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autore: Autore: Claudio Imprudente

Cinquant’anni A.I.A.S…Tartarughe ninja in festa!, Superabile, Settembre 2012

“Eh già… sono ancora qua”, sussurrava Vasco Rossi nelle cuffie del mio i-pod mentre navigavo su facebook e leggevo con piacere l’invito all’evento A.I.A.S., la celebrazione dei loro primi cinquant’anni. Eh già, caro Vasco, anche quella realtà è ancora qua, speriamo ancora a lungo…
Dal 1962, A.I.A.S. Bologna Onlus offre un impegno concreto a favore delle persone con disabilità e alle loro famiglie. Chapeau.
Per me sarà un onore dunque, giovedì 27 settembre, poter dare il mio contributo a questa meritata celebrazione.
Dunque riflettevo sul mio intervento… cosa dire di nuovo ad educatori, operatori e genitori che da tanti anni si relazionano quotidianamente con la disabilità?
Cercavo uno spunto originale e comunicativo, semplice ma efficace.
Così ho pensato alle tartarughe ninja. Voi direte, cosa c’entrano adesso le tartarughe ninja? Viaggiando per metafore ho immaginato la loro storia e l’ho paragonata a quella della disabilità.
La loro vita, nascosti nelle fogne, per poi uscire allo scoperto a cercare giustizia. E tante altre intriganti affinità…
Paragoni forzati forse, ma incisivi.
Così ne ho parlato agli animatori con disabilità del Progetto Calamaio, chiedendo loro di trovare altri punti di contatto tra la fantasiosa storia delle Turtles e quella più reale che loro vivono nel quotidiano.
Un lavoro divertente e pieno di spunti: Tiziana ad esempio, si paragona ad una tartaruga per la sua lentezza, Stefania mette l’accento sulla loro forza d’animo e voglia di rimettersi in gioco. Nonostante le loro diversità le tartarughe ninja si sono ritagliate un ruolo attivo nella società, diventando risorsa per la collettività.
Mattias si rivede nelle Turtles quando scrive di una società che non vuole vederci e tenta, si spera inconsciamente, di ostacolarci e a volte di nasconderci.
Tatiana fa notare come le tartarughe sono uguali e diverse da noi. Sono tartarughe ma agiscono da persone e come noi, anche se con lentezza, cercano di riappropriarsi della propria identità.
Ecco quello che da cinquant’anni ci offre l’AIAS: la costruzione di una propria identità personale.
E che dire… Muovetevi tartarughe, ci vediamo il 27 settembre!
Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina facebook.

Claudio Imprudente

 

Lettere al direttore

Caro Claudio,
la disabilità è un argomento complesso e vasto. I bambini che nascono con patologie genetiche, metaboliche, traumi da parto, sono in forte aumento, senza dimenticare quelli che diventano disabili a causa di incidenti stradali o domestici.
La famiglia si trova da un momento all’altro a dover cambiare vita, viene travolta dai sentimenti, dai timori, dalla disperazione, dalla incredulità.
Le madri con figli disabili non hanno le stesse Pari Opportunità della altre madri.
Le donne che si trovano a vivere la realtà di un figlio disabile non vengono informate adeguatamente del sostegno previsto dalle nostre leggi che spesso sono inapplicate proprio da chi dovrebbe invece metterle in opera.
Il primo ostacolo a cui si trova di fronte una madre è la mancata e adeguata assistenza per permetterle di continuare a lavorare, sia per mantenere inalterato il livello economico del nucleo famigliare, sia per mantenere un minimo di vita di relazione, che può aiutare nel tempo a vivere un contesto sociale e non rischiare di cadere nella depressione più totale. Abbiamo esempi strazianti di madri che uccidono il figlio disabile e a volte si uccidono esse stesse…
Le patologie genetiche, gravissime in molti casi, possono coinvolgere l’apparato motorio, respiratorio, sensoriale: ci troviamo così di fronte a un bambino che per vivere ha bisogno di un respiratore, dell’inserimento della PEG (sondino per l’alimentazione inserito nello stomaco) e con la vista o l’udito compromessi. In questi casi per permettere alla mamma di tornare al lavoro dopo il periodo previsto per il congedo di maternità sarebbe necessaria un’assistenza con personale sanitario di almeno 10 ore al giorno (8 di lavoro e 2 per gli spostamenti). Così non è se non in rarissimi casi: nella maggior parte delle situazioni in tutte le Regioni italiane le madri sono costrette a scegliere se occuparsi del loro bambino, rinunciando al lavoro o scegliere il lavoro, rinunciando a vivere con il proprio figlio.
Il delitto peggiore che si possa commettere è separare un figlio dalla propria madre, e questo avviene quando questi ragazzi vengono inseriti nei centri residenziali, non inferiore come gravità a mettere di fronte a scelte sofferte, solo per motivi economici, queste stesse madri che hanno la sola colpa di appartenere a un ceto medio, o medio basso.
A quali madri di figli normodotati viene chiesto di fare questa scelta? Per loro ci sono le babysitter, i nidi, i nonni, per i figli in condizione di handicap invece le babysitter non hanno la preparazione necessaria, gli asilo-nido spesso non si attivano, visto che fanno capo al Comune le spese di gestione, i nonni, quando ci sono, sono spaventati dall’impegno “straordinario nel vigilare un bambino con disabilità grave”.
“Mancano i fondi necessari”: sono le parole che sia le ASL che i comuni tramite gli assistenti sociali ripetono fino alla nausea alle famiglie, ma allora che devono fare queste donne e madri? Quali sono le priorità di un Paese civile?
Non vedo perché non dedicare a queste madri un piccolo tributo, un piccolissimo pensiero: la celebrazione del mio 8 marzo.
Daniela Mignogna

Cara Daniela,
la tua lettera precisa e intensa, “rispolverata” dopo quasi dieci mesi dagli archivi delle missive a me indirizzate (tempi tecnici, questa è pur sempre una rubrica trimestrale…), richiama a un argomento ineludibile, soprattutto perché davvero annoso, ma mai inseritosi tra quelli considerati prioritari e degni di una discussione approfondita. Peraltro in una nazione che non perde occasione per riempirsi la bocca della parola “famiglia”, più per delimitarne i confini di legittimità (“è famiglia solo quella che…”) che per immaginare e impostare politiche attente alle istanze che emergono dall’esperienza concreta dei nuclei famigliari attuali. Dicevo che quello da te sollevato è un argomento ineludibile e annoso che mi fa pensare, ad esempio, al tragico sovraffollamento delle carceri nostrane (da quanti anni ne sentiamo parlare senza che si siano trovate politiche efficaci e non solo azioni dal respiro breve ed effettivamente inadeguate a una risoluzione definitiva e resistente nel tempo, non perennemente temporanea?). Un tema, quello che mi sottoponi, che, soprattutto in Italia, è tutto declinato al femminile, dal momento che vige, per quanto silenziosamente (nel migliore dei casi), una legge, una dinamica per la quale il “peso” di un figlio, della sua quotidianità e della gestione della stessa (passami il termine “gestione”…) debba ricadere interamente sulla figura femminile della coppia (eterosessuale, s’intende, ma non esistono solo quelle, anzi). E questo rende le cose ancor più difficili, perché, in questo più che in altri Paesi, nascere donne implica già nascere con un handicap (si veda, a questo riguardo, anche se non è il suo tema principale ed esplicito, un breve e interessante documentario di Chiara Malta, J’attends une femme, del 2010): un handicap al quale, dato che spesso il corso, la natura delle cose lo prevede, non possono che aggiungersene altri (come la disabilità di un figlio) rendendo il peso totale ingestibile senza l’intervento di attori, reti di sostegno alla persona e… alle persone: una politica efficace in favore dei soggetti disabili è, per sua stessa natura, un politica efficace anche per tutto il mondo che più o meno immediatamente ruota attorno a essi. Come tu scrivi bene, la delega ad altre figure famigliari non solo non è sempre auspicabile, ma spesso si rivela inapplicabile dal momento che, in effetti, un bambino con deficit implica una presenza (a volte un’assistenza) maggiore e comunque di diverso tipo. Il punto, quindi, è, da un lato, mettere le figure parentali di maggiore prossimità (padri e/o madri) nelle condizioni di poter vivere nel migliore dei modi e con i giusti tempi il loro “desiderio di essere genitori”; dall’altro, garantire attorno a loro quel sostegno che non deve essere previsto, quando va bene, solo alla luce della loro assenza. Andrebbe cercata un’integrazione felice tra le parti in causa, non un’esclusione reciproca e non funzionale né alla famiglia né al soggetto con disabilità, né, in definitiva, alla società nel suo complesso. Occorre un sostegno che non si attivi solo per “recuperare un danno”, ma che lavori per favorire una soluzione in positivo dei casi che si trova a gestire, un loro miglioramento.
Siamo sicuri che, anche a un livello strettamente economico, questo non si riveli più sostenibile?
Per intenderci, costa di più ricostruire un intero paese distrutto dall’esondazione di un fiume o impostare politiche di tutela del paesaggio che possano intervenire in modo puntuale e costante?
Ecco, uscire dalla logica emergenziale e abbracciarne una di tipo opposto consente, a mio avviso, una maggiore garanzia del rispetto dei diritti di tutti e di ogni tipo e la certezza che a cavarsela non saranno, come sempre più spesso accade, solo quelli che godono di un reddito maggiore. Una questione di democrazia e di uguaglianza.
Buon 8 marzo a tutte. E a tutti. Col “dovuto” anticipo…
Claudio Imprudente

