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4. L’informazione di base

di Mariangela Bastico, presidente della Commissione Consiliare Sicurezza Sociale e Sanità, regione Emilia Romagna

“Vanno sostenute quelle forme di comunicazione di base, come pubblicazioni che nascono da associazioni e gruppi, periodici del volontariato, i canali di informazione degli Enti locali che, pur operando in ambito molto più limitato rispetto ai grandi mezzi di comunicazione di massa, riescono a promuovere informazione positiva”
La Regione Emilia-Romagna s’è fortemente impegnata nel percorso di superamento degli ospedali psichiatrici, riuscendo a rispettare nella sostanzala scadenza e l’obiettivo proposti dalla legge nazionale: è in grado di affermare nella concretezza delle politiche, della destinazione delle risorse,dei servizi attivati che “si può” chiudere definitivamente i manicomi.
Questo rappresenta un fatto importante di civiltà, di libertà e di democrazia, oltre che un momento alto di progettualità di servizi e una scelta di destinazione di risorse: si tratta, necessariamente, di un percorso lungo, complesso, che non consente facili scorciatoie.
Superare il manicomio significa, infatti, attuare un percorso di deistituzionalizzazione: non si tratta di abbellire e rendere più vivibili le vecchie strutture, di cambiare nome ad un luogo o alle persone che vi sono ospitate, non è sufficiente definire dimessi gli ammalati; è necessario cancellare l’istituzione, con la sua forza e le sue regole che prevalgono e dominano la vita dei singoli, con la sua capacità di isolare, di escludere dalla società, per immettere i singoli in un’organizzazione ben strutturata e funzionante, ma senza relazioni e segregante.
Se questa valutazione è vera, come io credo, ne possiamo trarre un preciso orientamento per definire le caratteristiche e le modalità di funzionamento dei servizi alternativi agli ospedali psichiatrici, al fine di evitare il nascere di tanti piccoli luoghi di isolamento e per creare una rete di risposte e di servizi a diversa intensità di tutela a seconda dei bisogni delle persone, flessibili e mai “eccedenti” rispetto al livello di non autosufficienza, in modo da stimolare le capacità delle persone e di non sostituirsi ad esse nelle azioni della vita quotidiana.
In tal senso il superamento degli ospedali psichiatrici è un’occasione importante per sviluppare le esperienze già attivate e per progettare in modo innovativo il sistema dei servizi, in una stretta interazione tra personale sociale e sanitario e in una forte collaborazione tra istituzioni pubbliche, volontariato e cooperazione sociali.
Se l’obiettivo è quello di non sostituire un tipo di esclusione con un altro, paradigma fondamentale di valutazione dei servizi attivati deve essere quello della relazione con il contesto sociale, della capacità di riabilitazione e dire inserimento delle persone, oltre a quello di un modello di funzionamento che abbia a riferimento la quotidianità e la normale organizzazione della vita delle persone.
Questa azione ha necessariamente due fronti di svolgimento: uno rivolto all’interno dei servizi, relativo alle figure professionali prescelte, alla loro formazione specifica, alle modalità organizzative e di funzionamento del servizio; l’altro rivolto al contesto sociale, alla comunità nella quale il servizio è inserito, che deve svolgere un’interlocuzione attenta e attiva.

