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autore: Autore: Nicola Rabbi

12. Un’attività di inclusive education nei paesi in via di sviluppo

L’intervento di EducAid in Salvador. Conversazione con Alfredo Camerini.

Che cos’è EducAid?
È un’organizzazione, creata da professionisti del settore educativo e sociale, di cooperazione allo sviluppo che opera nel contesto degli aiuti internazionali con una propria mission a cui è legato un certo tipo di approccio.
La mission è quella di promuovere competenze sia nelle figure professionali sia in diverse figure che hanno responsabilità di cura e di educazione e promuovere competenze anche nelle forme associative e nelle istituzioni che operano in questi settori.
In questi dodici anni in cui abbiamo operato, l’obiettivo è sempre stato quello di interloquire con dei contesti facendo delle proposte in risposta a esigenze che venivano via via rappresentate dai soggetti più vari, vale a dire, come in Palestina, da associazioni locali votate al lavoro educativo o richieste provenienti da governi, come avvenuto in Salvador.
In Salvador la richiesta in un primo momento era più centrata sullo sviluppo dell’educazione speciale, poi si è evoluta. Ciò è avvenuto anche in seguito a un cambio di governo, per cui si è verificato un cambio di politiche e di attenzione verso un approccio all’educazione inclusiva, che potesse dare risposte ai minori con seri problemi di diserzione e di dispersione scolastica. Alla fine si è evoluto in un progetto di promozione per la scuola a tempo pieno, al fine di mettere in campo una proposta educativa che mantenesse i minori a scuola.
Altre volte abbiamo agito su richiesta di soggetti esterni come le Agenzie delle Nazioni Unite, soprattutto l’Unicef. L’Unicef infatti è l’organizzazione che maggiormente si occupa di minori “svantaggiati”, anche se hanno un settore che in realtà è più che altro costruito con l’obiettivo della protezione dell’infanzia. Questo fa sì che nella stragrande maggioranza i loro funzionari siano di formazione giuridica e che abbiano difficoltà nel promuovere processi d’innovazione in campo sociale ed educativo.
Il nostro apporto, che viene richiesto in termini di consulenze, è molto utile perché offriamo la possibilità di sperimentare progetti che consentono di organizzare una situazione laboratoriale in cui si praticano proposte educative con la possibilità di conoscerle e anche di discuterle e questo aiuta a interloquire.  Il nostro è un approccio centrato fortemente su una metodologia della “ricercAzione”(ricerca-azione).
EducAid, però, non lavora solo sulla disabilità, sullo svantaggio, lavora per esempio anche nel settore della global education cioè nel proporre attività e sollecitazioni culturali rivolte ai giovani per conoscersi e relazionarsi in modo più consapevole in rapporto alle nuove relazioni che restituisce la globalizzazione. C’è ormai una maggiore facilità di relazione che rischia però, se non sostenuta da un’intenzionalità di tipo educativo, di disperdersi.

Ritorniamo all’inclusive education e fammi un esempio di un luogo dove avete lavorato.
Nel Salvador la nostra proposta ha cercato nel corso del tempo, e direi ottenuto, il miglior livello di contestualizzazione nella realtà locale. Anche questa fa parte della complessità del lavoro di cooperazione che in realtà, almeno nella nostra interpretazione, non mira tanto a trasferire competenze proponendo modelli, quanto a promuovere principi che possano aiutare a interloquire con i professionisti o comunque con le figure che hanno responsabilità e ruolo nell’ambito educativo e nel campo del lavoro sociale per cercare di proporre sperimentazioni locali.
In Salvador il tutto è iniziato un po’ sotto traccia, a partire da un mio coinvolgimento personale richiesto da alcuni esperti del Ministero degli Affari Esteri che si occupano di educazione. Questi funzionari mi hanno proposto una missione per valutare la possibilità di integrare un intervento educativo a un intervento, di fatto, di edilizia scolastica, perché la cooperazione aveva deciso su richiesta del governo locale di costruire un Centro Risorse sulle disabilità presso una scuola, secondo un modello di tipo anglosassone. Un centro risorse cioè che mettesse a disposizione delle competenze per un lavoro di tipo individuale, quindi con specialisti ma anche figure dell’area sanitaria e riabilitatori. Si trattava di un lavoro non tanto volto all’inclusione ma alla riabilitazione in collegamento con la scuola.
Ciò costituisce comunque un contesto separato, in cui il minore con problemi viene prelevato dalla classe e portato a seguire percorsi di riabilitazione per poi essere restituito alla classe, il tutto in un contesto in cui esistono le scuole speciali e in cui non esiste quindi un processo di inclusione affermato. Stiamo parlando di lievi difficoltà di apprendimento, un bambino con paralisi cerebrale o altri deficit più rilevanti ha percorsi non inclusivi.
In collaborazione con la Facoltà di Scienze della Formazione di Bologna abbiamo progettato la componente pedagogica del Centro Risorse, il che comportava progettare un Centro Risorse di tipo diverso, cioè un centro per il territorio volto all’inclusione scolastica e sociale.
Il nuovo governo salvadoregno ha creato la “Segreteria per l’inclusione sociale”, una sorta di ministero che si occupa di inclusione sociale e ne ha fatto una delle bandiere della propria attività; in questo ha incontrato perfettamente quella che è la visione di EducAid in merito all’educazione inclusiva: riteniamo che per educazione inclusiva deve essere inteso tutto il lavoro educativo che viene esercitato a livello sia scolastico ma anche extra scolastico. Nella dizione anglosassone invece, inclusive education è l’inclusione scolastica dei minori con difficoltà e in linea di massima con disabilità.

 Questo Centro Risorse è ora passato in gestione a qualcuno? È funzionante oppure è ancora in via di allestimento?
Il Centro Risorse è stato poi realizzato su principi diversi, attribuendogli quelle che sono le funzioni di un nostro centro di documentazione educativa e cioè la funzione informativa, formativa e di documentazione. Svolge un’attività di supporto all’inclusione sia nella scuola ma anche nella comunità locale.
Poi il progetto è passato a uno stadio successivo in cui abbiamo operato perché la Facoltà di Scienze della Formazione di Bologna potesse farsi promotrice di una fase due, vale a dire sperimentare l’attivazione altrove di queste funzioni del Centro Risorse. Questo è stato fatto nei centri di formazione docente che sono istituzioni regionali che il Ministero dell’Educazione salvadoregno utilizza per la formazione in servizio dei loro insegnanti. In questo modo si è cercato anche di sperimentare, in un certo numero di scuole, il sostegno educativo in classe dei minori con disabilità.
L’esperienza di integrazione precedente (integradora) aveva costituito delle aule d’appoggio dove per alcune ore si portavano fuori dalle classi i bambini con difficoltà; qui gli insegnanti di appoggio facevano una sorta di lezione d’insegnamento intensivo in rapporto alle materie su cui i ragazzi avevano maggiore difficoltà. La proposta è stata quella di promuovere attività laboratoriali da fare congiuntamente e soprattutto di promuovere la consulenza degli insegnanti di appoggio che diventavano anche un raccordo fra la scuola e la comunità locale, soprattutto la famiglia, puntando molto sulla funzione sociale della scuola.
A questo punto si è passati a un’altra fase dovuta al cambio storico di un governo di destra dopo diciotto anni di potere ininterrotto. Su richiesta del nuovo governo abbiamo elaborato un programma di riforma della scuola di base che comportasse l’introduzione della scuola a tempo pieno. È stato così messo a punto un progetto dalla facoltà di Scienze della Formazione con il contributo di EducAid che prevede un vasto programma di apertura del tempo pieno di diverse scuole. La Cooperazione Italiana si è impegnata a finanziare questo tipo di intervento. EducAid concorrerà per avere in appalto l’organizzazione della componente pedagogica.
Ho ora presentato questo caso perché è un buon esempio del rapporto che sempre si cerca di intrattenere sia verso il livello alto, quello ministeriale e decisionale, sia verso il livello più basso, quello più vicino alla realtà quotidiana comunitaria, che è il lavoro educativo nelle scuole.
Questa è un po’ la caratteristica di molti dei nostri progetti, come quelli che non intervengono tanto nel campo dell’educazione inclusiva ma nel campo dell’inclusione sociale, vale a dire i progetti per esempio di deistituzionalizzazione.

EducAid
via Vezia 2 – 47900 Rimini
tel. 0541/280.22
www.educaid.it
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11. A Mandya si mette alla prova la riabilitazione su base comunitaria

Sunil Deepak, medico di origine indiana, è il responsabile dell’ufficio scientifico dell’Aifo dove lavora come cooperante da 22 anni.
Il progetto Mandya in India è iniziato nel 2008 con una ricerca sull’esperienza della riabilitazione su base comunitaria. Dato che le persone che lavorano in questo campo sono spesso sociologi, sulla RBC esistono soprattutto dei racconti, dei rapporti descrittivi e poco o quasi niente materiale scientifico per dire se questo approccio cambia e migliora la vita delle persone disabili.
Le istituzioni e gli esperti di riabilitazione considerano la RBC come qualcosa da paesi in via di sviluppo, per paesi poveri, non come valida alternativa.
Madya si trova a 150 km a sud ovest di Bangalore: è un distretto con due milioni di abitanti per 5 mila km quadrati.
In accordo con l’OMS che promuove la RBC abbiamo voluto fare una ricerca sulla validità del metodo e anche sui suoi limiti proprio in questa località. Da dieci anni due ONG sul territorio sostenute da Aifo, lavorano secondo principi della RBC e hanno coinvolto, nel corso del tempo, 22 mila persone disabili.
In generale la cultura locale non è accogliente; in una società povera se uno non contribuisce a far entrare qualcosa viene messo in secondo piano, ma questo per necessità, non c’è spazio per pensieri romantici; le aree rurali possono essere feroci verso i disabili, le donne, i ragazzi, tutti quelli che sono concepiti come diversi. I disabili sono pochi in queste regioni, sopravvivono meno degli altri.
Di solito il mondo è fatto per le persone che stanno bene, non per chi ha problemi.
Le Università di Firenze, Londra e Bangalore, che collaborano alla ricerca, hanno somministrato delle interviste e poi realizzato un’indagine statistica-sociologica.
Abbiamo però pensato che poteva essere valutata la RBC non solo da un punto di vista scientifico ma utilizzando gli stessi disabili come ricercatori; all’inizio dicevano che non era possibile fare diventare dei ricercatori delle persone che erano analfabete; e invece, grazie a dei ricercatori dell’Università anch’essi disabili che sono serviti da gruppo di sostegno, questo è stato possibile. Aifo ha partecipato come coordinamento e stimolo del fatto che questa iniziativa poteva essere fatta da persone disabili.
Per il pedagogista Paulo Freire anche le persone analfabete capiscono la loro situazione, sono in grado di capire, anche se non riescono a rielaborarla in un linguaggio colto; ma se una persona povera riesce a elaborarla in un linguaggio che si capisce questo porta all’emancipazione.
Non potevamo coinvolgere 22 mila individui ma abbiamo coinvolto le persone a diversi livelli; abbiamo individuato 26 persone che rappresentano tutte le disabilità, gente del posto, con titoli di studio diversi; questo gruppo ha fatto incontri con altre persone disabili per cercare di capire come fare la ricerca; hanno individuato 8 aree legate al tema della disabilità e hanno identificato 5 temi legati all’ambito di intervento (lavoro, salute, educazione, empowerment, legislazione) e gruppi di auto aiuto e associazioni dei disabili. Hanno infine individuato altri temi più trasversali (violenza, tempo libero, povertà…).
Su ogni tema (22 in tutto) hanno fatto delle riunioni, che duravano anche dei giorni, coinvolgendo persone disabili. Come metodologia hanno utilizzato le storie di vita cercando di capire quali erano i loro problemi e in che misura la RBC li aveva aiutati a risolverli. Alla fine di ogni riunione hanno documentato il tutto attraverso il filmato di circa un’ora.
I risultati di questo lavoro di analisi non sono univoci ma sono complessi; la RBC ha aiutato le persone ad accedere ai servizi, ha aiutato certi gruppi di persone disabili ma altre sono rimaste escluse e stiamo parlando delle persone ammalate di lebbra, le persone epilettiche, i malati mentali.
Il progetto è finito in aprile, in tutto sono state coinvolte 400 persone disabili, senza contare tutte quelle che hanno visto il video.
Ogni volta che vedo queste persone, mi rendo conto di come sono cambiate durante tutto questo lavoro: sono diventate persone più consapevoli. Ben 13 persone del gruppo si sono candidate alle elezioni comunitarie.

9. Fare RBC ad Alessandria d’Egitto

Conversazione con Simona Venturoli, project manager di Aifo.

