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autore: Autore: Giovanna Di Pasquale

In prima persona

Dagli inizi degli anni ottanta sono arrivati in modo sistematico sulla scenaeditoriale libri scritti da persone handicappate e da loro famigliari. Segnaleimportante, seppur poco conosciuto e decifrato, provocato e valorizzato daiprocessi di inserimento e di integrazione sociale. Questi, aiutati da un fortestimolo legislativo, ed in primo luogo dalle norme che hanno determinatol’ingresso nella scuola dei bambini handicappati, hanno favorito una piùradicale presa di coscienza dei diritti di cittadinanza delle personehandicappate stesse, che ha attraversato sia gli anni settanta, segnati da unacultura a forte connotazione sociale che i successivi, quegli"indimenticabili anni ottanta", che hanno visto prevalere unadimensione fortemente personalistica e privatistica.
Le persone handicappate hanno continuato a scrivere; quei libri si sonoallontanati dal ruolo di primizia storica e costituiscono oggi un preziosocontributo per ragionare sugli snodi fondamentali di una vita collocata tra ildeficit e l’handicap.
In questo senso i libri prodotti sono frutto di un’ottica precisa e diretta,dichiarata e non anonima ed in questo senso va l’invito a intraprendere unpossibile percorso di studio e conoscenza della realtà che queste personehandicappate vivono, rifacendosi non solo a trattazioni concettuali ma attigendoalla rivisitazione consapevole della quotidiana convivenza con l’handicap, chein quanto consapevole assume lo status di un sapere parimenti degno, cheaffianca e integra quelli già maggiormente riconosciuti.
Invito raccolto da Gilberto Mussoni nel suo testo "In prima persona.L’handicap: storie di vita, esperienze, testimonianze" dic. 1995, RiminiEdizioni THEUT. Testo che è insieme tragitto personale per "trovaremodalità per mettermi nei panni di coloro che hanno vissuto determinateesperienze per avvicinarmi il più possibile al loro punto di vista, cercando didestrutturare un poco anche certi miei schemi interpretativi precedentementeacquisiti" e strumento di studio e ricerca, che assume la forma di unasorta di bibliografia ragionata su scritti – storie di vita, esperienze,testimonianze – di persone handicappate o di loro famigliari.
Mussoni, avvalendosi di un’organizzazione agile e di una presentazione dei libriattraverso schede, propone un percorso di ascolto delle esperienze che vuoleevitare il rischio dell’interpretazione e della valutazione, per fornire spuntidi concreto lavoro che partono da un libro per aprirsi a molte possibilità diapprofondimento.
Approfondimento che si rintraccia proprio nell’uso dello strumento scrittura.Questa assume, con accenti più o meno espliciti, una valenza originale: lascrittura è uno strumento riparatore che non allinea né ordina ma, simile adun sottilissimo ago da ricamo, intreccia i fili della memoria e rompe il calcodell’handicap per restituire significato all’originalità individuale.
Questi testi focalizzano persone handicappate che parlano come identità. Sononarrazioni di vita e per questo percorse da tensioni globali: toccano latotalità dei fatti accaduti, delle emozioni provate, delle idee nate e deicorpi sconosciuti, delle scelte, delle imposizioni, dei desideri.
La totalità non rinnega la specificità, i tratti distintivi di ogni storia: èvero, sono libri che parlano anche a nome di altri, di chi non ha voluto opotuto dire in modo pubblico, ma conservano intatto un forte segno personale,una volontà esplicita di esprimere se stessi, di affermare in prima persona"io sono". Come afferma Andrea Canevaro nella prefazione al libro"vivere la propria esperienza e raccontarla, significa in qualche modocondividerla, oltre che valorizzarla. Vuol dire che vi sarà chi ascolta olegge. In particolare la scrittura di un libro può voler dire che si ha fiduciain chi legge… Scrivere è poter dare un senso. E non farlo in maniera chiusain sé, né con la presunzione che sia l’unico senso possibile. Perché chiscrive sa, in qualche modo, che ogni lettore, ogni lettrice, troverà un propriosenso nella lettura. Forse ci saranno forti punti condivisi, e forse no. Nonsappiamo proprio dire cosa sia meglio".
Il percorso bibliografico messo a punto da Gilberto Mussoni ci aiuta adaccettare l’intreccio fra esperienze diverse, ad esserne incuriositi, a volerproseguire nella strada della lettura, dell’ascolto delle voci delle personehandicappate e dei loro genitori; voci che rendono più "relative" laconoscenza che ci proviene dalle fonti scientifiche. Relative e per questo piùutili per comprendere come il deficit si incrocia con la storia al singolare diuna particolare persona e come, in questo senso, la rende peculiare.

Prima Informazione

Editoriale

L’annuncio della nascita di un bambino di cui si constata o si sospetta la presenza di un deficit, può rimanere come una sorta di imprinting nelle storie di quel bambino e della sua famiglia, influenzando a volte inconsapevolmente molta parte delle relazioni che via via lo coinvolgeranno.
Un ricordo molto spesso incancellabile, che dura nel tempo, che si rinnova conla sua carica di dolore ogni volta che nuove situazioni scandiscono la vita riproponendo il confronto con gli altri e con la propria immagine.
Questo primo momento di incontro con una realtà non voluta, inaspettata, a volte segretamente temuta, sempre indesiderata, non è affatto qualcosa di neutrale ed ininfluente. I racconti delle madri e dei padri, a volte più di ogni altra considerazione e ricerca, sottolineano l’aspetto cruciale di queste affermazioni; soprattutto colpisce il grande scarto di opinioni tra chi ha vissuto, in qualità di genitore, la condizione di ricevere la notizia della nascita di un bambino ammalato o colpito da un deficit e chi, in veste dimedico, esprime il proprio parere sulle modalità e la qualità degliavvenimenti che tale evento ha comportato.
In questo numero monografico, dedicato appunto al tema della prima informazione, abbiamo voluto tentare una sorta di dialogo a più voci fra le parti coinvolte.
In questo senso il percorso di lettura parte dalla prima sezione relativa alle inchieste che presenta i risultati di due lavori, prodotti in tempi diversi, a Milano e Bologna che aiutano a fare un quadro dei problemi sul tappeto.
Abbiamo poi una seconda sezione dedicata alle testimonianze dei genitori, da cuiemerge tutta la gamma delle reazioni emotive messe in atto per lenire il dolore:la negazione, il rifiuto, la vergogna, l’angoscia, il senso profondo d’impotenzapossono attraversare la parte più profonda di una madre, di un padre…Forse una delle possibili strade che con fatica può avvicinare ad una nuova piacevolezza di vita passa anche attraverso l’opportunità di dare parola ad una realtà spesso ammutolita dal senso di distruzione e di colpa.
Infine, la terza parte illustra due esperienze condotte nei reparti ospedalieri per bambini nati gravemente prematuri dove si è praticata l’accoglienza del piccolo nato e della sua famiglia e dove si è provato un cambiamento. Farsi carico di portare la notizia ai genitori implica, da parte del personale sanitario, comprendere dentro la propria funzione quel coinvolgimento emotivoforte, esplosivo e dolorosamente reale, a cui non può sottrarsi ciascuno degli elementi che partecipa a tale comunicazione.
E’ possibile fare della prima informazione un contesto che, pur rimanendo difficile da calibrare, rivela anche delle prospettive per la famiglia, in cui cominciare ad intravedere dei possibili cambiamenti, a comprendere che anche la diagnosi di un deficit è un dato che non va assolutizzato ma che può avere una sua storia evolutiva.
Questo processo può essere maggiormente facilitato e può trovare modo diesprimersi se passa attraverso la consapevolezza interna che si è sempre dentro a una dimensione non unidirezionale bensì dentro un flusso comunicativo intrecciato e rialimentato.
La disponibilità a lavorare in questa direzione, ad innestare dei percorsi di comprensione delle dinamiche presenti, costituisce la trama essenziale su cui poggiare l’introduzione di innovazioni organizzative e di indicazioni comportamentali per migliorare una comunicazione reciproca basata in modo inestricabile sul tempo dell’ascolto e della parola reciproco.

Perché la letteratura?

Editoriale

La strada letteraria è una buona scelta per affrontare un percorso intorno al tema della diversità. Aiuta a visitare molti luoghi, attraversandoli come sappiamo e vogliamo fare.
La letteratura offre l’occasione di straordinari incontri con le narrazioni, è il luogo della rivisitazione delle storie della vita quotidiana e di una possibile riappropriazione.
Come ricorda lo scrittore Ferdinando Camon "che differenza c’è tra la vita e la storia? La prima si esprime come un racconto, la seconda si esprime come una scienza. La storia classifica, sistema e allontana; il racconto resuscita, rianima, attualizza".
È la vita a scrivere le storie e la letteratura rappresenta la lente che mette a fuoco queste storie.
È una lente particolare capace di produrre una forma di comprensione nell’esperienza degli altri, in particolare quando quest’ultima ha segni e tratti tali da costruirle intorno un recinto di diversità. La letteratura permette di trovare richiami e collegamenti, di ascoltare le voci del mondo.
È una strada forte perché indica una ricerca di senso dentro al fluire degli accadimenti e delle emozioni. Una sorta di riparo, rifugio seppur provvisorio che allevia la tensione del vivere e allontana la tentazione dell’oblio.
Il senso di una narrazione è anche quello di immetterci in una prospettiva di compiutezza possibile, di inizio e fine e poi di nuovo e ancora, in una dimensione ciclica che può essere pensata e detta e che ritroviamo così forte in quel legame saldo ed inconsueto che si forma tra un autore amato ed il suo lettore.
La letteratura è anche il campo di una prevedibilità rassicurante che si dipana con il ritmo del racconto, così avvincente nel suo contrasto ambivalente con le innumerevole e poco inquadrabili vicende umane. Le storie sono finite, la vita è in permanente costruzione. Ed è in questa ambiguità non risolvibile, "ambiguità preziosa al vivere", in questo incrocio di destini che risiede il richiamo perenne delle storie, perché , in fondo, interrogarsi sul senso delle storie significa interrogarsi sul nostro essere qui, sulla nostra solitudine e sull’incontro con gli altri. Su come si mettono insieme dei pezzi di noi e su come gli altri entrano in noi.

Quale idea di diversità

Lo spicchio di realtà riproposto attraverso i brani scelti ed i commenti che li accompagnano ci parla di molte questioni. Senza avere pretese di sistematicità, anzi in forza di una rilettura soggettiva, essi ci mettono in contatto con la pluralità connessa al termine diversità, che viene qui declinato in molte delle sue possibili varianti. C’è la diversità evidente, fisicamente tangibile così emblematicamente rappresentata dal Minotauro; c’è la diversità immaginata, fondata sulla paura di ciò che non si conosce e per questo respinta ed osteggiata fino a negare qualsiasi vicinanza e similitudine ( la sentinella ); c’è la diversità dichiarata, orgogliosamente esibita anche pagandone il prezzo più alto ( il giovane Holden).
C’è la diversità propria, il nostro sentirsi e viversi diversi non solo rispetto all’unicità che ogni essere umano porta con se ma anche alla difficoltà di convivere con le parti meno rassicuranti e gratificanti di noi.
Soprattutto ci sono i bambini, protagonisti quasi costanti di queste pagine. Che sono diversi perché prima di tutto sono soli, spesso nella maniera più brutale e dura ma anche nelle dimensioni più vicine e quotidiane. Gli adulti, tranne rarissime eccezioni, non sono capaci di averne cura e di sostenerli nell’impegno di diventare grandi. Gli adulti sono in crisi, a volte distanti e disattenti, in altre feroci e violenti. Ci sono anche i bambini che hanno subito violenza, vissuto l’esilio o la deportazione. Simboli di una diversità difficile anche solo da pensare, la diversità che rende diverso chi è più simile a noi, che ci ricorda ciò che noi siamo stati, che ci proietta nei sogni di vita futuri. Molti brani gettano un ponte verso queste situazioni estreme.

Il percorso attraverso il ponte

Il ponte. È un altra parole che torna. Ed è una parola importante nella sua semplicità e concretezza. Prospetta una via di collegamento ( tra chi educa e chi è educato, tra me e l’altro, tra i quartieri di una città o le fazioni di un popolo….) che deve essere però attraversata. L’immagine del ponte implica una scelta da fare ed un percorso da compiere. Sì, si può raggiungere l’altra sponda possibilmente a passi saldi e tranquilli perché il ponte ci possa riconoscere come viaggiatori desiderosi di capire e noi guardarci intorno godendo di quell’essere ancora per un poco lungo il cammino, "tra" il punto di partenza e la meta a cui tendiamo.
C’è molta fatica nelle pagine di letteratura che vi proponiamo ed anche acuto dolore. Intrecciate però a segnali di speranza. Ritrovata per caso, ricercata intenzionalmente ed accanitamente, conservata gelosamente. Ed emerge un legame tra questi spiragli e il senso della scrittura, occasione quest’ultima per "rintracciare trame sommerse oltre il tessuto troppo evidente" e per avvicinarsi e far avvicinare all’incandescente materia di cui sono fatti i desideri, le paure, i sogni delle donne e degli uomini.

Piccoli Lettori

La diversità nei libri della prima infanzia

anell Cannon – Stellaluna – Edizioni Il punto di incontro – 1996

Stellaluna, una pipistrellina separata dalla madre prima di aver imparato a volare, precipita in un nido di uccelli insieme ad altri piccoli e impara che non tutte le creature alate si nutrono di frutta o volano di notte.
E’ una storia di conoscenza reciproca e di disponibilità: così seguendo l’esempio di Stellaluna il resto della nidiata prova ad appendersi ai rami a testa in giù e a volare di notte, come la piccola pipistrella cercherà di appollaiarsi su un ramo e di apprezzare lo strano cibo dei suoi nuovi amici.
E’ una storia di amicizia nella diversità
Rimasero tutti appollaiati in silenzio per un bel po’. Come possiamo essere così diversi e sentirci così simili? Riflettè Flitter.
E come possiamo sentirci così diversi ed essere così simili? Si meravigliò Pip.
Penso che sia un bel mistero, trillò Flap.
Sono d’accordo, disse Stellaluna, ma noi siamo amici. E questo è certo.

Lucia Scudieri – Volare – Fatatrac – 1997

Poche parole, splendide illustrazioni a tutta pagina per questa storia-metafora del crescere e della diversità molto adatta anche a lettori piccolissimi.
E’ tutto giocato sul contrasto del colore e sulla forza delle immagini il messaggio del libro: un piccolo corvo nato bianco insegna ai fratelli corvi, neri, a volare sotto lo sguardo prima scettico e poi conquistato di mamma corvo ancora forse scombussolata da quel figlio così diverso dagli altri due.

Antonella Abbaticello – La cosa più importante – Fatatrac – 1998

"Qual’è la cosa più importante?" E’ attorno a questa domanda che gli animali del bosco di Pratorosso discutono accanitamente proponendo a turno come risposta la loro caratteristica predominante, così per il coniglio sono i denti la cosa più importante, per il riccio gli aculei, per la giraffa il collo lungo.
La sorpresa risiede nella pagina ripiegata che, una volta aperta, ci fa incontrare tutti gli animali del bosco "accessoriati" di volta in volta di un elemento predominante. Abbiamo così coccodrilli alati, leoni dalle lunghe orecchie, elefanti spinosi. E’ divertente e significativo ad un tempo vedere le facce sbigottite degli animali così trasformati e irriconoscibili per primi a loro stessi fino alla soluzione finale dove, grazie, all’intervento del gufo saggio, ognuno degli animali riprende possesso delle caratteristiche proprie. La pagina finale, infatti, ce li presenta tutti vicini, amici, diversi l’uno dagli altri.

Josef Wilkon – C’è cavallo e cavallo – Edizioni Arka – 1997

Per i più piccoli c’è il delizioso libretto " C’è cavallo e cavallo" dove si racconta dell’incontro di un giovane curioso puledro con un grosso ippopotamo. Dalla considerazione che appartengono entrambi alla famiglia dei cavalli si arriva alle caratterizzazioni: il puledro sa saltare e l’ippopotamo sa nuotare. Il testo è accompagnato da disegni divertenti ( dello stesso autore) che ci mostrano il tentativo dei due animali per acquisire le competenze reciproche. E così vediamo un puledro grossissimo che però lo stesso non galleggia ma rischia di affogare e un magro ippopotamo che non riesce lo stesso a saltare. E’ stato sciocco cercare di diventare a ogni costo uguali. Risero entrambi. Decisero quindi di essere lo stesso amici. Così come erano.

Barbara Resch – L’elefante con le orecchie rosa – Emme edizioni – 1988

Perché si nasconde l’elefante? Perché ha le orecchie rosa e nessuno vuole giocare con lui. Con estrema semplicità e disegni accattivanti l’autrice racconta l’eterna storia del diverso che solo i piccoli sanno accettare. Il linguaggio è immediato e geniale la soluzione per fare accettare agli altri animali le orecchie rosa: la provenienza da una misteriosa Terra Diversa che può essere dappertutto in cui vivono scimmie che non sanno arrampicarsi e giraffe dal collo corto.
Una fiaba quindi sull’accettazione della diversità e sulla valorizzazione degli aspetti positivi (attraverso le orecchie rosa, fonte di derisione, si può vedere un mondo bellissimo, tutto rosa). E’ proprio questo il meccanismo che porta a riscoprire gli altri e a guardarli con curiosità alla ricerca della diversità di ciascuno e della conseguente ricchezza che a ciascuno può venire proprio da questa diversità.

Eric Carle – Il camaleonte variopinto – Mondadori

Per piccolissimi un libro dalle belle illustrazioni molto colorate. E’ la storia di un camaleonte che non vuole più essere camaleonte e desidera essere altri animali. Ogni volta viene accontentato ma solo per una parte ( proboscide, zampe ecc.) finché torna camaleonte ed è contento.

Gerda Wagener, Jozef Wilkon – Lupacchiotto – Edizioni Arka – 1997

Per i più piccoli un altro racconto sulla diversità. Il lupacchiotto protagonista non ama cacciare né pescare e non fa paura a nessuno. I genitori sono contrariati e preoccupati, i fratelli lo prendono in giro, così lupacchiotto avvilito scappa e incontra un topolino che gli offre il suo aiuto. Gli porterà la pelle di una tigre poi gli aculei di un istrice e infine denti di leone. Le illustrazioni che accompagnano questi "doni" e i travestimenti del lupo fanno intuire il risultato finale, quando si presenterà al branco. Una grande risata risolverà i problemi di lupacchiotto che conclude: E’ meglio rimanere come sono. Se nessuno a me fa paura, perché mai dovrei fare paura agli altri?