La percezione sociale della malattia
Si pone qui, con grande evidenza, il tema della percezione sociale della malattia mentale, del disagio psico-sociale, della persona che porta difficoltà e problemi: il pregiudizio verso la persona “diversa”, la paura che nasce dalla non conoscenza delle persone e dei loro comportamenti ingenerano processi di rimozione, di indifferenza, se non di aperta ostilità e desclusione, da cui derivano isolamento ed emarginazione delle persone ammalate. Credo che queste dinamiche sociali siano state esperienza di molti che operano nel campo della salute mentale e più complessivamente delle politiche sociali. Il rifiuto di accogliere strutture residenziali o diurne per persone che portano disagio sociale o malattie o “diversità” (pensiamo agli immigrati, aidisabili, agli ammalati di Aids, ai tossicodipendenti) in un determinato quartiere, in una località o in un territorio comunale è fenomeno molto diffuso: la paura e la diffidenza prevalgono sul senso di solidarietà e di comprensione. Questi atteggiamenti sono superati, nella quasi totalità dei casi, quando si realizzano concretamente le comunità e la gente vi vive, quando lo sconosciuto diventa noto, quando il “diverso” è comunque il vicino di casa, è una persona con problemi e risorse, con aspetti positivi e negativi, come tutti.
Cito queste situazioni, che ho personalmente molte volte vissuto durante la mia esperienza di assessore e di sindaco del comune di Modena, per evidenziare il ruolo centrale dell’informazione nei processi d’integrazione sociale. Informazione, conoscenza, consapevolezza sono i presupposti indispensabili per la comunicazione, lo scambio, la condivisione, la relazione sociale, la solidarietà attiva.
L’informazione prodotta dai mass-media, è a tutti noto, tende ad evidenziare in modo strettamente prevalente i fatti negativi, ciò che produce danno, gli elementi di conflitto, i reati commessi, stigmatizza le diversità.
Varie ricerche sono state condotte sull’immagine che i mezzi di comunicazione offrono del malato di mente, del tossicodipendente, dell’immigrato. Innanzitutto non sono identificati come persone ma come categoria sociale, che porta sudi sé la somma delle negatività, dei reati commessi, dei danni arrecati. Il matto non è una persona che va curata per una malattia che porta, ma è un’immagine sociale che è collegata alla violenza, al danno, al pericolo, alla paura. Questo tipo di informazione ricade, oggi, su un cittadino meno forte, non più dotato delle grandi certezze che derivavano dalle ideologie, dalla loro capacità di costruire progetto e aggregazione; l’uomo di oggi tende a chiudersi in un ambito sempre più ristretto, fatto di interessi settorializzati, personalizzati, a volte corporativi, dove l’ambito del proprio agire, in un mondo che si globalizza e che quindi diventa troppo vasto, è il “proprio giardino”.
“Il giardino”, il “luogo della reale vicinanza” deve avere una forte identificazione personale e simbolica e non può accogliere ciò che non è omogeneo, di immediata riconoscibilità; esclude ciò che è diverso.
A fronte di queste tendenze sociali, rafforzate dai mezzi di comunicazione di massa, occorre lavorare con forza e determinazione per produrre formazione e informazione, per promuovere una cultura dell’accoglienza, una capacità di confronto, un’apertura al dialogo, per fare sentire che le diversità sono un valore.
Le istituzioni, le forze politiche, le organizzazioni sociali, il volontariato, il mondo della cultura e dell’informazione debbono muoversi in questa direzione, sapendo informare, dialogare, contrastare irrazionalità, paure e fenomeni d’esclusione diffusi.
Come sempre, a fronte di processi di tale complessità, si tratta di un percorso lungo, arduo, il cui fine non può mai considerarsi definitivamente raggiunto, che deve essere perseguito con tappe e progetti intermedi, con coerenza etenacia.
La scuola, le istituzioni culturali, il mondo della formazione hanno un ruolo essenziale; nei punti di aggregazione dei giovani, degli anziani possono essere svolti interventi di grande importanza, per imparare ad ascoltare, a leggere con l’occhio dell’altro, a capire… Mostre, quali “Vite da pazzi” promosse dall’Istituzione Minguzzi, con la collaborazione della Regione, di associazioni ed istituzioni locali, la lettura di testi di straordinaria efficacia, quali ad esempio “Si può” ed “Eppure” di Clara Sereni, “L’altra verità – Diario di una diversa” di Alda Merini, delle lettere delle persone chiuse nei manicomi (egregio è il lavoro fatto nel testo “La città proibita” – Nascita e fine dell’ospedale psichiatrico di Imola (1844-1994) e di tanti altri, rappresentano momenti di riflessione essenziali.

Sostenere l’informazione di base
La Regione può svolgere un ruolo importante insieme con gli Enti locali econ le associazioni in questo ambito, promuovendo, finanziando, collaborando ad iniziative di ricerca, quali quelle promosse dall’Istituzione Minguzzi sulla pensione sociale di fronte alla malattia mentale, di formazione e di comunicazione sociale.
Ritengo, inoltre, che vadano sostenute forme di comunicazione, quali pubblicazioni che nascono da associazioni e gruppi, periodici del volontariato, i canali di informazione degli Enti locali che, pur operando in ambito molto più limitato rispetto ai grandi mezzi di comunicazione di massa, riescono a promuovere informazione positiva, valorizzazione di esperienze rivendicative epositive nell’ambito di un certo territorio.
E’ una comunicazione che ha toni meno urlati, forse meno capace di condizionare immediatamente un pubblico vasto, ma è una informazione importante che può produrre riflessione, approfondimento, spirito critico.
Ho già detto dell’effetto profondamente negativo svolto dalla comunicazione di massa nel categorizzare le persone: i matti, i tossicodipendenti, gli extracomunitari. Questa modalità fa scattare in chi riceve l’informazione un senso di estraneità (io sono diverso da loro), di separatezza e preclude ogni comprensione e umana solidarietà.
Ma ci sono altri messaggi negativi, segreganti che vengono trasmessi, con uno dei quali – a titolo d’esempio – vorrei concludere questo mio intervento; penso al pregiudizio dell’inguaribilità che accompagna la persona ammalata di mente:chi non può guarire è definitivamente escluso, è per sempre diverso, la sua malattia prevale sulla sua vita di uomo, non vale forse neppure la pena di prestargli cure, serve solo un luogo dove “metterlo”… E’ nel superamento di questo pregiudizio che si fonda una parte importante del percorso di reale soppressione dei manicomi e delle istituzioni emarginanti.



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