaggio della memoria, ancora “leggero”, adatto ai più giovani, inattesa che possano affrontare letture più impegnative. Ma che intanto lascia un segno indelebile e semina pensieri ancora abbozzati ma che matureranno e formeranno adulti rispettosi e uomini e donne di pace, come dice la maestra Rita: “Tonina cara, spero che la tua generazione non tolleri di stare per un ventennio seduta per terra. Noi abbiamo un galletto che per essere stato due giorni seduto s’è azzoppato definitivamente.”
E, come dice l’autrice: “…i miei diari scritti durante la guerra mi hanno aiutato a ricordare quante piume ci sono per un bambino anche in anni pieni di piombo: si pattina durante gli allarmi, si allevano conigli di nascosto, ci si innamora. E si cresce.”

Ermanno Detti, Estrella, Nuove Edizioni Romane, Roma, 2000
Si muovono nell’Italia divisa della fine del ’43, quando arrivarono gli americani, i due ragazzi protagonisti di questa storia: Van, proiettato quasi suo malgrado, in una vicenda più grande di lui mentre segue-insegue Estrella, figura misteriosa che potrebbe essere filo americana o spia dei tedeschi oppure….
Nel dipanarsi veloce della storia, il giovane protagonista acquisisce sempre maggior consapevolezza fino a poter scegliere liberamente da che parte stare.
Una storia in gran parte vera, raccontata all’autore dai due protagonisti.

Donatella Bindi Mondaini, L’albero buio, Le letture, E Elle, Trieste, 1992
Attraverso le riflessioni e le avventure di quattro fratelli rifugiatisi dalla nonna sulle colline fiorentine, vediamo cosa accadeva in Italia dopo l’armistizio del’43. Un libro semplice ma in grado di appassionare i ragazzini più giovani: sullo sfondo i tedeschi in ritirata verso nord, i partigiani, la gente comune schierata da una parte o dall’altra, fino ad un soldato tedesco che diserta perché contrario al regime del suo paese. Attraverso una progressiva presa di coscienza i quattro ragazzi, e i lettori insieme a loro, capiscono che il mondo non si può dividere semplicemente in buoni e cattivi.

Guido Petter, Ci chiamavano banditi, Supergru, Giunti, Firenze, 1995
Il libro è già apparso nel 1978 col titolo “Che importa se ci chiaman banditi” in forma di racconto delle vicende di guerra partigiana in Valdossola. Benchél’autore avesse precisato che si trattava di una sorta di “diarioin terza persona” fu considerato in genere dai lettori piùgiovani come un testo aperto ad invenzioni fantastiche. Per rendere più incisivo il taglio dell’esperienza realmente vissuta dall’autore negli anni giovanili, Guido Petter ha deciso di procedere ad una riscrittura passando dalla terza alla prima persona e dall’uso del passato a quello del presente. La versione attuale èdunque più incisiva, quel che il protagonista racconta sembraavvenire sotto i nostri occhi, in una sorta di presa diretta cheacquista una più forte intensità emotiva capace diparlare anche ai ragazzi di oggi.

Guido Petter, Nel rifugio segreto, Giunti, Firenze, 1998
Il libro, ambientato nell’estate del1944, si ispira ad un episodio della guerra di Liberazione in Valdossola: il lancio da parte degli aerei angloamericani di armi e rifornimenti ai partigiani che operavano in quella zona. Da questo spunto prendono il via le vicende di un gruppo di ragazzini, nati e cresciuti su quelle montagne e che proprio in quei luoghi imparano a conoscere da vicino la realtà della guerra e specialmente la lotta tra le armate partigiane e le milizie fasciste. Ne fanno anzi anche un po’ parte quando offriranno il loro rifugio segreto“la tana dell’orso” ai partigiani come riparo ai feriti.L’esperienza diretta di Guido Petter come partigiano, la concretezza delle situazioni, lo stile immediato e coinvolgente producono un racconto in cui la dimensione storica e gli slanci fantastici si fondono in modo equilibrato e convincente.

Mino Milani, Seduto nell’erba al buio. Diario di un ragazzo italiano. Estate 1944, Fabbri Editori, Milano, 2002
Una normale estate di guerra. Un’estate in cui niente è normale perché la guerra cambiatutto, il mondo intorno e le persone, la vita nelle città e ipensieri nella testa. Così anche per Nino, 15 anni nell’estate del 1944. Attraverso il suo racconto, strutturato su pagine di diario, riviviamo i mesi che portarono alla liberazione di Italia.Mesi scanditi dalla paura delle bombe, dei rastrellamenti, dalla ricerca affannosa di cibo. Mesi in cui l’ombra della guerra siallarga fino ad interrompere il normale scorrere dei giorni e asfumare gli accadimenti centrali di una giovane vita: le gite con gliamici, le desiderate vacanze, i patimenti dei primi amori. Le parole di Nino ci chiamano al confronto con i dubbi, gli interrogativi di fondo che ogni guerra impone: “Chi sono gli amici? Chi i nemici? Perché gli alleati bombardano e uccidono proprio chi li sta aspettando con tanta ansia? In tempo di guerra si può essere amici di un avversario? ” Queste e altre domande riempiono la testa di Nino, così come di tanti altri ragazzi italiani in quella lunga e drammatica estate.
Il ritmo quotidiano delle pagine di un diario, lo stile asciutto e forte, permettono a noi lettori di provare le stesse emozioni, paure, desideri fino a fare nostre le parole con cui il libro si chiude. “Mi sono seduto nell’erba. Non so nemmeno io perché, non di sicuro per aspettare il treno, chissà quando sarebbe partito, con tutti quei feriti da caricare. Non mi vergogno a dirlo, ho pianto. Ma tanto. Sono stato là per un po’, a pensare alle cose che stanno accadendo. Non sono riuscito a capirci nulla. Sono stato là fino a quando non mi sono accorto di tremare; per il freddo, credo; ma forse non era per il freddo. Poi ho ripreso la bici e sono tornato a casa, prima del coprifuoco.
Ecco. Adesso sono calmo. Non continuerò a scrivere il diario. No. Sono certo di no. Ma questa guerra sarà finita, prima o poi, e allora potremo vivere da ragazzi”.

Roberto Denti, Ancora un giorno. Milano 1945.  Storie d’Italia Mondadori, Milano, 2001
Quattro ragazzini nella Milano in guerra. Sono loro i protagonisti principali di questa storia che è quasi una testimonianza. Molto reali sono infatti gli avvenimenti raccontati e l’aspetto avventuroso, che pur si sente, è stemperato dalla concretezza dei problemi che giovani e adulti devono affrontare. È quindi un’occasione per incrociare le voci di un intera comunità, quella che si affaccia su un cortile di una vecchia casa di ringhiera, che tra paure e speranze attende la fine della guerra.

Ermanno Detti, Leda e il mago, (illustrazioni di Roberto Innocenti), Fatatrac, Firenze, 2002
Un episodio di guerra partigiana è il centro di questo romanzo, una guerra quindi che si è estesa sempre più, dalle città ai piccoli paesi, dalla pianura verso le montagne. È proprio sulle montagne del Monte Amiata che Leda, ragazzina che “aveva dieci anni e che ricordava soltanto la guerra” compie scelte e gesti coraggiosi e pericolosi.
Il tono della vicenda è dato dai tratti dei personaggi: Leda protagonista prima inconsapevole e poi sempre più convinta di dover avere spiegazioni riguardo a ciò che succede intorno a lei, Rufo suo coetaneo, più docile e meno ostile ai misteri che circondano le azioni di guerra e il Mago, personaggio ambiguo dal fascino misterioso ed inquietante che incarna il sentimento del coraggio ma anche la disperazione di ogni guerra.Splendide le illustrazioni di Roberto Innocenti che esprimono la gamma intera dei sentimenti provati e il senso di cupezza che si respira nell’aria.

Lia Levi, Da quando sono tornata, Junior +10, Mondadori, Milano, 2002
La guerra è finita e Brunisa, già protagonista di una Valle piena di stelle, torna nella sua città raccontandoci in prima persona le peripezie della ricostruzione. Il libro, infatti, intreccia le vicende private di Brunisa, il trasferimento della famiglia a Roma, le nuove amicizie con la dimensione collettiva dell’Italia del dopoguerra. Un racconto che riporta indietro, di fronte alle grandi scelte di quel periodo storico (il referendum fra Monarchia e repubblica, la nascita della giovane democrazia) ma anche ai modi e agli stili di vita che, per reazione agli anni duri della guerra, nacquero e si affermarono.

Josef Holub, Quell’ultima estate, Delfini, Fabbri, Milano, 1998
Bisogna lasciare da parte razionalità e pensieri da adulti per gustare pienamente questo romanzo in cui si narra la grande amicizia fra due ragazzini, l’uno tedesco e l’altro ceco, che in un paesino vicino al confine tedesco trascorrono un’estate indimenticabile. L’ultima estate prima dell’invasionedi Hitler. Il capolinea di tanti sogni e di tante speranze.
Nel paese i simpatizzanti nazisti sono pochi, la gente vive semplicemente senza farsi troppi problemi. Ma piano piano Hitler, l’occupazione, la guerra, prenderanno il sopravvento.
Tutto questo fa da sfondo alle avventure dei due ragazzi la cui amicizia è poi l’argomento centrale del libro. Le loro vicende li portano vicini alla guerra mali allontanano subito dopo fra capriole, scherzi, dispiaceri, propri di tutti gli adolescenti del mondo.
E le riflessioni “sulla vita” che sono portati a fare vanno oltre il momento contingente ma sono universali e fanno parte della fatica di crescere, di un’avventura nuova ed entusiasmante per tutti i ragazzi del mondo. Anche durante una guerra.

Renate Welsh, La casa tra gli alberi, Il battello a vapore serie rossa, Piemme, Casale Monferrato, 1997
La guerra sta finendo ed Eva è sfollata con la mamma e la sorellina in un paesino di campagna dove vive una bellissima amicizia con Peter. E della loro amicizia fannoparte la fame, il freddo e le sofferenze derivate da una guerra dicui nessuno sa o vuole dare spiegazioni. Mentre lo si legge, non si può che ricordare quante volte da bambini non abbiamo ottenuto alcuna soddisfazione alle nostre domande e ci si immedesima quindi nei due ragazzi che, da soli, cercano di rispondere a perché più grandi di loro. E non si può non pensare per quanti bambini, ancora, non c’è risposta a questi perché.

Peter Hartling, Viaggio controvento, Nuove Edizioni Romane, Roma, 2001
Berni è un ragazzino ceco, di lingua tedesca, e sta lasciando, insieme alla zia, la Cecoslovacchia.Siamo nell’estate del 1945, la guerra è appena finita e i cechi nella loro terra appena liberata dall’occupazione nazista, non vogliono più i tedeschi, anche se con le persecuzioni non hanno avuto nulla a che fare.
E’ una storia semplice che mostra, attraverso gli occhi di un ragazzo, uno spaccato di vita e di storia poco conosciuto. Come altri testi per ragazzi, ha il pregio di farci immergere nella vita di allora, di farci toccare con mano la fatica di sopravvivere, di trovare cibo e vestiti e, insieme, il desiderio di gioco e di amicizia, proprio dei bambini.
Se un difetto si può trovare in questi testi è la mancanza (a parte brevi note) di riferimenti storici precisi che possono confondere un poco le idee. Ma dopo tutto non è questo l’essenziale.

