3. Il progetto Crisalide
- Autore: Maria Augusta Nicoli
- Anno e numero: 1998/64 (monografia su comunicazione e salute mentale)
di Maria Augusta Nicoli, direttore istituzione Minguzzi
Il progetto costituisce una delle prime esperienze di promozione della salute basate in prima istanza sul coinvolgimento della comunità. “Occorre uscire dall’attribuzione di gestore dell’informazione al solo specialista del settore – il giornalista – un ruolo decisivo lo possono giocare coloro che hanno rapporti con “il pubblico”
Verso una comunità competente
Le trasformazioni avvenute in questi anni in campo psichiatrico, la definitiva chiusura degli ospedali psichiatrici, hanno determinato domande/bisogni sociali che sono tipici delle situazioni in cui viene a mancare la rassicurante risposta dell’istituzione manicomiale. E’ necessario quindi sviluppare strategie ed azioni mirate di interventi a sostegno dell’integrazione sociale ed in particolare attivare processi che investano direttamente la comunità locale affinché si prenda in carico/cura dei problemi che la coinvolgono. Detto in altri termini la sfida da cogliere è quella di lavorare per realizzare una comunità competente. Una comunità è definita competente, quando le persone e i gruppi che la compongono:
– possiedono le conoscenze adeguate sui problemi e su come e dove reperire le risorse per affrontarli;
– sono motivate ad agire e hanno fiducia nelle proprie capacità (autostima);
– hanno potere inteso come repertorio di possibilità e di alternative considerate valide per intervenire.
Le strategie di sviluppo di comunità assumono che la comunità abbia in sé le conoscenze, le risorse, il potenziale organizzativo e di leadership per realizzare un cambiamento costruttivo a livello comunitario.
Un aspetto significativo di tali strategie si riferisce agli interventi volti a dincrementare il senso di comunità, intendendo con ciò un dato soggettivo basato sulla percezione della qualità delle relazioni interpersonali all’interno di un contesto specifico, sul riconoscimento della interdipendenza con gli altri, sulla disponibilità a mantenere questa interdipendenza, offrendo o facendo per gli altri ciò che ci si aspetta da loro.
Accrescere il senso di comunità porta i membri a saper affrontare eventi importanti, sviluppando solidarietà di fronte ai pericoli e alle difficoltà, in alcuni casi incrementando anche forme di controllo sociale alternative a quelle tradizionali. In quest’ottica i problemi sociali variamente connotati (svantaggio culturale, disagio psichico, emarginazione) non sono più considerati di pertinenza esclusiva dei professionisti (tecnici) ma vengono ridefiniti come responsabilità dell’intera comunità.
Gli obiettivi di tali strategie sono perciò indirizzati a:
– creare un senso di coesione sociale;
– sensibilizzare i cittadini sulle problematiche più rilevanti della comunità e a proporre mete comuni di azione
– utilizzare le competenze dei professionisti ed esperti per sostenere edincrementale la partecipazione, la cooperazione e le esperienze di auto mutuo aiuto
– contribuire al coordinamento tra i servizi, i movimenti di opinione e i gruppi sociali
(Zani, Palmonari, 1996).
La comunità locale come risorsa
Il progetto Crisalide, messo a punto dall’Istituzione Gian Franco Minguzzi della provincia di Bologna e promosso dalla Regione Emilia Romagna, costituisce una delle prime esperienze di promozione della salute basate in prima istanza sul coinvolgimento della comunità.
Il progetto la cui denominazione completa è “Crisalide: sviluppo delle competenze delle risorse presenti nella comunità a supporto dei processi di integrazione sociale di pazienti psichiatrici”, è articolato in tre sottoprogetti riconducibili alle seguenti aree di intervento:
– area gestione dell’informazione;
– area gestione del cambiamento;
– area gestione sviluppo competenze e risorse comunitarie.
