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autore: Autore: Paolo Bertani

4. Sport ed handicap mentale

di Paolo Bertani

In questo articolo vogliamo soffermarci non tanto sugli effetti generali dell’attività sportiva nei soggetti praticanti, ormai conosciuti e studiati, ma analizzare più da vicino e proporre una riflessione sugli effetti specifici provocati in soggetti che soffrono di handicap mentale o comunque di disturbi nella sfera cognitiva o relazionale.
Premettendo, comunque, che gli effetti benefici comunemente riconosciuti alla pratica sportiva su persone cosiddette normali, lo sono vieppiù per persone più deboli o svantaggiate, in quanto vanno ad agire su quadri di sofferenza o disagio ancor più bisognosi di aiuto, sostegno, alleviamento, allontanamento dalla propria difficile realtà.
Pertanto, laddove il movimento provoca un miglioramento nelle condizioni fisiche del soggetto (apparato cardiocircolatorio, apparato respiratorio, tono muscolare, connessioni neuronali, funzioni neuro-vegetative, ecc.), tanto più troveremo i benefici di questo miglioramento amplificati in soggetti che, pur non avendo difficoltà motorie particolari, per la loro storia tendono ad una vita sedentaria, che risulta poco stimolante verso gli aspetti dinamici anche più banali (camminare, correre, saltare, salire e scendere scale, prendere l’autobus, andare in bicicletta, ecc…), che solitamente caratterizzano o dovrebbero caratterizzare la vita quotidiana delle persone.

Movimento e sviluppo armonico
Quando parliamo di effetti positivi sulle condizioni psicologiche di chi pratica sport (scarico delle tensioni e dell’aggressività, produzione di endorfine, soddisfazione, senso di appagamento, ecc.), allora dobbiamo pensare a quanto questo possa essere benefico in chi vive in uno stato di tensione interiore più o meno marcato, spesso costante nell’arco della giornata, e che più difficilmente può trovare occasioni di svago, di rilassamento psicosomatico, o magari non è in grado di canalizzare la propria aggressività ed è costretto dai suoi impulsi a sfogarla in modi anche violenti su cose o persone (con rischi per sé e per gli altri).
Una mancata esperienza di movimento produce nel disabile una condizione ancor più sfavorevole per l’esplicarsi delle connessioni neuroniche che stanno alla base sia dei possibili apprendimenti motori sia di quelli cognitivi. Per questo sarebbe ancor più fondamentale una pratica motoria fin dai primi anni di vita, periodo in cui si struttura lo schema corporeo, cioè l’immagine interiorizzata del nostro corpo e delle sue possibilità d’azione. Se, ad esempio, un bambino ha la possibilità di sperimentare una gamma di movimenti (capovolta in avanti, all’indietro, eccetera) il più ampia possibile, aumenterà esponenzialmente il numero delle sinapsi neurotiche, cioè di quelle connessioni tra cellule nervose, che rimarranno nel suo patrimonio neurofisiologico e che saranno utili per lo sviluppo armonico del soggetto nel suo complesso, dagli aspetti cognitivi a quelli mnemonici, da quelli emozionali a quelli intrapsichici.
Quando ci si rivolge a persone ormai adulte, possiamo intervenire solo nel mantenimento delle prassi acquisite o al più nell’apprendimento di movimenti semplici o basati su azioni già sperimentate.
Ma le abilità motorie non sono l’unico aspetto importante! È nell’ambito psicologico relazionale che possiamo giocarci la “partita”; i fattori motivazionali, emozionali, interpersonali sono sempre stimolabili e rinnovabili, possono migliorare di quantità e, soprattutto, di qualità.

Quale disciplina scegliere?
E qui anche la scelta della disciplina sportiva ha il suo significato. Tendenzialmente sarebbe meglio privilegiare i giochi di squadra, dove esiste una maggior quantità di possibilità relazionali, con i compagni di squadra, ma anche con gli “avversari”; e dove, dato da non trascurare, gli eventuali gap prestazionali tra uno e l’altro possono essere ovviati o superati proprio dal fatto di essere inseriti in un gruppo e nella distribuzione appropriata dei ruoli.
Non è da escludere, però, nemmeno la pratica di una disciplina individuale, in quei casi in cui abilità sufficienti e attitudine psicologica del soggetto lo permettano e lo consiglino. Tanto più se ci si rivolge a uno sport come l’equitazione, in cui il rapporto con l’animale offre ulteriori stimoli e implicazioni emotive particolari e non vi è un confronto diretto con gli “avversari”.
Un’ulteriore distinzione può essere fatta tra sport di contatto e sport di confronto a distanza.
Nei primi si inquadrano quasi tutti gli sport di squadra (calcio, basket, pallamano, pallanuoto, ecc.) o discipline individuali quali ad esempio scherma, ciclismo, arti marziali, ecc.
Nei secondi si iscrivono la pallavolo (unico tra gli sport di squadra) o altri individuali come nuoto, tennis, bowling, sci, tennis tavolo, canottaggio, vela, solo per citarne alcuni.
In questo tipo di sport conta molto la motivazione del singolo, che deve essere piuttosto elevata, proprio per reggere al peso dell’impegno degli allenamenti e delle eventuali competizioni, che grava per lo più solo sul singolo atleta, supportato da un allenatore o da un altro compagno di allenamenti, quando presenti.
Rispetto a ciò gli sport di squadra sono più adatti a sostenere la motivazione e soprattutto consentono all’individuo di superare momenti di crisi, cioè, ad esempio, interruzioni dell’attività che, nel caso di disabili mentali, possono essere anche ripetute durante l’anno, a causa delle caratteristiche di instabilità e disagio proprie di alcune patologie.
Dopo un’interruzione, infatti, è sempre possibile reinserirsi in squadra, senza che vi siano state ripercussioni sull’attività, proprio grazie al numero di componenti, solitamente più che sufficiente.
Caratteristica fondamentale del gioco di squadra è il senso di collaborazione tra giocatori e il sentirsi parte di una catena in cui ogni anello è importante e porta il suo contributo.
Il rischio sarebbe quello di sentirsi un “anello debole”, nel caso di ragazzi meno abili di altri (non essendoci categorie su base di competenze, ci può essere una grossa differenziazione di capacità tra componenti della stessa squadra); questo solitamente non avviene perché nel disabile psichico gioca un ruolo molto più forte il senso di appartenenza al gruppo o a una squadra e il solo farne parte è motivo di enorme soddisfazione e orgoglio, indipendentemente dalle prestazioni fornite o dal minutaggio in partita. Un passaggio fatto bene, un tiro in porta, una parata sono esempi di obiettivi minimi, ma già motivo di soddisfazione e realizzazione.