Mi puoi parlare del progetto che state svolgendo in Egitto?
Nel 1997 Aifo insieme all’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva lanciato un progetto riguardante diversi paesi tra i quali l’Egitto per sperimentare la riabilitazione su base comunitaria nelle aree urbane. L’Egitto con il partner che attualmente abbiamo, il Centro Seti, era stato scelto tra vari paesi coinvolti. Nel 1997 Aifo è arrivata in Egitto con questo progetto realizzato insieme all’OMS e abbiamo cominciato a lavorare per attuare un programma nell’area urbana di Alessandria insieme al partner. Il progetto ha avuto molto successo e Aifo ha deciso di continuare a lavorare con fondi privati. Questo era un progetto pilota intitolato: “Promozione della riabilitazione su base comunitaria all’interno degli Slums”. Il progetto è terminato nel 2001 ma Aifo ha proseguito il suo impegno. All’inizio siamo partiti solo dall’area urbana di Alessandria mentre oggi si coprono almeno tredici aree. Negli anni il progetto è andato avanti ed è migliorato. Il nostro partner locale ha sede al Cairo ed è una ONG gestita dalla Caritas Egitto ma è registrata come ONG e ha sede anche ad Alessandria.

Il partner locale è un po’ particolare visto che si tratta della Caritas in Egitto…
Sì, è stata una grandissima sfida. Nel 1997 la situazione era molto diversa. La situazione del paese non poneva diciamo nessuna sfida. Nel 1997 la Caritas cristiana lavorava tranquillamente con la popolazione musulmana e con quella copta. Poi la situazione è cambiata. Con la guerra è peggiorato tutto e in questo momento è una grande sfida. Recentemente sono stata in Egitto, c’ero stata già nel ’93, ed essere tornata dopo tanti anni mi ha fatto scoprire un ambiente completamente diverso. L’Islam si era radicato in modo molto forte. Te ne accorgi anche da turista. Nel ’93 non c’era nessuno, per esempio, con abiti musulmani mentre oggi quasi tutti sono così. Si respira nell’aria che c’è scontro tra musulmani e cristiani. Questo partner, quindi, che è cristiano, lavora oggi in comunità che sono al novanta per cento musulmane. Oltre a lavorare sulla disabilità stanno dunque facendo anche un altro lavoro che sembra secondario ma non lo è, che è quello di lavorare sulla pace, sulla convivenza. Il loro staff, inoltre, è misto, sono sia musulmani che copti. In alcune aree tuttavia non riescono proprio a lavorare; in genere lavorano molto nelle comunità, nelle moschee, nelle chiese; spesso fanno un po’ i camaleonti alle rispettive riunioni, dato che la maggior parte sono cristiani ma si devono “abbigliare” in un certo modo per poter entrare, parlare.

Che tipo di intervento state attuando assieme? Oltre a essersi allargato dal ’97 in poi, il progetto si è anche strutturato in maniera diversa?
Il lavoro è sempre uguale, nel senso che ancora oggi è strutturato in fasi. La prima fase consiste nell’individuare una zona e vedere con le comunità chi è interessato a partecipare, poi c’è una fase di formazione. Prima di iniziare a lavorare il passaggio più importante è quello dell’identificazione delle famiglie, dei volontari, segue la formazione dei volontari e la costituzione di gruppi comunitari che possano poi gestire il progetto, perché alla fine è un progetto della comunità. Una fase, questa, che può durare anche un anno all’interno di una zona. Poi si passa all’erogazione delle attività che riguardano l’educazione (la novità è che in Egitto da quest’anno è uscita una legge per cui i bambini con disabilità “lieve” possono essere inseriti all’interno delle scuole che però non sono in grado di accoglierli). Questo progetto garantisce attività di educazione speciale; vengono fatte delle classi di soli bambini con disabilità che però alla fine fanno anche un esame pubblico. Ai bambini che finisco le scuole elementari viene concesso l’attestato di superamento dell’esame di stato.
Inoltre c’è la prevenzione della disabilità che viene fatta con le mamme in gravidanza, l’identificazione precoce della disabilità con i bambini e poi c’è la parte di riabilitazione fisica in collaborazione con i centri di salute pubblici. A questo proposito è stato fatto un accordo scritto con il Ministero della Salute; è importante fare rete e potenziare le risorse locali che sono già presenti sul territorio – le comunità, le parrocchie, le scuole, le moschee, i centri di salute – in modo che il lavoro non finisca con il termine delle attività svolte da noi.
Poi c’è tutta la parte sociale alla quale loro credono moltissimo. Vuol dire anche inserimento nel mondo del lavoro. Vengono fatti corsi di formazione e individuate aziende o artigiani che possano accogliere i ragazzi.

Stiamo sempre quindi parlando di minori? Di bambini in età scolare, di adolescenti che stanno per entrare nel mondo del lavoro…
Sì, stiamo parlando di questa fascia, da zero ai venti anni di età, talvolta arriviamo fino a trenta…

Sono presenti diversi tipi di disabilità?
Sì, anche se per la maggior parte sono disabilità mentali, paralisi cerebrali, purtroppo ci sono in Egitto molti bambini che, per una serie di motivi, nascono con paralisi cerebrali. Non c’è la cura prenatale, i più nascono in casa.

Esistono anche attività ricreative?
Hanno costituito dei weekly club, club settimanali in cui tutte le persone che si ritrovano in quella zona, si ritrovano per fare festa, per stare insieme. Vanno al Mc Donald’s, fanno gite turistiche per Alessandria.
Fanno addirittura un festival della paralisi cerebrale, una manifestazione molto grande, che è anche l’occasione per fare sensibilizzazione, in cui coinvolgono la municipalità e il governatorato.

Quante persone sono state coinvolte in questo servizio?
I beneficiari del progetto attualmente in corso sono circa 1.100 bambini da zero a sedici anni, ma anche persone più grandi, per la maggior parte con disabilità mentali e intellettive. Se aggiungiamo i genitori e i familiari raggiungiamo complessivamente circa 4.000 persone.

Qual è l’atteggiamento culturale delle famiglie nei confronti delle persone disabili? Immagino sia diverso dal contesto dell’Africa Subsahariana.
Sì in questo caso, più che come punizione, la disabilità viene percepita come una vita che non vale la pena di essere vissuta. Quando sono tornata giù, per farti un esempio, ho incontrato moltissime mamme che raccontavano che quando hanno partorito e si sono rese conto che il proprio bambino aveva problemi di disabilità, una volta che lo portavano in visita, il 90% per cento dei dottori consigliava loro di mettere per terra il figlio in un angolo e aspettare che morisse.

La religione permette tutto questo?
Sì perché, di fatto, non li uccidono… In generale ci sono forti discriminazioni e stigmatizzazioni, avere un bambino disabile è una disgrazia, perché è un peso. La maggior parte delle famiglie è senza speranza.

Hai qualche storia da raccontarci?
Ce ne sarebbero molte. La gente ama molto raccontarsi, più che in Italia. Ho sentito tanti padri che mi hanno detto: “Per dieci anni mi sono vergognato di mio figlio e ora ne sono orgoglioso. Ha vinto un sacco di medaglie di karate!”. Per i papà poi è ancora più complesso agire, perché è considerato compito esclusivo della donna occuparsi dei figli e della famiglia.
Per quanto riguarda i fratelli hanno organizzato un gruppo che si chiama “Amici della RBC” (Riabilitazione su Base Comunitaria), composto dai fratelli e dai cugini dei bambini con disabilità, in modo da condividere le loro esperienze ed essere coinvolti nel progetto; producono degli oggetti da mettere in vendita e fare così raccolta fondi ma soprattutto vengono sensibilizzati in modo che siano orgogliosi dei propri fratelli.

Quali sono i problemi che di solito si incontrano in questi tipi di intervento?
Le difficoltà che si incontrano sono a tutti i livelli, anzitutto a partire dalle persone con disabilità stessa, che, soprattutto nei paesi del Sud, hanno una bassissima considerazione personale e sono i primi a non credere in se stessi e quindi i primi a non credere che possono anche essere protagonisti di questi progetti di sviluppo. Se pensiamo alle famiglie, per esempio a quelle del contesto africano, queste tendono soprattutto a nascondere le persone con disabilità all’interno delle proprie case perché, per credenze di vario genere, vengono considerate o frutti del demonio oppure colpe: io ho un bambino disabile, quindi, evidentemente, ho delle colpe da espiare. La pressione sociale su queste famiglie diventa così molto forte. C’è da lavorare sulle difficoltà della persona con disabilità con la famiglia stessa, e con la comunità da un lato e a livello nazionale dall’altro, dove con tutte le difficoltà che già ci sono, i problemi delle persone con disabilità sono sicuramente gli ultimi pensieri.
In questi contesti mancano quindi i servizi di base, mancano le risorse, manca veramente tutto. Per questo consideriamo più efficace la strategia di attenzione su base comunitaria rispetto a interventi che vanno a fornire servizi specifici, perché cadono nel vuoto. Bisogna creare qualcosa di completamente diverso, una cultura diversa, una sensibilità diversa e fornire servizi innovativi all’interno delle stesse comunità. Se si arriva in Liberia in cui non c’è uno psichiatra in tutta la nazione, non ci sono centri di riabilitazione specializzati, scuole in grado di accogliere bambini con disabilità, dove non c’è nulla, non ha senso riabilitare fisicamente cento persone e basta. Finisce lì.

6. “Tegsh duren”, le pari opportunità nelle vaste steppe mongole

Conversazione con Francesca Ortali, responsabile dell’ufficio progetti esteri dell’Aifo.

Come siete arrivati a lavorare in Mongolia su un progetto di RBC?
Nel periodo in cui siamo arrivati in Mongolia c’erano pochissime ONG e ancora oggi, a dire il vero, se ne contano poche. Quest’anno il progetto ha compiuto vent’anni. A compierli, in realtà, non è stata la nostra collaborazione ma “Tegsh duren”, il programma che in lingua mongola significa “pari opportunità”.
Ci siamo capitati perché la Mongolia era uno di quei paesi che l’OMS aveva identificato nel suo progetto pilota per implementare la riabilitazione su base comunitaria. Stiamo parlando dei primi anni ’90. Il rappresentante dell’OMS della Mongolia chiese all’OMS centrale di iniziare il progetto, dopo di che l’OMS ci propose di andare a vedere se c’erano le possibilità di fare uno studio di fattibilità e così iniziammo. Si trattava di un periodo molto difficile per la Mongolia, a causa del crollo dell’Unione Sovietica. Nel giro di sei mesi la popolazione si è trovata improvvisamente senza riscaldamento, senza acqua, senza petrolio.
La Mongolia era uno stato separato, nel senso che non era annesso all’URSS ma era conglobato e dipendente in toto da tutto il blocco sovietico. Ci sono due o tre generazioni di mongoli che hanno vissuto sotto l’egemonia russa. Tutta l’economia, quindi, era strettamente connessa alla Russia, dipendeva da lei e quando questa è caduta la Mongolia di riflesso ne ha sofferto moltissimo.

Anche se ricca di risorse naturali?
Di risorse naturali era ed è ricchissima ma la struttura economica e politico-amministrativa dell’URSS non li lasciava affatto indipendenti.
Nel ’92 si viveva dunque piuttosto male e il problema era iniziare a cambiare la mentalità della popolazione. Dopo due generazioni sotto l’URSS e in cui ti dicono che non devi pensare in prima persona ma lo fanno gli altri per te e tu fai solo quello che ti è assegnato, è difficile cambiare, ci vuole tempo.

Spiegami meglio che cos’è “Tegsh duren”
“Tegsh duren” è più che altro una sorta di programma, che al momento si estende in tutta la Mongolia; ora sta iniziando un loro programma portato avanti dal Ministero della Salute, che sarà inserito nei programmi di salute di base, perché, così come ci sono i programmi di vaccinazione, si vorrebbero inserire anche programmi di riabilitazione su base comunitaria.
All’interno del programma ci sono diverse attività. A partire dalla formazione, che è una formazione a cascata che comprende tutti i livelli amministrativi, da quello centrale a quello sotto distretto, alle piccole unità abitative.