Peter Hartling, Porta senza casa,Battello a vapore serie rossa, Casale Monferrato, 1999
Una bellissima storia di amicizia fra Thomas, un ragazzino rimasto solo, e un giovane reduce che in Russia ha perso una gamba. Sullo sfondo Vienna, e poi la Germania, subitodopo la fine della guerra. Una storia di speranza che non nascondeperò la realtà di quel periodo. Una storia che ciricorda quella di Stef (il protagonista di “Vietato rubare lestelle”) che, come Thomas, perde di vista la madre alla partenza diun treno affollato di profughi ma che, a differenza di Thomas, nonritroverà più la madre e la speranza.

Leo Meter, Lettere aBarbara, Einaudi Ragazzi, 1993
Questo libro raccoglie le lettere cheLeo Meter scrisse alla piccola figlia Barbara dall’Ucraina nel 1943, dove era stato condotto dopo essere stato consegnato a forza dalla Gestapo alle armate tedesche.
Attraverso le sue parole e i disegni(Leo Meter era illustratore e scenografo) il padre cuce un legame di affetto, di ricordi, di speranza capace di resistere oltre il tempo duro del presente. Una grande tenerezza pervade il libro, il racconto si tinge di ironia e leggerezza, le deliziose illustrazioni rendono vivo quanto descritto e sotto tutto questo si sente lo sforzo e il desiderio di allontanare la realtà della guerra dalla mente dichi sta scrivendo anche come atto di amore per la figlia lontana ed in difesa. Così come un atto di amore e memoria ha permesso di ritrovare questa straordinaria e semplice testimonianza.

Pef, Mi chiamo Adolf, Giannino Stoppani Editore, Bologna, 1995
Non è molto conosciuto questo bel libro in cui si racconta di un bambino nato con un paio di baffetti e un ciuffo nero sulla fronte. Sentendosi solo e non amato, il bambino si inoltra in una foresta dove incontra una vecchia signora che lo accoglie e, sconvolta dalla sua somiglianza con Hitler, si ritrova a raccontargli di quei tempi bui e a spiegargli che “…assassini di stelle ce ne saranno sempre (…) quel che bisogna fare è imparare a riconoscerli, con o senza baffi e, soprattutto, prima che sia troppo tardi!”
Pur essendo sottile e con tante belle illustrazioni, non è un libro facile e sarebbe bene che i ragazzini più giovani lo leggessero con un adulto.

Gaye Hicyilmaz, vietato rubare le stelle, Milano, Buena vista, 2001.
“Non ci resta altro che sperare che, dovunque essi siano anche loro possano ancora alzare lo sguardo e vedere le stelle” (p 89): Proprio le stelle uniscono con una limpida luce le vicende di un ragazzino Richard, la cui mamma sparisce misteriosamente con la storia di un uomo Stef, un anziano vicino di casa che gli racconta la sua vita e l’ombra che l’accompagna.
Deportato in Unione Sovietica con la madre e il fratello minore stremato dalla fatica e dalla vita del campo, Stef perde di vista i suoi durante un trasferimento in treno. Non li rivedrà più e di questosi sente responsabile tanto da essere quasi schiacciato anche se adistanza di anni, dal senso di colpa. E se l’incontro con il ragazzo gli permetterà di “prendere le distanze” da una colpa inesistente, questo stesso incontro permette a noi di rileggere eventi tra i meno conosciuti della seconda guerra mondiale, che danno vita sicuramente alle pagine più belle dell’intero libro.

Lois Lowry, Colpi alla porta, Einaudi ragazzi, 1995
E’ solo un romanzo, un bel romanzo, questo che racconta di Annemarie, ragazzina danese che vive nel periodo di occupazione tedesca. Così dichiara la postfazione che però ci dice anche che lo sfondo su cui si muovono Annemarie, la sua famiglia, la sua amica Ellen, ebrea, che riuscirà con il loro aiuto a rifugiarsi in Svezia…lo sfondo, quello sì, è vero. E’ vero che i danesi contribuirono alla salvezza degli ebrei nascosti nel loro paese ed è vero che seppero tenere alta la testa, nonostante l’occupazione.
La storia di Annemarie e di Ellen ci appassiona e ci commuove e intanto ci invita a credere nella possibilità di un mondo più civile, di un mondo di pace per il quale vale la pena lottare e lavorare.

Nina Bawden, Tempo di guerra, Junior Mondadori, Milano, 2001
Avventura in tempo di guerra. Potrebbe essere lo slogan adatto a questo libro; ma anche mistero, inquietudine, amicizia. Sono questi i colori della guerra per Carriee Nick, due fratelli, sfollati dalla città come tanti sudecisione del governo inglese per salvarli dai bombardamenti. Al pari di moltissimi altri bambini Carrie e Nick affrontano da solil’allontanamento da casa e l’incontro con la strana famiglia che li ospiterà. Troveranno facce e modi di vita diversi, dovrannoadattarsi, cambiare. Troveranno però il modo di fare amicizia, di tirare fuori le proprie forze e capacità.
Tutto questo sotto l ’ombra della guerra che, pur facendo da sfondo alle vicende, ne rende bene il senso di precarietà, l’incertezza verso ciò che ciò che verrà, il sentimento di solitudine, il coraggio di andare avanti costruendo legami che resistono.

Robert Westall
Uno dei più apprezzati scrittori inglesi per ragazzi, ha scritto numerosi romanzi sul tema della guerra che si rifanno in parte alla sua storia personale di ragazzo al tempo dei continui bombardamenti tedeschi sull’Inghilterra.
Non citiamo un titolo in particolare perché tutti ci sembrano significativi e in grado di far sapere ai ragazzi di oggi cosa è stata la guerra per chi era ragazzo allora.
“Sono opere nelle quali l’infanzia è sì vittima della guerra, ma quest’ultima offre al contempo un rovesciamento delle regole, un improvviso e inaspettato aprirsi di spazi e vie di fuga dal mondo degli adulti, un cambiamento profondo. Il conflitto diventa prova iniziatica, rito di passaggio, constatazione che dopo la guerra nulla è più uguale a prima, tutto muta negli uomini e nelle loro coscienze, nei paesaggi e nelle cose”. (Walter Fochesato, op. cit. pag 13-14)

Alki Zei, La storia di Petros, Superjunior, Mondadori, Milano, 1991
Petros vive ad Atene negli anni dell’invasione italiana, seguita da quella, molto più dura, dei tedeschi. E’ un ragazzino, ha degli amici, va a scuola, gioca. Ma partecipa in prima persona, con una consapevolezza sempre più piena, alle azioni della resistenza contribuendo, nel suo piccolo, ascrivere una pagina di storia poco nota ma di cui gli ateniesi possono andare fieri: l’autrice, anch’essa ateniese e vissuta a lungo in esilio, ci ricorda che il suo fu l’unico popolo a manifestare disarmato contro i tedeschi, scendendo in piazza in massa.
E’ un bel libro che non nasconde la realtà mostrando anzi in modo esplicito le diverse reazioni all’occupazione, dalla resistenza al collaborazionismo, passando per tutte le difficoltà di gente comune il cui pensiero principale era quello di sopravvivere, di non morire di fame. Ci racconta di Lela, prima fidanzata con un inglese subito dimenticato per il rude tedesco Yogurter; ci racconta dello zio Angelos che parte per combattere gli italiani e torna umiliato e stanco, senza grandi imprese da raccontare; ci racconta di Sotiris e di Drossula, poco più che bambini, uccisi dai tedeschi.
Ci racconta soprattutto la vita di gente semplice, non particolarmente coraggiosa, non particolarmente coinvolta, ma che non ha chinato la testa. Ci racconta che bisogna difendere le proprie idee e soprattutto la libertà.

Karl Bruckner, Il gran sole di Hiroshima, Supergru, Giunti, Firenze, 2000
In anni in cui pare perdersi la memoria di eventi passati e spesso si viene indotti a minimizzarne la portata, è bene che i ragazzi leggano questo bel romanzo, un classico che, insieme alle vicende di due bambini, Sadako e Scigheo, racconta di Hiroscima, di come ci si viveva prima della bomba e di quello che è accaduto in quei giorni “quando l’uomo aveva compiuto, con l’aiuto della scienza, il primo tentativo di annientare se stesso”.
La storia prosegue e ci parla ancora di Sadako e della sua famiglia, del dopo guerra e delle fatiche della ricostruzione. E’ una storia vera quella di Sadako che morirà dieci anni dopo di leucemia, contratta a causa delle radiazioni. Aveva quattro anni il giorno dell’esplosione.

Isoko e Ichiro Hatano, Lettere a mia madre, Ex libris E Elle, Trieste, 1994
10 maggio 1944 – primi mesi 1948. Nell’arco di quattro anni la vita del Giappone cambia radicalmente. La guerra vista dai giapponesi, o meglio da un ragazzino giapponese di quattordici anni, assume un’inedita prospettiva ed è interessante calarsi nei panni di Ichiro e faticare insieme a lui cercando spiegazioni. Quattro anni di vita, la guerra, la sconfitta, il dopoguerra, passando per Hiroshima e Nagasaki, ma soprattutto le fatiche quotidiane, la fame, la condizione di profugo, la paura e il diventare grandi dando il giusto valore alle cose davvero importanti.
“Questo nuovo tipo di bomba produce un lampo abbagliante e la gente viene uccisa all’istante. (…)Ridicolo aver sperato, anche solo per un attimo, di vincere con lancedi bambù. Ridicolo confidare nei kamikaze e credere che laleggenda degli avi durasse eternamente. Questa leggenda l’abbiamo tutti studiata, ma anche senza ciò il popolo nipponico era convinto istintivamente di essere invulnerabile nei secoli dei secoli. Hiroshima e Nagasaki gli aprono ora gli occhi e la sua combattività si affievolisce. Che fare? Il volere individuale conta poco nell’andamento di una guerra. La nazione si compone, è vero, di individui, ma la guerra s’evolve in direzione opposta a quella che la maggior parte di essi avrebbe scelto”. (p. 133-134)
La corrispondenza fra Ichiro e la sua mamma è autentica e offre uno spaccato inconsueto della vita familiare giapponese.

Meindert Dejonj, La casa dei sessanta padri, Junior Mondadori, Milano, 1999
E’ la storia di Tien Pao, piccolo profugo cinese in fuga davanti agli invasori giapponesi. Perde i suoi genitori ed è costretto ad una marcia estenuante con l’unica compagnia del suo amato maialino. Saranno i sessanta padri (un gruppo di aviatori americani parte di quei soldati che nella guerra cino-giapponese appoggiarono il Kuomitang) a salvarlo e a ricondurlo alla sua famiglia. E’ una storia piena di umanità, capace di descrivere con parole vere ciò che la guerra è per tanti bambini che, come Tien Pao, ancora oggi affrontano le traversie in molti luoghi della terra: la paura, la solitudine, la stanchezza, la fame. Ma anche la forza di una mano amica, la consolazione di unsorriso che aprono verso timide e fondamentali speranze.