Sentirsi vincenti
Ciò, ovviamente, non riguarda tutti i soggetti disabili; è più facilmente riscontrabile in soggetti con handicap più grave. In ragazzi meno danneggiati sembra prevalere il sentimento agonistico o l’ambito prestazionale, forse anche perché più in grado di fare confronti, di cogliere le differenze, e perché più sensibili al risultato positivo, nonché influenzati dalla cultura sportiva prevalente, cioè quella che emerge da giornali e televisioni, per cui conta chi vince.
Il significato della vittoria per un disabile mentale può assumere valenze particolari.
Nel corso della sua vita in quanti ambiti avrà potuto assaporare il gusto della vittoria, quali occasioni avrà avuto per sentirsi “vincente”? Un disabile non ha un vissuto di “sconfitte” praticamente costante nella sua vita? Pensiamo alla scuola, alle relazioni amicali, a quelle affettive o sessuali: in quante e quali di queste ha avuto rimandi positivi e riconoscimenti significativi, che potessero contribuire ad una strutturazione della stima di sé ed in cui rispecchiare un’immagine positiva di sé?
Pertanto lo sport può essere uno dei pochi, se non il primo ambito in cui provare queste sensazioni, in cui sentirsi realizzato e soddisfatto del raggiungimento di un obiettivo, e in una squadra, non dipendendo tutto dalle singole capacità ma dal collettivo, ciò è possibile anche per i soggetti più deboli, che altrimenti sarebbero penalizzati.
In un sistema psichico di collegamenti ciò può avere i suoi effetti benefici anche in altri campi, quali il lavoro o i rapporti familiari, o anche le relazioni amicali e affettive.

