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autore: Autore: Nicola Rabbi

La rete che cambia

Parecchie cose sono cambiate in rete in questi ultimi anni, anzi in questi ultimi mesi; stiamo naturalmente parlando di rete telematica (di internet). Quando nel 1995 cominciammo ad usare timidamente l’armamentario telematico interrogando le BBS specializzate sul tema dell’handicap (qualcuno si ricorda ancora cosa siano le BBS?) il panorama era completamente diverso da quello di oggi, nel bene e nel male. Nel male perché quello era un mondo da iniziati, a volte chiuso e tendenzialmente elitario, difficile anche da comprendere, nel bene perché le poche persone presenti (in quell’anno non più di 80 mila in Italia) erano più consapevoli del valore sociale del mezzo telematico di quanto non lo si sia oggi.
In Italia, paese molto arretrato in termini di cultura tecnologica, se confrontato con i paesi sviluppati, la diffusione di internet è stata ed è rapidissima, anzi mi viene da dire furiosa. Internet è diventata una moda e chi non la conosce e non la usa non fa parte del gruppo che possiede anche gli altri status symbol (i telefonini, la macchina, il dvd…). Tutto questo ha naturalmente un prezzo, e il prezzo che si paga è quello di uno svilimento delle nuove tecnologie vissute unicamente come nuova occasione di consumo. Sia ben chiaro internet è anche questo, dovrebbe rendere la nostra vita più facile permettendoci acquisti on line, permettendoci il confronto di prodotti diversi e di prezzi diversi. Ma la telematica non finisce qui.
Da tre anni a questa parte come Centro di Documentazione Handicap giriamo per l’Italia organizzando corsi di formazione sulle nuove tecnologie rivolti agli operatori sociali, ai volontari, agli insegnanti, alle persone svantaggiate. I nostri non sono corsi puramente informatici ma parliamo anche di telematica sociale, di come sia possibile informarsi e fare informazione sui temi sociali. In base a questa genere di esperienza abbiamo notato come le persone che frequentano i corsi siamo aggiornate sulle ultime novità web e siano a digiuno delle altre applicazioni (che non siamo i browser) che servono per comunicare in rete. Molti conoscono kataweb, tiscalinet, gli mp3, le nozioni base dell’uso dei motori di ricerca, ma nessuno sa (per lo meno in modo chiaro) cosa siano le mailing list, ancora meno cosa siano i newsgroup, gli strumenti sicuramente più originali della rete (ancora oggi). Non conoscere ed usare i gruppi di discussione significa rinunciare alla comunicazione digitale più interessante. Il prezzo che si paga è allora questo, vivere la telematica come un susseguirsi di pagine web da guardare e basta, senza partecipazione attiva e senza alcun senso critico. E’ anche vero che il web si arricchisce sempre più di nuove potenzialità e tendenzialmente convoglia su di sé tutte le varie possibilità comunicative che vengono svolte da applicazioni diverse (newsreader, le applicazioni per la gestione della posta elettronica e per l’uso delle chat). Ma, almeno per adesso, i browser (Internet Explorer e Netscape, per citare i più noti) non permettono le stesse potenzialità. E non è, naturalmente, una sola questione di conoscenza tecnologica (delle applicazioni); la telematica può essere realmente uno strumento di liberazione (lo si può dire senza paura) liberazione dall’ignoranza, dalle barriere, dall’isolamento, ma perché lo sia occorre anche crederlo, ed allora ecco l’importanza dei valori condivisi (di solidarietà e di speranza) dove la tecnologia figura come un mezzo da usare (incredibilmente nuovo e rivoluzionario), ma solo un mezzo per migliorare il modo di stare su questo pianeta. Di come poi il digitale muti questi contenuti (e la nostra socialità), beh, questa è tutta un’altra storia.

Ma quando un disabile diventa vecchio?

Gli anni passano, il bambino diventa ragazzo e poi adulto, l’invecchiamento continua senza sosta; è normale. Ma quando questo capita alla persona disabile allora si pongono dei problemi specifici ed anche alcuni rischi.

Il tema può essere visto da punti di vista differenti; quello del servizio sociale che deve pensare ad una organizzazione opportuna, quello dell’educatore (là dove ce n’è bisogno) che deve saper modificare il suo rapporto, quello della famiglia e delle associazioni e infine quello dello stesso disabile.
Sono livelli di osservazione diversi ma tutti necessari per ricomporre, attorno al disabile che invecchia, un tema che altrimenti rischia di essere affrontato in modo frammentato e con logiche diverse (la razionalità, l’emozione, l’economicità, l’ideologia…).
Intanto bisogna chiedersi perché parlare di questo tema adesso e i rischi che può comportare.

I disabili intellettivi vivono e vivranno più a lungo

Per quanto riguarda il primo aspetto bisogna dire che si tratta essenzialmente di una questione di numeri; in tutti i paesi europei e, presumibilmente in tutti quelli occidentali, il numero di persone handicappate mentali con più di 50 anni raddoppierà nell’arco dei prossimi 10 anni. Questo comporterà dei problemi nuovi che i normali servizi sociali non sono sicuramente attrezzati ad affrontare; le stesse famiglie poi vedono allungarsi il "periodo di accudimento" che tende a proiettarsi oltre la vita degli stessi genitori (è il tema del "dopo di noi").
Secondo Anna Contardi dell’Associazione Italiana Persone Down, "Il problema dell’invecchiamento delle persone Down è diventato molto grosso dato l’allungamento della vita; i servizi che funzionano solo su alcuni aspetti, come l’inserimento lavorativo, lasciando scoperto tutto il resto. Questo naturalmente là dove per fortuna esiste un servizio per l’handicap adulto".
Per Wilma Cavallazzi, presidente dell’Anffas (Associazione Italiana Famiglie Fanciulli e Adulti Subnormali) di Bologna, _Questo problema investe fortemente i genitori che hanno paura di morire prima dei loro figli. Il compito delle associazioni di genitori diventa a questo punto quello di sollecitare gli Enti Pubblici a progettare. Una risposta possono essere le RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali); oggi molti disabili finiscono semplicemente nei ricoveri per anziani ma queste sono risposte improprie a persone che anziane non sono".
I rischi invece possono essere diversi; innanzitutto c’è il pericolo di generalizzare. Una cosa è parlare di invecchiamento per un handicappato mentale o per una persona affetta da una malattia degenerativa e un’altra cosa è parlare di invecchiamento per i disabili fisici.

Semplice invecchiamento o invecchiamento precoce?

Per quanto riguarda la precocità dell’invecchiamento la questione è delicata: in che termini e con quale sicurezza si può parlare di precocità?
Qui le opinioni sono differenti. "Io non credo all’invecchiamento precoce dell’handicappato; per alcune categorie può essere vero, ma l’affermazione non può essere totalizzante; -afferma Fausto Ameli, coordinatore del Polo Handicap Adulto Azienda USL Città di Bologna- La stessa espressione "l’handicappato che invecchia " va rivista, bisogna pensare alla persona disabile nelle varie età della vita e comunque rimane un problema di integrazione. Se perseguiamo una politica di integrazione per il bambino handicappato così deve essere per l’handicappato che invecchia. Il rischio fondamentale è quello di un ritorno alla medicalizzazione che è in parte condiviso dagli anziani e in parte è il tipico modo di concepire l’handicap come una malattia".
Dice Laura Maccherini, coordinatrice del Centro residenziale "casa Paderno" dell’Aias (Associazione Italiana Assistenza agli Spastici) di Bologna:"Dopo i 40 L’invecchiamento è precocissimo. Le esigenze sanitarie e assistenziali diventano predominanti e superano quelle educative. Questo vale in parziale misura anche per i disabili fisici. A questo punto il problema educativo è quello di sfruttare al meglio il tempo rimasto libero dalle esigenze sanitarie e assistenziali".

Se l’infermiere subentra all’educatore

Dalle testimonianze ora riportate emergono altri rischi. L’invecchiamento (più o meno precoce) può diventare un alibi per non affrontare più la questione dell’integrazione (nella famiglia, nel lavoro, nella vita sociale…) e nella peggiore dell’ipotesi (come è il caso delle case di riposo per anziani) può spianare la strada all’istituzionalizzazione.
A questo punto bisogna distinguere e precisare l’apporto che possono dare le strutture sanitarie e quelle sociali; infatti il sociale e la geriatria rispondono a logiche e ad intenti ben diversi. Mentre per il primo vale il discorso dell’educabilità, del progresso e dell’integrazione a vari livelli, per il secondo vale un discorso di mantenimento, fin dove è possibile, di capacità fisiche e mentali che stanno scemando.
E il discorso non si ferma al confronto di competenze fra l’educatore e l’infermiere o l’assistente di base, ma va all’interno della stessa professionalità dell’educatore ponendo nuovi quesiti.
"C’è anche il rischio – conferma Fausto Ameli – di un approccio educativo ad oltranza; in alcuni centri diurni si continua ad insegnare per anni ad un disabile oramai di una certa età a leggere , ad esempio, l’orologio; ma se questa persona non lo ha imparato a quarant’anni certo non lo imparerà più. L’approccio educativo molto spesso non è preparato ad affrontare questi cambiamenti e a volte si arriva all’errore di trattare come un bambino una persona che non lo è più. Faccio un altro esempio; l’inserimento lavorativo è importante ma può non esserlo più per una persona di 55 anni; allora – conclude Ameli – qui non ci deve essere un "accanimento pedagogico-educativo", ma bisogna riorientare tutto l’intervento a partire dalla persona".