Bette Greene, L’estate del soldato tedesco, Gaia junior Mondadori, Milano, 1998
La guerra arriva da lontano e lascia il segno. Patty, 12 anni, vive nel sud degli Stati Uniti in un piccolo paese dell’Arkansans dove la sua è l’unica famiglia ebrea. E’ qui che arriva un gruppo di prigionieri tedeschi tra i quali c’è anche il giovane Anton, bello e gentile di cui Patty pensa di essere innamorata. Il libro racconta in modo diretto e coinvolgente di un’estate in cui si intrecciano amicizia, amore e senso di colpa (Patty ragazzina ebrea tenta di salvare il “nemico” tedesco), il giudizio duro della quasi totalità della comunità che non riesce ad accettare le ragioni di un legame anomalo, la difficoltà di crescere sentendosi poco amata, la forza che nasce dal pensare di riuscire anche con le proprie forze.

Hadley Irwin, Kim –Kimi, Gaia junior, Mondadori, Milano, 1997
Sedici anni e un padre giapponese morto ancor prima che lei nascesse. La ricerca della famiglia paterna e delle proprie radici.
Tutto questo è Kim Kimi, due nomi per la stessa ragazzina che sta crescendo e cerca un’identità più precisa e definita e deve fare i conti con le sue origini.Può scegliere di accettarle o di rifiutarle.
Un bel libro che intanto ci fa conoscere, insieme alla protagonista, una pagina poco gloriosa della storia americana che è bene invece non dimenticare: i campi di internamento dove, dopo l’attacco di Pearl Harbor, furono rinchiusi tutti i giapponesi che vivevano in America, anche se cittadini americani. Tutti persero il lavoro mentre le loro proprietàvenivano vendute. Quando entravano nei campi, ai capofamiglia venivano consegnate delle etichette da mettere sui bagagli e sui risvolti delle giacche. E sulle etichette non c’erano nomi, masoltanto numeri. Erano più di centomila e rimasero nei campiquattro anni.

Robert Cormier, Darcy, una storia di amicizia, Battello a vapore serie rossa, Piemme Casale Monferrato,1999
Robert Cormier, Ma liberaci dal male, Battello a vapore serie rossa, Piemme, Casale Monferrato, 1998
Sono particolari i libri di questo apprezzato scrittore americano. Sono storie ambientate in paesini americani all’epoca della seconda guerra mondiale che fa da sfondo a vicende più legate all’amicizia fra ragazzi e alla loro fatica di crescere. E’ un’America triste quella che emerge dallepagine, troppi sono i problemi che i ragazzi protagonisti devonoaffrontare e tutti più grandi di loro. La fede, la violenza familiare, l’alcolismo….
Cormier scrive bene ma i suoi libri sono difficili per i ragazzi di oggi perché richiedono uno sforzo di immedesimazione troppo grande che, di conseguenza, ci allontana dal racconto invece di renderci più partecipi.

4. All’ombra del lungo camino, la storia di un popolo: ebrei, ghetti e campi di sterminio

La farfala
Cuntent propri cuntent
A so sté una masa ad volti tla voita
mo piò di ttot quand ch’i m’a liberè
in Germania
ch’a m do mes a guardè una farfala
senza la voia ad magnela.

La farfalla
Contento proprio contento
sono stato molte volte nella vita
ma più di tutte quando mi hanno liberato
in Germania
che mi sono messo a guardare una farfalla
senza la voglia di mangiarla.
Tonino Guerra

Uri Orlev, Gioco di sabbia, Salani Editore, Milano, 2000
“Papà, e tu come hai fatto a scappare dai tedeschi?” E’ per rispondere a questa domanda che Uri Orlev, oggi scrittore conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo, racconta la propria storia di bambino ebreo. Con parole semplice, tono pacato, momenti di ironia ci riporta agli anni terribili vissuti prima, insieme alla madre e al fratello, nel ghetto di Varsavia e poi , rimasti orfani, nel campo di deportazione di Bergen- Belsen. Orlev è uno scrittore molto bravo nel trovare il modo giusto di porgere ai suoi giovani lettori una storia così drammatica e triste. Sono molti i momenti in cui comunque la voglia di essere bambino riesce ad essere espressa e leggiamo così di giochi inventati nel buio del nascondiglio segreto, di grandi battaglie inventate dai due fratellini usando i nomi dei personaggi dei libri letti; anche Robin Hodd, Tarzan, il capitan Nemo e molti altri eroi fantastici fanno compagnia ai protagonisti reali di Gioco di sabbia. E’ la forza vitale dell’infanzia che non molla e inaspettatamente compare a ridare fiato e speranza ma anche l’unico modo per Orlev per fare della sua memoria una storia. “I ragazzi spesso mi domandano : scrivere ti aiuta a superare tutto quello che ti è successo in passato?” Non so. Non so se scrivere mi aiuti a superare il passato. So solo che non posso parlare, raccontare o pensare a quanto è successo come un adulto. In altre parole: quando ricordo, torno ad essere il bambino che ero, e tutto mi ricompare davanti agli occhi”.

Hans Peter Richter, Si chiamava Friederich, Junior +10, Mondadori, Milano, 1994 Siamo in Germana nell’anno 1925 e in una cittadina qualsiasi, nella stessa casa, nascono due bambini. Uno, la voce narrante, è tedesco, l’altro ebreo. Ma non sembra che questo faccia alcuna differenza. All’inizio, la storia scorre veloce seguendo la vita e la crescita dei due ragazzi, amici per la pelle. Ogni capitolo è scandito, quasi un rintocco, dall’anno in cui si svolge ciò che viene descritto. E anche i lettori sono trascinati nella follia della persecuzione nazista e provano a farsi domande cui è difficile dare risposte. E’ un libro semplice in cui i fatti sono narrati senza fronzoli e sentimentalismi e proprio per questo sono così difficili. In pochi tratti ci viene presentata una folla di persone “normali” che non vollero e non seppero fare nulla per fermare qualcosa di più grande di loro. La famiglia del ragazzo che racconta non ha nome, non ne conosciamo le caratteristiche fisiche, è anonima…. La famiglia di Friederich invece è descritta con grande vivezza e simpatia. Ci vengono raccontati i momenti più significativi come la celebrazione del Sabbath e la festa del Bar Mitzvà cui sempre Friederich invita l’amico che osserva stupito, come probabilmente faremmo anche noi, lo svolgimento di riti antichi ma con profondi significati. E, anche se fra le due famiglie, e in particolare fra i due ragazzi, c’è amicizia e solidarietà, è sempre più chiaro che il destino si compirà, prima per i genitori poi per lo stesso Friederich che muore durante un bombardamento perché viene cacciato dal rifugio dove si trovano anche gli amici. Con una scrittura asciutta, l’autore riesce a farci rivivere la tragedia di un popolo che non “volle” capire (…“che cosa andremmo a fare all’estero? Crede veramente che altrove gli ebrei siano più ben visti che qui? E poi, con il tempo, la situazione migliorerà (…). Noi ebrei dobbiamo adattarci: nel Medioevo questi pregiudizi minacciavano la nostra vita, ma nel frattempo gli uomini sono diventati più ragionevoli”, dice il papà di Friederich all’amico che lo esorta ad andarsene) ma soprattutto punta il dito verso un popolo che non seppe fare altro che stare a guardare.

Enrico Deaglio, La banalità del bene, Feltrinelli, Milano, 2002
“Vedevo delle persone che venivano uccise e semplicemente non potevo sopportarlo. Ho avuto la possibilità di fare, e ho fatto. Tutti, al mio posto, si sarebbero comportati come me. Si dice: l’occasione fa l’uomo ladro ma di me ha fatto un’altra cosa.” Questo rispondeva Giorgio Perlasca a chi gli chiedeva perché lo fece. La storia vera e incredibile di un commerciante padovano che si finse console spagnolo a Budapest e salvò centinaia di ebrei dalla deportazione e dalla morte. Una storia che i ragazzi devono conoscere perché possano crescere pensando che non sono solo gli eroi che salvano il mondo e perché possano rispondere a testa alta alla domanda “Che cosa avresti fatto al mio posto?”. E se è vero che non sempre è possibile fare qualcosa è altrettanto vero che qualcosa è sempre meglio di niente.

Irene Dische, Le lettere del sabato, Feltrinelli Kids, Milano, 1999
E’ attraverso gli occhi di un bambino ebreo ungherese, ignaro delle sue origini e di quello che sta accadendo, che vediamo il nazismo prendere il potere, le prime persecuzioni, la notte dei cristalli… Tutto è raccontato con tocco leggero ma senza nulla nascondere della tragedia di quegli anni. E Peter, che da tutto questo uscirà “indenne” e che, apparentemente, capisce poco di quello che succede intorno a lui, porterà sempre con sé l’insegnamento del padre: “Chi è l’ebreo? E’ quel mostriciattolo che la tua maestra ha disegnato sulla lavagna? O forse è Herr Bauer? (…) Oppure, l’ebreo non esiste. Esiste una “persona ebrea”. In ungherese si dice zsidoember. E’ una parola che suona bene. Si può usare, per esempio, per Herr Bauer. Perché pratica la religione ebraica. (…) Non hai mai notato quella strana stella dipinta sulla sua vetrina? E’ la stella degli ebrei. I nazisti l’avevano dipinta per far vedere ai clienti che Herr Bauer era ebreo. Perché sennò non ce ne saremmo accorti. Perché naturalmente Herr Bauer è prima di tutto e soprattutto un abitante della Renania”. (pp. 52-53)

Judith Kerr, Quando Hitler rubò il coniglio rosa, Delfini Fabbri, Milano, 1995
Anna è tedesca e vive a Berlino. Ma è anche ebrea e viene il giorno in cui deve lasciare la sua città per salvarsi. Siamo nel 1933. Anna andrà in Svizzera poi a Parigi e, infine, in Inghilterra. Il libro racconta la sua vita di tutti i giorni, la vita di una semplice bambina di undici anni, le nuove amicizie, la scuola, i litigi con il fratello… Hitler, l’avvento del nazismo, le leggi razziali restano sullo sfondo come un’ombra minacciosa che non si può dimenticare. Ma l’elemento chiave di questo bel romanzo, quello che lo rende attuale, è la condizione di profuga di Anna e della sua famiglia. Faeti, nell’introduzione, ben sottolinea questo elemento: “E di profughi sappiamo che ce ne sono, anche oggi, e anche nelle strade delle nostre città. Tutto intero, questo libro, è una storia di profughi (…) La vita del profugo, del resto, interessa tutti noi, soprattutto quando è raccontata in questo modo, quando è distillata giorno dopo giorno come nelle pagine di questo libro”.