2. L’avviamento allo sport di una persona disabile

di Paolo Bertani

Per un disabile le modalità e i canali per avvicinarsi ad una qualche disciplina sportiva o praticare semplicemente un’attività motoria possono essere diversi, ma non sempre sono conosciuti o agevoli. Proviamo a fornire un quadro il più possibile esaustivo di questi canali, analizzando nel contempo le motivazioni personali e i vari approcci seguiti dalle proposte di sport che si possono trovare.
Nella panoramica delle possibilità che abbiamo registrato possiamo trovare motivazioni diverse in chi vuol praticare sport: dall’agonismo al divertimento, dallo stare insieme agli altri al professionismo; mentre dall’altra parte possiamo trovare proposte anche in chiave educativa o terapeutica, cioè agenzie educative o riabilitative legate ai Servizi socio-sanitari, che tra i loro interventi progettano gruppi di attività motoria o sportiva, con finalità educative o riabilitative, ma che a volte sono l’unica opportunità di movimento per un disabile.
Vista questa diversificazione, cerchiamo ora di fare chiarezza e di fornire alcune indicazioni utili per orientarsi nei percorsi di accesso alla pratica sportiva, intendendo col termine sport, per comodità di scrittura, qualunque forma di pratica motoria, dallo sport agonistico alla psicomotricità, dai gruppi socio-educativi alla riabilitazione e così via, riconoscendo ad ognuno di questi elementi la legittimità delle proprie caratteristiche.
Premesso che sarebbe opportuno che la pratica motoria si avviasse fin dall’infanzia, vi sono comunque possibilità di accesso allo sport a tutte le età, indipendentemente dal tipo di disabilità.
Generalmente i primi approcci al movimento di un bambino con una disabilità fisica sono legati al percorso riabilitativo all’interno delle strutture sanitarie; per l’handicap mentale si privilegiano, invece, le forme di psicomotricità; il mondo sportivo, inteso come società o associazioni sportive, solitamente non è preparato ad accogliere persone con disabilità fisica, e solo in alcuni casi, per la disponibilità dell’istruttore o allenatore, accetta bambini con handicap mentale all’interno delle proprie attività.
Anche nella scuola la via seguita è solitamente quella dell’esonero dall’educazione fisica. Negli ultimi tempi, col procedere anche di una nuova cultura e di una maggiore collaborazione tra le istituzioni pubbliche e private, si sono venute a realizzare iniziative rivolte anche a minori, tra cui segnaliamo i gruppi basket organizzati dal Coordinamento Sport handicap di Bologna, o alcuni gruppi educativi promossi dai Servizi per l’infanzia dell’Azienda Usl.
Con l’età adulta può divenire anche più difficile praticare sport: l’età migliore per gli apprendimenti motori è passata, le motivazioni calano anche a causa di una mancata “educazione” al movimento, le strutture e gli spazi scarseggiano, gli operatori sportivi non sono preparati ad affrontare la “disabilità”, le famiglie rimangono prigioniere delle proprie paure.
Tutto ciò comporta una mancata esperienza sportiva che possa essere anche formativa e occasione di crescita personale, ma che soprattutto impedisce di vivere in modo diverso e più completo la propria corporeità, di sperimentarsi, di “giocare” col corpo, di superare dei limiti, di divertirsi.
Questo vuoto è stato parzialmente colmato da alcune iniziative nel territorio bolognese, alcune delle quali sono descritte in questo numero.
In particolare citiamo l’esperienza del calcio in carrozzina dell’S.P.4.R., dell’hockey in carrozzina del C.S.I., del nuoto di UISP, CSI e altri, dell’equitazione di AIASPORT, del tiro a segno della Polisportiva Atletico-Borgo per quanto riguarda l’associazionismo privato, e del calcio a 6 del Settore Handicap Adulti dell’Azienda USL di Bologna (a cui vanno aggiunti, dello stesso, i gruppi palestra, piscina, basket, psicomotricità e pallavolo, nonché le attività di taglio più espressivo o terapeutico quali Flamenco, Biodanza, Danzaterapia) o della Psicomotricità e del Basket per adulti (Coordinamento Sport Handicap) tra le iniziative del Servizio Pubblico.
A tal proposito ricordiamo che a Bologna i Servizi per l’Handicap Adulto sono stati delegati dal Comune all’Azienda USL; pertanto, le iniziative in ambito motorio-sportivo sono gestite dai Servizi Socio-Sanitari, e nelle loro finalità ed obiettivi hanno un’impronta prettamente socio-educativa, che in parte ne connota e delimita l’aspetto meramente sportivo, ma che non elimina l’approccio e il vissuto dei partecipanti, nei quali si può riscontrare lo stesso entusiasmo ed impegno dei giovani che si dedicano allo sport.
Finora ci siamo riferiti ad attività sportive, agonistiche e non, gestite da agenzie al di fuori dell’egida del C.O.N.I., l’ente preposto al governo dello sport, organizzato in Federazioni.
Come è noto lo sport agonistico ufficiale per disabili è gestito dalla Federazione Italiana Sport Disabili, che cura l’organizzazione delle competizioni nazionali delle varie discipline sportive praticate dai disabili, nonché la partecipazione alle competizioni internazionali (Olimpiadi, Campionati del mondo, ecc.), anche se per quest’ultime le difficoltà di partecipazione degli atleti sono notevoli e questi non sono sempre adeguatamente supportati.
Pertanto chi desidera praticare sport ad un certo livello (anche professionista, quando possibile) può rivolgersi alle sezioni della FISD presenti nelle principali città, ad eccezione di alcune discipline, la cui parte agonistica è gestita in prevalenza da altri organismi, quali l’hockey in carrozzina (CSI/UILDM), il tennis (UISP), il calcio in carrozzina (gruppi autonomi).
A Bologna, accanto a queste iniziative, possiamo riportare anche l’esperienza maturata negli anni nel campo della riabilitazione in acqua dal Centro Bernardi e dalla Polisportiva Masi.
A proposito dell’associazionismo sportivo vogliamo sottolineare l’importanza di una sempre maggiore integrazione dei disabili nelle realtà sportive per tutti, in quanto fonte di ricchezza non solo per quelli, ma soprattutto per il mondo dei “normali”, che nel confronto con la diversità, o diversabilità, possono trovare un’occasione di crescita e di concreta condivisione, nonché di allargamento dei personali punti di vista e dei mondi possibili.
Su questo diventa determinante la preparazione e la formazione di tutto il personale che vive nel mondo dello sport; ci riferiamo a dirigenti, allenatori, atleti, insegnanti di educazione fisica, che dovrebbero essere pronti e preparati ad accogliere chiunque si rivolga a loro per praticare sport, indipendentemente dalle difficoltà, anzi da queste stimolati ad una ricerca e mossi da una curiosità conoscitiva, che non dovrebbe spegnersi mai.
Solo in questo modo lo sport diventerebbe un reale campo di applicazione dei diritti di cittadinanza e di uguaglianza, sanciti dalla nostra Costituzione a favore di tutti, nessuno escluso.
Questo vuole essere un invito al mondo dell’associazionismo sportivo a creare o usufruire di tutte le occasioni di formazione e confronto, che vanno costituendosi da più parti, al fine di dotare il proprio personale degli strumenti idonei ed efficaci all’accoglienza e al rapporto con chi è più in difficoltà, fonte di maturazione e crescita sociale ed individuale.
Rinviando alla guida, presente nel sito www.sporthandicap.com del Coordinamento Sport Handicap Città e Provincia di Bologna, in cui si segnalano tutti gli indirizzi a cui rivolgersi, concludiamo rimarcando la molteplicità e la legittimità di tutte le motivazioni che spingono una persona a fare sport, sia che si vogliano perseguire risultati agonistici di un certo livello sia che ci si voglia misurare con i propri limiti, che si miri ad una riabilitazione del proprio corpo o che ci si voglia divertire con gli amici; sapendo che ogni manifestazione del proprio essere e ogni esperienza sono motivo di crescita interiore, di una sempre maggiore conoscenza di se stessi, dei limiti (da provare a superare o anche da accettare) e delle capacità (da migliorare), l’occasione per ampliare i propri orizzonti, le relazioni sociali e amicali, per una migliore qualità della propria vita. E vogliamo, in ultimo, rivolgere un invito alle famiglie che vivono con persone disabili a superare tutte le resistenze, che inevitabilmente sorgono, a far svolgere al loro familiare una qualsiasi attività sportiva; siamo convinti che fare sport, oltre ad essere un diritto di tutti, ma proprio tutti, sia anche un’esperienza che arricchisce chi lo fa e anche chi gli sta intorno, che porta effetti positivi in tutti gli elementi coinvolti: dal fisico al carattere dell’“atleta”, dalla sua capacità di instaurare buone relazioni alla tranquillità del ménage familiare, dall’imparare regole di vita all’adeguatezza del comportamento nelle varie situazioni, per non parlare dell’acquisizione di autonomie personali, che possono anche inizialmente spaventare, ma che hanno un’enorme ricaduta positiva sull’intero ambiente familiare, a partire da un sempre minore bisogno di assistenza e accudimento.