Le Olimpiadi dei giornalisti, Superabile, Settembre 2012

In questi mesi ho scritto spesso, anche su questa rubrica, di piccoli e grandi eroi del mondo dello sport. L’ho fatto perché affascinato dalle spettacolari e coinvolgenti manifestazioni sportive di quest’estate.
Dopo aver visto l’inaugurazione dei giochi paralimpici di Londra, ho riflettuto di nuovo (come capita ogni quattro anni…) su come questo sia indubbiamente l’evento mediatico più importante a livello mondiale, una vetrina enorme, non mi stancherò mai di ripeterlo, di spunti e riflessioni. Proprio come i giochi Olimpici dei normodotati. Due momenti in cui un pubblico veramente ampio può partecipare delle risorse e dei limiti che ogni individuo possiede, normodotato, disabile, con delle gambe o con degli arti di carbonio…Le telecronache dell’accoppiata Lorenzo RoataClaudio Arrigoni, piene di passione, competenza e professionalità, hanno contribuito a rendere ancora più emozionanti la cerimonia di apertura e le competizioni agonistiche.
Certo qualche piccolo neo che l’articolo del mio amico Franco Bomprezzi ha anticipato…. Perché la nostra cara tv di Stato, si chiede, “mamma” Rai, non ha avuto il coraggio di trasmettere in diretta un evento planetario così raro e originale su una delle tre reti ammiraglie?
Tra le tante risposte possibili, ne è arrivata una che ha scatenato un vero e proprio putiferio…Mi riferisco ovviamente alle dichiarazioni di Paolo Villaggio, che ha puntato il dito contro le ipocrisie sottese alla grande “messa in mostra” delle Paralimpiadi, denunciandone i rischi del pietismo, della spettacolarizzazione e via dicendo…Al di là di certe frasi veramente infelici come: “Fa tristezza vedere gente che si trascina sulla sedia con arti artificiali”, l’ex Ragioner Ugo centra un nodo fondamentale. Il confine tra sport e rivalsa è molto sottile e, a mio parere, Villaggio va a inciampare proprio lì, dando voce, del resto, a un pregiudizio diffuso: un disabile deve combattere, con sofferenza, per superare la propria sfiga, il suo è un atto glorioso di cui rendere partecipe l’intera comunità. Benissimo, ma andiamo oltre. Uno come Alvise De Vidi o Alex Zanardi, secondo voi, è uno sventurato che ce la può ancora fare o un atleta a tutti gli effetti?
Concordo con Lorenzo Roata, quando afferma nella manifestazione di chiusura che per noi giornalisti queste Olimpiadi sono state una palestra di formazione, dalla quale non potremo più tornare indietro. Così, mentre anche le Paralimpiadi giungono al termine, il dibattito sui linguaggi rimane aperto…
Ecco perché io mi sto già allenando per Rio e non vedo l’ora di partire…Secondo voi in che disciplina andrò a gareggiare?
Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina facebook.

Claudio Imprudente

 

 

 

 

Una calamita per sorella, Superabile, Settembre 2012

“Appeso al frigorifero in cucina c’è una calamita con su scritto: sorelle per caso, amiche per scelta. È proprio quello che penso, alcune volte ci riusciamo, altre un po’ meno…”. Così mi ha raccontato un giorno la mia giovane collega disabile Francesca, da poco “arruolata” nel Gruppo Calamaio del Centro Documentazione Handicap di Bologna, a proposito di sua sorella gemella Federica.
A parte il fatto che io vado matto per le calamite e che ne ho il frigo letteralmente tappezzato, tante quante i miei avventurosi viaggi in giro per il mondo, questa frase mi ha colpito perché sintesi perfetta delle contraddizioni e dei contenuti più delicati di un tema così affascinante e importante come il rapporto tra fratelli e sorelle.
Il rapporto simbiotico infatti che quasi sempre si viene a creare, nonostante ci si trovi, come sottolinea la nostra Francesca, ad essere uniti un po’ per caso, spesso rischia di degenerare in gelosia da entrambe le parti. Amore e odio, iperprotezione e indifferenza in questi casi sono spesso faccia della stessa medaglia proprio come il nord e il sud dei magneti. Come poli magnetici cioè, ci si attrae e ci si respinge costantemente.
“La sensazione che ricevo da lei- continua Francesca- è di continuo controllo, difficilmente mi lascia fare le cose da sola e invece credo che per alcune ne sarei capace. È ovvio e certo che io abbia più bisogno di aiuto, ma ciò non significa che anch’io non possa migliorare”. E allo stesso tempo aggiunge: “A volte creiamo insieme delle alleanze per combattere i nostri genitori, in due otteniamo risultati migliori, oppure ci diamo una mano a vicenda nella scelta dei regali per i rispettivi fidanzati. Ci capita anche di andare a passeggiare e chiacchierare”.
Il limite tra complicità e conflitto è talmente labile e sottile che, come ci insegna la calamita di queste gemelle, diventa una questione di scelta, con cui imparare a misurarsi insieme giorno per giorno.
Come diceva Riccardo Cocciante è una questione di feeling…
E voi, sul vostro frigo, che calamita avete?

Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina facebook.

Claudio Imprudente

 

Lettere al direttore

Caro Claudio
ti scrivo per commentare l’articolo “Solo soggetti asessuati” e in particolare questa parte:
“La mia follia, è uno stato depressivo che tengo accuratamente nascosto agli altri. È una lotta perpetua per dimostrare loro che sono qui, e che ci sto bene. Così tutti i rapporti sono falsi, perché vita esteriore e vita interiore non corrispondono. […] Mi sforzo di nascondere tutto quello che potrebbe sconvolgere gli altri”. (Tratto da “Babette, handicappata cattiva” di E. Auerbacher, Edizioni Dehoniane, 1991, Bologna ).
Mi ritrovo molto in queste parole, non in particolare per quanto riguarda il rapporto con la sessualità, ma in generale nella vita di tutti i giorni. Mi succede spesso di sentirmi dire dalle persone che mi vogliono bene “Che brava che sei, io non ce la farei mai al posto tuo”. È un segno di affetto, di stima, ma palesa anche il fatto che forse non è così chiaro che non ho scelto io di stare male, anzi se potessi scegliere ne farei volentieri a meno, altro che brava! Oppure, parlando con chi fa volontariato a fianco di persone con disabilità, sento gli animatori o gli educatori dire quasi sempre che “loro (i disabili) sono più forti”, “loro sono più sensibili”, 2loro sono meglio degli altri” … e tutta una serie di “loro”. Anche qui, è molto bello che ci siano persone attente, che notano gli sforzi di una persona che cerca di affrontare le difficoltà, ma questo “loro” non esiste. Non tutti i disabili sono più forti degli altri, non tutti sono sempre sereni e affrontano le difficoltà con il sorriso. Come non è vero che tutti i gay sono sensibili o tutti i ciccioni sono allegri e generosi. Ci sono gay insensibili e ciccioni noiosi ed egoisti. E per fortuna.
Tutti abbiamo diritto a essere un po’ stronzi ogni tanto. Anche i disabili. E invece il mondo intero pretende che siano SEMPRE sorridenti, che scherzino SEMPRE volentieri sulla loro condizione, che non si lascino prendere MAI da un momento di sconforto. Anche chi sta male ha diritto di piangere, di sfogarsi, di essere di cattivo umore magari per una cavolata. Sembra quasi che dobbiamo giustificarci agli occhi del mondo se ogni tanto cadiamo… Sembra che dobbiamo giustificare la nostra stessa esistenza. Come se a noi fosse concesso di esserci solo a patto che dimostriamo di essere sempre meglio degli altri. È una fatica. Anche io soffro di depressione e nessuno lo sa, è un mostro che mi divora dentro senza che nessuno se ne accorga. Eppure anche quando mi sento morire sfoggio il mio splendido sorriso perché nessuno se ne accorga, perché a me (in quanto invalida, in quanto donna, in quanto giovane) non è concesso essere triste, mentre chi sta davvero bene, chi ha davvero tutto, non fa altro che lamentarsi, e senza nemmeno doversi giustificare per questo. Grazie per lo sfogo, è bello avere qualcuno che ti capisce.
Ti abbraccio forte. Elena