Di che tipo di formazione si tratta?
Formazione rivolta ai medici e ai paramedici. Si va dalla formazione specialistica a ortopedici, a medici di famiglia, ai feltcher che sono figure intermedie, né medici di famiglia né infermieri, che seguono un certo numero di famiglie nomadi utilizzando il motociclo o il cavallo. L’hanno scorso abbiamo fatto una ricerca proprio sui feltcher, sul loro ruolo e la loro formazione e dei bisogni formativi ai quali possiamo venire incontro con progetti di RBC.
L’altra parte importante è la riabilitazione socio-economica che passa anche attraverso il credito rotativo; dei fondi cioè che passano da un gruppo all’altro. Ad esempio per un anno vengono date cento capre femmine a una famiglia, vengono ingravidate, e mentre i nuovi nati rimangono alla prima famiglia, tutte le capre passano a una seconda.
Si chiama fondo rotativo di animali, invece di dare gli interessi in denaro li dai con gli animali da allevare; in Mongolia funziona bene perché gli animali, di fatto, sono la vita per i nomadi, non possono vivere senza, soprattutto per quelli più vulnerabili della società che sono le persone disabili. Avere un gruppetto di animali li stimola sicuramente, tornano cioè a vivere economicamente ma anche socialmente, perché questo gli permette di essere riconosciuti dato che possedere un branco di animali procura una certa considerazione.

A proposito di persone disabili come vengono coinvolti nel progetto?
Questo progetto ci ha portato sempre più vicino alla Federazione delle Persone con Disabilità e alle organizzazioni di persone con disabilità stesse. Sin dall’inizio le abbiamo coinvolte ma nelle associazioni di persone con disabilità la leadership e la gestione non sono molto spiccate.
L’obiettivo di un programma di riabilitazione su base comunitaria è sì formare i professionisti ma occorre lavorare molto sulle persone disabili, occorre operare per un loro empowerment [rafforzamento/presa di coscienza – ndr]. Abbiamo avuto un finanziamento dall’ONU e nel 2006 abbiamo iniziato questa formazione specifica a due livelli per le organizzazioni di persone con disabilità che dovevano far parte della federazione. Naturalmente per le persone che non abitavano a Ulan Bator ma in campagna questo discorso è stato ancora più difficile da fare.
Da quest’esperienza è scaturito un manuale di formazione in moduli che la Provincia di Milano ha tradotto in italiano e altre lingue; l’ha pubblicato e l’ha utilizzato per la formazione del proprio staff e delle associazioni di persone con disabilità della provincia di Milano.
Ritornando alla Mongolia tutte queste formazioni hanno fatto sì che la rete delle persone con disabilità si è rafforzata talmente che ha fatto un rapporto “ombra” per la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità. Hanno addirittura ratificato la Convenzione prima dell’Italia.

Parlami del rapporto con i giornalisti locali, frutto anche questo di un processo…
Abbiamo sempre insistito sull’importanza della visibilità e di come fare comunicazione, attraverso video, foto… In questo caso abbiamo coinvolto la Commissione Nazionale per i Diritti Umani, che è un ente governativo che dovrebbe essere formalmente l’istituzione che si occupa di tutte le questioni riguardanti i diritti umani e quindi anche i diritti delle persone disabili.
La collaborazione in Mongolia con questa Commissione è stata molto interessante e sono state prodotte ottime pubblicazioni e video in lingua mongola. L’anno scorso addirittura ne hanno realizzato uno molto particolare che riguardava la formazione dei funzionari di polizia riguardo al loro relazionarsi alle persone disabili.
Per quanto riguarda il mondo dell’informazione ci si era resi conto che in occasione di un evento che riguardava i disabili, i giornalisti non venivano mai e, se venivano, non raccontavano i fatti focalizzandosi sui diritti umani ma molto spesso usavano un tono pietistico. Poi pian piano i giornalisti si sono avvicinati ai nostri responsabili e proprio loro stessi hanno chiesto di ricevere un corso di formazione. Da questo rapporto sono venuti fuori video, documentari, articoli, spot televisivi sul tema della disabilità finanziati dal progetto o su loro iniziativa.

4. “Saper coinvolgere la società civile”

Intervista a Mina Lomuscio, funzionaria della Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo.

La nascita delle nuove linee guida
La Direzione Generale per la Cooperazione Internazionale e lo Sviluppo nel 2002 aveva già promosso delle Linee Guida sulla disabilità molto ben fatte, che avevano già in sé l’approccio successivamente adottato, un approccio di tipo partecipativo e inclusivo.
Ancor prima della Convenzione ONU abbiamo lavorato su questi aspetti in vari paesi in via di sviluppo e in particolare sulla deistituzionalizzazione dei minori, attraverso il coinvolgimento delle istituzioni ma soprattutto della società civile, delle organizzazioni di persone con disabilità, delle ONG, cercando proprio di adottare un approccio di tipo partecipativo fin dal principio del progetto. Il fatto che nel 2006 sia stata firmata la Convenzione ONU ha dato un impulso ancora maggiore alla nostra attività, benché la nostra esperienza fosse già all’avanguardia rispetto ai principi enunciati.
Quello che per noi resta di fondamentale importanza è l’articolo 32 che parla ben chiaro su quelli che devono essere i termini costitutivi della cooperazione alla quale viene affidata il ruolo di predisporre e di finanziare progetti capaci di coinvolgere la società civile in cui le persone con disabilità siano primi attori del processo.
L’Italia è stata tra i primi firmatari della Convenzione, per cui abbiamo ritenuto importante cercare di capire quello che la cooperazione italiana fa per lo sviluppo del settore, la metodologia utilizzata, il tipo di approccio. Abbiamo così fatto uno studio che ha preso in considerazione le iniziative che vanno dal 2000 al 2008, in cui abbiamo identificato le aree dove il nostro intervento è stato maggiore, aree che sono legate all’inclusione sociale, all’istituzionalizzazione; abbiamo preso anche in considerazione l’operato delle politiche legislative in materia, settore in cui siamo all’avanguardia e che ci viene riconosciuto in tutti i paesi. In questa direzione abbiamo fornito assistenza tecnica alle istituzioni che sono preposte alla promulgazione di leggi nella difesa dei diritti delle persone con disabilità.
A seguito di questo studio abbiamo fotografato gran parte della situazione nei paesi in via di sviluppo, benché ci siano ancora degli aspetti che non possono essere compresi in tutta la loro totalità, dato che fare una mappatura precisa non è stato possibile.
Tuttavia questo studio ci ha permesso di aggiornare quelle che erano le nostre linee guida nel 2002, sulla base proprio degli enunciati della Convenzione ONU. Questo lavoro è stato un lavoro di tipo estremamente partecipativo nel senso che abbiamo lavorato fin dall’inizio al nostro interno con i nostri uffici, che hanno diverse competenze di tipo finanziario, politico ed economico nel settore. Noi siamo l’Unità Tecnica Centrale Operativa per la Cooperazione allo Sviluppo ovvero siamo l’unità operativa che si occupa della formulazione, della gestione, del monitoraggio e della valutazione dei progetti. Al nostro interno esistono poi una serie di uffici che si occupano della programmazione e dei rapporti con gli organismi internazionali.
Partendo da questi presupposti diciamo che prima abbiamo fatto una mappatura all’interno del nostro ministero e successivamente abbiamo lavorato con le nostre unità tecniche locali, che avevano il polso della situazione in loco sulle varie attività, sulle esigenze e sui bisogni. Infine abbiamo coinvolto la società civile, le ONG e le varie organizzazioni di persone con disabilità, i ministeri e le istituzioni italiane, come il Ministero delle Politiche Sociali, gli Enti Locali e anche gli organismi internazionali.
Tale fotografia iniziale, predisposta alla redazione e all’aggiornamento delle linee guida, è stata fatta in collaborazione con la World Bank e la Global Patternship Disability Developement, un’alleanza di agenzie di cooperazione, organizzazioni internazionali, donatori…, che si occupa di disabilità e di favorire lo scambio di esperienze e di conoscenze. Tale collaborazione ci ha permesso di avvalerci anche di quello che era il punto di vista internazionale.
Successivamente abbiamo organizzato a Torino un forum in cui era presente parte del mondo della società civile e degli organismi internazionali e abbiamo invitato anche alcuni rappresentanti dei diritti umani di paesi dove noi lavoriamo, per avere così un contributo a trecentosessanta gradi. Abbiamo infine costituito un gruppo di lavoro che insieme all’Unità Tecnica Centrale ha lavorato sulla redazione delle Linee Guida. Il gruppo di lavoro era composto dalle istituzioni, dal Ministero delle politiche sociali ma anche da persone disabili.
A partecipare sono state soprattutto persone con disabilità che si occupano del settore normativo e legislativo della questione e della tutela dei diritti. Infine il documento è stato presentato e discusso a Torino e poi ripresentato nuovamente in una riunione ministeriale in cui abbiamo riconvocato tutti i partecipanti e di nuovo abbiamo raccolto commenti e suggerimenti. Tutto questo per dire che c’è stato un percorso accurato che è andato avanti nel tempo e ha visto la partecipazione dell’intero sistema Italia. Il documento delle Linee Guida è stato approvato formalmente nel novembre 2010, la redazione ultima è invece terminata a luglio. Rispetto alle linee guida del 2002, il documento del 2010 ha voluto essere molto più concreto, un documento operativo, basato sugli enunciati della Convenzione ONU.

Programmazione e metodologia
Nell’ambito della programmazione-monitoraggio dovremmo sicuramente cominciare a collaborare più strettamente con l’Osservatorio Nazionale per la Disabilità di recente istituito; anche la relazione che facciamo ogni anno al Parlamento dovrebbe avere una sessione dedicata alla disabilità. Molto spesso la disabilità è stata tenuta in considerazione come una tematica all’interno della Sanità mentre noi vorremmo darle un taglio completamente diverso, non la vogliamo più vedere secondo un approccio di tipo medico ma di tipo sociale.
C’è bisogno in questo senso di concretezza, di fare formazione e sensibilizzazione verso il personale del Ministero degli Affari Esteri e dagli Uffici. È importante sensibilizzare e informare. Abbiamo inoltre ipotizzato di fare formazione anche agli enti esecutori dei progetti, utilizzando soprattutto la rete universitaria, in collaborazione quindi con il mondo accademico. Recentemente abbiamo fatto un ciclo di seminari sui minori e la disabilità con l’Università La Sapienza, proprio perché riteniamo lo scambio teorico (quello dell’università) e pratico (il nostro intervento sul campo) come un aiuto per meglio indirizzare i nostri interventi. La formazione d’altro canto è in applicazione agli articoli della Convenzione.
È necessario anche continuare il nostro intervento sull’Inclusive Education, così come l’art. 24 lo espone e come è già messo in atto nella nostra esperienza. Dobbiamo proseguire questo tipo di attività che vede la deistituzionalizzazione dei minori applicata per progetti e in questo vedere un passaggio verso l’inclusione. Queste affermazioni per noi possono sembrare una banalità ma nei paesi in via di sviluppo ci sono ancora molti centri chiusi e il nostro intervento deve essere quello non di supportarli ma paradossalmente di fare il modo che vengano chiusi.
Per far sì che ci sia inclusione operiamo nelle scuole attraverso la formazione e l’assistenza tecnica che possiamo dare agli operatori, attraverso l’istituzione delle case famiglia e utilizzando il mondo del volontariato e delle ONG locali che hanno in loro molte potenzialità.
L’accessibilità delle strutture è un altro elemento di cui dobbiamo tenere conto in ogni progetto che la cooperazione fa. L’accessibilità non si riferisce solo agli edifici e alle strutture ma è anche un’accessibilità che si apre a livello tecnologico e informatico, quella che permette a tutti di aumentare il grado di preparazione e professionalità. Le nostre infrastrutture operanti nei territori devono contenere in sé questo elemento, dovrebbero essere costruite o riadattate sulla base degli standard di accessibilità.
La progettazione di un ospedale, per esempio, dovrebbe tenere conto di questi parametri. La formazione è necessaria affinché l’esperto preposto conosca effettivamente tutte queste problematiche e questo, purtroppo, non è così scontato. Se parliamo a degli addetti ai lavori questi discorsi sembrano banali ma per la maggior parte delle persone non è così.
Se io progetto un ospedale o un acquedotto devo tenere conto della strada per arrivare a quest’acquedotto. Una persona disabile ci può arrivare? Lo stesso vale per gli interventi di emergenza che facciamo, devono tenere conto delle persone con disabilità che sono quelle che più di tutti hanno bisogno di supporto e assistenza e che generalmente sono proprio le prime a essere dimenticate in tali situazioni. In questo senso si parla di mainstreaming della disabilità.
Accessibilità, emergenza, formazione, educazione, creazione di una rete di tutti gli attori coinvolti nella tematica, sono i contenuti delle nostre Linee Guida e tutto questo processo deve essere ovviamente supportato da una decisione politica concreta e operativa del nostro Ministero.