Pallastrada: ovvero l’arte di arrangiarsi

di Paolo Bertani

Nell’ambiente giustamente equivoco e un po’ inquietante del piazzale antistante la Villa Pallavicini, a Bologna, nella canicola di un pomeriggio di giugno, si è svolta la 2005° edizione del Campionato mondiale segreto di Pallastrada, che quest’anno ha purtroppo coinciso con la 1° Festa di Accaparlante, rivista che tratta di argomenti scabrosi, scelti da una redazione dalla reputazione non meglio precisata.
Comunque: come i genitori non si scelgono, così pure gli organizzatori!
Ma veniamo al dunque.
Dunque.
L’ambiente era quello ideale: campo sufficientemente duro, sassoso e polveroso, purtroppo non in pendenza, ma con attorno i giusti spazi chilometrici entro cui ricercare gli eventuali dispersi; gli ostacoli al loro posto (come dimenticare la bicicletta di Tamara, i cartoni di vino sparsi qua e là, la Giovanna del CDH?), le porte stabilite con la necessaria precisa vaghezza, dalla quale spiccava come palo il veicolo semovente di Super Mario Bulgaro; il tempo un po’ troppo bello, ma accettabile; le 2 squadre, o meglio, un’accozzaglia di persone di dubbia moralità, di età imprecisate e appartenenti a generi incerti (sembra che fossero presenti pure alcune rappresentanti del “gentil” sesso, infiltratesi nottetempo), dalle scarsissime capacità psicomotorie (qualcuna pure su sospette sedie a quattro ruote!) e con una ridicola più che vezzosa strisciolina colorata in testa; le 2 squadre, dicevamo, erano pronte così come il Grande Bastardo, alias Claudio Imprudente e la sua famigerata lavagna; la tensione alle stelle (essendo giorno, potete immaginare…); il pubblico astante, più assente che astante vista anche la crisi del welfare (e vai con la satira politica!), ormai non sta più nella pelle; tutto è pronto…! Si può cominciare…! Vai, prendi il… Il pallone… “Robby, c’abbiamo un pallone?” si chiede e chiede agli organizzatori il “megafono” del Grande Bastardo, cioè chi scrive. “Qualcuno ha un pallone?”
Poteva essere organizzata meglio una partita di Pallastrada? Sicuramente! Ma non sarebbe la stessa cosa se tutto funzionasse alla perfezione (ok, almeno al pallone ci si poteva pensare) ed è qui il vero spirito della Pallastrada: segretezza assoluta (e qui ci siamo: non lo sapeva neppure Stefano Benni!), squadre assolutamente improvvisate, raccogliticce e impreparate, regole poche ma confuse, e una dose smisurata di voglia di divertirsi.
Ed ecco che da qualche parte compare un pallone, di quelli più leggeri dell’aria tipo i vecchi “Tele” di antica memoria come la mia (me lo dico da solo, così evito le scontate battute sulla mia età) e si può cominciare a giocare sotto le direttive più perfide dell’ineffabile Grande Bastardo: con le dita nel naso, a piedi scalzi, a zoppo galletto, con le mani sul sedere (“Ho detto il proprio!”).
E se non bastava: la Banda musicale di Lucito! (ma che ci faceva una banda di Campobasso a Bologna?), che a passo di marcetta comincia a invadere il campo, e tutti a giocare a ritmo di valzer, mazurca e tarantelle.
Ma anche i giocatori hanno avuto la loro rivincita (dalla musica più che dall’invasione di campo), potendo segnare tanti goals in una volta sola colpendo il trombone o il clarinetto.
La partita è stata risolta da un colpo di fortuna di un pelato che infilava di testa nella propria porta (anche se il comando era colpire di sedere); il Grande Bastardo convalidava il goal e dichiarava vincente l’altra squadra. La squadra rossa? La squadra verde? E chi se lo ricorda!
Importante alla fine che tutti siano stati premiati con la fantastica matita di Accaparrante!
Arrivederci all’anno prossimo, se ne avete il coraggio.