Helga Schneider, Stelle di cannella, Salani, Milano, 2002
“Stelle di cannella” è un libro denso e forte. Con tono pacato e per questo ancora più incisivo l’autrice racconta di come il tranquillo e benestante quartiere di Wilnersdoft si trasformi, nella Germania dei primi anni ’30 in un luogo di inimicizia e rancori razziali, vero e propri preludio alla persecuzione che di li a poco seguirà. David, il ragazzino ebreo protagonista insieme alla sua famiglia della storia, vive e subisce questo cambiamento tanto inaspettato e violento quanto più colpisce gli affetti più cari. Emblematica in questo senso è la figura di Fritz l’amico per la pelle, il compagno di banco di David che nel giro di pochi mesi, entrato nella gioventù hitleriana, diventa il suo peggior nemico fino ad uccidere Kotz, l’amatissimo gatto di David. La scoperta di questo gesto impone, in una delle scene più strazianti del libro, la decisione di partire, di lasciare la Germania. Come si diceva un testo forte, bello , coinvolgente, non privo di speranza. Pieno di speranza è infatti l’epilogo dove scopriamo che la storia di David e dei suoi genitori ha origini reali e li seguiamo nei brevi ma significativi sviluppi nella terra che li ha accolti. Simbolo di fiducia sono infine le stelle di cannella, un dolce tradizionale tedesco tanto amato da David, che la madre ostinatamente prepara per lui: ricordo di casa, di dolcezza, qualcosa di buono da portarsi dietro oltre l’orrore del giorno presente.

Frediano Sessi, Ultima fermata: Auschwitz, Einaudi ragazzi, 1996
Attraverso il diario di Arturo, ragazzo ebreo di Bologna, trasferitosi con la famiglia a Roma dopo le leggi razziali del 1938, ci scorre davanti agli occhi la storia dell’Italia e delle persecuzioni, le diverse reazioni di fronte alle discriminazioni sempre più evidenti e i primi germi di ribellione che porteranno poi alla Resistenza. Il diario si conclude il 16 ottobre 1943 con la deportazione. Sarà Giulia, amica carissima cui Arturo ha giurato eterno amore, a raccontare cos’è successo dopo e concluderà il suo racconto dicendo che “ad Auschwitz non sono morti soltanto cloro che sono scomparsi senza lasciare traccia, inghiottiti dall’inferno nazifascista. La mia vita e quella di milioni di persone sopravvissute alla guerra e alla dittatura è stata segnata indelebilmente dall’Olocausto. Il mio, il nostro imperativo futuro è: non dimenticare. Nelle parole che Arturo mi scrisse, prima di raggiungere coraggiosamente la sua famiglia, questo è un imperativo ben chiaro e ogni uomo dovrebbe farlo suo nel presente, incaricandosi di tramandarlo alle generazioni che verranno” (p. 129).

Rose Lagercrantz, La ragazza che non voleva baciare, Grand’istrici, Salani, Milano, 1998
E’ avventurosa, divertente e drammatica la storia di Orge, ebreo tedesco di cui la figlia racconta in questo libro. Sì, perché Orge è esistito veramente e ha davvero fatto il pugile, ha davvero preso parte, ragazzo, alla prima guerra mondiale e ha resistito al nazismo a cui è riuscito a sopravvivere. Raccontata in chiave umoristica la storia lascia capire la realtà drammatica di quegli anni e come doveva essere difficile vivere, lavorare ed amare per chi era perseguitato. Il grande pregio di questo romanzo è la sua apparente “leggerezza” che lo rende adatto anche ai ragazzini più giovani cui però non nasconde le persecuzioni, gli arresti ingiustificati e i campi di lavoro e di concentramento, fino ai forni crematori. Orge si salva e permette di credere che la salvezza è possibile anche ai più giovani per i quali forse sarebbe insopportabile affrontare subito la verità di una salvezza riservata a troppo pochi. Ma non si salva Annie che a Orge aveva riservato tutti i suoi baci e di cui resta solo un nome sul muro della sinagoga di Praga. Un nome insieme a quello di altri 77.926 ebrei della Moravia e della Boemia, deportati e uccisi dai nazisti.

Annika Thor, Un’isola nel mare, Feltrinelli Kids, Milano, 2001
Forse la maggioranza dei bambini non sa quanti loro coetanei, ebrei, sono stati salvati dall’ospitalità di famiglie di altri paesi disposte ad accoglierli in attesa di poterli riconsegnare ai loro genitori. E’ per tutti loro questo bel romanzo che ci parla di Steffi e Nelli costrette a lasciare i genitori a Vienna per andare ad abitare in un’isola della Svezia. Incontreranno tante persone nuove, nasceranno amicizie ma dovranno anche fare i conti con la nostalgia e le difficoltà ad essere accettate da chi (come tanti) pensava che se gli ebrei erano perseguitati dovevano aver fatto qualcosa di male.

Annika Thor, Lo stagno delle ninfee, Feltrinelli kids, Milano, 2002
Chi ha amato Staffi e la sua sorellina Nelli, leggerà volentieri questo libro che racconta cosa è successo alle due ragazzine, in particolare a Staffi, accolta da una famiglia di Goteborg perché possa proseguire gli studi. E’ una storia che parla di ragazzine, di amicizie, primi amori e gelosie, che parla del diventare grandi e del doversi misurare con cose più grandi. Ma parla anche della fatica di “dover sempre essere riconoscenti a qualcuno”, parla della condizione di profugo, accolto sì ma senza un eccessivo sforzo di comprensione, e anche della disperata nostalgia di casa, permettendoci di ripensare ad un’ospitalità poco sentita e di rivedere quindi la nostra capacità di accoglienza nei confronti di quelli, e sono ancora tanti, che bussano alle nostre frontiere, alle nostre case.

Uri Orlev, L’isola in via degli Uccelli, Le Linci, Salani, Milano, 1993
E’ Alex, un ragazzino di undici anni, che racconta la sua vita nel ghetto di Varsavia dopo che il padre è stato catturato dai nazisti. Alex vive nascosto in un palazzo diroccato e osserva quello che succede attorno a lui. Nella sua ricerca di cibo e vestiti fa anche numerosi incontri, non sempre piacevoli. E’ costretto a crescere in fretta e a misurarsi con cose più grandi di lui ma riesce anche a trovare il modo di divertirsi, conoscere altri bambini e addirittura a innamorarsi. E soprattutto non perde mai la speranza nel ritorno del padre e quindi in un futuro migliore. Orlev è realmente vissuto nel ghetto di Varsavia prima di essere internato nel campo di Bergen Belsen e quello che racconta, pur romanzato, può essere successo realmente. Ed è vero che racconta del ghetto di Varsavia ma…”pensa alla città in cui vivi o a quella più vicina al posto in cui vivi. Immagina la città completamente occupata da un esercito straniero che ha separato una parte degli abitanti dal resto: per dire, tutti quelli con la pelle gialla o nera, o tutti quelli con gli occhi verdi…” (p. 5). Dice così Orlev, nell’introduzione che spiega ai lettori più giovani com’era il ghetto. Ma queste poche righe riportano agli occhi una realtà più vicina nel tempo, riportano altri nomi, diversi eppure accomunati dalla stessa disperazione, dalla stessa tragedia. Come non pensare a Sarajevo? Come non pensare a quanti bambini nelle città dell’ex Jugoslavia hanno dovuto cercare di sopravvivere come fa Alex in questo racconto?

Roberto Innocenti, Rosa Bianca, Edizioni C’era una volta…, Pordenone, 1990
Poche righe di testo e grandi, bellissime illustrazioni accompagnano la piccola Rosa Bianca a pochi passi dalla cittadina tedesca in cui vive, nei boschi, dove trova un campo di concentramento. Nessuno si accorge della sua scoperta e dei suoi tentativi di sfamare i piccoli prigionieri. Il silenzio la circonda come circondava allora i campi di cui tanti, troppi, non vollero sapere.

Claudine Vegh, Non gli ho detto arrivederci. I figli dei deportati parlano, Giuntina, Firenze, 1981
Segnaliamo questo libro a molti anni dalla sua pubblicazione per il prezioso lavoro che ridà voce a quei bambini, orfani ebrei i cui genitori sono morti nei campi di sterminio, che per molti anni non hanno potuto o voluto parlare. L’autrice, francese, è medico e psichiatra e ha due figli. I suoi genitori sono stati entrambi deportati e suo padre è morto nel lager. Claudine Vegh si è salvata grazie a una coppia di coniugi che l’ ha tenuta con sé dal 1942 sino alla liberazione. Da questa sua esperienza è partita per raccogliere diciassette brevi storie di vita vissuta, diciassette infanzie tra i cinque e i quattordici anni, narrate in poche pagine dai protagonisti, gli orfani dei deportati. E’ un libro toccante, i racconti brevi, densi, incisivi, permettono almeno in parte quella difficile identificazione che è premessa indispensabile per una compassione autentica e una ribellione inevitabile di fronte a tante analogie con situazioni di guerra a noi più vicine.

Jona Oberski, Anni d’infanzia. Un bambino nei lager, Giuntina, Firenze, 1989
Sono gli occhi di bambino, gli occhi di Jona, quelli attraverso cui vediamo cosa è stato un campo di sterminio. E’ la voce di sua madre che filtra e media fin dove si può, alcune volte oltre ciò che è possibile, quella terribile realtà. E tutto il libro è un dialogo d’amore e protezione dentro l’orrore. Non ci sono connotazioni geografiche o temporali, non sono fornite spiegazione. Tutto è detto, senza compiacimento o retorica, tutto è insopportabilmente vero, un peso durissimo da portare sulle spalle di Jona bambino. Che riesce a farcela proprio grazie alla presenza rassicurante dei genitori, che costituisce il filo a cui aggrapparsi e che permetterà a Jona di uscirne vivo. Un libro molto bello, anche duro nella sua semplicità, una storia verso cui accompagnare i bambini anche attraverso la voce e la partecipazione degli adulti.