Cara Elena,
grazie mille per la bellissima lettera che mi hai scritto.
Anni fa, quasi all’inizio di un incontro in una classe superiore, una ragazza mi chiese se, a mio avviso, i disabili fossero destinati “direttamente” (questo il termine usato dall’interlocutrice) al Paradiso. Avevo in mente di parlare d’altro, in quell’occasione, ma ci soffermammo per tutto il tempo dell’incontro di formazione a discutere di questo argomento e, a cascata, di tanti altri correlati. Cercando, io, di smontare quest’immagine molto limitante (per quanto possa essere consolatorio anche per me pensare di non dover attraversare strade intermedie prima di raggiungere San Pietro…). Immagine consolatoria e limitante, spesso le due caratteristiche vanno a braccetto ed entrambe evidenziano una concezione di base che, come ho scritto spesso, risulta caratterizzata da semplificazione, pietismo e un bisogno, forse anche involontario o inconscio, di marcare una differenza tra un noi e un loro, un dentro e un fuori.
Quell’episodio mi è tornato in mente leggendo la tua lettera (di commento a uno scritto inserito all’interno di una bella monografia di “HP-Accaparlante”del 2001, dedicata alla sessualità delle persone disabili, Le passeggiate sono inutili, di Cristina Pesci e Donata Lenzi, N.d.R.).
Mi sembra che tu affronti un argomento simile rispetto a quello che avevo sviluppato confrontandomi con gli alunni di quella scuola superiore, da un punto di partenza diverso, ma giungendo a conclusioni affini ed egualmente demistificanti.
Forse già lo sai, ma il termine “persona” deriva etimologicamente dal greco pròsopon, “maschera”, quella utilizzata dagli attori teatrali, che serviva a dare all’attore le sembianze del personaggio che interpretava. Nel tempo, poi, ha assunto il significato e le sfumature che intendiamo oggi e che distinguono profondamente tra i due termini. Ecco, è come se invece alle persone disabili il termine “persona” venisse ancora attribuito nel significato originario, con un limite in più, ovvero che questa maschera deve avere sempre la stessa espressione, recitare sempre la stessa parte. Quello che voglio dire è semplicemente che, come tu scrivi in maniera così intensa, diretta e autoironica, se vogliamo confrontarci con delle vere persone disabili dobbiamo riconoscerne anche il “diritto a essere tristi”. E poi imperfette, inaffidabili, impreparate, volgari…
Così come Elena, anzi, prendendo spunto dalle sue parole, vi invito tutti a collaborare a questa opportuna azione di… smascheramento collettivo!
Caro Claudio,
volevo aggiungere un commento al tuo articolo “Io, disabile totale, valgo un bel po’ di PIL” (pubblicato sul quotidiano online “Vita.it”, N.d.R.). Anch’io trovo comodo e superficiale far finta di non sapere, come fanno in molti, politici per primi, che i disabili non sono solo un peso o siano solo una minoranza, e usare queste scuse per legittimare certi comportamenti. Un esempio concreto: le barriere architettoniche. Sembra che fare le rampe per accedere ai marciapiedi sia un favore che la società ogni tanto magnanimamente concede a chi è in sedia a rotelle. In realtà le rampe sono molto utili anche per chi è anziano e fa fatica a camminare, o alle mamme che devono spingere un passeggino, o ad esempio a me che giro molto per il centro in bicicletta e ogni volta devo sollevarla di peso per metterla sul marciapiede. Oppure i bagni a norma nei locali pubblici, quasi introvabili: i maniglioni servono ad appoggiarsi per esempio anche a chi si è rotto una gamba, o a una donna incinta con il pancione che ingombra; lo specchio inclinato (a nessuno viene in mente che anche una donna in carrozzina possa essere vanitosa?) è perfetto anche per chi è di bassa statura o per i bambini. Gli audiolibri sono perfetti non solo per chi è non vedente, ma anche per tenere compagnia a tutti gli automobilisti pendolari che si fanno ogni giorno ore e ore nel traffico. L’elenco potrebbe essere infinito. Tutte queste cose sono state, è vero, inizialmente create per chi ha un qualche tipo di disabilità, ma se questi accorgimenti venissero sistematicamente adottati renderebbero più semplice la vita di tanti (prima o poi tutti, speriamo, diventiamo anziani e quindi meno agili). Anche se alla politica non interessa la ricchezza umana che un diversamente abile (come chiunque altro) può offrire, e vuole guardare solo al mero interesse, anche questo sarebbe sufficiente a giustificare scelte diverse in favore di chi convive con la disabilità, ma soprattutto iniziare a pensare che non sono i diversamente abili a dover essere grati al resto della società, ma il contrario.
Elena
Cara Elena,
sei sempre tu… Credo che dovrò proporti un rapporto di collaborazione professionale formale, dal momento che mi sei così d’aiuto…
Diciamo che queste tue due lettere mi hanno dato la possibilità di impostare la rubrica in maniera leggermente diversa, perché solitamente si tratta di rispondere ad alcuni “dubbi”, domande, incertezze… delle persone che mi scrivono e, così facendo, di affrontare argomenti che possano essere d’utilità e interesse più generale. Le tue invece posso utilizzarle come “risposte” a domande espresse tacitamente, nel senso che non sono state espresse in modo esplicito, ma sicuramente vagano nell’etere.
Quando si parla di deficit, diritti esigibili, diverse abilità, doveri, leggi, servizi, ecc., insomma, di tutto quello che può riguardare i vari aspetti della vita di una persona disabile (che non è un uomo a due dimensioni, ma vive in 3D come tutti gli altri) il rischio è quello di svolgere discorsi e riflessioni un po’ vaghi, alle quali sembra mancare un attaccamento concreto e tangibile con la realtà dei fatti. Soprattutto per chi non ha la possibilità di frequentare questo mondo con una certa regolarità, questa può essere l’impressione, almeno quella immediata. È un problema effettivo, ma ancor più grave nel momento in cui non consente di presentare alle persone normodotate delle evidenze incontestabili e, queste sì, di una concretezza pienamente condivisibile. Un problema di comunicazione che inevitabilmente si traduce in un difetto d’azione. La tua lettera, invece, ha il dono di quella concretezza e chiarezza che abbiamo descritto come mancanti in molti discorsi sui/dei disabili. Non sono tra quelli che ritengono che tutto andrebbe di necessità reso accessibile nel pieno e stretto senso del termine, o, almeno, credo che il termine accessibilità contenga al suo interno tante sfumature, tutte più o meno valide a seconda dei contesti (tra queste potremmo inserire, ad esempio, la premura e la disponibilità del gestore di un ristorante che magari ha un gradino prima della porta d’ingresso, ma sa come fartelo superare). Ma questo non significa rinunciare a perseguire un’accessibilità “universale”, in particolar modo se quello che viene pensato per una minoranza si dimostra così utile e “migliore” per tutti. Un ribaltamento davvero positivo e un allargamento di prospettiva esiziale.
Elena, di nuovo, grazie ancora. Un abbraccio,
Claudio Imprudente

Lettere al direttore

Salve signor Claudio,
le scrivo dalla Calabria. Ho 37 anni e sono affetto da amiotrofia muscolare spinale II.
Sono tetraplegico.
Abito in un piccolo comune e mi conoscono, ammirano, compatiscono e vogliono bene, tutti.
Sto chiedendo da tempo all’amministrazione comunale un lavoro e finalmente “pare” che ci sia in progetto l’apertura di uno sportello per affrontare il problema del disagio giovanile.
Si sono presentate a casa due signore (una che lavora a contatto con le carceri minorili, l’altra un’assistente sociale) e vorrebbero usare la mia situazione come esempio da dare ai ragazzi. Vorrebbero fare un vero e proprio servizio giornalistico su di me.
Secondo lei è giusto?
Vorrei un consiglio su cosa fare.
Grazie.
Spero diventeremo amici.
Romano