Documentazione e comunicazione
Esiste uno specifico paragrafo in cui dichiariamo che bisogna dare delle indicazioni di finanziamento sui progetti che facciamo. Quando formuliamo un progetto dobbiamo fare attenzione alla terminologia, a un’analisi ben precisa del contesto in loco, dei dati, un flusso di informazioni e comunicazioni che parte a livello locale e che poi deve arrivare a Roma dove approviamo effettivamente le iniziative. Prima di essere approvato un progetto deve tenere conto di tutti questi principi. Per quanto riguarda la comunicazione ci interessa intanto una comunicazione che riguardi l’intero sistema Italia. Tutto questo significa mettere in una rete tutto ciò che il Ministero fa, abbiamo un ufficio stampa, un settore dedicato alla comunicazione; la rete andrebbe costruita mettendo in relazione questi elementi. Insisto sulla comunicazione perché è un’indicazione che abbiamo avuto dal nostro direttore generale che ci invita a dare visibilità all’Italia e a quello che è il sistema italiano, mettendo in relazione tutti questi attori. Per mettere in relazione gli attori però bisogna prima comunicare e trovare dei momenti di incontro e di discussione nelle varie forme che possono essere definite.
All’interno delle Linee Guida noi parliamo di aspetti che più riguardano l’efficacia delle iniziative attraverso i nostri referenti internazionali. Sarebbe importante per esempio per noi che siamo tenuti a riportare le nostre attività all’OCSE-DAC (Development Co-operation Directorate) un indicatore che parlasse di disabilità che non è mai menzionata tra gli indicatori e i target. Esiste uno studio sugli Expert Meeting, un gruppo di esperti che ha lavorato sugli obiettivi del millennio, che sono tuttavia molto generali e in cui la disabilità non appare. Il problema è che la disabilità non è ancora una tematica trasversale che dovrebbe avere un suo rilievo proprio perché attraversa tutto, la povertà, i minori, le donne, il momento della nascita, una trasversalità che dovrebbe essere tenuta in considerazione nel momento in cui formuliamo il progetto.

Risorse e investimenti
Per quanto riguarda la disabilità abbiamo i vari finanziamenti ma non sappiamo quali saranno i risultati futuri dato che il nostro paese sta vivendo una situazione, come tutta l’Europa, di difficoltà e da questo non si può prescindere. Abbiamo sicuramente avuto indicazioni sulla riduzione delle spese. Ciò significa lavorare con pochi soldi, cercando però di mantenere una qualità alta degli interventi e di sfruttare al meglio le nostre potenzialità. Con tanti soldi ci si cura in genere di meno del dettaglio, con pochi soldi invece tutto quello che fai deve funzionare, è necessario fare molta più attenzione all’obiettivo, non devono esserci perdite o fuoriuscite che non portano poi a nessun risultato. Il principio della sostenibilità, che ovviamente già appartiene ai nostri progetti, diventa ancora più importante. Dobbiamo far sì che i nostri progetti siano sostenibili, lavorare affinché i nostri partner possano lavorare. L’analisi del contesto e delle sue potenzialità in questi casi diventa ancora più importante. La politica e la normativa diventano essenziali così anche per la persona con disabilità, il fatto di potervi fare riferimento. Sensibilizzare i governi sull’attività della società civile e far comunicare queste due entità soprattutto nei paesi in via di sviluppo diventa poi estremamente importante.

3. Disabilità e Organizzazioni Non Governative tra ONU, UE e Italia

Intervista a Giampiero Griffo di DPI Italia.

Dopo l’approvazione della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità e il suo recepimento da parte dell’Unione europea e dell’Italia come è cambiato il modo di lavorare delle ONG sul tema della disabilità?
La CRPD, Convention on the Rights of Persons with Disabilities, (www.un.org/disabilities) ha riconosciuto che le persone con disabilità sono parte della società e vanno rispettate nei loro diritti umani. In particolare l’art. 32 (sulla cooperazione internazionale) ha sottolineato che “la cooperazione internazionale, compresi i programmi internazionali di sviluppo, includa le persone con disabilità e sia a loro accessibile”. Inoltre ha riconosciuto il ruolo che possono giocare le organizzazioni di persone con disabilità nel partenariato con gli stati e le ONG. Anche nel campo degli interventi di emergenza umanitaria (art. 11) bisogna prestare dovuta attenzione alle persone con disabilità. Purtroppo rimane ancora una pesante disattenzione delle ONG rispetto alla nostra inclusione e la piena partecipazione. A livello internazionale le Nazioni Unite hanno promosso convegni e seminari che sollecitano una maggiore attenzione al problema. Vi sono documenti internazionali, come la Carta di Verona del 2007 (www.superando.it/docs/verona%20charter%20ITA%20con%20tutti%20i%20firmatari.pdf) sulle situazioni di emergenza; esistono risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che hanno collegato la disabilità agli obiettivi del Millennio; esiste un consorzio europeo di ONGs e DPOs (organizzazioni di persone con disabilità) che si occupano di cooperazione allo sviluppo e disabilità (IDDC). Nel complesso però i maggiori donors sono lontani dall’includere nei programmi e nei progetti le persone con disabilità, alcune agenzie nazionali di sviluppo (soprattutto dei paesi nordici) destinano una piccola parte dei fondi a progetti verso questa fascia di cittadini, ma secondo calcoli della World Bank siamo al disotto del 5% delle risorse complessive. In Europa l’European Disability Forum e DPI, attraverso azioni di lobbying insieme all’IDDC, sono riusciti a inserire nella Strategia sulla disabilità della Commissione Europea (2010-2020)  il tema della disabilità nelle relazioni esterne dell’Unione (finanziamenti a paesi terzi). Il nostro obiettivo è quello dell’approccio a doppio binario (twin track approach): aumentare le risorse destinate alle persone con disabilità (l’Unione Europea è il maggior donatore mondiale) e realizzare il mainstreaming della disabilità in tutti i programmi.
In Italia, purtroppo, solo poche ONG si occupano di persone con disabilità, spesso con una visione prevalentemente medica. Nel complesso le circa 130 ONG italiane che si occupano di cooperazione internazionale ignorano le persone con disabilità. Dal 1999, su iniziativa di DPI-Italia, si è costituito un gruppo di lavoro nazionale sul tema della disabilità a cui erano state invitate tutte le ONG italiane. Il lavoro comune (seminari, incontri …) ha fatto emergere che solo poche ONG erano interessate. In particolare con l’Aifo (www.aifo.it), DPI-Italia ha costruito progetti in comune, sperimentando forme di empowerment delle DPOs in alcuni paesi (Mongolia, India), che saranno trasferite in altri paesi (Liberia, Vietnam). Ne è scaturito un manuale sui diritti umani e l’applicazione della CRPD, un lavoro comune sulla riabilitazione su base comunitaria, attività di ricerca comuni. Per consolidare questo lavoro si è costituita l’anno scorso una rete di ONGs e DPOs (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo, http://ridsnetwork.blogspot.com) formata da Aifo, EducAid, DPI-Italia e FISH, che ha messo insieme le esperienze italiane più avanzate in questo settore. La rete infatti riconosce la pari dignità e il partenariato tra ONG e DPO, sviluppa una serie di impegni progettuali basati sulla applicazione della CRPD, sull’empowerment delle DPOs dei paesi in cerca di sviluppo. Tra gli altri obiettivi, vorremmo far crescere la partecipazione di esperti con disabilità nei progetti: l’anno scorso abbiamo iniziato un’attività formativa in questa direzione.

Cosa ne pensi delle linee guida della cooperazione italiana sulla tematica della disabilità?
La DGCS (Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo) del Ministero degli Affari Esteri (MAE) aveva già elaborato delle linee guida sul tema della disabilità nel 2003, senza coinvolgere le DPOs italiane. L’impostazione era centrata sui diritti economico-sociali. L’anno scorso il MAE ha riformulato quelle linee guida, aggiornandole sulla base della CRPD. È il primo – e unico attualmente – concreto atto del governo in direzione dell’applicazione della CRPD, anche se non totalmente soddisfacente. Questa volta nel gruppo di lavoro erano rappresentate anche delle DPOs con esperti competenti in materia di disabilità e attenti al dibattito internazionale ed esperti con disabilità.
Le linee guida individuano più livelli di attenzione: il livello di competenza del MAE, con lo scopo di applicare la CRPD e in particolare l’art. 11 e 32; il livello di competenza europeo e internazionale. I capitoli riguardano sia le azioni di raccordo con le politiche generali (collegamento con l’Osservatorio sulla condizione delle persone con disabilità, competente sull’applicazione e monitoraggio della CRPD, introduzione di un capitolo sul tema della disabilità nel rapporto annuale al Parlamento italiano), l’identificazione di politiche di mainstreaming (formazione, progettazione, approccio doppio binario, emergenza, direttive sull’accessibilità, raccolta dati), la collaborazione con istituzioni italiane ed estere (mondo imprenditoriale, istituzioni italiane competenti, ONG, Agenzie di cooperazione di altri paesi), il coinvolgimento diretto delle DPOs nella definizione dei programmi e delle politiche e loro empowerment nei paesi in cui si realizzano progetti di cooperazione del MAE. Purtroppo queste linee guida sono state licenziate in un periodo in cui il governo italiano ha ridotto (e ridurrà ancora di più) il budget a disposizione: ormai, invece dell’obiettivo dello 0,7% del PIL, siamo arrivati sotto lo 0,1%, fanalino di coda tra i paesi industrializzati.

Che ruolo devono avere le persone con disabilità in tutto questo?
La CRPD rappresenta uno standard internazionale universalmente accettato (sono ormai 100 i paesi che l’hanno ratificata). La sostenibilità reale della Convenzione però sarà possibile solo dove vi sia una rappresentanza forte e competente delle persone con disabilità. Per questo è necessario che le DPOs dei paesi in cerca di sviluppo siano tra i beneficiari dei programmi e degli interventi di cooperazione. Le DPOs dei paesi industrializzati devono premere sui governi e sui donors perché si occupino dei diritti delle persone con disabilità. Un dato esemplificativo: della rete delle 600 Fondazioni internazionali, solo due o tre di esse si occupano di questa fascia di persone. Eppure le persone con disabilità sono un settimo della popolazione mondiale, nei paesi del sud del mondo solo il 2% delle persone con disabilità gode di sostegni e servizi, più di 40 milioni di bambini con disabilità non ha accesso a sistemi scolastici ufficiali, la disoccupazione tocca percentuali superiori al 90%. Il sostegno delle DPOS occidentali alle loro sorelle di questi paesi è quello di rafforzarne le competenze sulla CRPD, favorire lo sviluppo organizzativo, accompagnarle nelle politiche di lobbying verso i loro governi e verso i donors. Un esempio significativo è stato il progetto del MAE in Kosovo [di queste esperienze e delle altre che seguono se ne parla in articoli presenti in questa monografia, ndr], per definire un Piano di azione nazionale sulla disabilità partecipato e un sistema di monitoraggio. Altro elemento è quello di costruire alleanze con le ONG più attente ai diritti delle persone con disabilità. Esemplare è stato l’accompagnamento da parte dell’Aifo, attraverso vari progetti, alla Federazione mongola di associazioni di persone con disabilità nel processo di ratifica e implementazione della CRPD, in alleanza con la Commissione mongola per i diritti umani. Ancora innovativa è la ricerca “emancipatoria” che si sta sviluppando nel distretto di Mandya in India, che coinvolge le DPOs nella ricerca sulla condizione delle persone con disabilità, costruendo nello stesso tempo l’empowerment  delle stesse persone con disabilità che diventano i realizzatori della ricerca. In questa direzione influenzare l’Unione Europea è un altro dei compiti primari, come previsto nel punto 8 della Strategia europea sulla disabilità. Cito l’intero capitolo per far capire i nuovi compiti da realizzare: “L’UE e gli Stati membri devono promuovere i diritti delle persone con disabilità nel quadro delle loro azioni esterne, tra cui i programmi di allargamento dell’Unione, di vicinato e di aiuti allo sviluppo. La Commissione opererà, ove necessario, in un contesto più ampio di non discriminazione affinché la disabilità diventi un tema essenziale dei diritti umani nel quadro delle azioni esterne dell’UE. La Commissione farà opera di sensibilizzazione sulla Convenzione dell’ONU e sui bisogni delle persone disabili, anche in materia di accessibilità, nel settore dell’aiuto d’urgenza e dell’aiuto umanitario; essa consoliderà la rete dei corrispondenti per la disabilità e sensibilizzerà maggiormente le delegazioni dell’UE alle questioni relative alla disabilità; essa assicurerà che i paesi candidati e potenzialmente candidati rinforzino i diritti delle persone disabili e farà sì che gli strumenti finanziari degli aiuti pre-adesione siano utilizzati per migliorare la loro situazione.
L’UE sosterrà e completerà le iniziative nazionali finalizzate ad affrontare le questioni in materia di disabilità nel dialogo con i paesi terzi e, ove appropriato, a inglobare la disabilità e l’attuazione della Convenzione dell’ONU tenendo conto degli impegni presi a Accra in materia di efficacia degli aiuti. L’UE incoraggerà i forum internazionali (Nazioni Unite, Consiglio d’Europa, OCSE) a raggiungere accordi e a prendere impegni”. Questi impegni di principio dovranno esere sostanziati in politiche, azioni, programmi, progetti.