Si è infatti rilevato che nella misura in cui, nell’arco di alcuni anni, nel contesto regionale, tra gli attori sociali (enti pubblici e privato sociale, realtà formali ed informali, operatori ed utenti) sarà:
– aumentato il numero di interventi in fase precoce (nei servizi e nelle strutture di accoglienza);
– aumentata la compatibilità dei sistemi di azione che gli attori sociali producono;
– presente e quantificabile una rete attiva di risorse ed opportunità sul territorio;
– saranno presenti ed attivi (programmi operativi) gruppi di attori nel territorio capaci di produrre educazione, recupero, reinserimento sociale, auto-aiuto ecc.
In quella misura il progetto avrà più o meno raggiunto i suoi obiettivi.
Per quanto riguarda quindi la prima area di intervento si è maturata la convinzione che occorre uscire dall’attribuzione di gestore dell’informazione al solo specialista del settore – il giornalista – ma che un ruolo decisivo lo possono giocare coloro che hanno rapporti con “il pubblico”. Rapporti che si svolgono attraverso scambi comunicativi in cui vengono fornite informazioni facilitanti i processi di integrazione sociale.
La costruzione sociale di un determinato fenomeno avviene anche attraverso l’influenza esercitata nella quotidianità dal rapporto con gli altri, dall’opinione di soggetti significativi denominati dalla letteratura opinion leader e le stesse ricerche confermano la rilevanza di questi meccanismi.
In particolare l’intervento prospettato nel progetto “Crisalide” consente di costruire dei referenti regionali all’interno delle associazioni, oppure all’interno di territori dove il contatto è problematico o necessità di essere supportato attraverso mirati interventi informativi (ad es. inserimenti lavorativi, in ambito scolastico, in un quartiere ecc.). Questi referenti rappresentano punti di snodo di flussi informativi sulla salute mentale ai quali fornire logiche e metodologie che li supportino nella costruzione di una reteinformativa regionale e di strumenti informativi locali destinati ai diversi interlocutori.
Con la seconda area di intervento si prendono in considerazione più direttamente quei soggetti che sono coinvolti come organizzazioni (ad es. responsabili di associazioni familiari, di volontariato, ecc.) in percorsi di sviluppo del proprio territorio. In particolare viene privilegiato in questo caso l’aspetto “dirigenziale manageriale” che ricoprono tali figure. Si garantiscono così, pur conservando le caratteristiche fondamentali di queste organizzazioni (flessibilità, agilità decisionale ecc), lo strutturarsi di azioni organizzative che rappresentano una delle condizione indispensabili per uscire dall’improvvisazione e dare continuità ai propri interventi, rimarcando al contempo, proprio perché agita, una funzione sociale rilevante nel territorio.
Con la terza area si attivano sistemi di relazioni incentrate sull’aiuto e sul sostegno di pazienti psichici e dei loro familiari in una ottica di complementarità e anche di sostituzione dell’intervento dei servizi formali. L’intervento si colloca all’interno dei processi di riorganizzazione del tessuto sociale ricreando reti di solidarietà tra i membri di un determinato territorio. L’intervento di rete ha come obiettivo quello di fornire alle varie componenti che costituiscono il tessuto connettivo della società civile, strumenti adeguati per prevenire il disagio poiché quest’ultimo, sia nelle forme eclatanti con cui è conosciuto sia soprattutto nelle sue manifestazioni sommerse, nasce e si sviluppa nei rapporti tra i vari soggetti sociali e tra essi ed i contesti istituzionali e non in cui sono inseriti.
(Castelli,1997)
La gestione dell’informazione sociale
Se come si è già anticipato al fine di supportare le politiche di integrazione sociale, sia il garantire flussi informativi sia il promuove reazioni di divulgazione sul complesso tema della salute mentale giocano un ruolo chiave da un punto di vista operativo, non è tuttavia perfettamente chiaro il percorso da intraprendere.
Agire inoltre, anche attraverso l’informazione, per ridurre le barriere sociali, innescare cambiamenti culturali, di opinione e comportamenti meno orientati all’esclusione implica essere consapevoli che non abbiamo riferimenti teorici ed empirici che permettano univocità di risultati.