Caro Romano,
intanto grazie per avermi scritto. Mi ha fatto molto piacere.
Allora, vengo subito al dunque: credo che tu debba cogliere questa opportunità e, cogliendola, dare ad altre persone l’occasione per avvicinarsi a un mondo che probabilmente conoscono poco o male. Capisco o immagino i tuoi dubbi: non si tratterà di fare di me una sorta di esempio, guida, di oggetto-spettacolo e, in quanto tale, male interpretato, compatito, ecc. ecc.? Questo rischio c’è sempre, e lo vivo spesso direttamente, tenendo continuamente incontri, lezioni, interviste. Ma il gioco vale la candela, se gestito e giocato con intelligenza e, non lo nego, furbizia, da parte tua. Credo che tu debba valutare che senso le persone che vogliono coinvolgerti intendono dare al servizio, se è quello di interrogare gli altri su delle questioni o puntare “solo” al cuore, ossia a una cosa dal respiro breve. Dimmi se queste poche parole ti sono d’aiuto. Aspetto una tua risposta per continuare il confronto su una cosa che, lo capisco, solleva dei dubbi da parte tua e non è affatto innocente né semplice.
Grazie ancora e buon tutto.
Un caro saluto. Claudio
Caro Claudio,
grazie e te per avermi risposto. Spero tanto che inizi tra noi un lungo e proficuo scambio di impressioni.
Io ho per natura ho un carattere timido ed estroverso. Ma questo, col tempo, ho cercato, e cerco sempre, di “combatterlo”… Forse proprio in forza dell’essere “diversabile”. Cioè, provo a spiegarmi: forse l’essere disabile mi ha condizionato portandomi ad accentuare la timidezza. Poi, per una sorta di orgoglio o di contrasto, per qualche tempo vedevo il dover espormi come un modo per dimostrare e dimostrarmi che non mi facevo condizionare dal mio handicap.
Adesso, ti confido, non mi interessa più. Non vorrei sempre dover combattere per “dimostrare che”. Accettare serenamente il mio handicap vuol dire vivere serenamente il mio essere un diversabile. Non un genio, né un fenomeno da circo che si sente addosso o la curiosità o la compassione degli altri…
Vorrei precisarti meglio la questione di cui ti parlavo nella e-mail precedente, così da darti un quadro più chiaro. Io credo che in loro (nelle persone che mi hanno proposto la cosa) ci sia della buona volontà di usare la mia storia per far capire a chi ha 15 anni, magari circondato di ogni bene e che è insoddisfatto, come il mio vivere possa dare qualche insegnamento.
La tua riflessione, le tue parole, il tuo consiglio mi sono utilissimi.
Però vorrei precisare che: non ritengo di esser nulla di “speciale”, sono uno come tanti, ho pregi e difetti, vizi e virtù, ho i miei giorni di nervosismo e di serenità, i miei hobby e le mie passioni come quelli di tanti. Tutto qui… non so cosa se ne possa tirar fuori.
Poi, caro Claudio, mi preme pure sottolineare un altro punto. Io voglio un lavoro! Non voglio solo esser presentato agli altri, ma mi serve un posto. So usare il computer e spero che questo progetto sia basato su quello, dare lavoro.
Per 7 estati (2 mesi all’anno) sono stato inserito in un progetto per il quale ho fatto lavoretti col pc. Poi l’estate scorsa non vi sono stato inserito, nonostante un’assicurazione circa l’esserne parte.
Beh, intanto ti ringrazio e ti terrò informato.
Grazie e a presto.
Romano
Ciao Claudio.
Ho letto il “tuo” libro: Lettere imprudenti sulla diversità. Conversazioni con i lettori del Messaggero di Sant’Antonio (Effatà Editrice, 2009).
Farti i complimenti è scontato; avrai avuto riscontri molto abbondanti e più qualificati dei miei.
Che i tuoi articoli fossero “OK!” lo sapevo; mi ha però sorpreso però un altro fatto.
Ho scritto “tuo” tra virgolette non a caso. Senza offesa (anzi… è una considerazione positiva), il libro non mi sembra tanto tuo, ma degli “altri” che ti hanno risposto.
Mi ha impressionato come le tue considerazioni, che vertono fondamentalmente sulla diversabilità, abbiano scaturito un ventaglio di contesti umani estremamente diversificato, con uno spessore emotivo ed esistenziale, molto vario.
Immaginando di togliere i tuoi articoli dal libro, mi restava un caleidoscopio affascinante che potrebbe far nascere una rete di “storie” imprevedibile.
Il tutto avendo come leva causale comune la diversabilità; fattore che è considerato (come sai bene) minoritario, marginale.
Ogni lettera da te ricevuta apriva un mondo denso di “vita”, di storie incarnate, di emozioni magari sopite, o esplosive nella loro calda realtà (lieta o drammatica).
Una tua osservazione, a volte su un fenomeno banale, apriva un orizzonte ricolmo di “umanità” spesso repressa (magari anche sconosciuta a chi la riusciva a esprimere), che, comunque, comunicava (sic!) la dignità e il valore di ogni vita esistente.
Queste sono le mie impressioni “a caldo” dopo la lettura del libro. Ma ci rifletterò e ti riscriverò.
Ciao.
Silvio (Vallini)

Un fioretto di ragazza, Superabile, Agosto 2012

Arriva sempre un periodo dell’anno dove hanno davvero ragione i Righeira, ovvero quando l’estate sta finendo. Le Paralimpiadi invece stanno iniziando. Diverse volte in questi mesi ho parlato di sport, perché lo ritengo uno strumento importante, se utilizzato correttamente, per avviare un processo di integrazione. Quasi un mese fa dicevo la mia su Oscar Pistorius e la sua sfida, comunque vinta, nella pista dello stadio Olimpico di Londra.

Oggi resto affascinato da un’altra atleta, una ragazza che le sue sfide le sta già vincendo e di cui sentiremo spesso parlare. Sto parlando di Beatrice Vio, Bebe per gli amici, che è stata scelta come tedofora italiana per l’inaugurazione dei giochi paralimpici che partiranno il 29 agosto. La sua storia è vincente di per sé. Bebe ha solo quindici anni, è una schermitrice e non solo. È la prima atleta al mondo che tira di scherma con quattro protesi. Ad undici anni una meningite l’ha costretta ad un ricovero ospedaliero e alla conseguente amputazione delle gambe. Appena fuori dall’ospedale si è ripresa la sua vita con tenacia e con la voglia di rimettersi in gioco, tanto che dopo pochi giorni era di nuovo in pedana a tirare stoccate. Solo che in carrozzina e con delle protesi. Solo per motivi anagrafici non parteciperà alle prossime paralimpiadi londinesi, ma siamo certi che a Rio de Janeiro, nel 2016, la vedremo già sul podio! A sostenerla per il ruolo di tedofora a Londra, si è mosso anche il Parlamento Europeo: centotredici deputati di tutti i ventisette paesi membri si sono schierati dalla sua parte.

Adoro Beatrice perché è l’esempio concreto di tanti temi di cui amo scrivere: dalla voglia di trasformare la sfiga in sfida alla forza integrante presente nello sport, dal superamento delle difficoltà all’importanza della famiglia, dalla cura del proprio corpo fino all’esigenza di non darsi mai per vinti, a costo di sporcarsi le mani e di non riuscire. In una società dove spesso il primo ostacolo viene considerato un limite insormontabile, l’esempio portato da questa ragazzina è rilevante e va raccontato. Perché il limite fa sempre parte della condizione umana.

Bebe è attiva anche nella sensibilizzazione di ragazzi disabili tramite l’associazione art4sport Onlus, fondata dai suoi genitori, che utilizza lo sport come terapia per il recupero fisico e psicologico dei bambini e dei ragazzi portatori di protesi di arto. Mentre le auguriamo di darci grosse soddisfazioni negli anni a venire, a partire dalle paralimpiadi brasiliane, ci gustiamo le sue interviste che testimoniano anche le qualità umane di Beatrice.