La stimolazione contro l’invecchiamento?

Come devono comportarsi gli operatori sociali di un centro diurno con gli utenti che invecchiano, cosa devono modificare nel loro rapporto educativo? E ancora, come devono essere organizzati i servizi in questa prospettiva? Per rispondere a queste domande è partita una ricerca nella regione Marche a cura del Centro socio-educativo “Francesca”; ne parliamo con il professor Cottini, responsabile del progetto.

Domanda. Che cosa vi ha spinto a fare questa ricerca?
Risposta. Secondo gli studi epidemiologici è fortemente aumentata la vita media dei disabili; i dati dicono che i disabili mentali vent’anni fa vivevano in media 30-35 anni oggi invece per il 60% arrivano ai 60 anni. Naturalmente questo cambiamento pone nuovi problemi.

D. Per alcuni l’invecchiamento dei disabili mentali comporta anche un aggravamento delle condizioni; condivide queste affermazioni?
R. Si assiste ad un deterioramento delle funzioni intellettive però è difficile fare delle generalizzazioni; questi cambiamenti sono lenti e non avvengono all’improvviso quando si raggiunge una certa età. Noi pensiamo, ed è questa una delle motivazioni delle ricerca, che è possibile contenere questo peggioramento delle funzioni intellettive stimolando dal punto di vista cognitivo i soggetti in età avanzata; certo se continuiamo a pensare a strutture per questi soggetti rette solo da personale infermieristico e sanitario non si risolve il problema.

D. Sempre a proposito della ricerca, quali sono gli obiettivi e i tempi di realizzazione che vi siete proposti?
R. La ricerca, che è realizzata dal Centro socio-educativo "Francesca" in collaborazione con l’università di Urbino e l’istituto di Medicina Sociale, ha un preciso fine operativo e non vuol essere una ricerca staccata dalla realtà. Vogliamo suggerire agli operatori e a coloro che dovrebbero organizzare questo tipo di servizi, come dovrebbero funzionare delle strutture che hanno come utenti dei disabili che invecchiano o già lo sono. Per quanto riguarda gli operatori il nostro obiettivo è quello di proporre modalità di intervento gestite dall’operatore, programmi che l’educatore stesso può utilizzare senza dover ricorrere ad altre figure specialistiche. Per quanto riguarda le modalità e i tempi di realizzazione vogliamo condurre la ricerca presso alcuni centri italiani dell’Anffas (Associazione Nazionale Famiglie Fanciulli e Adulti Subnormali); la ricerca dovrebbe durare un paio di anni.

D. In pratica che tipo di intervento dovrebbe compiere l’educatore?
R. Ad esempio programmi di stimolazione percettiva e discriminatoria (l’uguale e il diverso), di stimolazione della memoria e dell’attenzione. Si tratta quindi di puntare più sull’aspetto educativo rispetto a quello assistenziale.

D. Che apporto può dare il campo geriatrico nel caso del disabile che invecchia?
R. Naturalmente non si può pensare di fare uno studio in questo settore ignorando quello che è già stato fatto in campo geriatrico. L’invecchiamento della persona disabile pone però questioni differenti, più specifiche e la risposta non può quindi essere solo sanitaria o ricreativa. In questo caso occorre un’integrazione di competenze.

Lavorare stanca

Un’organizzazione del servizio non ottimale e un’inadeguato trattamento economico; sono questi i due motivi che spiegano lo stato di esaurimento psichico e fisico in cui si vengono a trovare gli operatori sociali dopo alcuni anni di lavoro. E’ quanto emerge da una ricerca fatta dal Labos (Laboratorio per le politiche sociali).
Una formazione di base, poi continuata nel tempo, può essere molto utile a prevenire e a reagire alle situazioni di stress a cui chi opera nel sociale può andare incontro.

L’indagine è stata realizzata l’anno passato ed è stata commissionata al Labos dal ministero del Lavoro. "Avevamo già fatto delle ricerche nel comparto sociale e avevamo subito rilevato l’alto grado di turn over fra gli operatori – afferma Pasquale Gigante, sociologo e coordinatore della ricerca. In questo caso si è trattato di una ricerca di sfondo per capire un fenomeno di cui si conosce ben poco e rispetto al quale si ha uno scarso controllo delle variabili che intervengono nel processo; siamo andati a "grattare" il fenomeno stesso per vedere ciò che c’era".
La ricerca ha coinvolto 290 operatori sociali distribuiti nei servizi pubblici e privati (comunità, cooperative…) equamente ripartiti fra tre settori particolarmente esposti; quello delle tossicodipendenze, della salute mentale e dell’Aids.

Un operatore su tre mostra segni di disagio

"Abbiamo utilizzato il Maslachburnout inventory, una scala per la rilevazione del burnout lavorativo; il soggetto, di fronte a sette affermazioni graduate, deve esprimere il grado in cui si trova nella scala. Questo dà luogo a tre dimensioni che spiegano l’esaurimento energetico di un operatore: la mancata realizzazione lavorativa, con la caduta dell’autostima e un senso forte di inadeguatezza al lavoro; l’esaurimento emotivo, ovvero la sensazione di non avere più riserve psicologiche da offrire; la depersonalizzazione, che si esplica con atteggiamenti di presa di distanza od ostili nei confronti delle persone per le quali si lavora. Un apposito questionario – conclude Pasquale Gigante – ha messo in luce che per tre operatori su dieci si manifestano segni di malessere o di grave disagio".
Questo dato emerge anche se, come rilevano gli stessi ricercatori, gli operatori tendono a minimizzare il problema.
La ricerca individua le fonti di stress degli operatori sociali in: il carico eccessivo di lavoro (65% degli intervistati), la remunerazione economica (64%), l’attuale organizzazione del servizio (62,8%), l’assenza di adeguati momenti di recupero (59,9%). Di rimando i fattori protettivi contro lo stress secondo gli stessi operatori risultano essere invece: un buon clima all’interno dell’equipe (85,5%), un’organizzazione più adeguata del servizio (85,5%), corresponsabilità terapeutica interna equipe (81,2%), aggiornamento permanente (80,9%), remunerazione economica più adeguata (73,9%).
"Considerando però le ragioni possibili di affaticamento proposte dal questionario – spiega Pasquale Gigante – si possono riformulare i dati in gruppi fattoriali maggiori da cui risulta che l’inadeguatezza della remunerazione economica, il sovraccarico di lavoro, il rischio di morte degli utenti, l’assenza di un buon clima all’interno dell’equipe sono i motivi principali".

L’importanza della formazione

Se l’organizzazione del servizio e il trattamento economico sono questioni ineludibili, uno strumento importante che può fornire agli operatori sociali dei mezzi per fronteggiare lo stress lavorativo è la formazione professionale.
"Se interpretiamo il burnout come l’incapacità di fare i conti con la propria esperienza lavorativa – spiega Emanuela Cocever, pedagogista – allora il modo in cui tu fai un monitoraggio costante del tuo lavoro è fondamentale; soprattutto i lavori di relazione si reggono solo se si riesce ad impostare una dimensione di ricerca sul proprio lavoro, ovvero di non spesa di se stessi totalmente nell’azione o nella relazione ma con frequenti momenti di osservazione e di riflessione. Questi momenti sono l’esito di una formazione in tutti i sensi, sia iniziale che quella che segue; una formazione che oltre a fornire le competenze, fornisce anche la capacità di una supervisione costante del percorso. Una formazione a tempo pieno con un periodo di tirocinio allora diventa un buon trampolino per superare questi ostacoli, mentre una formazione sono universitaria lascia più sguarniti in questo senso".
Secondo Raymond Ceccotto, responsabile dell’ARFIE (Association de Recherche et de Formation sur l’Insertion en Europe) "Il bournout può essere fronteggiato meglio in quei paesi che offrono diverse possibilità d’impiego per gli operatori sociali; in questo modo si può cambiare settore passando a un’utenza diversa. Ma là dove questa possibilità manca o è limitata (come è il caso dell’Italia), allora bisogna ricorrere agli strumenti offerti dalla formazione. La formazione e la supervisione devono preparare l’operatore sociale a sapersi mettere continuamente in discussione per non farlo adagiare in ruoli troppo rigidi che portano inevitabilmente a fenomeni di stress lavorativo".

L’handicap in rete 1

Le reti telematiche vengono di sovente paragonate a delle spaziose autostrade (elettroniche) dove corrono a velocità impensate una moltitudine di informazioni riguardanti i campi più disparati: da un paio d’anni su queste veloci autostrade passano anche informazioni riguardanti la disabilità.

Rispetto alla quantità di informazioni che transitano sulle reti telematiche, lo spazio dedicato all’handicap è molto limitato ma esistono già alcune esperienze che vale la pena di conoscere.
Sulla rete Agorà, una delle prime nate in Italia e che si occupa principalmente di problemi politici e sociali, esiste la banca dati "La mano sul cappello" rivolta espressamente all’handicap. "E’ nata nel marzo del ’93 – afferma John Fischetti, moderatore della BBS (Bulletin Board System, ovvero banca dati) – ed è divisa in tre parti; la conferenza, una vera e propria tavola rotonda telematica dove chiunque può leggere e scrivere dei brevi testi, l’archivio che raccoglie testi più lunghi come leggi o articoli inseriti dal moderatore e gli annunci che vengono prelevati dalla rete Internet e che sono per lo più in lingua inglese". Il compito del moderatore, come in ogni altra area, è quello di vivacizzare il dibattito e far rispettare agli utenti delle regole minime di comportamento. Se la gestione dell’archivio e degli annunci sono compito dei moderatori (sono due in questo caso) che ricercano testi nuovi e arricchiscono la banca dati, la conferenza è fatta dagli utenti. Nella conferenza de "La mano sul cappello" sono circa trenta gli interventi al mese, un numero piuttosto basso che indica un primo limite di questa tecnologia emergente.