D’altra parte la questione è articolata e pertanto val la pena esaminare inmodo distinti alcuni aspetti.
Il primo è dato dalla relazione esistente tra specifiche credenze, opinioni e comportamenti. Infatti se si ipotizza di potere modificare la costruzione sociale sulla malattia mentale attraverso l’informazione che probabilità abbiamo che questo cambiamento porti ad una modifica del comportamento?
Un secondo aspetto è relativo ai mezzi, alle strategie comunicative più efficaci per operare i cambiamenti che si ritengono necessari.
Un terzo aspetto riguarda la scelta dei soggetti/degli agenti di cambiamento che utilizzano tali mezzi, attivano strategie, in definitiva gestiscono l’informazione sociale all’interno della comunità locale.
Atteggiamenti/opinioni e comportamenti
Una delle ipotesi ricorrenti nella letteratura degli anni 60-70 era che variabili assunte come caratteristiche di differenze individuali e di personalità, potessero essere determinanti nel configurare atteggiamenti stereotipici verso il malato di mente. Tra questo tipo di variabili quelle che si presumeva essere in relazione con gli atteggiamenti espressi nei confronti del malato di mente spiccano il dogmatismo e l’autoritarismo. Ellis (Ellis etal., 1961) aveva, ad esempio, riscontrato che le persone meno autoritarie erano più umane verso gli ammalati mentali che non le persone altamente autoritarie.
In realtà le ricerche non hanno portato a risultati significativi in quella direzione.
Nei tre decenni di ricerca sugli atteggiamenti che Mc Guire definisce “interludio” della social cognition, anche nel filone di indagine degli atteggiamenti verso la malattia mentale si è assistito alla polarizzazione dell’interesse di ricerca verso fattori inerenti più alla dimensione processuale di costruzione-organizzazione della conoscenza intorno ad un “oggetto” sociale (carico di attribuzioni stereotipiche), che non ai contenuti descrittivi della sua rappresentazione. Gli studi si sono così centrati sulle teorie implicite, sui processi di categorizzazione prototipica e di attribuzione chiamando in causa teorie ora più generali, ora il ruolo di più specifici fattori situazionali o processi cognitivi.
Farina e Fisher (1982) sono stati tra i primi ad approfondire il legame tra credenze sulla malattia mentale e comportamento, centrando la loro attenzione più sui processi di attribuzione causale correlati al comportamento pensato anziché agito. Questi studi però sono importanti non tanto come prove empiriche del legame tra atteggiamento e comportamento, piuttosto sono significativi per le domande che aprono.
Ma perché esistono particolari stereotipi?
Secondo una prospettiva socio-culturale noi acquisiamo credenze sugli altri nello stesso modo con cui noi acquisiamo credenze su ogni cosa, dalle informazioni che riceviamo dagli altri, e dalla nostra esperienza. In accordo con questa posizione le credenze sulle minoranze ed altri gruppi stigmatizzati sono trasmesse dai genitori, dai media e da altri agenti sociali.
Per quanto la televisione e i mezzi audio-visivi abbiano attenuato col potere delle immagini il potere esercitato dalla parola stampata, è attraverso i resoconti della stampa quotidiana, colmi di stereotipi e pregiudizi sulla malattia mentale che secondo Scheff il lettore è libero di inferire impunemente che assassini, rapimenti, e altri atti di violenza si manifestano molto più di frequente tra coloro che sono stati malati di mente che nella popolazione in genere. In realtà è stato dimostrato che tra i primi i crimini violenti (come ogni altro delitto) presentano un’incidenza molto più bassa che nel resto della popolazione. Ma il quadro che la pratica giornalistica propone al pubblico non è questo. I giornali hanno stabilito un rapporto ineluttabile tra malattia mentale e violenza, e forse -e ciò è importante – questo legame sta anche a significare l’incurabilità di questi disordini.