Paul van Loon – Il lupetto mannaro – I criceti Salani – 1996

Quando Dolfi, abbandonato dai genitori quando era piccolo, compie sette anni scopre di essere un lupo, anzi un lupetto mannaro. Si apre così questo tenerissimo libro dove tra le righe ma in modo molto esplicito si legge l’invito ad accettare le diversità e a trovarne gli aspetti positivi. Per consolarlo e indurlo ad accettare il suo nuovo provvisorio stato un uomo misterioso gli sussurra: Lupi mannari. Credi di essere l’unico? Nessuno è mai l’unico caso al mondo. Nessuno è l’unico cieco o l’unico povero. Nessuno è l’unico ciccione…Se imparerai a padroneggiare il tuo dono scoprirai quanto è speciale… L’uomo si rivelerà essere il nonno, anche lui lupo mannaro ma non solo nelle notti di plenilunio (Sono stato io a sceglierlo…mille volte meglio boschi che una casa di riposo per anziani).
Il lieto fine è assicurato per un libro rivolto a bambini non tanto grandi ma godibilissimo da tutti.

John Wilson, Jozef Wilkon – L’elefante più piccolo del mondo – Arka – 1997

L’elefante di questo incantevole libro non era più grande nemmeno di un gatto domestico! E, per un elefante, essere tanto piccolo era la cosa più triste che potesse capitare. Così decide di lasciare la giungla e di andare a vivere in una vera casa. Le sue ricerche sono lunghe e difficili finchè non incontra un bambino che lo porta con sé e per farlo accettare dalla mamma lo fa passare per un gatto ( per prima cosa Paoli insegnò all’elefante a camminare a ritroso come un gambero, tenendo ben piegate le orecchie, e a muovere la proboscide come una coda. Poi dipinse sul suo sedere la faccia di un gatto…. ma bisogna vedere le illustrazioni!"). Scoperto il trucco la mamma lo porta al circo ( per un elefante non c’è posto che al circo) dove finalmente potrà vivere felice. Pur nella conclusione un po’ scontata e stereotipata ( dove meglio del circo regno della diversità può trovare rifugio appunto un diverso?), il numero che gli trova il direttore del circo è ironico e divertente: l’uomo più piccolo del mondo solleverà con la sua forza straordinaria, un elefante. Così annuncia al pubblico ed è il successo e la felicità per l’animaletto che conclude è andata proprio bene che non sia cresciuto più di un gatto, altrimenti ora non mi troverei qui.
Se un rilievo va fatto è che sarebbe stato sufficiente concludere così. I bambini sono in grado perfettamente di leggere fra le righe e così le ultime quattro righe (Proprio così. Al mondo c’è posto per tutti, giganti, piccoli o di media grandezza che siano. E per ognuno arriva sempre il momento, vicino o lontano, in cui trovare la felicità e veri amici) suonano proprio come una lezioncina irritante, soprattutto se pensiamo che non sono certo i bambini che ne hanno bisogno

Gerda Wagener, Vlasta Barankova – Costantino – Arka – 1989

Costantino è un caimano che ama l’armonia della natura selvaggia e per questo viene isolato dai compagni tutti presi dalla ricerca del cibo. La scelta di allontanarsi dal gruppo, dettata da un senso di inutilità e dall’amore per la musica, lo porta ad "incontrarsi" con un corno da caccia che impara a suonare meravigliosamente: ormai non si vergogna più di essere stato giudicato diverso da tutti e inutile. Quando suonava il corno gli sembrava di possedere il mondo intero. Ed è proprio la musica che conquista tutti gli animali e gli permette di sentirsi felice e sicuro di sé. Ed è naturalmente il riconoscimento di questa sua abilità, che rende tutti felici, che porta i caimani ( e tutti gli animali) ad accogliere Costantino come uno di loro. La storia, accompagnata da bellissimi disegni i cui colori riecheggiano i suoni della musica di Costantino, è forse un po’ lunga per essere letta autonomamente ma ha un fascino che conquista sicuramente anche i più piccoli

Guj Couhaje, Marie-Josè Sacrè – L’ippopotamo volante – Arka – 1993

Un’altra storia di diversità, deliziosamente illustrata, che affronta, anche se con estrema delicatezza, il tema dell’amore. Poldo, ippopotamo con le ali (non più grandi di quelle di una farfalla) decide di esplorare il mondo perché nessuna signorina ippopotamo lo vuole sposare. Così troviamo Poldo a cavallo di un aereo (dentro non ci sta!) poi davanti a un supermercato dove viene scambiato per un cartellone pubblicitario. Il suo incontro con un altro fuggitivo (un canarino scappato dalla gabbia) dà il via ad altre avventure nel tentativo di trovare un rifugio. Ma l’idea del rifugio come nido porta inevitabili guai data la mole di Poldo. Quando ormai sembra che non resti altra soluzione che tornare in Africa, Poldo scopre in un circo (inevitabile proprio questo collegamento?!) una ippopotama come lui, con ali. E meno male che non decide di vivere lì anche lui ma invece con un finale meno scontato e più trasgressivo, la rapisce e vola con lei verso l’Africa facendo tappa alle Canarie, ovvio, dove lasciare Tuorlo d’uovo.
Una fiaba deliziosa sulla diversità, la diffidenza della gente, il calore dell’amicizia e dell’amore. Certo i grandi potrebbero dire che la conclusione che si può trarre è che i diversi si sposano con i diversi ma il messaggio che i bambini colgono immediatamente è che Poldo si "sposa" ed è felice. E questo è l’essenziale.

Klaus Kordon, Maire-Josè Sacrè – Il piccolo, il grande e il gigante – Arka – 1999

Un piccolo libro, delle splendide illustrazioni e un’originale invenzione che ci riporta a prima che gli uomini fossero appena un po’ più grandi o appena un po’ più piccoli degli altri. Merita davvero fermarsi a lungo sulla penultima doppia pagina dove l’illustrazione occupa tutto lo spazio e rende quasi superfluo il breve testo che racconta come un giorno un giovane piccolo s’innamorò di una fanciulla gigante e un giovane gigante si innamorò di un fanciulla piccola. "Che coppie", dicevano tutti. I volti sorridenti la dicono lunga e anche per i bambini più piccoli sarà chiaro che ben più della diversità conta la felicità.

Iva Prochzkova – Cinque minuti prima di cena – I criceti Salani – 1999

E’ più centrato sul rapporto papà-figlia e sulla ricerca delle proprie origini questo bel libretto che comunque si sofferma anche sulla diversità e più in particolare sulla cecità della piccola protagonista. Soprattutto sa trasmettere con chiarezza il messaggio che ognuno è diverso e che la diversità non è per forza un ostacolo. Infatti mentre tutti erano tristi perché Babeta non vedeva lei…vedeva a modo suo. In maniera del tutto diversa dall’altra gente (…) vedeva la mamma che ogni sera si drizzava sul suo letto per darle un bacio. Era bella. Odorava di crema da barba…

Gregoire Solotareff – Lulù – I girini Bompiani – 1996

C’era una volta un coniglio che non aveva mai visto un lupo…e viceversa naturalmente. Il testo coloratissimo è rivolto ai più piccoli e racconta dell’amicizia fra due animali diversi. Un libro sui pregiudizi (i lupi mangiano i conigli), le paure e il superamento di tali paure visto che l’amicizia è più forte.

Maria Sole Macchia – Il Signor Tazzina – Fabbri Editori – 1999

Cosa succede ad un personaggio illustrato se il suo disegnatore assai distratto dimentica di disegnargli un orecchio, particolare questo che lo fa assomigliare ad una tazzina per il caffè? Succedono molte cose scritte e soprattutto disegnate con uno stile ironico in questo libro che ci propone i pensieri e le azioni di un un uomo diverso deriso e triste ma non sconfitto. Anzi, a partire dalla sua diversità il signor Tazzina scopre le differenze di molte altre persone e in virtù di questo riconoscimento rifiuta di farsi aggiungere l’orecchio mancante e affronterà il mondo così come è e alla fine sarà ricompensato.

Roberto Piumini – Il paese di Chicistà – LEDHA, Lega per i diritti degli handicappati – 1996

E’ una storia di bambini. Bambini diversi e bambini uguali, bambini tutti interi e bambini così e cosà. E’ la storia dell’incontro fra questi bambini, della loro conoscenza reciproca che ci aiuta a capire meglio qualcosa intorno all’handicap. Il racconto, infatti, ci presenta dapprima l’handicap come qualcosa di separato, "il muro che circonda ed isola" e, nell’evoluzione della storia, come un filo che permette un riconoscimento, un incontro tra le diversità che noi tutti abbiamo.
Nonostante le fattezze di fiaba non è una storia semplice, non è una storia immediata. E’ una storia da ascoltare con un adulto al fianco che abbia voglia di fermarsi ad ascoltare i perché, i dubbi e le domande, anche le proprie, che sempre suscita l’incontro della diversità.
L’handicap non ha bisogno di separazione, esige sincerità e condivisione. In questo senso anche le parole di una favola possono aiutare.

Guido Quarzo – Talpa, Lumaca, Pesciolino – Fatatrac – 1997

Di correre proprio non era capace. Per la verità era lenta in tutto: lenta a mangiare, lenta a scrivere, lenta a vestisi. Però non si poteva dire che non sapesse fare tutte queste cose: anche se ci metteva più tempo degli altri, faceva tutto .(…) Naturalmente la chiamavano Lumaca. Ci aveva fatto l’abitudine a quel nome, e non si arrabbiava più. D’altra parte era così lenta anche ad arrabbiarsi…. Lumaca, insieme a Pesciolino e a Talpa, nasce dalla penna di Guido Quarzo, insegnante elementare e scrittore molto amato dai bambini che, nel bel libro edito dalla Fatatrac, tocca il tema della diversità. I tre bambini protagonisti dei racconti, accompagnati da splendidi disegni, parlano un linguaggio proprio, non giudicano ma ascoltano, non pongono domande imbarazzanti e non fanno della competizione un valore ma piuttosto una ridicola fissazione.

Hanna Johansen – L’oca che restava sempre ultima – I Delfini Bompiani – 1997

Sono sei le uova di mamma oca, ma l’ultimo è più grosso. Sono sei i piccoli che nascono ma l’uovo più grosso si schiude più tardi…e così attraverso tutte le tappe della crescita le piccole ochette dovranno fare i conti con il fratellino che resta sempre ultimo. Eppure sarà proprio questa sua caratteristica a salvare tutti dai cacciatori. Questa storia semplice, con bellissime illustrazioni in bianco e nero, rivolta ai bambini di sette-otto anni può essere letta ai più piccoli che non faranno fatica ad identificarsi con l’ochetta "diversa" (o con i fratelli impazienti…) e sapranno apprezzare la sua tenacia e la sua forza di volontà che le permetteranno di imparare tutto quello che sanno fare gli altri, anche se…per ultima.

Ursel Scheffler – Tutti lo chiamavano Pomodoro – Nord-Sud edizioni – 1997

A volte basta proprio poco per essere guardato in modo diverso. E’ il caso del signor Pomodoro, così soprannominato per quel suo naso rosso come un pomodoro maturo. E’ per coprire il suo naso che Pomodoro scambiato per un rapinatore e, inseguito dalla polizia, scappa dalla sua casa e si rifugia per tutto l’inverno in un luogo diroccato. Ovviamente non è lui il delinquente ma comunque quel suo naso rosso è lì a marcare una differenza con gli altri e la sua solitudine.
E’ un bambino, verso la fine della storia, attraverso la condivisione di un cibo, a vedere finalmente Pomodoro vicino ai suoi simili e a riconoscerlo come tale.

Le facce della diversità nella letteratura infantile

Editoriale

Esplicitiamo il punto di vista da cui vorremmo cominciare per proporre questo numero monografico dedicato al rapporto tra le forme della diversità e la letteratura per bambini e ragazzi; tra le molti possibili chiavi di lettura con cui accostarsi a questo tema vorremmo privilegiare l’idea di una letteratura intesa come luogo di rivisitazione della vita quotidiana. Con quest’ultima la letteratura conserva legami diretti in quanto serbatoio di storie reali e potenziali che la creatività e l’immaginazione a volte riprendono, rivedono o stravolgono sempre comunque individuando nella dimensione quotidiana un punto di riferimento.

Ma che cosa è la quotidianità?

E’ qualcosa che ha a che fare con l’ordinarietà, la ripetizione, la routine. Tutta la nostra vita è intessuta di routines senza le quali diventerebbe impossibile vivere, pena reinventare, come novelli Robinson Crosue, le pratiche che contraddistinguono il passare dei giorni.
Quotidianità è la dimensione in cui siamo immersi, che attraversiamo, dentro cui agiamo e reagiamo. Per questa sua "naturalità ed ovvietà" è la dimensione con cui facciamo più fatica a confrontarci; la comprensione dei meccanismi che la sostengono è sotterranea, spesso non ricercata così come non è scontato il farli venire a galla.
Da molti punti di vista la quotidianità fatica ad affermarsi con valore, con senso e anche con piacere.
Spesso è la rottura che in un qualche modo ci fa riprendere contatto con il quotidiano, promuovendo una forma di consapevolezza maggiore.
Nella quotidianità noi conosciamo infatti anche la rottura dell’ordinario e del consueto: l’ignoto e la paura, la malattia e la morte, la nascita difficile e la convivenza con essa. Le forme di questa rottura si presentano a volte come evento inatteso e scioccante, a volte sotto il segno della cronicità e del non cambiamento e sono spiazzanti e difficili da interpretare.

Quale rapporto tra la quotidianità e la letteratura?

Partendo da queste riflessioni tra le molte valenze possibili, segnaliamo alcuni rimandi per noi particolarmente pertinenti rispetto al collegamento fra quotidianità e letteratura:

La letteratura come catalogo

Inventario del mondo che passa attraverso il rinominare le cose, il procedere alla conoscenza attraverso il linguaggio, il dare nome alle cose. E’ un rifarsi continuo a quel primo atto creativo che ricorre così forte in molti miti e testimonianze arcaiche e che rivediamo ogni volta che un bambino impara ad impadronirsi del linguaggio come processo sociale e socializzante, che ha bisogno dell’altro per compiersi.

La letteratura come mediazione verso la vicinanza con la propria e l’altrui esperienza

Molti di coloro che amano leggere ed ascoltare storie sentono ciò che così efficacemente uno scrittore importante come Proust affermava: "solo attraverso l’arte possiamo uscire da noi, sapere che cosa vede un altro di un universo che non è lo stesso nostro e i cui paesaggi rimarrebbero per noi non meno sconosciuti di quelli che possono esserci sulla luna. Grazie all’arte, anziché vedere un solo mondo, il nostro, lo vediamo moltiplicarsi…"
Quando il punto di vista, il mondo a cui l’altro ci introduce è di segno difficile, portatore di quella faccia della realtà con cui è più faticoso e pauroso tenere aperti i legami (la malattia, la morte, l’incapacità, la dipendenza) la letteratura amplifica la sua capacità di mediazione, di introdurre elementi di collegamento, di apertura, di forme di apprendimento attraverso le vie:
della vicinanza (sì, si può parlare anche di cose difficili, passaggi aspri);
della distanziazione ( attraverso il prendere le distanze per poter elaborare);
della triangolazione (oltre me stesso e la paura c’è il terzo elemento dato dalla storia)

La letteratura come dialogo

La quotidianità è il nostro vivere ma può rischiare di essere la nostra gabbia rimandandoci un’idea di forte separatezza ed incomunicabilità:. "Io dentro al mio quotidiano, tu dentro al tuo".
Su questo punto la letteratura spiazza, ci fa confrontare direttamente con l’incrocio di destini, il continuo rifarsi di una storia con l’altra.
La letteratura si propone come terreno di meticciato, intreccio di confluenze e stimoli. Nasce da un’ "impollinazione incrociata" , come si esprime Salan Rusdhie, e si pone come un forte messaggio di non autosufficienza e non autoreferenzialità, uno sprone al dialogo possibile.

La letteratura per bambini e ragazzi

"La letteratura è una prigione di cristallo" (1) scrive Carmen Martin Gaite nel libro La regina delle nevi. E’ qualcosa di separato dalla vita vera, è anche, può anche essere, un territorio riparato e protetto dove provarsi con gli snodi della vita.
E’ questa una delle funzioni più significative che la letteratura assolve nei confronti dei lettori più giovani: aiutare il confronto con le molteplici facce della realtà seguendo la strada della fantasia e dell’immaginazione.
"Un racconto, un romanzo, una narrazione qualsiasi- dal momento in cui conosciamo gli elementi di base, ossia da quando l’adulto ci introduce nel mondo della fiaba- ci permette di identificarci con la (o il) protagonista e con i fatti dei quali è partecipe. Rispetto al cinema o alla televisione la pagina scritta permette una più vasta possibilità di esercitare il fattore identificazione perché la mente non è sopraffatta dal forte plagio rappresentato dalle immagini"(2)
Questa identificazione funziona proprio perché supportata dalla separazione dettata dalla pagina scritta e dal ruolo attivo che l’oggetto libro impone al suo lettore. Interrompendo la lettura decidiamo di costruire spazi di riflessione che, partendo da uno stimolo definito, prendono poi strade proprie.
Perché un libro è senz’altro molto di più che un libro:
"Un libro è scritto da qualcuno, ha un titolo, è un oggetto che circola in più copie; non tutti i libri sono uguali e quindi non vanno usati tutti allo stesso modo; la lettura è una scelta, un modo per stare insieme, un pretesto per stabilire interazioni con gli adulti o con i pari, un’attività individuale ma regolata anche da vincoli sociali; leggere è essere membri di una comunità, è ascoltare parole che provengono da un testo scritto, è usare ciò che un libro dice per fare dell’altro; leggere è una componente saliente della vita quotidiana" (3)
Leggere è incontrare altre storie e altri destini in cui riconoscere somiglianze e differenze
Incontrare una storia che ha tra i protagonisti un bambino o una bambina con un deficit o in una situazione di difficoltà costituisce un opportunità di confronto con chi si presenta con tratti differenti; un confronto mediato che può indurre ad approfondire quanto il racconto propone attraverso il paragone con la propria esperienza di conoscenza diretta di chi quella condizione di deficit o difficoltà vive in prima persona
"I libri possono aiutare a crescere, incoraggiando e parlando di sé. Per questo sono utili libri che parlano di handicappati. I bambini handicappati nei libri possono essere chiamati "ammalati", e questo è un falso grave perché un bambino handicappato non ha una malattia da cui può guarire: ha un deficit permanente. Ma bisogna dirlo? E come? Quali libri dicono che un bambino è handicappato?(4)
Ci sono libri che aiutano un riconoscimento, che sostengono la fatica del percorso di identità, che trovano le parole ed i modi adeguati. Sono questi libri che pur rivolgendosi a lettori giovani, anche molto giovani, affrontano cose che possono far paura, temi importanti affinando le armi della curiosità, della metafora, della libera fantasia. Sono libri che propongono l’intera tavolozza dei colori vitali pur di fronte alla difficoltà e tristezza che tante situazioni raccontate propongono.