Intanto, cari lettori, godiamoci gli ultimi giorni di questa estate… Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina facebook. (Claudio Imprudente)

Un tuffo dove l’acqua è più blu, Superabile, Agosto 2012

"Getta le tue reti/buona pesca ci sarà/ e canta le tue canzoni/ che burrasca calmerà"… Così cantava Pierangelo Bertoli e così ho pensato mentre leggevo un articolo del mio amico Claudio Arrigoni, di recente apparso sul blog del Corriere della Sera Gli invisibili. Gli Italiani, si sa, sono un popolo di poeti e di navigatori, sempre capaci di ingegnarsi e di tirar fuori la loro creatività anche di fronte agli imprevisti e al mare mosso. È proprio quello che sono riusciti a fare sulle meravigliose spiagge della Sicilia la giovane Daniela Rullo e il signor Aurelio, ex pescatore di Salina nelle isole Eolie. Da anni conviventi con la sclerosi multipla i due erano purtroppo costretti a vedere il loro amato mare da lontano, a causa più che della malattia dell’inaccessibilità dei lidi limitrofi.

Come fare a tornare a fare castelli di sabbia, piste, giocare a beach volley e spaparanzarsi al sole? E, soprattutto, come dare a tutti la possibilità di lasciare sotto l’ombrellone la carrozzina e di tuffarsi in mare? Se una cosa non c’è, si sono risposti Daniela e Aurelio, bisogna inventarsela. Così a Milazzo nel 2007 è nata La Fenice, un lido accogliente e accessibile e un’associazione, composta ormai da più di trecento soci, condotta e animata anche da persone con disabilità. Qui non solo è possibile farsi un tuffo dove l’acqua è più blu ma anche guardare il tramonto in compagnia durante le selezioni del Grande Fratello e sorseggiarsi in pieno relax un bel cuba libre con cubetti di ghiaccio… A La Fenice, insomma, non ci si annoia mai e c’è sempre un grande via e vai…Daniela e Aurelio hanno dato vita così, con molta leggerezza, a uno dei principi a me più cari: una location accogliente e accessibile vale per tutti.

Altri lidi sono sorti di recente sull’onda di Daniela e Aurelio, come quello di Giulianova, in Abruzzo e speriamo davvero che presto li seguano in tanti. Scovare soluzioni creative e inaspettate per consentire a tutti una degna abbronzatura è infatti per la maggior parte delle spiagge del Bel Paese ancora a discrezione dei singoli lidi… L’esperienza de La Fenice ci indica però un cambiamento importante: il disabile passa da inciampo e spesa a cliente, con tutto l’indotto che ne deriva. Anche questa, una piccola rivoluzione. Daniela e Aurelio, da bravi poeti, che come ci dice l’etimo della parola sono le "persone che fanno", hanno davvero messo in pratica il mito egizio de La Fenice cantato da Ovidio, Dante e Borges, sono risorti cioè dalle loro ceneri e le hanno trasformate in morbida sabbia. A furia di parlare di mare e di spiagge però ora mi è venuta proprio voglia di andare a farmi un bel tuffo… là, dove l’acqua è più blu… che ne dite? E voi che lidi frequentate? Accessibili o irti di scogli? Scrivetelo a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina facebook.

Claudio Imprudente

Il diavolo del mare, Superabile, Agosto 2012

E lo chiamavano il "Pistorius degli abissi", poi lo chiamavano "il subacqueo disabile più resistente al mondo", per gli amici era e resta "il diavolo del mare"…ma lui è semplicemente Paolo De Vizzi, trentottenne tarantino, immobilizzato alle gambe dall’età di ventidue anni, che ha sfidato le leggi della fisica immergendosi per venti ore a nove metri di profondità.

Se fuori dall’acqua per una persona con disabilità anche leggere un libro a fumetti, fare fotografie o bersi un caffè in compagnia può risultare difficile, in mare ogni cosa, racconta il nostro subacqueo, è possibile, come rendersi conto che lì sotto, in un luogo apparentemente lontano ed ostile, in realtà non ci sono barriere ma solo mondi da scoprire. Sì, proprio laggiù, in fondo al mar. In acqua, insomma, siamo tutti sullo stesso piano perché, prima di tutto, più liberi.

Ho letto questa notizia su La Gazzetta del Mezzogiorno e l’ho trovata subito molto curiosa, non tanto per il fatto in sé ma per lo spirito con cui Paolo ogni giorno abita e ci racconta del mare.

La vita di un disabile, talvolta, può diventare quella di un pesce fuor d’acqua, privo di spazio e della giusta dose d’ossigeno. Negli abissi invece, ci ricorda l’impresa del nostro "diavolo", i limiti diventano altri come la forza di volontà e la determinazione nell’affrontare sfide prevedibili o inaspettate.

È un vecchio discorso…bisogna modificare il contesto-ambiente per diminuire l’handicap. Un discorso che vale per tutti, dalle Alpi al profondo degli Oceani.

Chissà, caro Lucio Dalla, se quando avevi scritto Com’è profondo il mare, avevi pensato a uno come Paolo….E voi, avete mai avuto il coraggio di immergervi in un mondo senza barriere? Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina facebook. (Claudio Imprudente)

Lettere al direttore

Ciao! Ti leggo sempre, quindi mi sembra di conoscerti, spero non ti dispiaccia se ti do del tu (non mi sembri un tipo che si formalizza). Ti scrivo per chiederti un’opinione su un tema che mi sta molto a cuore. Ho fatto la visita per l’invalidità civile e risulto parzialmente invalida al lavoro. IN-VALIDO cioè non valido.
Invece io sono validissima! È vero, ho qualche difficoltà, ma faccio il mio lavoro molto bene, molto meglio dei cosiddetti “normodotati”. Non trovo giusto essere definita così. Non mi piacciono nemmeno altri termini come “disabile” (= non abile). Conosco una giovane mamma con la sclerosi multipla, non è meno abile, è abilissima a crescere suo figlio e lottare con la malattia. Anche portatore di handicap lo trovo inappropriato, per fortuna io sto abbastanza bene ma facendo terapie ho avuto il privilegio di conoscere persone che apparentemente avevano dei limiti fisici davvero gravi ma che non si fermavano di fronte a niente, mentre conosco tantissime persone che fisicamente stanno bene, ma si costruiscono da soli una serie di barriere nella loro mente, creandosi problemi inesistenti e rimanendo imprigionati nelle loro vedute ristrette, nei loro angusti schemi mentali.
Quante persone si rovinano la vita perché si sentono vittime di ingiustizie che sono solo immaginarie (quante liti tra colleghi o tra vicini di casa!), o invidiando chi secondo loro ha più soldi, più successo, vestiti più belli, e quindi non fanno niente se non per un tornaconto personale. Ora va di moda anche il termine “diversamente abile”, ma siamo come dicevo prima, siamo abili allo stesso modo, e poi la parola “diverso” sta assumendo sempre di più una connotazione negativa, con associazioni mentali pericolose (ad esempio straniero=criminale, anziano=inutile, ecc.), infatti anche chi è definito “diversamente abile” è ritenuto inferiore. Siamo tutti diversi gli uni dagli altri, non capisco perché debbano esserci delle parole per distinguerci.
D’altra parte mi rendo conto che almeno per la burocrazia servano delle parole per definire alcune categorie, ma mi chiedo: se quelle esistenti sono scorrette non possiamo inventarne una nuova, più appropriata e meno degradante di quelle esistenti? Se inventano un nuovo telefonino, o creano un nuovo paio di scarpe, subito si inventa un nome favoloso per quello che è solo un oggetto. Le persone non valgono più di un telefonino? Non sono l’unica a pensarla così, infatti in questi giorni è in atto una lodevole iniziativa da parte di alcuni gruppi di giornalisti che chiedono l’abolizione di parole discriminanti come “clandestino”. Tu sei molto conosciuto e stimato, mi farebbe piacere se ti rendessi portavoce di chi chiede solo di dare il giusto peso alle parole, nella speranza che sia il primo passo per abbattere tante barriere.
xxx