Ma gli utenti ancora sono pochi

"Manca ancora una grossa utenza – spiega Giorgio Banaudi – mentre vi sono molti "giocherelloni" che si collegano in rete". Banaudi responsabile di "I care" bollettino sul software didattico tocca un punto delicato, quello della scarsa conoscenza del mezzo telematico che viene visto ancora come qualcosa di esoterico.
Le banche dati sull’handicap avrebbero un senso ben maggiore se fossero accessibili dalla gran parte della popolazione, soprattutto da parte dei diretti interessati. Inoltre a volte lo svantaggio coincide anche con quello culturale e se da una parte questa tecnologia può essere di grande aiuto per certe forme di handicap sensoriali, per altre sono necessarie delle mediazioni. In altre parole se per una persona che non vede o non sente, la telematica rappresenta il superamento del deficit e una grande occasione per comunicare e ricevere comunicazioni, per le persone con deficit intellettivi le reti telematiche possono avere delle ricadute positive solo indirette.
La BBS curata da Banaudi viaggia sulla rete Fidonet, la rete amatoriale più diffusa in Italia e nel mondo, ed è la prosecuzione del Bollettino sulle Tecnologie Didattiche (BDT) nato nel 1990. ""I care" – dice Banaudi – intende proseguire idealmente sulla stessa "pista" nel fornire informazioni, materiali e supporto software con particolare attenzione agli ambiti della didattica, della disabilità e dell’impatto sociale che le nuove tecnologie hanno nel settore dell’informazione".
La banca dati è suddivisa in tre parti; le aree file (che raccolgono articoli, testi, software per l’handicap, biblioteca elettronica di testi…), la documentazione On-line (per consultare l’archivio delle Biblioteca del Software didattico) e le aree messaggi condivise con altre realtà telematiche italiane ed estere. In quest’ultima area Banaudi, che è anche l’autore del libro "La Bibbia del modem", modera la conferenza Humanitas che riceve qualche decina di messaggi al mese. "Non siamo mai riusciti a superare la soglia dei cento messaggi al mese – dice Banaudi – però molte persone leggono senza intervenire; è difficile inoltre dire quanti disabili partecipano alla conferenza, perché il mezzo non permette nessuna identificazione".
Il mezzo telematico permette infatti all’utente di dire di sè solo ciò che vuole far sapere; in questo modo un disabile non è tenuto a dichiararsi e può presentarsi come vuole. E’ una situazione nuova per un disabile che può essere vissuta in diversi modi ma di cui è utile tenerne conto.

Software didattici e per i disabili

Un’altra area handicap è presente sulla rete MC-Link, BBS della rivista Microcomputer. "La rubrica è nata un anno e mezzo fa – dice Cesare Patara, moderatore dell’area – ed era orientata verso il settore educativo; oggi invece ha allargato il suo campo d’interessi. All’area sono iscritte circa 100 persone anche se poi quelle attive sono circa una trentina; di solito la gente cerca notizie sulle normative, sulle pensioni di invalidità, sui software".
Su Peacelink, una rete specializzata sui temi della pace e i diritti umani, esiste "Area-BBS", un’altro spazio dedicato all’handicap e alla riabilitazione espressione dell’Associazione Regionale Amici degli Handicappati (AREA) che ha sede a Torino.
"Il nostro gruppo esiste da sei anni – afferma Marco Del Dottore, curatore della banca dati. Ha anche un centro di documentazione, ma l’idea di organizzare una biblioteca è stata superata dalle possibilità offerte dalla rete telematica". L’Area-BBS fornisce soprattutto software di pubblico dominio e, a livello locale, gestisce una computer conference sempre sui temi della disabilità.
Sulla rete Fidonet vi sono altre due banche dati, la Tel&ware-BBS che ha sede a Cento in provincia di Ferrara e la Infoline-BBS espressione della UIC (Unione Italiana Ciechi) di Bologna; tutte e due forniscono informazioni e materiale su software utili per i disabili.
Questo è quanto esiste oggi sulle reti telematiche italiane in materia di disabilità; chi conosce l’inglese e vuole collegarsi a Internet, una rete praticamente mondiale, può però esplorare tra le migliaia di computer conference e di banche dati che raccoglie per trovare qualcos’altro sull’argomento: ad esempio in California viene curato l’"Handicap Digest", un riassunto di ciò che si pubblica nel mondo in materia di handicap.

Cercasi famiglia…

La qualità dei servizi sociali, la loro efficacia, risulta ancora più importante nel caso delle famiglie affidatarie e adottive di bambini disabili che hanno vari tipi di bisogno.
Abbiamo intervistato alcuni operatori sociali in diverse realtà italiane per cercare di capire in cosa consiste il loro lavoro, qual’è la loro mentalità per quanto riguarda questi casi particolari.

Esiste un problema di reperimento di famiglie disponibili a queste esperienze, una questione che viene affrontata dai servizi sociali tramite canali diversi.
"Per il reperimento di famiglie disponibili si sono fatti degli appelli specifici"- spiega Rosanna Bertani che lavora all’Ufficio Coordinamento Interventi per Minori del comune di Torino. "La nostra esperienza fino ad oggi è stata sempre positiva; quando avevamo un caso di un minore disabile o ammalato siamo sempre riusciti a trivargli una famiglia disposta ad accoglierlo".
Per quanto riguarda l’adozione le cose sono più difficili. "Di solito – afferma Carla Medda, funzionario del medesimo ufficio – se c’è una conoscenza personale del minore aumenta la disponibilità ad adottarlo; inoltre molti affidi di minori disabili si trasformano poi in adozioni".
La cosa che forse può stupire è che alla fine le famiglie si trovano quasi sempre; Carla Medda racconta il caso recente di una bambina malata ai reni adottata, i cui nuovi genitori hanno installato nel proprio appartamento l’attrezzatura per fare la dialisi.
"La sensibilizzazione verso l’adozione di bambini non sani non è elevatissima – dice Alice Poggi, assistente sociale all’Usl 28 di Bologna -, ma è naturale che sia così; questa disponibilità è aumentata con gli anni, ma certo non è una cosa da tutti. La mancanza di disponibilità di questo tipo di coppie non è un problema per il servizio; è vero ce ne sono poche, ma si trova sempre qualcosa tramite le associazioni a forte motivazione religiosa, le parrocchie e i gruppi di volontariato".

Il sostegno del servizio sociale

Storie di affidamento e di adozione come queste, viste dall’esterno con ammirazione ma vissute dai protagonisti nella normalità, hanno però bisogno di un sostegno ancora maggiore rispetto ai casi di affidi e adozioni di bambini meno problematici.
"Cerchiamo di seguire con particolare cura questi casi sia dal punto di vista tecnico che da quello funzionale; cerchiamo di dare degli opportuni sussidi – afferma Rosanna Bertani. L’amministrazione del comune di Torino ha previsto con una delibera di aumentare del 100% i sussidi mensili. A questo si devono aggiungere le altre facilitazioni che valgono per tutti i minori in affido come ad esempio l’esenzione dal ticket".
Il comune di Bologna, nel caso di affido di minore con handicap, aumenta la quota mensile di 200 mila lire, portandola a 900 mila. "Questa non è certo la cifra massima che si può erogare – dice Alice Poggi – la cifra aumenta se c’è un progetto attorno ad un caso. Ad esempio recentemente abbiamo pagato un’assistenza domiciliare in più nel caso di due gemelline malate di Aids che erano "tate affidate ad una coppia della provincia di Bologna".
Ogni Usl si regola molto liberamente in proposito visto che non esiste una direttiva generale; così capita che le zone dove sono presenti dei forti servizi sociali hanno a disposizione più risorse, sia di denaro che di strutture, per dare sostegno ad una coppia affidataria. In questo modo una coppia residente nel Mezzogiorno, che avrà in affido un bambino disabile, andrà incontro probabilmente a difficoltà maggiori.

Coordinarsi e integrarsi

L’efficenza e l’efficacia dei servizi sociali si misura non solo in termini di risorse, ma anche di come sappiano coordinarsi e integrarsi tra di loro.
Gianna Pasti assistente sociale di Bologna, fino a poco tempo fa lavorava in una struttura di accoglienza per bambini piccoli; ecco la sua testimonianza: "Non ho mai avuto grosse difficoltà a trovare una famiglia a bambini anche disabili, ma il problema fondamentale rimane quello del coordinamento degli interventi; nel caso di un bambino handicappato sono infatti necessari interventi diversi: medico, riabilitativo, psicologico… Occorre una maggiore e più intensa comunicazione tra gli operatori che intervengono in quel caso, in modo che un aspetto non prevalga su un altro. Ma a volte vi sono altri problemi più generali, come quello di sovraccarico di lavoro del singolo operatore che non riesce a seguire tutto o quello della mobilità del personale".
Intanto nell’ottica di una migliore integrazione dei servizi, l’Ufficio Coordinamento Interventi per Minori di Torino ha adottato un protocollo d’intesa tra il servizio sociale e il servizio di neuropsichiatria infantile che dovrebbe assicurare un intervento coordinato.

Fare o non fare campagne di sensibilizzazione?