Di questo vorremmo parlare, proponendo due percorsi bibliografici che fanno riferimento al panorama editoriale italiano degli anni ’90.
Il primo affronta il tema della diversità con particolare attenzione a due fasce di lettori i piccoli e i ragazzi verso l’adolescenza. Il secondo presenta una serie di testi in cui lo stesso argomento -diversità- viene affrontato da un angolatura particolare: il rapporto tra generazioni e più precisamente fra nonni e nipoti. Da questo punto di vista i libri diventano occasione per inoltrarsi nel terreno della malattia, della mancanza di autonomia, del prendersi cura.
Accanto alla segnalazione dei testi trovano posto altri contributi:
– "C’è cavallo e cavallo" a cura di Lara Dattoli: pezzo sull’utilizzo del libro per bambini in classe come supporto fondamentale per affrontare anche con i più piccoli il tema della diversità;
– l’articolo "Educare alla differenza" della pedagogista Franca Mazzoli: attraverso la narrazione di storie si può avvicinarsi agli altri;
– il punto di vista di una case editrice, attraverso le parole della direttrice Arianna Papini, impegnata a curare la diffusione di molti testi che introducono alla riflessione sull’essere e sentirsi diversi;
– l’intervista ad un autore, Guido Quarzo, molto attento a questi temi;
– il contributo di Andrea Canevaro, docente di pedagogia speciale, dal titolo "Riduzione dell’handicap".

Note:

(1) Carmen Martin Gaite La Regina delle nevi Giunti Fi 1999

(2) Travolti da insolita passione di Roberto Denti in: LIBER Libri per bambini e ragazzi n.30 aprile-giugno 1996

(3)I bambini e la lettura. La cultura del libro dall’infanzia all’adolescenza a cura di Vanna Gherardi e Milena Manini 1999 Roma Carrocci Editore

(4)Handicap e lettura di Andrea Canevaro in : LIBER Libri per bambini e ragazzi n. 2, gennaio-marzo 1989 Comune di Campi Bisenzio Regione Toscana pp.26-30

Kalle, Mattia, Ivan… e i loro Nonni

Un percorso bibliografico sul rapporto fra nonni e nipoti

Roberto Piumini
Mattia e il nonno
Edizioni EL – 1993

Torna in questo bellissimo libro il tema della morte, affrontato con altissima poesia e il linguaggio più adatto a far sì che questo passaggio possa essere affrontato dai bambini nel modo migliore. La passeggiata di Mattia insieme al nonno è un percorso attraverso la vita e i sentimenti, è da un lato per Mattia un percorso di crescita, di cambiamento e dall’altro per il nonno un cammino di progressivo abbandono, di lenta rinuncia a tutto ciò che è apparenza. Ecco infatti che il nonno rinuncia al denaro, alla maglia di lana, al tabacco…diventando progressivamente sempre più piccolo fino alla bellissima soluzione finale, quando finisce dentro Mattia …un bambino è un bel posto per viverci.
Merita riportare questo brano che non ha bisogno di commenti.

Mattia sedette contro la sponda del ponte. Guardava il sole rosso nel cielo di fronte: era il tramonto.
– Alzami un po’, per favore – disse il nonno – Da qui non vedo bene.
– Vuoi stare sulla mia testa, nonno? – disse Mattia.
– Bella idea! Starò come in un prato! – disse il nonno.
Mattia lo mise delicatamente fra i capelli. Il nonno era alto una spanna, e forse meno.
Rimasero a guardare il tramonto.
– E’ bello, vero? – disse Mattia.
(…)
Mattia restò zitto, perché si chiedeva come fosse diventato il nonno. Non sentiva più il piccolo peso sulla testa.
– Ora dobbiamo andare – disse il nonno.
Mattia alzò una mano per prenderlo, ma non lo trovò.
– Dove sei? – disse.
– Sono qui: cercami piano.
Mattia, pianissimo, tastò fra i capelli: il nonno era grande come una mentina. Lo prese delicatamente e lo guardò, nella poca luce della sera. Lo vedeva appena, e lo sentiva come un prurito nel palmo della mano: come quel moscerino nella pineta.
– Come facciamo nonno? – disse Mattia – Ho paura di perderti, così piccolino. Ti metto in tasca?
– Meglio di no, Mattia.
– E allora?
– Aspettiamo ancora un po’ – disse il nonno – Per ora tienimi nel pugno chiuso, e andiamo a casa. Vedrai che troveremo la soluzione.
(…)
Mattia camminava, e non sentiva più niente nel pugno.
– Nonno? – disse.
– Sì, Mattia?
– Niente, volevo solo sentirti.
– Eccomi qui – disse il nonno – Tutto profumato di peperone!
Mattia si fermò di botto. Erano proprio sotto un lampione.
– Come hai detto? Profumato di peperone?
– Già – disse il nonno, dal pugno.
Mattia avvicinò la mano alla faccia e la aprì piano piano: non vide niente.
– Nonno – disse con voce leggera.
– Eccomi – disse il nonno, invisibile.
– Non ti vedo, nonno.
– E’ perché sono diventato ancora più piccolo. Sono qui.
– Ma cosa dicevi del peperone?
– Non senti l’odore?
– No.
– Davvero? Annusa bene, Mattia!
Mattia avvicinò il palmo della mano al naso.
– Non sento, nonno.
– Più forte – disse il nonno – Devi annusare più forte, come facevo io con il tabacco, ricordi?
Allora Mattia annusò fortissimo, e l’aria gli fischiò su per le narici.
– Non sento nessun odore di peperone, nonno – disse.
– Infatti non c’è – disse il nonno: ma la sua voce non veniva più dalla mano: era come intorno, o dentro Mattia.
– Che è successo, nonno? – chiese Mattia.
– Ho fatto un piccolo trucco, Mattia. Ti ho fatto annusare forte la mano per poter entrare dentro di te. Se ti avessi detto di mettermi in bocca, credo che non l’avresti fatto, o ti sarebbe molto dispiaciuto.
– Allora sei dentro di me, adesso?
– Sì.
– E questa è la tua voce?
– Sì, ma la senti solo tu, adesso.
– E come stai, nonno?
– Benissimo, Mattia. Un bambino è un bel posto per viverci.

Un libro che i bambini ameranno senz’altro, un libro da far leggere ai grandi che fanno tanta fatica ad affrontare certi temi e ad accettare la realtà della vita e della morte.

Ulf Stark
Sai fischiare Johanna?
Piemme, serie azzurra – 1997

La casa di riposo, la malattia, la morte…sono tutti temi difficili che si è restii ad affrontare con i bambini, soprattutto i più piccoli. E invece è proprio a loro che si rivolge questo bel libro che racconta di come Berra, che vorrebbe avere un nonno, lo trova in un anziano di una casa di riposo e stringe con lui un’affettuosa e intensa amicizia.
Il linguaggio è semplice, il racconto breve si snoda fra piccoli episodi apparentemente semplici: la prima visita e la felicità di essere nonno ma anche di essere nipote, la prima uscita in giardino
– Avevo quasi dimenticato che fosse così – dice (il nonno)
– Cosa? – chiede Berra.
– Li sentite gli uccelli? chiede il nonno.
– Sì – rispondiamo.
– Li sentite i profumi? – chiede ancora.
– Certamente – risponde Berra.
– Non dimenticate mai queste cose – dice il nonno.
la costruzione di un aquilone con lo scialle più bello della moglie e, al posto della coda, la sua migliore cravatta (che però non vola per mancanza di vento!); poi il nonno prova ad insegnare a Berra a fischiare (ma non è facile imparare!!) e infine la festa per il compleanno del nonno..
Il racconto denota grande attenzione e con molta delicatezza e poesia avvicina i bambini al momento in cui avverrà il distacco da una persona cara. Meritano di esser lette le ultime pagine in cui, con grande serenità, viene descritto il funerale del nonno
Quando cessa la musica, arriva un prete, che si mette a parlare. E’ un discorso abbastanza breve.
– Nils era un uomo allegro. Soprattutto alla fine – dice – Gli volevamo bene tutti. E così non ha mai dovuto sentirsi solo, anche se non aveva parenti.
A quel punto Berra alza la mano, e la muove finchè non lo guardano tutti.
– Veramente era il mio nonno – dice.
Poi tutti si avvicinano alla bara e ci mettiamo sopra dei fiori. Io e Berra ci andiamo per ultimi. Facciamo un inchino, e Berra appoggia la rosa di Gustavsson sopra tutti gli altri fiori.
Poi rimane lì, anche se io lo tiro per un braccio.
– Adesso devo fischiare! – dice – Sentirai come fischio bene.
Berra si mette a fischiare, tanto forte che si sente l’eco in tutta la cappella.
Fischietta "Sai fischiare, Johanna?"
– Come ti è sembrato? – chiede quando sono fuori.
– Perfetto – rispondo – Adesso puoi essere soddisfatto.
– Infatti lo sono – risponde Berra.
Restiamo in piedi nel vento a guardare la bara che viene portata nel carro funebre da un paio di uomini con i guanti neri.
– In fondo è stato bello – commenta Berra.
Poi il carro funebre se ne va.
Noi salutiamo con la mano finchè non sparisce dietro la curva.
– Adesso cosa facciamo? – chiedo io a quel punto.
– Proviamo l’aquilone – risponde Berra – perchè oggi si è alzato il vento.

Angela Nanetti
Mio nonno era un ciliegio
Einaudi ragazzi – 1998

Ancora un libro che parla dei nonni, o meglio del rapporto fra nonni e nipoti. Non solo, parla anche della morte dei nonni.
Divertente, trasgressivo e decisamente comprensivo nei confronti del nipote Tonino, il nonno Ottaviano ha una grande capacità di ascoltare le esigenze del nipote, anche se non espresse (…"se ascolti con attenzione e ti concentri puoi vedere un mucchio di cose"…) e gli trasmette un grande amore per la natura, partendo dal ciliegio Felice (…"ascolta il ciliegio che respira…) piantato dal nonno il giorno della nascita della sua unica figlia (la mamma di Tonino), cresciuto e curato con amore. Un amore trasmesso al nipote che proprio nel ciliegio riesce a "ritrovare" il nonno dopo la sua morte.
Le riflessioni sulla malattia e la morte percorrono un po’ tutto il libro e sono poste ai bambini con grande delicatezza ma senza nulla nascondere della realtà. Dopo la morte della nonna Linda, Tonino con l’aiuto del nonno, rimasto solo e un po’ triste, riesce a rielaborare il lutto e a dire:
"..se non si muore finchè uno ti vuole bene, come ha detto il nonno, visto che la persona morta non si vede, vuol dire che si trasforma. Perciò la nonna di sicuro era diventata un’oca.
(…).
– Anch’io ho pensato a qualcosa del genere sai? – disse il nonno – e io che cosa potrei diventare?
Non avevo nessun dubbio
– Un ciliegio – risposi.
– E tu?
– Non ci ho ancora pensato, ma forse mi piacerebbe diventare un uccello. Così verrei a farti compagnia e a mangiarti tutte le ciliegie.
Peccato che l’autrice non sia riuscita a mantenere l’equilibrio fra la parte dedicata al rapporto fra Tonino e il nonno e il resto. Infatti la famiglia di Tonino e i nonni paterni sono eccessivamente litigiosi, poco capaci di ascoltare, troppo concentrati su se stessi, insomma pieni di difetti.
Vengono rappresentati un po’ tutti i clichè, primo fra tutti quello che vuole il marito morbosamente legato ai suoi (noiosissimi) genitori e la moglie che non li può vedere. Ovviamente questo vale al contrario per i genitori di lei, causa di continui litigi che porteranno alla separazione fra i due.
Ma perchè appesantire di altri problemi (seri e ormai conosciuti e sperimentati da troppi bambini sulla propria pelle) un libro altrimenti così poetico e che comunque già affronta un argomento delicato e doloroso? E perchè poi, se quella è stata la linea scelta, l’autrice si "pente" e in un eccesso di buonismo e amore per il lieto fine fa tornare insieme i genitori che decidono di vivere in campagna, nella casa del nonno Ottaviano, lontano dai noiosi nonni paterni e addirittura decidono di avere un’altra bambina.
Questo piuttosto è un messaggio che manca di realismo, come a dire che tutte le storie sono a lieto fine. Ma molti bambini sanno purtroppo che non è affatto così.

Guus Kuijer
Graffi sul tavolo
Gli Istrici Salani – 1996

E’ proprio vero che la grande abilità di questo bravissimo scrittore è quella di "capire quei pensieri che i bambini non sanno esprimere a parole" come ci viene detto all’apertura del libro. Un libro semplice con una scrittura piana e lenta, dove non succede apparentemente niente di importante. Dove però i piccoli (o meno piccoli) lettori vengono delicatamente posti davanti ad alcuni temi difficili: la morte, la vecchiaia, l’incomprensione.
Attraverso la voce di Madelief, piccola protagonista che, come il piccolo principe, non rinuncia mai alle domande, e vuole sapere tutto quello che accade e quello che è accaduto, l’autore suggerisce che bisogna vincere la paura che può nascere dalle diversità, dalla differenza di età e di sentire; si può trovare la strada che porta al cuore delle persone anche di quelle più insopportabili e inavvicinabili. Dietro il muro alzato per difendersi c’è sempre una persona sola e affamata d’amore.

Peter Hartling
La mia nonna
P iemme, serie arancio oro – 1996

Kalle, rimasto senza genitori a cinque anni, va a vivere con la nonna e cresce con lei.
Il racconto si snoda fra piccoli episodi della vita di tutti i giorni visti dagli occhi del bambino ma anche da quelli della nonna che alla fine di ogni capitolo annota le sue riflessioni personali.
E’ un abile stratagemma che ci permette di vedere la stessa situazione anche dal punto di vista della nonna e quindi aiuta a capire che ci possono essere opinioni e reazioni diverse ma non per questo ci si deve allontanare.
Il linguaggio semplice ma realistico non nasconde nulla e con delicatezza mostra anche "cose brutte" della vecchiaia, quelle che, soprattutto ai più giovani, possono fare paura. Dopo una visita ad un’amica che vive in una casa di riposo, la nonna riassume tutte le paure del bambino (e anche le sue) in alcune frasi che, ci pare, non hanno bisogno di alcun commento:
Sono esattamente vecchia come quelli lì. Solo che io non vivo lì in mezzo, ma con te, con un bambino. Allora la vecchiaia ha un altro aspetto. La vecchiaia diventa terribile quando, a furia di vedere vecchi, si perde di vista la vita, sai. Ecco tutto. Ma il mondo ha paura dei vecchi. E tu pure, Kalle.
Il tema dell’istituzionalizzazione dei vecchi, della perdita dell’autonomia, così come il tema della morte, devono essere affrontati e non nascosti. E’ di nuovo la nonna che, al termine del racconto, prepara Kalle alla possibilità della sua stessa scomparsa e, dichiarando Ho in programma di vivere il più a lungo possibile, Kalle. Ma impegnarsi non basta, può solo contribuire, lo pone davanti alla realtà senza drammi, aiutandolo a crescere.