Trudi Birger, Ho sognato la cioccolata per anni, Piemme pocket, Casale Monferrato, 2000
Il libro racconta la storia vera di una ragazzina sopravvissuta ai campi di sterminio e trasferitasi poi in Israele. Le sue parole bastano a spiegare perché ha scritto questo libro: “Spero che la mia storia sia letta da adulti e da bambini, perché nessuno al mondo possa dimenticare il destino dei sei milioni di ebrei vittime della ferocia nazista”. (p. 6) “Quanto all’opera di commemorazione è estremamente importante. Provo grande rispetto per coloro che hanno costruito lo Yad Va-Shem, l’istituzione in memoria dell’Olocausto a Gerusalemme, e altri luoghi simili in Israele e all’estero. Se non si fossero dedicati a raccogliere documenti, a creare musei, e a organizzare programmi educativi, il popolo ebraico avrebbe potuto lasciarsi tentare e far scivolare l’Olocausto nell’oblio. Se noi ebrei avessimo dimenticato la terribile ferita riportata, una ferita che probabilmente non si rimarginerà mai del tutto, sarebbe passata sotto vergognoso silenzio, un male segreto nel cuore dell’umanità, che avrebbe portato altro male”. (p 211-212) “…ogni giorno qualcosa mi ricorda l’Olocausto (…). Questi ricordi sono così intensi e oppressivi che a volte mi chiedo: a che serve parlarne? Chi non li ha vissuti può riuscire a capire? Mi ha procurato un certo sollievo scrivere questo libro, sebbene a volte sia stato anche molto penoso. Prima di iniziare a lavorarci, i miei ricordi erano molto vividi e immediati, ma quando ho cominciato ad approfondire i dettagli, ho scoperto che c’erano molti terribili eventi che mi ero quasi permessa di dimenticare. Ho dovuto riviverli per poterne parlare. Comunque sia, anche dopo che il lettore avrà chiuso e riposto questo libro, io resterò con la mia pena. Quando accade qualcosa a qualcun altro, è terribile. Ma quando accade a te, il dolore non ti abbandona. Tu sei solo con la tua sofferenza. Nessuno, eccetto un altro sopravvissuto all’Olocausto, può pienamente comprendere quello che ci è successo. Questi ricordi non sono come degli indumenti, qualcosa di cui ci si può spogliare e mettere nell’armadio. Sono incisi sulla nostra pelle. Non possiamo liberarcene”. (p. 222)

Art Spiegelman, Maus, Einaudi, Torino, 2000
Un padre scampato all’Olocausto, una madre che non c’è più da troppo tempo, un figlio che fa il cartoonist e cerca di ristabilire un rapporto con quel genitore anziano, malato, così lontano per mentalità e abitudini. Forse, l’unica via per ritrovarsi è ripercorrere insieme, padre e figlio, la lontana vicenda di Vladek e Anja Spiegelman: dall’epoca felice del loro fidanzamento e matrimonio nella Polonia degli anni Trenta fino all’incubo della guerra, dell’occupazione nazista, della persecuzione e dell’internamento ad Auschwitz. Così, la Polonia invasa dai tedeschi si intreccia agli Stati Uniti dei nostri giorni, una baracca di Auschwitz a una casa di New York. Così, la piccola struggente storia di una famiglia ebraica travolta dalla più immane tragedia del Novecento si intreccia alla piccola struggente storia di un giovane uomo che tenta di fare i conti con le sue origini. Ma quel passato non riguarda soltanto lui: riguarda tutti, e tutti costringe a confrontarsi con quanto è successo e con un sotterraneo, inevitabile senso di colpa. La colpa di essere, ancora e comunque, dei sopravvissuti. (risvolto di copertina) E tutto questo Spiegelman ce lo dice utilizzando il fumetto e trasformando tutti i protagonisti in animali. E così gli ebrei sono topi (Maus appunto, in tedesco), i tedeschi gatti, i polacchi maiali e così via. Il fumetto è un mezzo inconsueto e che molti associano solo a letture distensive e poco impegnate ma quando si chiude questo libro si può proprio dire con Moni Ovadia che l’autore è riuscito “a dire l’impossibile attraverso la pietas artistica”.

Alison Leslie Gold, Mi ricordo Anna Frank, Delfini, Fabbri, Milano, 1999
Il libro raccoglie la testimonianza di Hannah Pick-Goslar, la più cara amica di infanzia di Anna Frank, cui l’autrice fa una lunga intervista; da qui nasce il racconto, in terza persona, della vita di Hannah, prima in Olanda, poi nei campi di sterminio. La storia si snoda su due binari: da un lato la vicenda della piccola protagonista, e di milioni di persone insieme a lei, che diventa sempre più drammatica dal luglio del ’42 quando si apre il racconto alla primavera del ’45, la liberazione. Dall’altro lato, vividi e divertenti, i ricordi della vita di “prima”, quando le due amiche erano sempre insieme e crescevano come bimbi qualsiasi. Il libro è, in qualche modo, anche l’ideale conclusione del diario di Anna Frank che si interrompe quando la famiglia viene scoperta e deportata. Sarà Hannah a raccontare gli ultimi giorni dell’amica, morta poco prima della liberazione. E sarà ancora Hannah a lasciarci con un interrogativo: “Perché lei e non io?” che si potrebbe semplicemente tradurre in “perché è successo?”. Proprio per impedire che si dimentichi, Hannah ha accettato di ripercorrere con la memoria un periodo lontano e così drammatico.

Andrea Molesini, All’ombra del lungo camino, Super Junior Mondadori, Milano, 1992
Un ragazzo ebreo e uno zingaro. Insieme, in un campo di sterminio. Una storia avvincente e realistica pur se contrassegnata da una vena fantastica che crea personaggi magici in grado di aiutare i protagonisti a salvarsi ma in grado anche di rendere il libro leggibile dai ragazzini più giovani. E non con l’intento di nascondere la verità che comunque emerge da tutte le pagine ma per lasciare ai ragazzi la speranza e insieme il desiderio di non dimenticare. E Molesini lo esplicita fin dalle prime pagine quando fa dire allo zingaro Merlino, rivolto al ragazzo, Schulim: “Quello che davvero vogliono è farci simili a bestie così, quando ci uccideranno, uccideranno delle bestie non degli uomini. Ma finchè avremo memoria e sapremo dare il giusto nome a ogni cosa, noi resteremo uomini e, a dispetto delle botte, della fame e delle umiliazioni, li costringeremo a uccidere degli uomini: così, fino alla fine dei tempi, gli assassini verranno chiamati assassini” (pp. 12-13).

Uri Orlev, I soldatini di piombo, Fabbri, Milano, 2001
Non è un libro facile questo che racconta l’infanzia dell’autore, passato dalla libertà nella sua Polonia al ghetto per finire col fratello a Bergen Belsen cui riesce a sopravvivere per essere accolto in un kibbutz in Israele. Non è facile perché non si tratta di un romanzo vero e proprio. Piuttosto di tanti flash più o meno lunghi, accesi su momenti diversi, su figure significative, su ricordi dolorosi o divertenti. E così la lettura non è fluida ma si è costretti a “faticare” insieme a Yurek e Kazik per poter sopravvivere anche nelle condizioni più difficili, insieme a loro si devono ingoiare lacrime cocenti per la scomparsa di persone care, a partire dalla stessa madre. Ed è con senso di stupore che si legge di come i due fratelli potessero trovare il modo di giocare e divertirsi anche se solo con qualche soldatino di piombo. E’ un libro difficile perché ha il grande pregio di raccontare la tragedia di un popolo con la voce di un bambino i cui occhi hanno visto solo singoli episodi, apparentemente non collegati fra loro e che quindi ci permette davvero di capire come hanno vissuto tanti, troppi bambini di cui Orlev si fa portavoce ideale.

Steve Schnur, Il segreto di Mont Brulant, Shorts, Mondadori, Milano, 1997
E’ più indicato il titolo originale “I bambini ombra” per questo bel libro che affronta un nodo difficile ed estremamente doloroso: l’impossibilità di dimenticare le tragiche vicende della guerra e dello sterminio e il dover continuare a vivere con i sensi di colpa e il rimpianto per non aver fatto niente, per essere rimasti a guardare. Etienne, un ragazzino di città, passa le sue estati dal nonno in campagna e un anno incontra altri ragazzini laceri e tristi che non aveva mai visto. Quando ne chiede ai grandi si trova di fronte un muro di silenzio. Gli dicono che non esistono altri bambini oltre lui ma che “nei boschi vagano le anime di un migliaio di bambini smarriti. – Fantasmi? chiesi ancora sorridendo. – Sì, fantasmi, rispose lei, brusca. – Sono troppo grande per crederci. – Allora chiamali memorie.” (p. 26) In un’atmosfera rarefatta trascorre l’estate di Etienne, tra le reticenze degli adulti e gli incontri irreali coi bambini ombra, finchè il nonno decide di raccontare come il paese fosse diventato un nascondiglio sicuro per i bambini ebrei che vi arrivavano soli, sperando di scampare al massacro. “…Poi, un giorno dell’ultima estate di guerra i nazisti arrivarono con carri armati e mitragliatrici e ci ordinarono d consegnare tutti i bambini (…) Se non avessimo consegnato i bambini avrebbero arrestato anche noi o ci avrebbero fucilato. “E avete consegnato i bambini?” domandai incredulo. “Prego Dio che non l’avessimo fatto – ammise lentamente Grand-Père – ma in tempo di guerra non esistono scelte facili; sono sempre angosciose, strazianti”. (p. 61). Nel racconto del nonno emerge l’impotenza della gente, di tanta gente che sapeva, vedeva, ma non faceva niente, e la difficoltà di scegliere di agire piuttosto che di girar la testa. Un tema poco trattato nei libri per ragazzi ma invece di fondamentale importanza proprio per loro, perché la riflessione sull’impegno e la capacità di difendere le proprie idee e quindi anche la vita umana li deve accompagnare mentre crescono, deve diventare punto saldo e scelta irrinunciabile per futuri adulti consapevoli. Così è bene che i ragazzi leggano del nonno di Etienne e di tanti che, come lui, non seppero fare nulla e che, insieme ad Etienne, ne ricavino anche una nuova consapevolezza.

Gaye Hicyilmaz, Vietato rubare le stelle, Buena Vista, Milano, 2001
“Non ci resta altro che sperare che dovunque essi siano, anche loro possano ancora alzare lo sguardo e vedere le stelle” (p. 89) Proprio le stelle uniscono con una limpida luce le vicende di un ragazzino, Richard, la cui mamma sparisce misteriosamente, con la storia di un uomo, Stef, un anziano vicino di casa che gli racconta la sua vita e l’ombra che l’accompagna. Deportato in Unione Sovietica con la madre e il fratello minore, stremato dalla fatica e dalla vita del campo, Stef perde di vista i suoi durante un trasferimento in treno. Non li rivedrà più e di questo si sente responsabile tanto da essere quasi schiacciato, anche se a distanza di anni, dal senso di colpa. E se l’incontro con il ragazzo gli permetterà di “prendere le distanze” da una colpa inesistente, questo stesso incontro permette a noi di rileggere eventi tra i meno conosciuti della seconda guerra mondiale, sicuramente le pagine più belle dell’intero libro.

George Layton, Io da te e tu da me, Istrici Salani, Milano, 2001
Raccontati in prima persona da un ragazzino, il libro raccoglie diversi episodi di un anno scolastico, in un paesino vicino a Londra, poco dopo la fine della guerra. L’episodio centrale, il più lungo di tutto il libro, riflette l’esperienza dell’autore, ebreo austriaco, che scappa dalla sua terra ed evidenzia molti dei luoghi comuni che hanno contraddistinto quell’epoca. Luoghi comuni cui tanti hanno creduto (tutti i tedeschi sono nazisti….gli ebrei hanno ucciso Gesù…), respingendo ed escludendo quindi, come succede appunto al ragazzino del racconto, chi apparteneva a quei popoli. Il racconto è anche un invito a non omologarsi, a non seguire il gruppo, ma a ragionare con la propria testa. L’apparente debolezza di Passerotto non lo farà soccombere alle minacce e all’isolamento dei suoi compagni, anzi. La profonda convinzione di avere ragione gli permetterà di uscire vincitore dall’ultima discussione con il bullo della scuola. Se ne andrà, è vero, in una scuola frequentata da altri ragazzi ebrei, ma non se ne andrà da perdente e lascerà un segno profondo, una strada tracciata, tanto che il protagonista continuerà a frequentarlo.