"Bisogna fare cultura rispetto a questi temi, per quanto se ne parli se ne sa sempre troppo poco; bisognerebbe fare un’opera di sensibilizzazione permanente"- sostiene Rosanna Bertani.
Questo può sembrare un falso problema visto che, secondo le testimonianze degli operatori sociali sentiti, si trovano sempre delle famiglie per dei bambini disabili.
Per Floriana Barile dell’Ufficio Coordinamento per l’affido familiare della provincia di Roma."Non c’è bisogno di pubblicizzare il singolo caso, ma bisogna informare di più sull’affido e sull’adozione in generale". Secondo Floriana Barile a proposito di minori disabili in stato di abbandono vi sono particolari emergenze: "Quella dei figli dei nomadi che nella stragrande maggioranza sono abbandonati, visto le condizioni di precarietà in cui vivono. Capitano inoltre casi di adozione internazionale di bambini che in un secondo momento risultano avere qualche deficit; i genitori non sono certo preparati a questo e il più delle volte rifiutano il bambino".

Riabilitazione virtuale

Le possibilità offerte dalla realtà virtuale hanno già delle applicazioni pratiche, ancora poche e in fase sperimentale, che permettono, senza far volare l’immaginazione verso scenari fantascientifici, di verificare fin da adesso la loro utilità. E’ il caso della riabilitazione neuromotoria di un paziente disabile, dell’addestramento dei non vedenti e, anche, della funzione terapeutica nei confronti dei tossicodipendenti. Ma esistono anche delle controindicazioni.Un film americano di un paio di anni fa, "Il tagliaerbe", raccontava proprio la storia di un ritardato mentale che grazie alla realtà virtuale potenzia le proprie capacità fino a farlo diventare un superuomo; la connessione con la disabilità che fa il primo film sulla realtà virtuale, forse non è casuale, e significa ad ogni modo una serie di possibilità che ora si possono aprire per le persone svantaggiate.
Il sistema virtuale, ad esempio, può essere di grande aiuto nella riabilitazione neuromotoria.
"La realtà aumentata – afferma Alberto Rovetta del Dipartimento di Meccanica del Politecnico di Milano – cioè la realtà che associa ad immagini reali altre immagini inventate dal computer, costituisce già un metodo di valutazione per la misura dei gradi di attenzione della persona lesa…Inoltre rispetto alla riabilitazione tradizionale, gli ambienti offerti dalla realtà virtuale risultano essere molto più stimolanti di qualsiasi palestra "reale"".

Un sistema di guida virtuale

Un esempio pratico può essere rappresentato dal sistema di simulazione di guida che permette di monitorare le prestazione e le variazioni fisiologiche. L’esperimento condotto su alcuni volontari che si prestavano a guidare in un ambiente virtuale è stato portato avanti da una equipe formata dall’istituto Scientifico S. Maria Nascente, dalla Fondazione Don Gnocchi e dalla Medicina riabilitativa dell’ospedale di Passirana. "Il nostro punto di arrivo è lo sviluppo di modelli per il recupero cognitivo di individui che abbiano subito lesioni cerebrali – spiega Luigi Pugnetti, membro dell’equipe – la realtà virtuale può contribuire a rendere più efficace il lavoro diagnostico e quello riabilitativo grazie alle possibilità di simulare le situazioni che mettono alla prova le capacità di adattamento, la possibilità di condurre un’analisi più valida del comportamento, la possibilità di facilitare l’apprendimento delle strategie alternative (tramite un coinvolgimento più globale) e infine la possibilità di stimolare in vario modo la consapevolezza dei deficit e dei progressi".

Il progetto "MOVE"

Che senso può avere la realtà virtuale per un non vedente? Può averlo grazie alla creazione di una realtà virtuale unicamente acustica. A questo proposito si è formato il progetto "MOVE" (Mobility and Orientation in Virtual Enviroment) che ha l’intento di impiegare la realtà virtuale come strumento di sostegno alla riabilitazione per acquisire delle abilità percettive alternative in soggetti non vedenti.
"Al contrario di ciò che potrebbe succedere durante la riabilitazione in situazioni reali – afferma Stefan Von Prondzinski, presidente dell’Associazione Nazionale Istruttori di Orientamento e Mobilità – un errore grave nell’interazione con la realtà virtuale si paga al massimo con un "game over", ma non con la vita".
In questa particolare applicazione il cieco è dotato di una speciale cuffia idonea per la localizzazione del suono e di un bastone virtuale che facendolo oscillare permette al non vedente di spostarsi nella realtà virtuale e di addestrarsi.

Al posto della droga la realtà virtuale?

Le applicazione della realtà virtuale spaziano in campi molto diversi, anche in quello della terapia per le tossicodipendenze. In questo caso la realtà virtuale si pone come "modalità terapeutica aggiuntiva alla lenta

detossicazione". In che modo? Fornendo al tossicodipendente, durante le immersioni nel mondo virtuale, delle esperienze piacevoli tali da soddisfare quel desiderio della sostanza che spesso porta alla ricaduta.
Questa applicazione può comportare delle conseguenze negative: la prima è che si possa creare una sorta di dipendenza dalla realtà virtuale magari parallela a quella dalla sostanza. La seconda è che l’eccessiva frequentazione della realtà virtuale possa essere propedeutica all’uso delle droghe.
Se questi sono pericoli che non si possono ancora valutare in pieno rimane il fatto che la realtà virtuale, creando un mondo parallelo e immaginario a quello reale, contiene in sé delle prospettive contraddittorie, sia nel senso di una maggiore autonomia della persona svantaggiata che in una sua fuga dal reale e in una ulteriore forma di emarginazione.

Obiettori, per amore

Senza di loro la vita dei disabili in Italia sarebbe stata certamente più difficile: sono migliaia gli obiettori di coscienza che hanno svolto il servizio nel campo dell’handicap. A volte si è trattato di un contributo innovativo, altre si è concretizzato in un’azione politica. Per alcuni obiettori l’incontro con l’handicap ha anche trasformato completamente la loro vita. Intanto la nuova legge sull’obiezione tornerà presto in Parlamento.

II lavoro svolto dalle associazioni dei disabili e dai gruppi di volontariato deve sicuramente molto all’apporto degli obiettori di coscienza che, da quando esiste la legge, hanno prestato il servizio civile in questo settore. Molti progetti non sarebbero mai stati realizzati senza il loro contributo.
L’affossamento della riforma della legge sull’obiezione di coscienza voluta principalmente da Francesco Cossiga, creerà necessariamente un disagio anche in questo ambiente, dove la precisa regolamentazione del servizio civile è il presupposto per il suo buon funzionamento.
La sua rilevanza per il mondo dell’handicap proviene direttamente dalla constatazione che la maggioranza degli obiettori viene impiegata proprio nel settore dell’assistenza. Secondo i dati più attuali forniti dal
ministero della Difesa nel 1990, su 9525 obiettori operanti ben 3842 (più del 40 per cento) si sono occupati di assistenza contro il 32 per cento impiegato in attività socio-culturali, 1112 per cento in protezione ambientale e il 3 per cento nella protezione civile. Nel 1991 la quota degli obiettori impiegati nel campo dell’assistenza è salita al 50,9 per cento del totale. La percentuale sale al 57,8 per cento se ci si riferisce agli enti convenzionati con il ministero della Difesa che operano nel settore dell’assistenza.
Da questi dati emerge chiaramente che, pur tenendo conto del fatto che per assistenza si intende anche il servizio con i tossicodipendenti, gli anziani e i minori, il lavoro con l’handicap ha rappresentato e rappresenta una parte considerevole del servizio civile in Italia. Parte destinata ad aumentare vertiginosamente dato l’incremento geometrico delle domande per l’obiezione di coscienza che si sta verificando negli ultimi tempi (basti sapere che nel 1991 sono state presentate 18254 domande).

Un lavoro di assistenza e di animazione

II lavoro svolto dagli obiettori nel campo dell’handicap è stato ed è importante, anche se le prime generazioni di obiettori erano mediamente più agguerrite dal punto di vista delle motivazioni e dell’impegno. Dieci anni fa chi faceva l’obiettore viveva questa esperienza come un’avventura, ora il clima è cambiato, nonostante il problema legislativo irrisolto.
A questo si possono aggiungere i progressi ottenuti dai disabili per cui ciò che era innovativo e sperimentale 15 anni fa, ora è un servizio svolto dal servizio sociale, così normalmente un obiettore viene impiegato in un progetto già collaudato.
Nonostante tutto ancora oggi è facile rilevare l’importanza del lavoro svolto dagli obiettori, anche perché nel campo dell’handicap ci sono ancora delle grosse aree da esplorare come quelle che riguardano le questioni abitative.
"Da noi si fa un servizio civile molto impegnato, a tempo pieno, del resto chi viene da noi sa già cosa l’aspetta"; chi parla è Antonio De Filippis, 34 anni, responsabile degli obiettori della Comunità Giovanni XXIII. Quando fece il servizio civile nell’86 si autoridusse il periodo secondo una forma di lotta politica usata dagli obiettori di allora. Processato, è stato assolto dopo la sentenza della Corte Costituzionale che equiparava la durata del servizio civile a quello militare. Antonio si è anche fermato nella Comunità ed è ora responsabile di una delle case famiglia.
La Giovanni XXIII dispone ogni anno di una quarantina di obiettori che vengono impiegati nelle case famiglie (dove sono presenti delle persone handicappate) con funzioni assistenziali e di animazione; alcune di queste comunità sona nate grazie all’impegno di un obiettore e sono ancor oggi funzionanti.
Chi fa obiezione di coscienza molte volte ha anche alle spalle un’esperienza politica o comunque di impegno sociale che si traduce immediatamente nel nuovo servizio. NeII’89 un gruppo di obiettori della stessa Comunità distribuirono un questionario agli abitanti di Igea Marina per sensibilizzarli sul problema delle barriere architettoniche nella cittadina: l’azione ebbe dopo dei risultati concreti per quanto concerne il comportamento dell’amministrazione pubblica. Questo è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero fare.