12. Ballando, ballando

a cura di Paolo Bertani

“Il teatro che rende visibile l’invisibile ha permesso di sviluppare l’immaginazione dei ragazzi e quella del pubblico anche attraverso l’uso della gestualità e del corpo. La diversità che è propria di ognuno di noi è una caratteristica comune in tutte le persone; è necessario saper cogliere e sfruttare questa unicità.” Intervistiamo il coreografo Michele Abbondanza.

Avevate già avuto esperienze di danza con i disabili?
No, era la prima volta che lavoravamo con persone fuori dal comune, un po’ particolari; è stata una esperienza molto interessante che ha rappresentato una novità rispetto al nostro metodo; alla fine però non abbiamo cambiato nulla rispetto al metodo stesso. E’ stata una mossa vincente e ne è risultato uno spettacolo autonomo ed emozionante, che ha riscosso successo tanto da ricevere richieste ulteriori di rappresentazione. All’inizio ero abbastanza terrorizzato per questa novità; durante il lavoro abbiamo ripensato più volte al metodo da applicare (se quello classico o meno); alla fine le cose più importanti sono state le riflessioni che ognuna delle parti ha maturato, i ragazzi e i coreografi .

Come giudicate la vostra esperienza personale e quali sono stati, se ci sono stati gli apporti professionali che avete ricevuto oltre a quelli che avete dato?
Le due cose si mescolano sempre; il confine tra la realtà e l’immaginazione in questo mondo è molto sottile ed è difficile fare delle distinzioni. Una riflessione è che quando lavori con gente fuori dal comune, così particolare, che è diversa come attore, il fattore fondamentale diventa impostare il discorso in maniera chiara, prescindendo da qualsiasi considerazione di pietà o compassione. Alla fine dei conti proprio questa chiarezza è risultata la chiave di successo dello spettacolo, che ha consentito di instaurare un rapporto di stima, affetto e sincerità. Il risultato è stato quindi di buona qualità teatrale. Altra considerazione è che non sussistono poi grandi differenze con spettacoli che vedono come protagonisti attori ed attrici affermati, l’importante è fare una analisi delle potenzialità che si hanno a disposizione (a La Spezia ad esempio abbiamo realizzato uno spettacolo con cinque non-vedenti).

Come definireste il vostro metodo?
E’ necessario partire dalla biografia delle persone, dalle loro potenzialità piuttosto che da un codice o da una tecnica predeterminata, piuttosto che dilungarci in considerazioni tecniche, ci interessa il vissuto delle persone; è chiaro che una tecnica esterna è necessaria (stare in piedi, camminare, giacere, stare a sedere.) Noi lavoriamo sulle quattro posture della filosofia zen, da un punto di vista non tecnico la soluzione è cercare le cose molto interessanti che ciascuno di noi possiede.

Ciò significa lavorare senza canoni, senza la tecnica precisa delle discipline classiche: questo può facilitare i ragazzi (tali canoni impediscono comunque a parecchie persone di entrare in questo mondo; ad esempio gambe troppo corte o seno troppo abbondante sono limiti per il balletto classico).
Queste persona e hanno bisogno di rapportarsi con la gestualità, un aspetto che nella danza moderna, o danza dell’anima, come ci piace chiamarla, è molto importante; ognuno di noi ha un corpo particolare ma chi meglio di loro può assaporare la libertà che la danza offre, partendo sempre dalle possibilità che ognuno ha?

Quali sono state le difficoltà e le differenze che avete incontrato nell’affrontare sia handicap fisici che mentali?
Con Marisa (ragazza con problema di handicap sopraggiunto, acquisito) le difficoltà che c’erano sono state superato grazie al rapporto franco e sincero che si era instaurato. Quando si fa teatro non si tratta di danza-terapia o di sedute psicoanalitiche, si va al nocciolo della questione e si ottengono i risultati che si vogliono avere (nel caso in cui Marisa non fosse stata in grado di interpretare la parte sarebbe stata esclusa; ciò non è accaduta ma anzi è riuscita ad alzarsi dalla sedia)

Esiste un problema dei confini che queste persone non riescono a darsi: per risolverlo è necessario porre dei paletti ed essere il più semplici possibile nella comunicazione.
Il vero educatore deve tirar fuori, non aver la pretesa di insegnare: il gesto esprime una intenzione e viene fatto in maniera personale non perché deve essere fatto. Tornando alle difficoltà incontrate l’approccio alle diverse disabilità è stato il medesimo. Laddove esisteva solamente una disabilità fisica abbiamo incontrato persone instancabili, con una voglia di ricevere incredibile, emanavano una grande generosità (un esempio per gli altri attori). Con disabilità mentale si è proceduto con grande chiarezza, senza nessun pietismo anche se è risultato più difficile. Infatti non si possono prevedere le reazioni sia relativamente alla struttura scenica che in fase di creazione ( bisogna vedere se c’è coerenza di risposta in fase di reiterazione). Può allora essere divertente giocare, una voglia che queste persone hanno espresso più volte.

