10. Silenzio, si gioca!
- Autore: Martina Gerosa
- Anno e numero: 2016/6 (monografia su gioco, disabilità, inclusione)
di Martina Gerosa con Fabrizio Carucci, Chiara Foschi, Ilaria Galbusera e Onoria Neri
Preparando il piccolo contributo per questa monografia, ho recuperato alcune foto della mia infanzia in cui gioco. È veramente emozionante rivedere queste immagini e pensare a quanti e quali giochi abbiano intessuto la trama della mia vita, sia da bambina che da adulta!
Rispetto al gioco e alla disabilità, a ben rifletterci, personalmente non ho percepito limitazioni di qualche tipo, anzi. Proprio nel gioco, fin da piccola, mi sentivo felice e libera, in grado di esprimermi creativamente. Per esser certa della mia memoria, ho chiesto a mia madre come mi ricorda nei momenti ludici dell’infanzia e mi ha confermato che nel gioco non sono mai stata handicappata. Penso che in fondo i miei genitori per primi non mi abbiano mai vista come svantaggiata, ma semplicemente con un problema superabile grazie a strumenti e accorgimenti, e oltre a vedere il mio deficit hanno sempre saputo valorizzare le risorse che ho dimostrato di avere fin da piccola.
C’erano anche alcuni giochi che – tramutando quello che sarebbe stato un duro esercizio in divertente esperienza ludica – mi supportavano nel percorso di apprendimento del linguaggio, come i quartetti e le tombole, permettendomi di estendere il mio vocabolario, visto che per apprendere parole nuove per me l’unico modo era di visualizzarle in forma scritta, esattamente come nel percorso di apprendimento logopedico con i “cartoncini di Martimuma” (in appendice al libro di Paola Magi, Il pianista che ascolta con le dita, Archivio Dedalus Edizioni – AccaparlantEdizioni è il racconto de “I cartoncini di Martimuma”).
Non c’è stato gioco che non abbia sperimentato, anche inventando con poco e niente, specialmente nelle lunghe estati trascorse all’aria aperta sui monti.
Quante ore trascorse a giocare a palla contro il muro o con un semplice elastico… Per una bambina con disabilità uditiva come me, il gioco era davvero lo spazio migliore di espressione in cui cadevano barriere che potevano esserci all’asilo, come poi a scuola, dove dovevo stare costantemente in comunicazione con gli altri, insegnanti e compagni che fossero, principalmente attraverso il canale uditivo, in modo da eseguire i compiti che venivano assegnati quasi sempre a voce… Meno male che all’asilo potei trascorrere ore e ore a disegnare: il disegno è stato infatti il mio primo modo di comunicare.
È ciò che succede, a ben pensarci, anche ai bambini stranieri nelle classi multietniche di oggi: nel fare giocando, se sussistono difficoltà di comunicazione, attraverso i processi imitativi – cogliendo in particolare i movimenti e le immagini oltre le parole – ogni ostacolo viene meno.
Mi son imbattuta recentemente nel metodo TPR – Total Phisical Response, messo a punto negli anni ’70 da James Asher, professore emerito di Psicologia presso la San José State University, scoprendo che è stato applicato a Milano da Arcangela Mastromarco e altri che hanno riscontrato come i bambini stranieri appena giunti in Italia apprendano la lingua italiana attraverso un approccio multimodale legato non solo alle parole, ma al movimento fisico e agli oggetti, come alle loro immagini.
Credo che in presenza di disabilità uditiva sia la sinestesia, una delle principali caratteristiche di quasi ogni gioco, a rendere il gioco accessibile anche se eventuali parole presenti non arrivano integre alle orecchie. Nel caso dei giochi in scatola tipo i quiz l’essenziale per me era non limitarmi ad ascoltare chi declamava le domande, ma prendere in mano le carte con i quesiti e leggerli!
Ho provato a rivolgere la domanda su cosa ricordassero dei loro giochi ad amici che come me hanno vissuto fin da piccoli con una disabilità uditiva.
Chiara Foschi mi ha detto: “Io cantavo e ballavo e lo faccio ancora adesso! E giocavo a fare la maestra con le bambole!”. Le ho risposto: “Che meraviglia, tu sì che andavi oltre ogni barriera! Nel cantare e ballare io invece son sempre stata bloccata… ma chissà – mi domando infatti sempre quanto di noi dipenda dai nostri limiti e quanto invece dal nostro modo di essere, dal carattere – non è che io abbia semplicemente preso dal papà che nel ballo è sempre stato un po’ un orso? Invece per quanto riguarda il cantare… beh la mia voce l’ho sempre sentita così strana e diversa e quando ero piccola avevo come la sensazione che uscisse da me con fatica… figuriamoci allora se cantavo!”. Chiara mi ha risposto: “Sono stonatissima ma me ne frego! Ah ah ah! Oppure cantavo e canto in playback!”.
Fabrizio Carucci ha scritto: “Con me invece sono stati più severi. Non mi hanno mai fatto giocare con macchinine e costruzioni in genere (o forse molto raramente), prediligevano giochi da tavolo o comunque che giocassi con qualcuno. In ogni caso mi ricordo più la mia infanzia studiando che giocando. Ho ripreso a giocare solo da più grande.