Che attenzione è data ai temi della comunicazione e dell’informazione nei progetti in atto nei paesi in via di sviluppo che riguardano le persone con disabilità?
L’informazione è un tema importante. In molti paesi in cerca di sviluppo la gran parte della popolazione vive in aree rurali e remote, dove la circolazione dell’informazione è problematica, specialmente per le persone con disabilità. In questo senso utilizzare lo strumento della CBR (riabilitazione su base comunitaria) diventa essenziale. Anche qui è necessario rafforzare la partecipazione reale e competente delle DPOs locali alle decisioni delle comunità. La circolazione delle informazioni in queste aree deve tener conto delle condizioni reali in cui vivono le persone con disabilità e le loro famiglie. Spesso queste persone sono analfabete e devono farsi aiutare per tutte le informazioni scritte. L’accesso all’elettricità e ancora alle tecnologie informatiche, è ancora problematico. La possibilità di spostarsi è spesso impossibile. Per questo le strategie devono partire da un’analisi dei territori in cui si opera.

Secondo te che tipo di esperienze (sul tema dell’informazione) andrebbero fatte?
Molto efficace è la costituzione di un sistema di self-help group, che operano nei villaggi per mantenere un contatto con le persone più escluse. In alcune realtà di programmi di CBR la presenza di uno o più gruppi in ogni villaggio ha permesso di accrescere il flusso di informazioni e la capacità di autodeterminarsi. A volte basta offrire uno spazio d’incontro alle DPOs per creare immediatamente la circolazione delle informazioni, che è prevalentemente orale. La produzione di pubblicazioni piene di immagini, la costruzione di reti organizzate decentrate e collegate tra di loro, la creazione di campagne di sensibilizzazione utilizzando strumenti appropriati, risulta spesso più efficace di una centralizzazione delle informazioni in un infocenter, strumento efficace in aree urbane estese. In questi contesti piuttosto che centri informativi, funzionano i centri per la vita indipendente che offrono non solo informazioni, spesso legate a problemi pratici (accessibilità dei servizi, housing, risorse del territorio), ma anche servizi di sostegno (trasporti, servizi di aiuto personale, manutenzione degli ausili…).

Ti vengono in mente delle esperienze sul tema dell’informazione svolte da ONG straniere?
Particolarmente attento all’informazione è Handicap International (www.handicap-international.fr), una grande ONG francese, che è una specie di multinazionale. Il suo progetto Source  rappresenta la più grande banca dati mondiale sul tema della disabilità e salute legate alla cooperazione allo sviluppo. Per quanto operi prevalentemente in ambito sanitario, nei suoi progetti realizza centri informativi, che diventano centri di aggregazione e diffusione delle informazioni. Altro esempio sono i centri risorse, luoghi di sostegno alle comunità locali che si organizzano sulla base delle esigenze del territorio: operano sulle priorità identificate dalle comunità e quando includono la disabilità operano con metodologie di mainstreaming. Un progetto recente è quello della Global Disability Rights Library, promossa dall’agenzia nazionale americana (USAID), l’University dello Iowa attraverso il progetto WiderNet in collaborazione con l’United States International Council on Disabilities (USICD – www.usicd.org). Il progetto, partendo dalla difficoltà di accedere a internet nei paesi del sud del mondo, vuole costruire una biblioteca mondiale on-line dove è possibile scaricare i documenti e gli strumenti più importanti relativi alla promozione e rispetto dei diritti, alle soluzioni realizzate per promuoverli e applicarli e alle pratiche di empowerment delle DPOs e delle persone con disabilità.

DPI Italia Onlus
via Dei Bizantini 99 – 88046 Lamezia Terme (CZ)
tel. 0968/46.34.99
www.dpitalia.org
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I Millenium Development Goals e la disabilità

L’iniziativa ONU del Millenium Development Goals (MDG) mira a ridurre la povertà nel mondo entro il 2015. Ecco i punti attraverso cui si articola l’azione dell’ONU e alcuni dati che servono a capire come questo problema genera e si ripercuote sulla disabilità.

  1. Sradicare povertà estrema e la fame
    – l’82% di pcd (persone con disabilità) vivono nei paesi in cerca di sviluppo
    – il 20% delle infermità derivano da malnutrizione (DFID 2000)
  2. Conseguire l’educazione primaria per tutti

– su 104 milioni di bambini che non accedono a una educazione primaria oltre 40 milioni sono bambini con disabilità nei paesi in cerca di sviluppo (Unesco)

  1. Promuovere l’eguaglianza di genere e l’empowerment delle donne
    – il 100% delle donne con disabilità sono picchiate a casa, il 25%  delle donne con disabilità intellettiva sono violentate, il 6% è sterilizzata forzatamente (Orissa, India 2004)
  2. Ridurre la mortalità infantile
    – i bambini con disabilità raggiungono livelli di mortalità infantile in alcuni paesi poveri dell’80% a confronto del 20 % di altri bambini (DFID 2000)
  3. Sviluppo della salute durante la maternità
    – 20 milioni di donne l’anno – 30 donne al minuto – subiscono una disabilità o una complicanza nel periodo della gravidanza e del parto (UNFPA 2003)
  4. Combattere HIV/AIDS, malaria e altre malattie
    – le donne e gli uomini con disabilità sono notoriamente tra i gruppi più vulnerabili all’HIV/AIDS, ma non hanno accesso ai programmi di prevenzione esistenti (CBMI Tanzania)
  5. Assicurare la sostenibilità ambientale (l’accesso all’acqua e a condizioni igieniche e di sicurezza)
    – 100 milioni di persone sono disabili a causa di malnutrizione, mancanza di condizioni igieniche accettabili, di accesso all’acqua e a servizi sanitari
    – un 1/3 di tutte le malattie che producono una disabilità sono causate da fattori di rischio ambientale
  6. Crescita di una partnership globale per lo sviluppo
    – solo il 2-4% dei fondi destinati alla cooperazione internazionale sono destinati alle persone con disabilità
    (Giampiero Griffo)

1. Introduzione

Quando la cooperazione allo sviluppo si occupa di disabilità nei paesi poveri
A cura di Nicola Rabbi, responsabile comunicazione del Centro Documentazione Handicap
Sbobinature delle interviste a cura di Lucia Cominoli

Sono circa 650 milioni le persone con disabilità nel mondo, solo il 2% di loro riceve servizi o sostegni; l’80% delle persone con disabilità non è occupata, il 98% dei bambini con disabilità non ha accesso a un’educazione formale.
Le persone con disabilità rappresentano più di un quinto dei più poveri del mondo o, detto in un altro modo, chi è disabile ha anche molte più probabilità di essere povero.
Molte persone che si occupano nei paesi occidentali di inclusione delle persone con disabilità non hanno una percezione reale dello stato di abbandono in cui versano nei paesi in via di sviluppo, anche in quelli che hanno delle economie emergenti.
In Italia le ONG che fanno cooperazione allo sviluppo sul tema della disabilità in modo continuativo sono molto poche, ma le cose stanno cambiando, si comincia a respirare un’aria nuova in questo settore.
Dopo la ratifica da parte dell’Italia (2009) della Convenzione Internazionale sui diritti delle persone Disabili (ONU 2006), sono state approvate le nuove Linee Guida sulla disabilità da parte del Ministero Affari Esteri. Queste linee guida prendono spunto dall’articolo 32 della Convenzione ONU che parla proprio direttamente di cooperazione allo sviluppo e di disabilità.
Da un lato questo movimento legislativo e culturale potrebbe portare a una crescita sia della progettazione che della sua realizzazione, dall’altro però ci troviamo di fronte a un periodo di crisi economica perdurante e drammatico, il peggiore che il nostro paese ha dovuto affrontare dal dopoguerra. Questa crisi economica si traduce, almeno con questo governo, in una progressiva riduzione degli stanziamenti a favore della cooperazione italiana, già dotata di poche risorse se paragonata ad altri paesi europei. Ma la crisi non deve essere un pretesto per questi tagli, visto che la cooperazione non è carità, anzi cooperare allo sviluppo vuol dire sviluppare anche se stessi, soprattutto in un mondo come il nostro, dove tutto è sempre più connesso e dove lo sviluppo di una parte a scapito di un’altra, oramai si sa, danneggia l’intero sistema nel lungo, ma anche nel medio, periodo.
Per scrivere questo approfondimento abbiamo intervistato persone che lavorano all’interno delle ONG, rappresentanti della Direzione generale cooperazione allo sviluppo e un rappresentante italiano (Giampiero Griffo) di DPI Italia – Disabled People International.
La maggior parte dei contributi provengono da una sola ONG, l’Aifo, il gruppo che storicamente si occupa in Italia di cooperazione allo sviluppo e disabilità.
Il lavoro è suddiviso in tre parti, la prima di carattere generale e contestuale, la seconda che racconta esperienze di cooperazione e l’ultima che si occupa solo del tema della comunicazione o, meglio, dell’importanza che la comunicazione deve avere sia per quanto riguarda il racconto dei progetti in sé e la loro diffusione, sia per quanto riguarda l’uso di strumenti informativi all’interno dei progetti stessi, campi ancora da sviluppare in modo adeguato.

3. Volti e parole: il video “Mio fratello è figlio unico”

Il filmato, realizzato tra novembre e dicembre 2010, vuole documentare l’esperienza di essere fratello o sorella di una persona disabile.
La selezione delle persone intervistate si è basata su due variabili che influenzano moltissimo la particolare situazione che stiamo descrivendo: il fatto di essere nati prima o dopo del fratello (o sorella) disabile e, in secondo luogo, il tipo di disabilità del fratello/sorella (fisica, psichica o entrambe).
Abbiamo così proposto a nove persone, che vivevano situazioni molto differenti, di essere intervistate davanti a una videocamera, spiegando loro peraltro che il contributo dato sarebbe stato reso pubblico.
Solo 4 su 9 hanno accettato la nostra proposta (una persona non ha potuto per motivi di salute).
Le domande fatte nelle interviste, realizzate in un unico incontro con i singoli, sono state le seguenti:
• Come ti è stato detto che avresti avuto un fratello disabile? Che cosa hai provato? Come sei venuto a conoscenza di questo fatto?
• Che cosa significa per te essere fratello/sorella di una persona disabile? Il genere ha una sua influenza?
• Come sono cambiati i rapporti interni alla famiglia dopo che è nato? Come li hai vissuti?
• Come è il tuo rapporto con il fratello/la sorella disabile? Come influenza la sfera delle tue amicizie e delle tue relazioni affettive?
• Se pensi al tuo futuro, come credi che verrà influenzato dalla tua situazione?
Le testimonianze raccolte sono di Catia 40 anni sorella di Andrea, disabile fisico di circa 10 anni più vecchio di lei; Filippo 26 anni, fratello di Francesca, ragazza Down adottata, più giovane di qualche anno; Francesco 32 anni, fratello maggiore di Caterina e Maria, ambedue disabili psichiche; Elisa 28 anni, sorella di Agnese, ragazza con la Sindrome di Down di alcuni anni più giovane.

10. Il Festival delle Abilità Differenti di Carpi

di Nicola Rabbi

Il presente lavoro vuol analizzare il lavoro di comunicazione svolto dalla cooperativa Nazareno in occasione del Festival Internazionale delle Abilità Differenti (edizione del 2006) che si tiene annualmente a Carpi; il festival consiste in una serie di eventi artistico-culturali che si susseguono per sei giorni. Ci vogliamo occupare solo della comunicazione esterna fatta verso i mass media e si analizzerà il caso concreto, cioè come il gruppo si è organizzato per comunicare l’evento e i risultati raggiunti.