Myron Levoy, Alan e Naomi, Junior Mondandori, Milano, 1998
Questo è il racconto di una speranza di guarigione, della scommessa di una seconda nascita attraverso il legame dell’amicizia. Alan, ragazzino ebreo che vive in un quartiere popolare di New York, incontra Naomi, anch’essa ebrea, scampata alla furia della Gestapo dopo aver assistito all’omicidio del padre e rifugiatasi negli Stati Uniti. Da questo incontro difficile e spiazzante “Naomi è pazza, Naomi è diversa, lontana da tutto e da tutti” nascono nuove possibilità. Per Naomi certo che può ricominciare ad avere fiducia, ritornare a giocare e sorridere ma anche per Alan che attraverso lo sconcerto prima e il coinvolgimento poi impara a non scappare davanti alle prove difficili che l’amicizia con Naomi gli impone. Anche la fine, non lieta, si inserisce in questo percorso di crescita e di apprendimento. E’ un libro bello, appassionante, in grado di far nascere emozioni intense. Per questo più che ad una lettura in solitudine si presta alla narrazione da parte di una voce adulta che accompagna e media il racconto.

5. Cento proiettili per un uovo. Bambini dell’ex Jugoslavia e del Kosovo

Ha una scheggia piantata nel cervello,
portate pietà a vostro fratello.
Io sono il parto della guerra.
Io sono il senza nome, casa e terra.
Tra dentro e fuori hanno schiantato
il nesso, la lingua comune
hanno strappato.
(Testo di Franco Marcoaldi per il brano “Terra comune” di Fabio Vacchi)

Zlata Filipovic, Diario di Zlata, Rizzoli, Milano, 1994
2 settembre 1991 – 19 ottobre 1993, Sarajevo. In questi due anni la vita di Zlata cambia completamente. E, come la sua, cambia per sempre la vita di migliaia e migliaia di persone in tutta la ex Jugoslavia. Il diario raccoglie le confidenze di una bambina come tante altre. Di una bambina che vorrebbe vivere una vita normale, andare a scuola e in vacanza, giocare. Solo che non può. Perché vive in una città che viene distrutta giorno dopo giorno da una guerra di cui lei non capisce le ragioni: “…mi sforzo in continuazione di capire cosa sia questa stupida politica (…) mi pare che questi politici parlino di serbi, croati e musulmani (…). Fra i miei compagni di scuola, fra i nostri amici, nella nostra famiglia, ci sono serbi, croati e musulmani. E’ un gruppo molto eterogeneo, e io non ho mai saputo chi fosse serbo, croato o musulmano. Adesso, però, la politica si è immischiata in queste cose. Ha messo una “s” sui serbi, una “m” sui musulmani e una “c” sui croati, li vuole separare. E per scrivere queste lettere ha utilizzato la peggiore delle matite, quella più sinistra, la matita della guerra, che semina solo dolore e morte. Perchè la politica ci rende infelici, ci vuole separare, quando noi sappiamo distinguere da soli i buoni dai cattivi? E fra i buoni ci sono i serbi, i croati e i musulmani, così come ce ne sono tra i cattivi.” (p. 91) Agli adulti di oggi è stato messo tra le mani, quando erano ragazzini, un altro diario, quello di Anna Frank che li ha aiutati a capire qualcosa di quello che era successo negli anni della seconda guerra mondiale e del nazismo. Li ha aiutati anche, crediamo, a crescere con la convinzione che bisogna fare di tutto perché vicende come quella di Anna non si ripetano. Ai ragazzi di oggi, nello stesso modo, consegniamo il diario di Zlata.

Christobel Mattingley, Asmir di Sarajevo, Junior + 10, Mondadori, Milano, 1994
Sono tutti veri i personaggi che popolano questo romanzo scritto, dopo averli conosciuti nel loro esilio viennese, da una delle più note autrici australiane per ragazzi. Asmir con gli zii, la mamma e il fratellino riesce a rifugiarsi in Austria, dopo un periodo in cui vive a Belgrado. Il libro racconta la loro fuga e aiuta, con molta semplicità, a capire come ci si sente lontani da casa, in un paese di cui non si conosce la lingua e in cui è difficile ricostruirsi una vita. L’assurdità di questa guerra, come di tutte le altre, si riassume bene in questa frase di Milan, uno dei protagonisti: “A Sarajevo un uovo costa dieci volte di più di un proiettile. E per ogni uovo ci sono cento proiettili”. (p. 70)

Nenad Velickovic, Diario di Maja, Editori Riuniti, Roma, 1995
“Io mi chiamo Maja. (…) Scrivo perché non mi resta altro da fare. Non andiamo a scuola, non guardiamo la televisione, non ci allontaniamo dai rifugi. Non possiamo uscire perché sopra c’è la guerra. (…) Probabilmente (questa guerra) si fa come tutte le altre guerre per la conquista dei territori e per i saccheggi. Ma perché stiano bombardando una città di mezzo milione di abitanti dalla mattina alla sera dalle montagne vicine, a questa domanda non ho nessun “probabilmente”. Per quale motivo qualcuno (nel nostro caso l’artiglieria serba) distrugge le case, incendia le biblioteche, abbatte i minareti e i pioppi intorno? Perché questa primavera invece di ciliegie i bambini raccolgono schegge di granate e le barattano come se fossero figurine?” (p. 11-12) Un romanzo molto particolare, adatto ai ragazzi più grandi perché, con una scrittura ironica e disincantata, descrive la guerra, la situazione di Sarajevo e dei suoi abitanti, in modo quasi caricaturale, tanto che si potrebbe pensare che là non succedeva poi niente di grave. Ricordano un po’ i personaggi dei film di Kusturica, infatti, i parenti di Maja e le persone che le ruotano attorno, ma il sorriso resta solo sulle labbra e dietro le parole si può intravedere la tragedia di un popolo e di una città.

Hermann, Sarajevo tango, Eura editoriale, Roma, 1997
Mosso dall’indignazione e dalla rabbia per l’impossibilità di aiutare l’amico Ervin, bloccato a Sarajevo con moglie e figli, l’autore disegna d’impulso questo fumetto. La storia è completamente inventata ma lo sfondo in cui si muovono i personaggi è quello delle rovine di Sarajevo e della disperazione della sua gente. Era arrabbiato Hermann quando disegnava e non ha risparmiato nessuno, dai militari serbi ai cecchini della domenica, dalle potenze internazionali fino all’Onu dove Boutros Ghali danza improbabili tanghi mentre vengono diffuse le sue generiche dichiarazioni. E’ chiaramente un’immagine sbilanciata ma che dice bene le ipocrisie del mondo occidentale e l’assurdità di tutte le guerre. E per farlo utilizza un mezzo, il fumetto, di sicuro gradimento fra i ragazzi.

Adriana Pedron Pulvirenti, I bambini di Hans, Città Nuova, Roma, 2000
E’ dedicata ai bambini, soprattutto ai bambini che vivono nei paesi in guerra questa fiaba che cerca di non far dimenticare la speranza, raccontando di Hans, soldato mercenario che, fra gli spari dei cecchini e le rovine dell’ex Jugoslavia, porta in salvo più bambini che può. E anche se la fiaba ha un lieto fine, come vuole la fantasia, ben più concrete e reali sono le descrizioni dei bambini dispersi e abbandonati a se stessi in una città fantasma. E’ l’autrice stessa che ci dice com’è nato questo libro: “Turbata dalla guerra nella ex Jugoslavia, dopo aver letto un articolo sul Corriere della Sera, rimasi colpita dalla figura di Heinz, un mercenario morto in Bosnia nel giugno 1993. Scrissi d’impulso il primo e l’ultimo capitolo della storia; mi rifiutavo di accettare la sconfitta del giovane mercenario che riassumeva in sé quella di molti altri giovani. (…) Non ho fatto nomi né individuato responsabilità, né mi sono schierata da una parte o dall’altra, perché la sofferenza, specie quella dei bambini, è di tutti. Ho preferito la speranza, perchè credo nel “giorno dopo”. (pp. 99-100)

Luigi Garlando, La vita è una bomba!, Battello a vapore serie arancio, Piemme, Casale Monferrato, 2001
Milan ha otto anni, ha perso a Sarajevo tutto quello che un bambino ha bisogno di avere per crescere: i genitori, gli amici, il suo paese e una gamba. Vive a Milano dove gli hanno messo un arto artificiale. Potrebbe essere una storia straziante e senza speranza e invece fin dalle prime pagine si viene catturati dalla voglia di vivere e dalla fiducia in un futuro migliore. Milan, con un espediente narrativo indovinato, ci racconta contemporaneamente della sua vita a Milano, della sua vita di prima della guerra e anche della guerra e di quello che può aver significato per lui e più in generale per i bambini. E allora lasciamo a Milan la parola: “Ma che razza di partita è questa se Marko Grobovic, che lavorava nel forno del mio papà vecchio da una vita, poi ci ha bruciato la macchina? Che partita è, se la mia mamma vecchia ha cucito gratis un bellissimo vestito da prima Comunione per la figlia della signora Kostulic, che piangeva perché non aveva i soldi, e adesso la signora Kostulic, quando passa mia mamma sputa per terra? Mamma una volta le ha detto: “ Risparmi la saliva, signora, presto ci toglieranno l’acqua!” Che razza di partita è questa, signor arbitro, se degli uomini con uno straccio in testa e coltellacci al fianco hanno preso a pugni e a calci il dottor Juric, e Radovan Topic che era lì non ha mosso un dito? Io ero sicuro che si metteva a parlare delle vedove di Sarajevo, invece ha detto solo: “Milan, torna a casa. Un consiglio, dottore: guarisci solo quelli del tuo sangue”. Il dottor Juric, il nostro portiere gli ha risposto che il sangue che esce dalle ferite ha tutto lo stesso colore. Io non sono andato a casa, ma ho bagnato il fazzoletto nella fontana e l’ho portato al dottor Juric. Che razza di partita è se i tuoi compagni improvvisamente ti giocano contro, e improvvisamente tu non puoi più giocare con loro? Che partita è se vado da Goran con la canna da pesca e lui mi dice: “Non so perché, Milan, ma non puoi più venire a casa mia?” (pp. 31-33)

Arianna Papini, Jovan non sa di Vlora, Fatatrac, Firenze, 2001
Bellissime illustrazioni accompagnano questo breve libro: la storia di due bambini e della guerra nel Kosovo. Jovan e Vlora, senza sapere l’uno dell’altra, hanno sogni comuni, “la stessa memoria. Ricorderanno il vento, la sera fresca e i pomi rossi sotto il sole d’estate. Sogneranno il fuoco e la paura, il viaggio e le farfalle di plastica e pietra che con ali grandi hanno protetto la loro storia piccola dai falchi infuocati della notte”. Pur non essendo un testo facile, può essere presentato ai bambini un po’ più grandi perché con grande poesia sa trasmettere i sentimenti che nella realtà tanti bambini, non solo dei Balcani, hanno provato e provano tuttora.

Emanuela Nava, Ciliegie e bombe, Supergru, Giunti, Firenze, 2002
Quando abbiamo chiuso questo libro ci è rimasto un dubbio: sarà vera la storia di Dragan? C’è qualcosa di stonato in questo libro che si dichiara adatto a ragazzini di 9/11 anni ma che poi indulge troppo sulla fantasia e su situazioni assolutamente irrealistiche che non aiutano, forse neanche i più piccoli, a capire e a partecipare a queste vicende. Un’occasione sprecata per raccontare come i piccoli e i ragazzi dell’ex Jugoslavia hanno vissuto durante la guerra e cosa può aver significato per loro essere trasferiti in Italia.