Un tuffo nel passato

A Bologna dal 1979 al 1981 un gruppo di obiettori lavorarono per l’inserimento di 8 ragazzi handicappati gravi nella scuola secondaria superiore: "A quel tempo c’era un clima carico di pregiudizi – ricorda Massimo Manferdini membro del gruppo – e nessuno al di fuori di noi poteva fare questo lavoro, la dimensione promozionale era la nostra competenza e in quegli anni ci sentivamo dei pionieri". Di fatto il loro compito era quello di fare da mediatori tra l’alunno disabile e professori, i bidelli, gli alunni; un campo nel quale allora c’era solo la sperimentazione ed era anche necessario trovare nuovi strumenti per comunicare, per far entrare in rapporto i disabili con il resto della scuola.
Da questa esperienza è stato tratto anche un libro, "Ti presto un braccio", pubblicato dalle edizioni Dehoniane nel 1983. Dal testo si capisce chiaramente il nesso che lega un obiettore al mondo dell’handicap: il rifiuto della violenza porta direttamente al discorso della solidarietà, così come il rifiuto degli sprechi (che comporta il mantenimento di un esercito e la costruzione e l’acquisto di armi), porta alla richiesta di una diversa distribuzione delle risorse, soprattutto verso i bisogni sociali.
Altri esempi di contributo del servizio civile all’handicap possono rifarsi alla nostra stessa esperienza; il Centro di Documentazione Handicap di Bologna nato nel 1982 è la creazione di un gruppo di obiettori di coscienza che prestavano il servizio civile all’AIAS e di un gruppo di disabili che ebbero l’idea di creare un luogo dove raccogliere tutto ciò che si pubblicasse sull’handicap.
Un luogo dove rielaborare il materiale raccolto, soprattutto tramite le riviste edite dal Centro, un luogo dove affrontare luoghi comuni sull’handicap e per proporre un tipo diverso di cultura dove il disabile non era più visto come un "oggetto" da curare, da riabilitare, ma come un portatore di esperienze, di bisogni, di una sua cultura per molti aspetti anticonformista. Certamente un’esperienza di questo tipo difficilmente sarebbe scaturita da un servizio pubblico e nemmeno da un’associazione tradizionale che non poteva contare sul contributo di nuove idee portate dagli obiettori.

Si dà e si riceve

D’altra parte è vero anche l’opposto; per molti obiettori il contatto con il mondo dell’handicap ha significato un cambiamento profondo della loro vita.
"Se gli obiettori sono stati e sono essenziali per le nostre comunità, anche per loro questa esperienza si rivela fondamentale" – così afferma Michelangelo Chiurchiù, 36 anni, responsabile degli obiettori della Comunità di Capodarco e presidente del Coordinamento Enti Servizio Civile. Sono decine le persone che hanno prestato il servizio civile nelle varie comunità di Capodarco sparse per tutta la penisola e circa il 30 per cento di loro si è poi fermato stabilmente una volta finito il servizio civile. Recentemente un ex obiettore ha fondato a Bergamo una nuova comunità.
"Per molti obiettori si forma una sorta di legame di tipo educativo – continua Chiurchiù – il tempo passato con noi diventa cosi una sorta di iniziazione alla vita, una presa in carico di responsabilità dato che ai nostri giorni nè la famiglia, nè la scuola riescono a dare un certo grado di maturità".
I risultati di questa formazione si realizzano poi nei modi più disparati, in un lavoro come operatore, in una scelta di vita ancora più drastica o semplicemente in una sensibilità particolare verso la diversità.
Un problema che si pone a questo punto è anche quello delle nuove generazioni di obiettori, che sono destinate ad essere molto più consistenti rispetto al passato; si tratterà cioè di dare un’adeguata formazione (nei tre mesi previsti dalla legge che dovrà essere approvata nella nuova legislatura, salvo imprevisti) a delle persone che, nella maggior parte dei casi, non sono mai venuti a contatto con il mondo dell’handicap.

Pubblicità… a muso duro

“La pubblicità va presa con le molle perché si sovrappone a culture preesistenti e si rischia di essere fraintesi”. Intervista a Pierangelo Bertoli sul rapporto tra pubblicità e handicap.Pierangelo Bertoli, cantautore modenese, poliomelitico dall’età di undici mesi, è stato il protagonista di una campagna realizzata da "Pubblicità Progresso". Questa la scena: Bertoli è testimone di un incidente motociclistico. Cerca di prestare soccorso telefonando da una cabina. Inutilmente: le barriere architettoniche glielo impediscono e la sua mano si ferma a pochi centimetri dalla cornetta.
D. Come mai ha collaborato a questa pubblicità?
R. Sono probabilmente l’handicappato più famoso d’Italia; perciò mi ha contattato un’associazione di Milano che riteneva che la mia persona andasse bene.
La cosa mi è molto piaciuta; a dir la verità io ero per un finale molto più violento, avrei buttato giù la cabina telefonica ma dal punto di vista legale saremmo andati incontro a delle noie.
D. Cose ne pensa in generale delle pubblicità che hanno come protagonista un handicappato?
R. Io ho fatto solo quella pubblicità; non è facile fare bene questo tipo di cose, in modo che non sia solo pietistico e che quindi ottenga l’effetto opposto a quello desiderato.
D. Ma secondo lei queste pubblicità servono a cambiare certi atteggiamenti, a modificare delle situazioni?
R. Sì, servono in generale; questi messaggi penetrano nella testa della gente ma purtroppo vengono dimenticati in fretta e perciò devono essere ripetuti massicciamente.
La pubblicità va presa con le molle perché si sovrappone a culture preesistenti, si rischia di essere fraintesi. C’è un grosso lavoro da fare perché la sensibilizzazione non sia solo pietismo che rimane fine a se stesso: bisogna fare cose pensate bene e campagne di lunga durata.
D. Non è pericoloso usare lo stesso mezzo, la pubblicità, che propone determinati modelli di uomo e di donne e determinati schemi mentali ben lontani dalla realtà del disabile?
R. E’ vero, ma la gente poi sa che tutto quello che si vede è falso, che sono tutte favolette e che nella realtà non esistono.
D. Non ha mai fatto pubblicità per altro, come un sapone o un dentifricio?
R. No, ma la potrei fare un giorno, tutto dipende dall’oggetto da pubblicizzare e dal modo; non sono contrario alla pubblicità, sono contrario a che si prenda in giro il pubblico.

Solidarietà in vendita

Farsi conoscere, sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema particolare, raccogliere fondi per promuovere le proprie attività; sono questi i motivi principali che spingono le associazioni operanti nel sociale ad affidarsi ai messaggi pubblicitari. E i risultati, in termini di popolarità e di soldi, non tardano ad arrivare.E’ sempre più facile scorgere, accanto alle pubblicità delle macchine e dei detersivi, anche quelle che si riferiscono a temi sociali; le campagne pubblicitarie televisive targate "Pubblicità Progresso" hanno raggiunto dimensioni notevoli e sono conosciute dalla maggioranza degli italiani.
I motivi, i contenuti e gli stili dei messaggi pubblicitari sono diversi da associazione ad associazione e l’unico comune denominatore è la consapevolezza che, in una società come la nostra, è molto utile anche per un discorso di tipo sociale e solidaristico ricorrere alla pubblicità e porsi "quasi" come un prodotto commerciale pur mantenendo caratteristiche proprie.

ARBORE COME TESTIMONE

C’è chi lo fa per procurarsi fondi, come nel caso della Lega del Filo d’Oro, l’associazione che si occupa della riabilitazione dei pluriminorati sensoriali. Hanno trovato un testimonial eccezionale in Renzo Arbore che compare accanto ad una bambina sordo-cieca spiegandone le condizioni. Accanto ad una campagna di sensibilizzazione verso una condizione di emarginazione sconosciuta ai più (almeno prima della campagna pubblicitaria), l’intento principale rimane quello della raccolta dei fondi. E i risultati non si sono fatti attendere; dice Rossano Bartoli membro della Lega: "La nostra associazione era conosciuta da poche persone e nel giro di 6 – 7 anni di promozione siamo oramai conosciuti in tutta Italia; per quanto riguarda i finanziamenti con la campagna di Renzo Arbore abbiamo raccolto qualche miliardo di lire".
La prima campagna pubblicitaria aveva come protagonista Alberto, un disabile conosciuto dal pubblico per la sua apparizione alla trasmissione "Buona Domenica" di Maurizio Costanzo. Ma l’utilizzo di un personaggio famoso rafforza un messaggio pubblicitario; "bisogna essere realisti il più possibile – afferma Rossano Bartoli – con un testimonial di questo calibro il riscontro è stato senza dubbio maggiore".
Per quanto riguarda lo stile "volevamo fare qualcosa che prendesse a livello emotivo senza pero scadere nel pietistico, né diventare aggressivi: volevamo raccontare una storia vera cercando di essere semplicemente realisti". Recentemente l’A.I.C.E. (Associazione Italiana Contro l’Epilessia) ha promosso una campagna pubblicitaria per sensibilizzare l’opinione pubblica su questa malattia e anche per far conoscere le attività della stessa associazione: "con questa iniziativa non cerchiamo soldi, né volontari – dice Sandra Malaspina, responsabile dell’A.I.C.E. – la nostra vuol essere solo una pubblicità informativa, dato che la conoscenza sull’epilessia è bassa; in secondo luogo vuol essere anche una promozione per la nostra associazione".
Oltretutto queste campagne non costano nulla; gratuitamente si prestano i testimonial, gratuitamente si offrono le agenzie pubblicitarie che poi realizzano concretamente il messaggio e gratuiti sono infine gli spazi pubblicitari offerti dai mass media. Di solito questi spazi vengono concessi solo nei mesi di gennaio e febbraio, quando il mercato degli inserzionisti registra un forte restringimento dopo l’abbuffata pubblicitaria natalizia.