Descrizione dell’evento
Il Festival Internazionale delle Abilità Differenti è un evento annuale ideato dalla cooperativa Nazareno fin dal 1992 (anche se la numerazione del Festival viene fatta a partire dall’edizione del 1999). Il tema dell’evento che dura sei giorni cambia ogni anno e nelle ultime edizioni ha riguardata la relazione, la bellezza, la dipendenza, la libertà…. Ma al di là dell’argomento prescelto i vari Festival sono accomunati da un unico strumento, l’espressione artistica, declinata nei suoi più diversi generi (musica, teatro, cinema, pittura…). E’ attraverso l’espressione artistica di persone disabili (ma non solo loro) che l’argomento annuale viene trattato in una serie di eventi e incontri pubblici.
Il Festival da una dimensione ristretta si è via via sviluppato nel corso degli anni, coinvolgendo sempre più artisti e spettatori. Dall’edizione del 1995 s’introduce la novità dell’ospite famoso e dopo quella edizione sarà sempre presente (anzi non sarà uno solo a volte). Un ulteriore passo in avanti avverrà dopo l’edizione del 2003 con una professionalizzazione più accentuata del gruppo che se ne occupa.
In queste pagine faremo considerazioni solo sull’evento del 2006 (visto che si hanno tutti i dati necessari) intitolato ““Cara beltà””, caso comunque significativo visto la complessità e i buoni risultati avutosi in quella edizione.
L’evento è durato dal 10 al 15 maggio 2006 per un totale di sei giorni in cui si sono succeduti la proiezione di un film (e l’incontro con il regista e l’attrice principale), quattro spettacoli teatrali, due convegni, una presentazione di un libro con l’autore, due eventi musicali, due work-shop. Personaggi famosi intervenuti a vario titolo sono stati Gene Gnocchi, Milva, Teresa De Sio, Candido Cannavò. Complessivamente gli spettatori intervenuti in questa edizione sono stati 4 mila.

Le risorse destinate dall’organizzazione all’ufficio stampa
Per l’organizzazione dell’evento “Cara beltà” sono stati stanziati dalla cooperativa circa 170 mila euro; di queste risorse una parte sono state destinate alle persone che si sono occupate delle comunicazione esterna.
All’interno del gruppo esiste un responsabile di ufficio stampa che viene coadiuvato da un’altra persona; in sostanza sono solo due le persone che se ne occupano. Sia la responsabile che la sua collaboratrice provengono dall’interno della cooperativa; la responsabile è un’educatrice che durante tutto anno fa quel lavoro e solo part time diventa un addetto stampa. Negli anni passati ci si è rivolti anche ad un giornalista esterno per realizzare questo lavoro ma i risultati non sono stati soddisfacenti (a detta dei responsabili).
Dalle interviste realizzate all’interno della cooperativa appare chiaro come l’elemento di appartenenza al gruppo e la condivisione dei suoi valori siano un elemento importante e in definitiva, a detta dai responsabili della cooperativa, questa “appartenenza” fa si che la comunicazione sia appropriata e vincente.
Alla domanda se si sente la necessità di dedicare appositamente una persona a ricoprire questo ruolo i responsabili, ma anche la diretta interessata, concordano nel dire che dal punto di vista economico la spesa non è sostenibile e si preferisce dedicare queste risorse a iniziative diverse (“La costruzione di un nuovo centro diurno… anche se in prospettiva sarebbe bello un giorno poterlo fare”).
Alla fine di ogni evento si propone già l’idea per quello dell’anno successivo e si comincia a incontrarsi settimanalmente già da luglio. Da dicembre gli incontri si infittiscono mentre due mesi prima del festival due persone sono dedicate a tempo pieno per l’organizzazione dell’evento (in questo periodo vengono coinvolte anche altre persone part time che si occupano dell’organizzazione).

Il problema della formazione
Non si pone nella cooperativa il problema della formazione adeguata per un addetto alla comunicazione verso i media; l’addetto stampa impara facendo. Nel nostro caso l’addetto stampa non ha seguito corsi di formazione o gli si è dato un tempo per l’autoformazione ma ha iniziato il suo compito semplicemente attraverso un passaggio di consegne con chi l’ha preceduto. Questo non deve stupire più di tanto visto che la comunicazione efficace viene considerata, all’interno del gruppo, solo quella comunicazione fatta da persone che condividono i valori, hanno una medesima identità culturale e azione sociale. Questa vicinanza di valori (“del sentire”) fa si che il lavoro di addetto stampa sia svolto con precisione, determinazione e attenzione nella trasmissione del contenuto che si vuole proporre. Se chi comunica è convinto del messaggio di cui è portatore, se ne è addirittura entusiasta, questa fa si che il suo compito sia svolto bene: in queste poche parole potrebbe essere riassunto l’idea fondamentale di comunicazione presente all’interno della cooperativa.

Gli strumenti e i metodi di lavoro utilizzati
Gli strumenti utilizzati da chi comunica sono principalmente il comunicato stampa e la conferenza stampa.
Nel caso del festival viene inviato un comunicato stampa a più riprese agli indirizzari di giornalisti; questi indirizzari sono contenuti in fogli di excell divisi per tipo di mass media (giornali/periodici, radio/televisioni, siti internet). Il contatto con il giornalista è personale, nel senso che non si manda un’e-mail in redazione ma si cerca sempre di stabilire un rapporto con un giornalista in particolare, telefonando più volte (“Anche 10 finché non si riesce ad avere una conferma”). Questa vicinanza, questo contatto con il giornalista sembra essere un risultato molto importante in questo lavoro visto che, come si dirà in seguito, “Gli articoli migliori sono scritti da chi partecipa direttamente all’evento”.
Di conferenze stampa se ne fanno due; la prima a Roma in una sala stampa a Montecitorio, in cui viene fatta la presentazione dell’evento, la seconda a Carpi e consiste in un aperitivo con gli artisti che intervengono alla manifestazione (che è anche una buona occasione di intervista per i giornalisti).
Sempre con collaborazioni interne e/o con persone vicine alla cooperativa vengono preparati due spot, uno televisivo e l’altro radiofonico che vengono poi proposti capillarmente a radio e televisioni.
Per promuovere l’evento vengono anche stampate e spedite 5 mila brochure e 15-20 mila depliant che sono invece distribuiti a mano da operatori, volontari, amici. Se il depliant consiste in un pieghevole a tre ante in cui vengono riportate le indicazioni precise sugli eventi, la brochure invece è una pubblicazione di una ventina di pagine a colori che contiene delle schede di presentazione degli artisti, dei gruppi teatrali, degli eventi e dei film che vengono presentati.

Risultati quantitativi di diffusione nei media
Per quanto riguarda questo aspetto la valutazione è stata abbastanza semplice in quanto l’ufficio stampa della cooperativa ha condotto un’accurata rassegna stampa di tutti i mezzi di informazione sui quali è apparsa notizia dell’evento.
Da questo materiale risulta che hanno dato l’informazione:
• otto televisioni di cui quattro televisioni regionali, una nazionale e tre satellitari. In particolare segnaliamo il servizio apparso su Rai2 nella rubrica Costume e società del 5 giugno
• quattro radio di cui una nazionale (Rai1 nel programma Diversi da chi? del 13 maggio) e tre regionali
• nove agenzie stampa
• 3 quotidiani nazionali (Avvenire, Il Resto del Carlino, L’Unità)
• 2 quotidiani locali (Il Resto del Carlino nelle varie edizioni locali, La Gazzetta
• 7 settimanali (tra cui l’inserto de La Repubblica Salute)
• 14 periodici specializzati
• 74 siti internet.

Inoltre la cooperativa aveva prodotto anche uno spot promozionale televisivo apparso su 16 televisioni locali e uno spot radiofonico andato in onda su 18 radio (nazionali, regionali, locali).
Considerato lo spazio ridotto che i mass media dedicano alle notizie sul sociale e considerato che non si tratta di una notizia di cronaca nera o di un’emergenza (casi in cui la notizia sul tema della disabilità ha più probabilità di passare), i risultati sopra riportati sono senza dubbio consistenti.

Qualità del materiale pubblicato sui media e rispondenza al proprio messaggio
Un altro indicatore che possiamo utilizzare per valutare il rapporto che l’ufficio stampa è riuscito ad intrattenere con i mass media, è analizzare il contenuto degli articoli che sono stati poi effettivamente pubblicati. Il riscontro quantitativo di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente è si significativo ma da solo non basta, occorre vedere più da vicino se il contenuto del messaggio che si voleva comunicare è stato rispettato.
Per farlo ci limitiamo ad un piccolo, ma significativo campo; prenderemo in esame tutti gli articoli pubblicati sui quotidiani nazionali e ne vedremo il taglio (la posizione avuta nel giornale), il titolo e il contenuto dell’articolo.
L’edizione del 2006 “Cara beltà”, era dedicata alla bellezza e il messaggio ultimo che voleva comunicare era questo: la cultura contemporanea riduce il concetto di bellezza a degli stereotipi (l’attrice, l’attore, la forza, la prestanza fisica in generale), quando invece la bellezza è qualcosa di più e che è direttamente collegata con l’amore; se c’è “una disponibilità a vedere” questa bellezza si può anche cercare di raggiungerla e l’arte offre la possibilità di farlo. Gli artisti disabili che partecipano all’evento ne sono una prova tangibile.
Un messaggio dunque complesso, difficile da comunicare, anzi di cui ragionevolmente ci si può aspettare al massimo che trapeli dietro alla notizia degli eventi che si sono susseguiti in quelle giornate.
Il primo articolo intitolato Disabili, Festival alla ricerca del bello appare su Avvenire a pagina 11 il 3 maggio; si tratta di un testo di poche battute dove sia il titolo che il corpo del messaggio riescono a passare il messaggio fondamentale oltre alle indicazioni degli eventi in sé.
“’Vi faremo divertire e pensare’: va in scena il Festival dei disabili”, questo il titolo della segnalazione apparsa sul Corriere della Sera a pagina 21 il 3 maggio, titolo con quel “Festival dei disabili” sicuramente meno felice, e con un testo in cui il messaggio base scompare e, oltre alle informazioni di servizio, rimane il binomio arte/disabilità, dove la prima è vissuta anche come forma di terapia.
Sull’Avvenire del 13 maggio (pag. 12 e 13) compare invece un servizio dettagliato (titolo: “Quando la disabilità diventa una vittoria”) che racconta varie storie positive di artisti disabili presenti al festival. Anche nel secondo articolo pubblicato sul giornale si punta sull’idea che la disabilità non significa negazione della vita e della possibilità di essere felici.
Il Resto del Carlino invece parla, nel servizio apparso il 13 maggio a pag. 32-33, soprattutto di una storia esprimendo un concetto già presente nel titolo (“L’arte che aiuta a ritrovare la vita”).
L’Avvenire ritorna sul festival il 14 maggio (pag. 14, “Quelle riserve di energia strappate all’invalidità”) presentando due storie.
Infine L’Unità che il 16 maggio a pagina 18 pubblica “’Disabile’ e arruolato, ma sul palco”, dove si sottolinea il fatto che gli spettacoli sono di buon livello e che la disabilità può essere una risorsa.
Come si vede da questa sommaria descrizione, il messaggio di base è riuscito a passare; gli articoli non cadono mai in uno stile pietistico (difetto in cui si cade spesso in casi come questo), solo a volte si indugia in toni troppo ottimistici e si ricorre spesso all’uso delle storie significative (che è un criterio di notiziabilità tra i più importanti per chi fa il giornalista).
Per spiegare questi risultati è significativo riportare l’atteggiamento che si ha nei confronti dei giornalisti; “Cerchiamo di avere un rapporto diretto – dice Sergio Zini, presidente della cooperativa – quello che comunichiamo non è sempre semplice e per cercare di far accogliere questo messaggio cerchiamo di farli venire dentro a quello che stai facendo”. Conoscenza diretta, rapporto personale, condivisione di idee e anche “del sentire”, la dove il giornalista risulta disponibile, sono alla base di questa comunicazione efficace supportata dall’entusiasmo di chi ci lavora.