Gaye Hicylmaz, Il sorriso strappato, Buena vista, Milano, 2002
Nina vive con il nonno sulle montagne sopra Sarajevo da cui è dovuta scappare dopo aver perso i genitori. Anche da qui dovrà scappare per raggiungere l’Inghilterra e l’unica persona che, forse, potrà prendersi cura di lei. E noi seguiamo Nina in questo viaggio drammatico, pericoloso e disperatamente solitario che tanti piccoli hanno intrapreso alla ricerca di una salvezza non sempre certa.

6. Soltanto acciaio e ossa

Le preghiere dei bambini
Non brucino più interi quartieri.
Non si vedano più bombardieri.
La notte sia per dormire.
Si cancelli la parola punire.
Le madri non debbano piangere.
Nessuno più debba ammazzare.
Che ognuno possa qualcosa creare.
Che di tutti ci possa fidare.
Che i giovani ottengano tutto questo,
e anche i vecchi…ma presto.
Bertolt Brecht

Lia Levi, Cecilia va alla guerra, Storie d’Italia, Mondadori, 2000
In forma di diario e quindi raccontato in prima persona, il racconto della prima guerra mondiale attraverso gli occhi di Cecilia, undicenne friulana. La storia è piacevole e fa intravedere come si viveva a quei tempi nelle zone di confine. E’ però una storia poco credibile, soprattutto nella seconda parte quando Cecilia, insieme all’amico Marco, insegue una spia che ha sottratto il diario del padre. E’ costruita in modo da “appassionare” e poter nello stesso tempo descrivere in modo meno “noioso” cosa succedeva tra i civili e i militari. Ma resta poco convincente e non sembra probabile che i ragazzini di oggi (a quasi un secolo di distanza!) possano immedesimarsi nei ragazzi protagonisti.

Gary Paulsen, L’uomo delle volpi, Superjunior, Mondadori, Milano, 1999
Intenso anche se breve, questo romanzo di Paulsen, uno dei più grandi scrittori americani per ragazzi, non è un libro che parla di guerra ma questo tema, anche se sullo sfondo, non è affatto secondario. Il bellissimo rapporto che si crea fra il ragazzo protagonista (un adolescente ospitato dagli zii, per allontanarlo dai genitori alcolizzati e violenti) e un vecchio dal viso sfigurato che vive isolato nei boschi, offre numerosi spunti sul tema della diversità, dell’amicizia e della crescita. Ma anche permette di vedere la guerra da due diversissimi punti di vista. L’uno, quello dell’Uomo delle Volpi, che ne rappresenta tutto l’orrore: “Hai sentito parlare di Verdun? (…) E’ stata la definitiva sconfitta della bellezza per mano della scienza; il trionfo delle macchine sulla carne” – indicò i libri – “In un certo senso ha cancellato ogni cosa contenuta là dentro, tutta la conoscenza umana (…). Ferro, ragazzo mio….acciaio contro carne, scienza contro bellezza. A Verdun pioveva ferro dal cielo, una pioggia di morte che durò mesi e mesi, uccidendo migliaia di uomini e storpiandone altrettanti, finchè non restò altro che ossa e acciaio (…). Acciaio, tanto di quell’acciaio che, perfino ora, dopo anni e anni, a Verdun non cresce nulla, neanche l’erba. Soltanto acciaio e ossa”. (p.61) L’altro, quello dei due vecchi zii che, nelle sere d’inverno, intorno al camino raccontano della guerra cercando di divertire. E anche di questo punto di vista sarà proprio l’Uomo delle Volpi a spiegare la ragione: “Quelle storie che raccontano alla fattoria…non lasciarti buttare giù. Vedi, per loro è semplicemente un tentativo di trovare una rosa in mezzo al letame. Gli uomini che le raccontano, tentano di ricordare quelle parti della guerra che può valere la pena evocare; tentano di scovare in mezzo a tutto quello spreco qualcosa di utile.” Ci pensai su e annuii. “Forse, ma non capisco come possano trovarci qualcosa di minimamente divertente quando tu…bè…” “Lo so, lo so, – la voce diventò sommessa e dolce – ma devono tentare, devono provarci; altrimenti è stato tutto per niente, e a nessuno piace fare qualcosa per niente” (p. 62).

David Kherdian, Lontano da casa, Gaja Junior, Mondadori, Milano, 1997
Il 16 settembre 1916, il Ministro dell’Interno turco ordinò “…la totale eliminazione di tutti gli armeni residenti in Turchia (dichiarando che) è necessario liquidarli completamente, per quanto tragiche siano le misure adottate, senza riguardo per età, sesso o scrupoli di coscienza”. L’autore è figlio di una donna, allora bambina, sopravvissuta allo sterminio, e in questo bel romanzo ne racconta la storia dal 1907 al 1924, accompagnando la madre, e noi insieme a lei, nel disperato viaggio verso i deserti della Mesopotamia, i campi di raccolta, le epidemie e le fughe fino alla sua partenza per l’America e la salvezza. Nel raccontarci una pagina di storia sconosciuta, Kherdian ci fa immergere nella vita e nella cultura di un popolo di cui molti ignorano l’esistenza, descrivendone con vivezza e partecipazione riti, usanze e tradizioni.

Sook Nyul Choi, Impossibile dirsi addio, Ex libris, E.Elle, Trieste, 1994
Pochi ragazzi saprebbero dare qualche informazione sulla Corea che non riguardi la produzione di scarpe da tennis o automobili. Eppure la storia di questo paese assomiglia tragicamente a quella di altri paesi più vicini, dominati da popoli “più potenti” e convinti di avere ragione. L’autobiografia dell’autrice si apre all’epoca della dominazione giapponese e si conclude dopo la divisione della Corea in due parti, tagliate dal Trentottesimo Parallelo e dal filo spinato che Sook riuscirà a scavalcare per sfuggire alla nuova dominazione russa, più subdola ma sostanzialmente opprimente come quella giapponese. E attraverso i suoi occhi di ragazzina vediamo la morte di una cultura antica e le sofferenze di un popolo cui non viene riconosciuta la dignità di esistere autonomamente e poter scegliere la libertà. Si viene catturati fin dalle prime pagine dalle vicende della famiglia di Sook e, seguendone le sorti, ci si ritrova a riconoscere il valore universale della libertà e della dignità dell’uomo, a qualsiasi etnia e religione appartenga.

Theodore Taylor, La bomba, Super Junior, Mondadori, Milano, 1995
Il primo pensiero, prendendo in mano questo bel libro, potrebbe essere che gli esperimenti nucleari nell’atollo di Bikini sono storia vecchia. Ma anche per questo è necessario rinfrescare la nostra memoria e far conoscere ai più giovani una pagina nera della storia americana che ha fornito ben poche informazioni in più rispetto a quanto già si sapeva sulle capacità distruttive delle bombe atomiche. In compenso, come ben racconta l’autore, che ha partecipato alle operazioni preliminari di sistemazione della laguna, ha segnato la fine di un piccolo paradiso e di tante persone cui è stato tolto tutto quello che avevano in cambio di niente.

Elizabeth Laird, La patria impossibile, Ex libris, E Elle, Trieste, 1993
Pochi ragazzi sanno (ma quanti adulti?) chi sono esattamente i curdi e dove vivono, perché sono sempre in guerra e fuggono sempre. Questo libro, attraverso le vicende di Tara e della sua famiglia, ci proietta nella vita e nella storia di questo popolo dimenticato, costretto a cercare rifugio in altri paesi dove non è ben accolto e deve vivere in campi profughi poverissimi. E proprio il racconto di Tara alle prese con le code per l’acqua e per il bagno, con la poca pulizia e il poco cibo, ci riportano ad altri campi dove altri popoli sono costretti a vivere. Leggere libri del genere potrebbe aiutare a formare una cultura dell’accoglienza vera e profonda che tenga conto della dignità delle persone. In tempi difficili in cui le idee sono confuse e molti parlano di patria, ma spesso a sproposito, è bene rileggere la riflessione finale di Tara, ormai emigrata a Londra, ma che non vuole dimenticare la sua terra.
“Sto dimenticando la mia casa. Sto dimenticando il Kurdistan. – pensò chiudendo gli occhi assonnata. Poi, quando aveva rinunciato a sforzarsi, incominciarono a presentarsi alla sua mente delle immagini chiare, come in un sogno. Vide gruppi di ragazze che ridevano correndo giù per il pendio di una collina, coi vestiti di tutti i colori dell’arcobaleno che si gonfiavano nel vento come enormi fiori. Vide pastori con il turbante e con le spalle incurvate, che guidavano gli agnelli attraverso pascoli disseminati di fiori vicini a sorgenti gorgoglianti. Vide vecchie nonne piene di rughe circondate da bambini, che sedevano serene in un cortile ascoltando Baji Rezan dalle mani irrequiete che disegnavano nell’aria i personaggi delle storie che raccontava. Vide un gruppo di ragazzi dalle camicie bianche appena stirate che leggevano il giornale vicino al muro della moschea. Adesso il sogno diventava troppo frenetico, non riusciva più a controllarlo. Sembrò che le ragazze salissero nell’aria e fossero portate via dal vento. I pastori e le pecore si disperdevano mentre un’esplosione squarciava il pendio. Le nonnine soffocavano mentre le inghiottiva una nuvola di gas asfissiante. I ragazzi alzavano le braccia tutti insieme mentre quel foglio di carta cadeva a terra svolazzando, poi cadevano in ginocchio e baciavano la polvere, la polvere del Kurdistan, mentre sotto di loro si allargava una pozza di sangue, e un corvo si staccava da un albero e sbatteva le ali scendendo a librarsi sopra di loro. E poi, mentre Tara si rigirava e si dibatteva nel sonno, da due porte gigantesche che sbarravano la via verso le montagne, uscì una figura. Ashti, che zoppicava leggermente, venne avanti e si unì alla famiglia mentre il Kurdistan del sogno di Tara lentamente svaniva. “Siamo noi il Kurdistan, tu, io, Baba e Daya e Hero – diceva Ashti – Il Kurdistan è dove siamo noi. Il Kurdistan è la sua gente. La terra del Kurdistan è il nostro cuore. E tutto questo non potranno mai portarcelo via” (pp. 308-309).

Billi Rosen, La guerra di Anna, Gaja Junior, Mondadori, Milano, 1989
E’ quasi un’autobiografia la storia di Anna, ragazzina greca che deve confrontarsi con gli interrogativi e le difficoltà della guerra civile. Siamo in Grecia, subito dopo la seconda guerra mondiale. I partigiani comunisti, divisi e nascosti su montagne e colline, combattono contro i monarchici al potere. E la vita è difficile per una bambina i cui genitori sono sui monti e che deve fare i conti con la realtà di tutti i giorni, le rivalità tra ragazzi, l’odio e l’inimicizia che riflettono quelle dei grandi. Come tutti i romanzi usciti dalla penna di chi ha vissuto sulla sua pelle le vicende che racconta, anche questo è appassionante e in grado di coinvolgere profondamente, mentre racconta pagine di storia vere e poco conosciute, di cui sarebbe bene non perdere il ricordo.

