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8. I linguaggi della Psichiatria

di Feruccio Giancanelli, psichiatra

Spetta all’operatore della psichiatria ricominciare ad avvicinarsi al paziente e agli “altri” per comunicare, trovando alleanze, canali e linguaggi appropriati e semplificando il suo gergo senza per questo banalizzare i problemi. I rischi del ”nuovo scientismo” della psichiatria.
Parlare di informazione e disagio mentale mi porta a riprendere alcuni problemi ai quali ci eravamo già accostati con il libro Le parole della psichiatria, concepito come strumento offerto al cittadino comune per comprendere il linguaggio degli psichiatri e tentare di smontarne I meccanismi. Se la comunicazione sociale è importante in tutte le aree disciplinari attinenti la tutela e la promozione della salute – basti pensare ad campo della sessualità e delle malattie che vi possono essere connesse, o al campo delle malattie tumorali – essa acquista una particolare, specifica importanza nel campo delle malattie o dei disturbi mentali. Proprio in questo campo il cittadino appare particolarmente vulnerabile rispetto al tipo di comunicazione linguistica che può stabilirsi da parte dei detentori del sapere specialistico, e quest’ultimo può essere utilizzato – cioè “comunicato” – in modi atti a rafforzare dislivelli di potere e, talora, a favorire procedimenti di esclusione. Porre attenzione al linguaggi della psichiatria e cercare di “fìltrarli” criticamente è sempre estremamente istruttivo: permette di comprenderne l’evoluzione (che non è necessariamente indice di un vero “progresso”della psichiatria stessa) e svelarne gli effetti su tutti coloro – il cittadino sofferente, i suoi familiari, la massa indeterminata che si è soliti chiamare “opinione pubblica” – che ne fruiscono. La psichiatria è una disciplina abbastanza recente: ancora nell’ultimo trentennio del secolo scorso non comunicava con un suo linguaggio specialistico, se non per quei termini, come “delirio”, “allucinazione”, “mania”,”ipocondria” ecc. che hanno un’origine antichissima. Per il resto il linguaggio adoperato per definire i malati mentali, descriverne il comportamento, deciderne il destino nel manicomio o nei tribunali, era ancora quello della gente comune: parole che oggi sarebbero considerate offensive o denigratorie, come “pazzo”, “matto”, “deficiente”,”stupido”, “imbecille”, “furibondo” o”furioso” e molte altre ancora, erano normalmente in uso nella psichiatria.

Il linguaggio specialistico del XX° secolo
Inoltrandosi nel XX secolo e inseguendo l’ideale scientificità che avrebbedovuto identificarla con le altre discipline mediche, la psichiatria si è forgiata un linguaggio specialistico, sempre più ritraendosi dallo scenario della quotidianità e rinserrandosi, con i suoi internati, entro i manicomi. Poco importa che molte parole del gergo psichiatrico siano solo forme nuove ed eleganti, spesso derivate dal greco antico, per dire vecchie cose: “frenastenico” non vuoi dir altro che “debole di mente”, e “oligofrenico” significa, semplicemente, “corto di cervello”. Ma il gergo difficile non solo dà l’impressione di trasmettere importanti verità scientifiche: in molti casi serve anche – e gli esempi sarebbero numerosi – a occultare la mancanza di certezze o di conoscenze precise della psichiatria. Come nella medicina generale, del resto: si dice comunemente “febbre criptogenetica” per indicare una febbre di cui non conosciamola causa. Certo è che il farsi “scientifica” della psichiatria del XX secolo, con il suo lessico specialistico e burocratico insieme, comporta una rottura completa del rapporto con i cittadini, e rende più rigida l’esclusione del malato mentale dietro il muro dell’incomprensibilità.

La comunicazione sociale e diffusa degli anni ’60
Il periodo intenso della critica e della “rottura internazionale”che si avviò concretamente a partire dalla metà degli anni 60 significò anche la rottura delle barriere frapposte alla comunicazione fra i protagonisti del dramma manicomiale e il mondo esterno. Per la prima volta, forse, si realizzò una comunicazione sociale diffusa alla quale contribuirono in misura decisiva l’azione dei mezzi di massa, soprattutto della stampa quotidiana, e la partecipazione, a fianco degli operatori della psichiatria, di non-professionali quali sindacalisti, gruppi di frequentatori volontari, intellettuali, amministratori illuminati. Proprio questo diffondersi della comunicazione sulle ragioni della lotta antimanicomiale, a mio avviso, sostenne e rese possibile il processo che portò all’emanazione della legge “180”.
Oggi il panorama è nuovamente cambiato, per diversi aspetti. Venuta meno la partecipazione diffusa alla vita dei servizi sanitari, che è alimentata ormai solo dai gruppi dei familiari e quelli di auto-aiuto, il mondo specialistico della psichiatria si è allontanato da quello dei cittadini comuni: non è più racchiuso nel manicomio, ma nell’universo non meno inaccessibile del “nuovo scientismo” della psichiatria, sempre più legata al modelli concettuali della medicina interna e al linguaggio affascinante ma incomprensibile ai più, della biochimica e delle neuroscienze. E’ più difficile la comunicazione sociale intesa come esperienza di scambio e partecipazione ed è aumentata la ricezione passiva delle informazioni veicolate, con semplicità e ingannevole autorevolezza, dai mezzi di massa come, soprattutto, la televisione. Il malato psichico, temo, è oggi ancor più drammaticamente solo perché incompreso è il senso della sua sofferenza: se veramente nella follia tutto accade per errori biochimici curabili con psicofarmaci, che bisogno ha lo psichiatria di cercare, con pena e fatica, di comprendere i pensieri, le fantasie, le angosce, le apparenti bizzarrie del malato? Ma se non riesce a comprenderlo, come può accompagnare il paziente, nei momenti difficili della sua esistenza, e al contempo essere al fianco dei familiari e dei protagonisti del suo ambiente per sostenerli e facilitare la comunicazione con il mondo apparentemente impenetrabile del malato?
Certamente la situazione attuale dei servizi psichiatrici pone a tutti una nuova sfida e richiama nuove responsabilità. Schematicamente credo di poter dire che spetta all’operatore della psichiatria ricominciare ad avvicinarsi al paziente e agli “altri” per comunicare, trovando alleanze, canali e linguaggi appropriati e semplificando il suo gergo senza per questo banalizzare i problemi. Pensiamo solo alle difficoltà che solleva l’applicazione rigorosa ed eticamente ineccepibile del consenso informato. I mezzi di comunicazione di massa, a loro volta, dovrebbero rinunciare a drammatizzare i problemi della psichiatria e a ridurre questioni straordinariamente complesse a poche formule semplicistiche, per favorire invece una divulgazione positiva che gradualmente faccia crescere i livelli di consapevolezza e di capacità critica. Infine, è di tutti il dovere di consentire al cittadino di uscire, anche in questo settore cruciale, dal suo eterno stato di minorità per appropriarsi attivamente, e contribuire a gestire, i problemi della salute mentale.



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