Esiste un’ampia letteratura di ricerche psico-sociali attestanti il ruolo deimass media nella costruzione dell’immagine pubblica della follia e nel filtro delle informazioni trasmesse alla gente.
La classica ricerca di Nunnally (1961) mise in evidenza come l’opinione pubblicasi costituisca quale soluzione di compromesso tra le opinioni degli “esperti” orientate ad una minor stereotipia e le opinioni diffuse dai mezzi d’informazione improntate ad una stereotipia massima ( il matto è diverso dalle persone normali per il suo aspetto, per il modo di agire, per la mancanza di forza di volontà, per la sua esigenza di guida e sostegno ecc.)
I mezzi e le strategie
Per quanto riguarda l’aspetto dei mezzi e delle strategie di informazione per il cambiamento, si deve tenere conto del cosa è in grado di determinare influenza.
Una analisi comparata degli effetti differenziati prodotti sulle rappresentazioni sociali della follia da varie fonti di informazione in rapporto al medium utilizzato (stampa, televisione, cinema), rimane tutta da compiere, fruendo degli studi sulla comunicazione di massa.
Un settore non direttamente collegato ma interessante per le verifiche empiriche che sono state compiute è quello della prevenzione dell’AIDS. Gli interventi di prevenzione in questi ambiti tendono generalmente a fornire da una parte informazione corretta, affinché i soggetti possano distinguere in modo chiaro pratiche a rischio da pratiche sicure, e nello stesso tempo assumono atteggiamenti positivi verso uno stile di vita fatto di pratiche sicure. A questo scopo sono state attivate campagne di prevenzione attraverso canali considerati graditi ai giovani, cioè quelli della pubblicità. L’assunto chesta alla base (tutt’altro che dimostrato) delle campagne di prevenzione è che un soggetto a cui si forniscono informazioni metterà in atto automaticamente un comportamento coerente. In tema di Aids lo sfasamento tra conoscenza e atteggiamento da una parte, e adozione di pratiche sicure dall’altra, risulta ormai chiaro da tutte le ricerche sulle rappresentazioni sociali della malattia e del rischio di contrarla.
I soggetti
Infine a proposito dei soggetti che gestiscono l’informazione si rimanda al tema della fonte e delle strategie che maggiormente possono influenzare e produrre cambiamenti. La fonte deve essere credibile nella duplice accezione di attendibilità e percezione di expertise. L’effetto prodotto tuttavia non è stabile.
La teoria degli effetti limitati o dell’influenza mediata dalle comunicazioni di massa si basa prevalentemente sui risultati delle ricerche condotte negli anni quaranta. L’ipotesi generale da cui partivano queste ricerche è quella che i rapporti interpersonali nei gruppi primari svolgono una mediazione significativa nei processi di formazione e mutamento delle opinioni e degli atteggiamenti.Conseguentemente l’eventuale influenza dei mass media non è diretta ma mediata dalla realtà relazionale vissuta da ciascun membro del pubblico all’interno dei gruppi sociali di cui fa parte.
(Losito, 1996)
Sul piano teorico questa ipotesi ha almeno tre rilevanti implicazioni:
– l’abbandono del tradizionale modello comportamentista dei processi di comunicazione e di persuasione, assimilati ad un meccanismo del tipo stimolo risposta;
– l’abbandono della tradizionale concezione del pubblico come “massa” ovvero come aggregato amorfo di individui socialmente isolati, incapaci di interagire in modo significativo con altri;
– l’enfasi posta sull’intervento di fattori sociali nei processi di comunicazione e di persuasione, con particolare riferimento alla mediazione esercitata dai gruppi primari e in seno ad essi, dai leader di opinione.
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- 7. I pregiudizi della Scienza
- 13. Qualche lettura sul tema
- 3. Il progetto Crisalide (Pagina attuale)
- 4. L'informazione di base
- 10. Una comunicazione in equilibrio
- 8. I linguaggi della Psichiatria
- 6. La voce delle Associazioni
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