GLI SPOT PREVENTIVI

"Una campagna che mira a sensibilizzare il problema delle malformazioni e a prevenirlo" così Antonella Sacchetti, dell’ufficio stampa dell’ASM (Associazione Italiana Studio Malformazioni), definisce le pubblicità che compaiono in questi giorni un po’ dappertutto. Due mani femminili congiunte formano una specie di nido dove sono posate due scarpine da neonato, una di lana rosa l’altra azzurra e sotto una scritta recita: "maschio o femmina l’importante è che sia sano". Qui l’informazione pubblicitaria insiste particolarmente sulla prevenzione, mentre in precedenza l’ASM aveva scelto un messaggio differente: "La nostra precedente campagna pubblicitaria aveva come protagonista una bambola con il braccio staccato – spiega Ruben Abbatista responsabile dell’associazione – ad un certo punto ci è sembrata che desse un’idea troppo drammatica e negativa del problema, noi volevamo dare invece un messaggio di speranza, che ci ponesse prima del problema, per prevenire il dramma".
Di solito all’agenzia pubblicitaria si dà solo un’indicazione come questa, che dopo è libera di interpretare come vuole. Sia nella prima che nella seconda campagna pubblicitaria il riscontro è stato enorme e sono arrivate all’associazione numerose telefonate e richieste d’informazione.
Improntata alla prevenzione è anche la campagna promossa dall’Associazione Paraplegici. La pubblicità presenta due fotografie, nella prima una persona sta facendo un’attività pericolosa, nell’altra la stessa persona è seduta su una carrozzina; sopra campeggia una scritta: "E’ meglio riflettere prima che dopo"
"A noi interessava mandare un messaggio di prevenzione alle persone – spiega Gabriella Furlani dell’Associazione Paraplegici – aprire loro gli occhi in un modo tranquillo". Non è facile avere un riscontro con pubblicità di questo tipo anche se dopo la campagna l’associazione è stata subissata di telefonate soprattutto di scuole o altre persone che volevano diventare soci. Un elemento caratterizza tutte le pubblicità che abbiamo esaminato: da tutti viene rifiutato un messaggio pubblicitario di tipo pietistico o commovente o che voglia informare con la paura. Ma questa scelta di stile è propria solo delle associazioni più moderne, che utilizzano la macchina pubblicitaria con una certa consapevolezza e in tutte le sue potenzialità. La stessa cosa non si può dire per tutti ed è ancora possibile imbattersi in pubblicità che puntano ancora a commuovere, a chiedere carità e aiuto per i "poveretti".

Il lavoro raccontato

Sfogliandoli distrattamente possono sembrare dei “giornalini” semplici e con poche pretese, ma attenzione, dietro queste pagine a volte strampalate e ricche di immagini si celano storie di persone e di rapporti, progetti di lavoro, montagne di emozioni che interi libri “scientifici” non riuscirebbero a descrivere adeguatamente. Ne parliamo con Andrea Canevaro, direttore del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna.

Domanda. Sono ormai diverse le esperienze di piccole riviste, "giornalini" che vengono composti all’interno dei centri per handicappati, esperienze che si possono incontrare in varie parti d’Italia: ma qual è il loro valore educativo?
Risposta. II maggior valore credo che sia quello che riguarda la memoria; ci sono spesso tendenze a ridurre chi ha un deficit molto grave, ridurlo ad una persona che ha giornate sempre uguali, che fa le stesse cose; in questo siamo aiutati anche da una letteratura scientifica che ci racconta che il ritardato mentale grave ha una "viscosità", una ripetitività, ha bisogno di fare le stesse cose. Io penso che abbia bisogno come tutti di avere delle sicurezze, quindi c’è del vero in quello che si dice, però è anche vero che hanno una vita con una dinamica, e questa dinamica bisogna saperla leggere, non dimenticarla e i giornalini possono essere uno strumento utile
per mantenere un’attenzione a un qualcosa che può essere raccontato. La ripetitività fa sì che gli operatori che lavorano all’interno di un centro pensino di non aver niente da raccontare fuori agli altri, mentre il giornale è fatto anche per gli altri. Allora farlo può diventare un impegno con se stessi a scoprire quello che può essere raccontato agli altri e che non è la fotocopia della stessa giornata per 365 giorni all’anno.

D. Queste esperienze hanno un valore molteplice; da una parte hanno un significato interno, nel rapporto tra operatore e utente, dall”altro hanno anche un valore esterno, nel rapporto tra il centro riabilitativo e l’Usl, o il territorio che lo circonda; infine possono avere un valore anche tra i diversi centri e servire come collegamento.
R. Sì, hanno un intreccio di diversi valori; specialmente alcuni "giornalini" quando sono fatti con cura, servono come mediatori di rapporti, come possibilità che il rapporto non si esaurisca nell’assistenzialismo; lasciando una "traccia" e avendo una funzione di mediazione le riviste possono essere molto significative proprio per la qualità della relazione tra operatori e utenti, volendo proprio usare questi termini così burocratici.
Attraverso i giornali c’è inoltre una definizione progressiva, aperta e non imbalsamata dell’identità di un centro. Ecco un’altra utilità, quella di pensare la propria identità in rapporto a quella degli altri centri, ognuno dei quali ha una propria identità.
Fare una rivista per un centro significa allora scoprire la propria identità, mettere in luce le proprie valenze culturali e operative. Ci sono centri che sono legati per la loro storia al cinema, alla scrittura o al teatro, tutte caratteristiche che si riscontrano poi nei "giornalini". Ricordo il caso di un "utente" del Centro Galassia di Lugo di Romagna che da anni s’interessa alla scrittura; ora è possibile che non sia immediatamente una scrittura maggiorenne per un’editoria da grande pubblico, ma potrebbe essere molto importante per un "giornalino", se questo non è riduttivo e non diventa uno strumento da dopolavoro ferroviario, ma diventa un biglietto da visita d’identità che è sempre in farsi. Potrebbe essere giusto allora che ci siano delle vite da raccontare, in modi diversi, attraverso la poesia, la fotografia…
I "giornalini" servono proprio per scoprire la propria identità e metterla in contatto con l’identità degli altri centri e per costruire poi una rete che permetta delle valorizzazioni reciproche.

D. Come si presentano, che tipo di struttura hanno queste esperienze? Hai in mente qualche caso particolare?
R. L’esperienza che conosco meglio è quella di Ravenna; la rivista "Percorsi" ha proprio questa funzione di collegare le diverse identità.
Fatta con mezzi modesti, il "giornalino" esiste orma da una decina di anni e con il
tempo si è affinato, coniugando le esigenze interne con dei fini più alti. "Percorsi" ha cercato di dare dei contributi di grande serietà, evitando di essere noiosa, di avere un tono dimesso, per farsi leggere da un numero maggiore di persone. Prima ho parlato di giornalini da dopolavoro ferroviario, anche con un tono di simpatia, perché hanno il difetto di non raggiungere il lettore esterno, ma hanno un senso più di informazione interna; è proprio ciò che le esperienze di cui stiamo trattando devono evitare. Vorrei ricordare che questi "giornalini" non sono un patrimonio solo del nord Italia, in quanto ricevo continuamente nuove riviste e alcune di queste provengono dal sud.

D. Sei a conoscenza di esperienze analoghe all’estero?
R. Sì, ho visto pubblicazioni simili in Francia, nella Svizzera francofona, in Belgio, nel Canada.

D. Quali sbocchi possono avere queste riviste, come si possono sviluppare per diffondersi meglio o diventare più "raffinate"?

R. Per rispondere a questa domanda bisogna parlare anche dei Centri di documentazione, perché questi materiali sono sicuramente dei materiali fragili che vanno persi, si buttano via.
La funzione maggiore la dovrebbero avere i Centri di documentazione che non sono inerti ma che dovrebbero essere attivi, salvando il materiale prodotto e rendendolo anche consultabile. Poi dovrebbero consentire che qualcuno ogni tanto ci mettesse mano per riorganizzarlo; sarebbe interessante fare delle antologie o delle comparazioni antologiche, mettere insieme il meglio di quanto è stato prodotto. E per non renderli deperibili occorre trasformarli; ad esempio con alcuni numeri di "Percorsi" abbiamo fatto un libro.

Un jeans per persone veramente speciali

“Finalmente gli abiti si adattano a noi, non noi agli abiti”; con questo slogan una ditta di abbigliamento in provincia di Padova ha lanciato sul mercato un jeans confezionato appositamente per persone non deambulanti. È un primo passo per garantire al disabile il diritto di vestirsi come vuole.