La valenza più grande dello spettacolo è stato il divertimento. Sfruttare diverse caratteristiche ci può stare fino a quando non c’è coercizione di fondo: le persone hanno partecipato allo spettacolo volontariamente e lo hanno fatto per divertimento.
Prima di chiacchierare su questa cosa bisognerebbe vedere: importante è il come si fanno le cose. Se dopo un’opera di quaranta minuti una persona, uno spettatore, esce emozionato, con qualcosa in più, io sono felice, sono riuscito a fare quello che volevo. Poi è bello chiacchierarci attorno: è bello se un critico fa dei ragionamenti. Però, tutto sommato, non è quello che ci interessa. Da parte nostra, ci siamo divertiti molto, tanto da parlarne spesso dopo le prove; abbiamo visto lievitare il lavoro completamente. Sai, all’inizio dovevamo fare una sorte di assistenza, una specie di allenamento. Da lì piano piano la cosa è maturata ed ha acquisito sempre più caratteristiche teatrali, legate alla gestualità. Il teatro che rende visibile l’invisibile ha permesso di sviluppare l’immaginazione dei ragazzi e quella del pubblico anche attraverso l’uso della gestualità e del corpo. La diversità che è propria di ognuno di noi è una caratteristica comune in tutte le persone; è necessario saper cogliere e sfruttare questa unicità.
E’ un peccato che questa esperienza sia finita, sarebbe bello poterla ripetere. Vorrei dire questo: per queste persone così sensibili l’importante è che esse siano in grado di esternare i loro sentimenti. Nel rapporto che si crea con loro non si può prescindere da questa considerazione. Sono convinto che possono divenire a tutti gli effetti dei grandi interpreti.

8. Calcio a 6: una storia di cui far parte

“Finalmente faccio parte di una squadra di calcio!” Ecco che, senza volerlo, Enea, con una semplice frase, conferma e dà valore alla scelta di costituire un gruppo calcio fra le attività socio-educative da proporre a ragazzi seguiti dal Settore Handicap Adulti dell’allora USL 27 di Bologna, ora Distretto Borgo-Reno, parte dell’Azienda USL Città di Bologna, che comprende anche i Distretti S. Vitale-S. Donato e Savena-S. Stefano.
Era il 30 ottobre del 1992, all’interno dello spogliatoio della Palestra Cavina, il primo giorno di allenamento. “Finalmente faccio parte di una squadra di calcio!”: frase carica di significati sia per il ragazzo che l’aveva pronunciata sia per gli operatori del Servizio, che vedevano subito riconosciuti gli sforzi organizzativi affrontati fino a quel momento.
Si era, infatti, cercato di incrociare una richiesta indiretta, un interesse più o meno dichiarato da parte di alcuni ragazzi, utenti del Servizio, con una risorsa del Servizio stesso (le competenze in campo sportivo dell’educatore), richiedendo al contempo la collaborazione di alcuni organismi presenti nella rete territoriale: Assessorato allo Sport del Comune per l’assegnazione dello spazio palestra, la Polisportiva Atletico Borgo, gestore della stessa, volontari interessati alla conduzione degli allenamenti, sponsor per l’acquisto di materiali e attrezzature.
Data la scelta di utilizzare una palestra, più comoda per la stagione invernale e per le dimensioni ridotte del campo, si opta per il calcio a 5, più adatto alle caratteristiche fisiche e tecniche dei partecipanti. Nel frattempo anche gli altri Poli Handicap allestiscono un’attività simile, consentendo la disputa delle prime amichevoli nella stagione 1993/’94.
Dal marzo ’93 partono anche le prime collaborazioni con gruppi di volontariato organizzato e non: la C.R.I. e la parrocchia di S. Giuseppe Sposo. Collaborazione che sfocia nella prima partita ufficiale, svoltasi il 22.6.1993 al Palazzetto Cavina, tra la squadra dei Boys del Polo Barca e le volontarie dei gruppi suddetti. Con un obiettivo in più molto significativo: una raccolta di fondi a scopo benefico.
Sono questi i primi passi di una neo disciplina, il Calcio a 6, che, date le ridotte capacità fisiche di alcuni dei suoi praticanti, vede aggiungere un giocatore in più rispetto ai 5 tradizionali, al fine di offrire una maggiore “copertura” del campo e più possibilità di gioco per tutti.