Cara xxx,
grazie per la lettera. No, non mi formalizzo e accetto volentieri il tuo “tu” amicale.
Come puoi immaginare sono pienamente d’accordo con quello che dici, e sono (da sempre) l’ultimo a trascurare l’importanza delle parole (anche perché di quelle il mio lavoro vive). Poco fa, in relazione a un fatto televisivo, all’interno di un ragionamento più ampio, ho scritto: “Ora, non voglio insistere troppo su questioni nominali, ma credo sia pacifico che la televisione abbia un enorme potere di influenzare e, cosa forse peggiore, che non dia la possibilità di una risposta esterna immediata; lo spettatore è per certi versi passivo di fronte al flusso di immagini e suoni. […] Credo sia quasi scontato che un programma così pensato e realizzato come il Grande Fratello punti molto, per la sua stessa sopravvivenza, a creare situazioni esasperate (non solo nel senso del litigio), in cui l’insulto è uno degli strumenti privilegiati di relazione e confronto ed è garanzia del mantenimento di tempi, diciamo così, televisivi. È il programma che lo richiede e, indubbiamente, è anche il pubblico a casa ad aspettarselo. Pubblico che, in larga parte, è un pubblico giovanile, per cui più sensibile al tipo di educazione che il mezzo televisivo può veicolare. Ecco che la parola, le espressioni assumono una portata diversa, perché è il contesto stesso a determinare in parte il loro peso. Le parole non sono svincolate dall’esperienza, non hanno quasi mai un significato ‘in sé’. Né lo stesso potere, se pronunciate in situazioni diverse. Ecco, quindi, che la televisione ha, o dovrebbe avere, una percezione più fine delle sue responsabilità. […] L’utilizzo apparentemente innocuo di alcuni termini si rivela per quello che è (una scelta del senso che si vuole comunicare) e descrive in modo vivido la società che ne fa uso”. L’utilizzo di un termine piuttosto che un altro sottintende sempre o contribuisce a formare e rafforzare un (il) pensiero. È un meccanismo reale, effettivo e per questo potenzialmente rischioso.
Ho affrontato spesso l’argomento, vedrai che mi capiterà di scriverne ancora, e poi ancora, e poi ancora… Termino con alcune parole scritte da una collega che affronta la questione in modo anche ironico. Non è proprio aderente a quello che scrivi tu, ma credo che ne condividerai i principi e le ragioni: “Spesso, non si può negarlo, l’espressione diversamente abile funziona, e alle persone che non si trovano a contatto con la disabilità, o a volte anche alle stesse famiglie di persone disabili, apre un mondo fatto di possibilità anziché di negazioni. A volte, però, si tratta di una mera espressione di facciata. È politically correct, anzi è di moda, è trendy. E, nello stesso tempo, è vuota di significati, oppure, ancora peggio, resta ancorata alla cultura del passato, perché indica una persona con deficit, ma non sempre modifica gli aggettivi legati a quella persona. E quindi capita che chi usa ‘diversamente abile’ continui a guardare le persone disabili come dei marziani, provi disgusto vedendole imboccare da altri, non sappia come relazionarsi a loro, se non con un dislivello asimmetrico. […] Allora preferisco chi usa ancora ‘handicappato’, ma lo fa in modo genuino, ruspante, senza ambiguità e sedimenti culturali, solo per indicare una situazione di diversità e che poi accetta la disabilità nella sua concretezza. […] Preferisco ‘handicappato’ se non si porta dietro nulla, piuttosto che ‘diversamente abile’ se questa espressione fa pensare ancora ‘poverino’. Quanto vorrei che non ci fosse bisogno di termini più ‘giusti’ per cambiare la mentalità comune; sarebbe bello cambiarla anche stando sui termini sgradevoli”.
Ciao Claudio,
mi chiamo Claudia e sono un’insegnante di lettere della scuola media xxx. Ho avuto l’immenso piacere di essere presente venerdì scorso al tuo intervento e ti posso dire che mi sono sentita proprio bene: sono tornata a casa molto più leggera e ho cominciato a pensare a “che bel mondo ho visto finora”!
Nella mia classe terza ho il piacere di avere un alunno portatore di handicap, L.: è un ragazzino speciale che ha avuto la fortuna di essere inserito fra ragazzi che lo amano e lo rispettano come individuo unico e irripetibile.
L. però sta crescendo e sente dentro di lui le pulsioni di un preadolescente che manifesta apertamente.
Anche questi atteggiamenti sono compresi dai compagni che hanno imparato ad accettarli. E allora dove sta il problema? La mamma di L. vorrebbe che i compagni lo portassero con loro fuori a mangiare una pizza, al cinema, o a fare una passeggiata ma i ragazzini sono pur sempre preadolescenti e faticano a rendere partecipe L. di questi momenti.
Come si fa quindi a trovare il giusto equilibrio? Come posso aiutare questo mio alunno a crescere bene come gli altri?
Come posso aiutare questa madre che cerca l’accettazione incondizionata, come tutti gli altri genitori, di un figlio?
Ti ringrazio tanto per qualsiasi consiglio tu possa darmi e spero di risentirti presto.
Ciao Claudia
 
Cara Claudia,
grazie per avermi scritto e per essere venuta a San Giovanni.
Come saprai, la “richiesta consigli” è sempre un’operazione rischiosa, soprattutto per chi è chiamato a darne…
Il rischio più ovvio è la banalità del consiglio stesso, quello meno innocente la sua totale inefficacia.
Quando si esce dall’ambito scolastico, all’interno del quale magari i rapporti tra alunni funzionano benissimo, scatta spesso un “meccanismo di vergogna” da parte delle persone normodotate, in particolare se si tratta di ragazzi di quell’età (non solo, anzi, ma credo che con i ragazzi questo aspetto possa emergere in modo più evidente). Insomma, la scuola è un ambiente più protetto, per il ragazzo disabile e anche per i suoi compagni.
L’imbarazzo da parte di chi “porta fuori” la persona disabile cresce ancor di più se pensiamo che quelli sono anche gli anni in cui cominciano o si cercano approcci affettivi importanti: la presenza di una persona disabile non contribuisce a rendere l’accompagnatore molto “attraente”. Spesso subentra anche un po’ di disagio verso la persona disabile stessa, per la quale si immagina una vita affettiva e sessuale più complicata e incompleta. E allora si cerca di evitare di metterlo in situazioni (di vita) che presumiamo non abbia la capacità di gestire o con le quali pensiamo non potrà mai confrontarsi. Insomma, contano le idee che uno ha in testa e contano ancor di più quelle che gli altri (normodotati) hanno o che noi presumiamo che abbiano; e contano, ancora, le ipotesi, le immagini che abbiamo della persona con disabilità. Forzare la mano credo sia controproducente, più sensato, forse, è affrontare la questione all’interno della classe, senza vergogne e senza infingimenti. Del resto è l’unica occasione e l’unico ambiente in cui le persone potenzialmente coinvolte in questi “meccanismi” sono compresenti e hanno la possibilità di esprimersi, criticarsi, ecc. in presenza di persone coscienti e consapevoli (come te).
Non lascerei gestire o affrontare la cosa alla sola famiglia: il rischio? Che la soluzione sia, come spesso, capita, il gruppo parrocchiale (senza offesa, spero tu capisca cosa intendo)… se va bene.
Lette queste parole (incerte e parziali e me ne scuso), scrivimi, cerchiamo di continuare il nostro dialogo.
Attendo tue nuove.
Un caro saluto.

Il mojito della disabilità, Superabile, Agosto 2012

Ma lo sapevate che dentro il cocktail dell’estate, l’esotico e fresco mojito, c’è anche dell’angostura? Sapete cos’è l’angostura? Un amaro concentrato, un estratto di corteccia dal sapore fortissimo, talmente acre da essere sgradevole all’olfatto E persino un po’ nauseante. Proprio per questo va utilizzato con il contagocce, a piccole dosi. Ho fatto questa scoperta alcune sere fa, mentre all’ora dell’aperitivo vedevo un mio amico barman intento nella preparazione di questo cocktail estivo. Triturava il ghiaccio, sminuzzava la menta, mescolava lo zucchero di canna, spremeva del lime… e alla fine eccolo con questa piccola e strana boccetta in mano che ha scatenato la mia curiosità. Una, due, tre gocce ed ecco il mojito servito! Appena l’ho annusato e sorseggiato ho sentito l’angostura… Effettivamente una sensazione nauseante anche se quel drink cubano era tanto buono quanto rinfrescante.

Mentre lo gustavo la mia mente ha cominciato a fantasticare e ho iniziato a pensare a questo cocktail come metafora dell’integrazione o forse, più in generale, della vita. L’angostura da sola, come già detto, è assolutamente disgustosa, eppure, se mischiata agli altri ingredienti rende più squisito il prodotto finale. Per questo ho pensato di paragonarla alla disabilità, una realtà amara, alcune volte perfino maleodorante e nauseante al primo impatto, se lasciata da sola, se abbandonata a se stessa.