Finché si è bambini non si fa molto caso a quello che si porta addosso ma, crescendo, uno comincia a chiedersi: "Perché devo sempre andare in giro con la tuta da ginnastica, con la felpa o con la camicia a quadrettoni?". Specialmente per un adolescente diventa difficile capire perché la sua disabilità fisica debba essere accentuata da un modo di vestire diverso dai suoi coetanei. E il problema non cambia crescendo perché, se ogni età ha il suo modo di vestire, per un disabile l’abbigliamento tende a non cambiare con gli anni.
Se in genere le famiglie e la mentalità comune sottovalutano questo problema per far fronte ad altre cose ritenute più importanti, può capitare di incontrare chi non la pensa così. La famiglia Silvestrin ha un figlio che si sposta su una sedia a rotelle a causa della spina bifida e ha la particolarità di lavorare nel campo dell’abbigliamento: "Se fossimo stati dei meccanici ci saremmo impegnati nel miglioramento delle carrozzine – dice Piergiorgio Silvestrin, un altro dei figli – ma, siccome in famiglia siamo tutti sarti e stilisti, ci siamo applicati a ciò che sapevamo fare".
Così l’azienda di abbigliamento a conduzione familiare ha creato un settore che si è specializzato nell’adattamento dei vestiti per disabili in carrozzina.
Per adesso fabbricano su misura solo i jeans: "il pantalone tradizionale è fatto per una persona che sta in piedi, non per uno che sta seduto; i nostri modelli sono più bassi davanti e più alti dietro per renderli più comodi; li confezioniamo con delle cerniere particolari o con le aperture a strappo lungo la coscia; anche per i problemi di incontinenza abbiamo delle soluzioni che mimetizzano l’ausilio".
Insomma la filosofia che sembra ispirare il loro lavoro è che gli abiti si devono adattare alla persona e non viceversa.
La realtà è invece un’altra; un disabile compera quel che trova e non quel che vuole ed è contro questa mancanza di opportunità che si muove l’iniziativa della famiglia Silvestrin. I jeans vengono venduti ad un prezzo che va dalle 60 alle 70 mila lire, un prezzo "sociale" quindi, che mira solo a coprire le spese di fabbricazione non volendo guadagnare nulla in questo settore: "i nostri guadagni – ci tiene a precisare Piergiorgio Silvestrin – non vengono da qua, questo è un discorso personale che portiamo avanti perché crediamo nella sua utilità".
Purtroppo il discorso stenta a decollare perché si scontra con la diffidenza delle associazioni: "In sette mesi di lavoro abbiamo vestito 50 persone, ma il giro si allarga lentamente. I presidenti delle associazioni accolgono con cautela i nostri inviti a diffondere l’iniziativa perché pensano che sia un’operazione commerciale ed anche che in definitiva il problema non sia poi così sentito".
Un modo per diffondere il prodotto potrebbe essere quello di vendere i jeans nei negozi ortopedici e sanitari ma questo porterebbe ad un notevole aumento dei prezzi (oltre le 100 mila lire) e alla perdita del contatto diretto con il cliente disabile.
Altra caratteristica è l’eleganza del prodotto: "Abbiamo applicato
ai nostri jeans le caratteristiche del "made in Italy", mentre all’estero hanno una concezione diversa che presta meno attenzione alla bellezza". Un modo come altri per dare la possibilità al disabile di vestirsi con accuratezza. E la moda? Risponde Piergiorgio Silvestrin: "L’handicappato non concepisce nemmeno
cosa sia la moda perché si veste solo con quel che trova, ma non è giusto che sia così". Se essere alla moda può essere un atteggiamento criticabile, il diritto di poterlo essere non lo è e deve essere garantito. Come? Ad esempio assicurando ai disabili altri capi di vestiario che non siano solo i jeans. Nei progetti della famiglia Silvestrin c’è anche l’intenzione di confezionare camicie e giubbotti adattati; i modelli disegnati ci sono gia, anche il materiale è stato scelto, ma per la loro realizzazione si aspetta di vedere come andrà con i blue jeans; se la loro commercializzazione coprirà le spese allora si potrà andare avanti.
(La ditta della famiglia Silvestrin è la "Taglieria S. Giorgio", loc. Arzercavalli, via Dossi 35 -35020 Terrassa Padovana (Pd). Tel. 049/538.30.14, fax 049/538.31.44)

L’informazione diretta e l’informazione mediata

Il Centro Risorse Handicap del Comune di Bologna è stato pensato soprattutto come sportello aperto al pubblico e anche come sportello telefonico; ma accanto a questi modelli di erogazione di informazione più tradizionali ne è stato progettato – e realizzato – uno che funziona tramite la rete telematica. Il nostro Informahandicap si è dotato infatti di un sito web, con un numero limitato, speriamo ancora per poco, di informazioni che possono essere lette andando a questo indirizzo web: www.handybo.it.
In cosa consiste la differenza tra l’informazione data direttamente da un ufficio da quella ricavabile da internet e accessori? Quali sono i loro pregi e i loro difetti e in che modo è opportuno miscelare i due modelli per averne il massimo vantaggio?
A queste domande cercheremo di dare una risposta sintetica nelle righe che seguono.

Guardandoti negli occhi
Gli sportelli informativi aperti direttamente al pubblico non sono semplici da gestire, vanno progettati meticolosamente sia nell’architettura che si vuol dare alla propria informazione che nelle capacità delle persone che devono di fatto dare le risposte.
Il primo punto viene già trattato in un’altra parte di questa pubblicazione, basta quindi ricordare che una precisa categorizzazione dell’ informazione e una scrittura chiara della stessa rendono il lavoro molto più semplice (anche da aggiornare).
Il secondo aspetto riguarda direttamente il nostro argomento. La persona che riceve le domande deve essere opportunamente formata non solo nella conoscenza della materia ma deve anche capire qual è la vera domanda dell’utente, che alcune volte non riesce ad essere espressa. Anche il rapporto interpersonale che si instaura, pur se di pochi minuti, deve essere gestito con professionalità. È chiaro che un tipo di rapporto così diretto può esserci solo in una situazione come questa, dove accanto al linguaggio verbale se ne accompagna uno non verbale teso anch’esso ad una migliore comprensione reciproca.
Tutte queste componenti fanno sì che la risposta dell’operatore possa essere molto più precisa o per lo meno riesca da avvicinarsi alla reale richiesta. La “vicinanza” può permettere anche l’instaurarsi di un rapporto più profondo tra operatore e utente. Chi sta allo sportello, che tra noi chiamiamo “fisico” per differenziarlo da quello telefonico e telematico, ha ben presente questa situazione che vede tornare più volte le stesse persone con domande sempre rinnovate.

Mi specchio nello schermo
La duttilità nella risposta, che proviene anche dall’intesa che si può avere con una persona che ci sta di fronte, non è certamente replicabile nello sportello telematico. La nostra comunicazione viene in questo caso mediata da un computer o meglio da due computer collegati tra di loro.
Che la comunicazione cambi se non è diretta tra due persone ma è mediata da qualcosa, lo si capisce facendo un semplice esempio. Normalmente due persone che si urtano per strada si fanno le scuse o al massimo fanno finta di niente. Se le stesse due persone si trovano a fare una mossa azzardata all’interno delle loro rispettive macchine, è molto probabile che il loro comportamento sia più aggressivo; il semplice involucro metallico di una automobile ci modifica notevolmente (è anche vero che in questo caso entrano in gioco altri fattori, come lo stress da traffico a cui tutti siamo sottoposti).
I tipi di comunicazione che possiamo avere tramite la telematica, o meglio tramite le opportunità da noi offerte fino a questo momento, sono due:

• l’informazione pubblicata sul nostro sito
• la possibilità di chiedere informazione tramite posta elettronica

Se l’informazione che abbiamo su supporto cartaceo fosse pari a quella reperibile sul sito, si potrebbe liquidare il nostro dilemma dicendo che lo sportello fisico ha degli indubbi vantaggi, come abbiamo visto sopra.
A queste considerazioni se ne deve aggiungere un’altra relativa all’utenza. La conoscenza della telematica non è poi così diffusa tra la popolazione italiana, e questa ignoranza, o la mancanza della strumentazione necessaria, potrebbe rendere il mezzo ancora più inadeguato. O meglio, si avrebbe allo sportello telematico soprattutto un’utenza di un certo tipo (più le associazioni o i servizi sociali pubblici piuttosto che il disabile, e la sua famiglia).

Ma allora a cosa serve?
Il digitale, ad ogni modo, comporta dei vantaggi tutti suoi, vediamo quali.
L’informazione pubblicata sul sito è sempre lì e una persona non deve aspettare l’orario trisettimanale dello sportello “fisico” per averla. Inoltre non deve nemmeno spostarsi dal luogo in cui è, facendogli risparmiare un bel po’ di tempo. Ricercando dal suo computer chiunque può reperire l’informazione (o scaricare un modulo da compilare) che cerca a qualsiasi ora e senza muoversi.
Anche lo sportello telematico presenta il vantaggio che si può formulare e spedire il proprio quesito via e-mail quando si vuole e la risposta da parte nostra non è certo vincolata dall’orario di apertura dello sportello.
Lo sportello telefonico si pone invece a metà strada tra i due casi, dato che permette una buona interattività con l’utente, non lo obbliga a spostarsi ma rimane vincolato ad un orario.

L’informazione on line ha anche altri vantaggi, se viene progettata bene e sviluppata.
Oltre a presentare degli archivi facilmente consultabili direttamente dagli utenti, il mezzo digitale permette l’utilizzo dei file multimediali, che possono essere uno strumento di conoscenza più completo. Una galleria fotografica o un filmato possono rendere bene l’idea, tanto per fare un esempio, delle barriere architettoniche che presenta un percorso.
L’interattività con l’utenza può espandersi in molte direzioni; si possono creare spazi dove gli stessi utenti pongono i loro problemi o le soluzioni che hanno trovato; spazi visibili sul web poi da tutti gli altri navigatori.