Trofei, campionati e tornei
Si arriva così al 19.11.1994, data particolarmente significativa perché rappresenta la prima competizione ufficiale di questa disciplina: il 1° Trofeo “In rete”, il cui slogan, “non solo per noi”, testimonia il senso di solidarietà che fin dall’inizio ha visto chi solitamente fruisce di assistenza o aiuto mettere a disposizione il proprio tempo e le proprie abilità in favore di chi soffre; in questo caso i bambini dell’Ageop dell’Ospedale S.Orsola di Bologna.
Questo primo appuntamento vede affrontarsi con la formula del quadrangolare le squadre dei Poli Barca e Mazzacorati e di altre due realtà sociali: la Copaps di Sasso Marconi e un gruppo Scout di Bologna. Già da queste prime vicende si evince l’importanza di questo genere di attività nell’allargare le occasioni d’incontro tra le persone, nel creare relazioni amicali e nel poter essere protagonisti attivi del proprio benessere, dispensando uno spettacolo “sano” e appassionante.
È infatti lo spirito sportivo nella sua essenza più vera che scaturisce da questi ragazzi, che gioiscono, si arrabbiano, corrono, giocano ma per i quali la cosa più importante è esserci.
Ed ogni anno al Trofeo “In rete”, che nel 2001 sarà alla sua ottava edizione e la cui organizzazione è stata anche argomento per una tesi di Laurea presso l’ISEF di Bologna, c’è sempre qualche squadra nuova e atleti che vogliono esserci, per provare ad aggiudicarsi il trofeo.
Dato l’incremento delle squadre, tra gennaio e giugno del 1997 si realizza il 1° Campionato provinciale interusl di Calcio a 6, con la partecipazione di tre squadre di Bologna ed una di S. Lazzaro. Campionato che l’anno successivo allargherà i confini per diventare regionale, grazie alla presenza di una squadra dei Servizi per la Salute Mentale di Reggio Emilia: gli ormai “famigerati” Falketti. Questa presenza inaugura un’integrazione tra forme di disagio diverse, quali appunto l’Handicap e la Psichiatria, che si profila quanto mai innovativa nel panorama dei Servizi e che sfocerà nell’organizzazione del 1° Torneo “Senza Riserve”, svoltosi a Bologna e S. Giorgio di Piano nel maggio-giugno 2000 e le cui finali si svolgono allo Stadio “Dall’Ara” di Bologna.
Significativa la partecipazione di 8 squadre provenienti da 3 Regioni: Emilia-Romagna, Toscana e Veneto. Questa esperienza consente un ulteriore allargamento delle squadre partecipanti al Campionato Regionale, con l’inserimento delle squadre di Parma, Modena e di un’altra di Bologna.
Epilogo del campionato il 5 maggio 2001 con premiazioni e “giochi nel pallone”, che vedono i giocatori di tutte le squadre mischiarsi insieme per divertirsi con vero spirito amichevole, per poi ritrovarsi e concludere il tutto attorno ad un ricco buffet.
Tra gli eventi sportivi da ricordare, citiamo il Memorial Fabio Secchi, disputatosi il 21 aprile 2001 alla Palestra “S. Pertini” e organizzato dal Polo H. del Distretto Savena-S. Stefano, per ricordare un compagno di gioco che non c’è più e che aveva nel calcio la sua passione più grande, testimoniata da un volume di dati e statistiche, registrati da Fabio con scrupolosa meticolosità, su tutti i campionati di Serie A fin qui disputati.
Inoltre per il 15 giugno p.v. è previsto un torneo quadrangolare non competitivo tra le compagini dei Poli H  Barca e Sacco e dei Centri di Salute Mentale “La Rondine” di Bologna e gli “Special Boys” di S. Giorgio di Piano. A Settembre seguirà il Torneo “Chi c’è…c’è” nell’ambito della Festa provinciale dell’Unità del Parco Nord a Bologna, anch’esso a carattere non competitivo e che vedrà impegnate numerose squadre provenienti da tutta la regione Emilia-Romagna.
La storia, quindi, non termina qui, ma continua con le prossime occasioni di incontro appena citate, in attesa di un campionato 2001/2002 ancor più partecipato.

Uno sport integrato
Particolare innovativo del Calcio a 6 è quello di iscriversi nel ristretto numero degli sport integrati.
Di quegli sport, cioè, in cui atleti, disabili e non, praticano insieme un’attività senza distinzioni di categoria. Infatti, anche se non obbligatoriamente, ogni squadra può schierare in campo 5 atleti, utenti dei Servizi, più 1 operatore tra volontari, educatori, obiettori o altro, la cui funzione principale è quella di aiutare i compagni nello sviluppo del gioco e nella disposizione in campo.
Al fine di rendere più equilibrato il confronto, l’unica differenziazione è data dal fatto che l’operatore non può segnare marcature, ma è solo al servizio della squadra.
Oltre al ruolo tecnico, questi svolge un’altra importantissima funzione, che è quella di “educare” dal campo al rispetto delle regole, dei compagni, degli avversari, dell’arbitro; di essere, cioè, l’esempio da seguire, invitando a tenere un comportamento corretto e sollecitando sempre all’impegno.
Questo compito, realizzabile anche da un allenatore in panchina, viene facilitato dalla vicinanza che l’essere sul campo comporta e che permette un contatto e un ascolto più immediato e facilitato da parte degli atleti, spesso non in grado di cogliere indicazioni o suggerimenti da lontano.