Dunque, mischiamo alcune gocce di disabilità/angostura con un po’ di freschezza creativa/menta , un po’ di fiducia/lime e due cucchiaini di dolce ironia/zucchero di canna. Aggiungere ghiaccio tritato/stima reciproca. Ecco creato un mojito/contesto fresco, rinfrescante e con effetto inebriante! La bravura del barman/educatore è dunque quella di saper dosare bene tutti gli ingredienti/qualità a disposizione, di mescolarli con giudizio fino ad arrivare ad incantare ed affascinare, durante la preparazione di questo mix di elementi/ingredienti, tutti i clienti di passaggio di questo bar/società.

Mentre finivo il mio cocktail ho pensato all’happy hour di Ligabue… "E la vita che non spendi che interessi avrà?". Bella domanda… quasi quasi ne bevo un altro! E voi quali ingredienti pensate di miscelare nel vostro cocktail preferito in questa lunga e calda estate? Bevete alla mia salute e scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina facebook. (Claudio Imprudente)

Lettere al direttore

Buongiorno sig. Claudio, mi chiamo Marina e sono la mamma di una stupenda creatura di nome Lorenzo. Lorenzo oggi ha nove anni ed è bordeline ovvero con un QI di 78 e gli è stato diagnosticato un disturbo lieve di apprendimento.
Non sto a descriverle tutto il nostro difficoltoso  cammino soprattutto con l’inizio della scuola elementare. Lorenzo è dislessico disortografico, disculico, insomma con delle difficoltà e da parte della scuola non c’è stato dato nessun aiuto. Lorenzo doveva arrangiarsi, ma come poteva da solo? Per fortuna abbiamo avuto vicino una logopedista stupenda che ci ha sempre aiutati. A metà anno, prima la decisione di cambiare scuola con notevole miglioramento da parte del bambino, poi la decisione dell’insegnante di sostegno per dare la possibilità a Lorenzo di essere come gli altri. Lorenzo ha avuto l’insegnante di sostegno soprattutto per mia volontà, li avevo contro tutti. Anche gli specialisti mi dicevano Lorenzo non è handicap e devi certificarlo come tale se avere delle difficoltà vuol dire avere handicap. Va bene dicevo io. Lorenzo desiderava avere vicino un insegnante che gli desse gli strumenti necessari per imparare e alla domanda “Ti piacerebbe avere un insegnante tutta per te?”,  la risposta è stata affermativa. Lorenzo sta finendo la terza elementare con l’insegnante di sostegno vicino, i progressi sono notevoli e Lorenzo è sereno che è la cosa principale. Da poco sono socia AID e durante una riunione mi dicevano che sono contrari alla certificazione per l’insegnante di sostegno, perché i bambini con difficoltà di apprendimento non sono handicap. Però il proprio figlio prende l’assegno di frequenza ovvero di invalidità. Allora io mi chiedo invalidi sì handicap no. Le chiedo ma la parola handicap perché fa ancora così paura? Mio figlio ha difficoltà e se ne rende perfettamente conto con tutti i problemi che ne derivano, ma ha vicino delle insegnanti disponibili a capire le difficoltà e a far capire agli altri bambini che aver difficoltà non vuol dire essere diversi. Lorenzo pian piano prende sempre più sicurezza e cerca sempre di dare il massimo. Mi sarebbe piaciuto avere un suo parere, ci tengo davvero tanto, mi scuso se mi sono dilungata un po’ troppo. Grazie della sua attenzione. Una mamma

Cara Marina,
intanto grazie per la bella lettera.
Alla quale non è facile rispondere. Credo che il punto, come mi pare lei abbia fatto, sia capire quale sia il bene per Lorenzo e come preparare al meglio il terreno per il suo futuro.
Mi spiego meglio: se il bene di Lorenzo è avere un insegnante di sostegno per la quale occorre una certificazione, benvenga la certificazione, sapendo però che poi questa resta come un “bollino” attaccato a Lorenzo. E poi, magari in un futuro anche prossimo, si dovrà affrontare quel che avere questo bollino comporterà per Lorenzo stesso e per le persone che ha attorno. Io non conosco bene la situazione, e credo che tu abbia una capacità di discernere maggiore di chiunque altro rispetto alle effettive priorità per lui.
Sì, in un certo senso l’handicap e la disabilità ancora fanno paura, nel senso che non è scontata una risposta “positiva” di fronte al “bollino” di Lorenzo. Né ora, né in seguito…
Mi scusi se le dico cose forse scontate, ma in un certo senso il conflitto è tra il bene attuale di Lorenzo (che a quanto capisco è legato anche alla presenza di un insegnante di sostegno ed è una cosa concreta con la quale confrontarsi) e il suo bene futuro (che è un territorio dai contorni indefinibili, soprattutto riguardo alla risposta della società al suo “bollino”).
Le chiedo solo una cosa, di rispondere a questa mia lettera.
La ringrazio ancora.

Caro sig. Claudio,
mi ha fatto molto piacere ricevere la sua risposta. Leggendola mi si sono accese numerose lampadine e di cose da dire e su cui discutere ce ne sarebbero davvero tante. Ma mi premeva dirle, anche se sembrerà scontato, che indipendentemente dall’insegnante di sostegno, basta andare controcorrente per avere un bollino, purtroppo questo l’ho messo in conto e ne sono ben consapevole. Del resto questo è il mondo dei perfetti e quando qualcuno ha delle difficoltà, è inutile negarlo, si cerca di metterlo da parte. Lorenzo è un bambino sensibile, questo lo ha già capito, e delle volte la derisione da parte degli altri bambini lo ha ferito. Io dico sempre a Lorenzo che nessuno è perfetto, c’è chi riesce meglio in una cosa e chi in un’altra, tutti meritano rispetto, l’importante è impegnarsi al massimo per quello che si può. Lo so che il cammino che ci aspetta è ancora arduo e non nego che un po’ mi spaventa, soprattutto per quello che dovrà ancora affrontare Lori. Lorenzo ancora non sa di essere un bambino speciale, non avrà un QI di 110, ma possiede un’intelligenza del cuore che pochi hanno e sa di non essere solo e di avere al suo fianco due genitori che non sopportano le ingiustizie e che si batteranno insieme, sempre, per quello che è giusto per la sua serenità, quella che tutti i bambini meritano di avere. Ora la saluto sperando di non averla annoiata e chissà magari un giorno sentirà ancora parlare di me, sono molto battagliera: sa, l’amore che un genitore prova per il proprio figlio è immenso. Tanti saluti Marina.

Caro Claudio,
mi chiamo Donatella e sono una ragazza di 26 anni, disabile motoria.
Ti scrivo spinta dalla lettura della tua rubrica SuperAbile del 17 ottobre. Sono d’accordo con te; anche se forse, nei confronti della Chiesa, sono un po’ più dura. Sarà dovuto al fatto che ormai me ne sono allontanata da tempo, proprio per questo suo modo di porsi nei nostri confronti.

Strano (o forse no) questo, da parte mia, cresciuta con 13 anni di scuola cattolica. Una scuola poi, che mi ha sempre stimolato non lasciandomi chiusa nello stereotipo “poverina, ha dei problemi, non chiediamole troppo”. Ma l’atteggiamento dominante della Chiesa, con quel suo quasi “venerarci” perché attraverso le nostre sofferenze siamo più vicino a Cristo o con quel suo quasi “invidiarci” perché noi abbiamo una “croce” da portare e loro no, mi innervosisce molto. Magari mi sbaglio, ma io ho sempre provato questo.
Che poi, ritengo di essere fortunata; non penso di avere una croce così pesante, ci sono padri di famiglia che perdono il lavoro, bambini che muoiono di fame. Come faccio a non reputarmi fortunata, davanti a queste realtà? Ma sono anche fortunata perché attraverso questa mia disabilità ho fatto esperienze e conosciuto persone fantastiche, che altrimenti non avrei conosciuto; e soprattutto, non sarei stata io, sarei stata un’altra Donatella, e siccome sono felice di ciò che sono, sono contenta.
Sì, forse la Chiesa ha contribuito a disegnare su di noi certi stereotipi; come quando la gente rimane stupita e mi tratta come una super donna perché mi sono laureata in Economia. Ma perché? Quanti laureati di Economia ci sono all’anno? Io sono come tutti quei laureati, sono come tutti e come tutti ho i miei problemi che richiedono un certo aiuto; ma anche una ragazza madre può avere bisogno di aiuto, o l’amico accanto a noi che ha un dubbio che lo cruccia. Non ho niente di speciale rispetto a tutti gli altri.
So che la Chiesa è composta da tanti credenti e ci sono anche quelli che sanno capirci, ma alcune affermazioni fatte ad alto livello, e non solo, mi hanno allontanato. Anche se porto sempre, nel cuore, le parole di Gesù.
Ho scritto seguendo il cuore, spero si capisca; quando si è tanto coinvolti da ciò che si scrive, a volte si dimentica un po’ di sano distacco.
Grazie per aver proposto questo tema nella tua rubrica.
Un saluto.
Donatella Nenci