Anne Fine
Complotto di famiglia
Piemme, serie rossa – 1998

Davvero notevole e diverso dal solito questo libro di una delle più importanti scrittrici per ragazzi di lingua inglese. Le vicende della famiglia Harris (papà, mamma, quattro figli e una nonna non più del tutto autosufficiente e con un inizio di demenza senile) sono raccontate con un linguaggio insieme ironico, tenero e molto reale. Gli sforzi dei quattro ragazzini per evitare il ricovero della nonna in una casa di riposo portano ad un risultato surreale ma dai risvolti avvincenti ed estremamente incisivi e toccanti.
Durante la cena, Natasha annunciò ufficialmente che la nonna non sarebbe andata a vivere alla casa di riposo; Tanya e Nicholas fecero smorfie di trionfo e si congratularono con Ivan …
(…)
Ivan ha chiarito la sua posizione: la nonna deve essere accudita qui, in questa casa. Giusto? (…) Allora siamo d’accordo: vostra nonna continuerà a vivere qui e Ivan si occuperà di lei (…) Pulire, fare la spesa, darle da mangiare, prenderle la tazza e cambiare i canali della televisione, cambiare e lavare le lenzuola, pulire il bagno dopo che l’ha usato, darle le medicine, accompagnarla in bagno, rammendarle i vestiti, andarle a ritirare la pensione, comperarle le mentine, riempirle la borsa dell’acqua calda, ascoltare le sue preoccupazioni, organizzare le visite dal dottore, stare qui con lei dopo la scuola, di sera, nei fine settimana e durante le vacanze, tenere bene al caldo la sua stanza, accenderle la luce quando si fa buio, sistemarle la radio, sprimacciarle i cuscini, controllare che abbia sempre l’acqua nel bicchiere – le mani di Natasha danzavano allegre sui piatti – Cercarle gli occhiali, trovarle il libro, raccoglierle da terra lo scialle, aprirle e chiuderle la finestra, tirarle le tende, spedirle ogni Natale le sue ultime cartoline d’auguri, consolarla quando muore qualche sua amica, ricordarle di mangiare…
Stava elencando tutte quelle incombenze come se fossero cose da nulla e per niente impegnative, e come se negli ultimi anni non l’avessero tenuta impegnata per almeno metà del suo tempo.
– Decidete tra voi come fare, o lasciate pure che Ivan si occupi di tutto: a me non importa, io ho già fatto la mia parte, adesso tocca a lui.
Il ragazzino la fissò con gli occhi sbarrati.
Sophie esclamò:
– Cosa? Tutto?
– Tutto quello che vostro padre e io abbiamo fatto fino ad oggi.
– E voi? Che cosa farete voi due?
Svolgeremo i vostri lavori, naturalmente.
Quali lavori? – domandò Nicholas, sbalordito.
– Infilare ogni tanto la testa nella sua stanza, di solito quando l’altro televisore non funziona. Preoccuparsi all’idea che si trasferisca in un ospizio. Henry avrà qualche incubo riguardante sua madre. Io ho bisogno di dormire, e quindi potrei spolverare la sua chincaglieria sul cassettone il sabato mattina. Credo che sia tutto quello che avete fatto finora per lei. Ho forse dimenticato qualcosa?
L’autrice non nasconde dietro immagini edulcorate le "bruttezze" del diventar vecchi ma sa aiutare i ragazzi (parlando il loro linguaggio) a guardare negli occhi la vita che passa, affrontando le responsabilità che comporta il diventare grandi. Le vicissitudini dei quattro fratelli Harris alle prese con la nonna ci portano fino alla sua morte. Anche in questo caso l’autrice ha il coraggio di chiamare le cose con il loro nome e nel dialogo che si svolge al cimitero fra i due fratelli più grandi si può riassumere la sua grande capacità di mettersi nei panni dei più giovani, aprendogli gli occhi sulla realtà, sulle tristezze ma anche sulla speranza nel futuro.
(Sophie) Alzò gli occhi, e scrutò uno dopo l’altro i rami giganteschi, fino in cima.
– Ivan! – strillò, sconvolta – Ma non capisci cosa succederà? L’hanno seppellita qui sotto, a due metri di profondità. E’ la legge, devono aver fatto per forza così. Questo significa che adesso è tra le radici del tasso. Capisci cosa sta per accaderle? Verrà assorbita dalla pianta!
Ivan si sentì quasi male. Abbassò lo sguardo, per guadagnare tempo e controllare quanto gli aveva appena detto sua sorella, e poi lo rialzò. L’albero troneggiava su di loro, immenso, antico e magnifico, facendoli sembrare due creature minuscole. L’idea che il fragile corpo dell’anziana signora potesse in qualche modo opporsi a quella forza della natura era a dir poco ridicola.
Respirò a fondo per sconfiggere la nausea.
– Le farebbe piacere – disse, cercando di mostrarsi più calmo possibile.
– Piacere?
Ivan confortò sua sorella a proposito dell’albero così come lei lo aveva consolato per la storia della polmonite.
– Sono sicuro che ne sarebbe felice. Perché non dovrebbe? Una volta mi aveva detto che le piaceva pensare di far parte delle cose: sarebbe stata contenta di far parte di un albero.
– Lo credi davvero?
– Sì, certo.

Anke De Vries
Segatura in testa
I Criceti Salani – 1991

(I due bambini Trottano insieme attraverso il parco.
A un tratto vedono qualcosa per terra, fra l’erba. E’ una borsa marrone da ufficio.
Si avvicinano di corsa e la raccolgono.
– Di chi può essere? – domanda Frans.
Guardano dentro la borsa.
E’ piena di fotografie.
Vecchie fotografie.
(…)
– Ma questo è il signor Baas! – esclama Fransi, indicando un uomo nella fotografia.
– Il signor Baas? Lo conosci? – chiede Frans.
– Sì, abita a Villa delle Dune. E si dimentica tutto.
– Questo lo so – dice Frans – Stamattina girava nel parco. Si era dimenticato la strada. L’ho accompagnato io a Villa delle Dune.
– Lo faccio sempre anch’io – dice Fransi.
– Il signor Baas ha la segatura in testa. Un bel fastidio.
Molte persone anziane hanno "la segatura in testa", cioè dimenticano facilmente e confondono presente e passato. Appunto come il signor Baas, che vive in una casa di riposo e non riconosce nel signore stempiato che gli fa visita il figlio, una volta biondo e riccioluto.
L’incontro fra l’anziano signore e due bambini intraprendenti cambia tutto: con una trovata geniale i ragazzini riescono ad ottenere che la segatura abbandoni per un po’ la testa del signor Baas.
L’autrice ha scritto questo libro in memoria dei suoi genitori che in vecchiaia ricordavano solo episodi della loro gioventù. Il libro si rivolge ai bambini con un linguaggio semplice e, con grande delicatezza, li accosta al tema della demenza senile e del ricovero in casa di cura/riposo, presentandolo con realismo ma senza paure e senza spaventarli, aiutandoli a conoscere una "diversità" e a saperne cogliere gli aspetti positivi e di relazione.

Mino Milani
L’ultimo lupo
Piemme, serie rossa – 1993

Vale veramente la pena proporre questo libro ai ragazzi ma anche leggerlo ai loro fratelli più piccoli. Ci potranno trovare il rapporto fra le generazioni, la riscoperta dei valori veri, la capacità di ascoltare, l’incontro con la natura guidato da un vecchio: tutto questo attraverso gli occhi di Enzo, il piccolo protagonista, cittadino fino al midollo.
Prevenuto nei confronti del vecchio zio, scappato dalla casa di riposo (.."una bella casa per anziani, televisione, gioco delle bocce….hai un gran bravo nipote…) per tornare alla sua casa nei boschi, Enzo scopre che se uno scappa in quel modo …o in qualsiasi altro modo, qualche ragione ce la deve avere..".
Le sue riflessioni ci accompagnano lungo il percorso di conoscenza che lo porterà alla rivelazione sofferta dell’importanza del rispetto e della libertà. Arriverà quindi ad accettare le scelte dello zio, a comprenderle fino in fondo e a schierarsi dalla sua parte. Con un linguaggio poetico ma asciutto e senza falsi pietismi, l’autore ci propone la trasformazione di Enzo (salito in montagna, dallo zio, per aiutare i cacciatori a trovare e uccidere l’ultimo lupo della zona, il ragazzo li "tradirà" diventandone quindi il salvatore) come emblematica di una capacità di guardare le cose con occhi nuovi.

Brigitte Peskine
Risvegliarsi al tramonto
Edizioni EL, Ex libris – 1995

Scritto in prima persona da Nathalie, adolescente confusa e spaventata dalla propria crescita, in difficoltà con il resto del mondo (genitori, amiche, ragazzi…), questo libro tratteggia un bel rapporto fra nonna e nipote. Proprio per bocca di Nathalie dà vita alla paura della vecchiaia, della morte, della diversità e senza proporre soluzioni definitive né lieti finali zuccherosi indica alcune strade che possono aiutare a guardare la vita con maggiore serenità.

Carmen Martìn Gaite
Cappuccetto Rosso a Manhattan
Mondadori – 1999

Come nella famosa fiaba, Sara parte per portare una torta di fragole alla nonna che vive sola a Manhattan. Una riflessione sulla libertà che parla al cuore di tutti ma anche uno sguardo profondo ai rapporti fra nonni e nipoti. La particolarissima affinità fra Sara e la sua nonna Rebecca, un tempo cantante di music hall, è descritta in modo incisivo e mostra con grande semplicità, attraverso la penna magistrale di questa grande autrice, come i bambini siano in grado di andare oltre i pregiudizi, diritti al cuore dove sanno leggere i veri sentimenti delle persone, l’ansia di amore e la disperata solitudine di cui tante volte i vecchi di oggi sono circondati.

Anna Lavatelli
Tutti per una
Piemme, serie arancio – 1997

E’ una realtà molto romanzata, dove il lieto fine è obbligatorio, quella che viene descritta in questo libro che racconta le vicende di un gruppo di anziani di una casa di riposo. Eppure il suo pregio è proprio quello di descrivere, con gli occhi di chi ci deve poi passare il resto della vita, una realtà spesso sconosciuta e comunque temuta dai bambini. Le riflessioni che i protagonisti fanno fra di loro sul senso della vita, sulle aspettative verso il futuro, sulla capacità di essere ancora protagonisti attivi sono tutti inviti alla riflessione e ad una maggiore attenzione nei confronti degli altri.

Guus Kuijer
Ti perdi e trovi una nonna
I Criceti Salani – 1993
Guus Kuijer
L’isola Duegambe
I Criceti Salani – 1991

Segnaliamo questi libri che raccontano le avventure di Tin, intraprendente bambina di nove anni, del coetaneo Job e del piccolo Bas, per la presenza di Tilli, una vecchia signora cieca che Tin "adotta" come nonna. Difficoltà, strategie e soluzioni positive sono tratteggiate dalla penna di questo grande scrittore olandese che sa guardare il mondo dall’altezza dei bambini, sa portarli ad affrontare le realtà e le fatiche della vita vera con fantasia, ironia e tanta voglia di divertire.

Stepan Zavrel
Nonno Tommaso
Arka – 1992

Il libro ha tutti gli ingredienti per piacere ai bambini ma anche ai loro nonni!! L’ordinanza del sindaco che "per il loro bene" fa rinchiudere tutti i nonni in una casa di riposo con l’aiuto di squadre di acchiappanonni armati di ogni tipo di rete sarà vanificata proprio dai bambini che, soli, si accorgono che i nonni là hanno davvero di tutto ma nessuno di loro sorride.
Saranno i bambini, all’insaputa dei grandi (che tanto non si accorgono di niente) a liberare i nonni e a tenerli nascosti fino a quando anche i genitori non capiranno che il loro posto è lì, in famiglia, e che la loro presenza è preziosa per i bambini.

Anthony Horowitz
Nonnina
Junior +10 Mondadori -1996

Appartiene al filone dei "nonni cattivi" e della fantasia più sfrenata questo divertente romanzo che vede il piccolo protagonista alle prese con la vecchia, cattivissima nonna e le sue amiche che vogliono servirsi di lui per tornare giovani. Nonnina concentra in sé tutti i tratti negativi che vengono solitamente attribuiti ai vecchi (dalla dentiera alle rughe…) e non è possibile trovarle qualche aspetto positivo. I vecchi da eliminare? Verrebbe fatto di pensare di sì se non fosse per un personaggio, la tata del protagonista, che sa riportare le cose sulla terra e dichiara decisa agli interrogativi del ragazzino: La vecchiaia è come una lente di ingrandimento: prende il meglio e il peggio di ognuno e l’ingrandisce. Nonnina è stata egoista e crudele per tutta la vita. Ma non puoi prendertela con lei per essere vecchia.

Ulf Stark
Il paradiso dei matti
Feltrinelli kids – 1999

Pur essendo un libro che parla dell’adolescenza e di tutto quello che comporta, raccontando la storia di Simone (una ragazzina dallo splendido nome francese che però in svedese non esiste se non al maschile…). La storia, divertente, trasgressiva, delicata è per noi significativa anche per la figura del nonno (si potrebbe dire il miglior attore non protagonista…) con cui Simone ha un bellissimo rapporto fatto di confidenza, affetto e reciproca fiducia. Lo strampalato vecchietto, di cui inizialmente sappiamo solo che è ricoverato in un ospedale per lungo degenti, piomba a casa della figlia dichiarando
Sono venuto qui per morire (…) Lo so, lo so! Forse è sconveniente. Ma in quell’ospedale del cavolo non si può morire in pace. Non si fa in tempo, con tutti gli esami del sangue e i termometri che ti infilano dappertutto e le lenzuola che devono essere cambiate e le pillole che bisogna mandar giù e tutte le altre scemenze che si inventano!
Il nonno accompagna e sostiene Simone in tutte le sue peripezie alla ricerca di se stessa e quando viene il momento organizza una festa d’addio cui partecipa dal suo grande lettone dove morirà sereno accanto alla figlia e alla nipote mentre la festa e la vita continuano nella notte.
Un altro libro in cui la morte viene affrontata con realismo e tranquillità, senza nascondere niente e senza spaventare.

Karel Verleyen
Mio nonno domatore di leoni
Gli Istrici Salani – 1997

Divertente e surreale questo nonno, scomparso in Africa tanti tanti anni prima, ricompare all’improvviso e vorrebbe venire a vivere con il figlio che non l’ha mai conosciuto. E così la storia si snoda fra l’esigenza di riconoscimento da parte del nonno, il rifiuto del figlio che non sa affrontare il cambiamento e la piena, immediata accettazione invece da parte del nipotino per il quale il nonno ritrovato inventa avventure mirabolanti. Inevitabile il lieto fine (Ai nipoti può benissimo nascere un nonno! Ad alcuni almeno…E a me è successo!) per un libro che, tra le risate, ci ricorda comunque l’importanza degli affetti e delle figure familiari.

Anke de Vries
"Segatura in testa"
I Criceti Salani – 1991

Abbiamo scelto alcuni testi che aiutano in modo significativo ad entrare in contatto con temi difficili quale la malattia e la vicinanza con la morte scegliendo per fare questo la figura dei nonni come figura mediatrice.
Molti dei testi recuperano in modo positivo l’immagine di persona vecchia che si avvicina, più o meno consapevolmente, alla fine della propria vita. Mettere a fuoco questo tema fa inevitabilmente sfuocare il resto rendendo centrale il rapporto che si crea fra il nonno o la nonna e i bambini.
In alcuni racconti però questa centralità del rapporto disegna un’immagine di nonni sopra le righe, con caratteri di eccezionalità, distanti dai tratti reali.
I nonni spiccano anche perché dietro loro c’è il vuoto famigliare. Riempiono l’assenza delle altre figure, in particolare dei genitori che non sono rappresentati come adulti di riferimento, sono lontani ( e come tale vengono allontanati dagli autori con stratagemmi vari).
Questa resa del quadro familiare in termini di assenza dei genitori è contraddittoria e problematica; tende da un lato ad idealizzare le figure dei nonni presentandoli, appunto, come super nonni, dall’altro induce a domandarsi come i bambini leggano questo vuoto, che alcuni libri disegnano in termini così forti, appare altrettanto irreale al pari dei quadretti idilliaci di tanti spot pubblicitari.
"Un altro degli elementi considerato da molti proibito nei libri per ragazzi è la morte. Intendiamoci, la morte come elemento risolutivo dell’intreccio, è stata sempre usata con abbondanza. Mamme morte che producono utilissimi orfanelli, eroici tamburini sardi o scervellati monelli che giocano col fuoco, piccoli ebrei nei lager, malatini di AIDS o vittime di faide tribali in Bosnia o in Ruanda. La morte straziante è uno degli ingranaggi fondamentali per mettere in moto la macchina del patetico, così presente specie nella letteratura ottocentesca, e comunque in quella che vuole ammonire ed edificare. La morte come evento, come spettacolo, come dato di fatto che in genere ci fa sentire colpevoli di essere sopravvissuti. Mai o quasi mai la morte come problema filosofico.
Eppure tutti i bambini si interrogano al riguardo, nonostante le risposte evasive e depistanti degli adulti (…). Uno dei miei libri per preadolescenti più amato dalle lettrici è Principessa Laurentina dove ho cercato di raccontare in modo realistico la reazione della protagonista alla morte della madre, avvenuta per un imprevisto incidente proprio mentre era in corso un profondo dissidio con la figlia. Ho notato che a leggere libri di questo genere i bambini e i ragazzini provano un senso di sollievo, non perchè se ne ritrovino consolati, ma perchè si sono almeno liberati dal peso angoscioso del silenzio, del non detto, del rimosso". (Bianca Pitzorno, Storia delle mie storie, Pratiche Editrice, Parma, 1995, pp. 137-138)

Nonni – rapporti fra le generazioni – figure di riferimento nella crescita

Un filone ricco di titoli è quello che vede i nonni come figure adulte di riferimento, solide rassicuranti (o anche "negative" in quanto custodi delle tradizioni) ma spesso sole nella totale (o quasi) assenza dei genitori.
Citiamo fra i tanti:
Patricia MacLachlan – Album di famiglia – Junior Mondadori +10 – 1993
Margaret Shaw – Ieri e domani -Gaia Junior Mondadori – 1993
Rhea Beth Ross – Solo donne in famiglia – Gaia Junior Mondadori – 1993
Gail Giles – Il respiro del drago – Junior -10 Mondadori – 1999
Roberta Grazzani – Nonno Tano – Piemme serie azzurra – 1992
Silvana Gandolfi – Occhio al gatto! – Salani Gli Istrici – 1995
Matilde Lucchini – Per fortuna ci sono i dinosauri – Junior- 10 Mondadori – 1994

Yekutiel o del raccontare le differenze

(…)
Prima che Yekutiel arrivasse a scuola, la maestra, intelligente, avvertì gli scolari, spiegando che Yekutiel era un bambino deforme, con un difetto alla schiena, e che dovevano comportarsi bene con lui, senza prenderlo in giro. Dovevano accoglierlo e fare amicizia.
(…)
Trascorsero uno, due, e anche tre o quattro anni; nel corso del quinto anno ? Yekutiel era undicenne ? successe qualcosa. L’insegnante di letteratura assegnò come compito un tema libero. Quando portò a casa i componimenti per correggerli e dare i voti, capitò su quello di Yekutiel, lo lesse e ne fu molto colpito. L’indomani entrò in classe, e disse: "Vorrei dedicare la lezione al tema di Yekutiel. Ve lo leggerò, e in seguito ne discuteremo".
Ecco quello che il professore lesse sul quaderno di Yekutiel:

