6. La voce delle Associazioni
- Autore: Ernesto Muggia
- Anno e numero: 1998/64 (monografia su comunicazione e salute mentale)
di Ernesto Muggia
Facciamo prima di tutto il punto della situazione sulla salute mentale, oggi in Italia. L’argomento chiave è la chiusura degli ex-OP (Ospedali Psichiatrici), decisa, deliberata, con progetti operativi che, si pensa, saranno realizzati nel giro di qualche anno.
Si tratta di una operazione molto complessa nei suoi aspetti pratici, che richiede grande impegno ed onestà intellettuale da parte di tutti gli addetti.
Noi familiari possiamo dividerci in due grandi categorie: la prima, meno numerosa è quella di chi ha un parente ricoverato in una struttura manicomiale, pubblica o privata che sia; la seconda, molto più numerosa, è quella di chi non ha mai trovato ricovero per il proprio caro.
Queste due categorie di familiari, diverse tra loro per tante altrecaratteristiche, fra cui molto importanti sono l’età media dei parenti malati, le diverse tipologie di malattia ed altro ancora, chiedono sostanzialmente due diversi tipi di garanzia allo Stato.
La prima è che i ricoverati non vengano dimessi ed abbandonati a carico delle famiglie, mai, qualunque nuova legge possa arrivare, ma bensì trattati meglio, per cercare di dimenticare gli anni terribili passati e, a seconda delle possibilità di recupero, avviati a diversi programmi individualizzati con possibilità di reinserimento sociale o di serena vecchiaia, sempre però nell’ambito della Sanità (diritto alla salute) e non in quello dell’Assistenza (discrezionale e con costi per la famiglie).
La seconda garanzia richiesta dai parenti è che questo stato rispettifinalmente il dettato delle nostre buone leggi e realizzi una vera presa incarico per chi si ammala oggi per la prima volta di disturbi mentali e per chi si è già ammalato negli ultimi anni e non è stato curato bene.
La sfida è quella fondamentale di impedire nuove cronicizzazioni, di vincere l’altro gravissimo pregiudizio, e cioè l’inguaribilità delle malattie mentali.
Noi riteniamo che la chiusura definitiva dei manicomi abbia un grande valore simbolico per tutti, il malato stesso, i familiari, i curanti e l’opinione pubblica.
La domanda principale nella testa di tutti non sarà più: “dove lo mettiamo ?”, ma “cosa possiamo fare per farlo guarire ?”.
Sembrerà poco ma si tratta di una risoluzione: devono cambiare gli insegnamenti(universitari e non), devono essere trasformati gli operatori attuali, bisogna far passare questo concetto nell’opinione pubblica (con l’aiuto dei media un po’ più consapevoli !) e nei familiari stessi. I dati dell’OMS ci dicono che circaun terzo di chi si ammala di malattia mentale grave, se opportunamente e sapientemente accolto da una rete di psichiatria comunitaria territoriale, guarisce del tutto; un altro terzo va verso una cosiddetta “guarigione sociale”, cioè si reinserisce nella società, ma saltuariamente avrà ancora bisogno di periodi di assistenza; l’ultimo terzo, rimanendo refrattario alle terapie attuali resterà ancora nella necessità di presa in carico continuativa.
Veniamo ora ai media, cosa possono (e devono) fare? Cose semplici a dirsi e difficili a farsi. Introdurre , ad esempio, un codice di comportamento quando si parla di sofferenti per disturbi mentali, sia in televisione che sulla carta stampata, non dare in pasto all’opinione pubblica le solite notizie sensazionali, magari infondate e mai smentite, che aumentano i tre pregiudizi fondamentali, paura, vergogna e inguaribilità. Al contrario devono invece cercare di trasmettere messaggi corretti, normali ed anche positivi, se possibile. Insomma è ora di finirla con lo stile dello “Sbatti il matto in prima pagina”, e rifarsi ai modelli più avanzati che anche noi come U.N.A.S.A.M. (Unione Nazionale delle Associazioni per la salute Mentale) cerchiamo di far passare con le nostre ormai famose campagna per la salute mentale. E fare molta prevenzione, partendo dalle scuole, per cercare almeno di avere nuove generazioni migliori.
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