Elementi di criticità
Il bilancio che si può fare su un’iniziativa di comunicazione come questa non può che essere positivo; i risultati, qualitativi e quantitativi, ci sono ma si possono indicare ad ogni modo dei punti di debolezza che si possono far sentire in prospettiva di un ampliamento dell’evento.
La decisione di usare del personale interno e di non affidare ad un’agenzia la promozione verso i media dell’evento si è dimostrata una scelta, in questo caso – di forte motivazione del gruppo – utile, ma la scelta di attivare una figura di addetto stampa solo in previsione dell’evento del festival può essere riduttiva. Avere a disposizione una figura professionale di questo tipo aiuta a migliorare costantemente la qualità del festival ma anche serve alla cooperativa in generale per gestire i suoi rapporti verso l’esterno; i compiti dell’addetto stampa in questo caso non si limitano all’evento ma a tutto quanto riguarda l’attività della cooperativa durante l’anno, ne cura i rapporti verso l’esterno (anche verso le istituzioni). Una figura di questo tipo aiuta a migliorare anche la comunicazione all’interno del gruppo con i soci lavoratori, i soci, i volontari, gli utenti…, attraverso la creazione di strumenti di comunicazione come houseorgan, bollettini telematici…
Un altro aspetto che potrebbe essere migliorato è il sito (www.nazareno-coopsociale.it) al cui interno troviamo anche la sezione dedicata al festival. Una documentazione più approfondita di quanto si è fatto potrebbe servire a più scopi. Ad esempio se oltre alla locandina del festival e ai comunicati stampa ci fosse la possibilità di avere del materiale audio o video di quanto è successo durante i giorni dell’evento, questo materiale potrebbe servire ad altre persone, oppure essere trattato o riprodotto in altri contesti (televisioni, radio, eventi teatrali simili…).
Infine un ultima considerazione: abbiamo visto in più punti di questo scritto come la condivisione dei valori, il sentire comune, l’entusiasmo per quello che si fa sia la base dell’azione comunicativa (ma sicuramente di tutto l’operato della cooperativa), ma se questo stato di cose entrasse in crisi o fosse solo momentaneamente in difficoltà che riflessi ne avrebbe sulla comunicazione? In questo caso una figura professionale specifica potrebbe essere una garanzia in più.

(*) L’articolo, qui in parte modificato, è apparso su AA.VV, Generare mondo. Il progetto Quality Time: azioni per lo sviluppo dell’impresa sociale, Milano, Franco Angeli , 2008

9. Il lavoro raccontato dai “giornalini” dei centri educativi

di Nicola Rabbi

Sfogliandoli distrattamente possono sembrare dei “giornalini” semplici e con poche pretese, ma attenzione, dietro queste pagine a volte strampalate e ricche di immagini si celano storie di persone e di rapporti, progetti di lavoro, montagne di emozioni che interi libri “scientifici” non riuscirebbero a descrivere adeguatamente. Ne parliamo con Andrea Canevaro, del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna.

Sono ormai diverse le esperienze di piccole riviste, “giornalini” che vengono composti all’interno dei centri per disabili, esperienze che si possono incontrare in varie parti d’Italia: ma qual è il loro valore educativo?
II maggior valore credo sia quello che riguarda la memoria; ci sono spesso tendenze a “ridurre” chi ha un deficit molto grave, ridurlo ad una persona che ha giornate sempre uguali, che fa le stesse cose; in questo siamo aiutati anche da una letteratura scientifica che ci racconta che il ritardato mentale grave ha una “viscosità”, una ripetitività, ha bisogno di fare le stesse cose. Io penso che abbia bisogno come tutti di avere delle sicurezze, quindi c’è del vero in quello che si dice, però è anche vero che hanno una vita con una dinamica e questa dinamica bisogna saperla leggere, non dimenticarla; i giornalini possono essere uno strumento utile
per mantenere un’attenzione a un qualcosa che può essere raccontato. La ripetitività fa sì che gli operatori che lavorano all’interno di un centro pensino di non aver niente da raccontare agli altri, mentre il giornale è fatto anche per gli altri. Allora farlo può diventare un impegno con se stessi a scoprire quello che può essere raccontato agli altri e che non è la fotocopia della stessa giornata per 365 giorni all’anno.

Queste esperienze hanno un valore molteplice; da una parte hanno un significato interno, nel rapporto tra operatore e utente, dall’’altro hanno anche un valore esterno, nel rapporto tra il centro riabilitativo e l’Usl e il territorio che lo circonda; infine possono avere un valore anche tra i diversi centri e servire come collegamento.
Sì, hanno un intreccio di diversi valori; specialmente alcuni “giornalini” quando sono fatti con cura, servono come mediatori di rapporti, come possibilità che il rapporto non si esaurisca nell’assistenzialismo; lasciando una “traccia” e avendo una funzione di mediazione le riviste possono essere molto significative proprio per la qualità della relazione tra operatori e utenti, volendo proprio usare questi termini così burocratici.
Attraverso i giornali c’è inoltre una definizione progressiva, aperta e non imbalsamata dell’identità di un centro. Ecco un’altra utilità, quella di pensare la propria identità in rapporto a quella degli altri centri, ognuno dei quali ha una propria identità.
Fare una rivista per un centro significa allora scoprire la propria identità, mettere in luce le proprie valenze culturali e operative. Ci sono centri che sono legati per la loro storia al cinema, alla scrittura o al teatro, tutte caratteristiche che si riscontrano poi nei “giornalini”. Ricordo il caso di un “utente” del Centro Galassia di Lugo di Romagna che da anni s’interessa alla scrittura; ora è possibile che non sia immediatamente una scrittura maggiorenne per un’editoria da grande pubblico, ma potrebbe essere molto importante per un “giornalino”, se questo non è riduttivo e non diventa uno strumento da dopolavoro ferroviario, ma diventa un biglietto da visita, una sorta di carta d’identità che è sempre in farsi. Potrebbe essere giusto allora che ci siano delle vite da raccontare, in modi diversi, attraverso la poesia, la fotografia…
I “giornalini” servono proprio per scoprire la propria identità e metterla in contatto con l’identità degli altri centri e per costruire poi una rete che permetta delle valorizzazioni reciproche.

Come si presentano, come si strutturano queste esperienze? Hai in mente qualche caso particolare?
L’esperienza che conosco meglio è quella di Ravenna; la rivista “Percorsi” ha proprio questa funzione di collegare le diverse identità.
Fatta con mezzi modesti, il “giornalino” esiste orma da una decina di anni e con il
tempo si è affinato, coniugando le esigenze interne con dei fini più alti. “Percorsi” ha cercato di dare dei contributi di grande serietà, evitando di essere noiosa, di avere un tono dimesso, per farsi leggere da un numero maggiore di persone.
Prima ho parlato di giornalini da dopolavoro ferroviario, anche con un tono di simpatia, perché hanno il difetto di non raggiungere il lettore esterno, ma hanno un senso più di informazione interna; è proprio ciò che le esperienze di cui stiamo trattando devono evitare. Vorrei ricordare che questi “giornalini” non sono un patrimonio solo del nord Italia, in quanto ricevo continuamente nuove riviste e alcune di queste provengono dal sud.

Sei a conoscenza di esperienze analoghe all’estero?
Sì, ho visto pubblicazioni simili in Francia, nella Svizzera francofona, in Belgio, nel Canada.

Quali sbocchi possono avere queste riviste, come si possono sviluppare per diffondersi meglio o diventare più incisive?
Per rispondere a questa domanda bisogna parlare anche dei Centri di documentazione, perché questi materiali sono sicuramente dei materiali fragili che vanno persi, si buttano via.
La funzione maggiore la dovrebbero avere i Centri di documentazione che non sono inerti ma che dovrebbero essere attivi, salvando il materiale prodotto e rendendolo anche consultabile. Poi dovrebbero consentire che qualcuno ogni tanto ci mettesse mano per riorganizzarlo; sarebbe interessante fare delle antologie o delle comparazioni antologiche, mettere insieme il meglio di quanto è stato prodotto. E per non renderli deperibili occorre trasformarli; ad esempio con alcuni numeri di “Percorsi” abbiamo fatto un libro.

(*) Ripubblichiamo questo articolo ancora attuale apparso sulla rivista HP17 del 1993 facente parte di una monografia (“Stampati in fronte”) dedicata ai “giornalini” dei centri diurni.

6. “Intrusi? No, semplicemente fuori posto”

di Nicola Rabbi

Nell’ultima edizione il Festival è stato vinto dalla campagna pubblicitaria ideata da Simone Mignoni e diretta da Mirko Locatelli. Sul web è possibile trovare i tre spot in questione.
Nel primo si vede un’orchestra dove dei musicisti sorridenti iniziano ad accordare gli strumenti; la macchina da presa passa infine sul direttore che, mentre si appresta a dirigere, si blocca stupito guardando intensamente un punto davanti a sé. Ora la macchina da presa inquadra due persone (una disabile e l’altra no) vestite da cuoco e chiaramente fuori posto. Una voce fuori campo comincia a dire “Intrusi? No semplicemente fuori posto, le capacità di un lavoratore non dipendono dalla sua disabilità, nel posto giusto tutti siamo abili al lavoro. Il lavoro è un diritto, per tutti”. A metà del testo la scena attorno ai due cuochi scompare e si trasforma in un’accogliente cucina da ristorante.
Nel secondo spot l’ambientazione riprende quello della cucina da ristorante solo che qui le persone fuori posto sono due professionisti in giacca e cravatta muniti di carte e computer: due persone normodotate ma che vengono percepiti e si sentono come inadatti, non abili al luogo in cui si trovano. Anche qui la scena cambia e si ritrovano in un ufficio consono a loro.
Nell’ultimo video, come in un gioco circolare, sono due musicisti (di cui una ragazza non vedente) a ritrovarsi fuori posto nell’ufficio in cui lavorano dei sorridenti professionisti; alla fine anche loro si ritroveranno al loro posto, nell’orchestra che avevamo già visto nel video iniziale.

2. Il festival nazionale Cinem/abili di Genova

di Paolo Borio, esperto di cinema della cooperativa Zelig di Genova

Cinem/abili è un’iniziativa nata dal felice incontro e dalla fattiva collaborazione di alcune realtà genovesi. In particolare Co.Ser.Co., cooperativa sociale onlus che opera da tempo nel campo della disabilità (con varie diramazioni) e la cooperativa Zelig che cura l’attività del “Club amici del cinema” uno storico cineclub genovese che da anni lavora per diffondere e promuovere il cinema di qualità, facendosi promotore di Festival, iniziative varie, rassegne tematiche…
Spesso queste iniziative partono da temi che lo stesso cinema offre; rassegne su cinema ed handicap, ad esempio, avevano già avuto spazio sull’onda dell’uscita di film che offrivano appunto argomenti di riflessione, che potevano raccogliere interesse e la partecipazione di associazioni legate alla disabilità.

Breve storia del festival
Nell’anno 2004 poi è stato presentata una pubblicazione curata da Beppe Iannicelli nell’ambito delle iniziative CGS, dal titolo “Cinema ed Handicap – Schermi di solidarietà” dove sono stati raccolti vari interventi di esperti e dove è contenuta una guida ragionata sui film e le varie tipologie di handicap, corredata da una ricca filmografia e schede di titoli significativi ad opera di Paolo Borio.
Proprio da questi presupposti ed in occasione di contatti e partecipazioni a serate specifiche ha preso campo un progetto pensato da Paolo Caredda (direttore artistico di Cinem/abili e formatore di Isforcoop). L’incontro con la cooperativa Zelig, con il suo presidente Giancarlo Giraud, con Paolo Borio e con Gianfranco Caramella ha permesso poi di coordinare il progetto che in pochi mesi ha visto la definizione di un programma e il lancio del concorso. Grazie al contributo di regione Liguria ed altri sponsor è stato possibile realizzare la prima edizione di Cinem/abili, tenutasi a Genova dal 4 al 5 novembre del 2004 e che ha visto la partecipazione di molti video, alcuni di buona qualità e tutti comunque interessanti per registrare tendenze e idee.
Iniziative collaterali hanno permesso di dibattere alcuni temi legati alla disabilità con buona ricaduta sui mass media locali e con la partecipazione di alcune realtà liguri (Consulta regionale handicap, Fadivi e altre…)
La presenza al Festival poi di Stefano Rulli, uno dei più importanti sceneggiatori italiani, ha ancor più qualificato l’iniziativa ed ha permesso di attivare una collaborazione con lo stesso Rulli, sfociata poi qualche tempo dopo con la presentazione a Genova del suo film “Un silenzio particolare”, premiato dal David di Donatello ed incentrato sul suo rapporto di padre con il figlio disabile.
Alla proiezione del film hanno partecipato studenti ed insegnanti di Scienze della Formazione con una folta presenza di addetti ai lavori. La partecipazione di studenti delle scuole (che votano i video) e di alcuni ragazzi disabili, è un punto di forza di Cinem/abili che ha permesso di diffondere tra le nuove generazioni spunti ed idee d’integrazione e soprattutto di conoscenza del cosiddetto “ pianeta handicap”.
Il Festival (che comprende anche una giuria di qualità formata da critici ed operatori del settore) premia gli autori vincenti con una somma in denaro e questo può incentivare e stimolare la realizzazione di nuove produzioni; inoltre ai video selezionati viene data visibilità in serate speciali o in passaggi in sale cinematografiche del circuito genovese durante l’anno.