Compito
Molti anni fa c’era un paese, lontano e isolato, al di là delle Montagne Tenebrose e del Fiume di Fuoco, dietro i Boschi di Ferro. In quel paese vivevano persone di tutti i generi, uomini, donne e bimbetti, nati con una deformazione alla schiena, con la spalla destra più alta della spalla sinistra, e con un testone in cima a un corpicino. Gli abitanti di quel paese erano molto felici, e si rallegravano del loro destino. Quando parlavano di una persona cara per tesserne le lodi, dicevano: "Mia figlia è talmente bella che nessuno può resistere alla sua magia. Ha la schiena più storta e più gobba di qualunque altra bambina che abbia mai visto in vita mia". I presenti rimanevano impressionati e non credevano alle loro orecchie. Il papà, orgoglioso e felice, tirava fuori di tasca una fotografia e la mostrava agli amici e tutti approvavano con ammirazione: "Effettivamente…fino a oggi non si era mai vista una schiena così curva! Una vera e propria meraviglia…Quando compirà diciotto anni, questa bambina sarà la nostra reginetta di bellezza!"
In quel paese vivevano così, assaporando ogni istante della loro vita gobba. Per i giorni di festa avevano una danza particolare, che esprimeva tutta la gioia per quello che il destino aveva dato loro, finchè un giorno successe una disgrazia.
Nella famiglia del sindaco era nato un bambino tutto dritto, con le spalle allineate, slanciato; la deformazione aumentava di anno in anno, e a dieci anni era alto un metro e sessanta, un vero mostro! Non ci sono parole per descrivere i dispetti subiti da quel bambino, fin da quando era in fasce gli altri bambini avevano avuto paura a giocare con lui e quando venne il momento di andare a scuola, i suoi genitori credettero necessario andare a lezione con lui, per proteggerlo dallo scherno dei compagni. Ma lui, che era coraggioso e pieno di buon senso, disse: "Non c’è bisogno di proteggermi, posso cavarmela da solo". Effettivamente, ben presto fu amato dai compagni, perché poteva fare per loro quello che a loro era impossibile. Grazie alla sua lata statura era capace di raccogliere per gli amici i frutti sulla cima dei pruni, poteva anche sbirciare al di sopra della cancellata dello stadio e riferire come procedeva la partita e chi stava vincendo, senza che dovessero comprare il biglietto. Fu quindi il primo a vedere da lontano la carrozza reale che stava avvicinandosi alla città e annunciò agli abitanti l’arrivo del rnonarca. Essendo alto, sentiva rumori lontani, e sapeva se il temporale si stava avvicinando, o se la primavera era alle porte, tanto che la popolazione non aveva bisogno di buttare via denaro per l’acquisto di un barometro o per lo stipendio di un meteorologo. Se era nevicato parecchio, lui spazzava via la neve accumulata sui tetti delle case con le mani, mentre andava a passeggio per le strade della città.
Tutti questi lavori importanti li faceva gratis perché cercava a tutti i costi di piacere, e desiderava che non ridessero di lui. Gli abitanti di quel paese finirono col perdonargli la sua infermità.
I suoi genitori, però, pensavano che soffrisse nell’essere diverso da tutti, ed erano molto preoccupati. Viaggiarono di città in città, interrogando e cercando dappertutto per trovare uno specialista che fosse in grado di curare la deformazione del figlio, finché un giorno vennero a sapere che nella capitale c’era un chirurgo impareggiabile, di fama mondiale, che poteva salvare il bambino. Si raccontavano davvero grandi cose di quel dottore; si diceva che già anni e anni prima si era occupato di un caso simile, ed era riuscito a eliminare perfettamente la deformazione: dopo una lunga e complicata operazione, il dottore era riuscito a ingobbire la schiena dritta del bambino, e a renderla curva quasi quanto quella di un bambino normale.
I genitori comunicarono al figlio questa splendida notizia, e dissero che non avrebbero badato a spese, che avrebbero dato al dottore tutto l’oro del mondo. Con loro grande sorpresa il bambino li informò che non voleva andare da quel dottore, e che desiderava rimanere così come era.
"Ma perché?" chiesero i genitori sbalorditi. "Perché preferisco essere come tutti gli altri miei simili" disse lui. "I tuoi simili?" dissero i genitori, "dove hai mai visto un bambino come te?". "Sono sicuro" disse il bambino dritto, "di non essere l’unico. Sono sicuro che c’è un posto dove mi assomigliano tutti". "Stupidaggini" ribatterono i genitori. "Leggiamo giornali di tutto il mondo, e non abbiamo mai sentito di un bambino come te…. tranne quelli che escono dall’ordinario… quelli deformi, naturalmente".
"Può darsi che i giornali non scrivano niente sul paese della gente come me. Può darsi che quel paese sia piccolo e isolato, o forse non esiste nemmeno un paese vero e proprio, e persone come me esistono solo qua e là, ma apparteniamo tutti a un tipo unico e speciale, e ci è proibito rinunciare ai nostri diritti".
"I vostri diritti?". I genitori, stupiti, non capivano: "Che diritti hanno le persone come te?"
"Ne abbiamo" disse il bambino, sorridendo fra sé e sé. "Per esempio, noi siamo più vicini al cielo, perciò sentiamo rumori e vediamo cose che la gente normale non immagina nemmeno. Ed è solo uno degli esempi".
I genitori si spaventarono talmente che portarono il bambino da uno specialista della mente, sulla cui porta era scritto "Psicologo", nonché "Dottore". Questo dottore parlò a quattr’occhi con il bambino, e dopo aver ascoltato quello che il piccino aveva da dire, disse ai genitori: "Lasciatelo tranquillo… Non sta bene, sta benissimo".
Così andarono le cose, e fino ad oggi è rimasto deforme, andando in giro eretto, annusando il profumo dei fiori di pruno da vicino, direttamente dai rami alti degli alberi; i fiori gli accarezzano le guance, gli fanno il solletico sotto il naso, e lui ride.
E il riso è segno di gioia, ogni tanto.

Piccoli lettori crescono

La diversità nei libri per ragazzi

Rodman Philbrick – Basta guardare il cielo – I delfini Bompiani – 1999

Lasciamo parlare di questo bellissimo libro Antonio Faeti, nell’introduzioneche apre il volume:
"Sì, lo diciamo continuamente che i diversi vanno accettati, fatti viverenel mondo così stranamente definito "dei normali". Sì, parliamosempre di solidarietà, di bontà, di sentimenti profondi, di valori, diumanità, di dignità. Sì, facciamo programmi, convegni, spot televisivi,interviste ad esperti, servizi giornalistici, copertine, manifesti, raccolte difirme. Poi, però, c’è sempre una barriera, noi di qua, loro di là. Libri comequesto che state per leggere ce ne sono davvero pochi. Qui non si resta comodi,al calduccio, tra gente pulita che odora di buono. Si scende in cantina, siraggiungono stagni puzzolenti, fogne, stamberghe. Si vede bene in faccia laviolenza, si scorge chi sta dall’altra parte, si frequentano cattive compagnie.E allora si impara davvero. E’ l’amicizia tra ragazzi, la prima scoperta, ilprimo tema, il contenuto più autentico, la trama che tutto unifica. Unargomento, anche questo, quasi impossibile da trattare. C’è il rischio dipasticciare, di riempire pagine e pagine di sentimenti a buon mercato, disdolcinature a prezzi da realizzo. Qui, i due amici sembrano davvero quello cheridendo proclamano di essere: due cavalieri antichi, due guerrieri, ammiratoridi Re Artù nell’età dei computer. Hanno stabilito, fra loro, un rapporto cosìstretto, anche in senso fisico, da creare una terza persona che li comprendetutti e due e a cui hanno dato un nome cumulativo.
Dopo l’amicizia, è l’handicap che ci viene incontro e ci viene mostrato secondouna regola validissima, qui mai abbandonata: è severamente vietato ilpiagnisteo. Non ci sono pietismo, non ci sono consolazioni, niente carezze,niente languori. Non va bene neppure il bel sorriso educato: qui trionfa losghignazzo da brutte strade di periferia, qui si ritrova un tono che rimanda aivecchi libri di pirati, di briganti, di grassatori. Vengono in mente anche ipicari, ovvero gli avventurieri spagnoli del Seicento che se ne andavano dicittà in città a cercar fortuna. E questo è un libro così intenso, bello,colorito e beffardo, da poter essere definito proprio picaresco.
Si rammenta anche Mark Twain, con i suoi Tom e Huck, anche loro affezionatifrequentatori di bassifondi, case abbandonate, grotte, cimiteri. Un libro comequesto merita di essere collocato nello scaffale che contiene i libri di Twain.
Essere amici significa, soprattutto, trovarsi. E’ il vero incontro quello chedecide tutto. E due handicap uniti producono una forza irresistibile,dall’amicizia nasce un progetto, si rinnova la vita, cambia tutto. Gli adulti,qui, non sono modelli, non possono indirizzare o dirigere: i due ragazzi devonoinventarsi tutto, la vita, il mondo, le regole, il comportamento, i giorni, ilcalendario. Oggi si ha quasi timore a parlare dell’amicizia, perché quella chemeglio si conosce è quella superficiale, frettolosa, spesso falsa, nata incerte occasioni in cui si sta insieme nel gruppo. Qui c’è l’amicizia priva dismancerie e di svenevolezze che però è tenace come il cemento, qui c’è unpatto reso sempre più solido dalle disavventure e dalle avversità. A guardarbene, il mondo imbroglionesco, pasticciato, degradato, in cui si muovono i dueragazzi è assolutamente il nostro mondo di oggi. Sappiamo di stare assistendo,quasi ogni giorno, a cambiamenti mirabili, che richiedono capacità didecifrazione e di adattamento. Nel libro, che per l’appunto si leggevoracemente, tutto questo sconquasso è tenuto d’occhio, è guardato bene,spesso si giunge anche a qualche spiegazione. Una, per esempio, è tale che gliadulti (anche per loro è adatto questo libro) fanno fatica ad accettarla.Spesso, nei cambiamenti vorticosi, nel succedersi frenetico di fasi storiche,nel crollo degli imperi, accade che la saggezza, tradizionalmente assegnata aglianziani, sia invece in possesso dei ragazzi. Osservando il comportamento dei dueprotagonisti si comprendono le ragioni di questo spostamento. Come in tutti igrandi libri del riso, anche qui si ritrova una vena, sottile e preziosa, dimalinconia. E’ fatta di quel misterioso umore presente nella comicità piùgeniale: in Charlot, in Totò, in Stanlio e Ollio inevitabilmente si ritrovanomomenti in cui, oltre allo spasso irresistibile c’è una breve pausa ditristezza. E la si sente affiorare anche qui, delicata, lieve, però, ancheintensa. Solenni come i cavalieri dell’amato Re Artù, sprezzanti come i picari,incontenibili come i pirati, i due ragazzi sanno suscitare anche qualchelacrima, inevitabile e sincera.
Noi, per questo, li amiamo anche di più".

Ed è vero, non possiamo non amare Max che dice Non ho mai avuto un cervellofinchè non è arrivato Freak e ha lasciato che prendessi in prestito un po’ delsuo per un po’, e questa è la verità, la pura verità. (…) per un sacco ditempo è stato lui a occuparsi delle parole. Solo che io avevo un mio modo didire le cose coi pugni e con i piedi anche prima che diventassimo Freak theMighty, pronti a fare a pezzi draghi e sciocchi, camminando in alto sul mondo
.
E non possiamo non amare Freak che all’asilo non sembrava tanto diverso, eravamotutti quanti sul piccolo, no? (…) Aveva l’aria come fiera, me lo ricordo così(…) dio quelle stampelle se erano forti. Ne volevo un paio anch’io. E quandoil piccolo Freak un giorno è arrivato con quei ferri luccicanti fissati allegambette storte, coi tubi di metallo che andavano su fino ai fianchi, bè,quelli erano anche più forti delle stampelle.
E non possiamo fare a meno di amare Freak the Mighty che nasce perchè Freak nonha portato le stampelle stasera, solo i ferri alla gamba, e ride così forte checade. Non che cada da molto in alto. Comunque, io lo tiro su e resto stupito asentire com’è leggero.(…) così mi chino senza pensare e tiro su Freak e melo metto sulle spalle. Freak si tiene sempre stretto alle mie spalle e quandogli chiedono il suo nome dice "Noi siamo Freak the Mighty, ecco chi siamo.Siamo alti nove piedi, nel caso non l’abbiate notato". Ed è così che ècominciata, davvero, come siamo diventati Freak the Mighty, pronti a far stragedi draghi e di sciocchi, camminando alto sul mondo.

Ci fermiamo qui anche se ci piacerebbe farvi notare tante altre cose diquesto libro triste e bellissimo e pieno di speranza. Leggetelo presto.

Jane Slepian – Le rose del Bronx – Gaia Junior Mondadori – 1996

Decisamente ben scritto questo bel libro tanto che viene naturaleimmedesimarsi nelle ragazzine di cui si narra. Magistralmente descritti isentimenti, i desideri, le reazioni dell’undicenne Skip e il fascino che su dilei esercita una coetanea, trasgressiva e trascinatrice, a capo di una piccolabanda che pur di farsi accettare da lei è disposta a fare scherzi di cattivogusto e ad infierire crudelmente su chi è solo.
Skip ha una sorella di quindici anni, Angela, dalla mente semplice come quelladi una bambina piccola, ragione del trasferimento della famiglia nel nuovoquartiere dove frequenterà una scuola speciale.
Mentre spesso il tema della diversità emerge dalle pagine dei libri per ragazzisolo con un invito, più o meno esplicito, all’accettazione, in questo libro siaffrontano temi più scottanti e forse meno appariscenti ma non per questo menoveri e concreti: le ansie e le aspettative dei genitori, la necessità-dovere diaccudire una sorella diversa, le divisioni che tale diversità può portare infamiglia.
E’ davvero molto reale questa madre apprensiva che si sostituisce alla figlia,non lasciandole autonomia, che la ritiene migliore degli altri("…frequenterà quella scuola e gliela farà vedere, a tutti (…),chissà che un giorno o l’altro non possa insegnarci in quella scuola") eche a lei ha dedicato la vita ("…non dimenticare che Angela ha una madree una sorella. Non ha bisogno di lavorare. Ci penseremo noi, a lei.").
Reale questo padre stanco, concreto ("la responsabilità di Angela ènostra, non sua. Skip ha la sua vita da vivere") e che riversa sulla figliaminore le aspettative e l’amore frustrato dalla diversità dell’altra figlia edalla "lontananza" della moglie, ma che per tutte lavora fino allosfinimento.
Reale Skip nel suo desiderio di libertà, nella sua ansia di non doversioccupare della sorella ("…era cosciente solo del fatto che la causa ditutti i suoi problemi era Angela. Quando sua madre la sgridava, era per via diAngela. Quando i suoi genitori litigavano, era per lei. Faceva impazzire tutti.Skip non poteva fare questo, Skip non poteva fare quello. Non poteva neppurerespirare per via di sua sorella.").
La storia si dipana senza cedimenti mettendo sempre più in evidenza lanecessità (e la difficoltà) di una scelta da parte di Skip. Da un latol’amica, la libertà, l’assenza di obblighi, l’affetto incondizionato dellecoetanee. Dall’altro la famiglia, la sorella, il padre adorato. In un crescendodi tensione, il libro si avvia alla conclusione semplice, forse un poco scontatama senz’altro positiva, il cui messaggio non può non essere inteso e capitofino in fondo dalle adolescenti cui il libro è rivolto.

Nicholas Wilde – Ombre – Superjunior Horror Mondadori – 1993

Scritto da un maestro della ghost story, il libro è in realtà il raccontodi una settimana di vacanza sulle coste del Norfolk e di una straordinariaamicizia fra due dodicenni, Matthew, cieco, che ha vissuto sempre nei quartieripoveri di Londra, e Roly che lo guida, facendogli da "occhi"all’esplorazione della zona e dei sentieri che portano al mare.
Il libro è un invito a superare le barriere che un deficit sensoriale, come lamancanza della vista, può innalzare fra le persone, senza cadere però neldidascalico e nel pietismo.
Sono le sensazioni che prova Matt nei suoi rapporti con gli altri, la suaricerca di autonomia e di libertà, la sua capacità di servirsi degli altrisensi per muoversi e vivere la sua vita, che indicano la strada da seguire.Naturalmente, insieme alla descrizione della capacità immediata di Roly dirapportarsi con lui con immediatezza e semplicità.
Ha poca importanza, alla fine, che Roly sia un fantasma e Matt la reincarnazionedi un suo amico, anzi la collocazione del libro nella collana horror forsedissuade dalla lettura chi non ma il genere.

Niklas Radstrom – Robert e l’uomo invisibile – Piemme, serie arancio -1996

Il mondo improvvisamente diventa tutto buio per Robert, un bambino di seianni che si ritrova a fare i conti con "l’impossibilità di accendere laluce". Il libro racconta con grande partecipazione, freschezza ed ironia leesperienze e le sensazioni di Robert, le reazioni della sua famiglia e deglialtri (amici, maestra…).
L’incontro con l’uomo invisibile che "solo chi non vede può vedere"è una soluzione brillante per fare riacquistare al bambino la fiducia in sestesso e la convinzione di poter fare qualsiasi cosa solo che lo voglia.
Il racconto si snoda con leggerezza tra il ritorno a scuola, la conoscenza diun’altra bimba cieca, la cattura di due ladri fino la finale un po’ retorico.Robert, così come inspiegabilmente aveva perso la vista, altrettantomisteriosamente la riacquista, riuscendo però a conservare la sensibilità e lacapacità di attenzione nei confronti degli altri che il periodo di cecità gliaveva fato acquisire.
Fortissima la tensione iniziale che si snoda per una cinquantina di pagine finoall’arrivo dell’uomo invisibile, che non è solo un espediente per ridarefiducia a Robert ma che rappresenta in qualche modo tutte le persone condeficit, "invisibili" al mondo dei normodotati e ce lo dichiara conlapidarie osservazioni:

"Solo perché non ci si vede non vuol dire che si sia invisibili. (…)E’ brutto non vederci ma ancora più brutto è quando nessuno ti vede. E’ lacosa più brutta che ci sia. Quando nessuno ti vede, sei solo al mondo,completamente solo, e questo fa soffrire molto".