Colpita da questa risposta di Fabrizio gli ho domandato: “Hai idea del perché non ti facessero giocare con le macchinine e le costruzioni? Io stessa con i Lego e i cubi oltre che con le bambole ho giocato molto… Il fatto che tu ricordi di aver passato nella tua infanzia più tempo sui libri e a tavolino con i giochi in scatola non è che sia da collegare alla pratica della logopedia che si doveva svolgere in quello stesso modo?”.
Mi ha risposto il caro amico: “Può darsi, mia mamma quando vuole raggiungere un obiettivo (anche adesso) fa terra bruciata di tutto il resto. Quindi immagino che lei avesse come obiettivo prioritario, almeno nei primi anni, quello di insegnarmi a parlare e impediva a me e a mia sorella di giocare o perlomeno ci limitava molto. Ovvio che quando andavo all’asilo o a casa di altri potevo tranquillamente giocare. Ma non ho nitidi ricordi di giochi e divertimento da piccolo. Il primo ricordo di gioco è di quando eravamo in campagna dove giocavamo a nascondino, moscacieca, casa sull’albero, ma ero già grandicello, dovevo avere 8-9 anni. E comunque non ho mai potuto giocare a macchinine e tanti altri giochi per bambini, solo giochi da tavolo. Il paradosso è che adesso a me piacciono molto le macchinine!”.
Ilaria Galbusera ha raccontato: “Anch’io come te non ho avuto grossi limiti e mi ritrovo nelle tue esperienze. Nei giochi di gruppo sono sempre stata una bambina molto competitiva, volevo primeggiare in tutto a dimostrazione che la sordità non è un limite e non ti ostacola nel fare qualcosa (ammetto che questo spirito di competizione e di mettermi in gioco non manca tutt’oggi).
Ricordo di lezioni di logopedia e di musicoterapia fatte tutte sotto forma di gioco, su per giù fino ai 7/8 anni, considerando che ero una bambina molto vivace. Quindi la matematica erano i pezzi dei Lego che si sommavano o si sottraevano ad altri, la grammatica era la competizione con mio fratello (a cui devo tanto se sono quella che sono ora) a chi imparava più parole, l’italiano erano le corse a chi arrivava primo fino a un tabellone, che aveva le taschine e ciascuna era nominata con una lettera dell’alfabeto, in cui bisognava inserire la giusta immagine corrispondente.
Crescendo i giochi non sono mai stati un problema, lo erano invece i cartoni animati che allora non avevano i sottotitoli. La voglia di giocare e di competere poi si è tramutata nello sport”.
I libri sono infine un mondo favoloso e insostituibile, in cui moltissimi di noi, bambine e bambini con disabilità uditiva, ci siamo rifugiati per ore e ore per apprendere in modo rilassante e divertente, mentre un’altra amica, Onoria Neri, che è ipovedente dalla nascita, ha raccontato di come lei le limitazioni le avesse proprio più sui libri, preferendo i definiti contorni delle immagini di Braccio di Ferro e della Pimpa a quelle più confuse di Topolino.
A casa di Lorella
Con mia sorella da piccole giocavamo insieme, nel corridoio di casa, a pallavolo.
Usavamo però una strategia che mi permettesse di giocare insieme a lei: usavo dei palloncini di plastica gonfiabili, così non ci facevamo male.
Sempre in casa io e lei ballavamo il Rock acrobatico e io facevo la parte dell’uomo. Solo che lei mi faceva fare le volanti. Una volta non mi ha presa in tempo e sono caduta tra i nostri due letti in camera mia, mi sono rotta un dito e ho tenuto un mese di gesso.
Lorella
Testimonianza raccolta durante un incontro sul tema del gioco nell’équipe del Progetto Calamaio
Al ritorno da scuola
Stefania: Io vorrei giocare con te! Ci stai?
Paola: Sì!
Stefania: Davvero? A cosa giochiamo?
Paola: Ho un’idea: giochiamo a Tegamini?
Stefania: Ok!
Paola: Ma come?
Stefania: Aspetta un attimo bisogna che ci organizziamo! Buona domanda, infatti bisogna che ci organizziamo! Non si può fare subito! Ora tocca a me, ci devo arrivare io da sola, se non ci arrivo io non ci arriva nessuno! Se vuoi giocare con me devi aspettare che mi organizzi, non posso farlo adesso.
Paola: Perché?
Stefania: È troppo difficile! Non me la sento di affrontarlo adesso come se niente fosse ho bisogno di tempo! Devi sapere che se faccio le cose in fretta rischio di fare le cose fatte male e questo non mi va!
So che tu mi vorresti aiutare! C’è una cosa che devo dirti e vorrei dirti a proposto di questo, a proposito del come aiutarmi! Lascia che ti spieghi, se non ti spiego come fai tu a capire bene di cosa ho bisogno! Tu devi ancora crescere almeno quanto me se non di più, a quanto ne so tu sei anche brava e intelligente ma sei ancora piccola, non sei una cima, non sei neanche un indovino, sai cos’è che manca a te rispetto a me? La mia esperienza diretta! Tu non sei in carrozza come me! Se c’é qualcosa che non capisci, che non ti è molto chiaro, se hai qualche dubbio, se non mi lasci parlare… Già sono lunga io da sola se no ho paura di perdermi e dopo come faccio se perdo il filo del discorso?!
Sorella: Tu non mi hai ancora detto che cosa ti serve per giocare con me!
Stefania: mi serve un tavolino!
Stefania
Testimonianza raccolta durante un incontro sul tema del gioco nell’équipe del Progetto Calamaio
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