Billi Rosen, Oltre la montagna, Ex libris, E Elle, Trieste, 1993
Chi è curioso di sapere che fine ha fatto Anna può leggere anche questo libro in cui si racconta della sua vita in Svezia dove si è rifugiata con il padre. E’ un romanzo centrato sulla “fatica di diventare grandi” ma lascia intravedere anche le difficoltà dei profughi politici ad adattarsi ad una nuova vita e le difficoltà dei paesi ospitanti ad accettare le loro diversità e le loro sofferenze.

Robert Westall, Golfo, Superjunior,Mondadori, Milano, 1994
In questo periodo in cui incombe la minaccia di una nuova guerra contro l’Iraq è bene rileggere questo bel romanzo in cui Tom, un adolescente inglese racconta la storia del fratello Andy detto Figgis, dotato di una misteriosa e fortissima capacità di immedesimarsi e restare in contato telepatico con altre persone. Lo scoppio della guerra del Golfo lo trasporta nei panni del giovane iracheno Latif che deve difendersi dall’attacco americano. E nei panni di Latif soffre e trasmette con forza inconsapevole al fratello tutto il non senso, l’assurdità di una guerra che ha travolto e ucciso troppi civili, troppi poveri. E troppo poveri ha lasciato i sopravvissuti. Sarà Tom con l’aiuto di un medico, unici in grado di capire, a sostenere il fratello, fino al tragico epilogo. Latif morirà nei combattimenti e dalla memoria di Andy si cancellerà ogni ricordo mentre svanisce il suo potere telepatico. Vale la pena riportare le riflessioni finali di Tom che rimpiange la perduta sensibilità del fratello “Figgis era la nostra coscienza. Fisse o no, ci era indispensabile. Il deserto non è solo nel Golfo, è nel cuore della gente. Figgis era colui che vi portava la vita. Sono rimasto l’unico a preoccuparsi? Li sento, i ragazzi a scuola. Metà hanno già dimenticato la guerra del Golfo e gli altri sperano che Saddam commetta qualche sciocchezza, così potremo far saltare in aria il suo paese una volta per tutte” (pp. 80-81).

John Marsden, La guerra che verrà, Super Junior Mondadori, Milano, 1998
Siamo in un paesino australiano e sette ragazzi decidono di andare per qualche giorno a campeggiare in una zona isolata. Al loro ritorno scopriranno che il loro paese è stato invaso da nemici sconosciuti e che sono soli. La storia è avvincente e ha il pregio di stimolare una riflessione senza diventare didascalica. E’ attraverso le parole, i sentimenti e le azioni dei ragazzi che si può cercare di capire la differenza fra il bene e il male, il senso della guerra e della sofferenza e le inaspettate risorse dell’animo umano.

Arianna Papini, Pare un gioco, Edizioni Lapis, Roma, 2002
È un libro che si riallaccia all’attentato dell’11 settembre 2001 a New York per raccontare la realtà di tutte le atrocità. E’ scritto nella lingua dei sogni, dei ricordi, dei pensieri di una testa di bambina che non si sottrae di fronte alla tragedia di ciò che è successo. E’ un testo capace di intrecciare i fili delle guerre raccontando in modo pacato e deciso ciò che vedono e sentono i bambini quando, spettatori indiretti o protagonisti, passano attraverso il tempo della guerra. I bambini sanno della guerra, ne hanno istintivamente paura. Il libro esprime fino in fondo il loro bisogno di essere accolti in questa grande ansia, di non essere soli davanti al vuoto. Il libro, attraverso splendide illustrazioni e testi incisivi, diventa un’occasione di richiamo per tutti a ragionare sulle ferite indelebili che ogni guerra lascia e un invito ad imparare, in mezzo a tanto rumore mediatico, dal silenzio di chi le subite.

10. Se tornavi era meglio, parlare ai bambini della morte

Beatrice Masini, Bimbo d’ombra, Arka, Milano, 1997
Difficile trovare libri per bambini che affrontino il tema della morte, a maggior ragione quando si tratta di un bambino. Eppure è un tema importante di cui i più piccoli hanno necessità di parlare. Ci riesce molto bene questo libretto che, attraverso le parole di un ragazzino, ci racconta com’è continuare a vivere dopo che il proprio fratello più piccolo è scomparso improvvisamente.

Beatrice Masini, Se è una bambina, Delfini, Fabbri, Milano, 1998
Una mamma e una bambina che si parlano, si raccontano quello che fanno, si confidano pensieri, sentimenti, emozioni. Non ci sarebbe niente di strano se non fosse che il dialogo è reso impossibile dalla distanza incolmabile della morte. Fin dalle prime righe si viene proiettati nei pensieri della bambina e si partecipa ai suoi sforzi caparbi per sentire vicina la sua mamma mentre deve affrontare, sola, la nuova vita, il collegio, la lontananza dall’amatissimo nonno.
“Non facciamo più finta mamma lo so che sei morta per via della polvere e anche lo so che non torni perché nel posto dove sei bisogna starci non si viene via quando si vuole tutti cercano di non dirla quella parola ma tanto io lo so e anche da subito poi ho fatto finta per tanto tempo perché comunque se tornavi era meglio e sapevo anche che se appena potevi di sicuro tornavi ma adesso lo so che non torni (…) io ti racconto le cose perché non sono sicura che vedi tutto ma proprio tutto quello che succede ma anche se sei morta se io ti penso sempre proprio sempre tu rimani con me” (p. 112).
Ma altrettanto vicini ci si sente alla mamma che da “lassù” cerca disperatamente di tenere stretto il filo sempre più sottile che la lega alla terra e in particolare alla sua bambina.
“Ho paura che col tempo ti mi dimentichi, piano piano, paura di diventare il profilo di una foto che sta lì ferma nella sua cornice e alla fine non è più un bel ricordo, ma solo un pezzo di arredamento (…) Mi sembra che tu sia troppo piccola per tutto, sia per tenerti stretti i ricordi di me sia per cancellarli e restare senza niente, senza un passato, senza un pezzo d’infanzia. (…) Forse l’inferno è proprio questo: non essere abbastanza in alto, abbastanza lontani dalla terra, desiderarla ancora e non rassegnarsi all’idea che non la si riavrà”. (p. 43-44)
“Ma è vero che sono pronta? Bambina, la verità è questa: che sono io ad avere bisogno di te. Ormai so che quello che posso fare da quassù, oltre ad apparirti ogni tanto in sogno, è pochissimo. Non posso tener vivi i tuoi ricordi, se non sei tu a rinfrescarli ogni giorno con la tua memoria, e con la voglia di tenerli stretti. (…) Ma io ho bisogno di te. Bisogno di guardarti e vederti crescere e ridere per sapere che non sono passata inutilmente (…) di sapere che sì, sono stata una brava mamma, per il tempo che mi hanno concesso, perché ho una figlia come te, perché ho te come figlia. E’ un male, credo, dipendere da un altro: ma è la condizione dell’amore. E allora io sono piccola e tu sei grande, così come io sono grande e tu sei piccola. Non voglio che mi strappino di mano quel filo che ancora ci lega. Non so se sono capace di aspettare che succeda quello che deve succedere, così, senza dire niente, senza dire nient’altro che sì” (p. 129-130). E così insieme a loro si riflette sulla morte e sulla vita, sulle cose importanti e sulle occasioni da saper cogliere quando si presentano.

Jacqueline Wilson, Alla faccia dell’angelo, Salani Editore, Mi, 2002
E’ una scommessa questo libro al pari di tanti altri dell’ormai nota scrittrice inglese Jacqueline Wilson. Prendere un tema difficile, in questo caso la morte di una ragazzina, è farne occasione per riflessioni importanti usando un punto di vista non scontato, personaggi che ribaltano i luoghi comuni e uno straordinario senso dell’ironia capace di mantenere alto il tono emotivo senza cadere nel pietismo. Vicky e Jade sono grandi amiche. La morte della prima porta un grande dolore ma anche una situazione inaspettata. Vicky, angelo senza ali, è sempre accanto a Jade e come in vita le è vicina, le si impone quasi a causa del suo inalterato carattere forte e dominante fino a quando anche Jade cresce, cambia e riesce a spezzare un filo troppo forte, senza perdere però il ricordo tenace e duraturo di un amicizia che vale. Accanto al tema della morte, infatti, si staglia quello dell’amicizia fra ragazzi così radicale nella capacità di pensare e vivere legami durevoli e “grandi” oltre gli stereotipati sguardi che troppo spesso gli adulti fermano sui più giovani.

Lise Thouin, Palla di sogno, Editori in sintonia & Five Show production, Torino-Milano, 1998
Palla di sogno è un giovane delfino cui spuntano le ali, emblema della trasformazione, del passaggio a nuovi piani dell’esistenza. Attraverso la poesia della metafora, in una dimensione di dialogo, l’autrice affronta il tema della morte, forte della sua esperienza pluriennale con bambini malati terminali. Questa favola, raccontata per la prima volta ad uno di questi bambini, è diventata la chiave per affrontare tutte le trasformazioni della vita, tutte quelle sfide e quei momenti difficili senza i quali non si può crescere.

STRUMENTI
Helen Fitzgerald, Mi manchi tanto!, La Meridiana, Molfetta, 2002
Uno strumento semplice e immediato ma altrettanto profondo e indispensabile per tutti coloro, genitori ed educatori, che non vogliono eludere il dovere di aiutare i bambini a gestire la morte di una persona cara. Spiegare la morte ad un bambino è difficile e proprio per questo spesso si sceglie di tacere o di non dire la verità. Ma la verità, comunicata nel giusto modo, con affetto e partecipazione, aiuta i bambini ad accettare anche le perdite più dolorose permettendo loro di vivere nel modo giusto l’esperienza del vuoto che lascia la scomparsa di una persona cara.

Arnaldo Pangrazzi, Aiutami a dire addio. Il mutuo aiuto nel lutto e nelle altre perdite, Erickson, Trento, 2002
Il testo propone un percorso di lavoro sull’elaborazione del lutto e di altre tipi di perdite a partire dall’esperienza condotta dall’autore negli Stati Uniti in gruppo di auto-aiuto. Spesso, infatti “ i professionisti e i servizi sociali non sono in grado di rispondere e soddisfare la varietà e complessità di bisogni umani legati a esperienze luttuose. Per questo la nascita di gruppi di mutuo aiuto per persone in lutto è diventata una risorsa sociale importante, per affrontare insieme ad altri il cammino della guarigione, rompendo le barriere della paura o della vergogna. Il gruppo rappresenta un luogo per uscire dall’isolamento, dalla depressione, dal vittimismo ”. Il libro si presenta quindi con una serie di indicazioni che possono servire da base per predisporre progetti di realizzazione di gruppi intorno al tema del lutto; i capitoli sono strutturati intorno ai tre nuclei: la trattazione del tema, la riflessione su un racconto e domande attinenti all’argomento proposto.

Clara Virgili, Come parlano della morte i bambini, in Bambini n. 3, marzo 2001

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