Aquilino – Il fantasma dell’isola di casa – Piemme, serie rossa – 1994
Peter Hartling – Che fine ha fatto Grigo? – Piemme, serie arancio – 1995

Due libri sulla diversità, sul deficit nascosto e non meglio dichiarato diun ritardo, di difficoltà di rapporti.
"Simili" ad una prima occhiata anche i protagonisti di circa diecianni, maschi, soli, l’uno in una casa bellissima dove i genitori passano velocie se ne vanno presi dai loro problemi, solo anche l’altro, abbandonato in unistituto, con affidi falliti alle spalle e una mamma troppo truccata che compareogni tanto per una brevissima visita.
Ma quanto diverse le storie!
Romolo (il fantasma) attraversa tutto il libro in un triste monologo in cui nonc’è spazio per la speranza, in cui non trovano posto amici (se non immaginari)e affetti significativi mentre sullo sfondo si muovono adulti inquietanti,concentrati su se stessi e privi di qualunque sfaccettatura positiva.All’inseguimento di soldi e di una posizione i genitori (il papà saràarrestato verso la fine per tangenti); collerico e preso dal culto del"fisico in forma" nonno Giobbe che morirà solo nel suo letto e verràtrovato proprio da Romolo alla ricerca di una voce amica; superficialeappassionata di telenovelas la governante; piena di invidia per la sorella lazia Claretta che fa la maestra. Esemplare (in negativo!) è proprio il capitoloin cui la zia detta a Romolo l’inizio della Divina Commedia e gli corregge iltesto: "Non riesce a capire che io non capisco, io scrivo bene solo sullatastiera. Non faccio errori (altrimenti il computer non accetterebbe gli input)e potrei comporre endecasillabi in rima alternata, se solo miinteressasse".
Inquietante anche la fine: quando Romolo scopre che sarà messo in istituto sichiude in camera sua e inizia a parlare con animaletti (veri? Immaginari?) chegli fanno compagnia. Sarà su sollecitazione di una farfalla che Romolodeciderà di volare via attraverso la finestra aperta (davvero? o nella suaimmaginazione?) e su questa immagine che velatamente suggerisce un agghiacciantesuicidio si chiude il libro.
Grigo invece non lo vuole nessuno e così sta in un istituto dove ci sono altribambini abbandonati, alcuni "buoni", altri no, ci sono gli adulti (leeducatrici, la direttrice, i custodi, le psicologhe, il dottore), alcuni"buoni", altri no.
Su questo sfondo che permette ai bambini di non perdere di vista la realtà (cheè fatta proprio di buoni e di cattivi) si dipanano le avventure di questobambino difficile.
Il linguaggio è chiaro e poetico, il libro, pur nella tragicità della vicendache narra, lascia spazio a sentimenti positivi anzi sottolinea con forza lanecessità dell’amicizia e dell’amore trasmettendo ai piccoli lettori unmessaggio ben chiaro: bisogna saper guardare e bisogna saper ascoltare.

"Tu non impari mai niente – dicevano i suoi genitori adottivi. (…) Lagente diceva che lui era stupido, che non imparava niente ma aveva torto. Grigoimparava un sacco di cose. Imparava a vivere negli istituti, che non è una cosafacile. Imparava a memoria i test che i medici e le psicologhe facevano con lui.Imparava ad evitare le persone che non gli volevano bene. Imparava a difendersidai bambini che lo picchiavano. Imparava ad avere mal di testa e a giocare lostesso. Imparava molte cose. (…) Grigo imparava insomma soltanto ciò di cuiaveva bisogno per cavarsela abbastanza, cioè per vivere in istituti e clinichesenza farsi insultare o picchiare troppo spesso".

Anche in questo racconto non tutti gli adulti fanno una bella figura ma,ancora una volta, non sono tutti cattivi! E anche questi ultimi sonotratteggiati con ironia e leggerezza. Così per esempio le psicologhe che,numerose volte, sottopongono Grigo a test ma…"piano piano Grigo ebbecosì tanto allenamento a fare quei giochi da sapere esattamente quello chepiaceva alle psicologhe (che) non si accorgevano affatto che Grigo non giocavacome avrebbe dovuto ma come volevano loro".
Anche questo libro non è a lieto fine. Dopo l’ennesima fuga, Grigo verràtrasferito in una clinica e di lui si perdono le tracce.
Ma…c’è un poscritto per i bambini che andrebbe probabilmente letto e rilettoda tutti quegli adulti che hanno a che fare, poco o tanto, con l’educazione e lacura dei bambini speciali. E tutti i bambini sono speciali.

– E’ veramente esistito Grigo? – chiedono tutti i bambini a cui io raccontola storia di Grigo.
– Sì, Grigo è veramente esistito. Ma questo non ha tanta importanza.L’importante è che voi veniate a sapere che esistono bambini malati come lui,che vivono come lui, negli ospedali e negli istituti.
– Grigo era proprio malato? Che malattia aveva?
– Probabilmente aveva due tipi di malattie: una che i medici sapevanoindividuare – il mal di testa, i crampi, i dolori allo stomaco. Queste sono lecaratteristiche di una vera malattia. Avrà anche un nome difficile. L’altramalattia i medici non la possono curare: Grigo era malato perché nessuno sioccupava di lui, perché viveva quasi esclusivamente in ospedali e istituti,perché nessuno giocava con lui e nessuno aveva fiducia in lui. Questa, secondome, è la malattia peggiore. E’ inguaribile se non viene un aiuto da tutti, senon esistono delle persone che vogliono bene a bambini come Grigo.
– Però la signorina Bianchi voleva bene a Grigo!
– Forse non basta. Ci devono essere tante persone, e lui deve poter vivere inmezzo a loro, poter vivere normalmente, e solo allora imparerà com’è la vita.
– Dei bambini così possono guarire?
– Non accade spesso. Noi tutti abbiamo troppo poco tempo per occuparci di loro.Per questo restano malati.
– Allora questi istituti devono diventare più belli.
– Costa un sacco di soldi. E con questi soldi la gente preferisce costruirestrade, automobili, aerei, case e preoccuparsi della propria comodità.
– Ma forse questi istituti non servono a niente.
– Chi è malato deve essere curato. Ha bisogno di aiuto.
– Però non esistono solo questi istituti per aiutarli.
– No. Si potrebbe aiutarli in modo diverso. Ma sarebbe faticoso. E molte personedovrebbero comportarsi diversamente da come si comportano adesso. Dovrebberopensare ai bambini come Grigo – che vengono dimenticati perché gli istituti nonli lasciano più davanti agli occhi della gente. E allora i bambini sembranoscomparsi.
– Sono matti e combinano un sacco di guai.
– Fanno tante cose senza senso solo perché noi non ci preoccupiamo di capirli.Non abbiamo pazienza. Potrebbero giocare all’asilo con gli altri se tutti siprendessero cura di loro e nessuno li prendesse in giro. Potrebbero ancheesserci delle scuole per loro. E dei genitori adottivi che avessero imparato afare i genitori di bambini come Grigo.
– Ma tutte queste cose non esistono?
– No. Per questo Grigo stava in un istituto. E poi in clinica. Ed è così chelo hanno dimenticato.


Nicola Cinquetti – La mano nel cappello – Piemme, serie rossa – 1998

Se da un lato questo libro è azzeccatissimo e sa porre i lettori di frontealla diversità e alla sua possibile accettazione dall’altra rimanda un che di"superato". E’ come se l’ambientazione, il protagonista e la suafamiglia vivessero negli anni ’60. Eppure è stato pubblicato nel ’98! Sesottolineiamo questo "difetto" è perché, ci pare, non aiuta illettore ad immedesimarsi nella situazione e, pur posto di fronte a personediverse, accolte con tutte le loro caratteristiche dal protagonista, che nescopre i valori e gli aspetti positivi e supera la paura del contatto con loro,fatica a trovare riferimenti concreti con la sua esperienza di oggi.
Si tratta di uno dei pochissimi testi che raccontano il tema della diversitàmettendo al centro del racconto l’incontro fra William, solitario e timidoquattordicenne e gli abitanti della comunità " Le stelle" giovaniadulti disabili e i loro operatori.
E’ questo il motivo di interesse centrale del libro: attraverso la reciprocaconoscenza il lettore scopre la realtà quotidiana di questi luoghi ormaipresenti nella nostra società ma nello stesso tempo ancora appartati.L’iniziale diffidenza che si apre alla curiosità e alla voglia di conoscersimeglio delineano il clima emotivo del libro seppure in alcuni passaggi sirischia un eccesso pedagogico quasi si volesse, attraverso l’esempio virtuosodel protagonista, insegnare ad essere solidali.
Questo tratto è in gran parte compensato da riflessioni intime e profonde chene fanno una lettura adatta per chi sta vivendo la fatica del crescere.

Dennis Covington – Lucius Lucertola – Piemme, serie rossa – 1997

Si sarebbe tentati di collocare anche questo libro nell’elenco di quelli chehanno, fra i personaggi, persone con deficit senza che quest’ultimo siaparticolarmente significativo ai fini della storia. Ma è un libro piuttostoparticolare, come particolare è il protagonista che vive in un istituto perragazzi ritardati e ha un viso deforme.

Mi chiamo Lucius Sims. Ben presto scoprirete che sono più in gamba di quelloche sembro. Nessuno è mai riuscito a dimostrare che sono ritardato come glialtri ospiti dell’istituto, ma se vi capitasse di vedermi, temo che non avresteuna gran considerazione di me. E’ per via del mio aspetto fisico che lasignorina Cooley mi ha mandato alla Leesville.
(…)
Quando mi guardo allo specchio, io non mi vedo come mi vedono gli altri. E’semplicemente Lucius Sims che mi guarda…le mie spalle e il collo, la miafaccia, i miei occhi. Certo, i miei occhi sono spostati su un lato della testapiù di quanto lo siano quelli delle altre persone, ma hanno un bel colore,simile alle alghe. Non devo nemmeno portare gli occhiali. La gente crede che ionon ci veda bene solo perché il mio sguardo va in due direzioni diverse e pensache non respiro bene solo perché ho il naso piegato di lato.
(…)
Sono tutti convinti che siano la mia faccia, il modo in cui tengo le spallecurve e il fatto che zoppico ancora un po’ (…) a rendermi diverso dagli altri.Ma io non ci casco. Voglio dire, so benissimo di essere differente, e la cosa mipreoccupa un po’. (…) E so anche chi il mio aspetto non è la ragione per cuisono diverso, ma semplicemente la sua manifestazione esteriore.

Lucius se ne andrà dall’istituto con un uomo che dice di essere suo padre e,dopo diverse esperienze, troverà nel teatro la sua realizzazione e il coraggiodi tornare "a casa" e di diventare grande.

Per la prima volta mi resi conto che la signorina Cooley non era molto piùvecchia di me, e proprio come me doveva imparare un sacco di cose. Durante imiei viaggi avevo sentito la sua mancanza ma in quel momento seppi comesarebbero andate a finire le cose tra noi: sarei rimasto un po’ con lei, almenofino a quando avessi compiuto sedici anni, e dopo avrei potuto scegliere. In uncerto senso, ero già da solo.
(…)
Trovai un po’ di conforto nel pensiero che mi ero dimenticato quanto fosse ampioil cielo sopra la cittadina in cui vivevo, e come d’estate rimanesse a lungoluminoso.

Lo stesso cielo che sta sopra Freak the Mighty e che collega con un filosottile di stelle i protagonisti di questi, e altri, libri di cui vi abbiamoparlato.

Janine Teisson – Cinema Lux – Shorts Mondadori – 1998

Sono stati una scoperta piacevole questi Shorts che sono "brevi come unvideoclip, appassionanti come un film. Romanzi che si leggono in un’ora e non sidimenticano più". E, aggiungiamo noi, sono di qualità pur costandoveramente pochissimo (4.900 lire!!).
Questo, che piacerà sicuramente agli adolescenti un po’ romantici ma che vivononel 2000, racconta una tenera storia d’amore nata sulle poltrone di un cinema.Attenzione però, non è come pensate voi! L’amore nasce dalla passione cheentrambi i protagonisti hanno per i film di una volta, film che il cinema Luxproietta tutti i mercoledì.

Entrando fà attenzione al gradino. Sfiora il velluto ruvido delle poltrone.Il paradiso si torva nella terza fila a partire dal fondo, settima poltrona.

Non amano i film muti, però…E piano piano scopriamo insieme a Marine e aMathieu che entrambi sono ciechi; lo scopriamo un po’ prima di loro e liseguiamo in un mondo di sensazioni, di attenzioni diverse e di diversepossibilità.
Naturalmente sarà amore ma non c’è retorica nell’ultimo capitolo, quello dellerivelazioni, che è tutto da leggere.

Melvin Burgess – Innamorarsi di April – Gaia Junior Mondadori – 1997

Molte storie si intrecciano in questo racconto attorno al tema principalecostituito dall’amicizia e dall’innamoramento di Tony e April, due giovani dallevite non certo semplici.
Tony giunge nel paese di April dopo che il padre lo ha allontanato da casainsieme alla madre. April è sorda e per questa sua difficoltà vieneconsiderata da tutti come la tonta del villaggio, per di più dalla scarsamoralità.
Dopo l’iniziale diffidenza i due ragazzi si conoscono e nonostante le ostilitàche li circondano vivranno qualcosa di importante per il loro percorso dicrescita. Crescita che, come per tutti gli adolescenti, ha anche il sapore dellascoperta della diversità, più evidente per April ma molto presente anche perTony. Diversità che significa anche incontro con corpi diversi ed emozioni chenascono da questo incontro.
Il tema della sessualità è infatti un altro dei filoni che si ritrovano nellibro; è presente nella sua parte più gioiosa come scoperta reciproca dei duegiovani ma è anche raccontata nella sua parte più oscura e difficileattraverso le molestie che April subisce da alcuni ragazzi e nell’usospregiudicato che ne fa la madre di Tony.
E’ quindi un libro ricco di opportunità di lettura, reso in un qualche modomaggiormente atipico dall’ambientazione che rende forse un po’ demodè certipassaggi ma ne costituisce una misura di interesse.

Guido Quarzo – Clara va al mare – Salani – 1999

Clara, la protagonista di questo libro, è una ragazzina di quattordici anni.E’ una ragazzina down. Clara ha un desiderio, quello di tornare a vedere ilmare. Il libro è il racconto di come Clara tutta sola si avventura verso ilmare. Ed è l’occasione per conoscere un po’ meglio la storia di questa bambinagià ragazza, dei suoi pensieri, dei suoi affetti, delle sue paure e desideri.
Che sono uguali a quelli di tutti ma anche ugualmente diversi. Il tono del libroè giocato proprio su questo doppio binario: la quotidianità di Clara cosìsimile a quella di tante altre bambine e ragazze ma anche in parte diversa.Diversa perché differente è la sensibilità che la anima e i problemi, inparticolare le reazioni che suscitano il suo aspetto e le sue difficoltà inalcuni coetanei. Clara non capisce la ragione di questa diffidenza ed ostilitàma è capace di affrontarla a modo suo.
Così come a modo suo, con volontà e capacità, affronta il viaggio fino almare e si destreggia negli incontri per la via. Sola ma non in solitudine.

Paula Fox – Festa di compleanno – Shorts Mondadori – 1998

Questo libro si segnala per almeno due ordini di motivi. Il primo ècollegato al tema affrontato: il legame ambivalente ed complesso che lega Paul,primogenito dodicenne e Jacob suo fratello Down. E’ davvero difficile incontrareuna storia che abbia interesse a scoprire il rapporto fraterno in una situazionedove è presente il deficit e a farlo in toni non favolistici ma ancorati aldisagio e alla fatica di accettare questo legame. E’ Paul che racconta questadifficoltà, attraverso le sue emozioni intense e contraddittorie entriamo nellaquotidiana convivenza, rileggiamo con gli occhi di un bambino, quale Paul è,quanti cambiamenti suscita la nascita di un bimbo diverso.
Il secondo motivo di interesse deriva dalla scelta di accompagnare la storialungo il percorso del tempo che passa. Il libro segue infatti il rapporto traPaul e Jacob lungo l’arco di sette anni. Questa collocazione temporale cheaccompagna la crescita dei due protagonisti da forza alla narrazione permettendodi seguirne gli sviluppi e le tappe. Attraverso questa evoluzione seguiamo losforzo di Paul per non essere tirato dentro ad una situazione che non vorrebbevivere, le sue resistenze e gli slanci, le domande ed i silenzi. E’ solo dandosiil tempo di sentire disagi ed incomprensioni che Paul può vivere pienamente ilmomento di riconoscimento di Jacob come fratello, unico e diverso e parte dellasua vita.

Patrice Kindl – Il gufo innamorato – Gaia Junior Mondadori – 1995

Difficile e, per alcuni aspetti, un po’ sgradevole questo romanzo che, in uncrescendo di tensione e coinvolgimento, affronta il tema della diversità in unmodo sicuramente originale. La protagonista racconta in prima persona

Io mi chiamo Owl, ossia "Gufo". E il mio nome corrispondeesattamente alla mia natura. Sono centinaia di anni che , ogni due o tregenerazioni, nella mia famiglia nasce un uccello rapace.
(…)
Meglio spiegare chiaramente la situazione, non vorrei che sorgessero equivoci.Di notte mi guadagno la vita in forma di gufo, tra i campi e i boschi checircondano casa mia. Di giorno sono una ragazza normale (più o meno) chefrequenta il liceo cittadino.

Il racconto parla dei cambiamenti dell’adolescenza (amori, amicizie, distaccodai genitori…) ma la trama dipanandosi ci porta sempre più sulle tracce deltema centrale ben più profondo e delicato. La vita di Owl, mutante accettatapienamente dai suoi genitori e in grado di gestire bene questa sua diversità,procede parallela e lontana da quella di Houle, rifiutato e rinchiuso inmanicomio dalla sua famiglia proprio per la stessa diversità non compresa ericonosciuta:

(è il padre di Houle che parla)
Si è sempre parlato, nella nostra famiglia, di una specie di maledizione:qualcosa di strano che spuntava ogni poche generazioni. Io la consideravo piùche altro una pittoresca tradizione, e spesso ho pensato che si trattasse di unatara ereditaria. Più di una volta mi sono chiesto se tu ne fossi vittima.

Ma le vite dei due ragazzi si avviano sempre più velocemente verso un puntodi collisione. L’incontro e il riconoscimento non sarà immediato ma alla finerisolutivo.
E ben chiaro sarà il messaggio e l’invito a fare i conti con la propriadiversità anche in rapporto agli altri senza chiusure, senza ghetti ma conun’accettazione piena gli uni degli altri.
E la "lezione" arriva molto semplicemente attraverso Dawn, compagna discuola di Owl e sua unica amica, disposta ad accettarla nella sua duplice natura(Sì, proprio tu. So benissimo chi sei. Quello piccolo con gli occhi neri èHoule, o David, o come diavolo vuoi chiamarlo. Ma tu, gufo dagli occhi gialli,tu sei la mia compagna di scienze, vero?) ma che la invita a dare anche a Houleuna possibilità:

Parlo sul serio Owl. (…) Deve tornare a casa sua per sistemare tutto con isuoi genitori. (Houle) hai detto che non gliene fai una colpa se non hannocapito…Bene, allora dimostralo. Ora lo sanno: dai loro un’occasione. Tuo papàè biologo, scommetto che in un batter d’occhio potrebbe scoprire un sacco dicose sui gufi, non credi?