Approcci e problematiche diverse…
Altro obiettivo da non trascurare in questo genere di attività è quello della riabilitazione psico-sociale dei soggetti cui si rivolge; riabilitazione o rieducazione che segue canoni nuovi rispetto alla tradizione medico-riabilitativa o clinica e che ha introdotto un modo nuovo di affrontare il disagio psichico.
Un modo che faccia sentire gli “utenti” dei Servizi protagonisti del loro stesso percorso e della vita sociale, portatori di una visione più aperta e accogliente del fare sport, che sottolinea l’importanza dello stare insieme, del partecipare, del fare gruppo superando l’ottica miope della competitività eccessiva, del vincere a tutti i costi, del risultato prima di tutto, anche quando ci si affronti in partite di tornei o campionati in cui l’obiettivo è confrontarsi con l’avversario e si cerca di vincere attraverso un “sano” agonismo.
E proprio per questo non vi sono esclusioni sulla base delle capacità, ma tutti possono partecipare ed entrano in campo, ed è possibile che il giocatore più bravo della squadra venga sostituito da uno meno bravo, senza che ciò “scandalizzi” nessuno; o quasi, pensando a quel genitore che, lasciandosi prendere dalla foga, contesta apertamente le scelte di chi guida la squadra, perché le ritiene svantaggiose ai fini del risultato o interviene in “difesa” del figlio, “ingiustamente” sollecitato o sostituito. Ci riferiamo qui a situazioni che realmente accadono e che gli operatori devono affrontare, ampliando il loro intervento anche sulle famiglie, al fine di concordare e ritrovarsi attorno al concetto di attività sportiva sopra accennato, per non correre il rischio di inviare al ragazzo stesso messaggi contraddittori e confusivi.

…ma non inconciliabili
Nel confronto che si è aperto tra Servizi per l’Handicap e per la Salute Mentale, sono emerse alcune divergenze di vedute sul senso da dare all’attività sportiva proposta, e che vogliamo qui riportare ai fini di un’ulteriore riflessione. Si è evidenziata, infatti, una diversità di impostazione tra chi vede nel momento sportivo in sé soprattutto un “pretesto” per stare insieme, conoscersi, instaurare relazioni e quindi in un certo senso “impone” uno stare insieme dopo la partita, e chi invece ripone nel momento ludico-sportivo un’attenzione maggiore come strumento di educazione, di conoscenza di sé, di crescita personale all’interno di un gruppo.
Tale divisione nasce principalmente a causa di alcune differenze nelle problematiche affrontate nei due tipi di Servizi; all’interno del campo psichiatrico vi sono alcuni disturbi legati a particolari patologie che mal si conciliano con un confronto agonistico accentuato o con una condizione di competitività un po’ marcata, per cui si ritiene più opportuno stemperare l’agonismo e dare più spazio al senso dell’incontro e alla dimensione gruppale.
Nell’handicap, invece, ci si trova di fronte a casi in cui può essere importante valorizzare l’individuo, sottolinearne le capacità, favorirne le potenzialità inespresse, per cui si cerca anche un riconoscimento personale oltre che di squadra. Ciò ha portato, quindi, a differenti percorsi sportivi: uno in cui le squadre disputano tornei (di calcio a 11 o calcio a 6) in cui non c’è una vera e propria classifica né vi sono distinzioni di merito fra giocatori, ma si consegna un premio a tutte le squadre. Regola imprescindibile è, però, che al termine della partita sia previsto uno spazio in cui le squadre si incontrino per mangiare qualcosa tutti insieme.
L’altro caso è quello, ad esempio, del campionato di calcio a 6, dove, essendo ugualmente presenti squadre dei Servizi psichiatrici, ci si concentra di più sull’importanza dell’attività sportiva (allenamento o partita), lasciando all’iniziativa di ciascuno l’opportunità di organizzare un momento successivo di incontro. Come già detto, in questo caso vi è una classifica finale e sono previste premiazioni sia per tutte le squadre sia per alcuni giocatori singoli, che vogliono comunque essere un riconoscimento a tutta la squadra e che sono equamente distribuiti tra tutte quelle partecipanti.
Credo che queste due modalità diverse di fare integrazione non siano comunque inconciliabili, ma siano anzi sovrapponibili e praticabili entrambe, perché penso che l’importante sia avere un senso comune nel “come” si pratica sport, si gioca, ci si confronta, eliminando l’idea di sopraffazione dell’avversario e promovendo il concetto dell’altro come compagno di gioco.
Credo, inoltre, che ciascuno possa trarre e fare proprio ciò che di positivo scaturisce dall’esperienza altrui, e che tale processo di scambio e di crescita possa avvenire solo frequentandosi e riflettendo insieme sul “come” integrarsi e lavorare insieme, senza porre condizioni che pregiudicano una possibile condivisione (come già dimostrato dai due tornei citati più sopra).
Infatti, proprio grazie alle riflessioni scaturite tra i gruppi che partecipano al calcio a 6, sta già maturando una diversa impostazione nei criteri di premiazione, andando a privilegiare gli aspetti di collaborazione e sportività di squadra, piuttosto che quelli di merito o individuali.
Così come credo che a questo campionato possa tranquillamente partecipare anche chi privilegia il senso dell’incontro, peraltro condiviso in pieno, senza porre un vincolo rigido nel dopo partita.
Vorrei concludere questo articolo ricordando la rete di collaborazioni che permette lo svolgersi di queste attività; di tale rete fanno parte, oltre ai già citati Assessorato allo Sport del Comune di Bologna, Polisportiva Atletico-Borgo e gli sponsor e i gruppi con cui si è giocato, gli Assessorati allo Sport della Provincia di Bologna e della Regione Emilia-Romagna, la Sezione Arbitri della Lega Calcio UISP, il CSI, i Quartieri che assegnano le palestre, l’Associazione Industriali della provincia di Bologna, RoloBanca e Banca Popolare Antoniana Veneta e tutte quelle persone che con il loro contributo personale fondamentale entrano a far parte di questa storia!