Qualche tempo fa scrissi un articolo sul rapporto tra Chiesa e disabilità. Pur riconoscendo che la Chiesa ha fatto la storia dell’assistenza rivolta alle persone disabili, contribuendo, in questo modo, a riconoscere loro un diritto fondamentale, che ne precede, direi logicamente, altri, ovvero il diritto all’esistenza; e pur sottolineando che i primi istituti che accoglievano persone con disabilità erano pressoché tutti cattolici, facevo notare un certo ritardo delle istituzioni cattoliche (e anche di parte dei credenti) ad aprirsi a una visione più completa e meno riduttiva della persona disabile.
Riassumendo, la Chiesa ha fatto difficoltà a immaginare la persona disabile come partecipe di diritti e soprattutto di doveri, come artefice della sua esistenza unica, come soggetto attivo. Ovvero, come credente pieno (si tendeva e si tende, ad esempio, a pensare che i Sacramenti non siano strettamente necessari alle persone disabili, perché Dio comunque li avrebbe salvati, senza che ad essi venisse chiesto di porre quei segni di salvezza all’interno della comunità umana).
Le cose, negli ultimi anni, sono cambiate, a mio avviso nella giusta direzione. Compito di ogni credente è anche quello di lavorare per rafforzare questo orientamento.
Sono consapevole della complessità di questo argomento, e lo spazio di una rubrica è strutturalmente insufficiente a sviluppare a pieno un discorso così delicato. Mi farebbe molto piacere che diventasse uno stimolo alla discussione, al confronto, alla condivisione delle rispettive esperienze. Donatella ci ha parlato della sua, la lettera mi è da subito sembrata molto interessante. Grazie Donatella, abbia coraggio, prima o poi la Chiesa passerà dal Sabato Santo alla Domenica di resurrezione…

Un Oscar da Oscar, Superabile, Luglio 2012

La stagione sportiva estiva prosegue con una bella novità che ci arriva fresca fresca dalle Olimpiadi di Londra 2012. Siamo finalmente arrivati ad un passo dall’unione tra le Olimpiadi e le Paralimpiadi. A far da trait d’union un protagonista d’eccezione, le cui gesta sono ormai sulla bocca, per non dire sulle gambe, di tutti! Sto parlando del grande Oscar Pistorius, il giovane atleta sudafricano con protesi bilaterale, di recente vincitore della medaglia d’argento per i quattrocento metri a Benin eppure escluso dai giochi olimpici di Pechino 2008. Londra 2012 segna oggi per lui il momento del riscatto, rendendolo partecipe di entrambe le competizioni e facendone un atleta a tutto campo. Ovviamente ci è voluto poco a far sì che Pistorius si trasformasse agli occhi del grande pubblico in un piccolo eroe, il simbolo di una crescita e di una vittoria raggiunte superando lunghi ostacoli e difficoltà, non solo fisiche. La sua vicenda è il segnale di un cambiamento importante. In genere, lo sappiamo, prima ci sono le Olimpiadi con tutta la loro cornice di atleti, spettatori, giornalisti e sponsor, una macchina mediatica cioè che ne fa da eco e supporto.

Subito dopo seguono letteralmente "a ruota" le Paralimpiadi, dove gli atleti ci sono ma sono disabili e quindi, di norma, per i giornalisti e gli sponsor automaticamente meno interessanti. Inserire Pistorius in entrambe le manifestazioni perché semplicemente un bravo atleta, al di là della suo deficit e dei supposti vantaggi offerti dalle protesi (poi rivelatisi fasulli), ha significato per tutti cominciare ad allargare lo sguardo mediatico e di conseguenza popolare e culturale sulla disabilità.
Complimenti quindi ad Oscar e alla sua dedizione, ma anche ai suoi allenatori e a chi, in tutti questi anni ha creduto in lui e ha saputo farne un campione di abilità. Che dire, speriamo che sia solo l’inizio e di aggiudicarci molti ori! E voi, siete già pronti con il telecomando in mano?
Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina facebook.

Claudio Imprudente

L’estate di Giacomo, Superabile, Luglio 2012

Ogni estate che si rispetti ci porta una serata sotto le stelle, per stare insieme con il naso all’insù ad aspettare, con l’arrivo della notte, l’inizio di un bel film all’aperto. Ma, quest’anno, mi chiedo, che film posso consigliarvi? Comincerei con l’invitarvi a scovare una pellicola indipendente dal titolo "L’estate di Giacomo ", l’unico film italiano premiato al prestigioso festival di Locarno 2011, grande successo in Francia e in questi giorni finalmente in arrivo nelle sale italiane, ingiustamente a lungo tempo ignorato.

Il film, spiega il giovane regista Alessandro Comodin, nasce come documentario sulla vita di Giacomo, diciottenne del nord est affetto da sordità dalla nascita, che, raggiunta la maturità, sceglie di sottoporsi a un’operazione chirurgica per recuperare l’udito. Su questo delicato passaggio tra il silenzio del mondo interiore e percettivo del ragazzo all’incontro con il rumore magnifico e violento del mondo esterno, si concentra la storia del film. Sullo sfondo, ce lo dice il titolo, un’estate da toni caldi e rarefatti, nelle pianure del paesaggio friulano in prossimità del mare. Una storia vera, quella di Giacomo, un viaggio verso l’età adulta attraverso la scoperta e il processo di apprendimento dei suoni, un film poetico e profondo, dai colori pastello, che intreccia con il tema della disabilità amicizia, sole e amore.

Come cantava Simon And Garfunkel, anche il suono del silenzio può diventare musica e quando questo viene a contatto con la vita esplode in mille frammenti di note, immagini e pellicola, proprio come ci insegna questo bravo regista. Piacevole, da vedere sotto le stelle! Buona visione e scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina facebook. (Claudio Imprudente)

Più terme e meno badanti! Superabile, Luglio 2012

Vento caldo, sole rovente, acqua a trenta gradi…quasi quasi me ne vado alle terme! Ho pensato proprio così, qualche settimana fa, mentre facevo i conti con l’afa bolognese, e in men che non si dica mi son ritrovato a mollo nella frescura di Montegrotto Terme…

Che dire, quel posto me lo sono proprio goduto, non solo per la bellezza del luogo ma anche per la sua comodità, completamente accessibile e circondato da personale disponibile e accogliente.
La cosa più interessante però è stata per me la battuta che tre clienti hanno improvvisamente rivolto a un cameriere. Alla domanda di questi "perché, dopo tanti anni, siete ancora così affezionati alle nostre terme?", i tre han seraficamente risposto "perché sono un ottimo investimento per il nostro futuro". In che senso? Vi chiederete voi… "Così"- han continuato gli affezionati- "ritardiamo il tempo della badante!".

Al di là della battuta divertente, credo che nella sua semplicità i vacanzieri abbiano toccato un nodo fondamentale e mi sono subito posto un’altra domanda: la disabilità che strategia può investire per il futuro? E soprattutto quante persone disabili possono permettersi di andare oltre le loro esigenze primarie? Il valore della qualità della vita e la lungimiranza nel cercarla sono le prime risposte che vengono in mente, risposte che, tuttavia, non per tutti risultano tanto immediate. Credo che la capacità personale di affrontare il deficit con uno sguardo verso il futuro sia un punto indispensabile per la crescita, nonché l’invecchiamento, di una persona con disabilità. Spesso infatti si pensa che la disabilità sia una condizione priva di mutamenti e che la qualità della vita possa incidervi solo in parte, dimenticando quanto questo vada a coinvolgere l’autostima e l’umore della persona.

Avere la possibilità di entrare alle terme è così il primo passo per oltrepassare le nostre barriere architettoniche e mentali ma scegliere di farlo con consapevolezza è un passaggio più complesso e successivo. Si tratta di imparare a separare la persona dal suo deficit e cominciare a intraprendere un percorso di accettazione e cura verso se stessi, una cura però che deve essere continuativa, un investimento appunto, come ci han ricordato i nostri simpatici clienti. Insomma, bisogna andare alle terme per restare longevi… E voi, quante volte andate alle terme, in piscina, a fare i fanghi, a spassarvela un po’ per investire sul vostro futuro?

Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina facebook.

Claudio Imprudente