Melvin Burgess – La gigantessa – Junior+10 Mondadori – 1998

Una fiaba delicata sulla diversità e sui diversi modi di affrontarla. Lapiccola Amy, con il cuore e non con le parole, può comunicare con la misteriosagigantessa uscita da un tronco durante un terribile uragano. E se il cuore ledice che non deve temere, lei fiduciosa offre il suo aiuto alla creaturamisteriosa. Neanche il fratello poco più grande è in grado di vincere iltimore suscitato da quest’essere con cui non riesce a comunicare. E questa èl’intuizione che fa di questo libro un testo importante: mentre Amy sa mettersi"nei panni di", tutto quello che il fratello riesce a fare èinsegnare alla gigantessa a parlare, cercando di avvicinarla a lui ma senzacapirla fino in fondo, senza entrare in sintonia.
E così solo Amy capisce immediatamente quello che sta dietro le apparenze

Una porta si aprì e loro uscirono (dalla nave spaziale). Erano due, un uomoe una donna (…). Erano uguali a Giga: lo stesso corpo alto e aggraziato, lelunghe facce immobili, lo stesso muso terribile e fremente. Ma erano molto piùalti di lei.
– Sono enormi – disse Peter.
– Non lo sapevi? – gli chiese Amy.
Stava per chiederle: "Sapevo cosa?" Ma poi capì. Giga era unabambina. Una bambina non più grande di sua sorella.

Wendy Orr – La mia vita fatta di strati – Edizioni EL – 1997

In parte autobiografico, il libro racconta come può cambiare la vita inseguito ad un incidente automobilistico. In questi ultimi anni sempre piùdobbiamo fare i conti con l’aumento dei deficit acquisiti in seguito a traumi elesioni e anche i ragazzi devono saper affrontare questa difficile realtà. Leriflessioni di Anna, diciassettenne sportiva e innamorata, la sua difficoltà adaccettare la sua nuova condizione, a lasciare andare l’immagine e il ricordodell’Anna di prima ci accompagnano nel corso della storia che si apre propriocon l’incidente e si dipana fra crisi, speranze e delusioni fino ad un pienoriconoscimento della sua nuova esistenza. E’ un libro a tratti duro, moltorealistico ed intenso che sa descrivere con grande incisività le sensazioni dichi si ritrova a dover dipendere da altri e non riesce più a vedere davanti asé il futuro che si era preparato. Ma è un libro che, pur senza indorare lapillola, aiuta ad affrontare una nuova vita disegnando un percorso che porta aduna piena accettazione di sé e stimola alla ricerca di nuove strade dapercorrere per poter lo stesso vivere una vita piena.

E.B. White – Le avventure di Stuart Little – I Delfini Bompiani – 1998

E’ proprio una fiaba la vita di Stuart, alto cinque centimetri e con lesembianze di un topino, che nasce da una normalissima coppia (di umani) di NewYork che non si scompone più di tanto alla vista di un figlio così diverso. Leavventure di questo topo ragazzo non hanno alcun intento pedagogico eppure ciportano, con ironia e leggerezza, a guardare il mondo dal basso e a scoprire,stupiti, che non è poi così male.

L’unicità del deficit, la pluralità delle vite

Perché proponiamo un percorso intorno a scritti di persone che ad un punto della vita hanno incontrato il deficit?

Per tentare una risposta prendiamo in prestito dallo scrittore Javier Marias una riflessione: “Esiste un’enorme zona d’ombra in cui solo la letteratura e le arti in genere possono penetrare; di certo non per illuminarla o rischiararla, ma per percepirne l’immensità e la complessità: è come accendere una debole fiammella che perlomeno ci consenta di vedere che quella zona è lì, e di non dimenticarlo”(1).
La zona d’ombra data dalla malattia, dal deficit, dalla vicinanza con la morte, presenza ingombrante rispetto alla quale mettiamo in atto, per quanto più ci è possibile, meccanismi di rimozione, allontanamento, estraniamento. Sperimentiamo l’impossibile impresa di espungere dalla nostra quotidianità ogni rimando, nonostante, o forse in forza degli inevitabili richiami di cui la nostra stessa esperienza di vita e delle persone a noi vicine, è costellata.
Le testimonianze, in forma di racconti autobiografici, si offrono come ponte tra chi ha vissuto direttamente un’esperienza e si è sentito nel corso del tempo in grado di comunicarlo, raccontando, e chi è lontano da questo. La testimonianza è una strada forte, fondata sulle parole che non si propongono come modello; non vogliono parlare al posto di altri ma essere profondamente se stesse. Lontane da velleità rappresentative sono ancorate ad un quadro che è del particolare, di “quella donna e di quell’uomo” e che partendo dall’angolatura del punto di vista espresso costituiscono una rete di possibilità comunicative che si aprono verso l’esterno.
Il racconto autobiografico è uno fra gli spazi privilegiati del cammino intorno al proprio io, al dipanarsi dei fili di un’identità che non si sviluppa mai linearmente, piuttosto simile ad un grappolo di situazioni ed esprienze, emozioni ed accadimenti possibili e probabili, voluti o subiti.

Raccontare a partire dal deficit

I testi autobiografici di cui parliamo (vedi box a lato) sono estremamente diversi: scritti da uomini e donne, di età differenti, provenienti da contesti geografici, sociali e culturali eterogenei. Sono accomunati dalla tensione a ricostruire la trama della propria vita ponendo al centro del racconto la condizione di chi, per motivi anche qui assai diversificati, ha visto ledere in modo permanente o transitorio la capacità di vita autonoma ed è per questo passato attraverso la dipendenza dagli altri.
La presenza di un deficit tende a recidere i collegamenti tra le varie parti del se, ad invadere tutte le sfere che compongono l’identità. Occorre molto lavoro su di sé per riemergere come persona nella propria interezza che vive una determinata situazione, in cui il deficit esiste e persiste ma non riduce tutto a sé.
Nell’esperienza poi delle persone con un deficit acquisito questa riflessione amplifica un ulteriore significato legato al convivere con un deficit, significato che rivela la fatica di sentirsi ed essere recipiti come intelocutori validi, in grado di dire cose su di sè. Gli interventi sanitari mobilitano, soprattutto nella fase dell’emergenza, tutte le risorse. Il processo di medicalizzazione spesso supera gli ambiti di competenza e scandisce il ritmo della vita ordinaria. La persona diviene individuo incasellato o incasellabile in categorie che, prese in termini assoluti, non producono una reale conoscenza. “Possiamo dividere gli individui in categorie, e cercare di fare entrare, e corrispondere, le individualità in una definizione. Una volta introdotto un individuo in una definizione, il rischio è di perdere le sue caratteristiche individuali. Viene persa la possibilità di vivere secondo il proprio ritmo, i propri gusti, le proprie necessità”(2)
Raccontare la propria storia è uno dei modi con cui diventa possibile affermare che si è ancora persona portatrice di una identità al plurale che vuole continuare ad essere considerata.

“Ascoltare” la fonte diretta di un’esperienza difficile passa attraverso la fiducia reciproca: di poter essere accolti, di poter sopportare lo stare accanto. E’ dentro la trama di una storia raccontata che questo incontro viene facilitato; storia biografica che è insieme mezzo di comunicazione, ponte tra vite diverse , difesa.

La centralità dell’elemento tempo

Su come il tempo sia una fra le variabili centrali in questi testi facciamo esplicito riferimento al lavoro di Mariangela Giusti che ha approfondito il tema del rapporto fra narrazione e disabilità in un testo bello e ragionato dal titolo “Il desiderio di esistere.”(3) E’ a questa lettura che rimandiamo per gli approfondimenti del caso mentre utilizziamo ora una nostra rilettura sintetica delle differenti valenze attraverso cui il tempo si propone in questi testi, con quali sfumature diventa chiave interpretativa di ciò che è accaduto.
Nei brani presi in esame si evidenziano significati e valori con cui attraverso la forma tempo noi entriamo in contatto con le modalità di rielaborare il trauma avvenuto e le sue conseguenze:

c’è l’alternanza di tempo lento e tempo veloce, rispecchiamento del procedere ciclico di avvicinamento epresa di consapevolezza di quel che è accaduto (Huges De Montalembert Buio);
c’è un tempo delimitato che si dilata ad avvolgere tutto, corrispettivo del rivivere quel preciso momento che si fa viaggio nella propria vita ( Oliver Sacks Su una gamba sola);
il tempo tutto al presente, l’esperienza senza filtri che rivela il desiderio di condividere tratti di ciò che è proprio e che fa sentire diversi da tutti gli altri (Jean-Pierre Goetghebuer A nome di tutti i miei);
i salti temporali: è il tempo del presente (io qui in un letto di ospedale) che si raccorda al tempo passato (io là, bambina a correre nei prati ); è il tempo della memoria in cui la trama dei ricordi si divide il peso dell’affiorare di nuove , diverse possibilità ( Rosanna Benzi Il vizio di vivere);
il tempo rimandato: è il tempo necessario per dire, per trovare il modo e le parole con cui ricostruire l’esatto momento di quell’evento drammatico per buttarlo fuori e forse anche un po più lontano. ( Jean-DominiqueBauby Lo scafandro e la farfalla )

Elementi organizzativi della memoria

L’eterogeneità dei testi rende conto delle pluralità delle vite che vengono raccontate, non c’è omogeneità ma percorsi diversi di rielaborazione. In queste differenti piste di raccolta e ricostruzione dei fili biografici emergono però alcuni nodi tematici, elementi organizzatori delle memorie che scandiscono ed articolano il fluire del testo. E’ su alcune di questi che vogliamo proporre di ascoltare le voci dei protagonisti.

Il taglio , la frattura irreparabile fra prima e dopo

E’ il momento centrale della riflessione che si pone come terreno della consapevolezza, della presa di contatto con il limite e la finitudine. Accanto a questo trovano posto spiragli di invenzione del nuovo che seppur, in termini così drammatici, da qualche parte si intravede.

“Mi ritrovo coricato in una stanza e per tutta la notte un’infermiera dolcissima mi bagnerà gli occhi ogni mezz’ora. Non vedo più niente, Non soffro e il mio cervello continua ad anestizzarsi. Non penso. Giunge il mattino.
So già che sto andando verso qualcosa d’irrimediabile”- (Buio)

“Al Pronto Soccorso dell’ospedale fu una pena tirarmi giù dall’automobile. Il corpo di rifiutava di ubbidire ed io stessa lasciavo che fossero gli altri a muovermi. Assistetti come una spettatrice incredula all’affanno degli infermieri, allo spavento di mio padre mentre mi posavano sulla barella, mentre mi toglievano la coperta una volta entrati, mentre ragionavano sull’opportunità di lasciarmi il montgomery perché non prendessi troppo freddo.
Mi venne incontro un medico giovane. Capì al volo il problema. “Ti piaccio?” chiese. “se ti piaccio abbracciami”.
Accettai lo scherzo e alzai le braccia. Arrivai fino alle spalle, ma non riuscii a cingergli il collo. Il mio corpo mi abbandonava, questo lo capivo, ma più che altro ero confusa, intontita. Ad ogni minuto che passava scoprivo un nuovo gesto divenuto proibitivo, un nuovo muscolo insensibile ai miei sforzi di volontà” (Il vizio di vivere)

Il ricordo, il rimpianto, la speranza

Tutto quello che viene narrato diventa comunicabile sul filo della memoria. Nei testi aubiografici l’intreccio avviene tenendo insieme le strade del ricordo che è insieme rimpianto e della speranza , progetto e sogno per il futuro incerto davanti.

“Il fatto è che non sono attento al gioco. Un’ondata di malinconia mi ha invaso. Théophile, mio figlio, è seduto là, il viso a cinquanta centimetri dal mio, e io, suo padre, non ho il semplice diritto di passargli la mano tra i folti capelli, di pizzicargli la peluria della nuca, di stringere fino a soffocare il suo corpo morbido e tiepido. Come dirlo? E’ mostruoso, ingiusto, disgustoso o orribile? Improvvisamente ne sono spossato.” ( Lo scafandro e la farfalla)

“Sono contenta , lasciatemelo dire, orgogliosa, di non essermi fatta sconfiggere. Non ho rimpianti. Ripeto che sono felice di aver vissuto questi anni, e sono pronta, con serenità, a vivere gli altri. Serenità e allegria. L’allegria è fondamentale, quindi spero che questo non sia un libro triste. La gente non vuole leggere libri tristi, e ha ragione…
Forse un giorno in treno, con la corazza, visiterò Parigi. E poi vorrei andare da sola sulla spiaggia, in un pomeriggio d’autunno, sul tardi, e fare una lunga camminata sotto la pioggia” (Il vizio di vivere)

L’eccezionalità che entra nella quotidianità

C’è un momento in cui la presa di coscienza rispetto a ciò che così radicalmente muta la vita diventa parte della quotidianità, l’ ”evento eccezionale” perde i suoi primi contorni per assumere di volta in volta l’aspetto iperattivo e onnipresente o, invece, il sentire malinconico, l’assuefazione arrendevole in un alternarsi ciclico che rende conto del passare del tempo.

“Da quel giorno la mia vita è diventata una espressione continua di me stessa telefonando agli altri. Faccio e ricevo telefonate. Una telefonite acuta delirante che arriva a un tale grado di assurdità che non vedo più gli amici che vengono a trovarmi…La mia camera è diventata un vero ufficio di donna d’affari. Redigo documenti confidenziali, scrivo lettere di risposta a una corrispondenza voluminosa. Affronto le mie assicurazioni che, come sempre, non vogliono pagare. Un’occupazione sana, ma eccessiva. La sera, estenuata, sogno calma e tranquillità.
Questa attività febbrile è veramente positiva. Io mi apro agli altri, ai loro problemi. Ben lontana dal ripiegarmi su me stessa, l’esperienza della paralisi mi pone all’ascolto di tutti.

Tutta l’agitazione febbrile delle ultime settimane si è calmata per cedere il posto alla monotonia. Mi annoio. Non mi abituo alla mia nuova situazione, non mi sento al mio posto, come medico, in un letto d’ospedale.

Con il tempo, il dolore si diluisce in una specie di “malessere”continuo ma sopportabile. Giorno dopo giorno la mia salute migliora. Il mio corpo riprende forse il suo aspetto normale?” (Vita maledetta, ti amo)

Essere aiutati a raccontare la propria esperienza

Molti di questi testi nascono con un aiuto che è materiale e mentale ad un tempo. E’ un sostegno che si traduce nel rendere operativo il desiderio, poggiandosi su una relazione che rende possibile la vicinanza e la ricerca delle parole adeguate a raccontarsi. Il farsi del testo è frutto di una costruzione a più voci che prima di diventare prodotto pubblico è condivisione di spazio, tempo, fatica e piacere.

“Appoggiata sui gomiti alla piccola tavola semovente in formica, Claude rilegge questi testi che da due mesi pazientemente estraiamo dal vuoto ogni pomeriggio. Ho piacere nel ritrovare certe pagine. Altre ci deludono. Tutto questo fa un libro?
Ascoltandola, osservo i suoi capelli castani, le guance molto pallide che il sole e il vento hanno appena arrossato, le mani attraversate da lunghe vene bluastre e il copione che diventerà il ricordo di un’estate studiosa” ( Lo scafandro e la farfalla)

“Il polmone di acciaio è posto al centro di una cameretta con due pareti colme di quadri, una con due grandi finestre, ed una ricoperta dalle mensole della libreria cariche di volumi e soprammobili di ogni tipo e qualità. Ad un angolo il telvisore e, sotto, il giradischi.
In questa stanza abbiamo registrato il racconto di Rosanna, in un festoso e continuo andirivieni di amici e medici incuriositi, alcuni dei quali compaiono nel libro” ( Il vizio di vivere)

(1) Javier Marias, Un cuore così bianco,Einaudi Tascabili, 1999, Torino
(2) Gilberto Mussoni In prima persona. L’handicap: storie di vita, esperienze, testimonianze, prefazione di Andrea Canevaro, THEUT, 1995, Rimini
(3) Mariangela Giusti Il desiderio di esistere.Pedagogia della narrazione e disabilità, La Nuova Italia Editrice, 1999, Firenze

Cronaca di un’accoglienza

Giuliana

Prototipo di accoglienza:
al mattino sia che io arrivi da casa, sia che arrivi da un’altra scuola, dedico sempre un breve momento di rilassamento, anche solo un minuto per “staccare” prima di incontrarlo.
E’ un ragazzo di 19 anni con un handicap motorio e con gravi disturbi del linguaggio (handicap grave) non parla ma è in grado di capire e di esprimere i suoi desideri tramite gesti convenzionali.
Al momento dell’incontro io lo saluto, mi contraccambia il saluto (tramite un gesto convenzionale che lui usa per salutare). Gli chiedo se a casa i familiari stanno bene e lui mi spiega se c’è stato qualcosa di particolare oppure no.
A volte mi racconta di uscite fatte alla sera con l’obiettore oppure mi racconta del compleanno oppure, visto che è un tifoso accanito, mi racconta della sua squadra.
Io, prima lo ascolto e tramite quello che mi racconta cerco a mia volta di interessarmi di questi argomenti per riuscire a dialogare con lui, per avere un riscontro positivo. Poi in riferimento al programma scolastico gli chiedo se ha voglia di studiare, lavorare oppure di fare qualcosa; nelle risposte lui esita sempre; allora gli do un messaggio di questo tipo:
”Ti va bene ripassare o studiare chimica un’oretta e poi andare a fare merenda al bar della scuola?”
Lui acconsente sempre anche quando la materia che gli viene proposta è da lui detestata.
Da parte sua, c’è sempre un continuo volermi ringraziare (toccandomi la fronte) per ogni cosa che facciamo insieme. Come risposta a ciò, lo ringrazio anch’io, gli spiego che, se vedo che sono seguita nel lavoro, nelle cose che facciamo, oppure che apprende molto facilmente gli argomenti che trattiamo, io trovo molta soddisfazione nel lavorare e quindi sono motivata a proporre cose nuove.
Lui mi ringrazia molte volte, è un mezzo per comunicare attraverso il contatto fisico delle mani quasi una conferma dell’accettazione di sé, e a volte io mi sento impreparata a questo.