Una crescita costante
Le seguenti edizioni hanno visto una costante crescita del Festival; nel 2006 il numero di video in concorso è ancora aumentato e l’iniziativa collaterale è stata una rassegna specifica dedicata al regista Daniele Segre, autore indipendente particolarmente attento a tematiche sociali e a un cinema della realtà, che è stato presente alle proiezioni ed agli incontri con il pubblico. Interessante la collaborazione con il Progetto Equalsport che ha visto l’apertura di un settore del festival dedicato al tema “Sport come integrazione sociale”.
Nel 2007 la formula si è consolidata (aumentati gli sponsor e la rete dei contatti); ancora in crescita il numero dei partecipanti alcuni dei quali sono stati invitati alle proiezioni ed agli incontri tenutisi nella Sala della Biblioteca Berio di Genova dal 27 al 29 novembre. Appendice del Festival 2007 una serata di prossima realizzazione dedicata alla regista Alina Marazzi, autrice sensibile nell’affrontare tematiche riguardanti le donne, che ha assicurato la sua presenza all’iniziativa.
Da ricordare inoltre che tutti i video delle tre edizioni di Cinem/abili fanno parte di uno specifico archivio sui temi dell’handicap, organizzato presso la “Mediateca dello Spettacolo e della Comunicazione “ del Centro Civico di Ge-Sampierdarena e consultabile da chiunque voglia approfondire l’argomento. Il festival rappresenta di anno in anno una scommessa, un progetto che si spera utile, nell’aprire nuovi spazi, nuove opportunità alla cultura della disabilità, nonché un’occasione di costruire percorsi di comunicazione e integrazione, utilizzando le potenzialità del cinema e dell’immagine audiovisiva.

Il cinema per combattere i pregiudizi
Gli organizzatori dell’iniziativa sono infatti tutti appassionati di cinema ed in questo senso sono convinti che esso sia un linguaggio popolare ed artistico che ha contribuito (e può ancora contribuire ) a diffondere “raffigurazioni dell’handicap”, ad indagarne vari aspetti contrapponendosi via via ad una linea di rappresentazione edulcorata, con la disabilità confinante talvolta con il sentimentale ed il pietistico.
Era il 1962 quando John Cassavetes nel film “Gli esclusi”, apriva al cinema luoghi e situazioni mai indagate prima, alla ricerca di un cinema verità, che scuotesse le coscienze. Un’operazione nuova che affrontava un argomento che non era praticamente mai stato trattato dal cinema, con l’utilizzo come attori di autentici ragazzi disabili.
Da allora alcune cose sono cambiate, oggi parole come “barriere architettoniche”, “spazio disabili”,”integrazione”,”inclusione”…, sono entrate nel linguaggio comune ma ciò che è maggiormente mutato, al di là della giurisprudenza sull’argomento è forse l’atteggiamento e la rappresentazione sociale del disabile, non più visto come impossibilitato a compiere alcune azioni o diverso dai “sani”, ma come un cittadino dotato di diritti e di doveri come tutti, anzi assistito nelle circostanze ove la sua condizione non sia resa uguale. Occorre sempre ricordare però che sul piano pratico molte cose non sono ancora state raggiunte e spesso i disabili e i loro familiari devono intraprendere autentiche battaglie per vedere riconosciuti legittimi diritti.
Il lavoro di Cinem/abili è utile sicuramente nel dare risalto ad un cinema rigoroso, ospitando autentici autori militanti, con i loro linguaggi originali e lontani da stereotipi. Ma Cinem/abili offre soprattutto l’occasione di confrontarsi con la contemporaneità attraverso il concorso di video che rappresentano un significativo campione della produzione audiovisiva su queste tematiche, nonché un utile confronto sulle tendenze in atto.
Proprio questa forma di comunicazione ha forti potenzialità e rappresenta una tipologia espressiva autonoma, territorio di sperimentazioni di nuovi stili, nuove tecnologie, nuovi approcci comunicativi. Il video infine, come spazio dell’autoproduzione e dell’indipendenza, espressione della creatività giovanile, moda e fenomeno di tendenza e più in generale possibile spazio di libertà da schemi e condizionamenti produttivi. Dare spazio alle idee quindi, alle varie produzioni indipendenti, autoprodotte o facenti parte di progetti più ampi con la partecipazione di enti e associazioni, vuol dire (al di là di pregi e difetti ) creare un interessante laboratorio, vivo e rappresentativo, nonché realizzare come già accennato in precedenza, un utile archivio. Sono molte infatti le modalità di approccio a tematiche così complesse e queste necessitano di essere rappresentate con grande sensibilità.
I video in questi anni hanno offerto un ventaglio di proposte che testimoniano interesse, voglia di sperimentare e soprattutto capacità di interagire con i disabili che diventano protagonisti e “attivi comunicatori” con i propri corpi e con le proprie emozioni.

Per contatti
Co.Ser.Co
tel.: 010/247.18.28-24.71.82
e-mail: cinemabili@coserco.it

1. Introduzione

di Nicola Rabbi

Le associazioni, le cooperative sociali, i gruppi di volontariato (ma anche gli enti locali) sanno quanto sia importante, non solo fornire servizi efficienti alle persone disabili, ma anche promuovere una cultura diversa diffusa verso la popolazione in generale e non unicamente verso chi si trova a che fare con la disabilità. In particolare diventa importante dare una rappresentazione del disabile corretta, positiva, che sappia coniugare le potenzialità che chiunque può avere, in qualsiasi situazione (e il suo diritto ad una vita piena e felice) assieme ai limiti dolorosi che un deficit impone. Saper comunicare con queste modalità la situazione di una persona svantaggiata diventa dunque importante per modificare i pregiudizi e i luoghi comuni che continuano a pesare.
In questo numero monografico di Accaparlante abbiamo voluto raccontare come il privato sociale (associazione e cooperative sociali in primis) hanno investito una parte delle loro attività in azioni di comunicazione utilizzando strumenti diversi anche se la scelta dell’audiovideo, visto l’impatto che ha su una popolazione abituata all’immagine televisiva, ha una forte incidenza.
Abbiamo riportiamo esperienze diverse tra loro e realizzate in varie parti d’Italia. Dal concorso cinematografico “Cinemabili” proposto da realtà associative genovesi ai documentari dell’Associazione Italiana Persone Down (Aipd) di Roma passando per il festival dello spot di carattere pubblicitario organizzato dalla Ledha di Milano e per il Festival Internazionale delle Abilità Differenti di Carpi che coniuga teatro, musica, incontri e cinema. Ci siamo occupati anche di un’esperienza milanese di comunicazione via web dove, seppure la sua funzione sia molto rivolta verso gli utenti e quindi sia di carattere riabilitativo, per il fatto stesso di essere su internet la rende però pubblica. Sempre a Milano abbiamo riportato la pluriennale esperienza di “Giallo di sera”, il giornale dei Centri Socio-Educativi del comune di Milano. Infine il lavoro termina con un articolo di inquadramento teorico di cosa sia la comunicazione sociale del Terzo Settore.

Gli ecosociali

Quali sono i punti di contatto e, viceversa, le differenze tra le associazioni che operano nel sociale e quelle impegnate nella difesa ambientale?

Come si confrontano su un tema come quello del lavoro (un modo di lavorare attento alle esigenze della persona, non teso solamente ad una sempre maggiore produzione). E che idee hanno sul tempo (diviso tra tempo occupato e tempo libero: da dedicare a chi, e per che cosa)?

Sono queste le domande da cui sarebbe interessante partire per cercare di fare un discorso che coinvolga le associazioni ecologiste e quelle che si occupano del sociale.

In questo numero di HP ci siamo occupati soprattutto del concetto di diversità, riferito alle persone (alla questione etnica) ma che trova un suo parallelo nella complessità ambientale che, a differenza di quella umana, non tende alla omogeneizzazione, alla semplificazione.

Un’azione politica comune?

Ma i punti in comune non valgono solo per le idee ma anche per le azioni politiche. A livello locale (di politica locale), ad esempio, vi sono parecchie iniziative che possono vedere coinvolti le associazioni ecologiste e quelle che operano nel sociale. Prendiamo un tema per tutti, quello della mobilità nelle città; qui l’interesse per il disabile o per l’anziano di potersi muovere senza barriere coincide con quello delle persone che vogliono un centro meno trafficato, i marciapiedi sgombri dalle macchine e dalle motociclette…Recentemente in occasione della settimana di mobilitazione per il rispetto del D.P.R. 503/1996, il decreto che rende obbligatoria l’accessibilità degli edifici e dei servizi pubblici, si è avuta una convergenza di iniziative tra la Federazione dei Verdi e varie associazioni impegnate sul tema della disabilità che in ben 90 città italiane hanno verificato l’accessibilità di strade e di edifici e il grado di applicazione delle leggi vigenti.

Il tema della mobilità è solo un esempio; ce ne possono essere altri. Così vale anche per il tema della salute; una città con l’aria e l’acqua più pulita significa anche una qualità di vita migliore, meno "invalidante". Ma forse, ed è questo il punto, l’attenzione per l’altro e per l’ambiente, dovrebbero essere una cura per ogni cittadino e non solo per alcuni.

Delusione di maggioranza

Il decreto sarà approvato quasi di sicuro entro il primo trimestre del ’97. Metterà ordine nel settore sanitario dove lavorano però solo il 40 % degli oltre 20mila educatori. Per gli altri, impegnati nel settore sociale, probabilmente sarà necessario un secondo decreto.
Intervista a Mauro Alboresi della CGIL nazionale.

Mauro Alboresi, della Funzione Pubblica della CGIL nazionale, sta incontrando per tutta Italia gruppi di educatori per spiegare cosa può significare questo nuovo decreto per la loro professione; gli poniamo alcune domande sull’argomento.Come si è arrivati a questo decreto?Il ministro della Sanità in base all’articolo 6 della legge n. 502 del 1992 ha il potere di individuare i profili di interesse sanitario, cosa che ha poi fatto il ministro Rosy Bindi per diverse figure, non solo per quella del tecnico della riabilitazione, anche per quella, ad esempio del terapista occupazionale.Quali saranno i tempi di attuazione?

Il decreto, già firmato in ottobre dal ministro, deve essere sottoposto al parere del Consiglio di Stato e poi a quello della Corte dei Conti, dopodiché sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale; solo allora sarà valido. Visto che il Consiglio di Stato ha un lungo elenco di questioni su cui dare un parere l’iter si concluderà entro il primo trimestre del prossimo anno.Ci sono altri problemi che potrebbero far rinviare o modificare il decreto?Nel pacchetto dei decreti firmati, ve ne sono alcuni che sono già stati oggetto di osservazioni; è quanto ha fatto l’AITR (Associazione Italiana Terapisti della Riabilitazione) riguardo l’individuazione del proprio profilo professionale. Il ministro non è tenuto a rapportarsi con queste categorie professionali, ma poi per ragioni di opportunità politica potrebbe anche farlo.Perché inserire la figura dell’educatore professionale tutta all’interno del settore sanitario?Per il ministro della Sanità questa figura professionale riassume in sé diverse figure che hanno operato nella sanità e/o quelle figure professionali che sempre in questo contesto venivano formate per rispondere alle richieste di un certo tipo di utenze (handicap, tossicodipendenza, salute mentale).Tale scelta non dimentica il fatto che queste utenze hanno problematiche che non coincidono solo con il settore sanitario, ma anche con quello sociale. Così pure la formazione deve coniugare ambedue i settori.Quali sarà a questo punto l’iter formativo per un educatore?Per quanto riguarda l’area sanitaria, vi lavorerà chi ha fatto un percorso formativo ad hoc: un diploma universitario di tre anni che verrà definito all’interno della facoltà di Medicina e Chirurgia e che probabilmente partirà dal prossimo anno accademico. Per quanto riguarda i titoli acquisiti in passato, il ministro della Sanità in concerto con quello della Pubblica Istruzione e della Ricerca per l’Università, dovrà emanare un decreto che sanerà l’equipollenza dei percorsi formativi pregressi, i corsi regionali triennali e i corsi di riqualificazione sul lavoro che fino ad ora solo 11 regioni (per lo più nel centro nord) hanno fatto.Vi sarà il problema di come rapportarsi a chi si è laureato o si sta laureando in Scienze dell’Educazione (indirizzo educatore professionale).Ma solo una minoranza degli educatori oggi lavora nel settore sanitario, la maggior parte lavora nel sociale; cosa cambia per loro?

In effetti degli oltre 20mila educatori che lavorano in Italia solo il 40% lavora nel settore sanitario, come quelli che operano nei SERT, quelli che lavorano sul territorio in convenzione o dipendenti del Sistema Sanitario Nazionale; tutti gli altri lavorano nell’area sociale. Per costoro si pone adesso il problema del riconoscimento del proprio profilo, diverso da quello definito dal decreto del ministro della Sanità e che necessita di un secondo decreto emanato dal ministero competente