Concludendo, lo sportello “fisico” non esclude quello telematico e viceversa. I due strumenti, mantenendo delle peculiarità specifiche, possono essere complementari e offrire all’utenza una gamma più ampia di opzioni, dato che lo stesso materiale informativo può essere fruito in più modi.

Scuole e nuove tecnologie: L’Ausilioteca di Bologna

L’ausilio è uno strumento importante per l’integrazione scolastica di uno studente disabile?
Prima di rispondere a questa domanda è indispensabile chiarirsi sul concetto stesso di “ausilio” che non può essere inteso solo come strumento tecnico. L’ausilio è un insieme di fattori di carattere tecnico, metodologico e contestuale. Pensiamo ad un bambino con difficoltà di scrittura manuale; non è sufficiente individuare la tastiera idonea. Perché questa diventi lo strumento di lavoro che il bambino utilizza sul suo banco di scuola per scrivere ogni giorno, occorre un insieme di altri fattori, come un’adeguata postazione di lavoro, una particolare organizzazione dell’attività con la classe, una solida figura di riferimento. Inoltre, secondo la recente definizione dell’ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health), la disabilità viene definita come la conseguenza o il risultato di una complessa relazione tra la condizioni di salute dell’individuo, i fattori personali, e i fattori ambientali che rappresentano il contesto in cui vive l’individuo. A causa di questa relazione ambienti diversi possono avere un impatto molto diverso sullo stesso individuo con una certa condizione di salute. All’interno dei fattori ambientali l’ICF include i prodotti tecnologici, visti come uno dei diversi tasselli che possono concorrere alla maggior partecipazione della persona disabile alla vita sociale. Se concordiamo con tutto questo sicuramente la tecnologia può fornire validi strumenti per favorire l’integrazione scolastica.

Dove trovare un ausilio e come sceglierlo?
Proprio per quanto detto sopra la scelta di un ausilio è un processo complesso, che non può essere affrontato sfogliando un catalogo o adottando soluzioni preconfezionate. Proprio per questo sono nati dei servizi specializzati di consulenza sugli ausili tecnologici. A Bologna per esempio esiste da venti anni il Centro Ausili Tecnologici, un servizio pubblico gestito dall’Azienda USL di Bologna che offre attività di consulenza, supporto, formazione e informazione sulle tematiche degli ausili tecnologici per persone con disabilità. L’equipe del servizio – composta da figure riabilitative, educative e tecniche – valutando le potenzialità della persona disabile e gli obiettivi, ipotizza soluzioni di ausilio che non si limitano all’indicazione di uno o più strumenti ma prevedono anche la costruzione di un percorso educativo e didattico. Facciamo un esempio. Spesso al nostro servizio arrivano richieste per migliorare la comunicazione di un bambino; di fatto la soluzione, il più delle volte, non è un computer anche se adattato, ma l’impiego di ausili più semplici spesso non basati sulle nuove tecnologie (a volte sono sufficienti delle tabelle cartacee per la comunicazione). Altre volte si danno semplicemente delle indicazioni di tipo educativo su come rapportarsi con il bambino per sviluppare in lui l’intenzionalità e l’iniziativa comunicativa. Anzi, in alcuni casi sarebbe un errore proporre soluzioni tecnologiche. All’interno del nostro servizio è possibile inoltre provare degli ausili di ogni genere provenienti da diverse fornitori che, in ambito locale, possono anche essere prestati.

L’organizzazione della scuola incide sull’efficacia nell’adozione di un ausilio?
L’organizzazione della scuola incide fortemente nell’integrazione scolastica di un bambino disabile e ciò ha una ricaduta anche nel caso dell’adozione di un ausilio. I problemi sono diversi, dal turn-over degli insegnanti agli orari, dalla mancanza di un’unica figura di riferimento agli spazi offerti dalla scuola: tutti problemi che derivano indirettamente da certe scelte politiche. Il problema che più frequentemente si riscontra è il turn-over degli insegnanti di sostegno: per esempio può capitare che al momento della consulenza per l’individuazione di un ausilio sia presente un insegnante che, al momento dell’arrivo dell’ausilio a scuola, sarà stato sostituito da un collega. Quest’ultimo, a volte, si ritroverà con uno strumento senza sapere i motivi e gli obiettivi per cui era stato richiesto e adottato. Di questa situazione sono gli insegnanti stessi a soffrirne per primi. Alcuni ausili inoltre necessitano di un momento formativo per rendere l’insegnante in grado di utilizzarli al meglio delle loro possibilità. Siamo noi stessi a fare questa formazione. Ma se ogni anno ci si ritrova a lavorare con insegnanti diversi si rischia di ricominciare ogni volta da capo. Anche la barriere architettoniche sono un ostacolo al nostro lavoro; può sembrare paradossale ma ci è capitato il caso di una bambina che, pur essendo in grado di utilizzare il computer con un ausilio, non poteva partecipare alle attività nell’aula informatica perché questa non era a lei accessibile.

L’ausilio non va vissuto come una risposta ma come un mezzo al problema dell’integrazione, capita a volte l’opposto?
A volte gli insegnanti vengono in Ausilioteca presentandoci come obiettivo l’individuazione di un ausilio senza avere avuto ancora l’opportunità di costruire dei solidi obiettivi didattici. A volte si ha quasi l’impressione che l’ausilio venga percepito come già dotato in sé di un contenuto educativo. In realtà in molti casi è necessario lavorare prima sugli obiettivi didattici, lavorando prima con materiali poveri e non tecnologici. In queste situazioni risulta molto importante che venga garantita un’adeguata formazione su questi temi.

Ausilioteca Via Giorgione 10 – 40133 Bologna Tel: 051/642.81.11 – fax: 051/38.59.84 http://www.ausilioteca.org E-Mail: info@ausilioteca.org

 

Séreza, il figlio di Anna

A cura di Nicola Rabbi

Le meditazioni del bambino si riferivano agli argomenti più vari e complessi. Egli si immaginava ora che suo padre sarebbe forse stato decorato con gli ordini di Vladimir e di S. Andréj e che, per conseguenza, sarebbe stato più indulgente per quanto si riferiva alla lezione del giorno; poi si diceva che lui stesso, quando fosse stato grande, si sarebbe guadagnate tutte le decorazioni esistenti e anche quelle che sarebbero state inventate al di sopra del S. Andréj.
Intanto il tempo passava; quando giunse l’insegnante, la lezione di grammatica sui complementi di tempo, di stato e di luogo non era preparata e il professore si dimostrò non solo scontento, ma addolorato. E questa afflizione del maestro commosse Seréza. Tuttavia non si sentiva colpevole: la lezione, per quanto si sforzasse, non riusciva a impararla; mentre il maestro spiegava, egli credeva di capire, ma non appena restava solo, gli era impossibile capire e neppure ricordare perché mai, per esempio, una frasetta così breve e così facile come: ‘tutt’a un tratto’ dovesse diventare un complemento di modo. Gli rincresceva, comunque, di aver dato un dispiacere al suo insegnante e voleva consolarlo.
Approfittando di un momento in cui questi cercava qualcosa nel libro, gli disse: “Michaíl Ivanyc, quando è il vostro onomastico?”
“Sarebbe meglio che pensaste al compito; che importanza ha per un essere ragionevole una festa di onomastico? È un giorno come tutti gli altri, nel quale si deve lavorare.”
Seréza guardò attentamente il professore, ne esaminò la barba rada, gli occhiali che si erano abbassati sul naso e si immerse in riflessioni tanto profonde che non sentì più nulla di quanto gli si stava spiegando. Sentiva che il professore non pensava quello che diceva, lo sentiva dal tono della voce. ” Ma perché sono tutti d’accordo nel dirmi, allo stesso modo, tutte le cose più inutili e più noiose? Perché questo qui mi allontana da sé e non mi vuole bene?” si domandava il fanciullo con tristezza, e non sapeva trovare la risposta.
(Tratto dal romanzo Anna Karenina di Lev Tolstoj)

Seréza è il figlio di Anna Karenina, non la vede da parecchio tempo, dato che ha abbandonato il marito per il principe Vronskij. È un ragazzino sensibile senza madre, con un padre piuttosto rigido da cui non riesce a ricevere la tenerezza e l’affetto di cui ha bisogno.
Viene educato in casa, come normalmente accadeva per i rampolli delle famiglie benestanti nella Russia zarista; ma “non va bene a scuola”, non riesce ad apprendere. Il suo tutore e il padre gli spiegano le materie ma di tutto questo lui percepisce solo delle parole vuote, parole senza “affetto”, quindi da scartare. Che cosa mai gli potranno dare? Ecco invece Seréza ricorda bene gli insegnamenti del suo maggiordomo, che gli racconta piccoli aneddoti con parole affettuose. Ma il padre rimane deluso degli scarsi progressi del figlio, mentre il maestro ne è addirittura afflitto. Ma come è possibile imparare senza affetto? Questa domanda naturalmente Seréza non riesce a farsela, dato che è ancora troppo giovane, se la immagina vagamente. D’altronde, non vale così anche per tutti noi? Qual è l’insegnante da cui abbiamo imparato di più? Forse da quello che ci faceva più paura o da quello di cui percepivamo, magari sotto sotto, una simpatia, un accenno di affettuosità o di partecipazione diretta a quanto noi stavamo facendo?