Margherita

Sono le otto del mattino, fa freddo e sono fuori, davanti al portone della scuola ad aspettare Andrea. Vedo arrivare la macchina a velocità sostenuta, frena di colpo sfiorando la colonna del portico. Intravedo Andrea che si tiene a stento con la mano sinistra, l’unica che può utilizzare, e noto il suo sguardo, tra il preoccupato e il divertito.
Mi scorge e vedo che mi saluta e mi sorride. Gli vado incontro con la carrozzina, apro lo sportello e lo aiuto a scendere.
Noto le sue gambe che sono sempre più lunghe ogni giorno che passa. Penso: ”Ormai è un ragazzo!”. Scambio alcune parole col papà, prendo lo zaino che mi sembra un macigno e mi sento uno sherpa.
Sconnessi della strada, mi infosso in un tombino, riemergo e scavalco il super-gradino del portone. Finalmente siamo a scuola!
Adesso saluto Andrea con più calma, gli sorrido, gli chiedo se ha studiato, se è preparato per il compito o l’interrogazione. Scherziamo un po’.
In alcuni giorni, sorridere mi pesa un po’ di più perché ho sonno o sono stanca o triste, ma cerco di non abbassare la guardia, perché mi piace pensare che a scuola Andrea si possa anche divertire.
Sì, a volte per lui divento anche un clown.

Anna

Quasi tutte le mattine accolgo Mattia, un bambino di nove anni, che frequenta la III elementare, arriva a scuola accompagnato dalla zia. Lo aspetto nell’aula di sostegno, Mattia arriva un po’ più tardi dei compagni e non entra in classe, è un bambino ipercinetico, generalmente entra nell’auletta correndo, la zia lo rincorre affannosamente, lo saluto, lui mi guarda, ma non risponde al mio saluto, mi fa immediatamente una richiesta del tipo:
”Giochiamo con i Re Magi?”
Io gli rispondo:
”Mi hai salutato?”
Dopo questa richiesta mi saluta, poi riprende a correre all’interno della stanza, oppure tenta di aprire gli armadi dove c’è il materiale per prendere quello che più lo attira in quel momento.
Tutto questo ha la durata di circa 5/10 minuti ossia il tempo necessario per scambiare quattro chiacchiere con la zia.
Quando la zia ci lascia riesco a controllare un po’ di più la situazione, riesco ad ottenere la sua attenzione facendolo sedere, parlandogli con calma e proponendogli un’attività.

Teresa

Giuliano arriva in macchina accompagnato dalla madre. Appena vedo arrivare la macchina esco e vado loro incontro, saluto entrambi con un “Buongiorno!” e con un sorriso. Aiuto la madre a sistemare Giuliano nella carrozzina e intanto gli chiedo come va e se c’è l’occasione gli faccio alcuni complimenti:
” Che bel vestito che hai stamattina; che bel cappellino!; fammi vedere il gioco nuovo ecc.”.
Poi ascolto la madre che certamente avrà da dirmi che cosa ha fatto Giuliano di speciale il giorno prima, o se quella mattina c’è stata baruffa: questo mi aiuta a capire di che umore è. Quindi rassicurata la madre, lei se ne va ed io a seconda di come lo sento e del suo umore gli parlo di quelle attività che si pensava di fare in quel giorno oppure se la luna è storta, gli propongo qualcosa che gli piace particolarmente.

Il lavoro di cura nella quotidianità

Il lavoro di cura si realizza in una relazione tra persone. Seguiamo il suo farsi e ci muoviamo verso il terreno della condivisione e della differenza. Vediamo all’opera ruoli diversi tra chi cura e chi è curato e bisogni soggettivi che si modificano incontrandosi ed allontanandosi.
Il lavoro di cura e di aiuto è ad un tempo profondamente radicato nella concretezza di un gesto, di un’azione, di un ambiente, ma anche intrinsecamente immateriali; diventano qualcosa di più e i diverso dall’insieme di tutti quei gesti, azioni, spazi perché attraversati dalla dinamiche relazionali che rivelano emozioni, prese di posizioni, orientamenti ideali.
In questo numero di HP presentiamo alcuni contributi tesi a raccontare il binomio materialità/immaterialità come uno degli indicatori più significativi del lavoro di cura e di aiuto al di là degli ambiti professionali dove esso si realizza ( il lavoro educativo con i bambini molto piccoli, il progetto terapeutico di un Ser.T…) dove ogni particolare “parla” di quella particolare relazione tra quotidianità ed straordinarietà.
L’uso degli spazi ( aperti o chiusi, pubblici o privati), l’utilizzo della corporeità come strumento di lavoro, i riti del tempo: tutto supporta il recupero del quotidiano in una “dimensione di raccoglimento e di relazione che consenta uno scambio, un dialogo, un abbraccio…in cui ci si possa prendere cura di sé, ri-prendersi in mano, vedersi, distanziarsi, comprendersi e riprogettarsi all’interno dei una relazione con un’altra persona, con se stessi”.

Operatori, familiari e il lavoro di cura

Le pagine dedicate all’approfondimento sul tema del lavoro di cura sono, per questo numero di HP, pagine d’archivio trattandosi, infatti, di due contributi apparsi sulle testate “Animazione sociale” e “Servizi Sociali” negli ultimi anni.
Sono due contributi che abbiamo ripreso in nome della loro validità e della capacità di centrare un elemento spesso trascurato quando si affronta una riflessione su che cosa è la cura, su chi da e riceve aiuto: la trasversalità del prendersi cura, la sua universalità, il suo porsi come elemento caratterizzante la potenzialità dell’agire umano, al di là di ogni specialismo e categoria.
Nel rapporto quotidiano con la sofferenza e il disagio, i familiari e gli operatori si trovano accomunati dall’esposizione ad un forte carico emozionale che né le conoscenze tecniche né la consuetudine sono sufficienti ad affrontare. L’aspetto relazionale è quello che ‘sostiene” il senso di un accompagnamento che, con particolare rilevanza nelle situazioni di gravità, tocca le sfere più intime e profonde della cura di sé.
Diventa necessario, per tutti coloro che sono coinvolti in una relazione di aiuto e cura, trovare spazi e tempi per dare parola alle emozioni e alle dinamiche di coinvolgimento, sempre presenti seppure il più delle volte in modo sotterraneo ed inconsapevole per tentare una rilettura che aiuti a ridefinire in senso positivo e rispettoso il progetto di vita che si va ad elaborare e a porre in essere.

Le separazioni

Stare accanto a chi vive una condizione di bisogno per un pezzo di strada: questo è il compito di chi svolge una funzione di aiuto nell’ambito di una relazione educativa.
L’accompagnare contiene quindi il seme della separazione. Come dice il poeta nel Congedo del viaggiatore cerimonioso “Amici, credo che sia /meglio per me cominciare/ a tirar giù la valigia.” perchè sviluppare percorsi il più possibile autonomi e consapevoli è una delle tensioni che attraversano l’agire educativo. Tensione che testimonia anche la doppia valenza che la separazione riveste all’interno delle relazione di aiuto. Da una parte, infatti, è essere consapevoli che ad un certo punto il proprio ruolo è proprio quello di andare dietro le quinte lasciando ad altri (persone e contesti) il compito di svolgere nuove funzioni, di dispiegare, se è possibile, diverse potenzialità. Dall’altra la separazione è anche momento di bilanci rispetto a ciò che si è dato, a ciò che si è ricevuto. Si vive, in questo caso, un vuoto, si sperimenta il senso del limite del proprio agire.
La faccia bifronte della separazione ci aiuta nel confronto, non semplice, con quanto di noi ha vissuto in quella relazione, dentro quello stare insieme quotidiano così tipico del lavoro educativo: il positivo, il negativo, le risorse, i limiti.

Primo incontro e fiducia nella relazione di cura

E’ un brano molto conosciuto quello che vi proponiamo, tratto dal libro "Il piccolo principe" esemplare come metafora dell’incontro con l’altro, primo ed ineludibile atto di ogni relazione di cura e di aiuto.
E’ sulla scena di questo incontro che vediamo già delinearsi molti degli elementi che strutturano la relazione interpersonale e che diventano, di volta in volta, maggiormente pregnanti.
Il momento del primo incontro è emblema, infatti, di tutte le aspettative che sono in gioco, di chi direttamente è dentro la dimensione relazionale e di chi ne è, almeno temporaneamente fuori, come la famiglia.
Per questo il momento dell’incontro ha bisogno di tempi e spazi definiti per questo e non per altro, tempi e spazi che costituiscono la struttura portante del rito. Attraverso l’uso sapiente del rito si lavora per costruire, con processi lenti e reciproci, legami di fiducia. La fiducia come legame significativo che unisce in un rapporto, base primaria di ogni acquisizione o apprendimento. Il lavoro di cura passa tra le condizioni che facilitano, e all’inverso ostacolano, la creazione di questi legami che trovano nei riti e nei ritmi della quoditianità il modo concreto di realizzarsi.

Il piccolo Principe (*)

In quel momento apparve la volpe. "Buon giorno", disse la volpe.
"Buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno. "Sono qui", dise la voce, "sotto al melo…" "Chi sei?" domandò il piccolo principe, "sei molto carino" "Sono una volpe", disse la volpe. "Vieni a giocare con me", le propose il piccolo principe, "sono così triste…"
"Non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomesticata".
"Ah!scusa" fece il piccolo principe. Ma dopo un momento di riflessione soggiunse: "Che cosa vuol dire "addomesticare"? "Non sei di queste parti tu" disse la volpe. "Che cosa cerchi?"
"Cerco gli uomini" disse il piccolo principe. "Che cosa vuol dire "addomesticare"?
"Gli uomini" disse la volpe, "hanno dei fucili e cacciano. E’ molto noioso! Allevano anche delle galline. E’ il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?"
"No", disse il piccolo principe "Cerco degli amici. Che cosa vuol dire "addomesticare?"
"E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire "creare dei legami"…."
"Creare dei legami?"
"Certo", disse la volpe "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo e io sarò per te unica al mondo".
" Comincio a capire", disse il piccolo principe. "C’è un fiore…credo che mi abbia addomesticato…" "E’ possibile", disse la volpe. "Capita di tutto sulla Terra…"
"Oh! Non è sulla Terra", disse il piccolo principe..
La volpe sembrò perplessa:
"Su un altro pianeta?" "Sì"
"Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?"
"No"
"Questo mi interessa! E delle galline?"No"
"Non c’è niente di perfetto", sospirò la volpe.
Ma la volpe ritornò alla sua idea:
"La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi guarda! Vedi laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticatop. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…"
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
"Per favore…addomesticami", disse.
"Volentieri", rispose il piccolo principe, "ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose."
" Non si conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe "Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"
"Che bisogna fare?" domandò il piccolo principe.
"Bisogna essere molto pazienti" rispose la volpe. "in principio tu ti siederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io tiguarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…"
Il piccolo principe ritornò l’indomani.
"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe " Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore…Ci vogliono i riti".
" Che cos’è un rito?" disse il piccolo principe.
"Anche questa, è una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe "E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza
Così il piccolo principe addomesticò la volpe. E quando l’ora della partenza fu vicina:
" Ah!" disse la volpe, "…piangerò"
"La colpa è tua" disse il piccolo principe, "io non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che tiaddomesticassi…"
"E’ vero", disse la volpe
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe
"E’ certo", disse la volpe
" Ma allora che ci guadagni?"
" Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano"
Poi soggiunse: " Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto".
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
" Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse "Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo.
E le rose erano a disagio.
"Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora, "Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi ( salvo i due o tre per le farfalle)". Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa".
E ritornò dalla volpe.
"Addio", disse
"Addio" disse la volpe "Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi"
"L’essenziale è invisibile agli occhi", ripetè il piccolo principe, per ricordarselo.
"E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".
"E’ il tempo che ho perduto per la mia rosa…sussurrò il piccolo pirncipe per ricordarselo.
"Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato.
"Tu sei responsabile della tua rosa…"
"Io sono responsabile della mia rosa…"ripetè il piccolo principe per ricordarselo.

(*) tratto da Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupery, Edizioni Bompiani

Luoghi del documentare

Esiste un profondo intreccio tra i processi del documentare e i luoghi in cui questi processi prendono forma e si strutturano in servizi aperti alla collettività: i centri di documentazione.
La documentazione è un attività complessa, per certi aspetti sempre presente nelle organizzazioni umane ancora prima di una sua necessaria definizione come un mezzo privilegiato per conservare e gestire le informazioni utili.
Il bisogno di poggiare la ricerca del nuovo su elementi ( dati, conoscenze, notizie…) consolidati ha quindi continuamente attraversato le forme di sapere nelle diverse civiltà e tempi.
Detto questo, occorre riconoscere come fenomeno contemporaneo la nascita di strutture quali i centri di documentazione che, pur mostrando segni di parentela sia con il modello “Biblioteca” sia con il modello “Archivi”, se ne distinguono.
Un segnale di distinzione si rintraccia proprio nella difficoltà di individuare un modello di riferimento unitario per queste realtà. I centri di documentazione costituiscono un panorama che mal si adatta ad una lettura omogenea; distinti per “età anagrafica”, emanazione (pubblica o privata), tematiche di riferimento, pretendono un’ attenzione specifica, non generica.
Questa differenziazione non deve comunque far dimenticare alcuni livelli ricorrenti, ciò che si ritrova come dato trasversale e di continuità. I livelli a cui qui ci riferiamo hanno a che fare con le ragioni della nascita e dell’esistenza di queste strutture e con la loro ricerca di identità riconoscibile all’esterno e condivisa all’interno.

Le ragioni
Se riprendiamo il tema delle ragioni, alcune parole possono aiutarci a rendere maggiormente evidenti le radici, e quindi anche i significati e le motivazioni. Queste parole sono: memoria, sapere, risorsa.
La lotta contro l’evanescenza delle cose è stata da sempre una delle preoccupazioni umane, nel duplice senso di sostegno all’identità individuale e collettiva, “ricordo dunque sono”, e di possesso e manipolazione dei segni che la memoria lascia nel mondo. Grande è stato l’impegno nella ricerca di forme con cui la memoria può diventare trasmissibile e condivisa, almeno da certe categorie sociali determinate.
Disporre di forme adeguate: gioca un ruolo in questa intenzione anche l’idea del sapere, o meglio l’immaginario a cui facciamo riferimento. Lungo il corso del tempo si è affermata la tensione verso un luogo mitico, capace di raccogliere tutto il sapere prodotto. Un luogo che con l’avvento della scrittura sempre più si è mostrato come straordinario magazzino, individuale e collettivo, in cui si poteva conservare l’informazione che prima si dovevano conservare a mente.

I modelli di riferimento
Il modello concettuale di riferimento si è proposto quindi, in forma pubblica, con immagini facilmente identificabili ed incisive: dalla città ideale di Otlet, vera e propria formalizzazione di un sistema documentario centralizzato, al cervello mondiale di Well, “sistema organizzato di conoscenza adattabile all’uso degli utenti, alla crescita della comprensione e del sapere collettivo”, fino al villaggio/spazio virtuale metafora e simbolo delle attuali tecnologie comunicative (2).
Queste immagini utopiche rivelano nel tempo influenze riscontrabili oggi nelle identità possibili per una struttura come il centro di documentazione.
La documentazione, come scienza teorizzata e sistematizzata, può essere riletta anche come tentativo di costruire strutture globali in cui le strategie di trattamento e recupero delle informazioni permettano l’aumento di comunicazione e condivisione dei saperi in modo più stabile e maggiormente democratico. Si fanno infatti “più numerose le banche della conoscenza, in cui si accumulano informazioni per poterle ritrovare al momento in cui servono, con l’effetto di rendere finalmente stabile (se non altro per altro per via della ridondanza che così si crea) il capitale di conoscenza disponibile. Per avere un’idea di queste banche, pensiamo ai santuari in cui oggi viene conservato il sapere: archivi, biblioteche, banche dati ecc. Internet, accanto alla sua vocazione commerciale anche sfacciata, ha una poderosa propensione verso questa funzione: conservare informazioni e conoscenze, alle quali ci si può rivolgere in qualunque momento (anche quando le biblioteche fisiche sono chiuse o i giornali sono in sciopero) e da qualunque posto del pianeta”(1)

Passaggi
Ci sono allora nel panorama odierno rappresentato dai centri di documentazione alcune peculiarità ed è possibile rintracciare punti di convergenza ed ispirazioni comuni.
Ne sottolineiamo alcuni, per alcuni versi emblematici dei mutamenti avvenuti e dei nuovi inizi:
? il passaggio dalla concezione lineare alla concezione reticolare dei saperi, che implica l’organizzazione a rete delle informazioni rese disponibili e la richiesta all’utente di saper navigare in modo non gerarchico;

? il passaggio dalla fonte unica come sede di informazioni (il libro) alla pluralità delle fonti: la quotidianità entra nel centri di documentazione nelle sue produzioni informative e documentative (riviste, quotidiani, …); si incrementano le raccolte organizzate sui saperi popolari (musiche, canti, produzioni grafiche…) e nascono gli archivi della soggettività biografica e autobiografica. Esiste e viene riconosciuto “un bisogno d’interesse e rispetto per le soggettività, che va molto oltre la dimensione propriamente storiografica o addirittura ne prescinde ponendosi sul piano esistenziale”.(3) “Gli archivi autobiografici di questa seconda generazione inaugurano un sentire nuovo: danno la sensazione di entrare in un mondo dove la propria memoria è un eredità pubblica. Non più solo la famiglia, non solo la trasmissione generazionale fra coloro che hanno il nostro stesso sangue, una memoria autobiografica può servire a costruire i luoghi pubblici dove i ricordi entrano in rapporto fra loro, si parlano, ricominciano a esistere”.(4);

? Il passaggio dal possesso delle informazioni all’utilizzo: la documentazione diventa risorsa capace non solo di testimoniare ciò che è stato, ma di orientarne la rilettura. E’ questa “fatica” del documentare oggi più che mai necessaria per tenere in equilibrio la consistenza delle radici e la propensione “all’altro” che spesso solo intravediamo, senza troppo subire l’ossessione memorialistica e la tentazione della negazione.

(1)R.Simone La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo,Editori Laterza, 2000

(2)A. Baldazzi La città e l’enciclopedia: le metafore della documentazione contemporanea. Dai progetti utopici alla comunicazione in rete

(3)M. Isneghi Intervento per la tavola rotonda, in: I luoghi della scrittura autobiografica popolare, Atti del Convegno, Mori (Tn), 1990

(4)L. Ricci Introduzione al catalogo generale dell’archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, 2001