9. Lavorare sui genitori
- Autore: Romana Negri
- Anno e numero: 1998/62 (monografia sulla “prima informazione”)
di Romana Negri, Professoressa Associata, Istituto di Neuropsichiatria infantile dell’università degli Studi, Milano
Esitono anche esperienze attente a quello che accade alla sfera psicologica dei genitori. Come si interviene sui genitori del neonato gravemente prematuro all’interno del reparto di terapia intensiva di Bergamo.
L’intervento riguarda i genitori di Simona. La piccola nasce secondo genita dopo una sorellina di 4 anni alla 26° settimana. Peso alla nascita 700 gr. Placenta peso 250 gr. APGAR 4-6. È presente grave insufficienza respiratoria. La piccola alla nascita appare vitale, è presente gasp sono presenti movimenti incoordinati degli arti. Il tono muscolare è discreto. Viene intubata orotrachealmente in sala parto. È presente qualche atto respiratorio spontaneo. L’ossigenazione è buona. A due giorni di vita ella si oppone al respiratore e si verificano manifestazioni di tremore per cui è necessario sedarla. Viene sedata e bene si adatta al respiratore. A quattro giorni la bimba si dimostra sedata, sono assenti atti
respiratori spontanei, l’espansione del torace è simmetrica, il respiro è spastico. In questo giorno effettuo la mia prima seduta di osservazione e le infermiere mi riferiscono di aver visto i genitori una sola volta. Il padre sembrava il più sconvolto dall’incontro con la bambina, continuava a chiedere se soffriva, mentre la mamma sembrava mostrare più ottimismo. Quando Simona ha una settimana convoco i genitori, ma in questa data si presentano i nonni piuttosto preoccupati, dicono che i figlioli si scusano, non hanno
potuto venire e chiedono al pediatra notizie sulla bambina. Quando faccio la nuova osservazione della piccola, a undici giorni, vengo a
sapere che i genitori non si sono ancora fatti vedere. Simona ha 14 giorni. Ho convocato i genitori per l’incontro. “Quando giungo in reparto sono già presenti accanto all’incubatrice, sono entrambi persone molto giovani, dai modi appropriati e gentili. Oggi è stato cambiato il tubo orotracheale alla piccola. Esso le trascina un po’ in su le pinne nasali ed il profilo così regolare e delicato ne è un po’ deformato. Ella dorme supina, le braccine semiflesse accanto al capo, i guantini azzurri di tela sulle mani. La boccuccia è semiaperta, il capo è rivolto verso destra, il piedino destro attraverso l’estensione della gamba va a toccare il lenzuolino, la gamba sinistra è alzata e flessa, perpendicolarmente sul piano d’appoggio, il piede è appoggiato sul lenzuolo in tutta la sua pianta. Ella muove la gambina destra, poi torna quieta, indi muove i quattro arti, poi torna immobile. Presento ai genitori la piccola sottolineando la grande vitalità dimostrata sino ad ora e l’importanza per questi bimbi della
presenza dei genitori accanto a loro. La madre interviene: “Non so cosa vuol dire, ma quando siamo arrivati noi accanto all’incubatrice,
si muoveva tutta”. Il papà mi parla della loro esperienza”paurosa”; ben presto viene interrotto dalla mamma, il 25 dicembre ha avuto
delle perdite marroni e le è stata consigliata una visita urgente; le è stata proposta la somministrazione di Miolene, ma le contrazioni
sono persistite e dopo una settimana è stato necessario il ricovero. Durante il ricovero in ospedale, nonostante la terapia, le contrazioni
perduravano e quando fu scoperta un’infezione a livello placentare i medici decisero di occuparsi solo della signora lasciando perdere il
bambino. Ma lei sperava sempre, sperava che fosse viva. Lei il giorno prima l’ha sentita scendere, ha allargato le gambe e ha
chiesto al marito: “Guarda cosa c’è”. Ma lui interviene “Io non ho visto nulla”. La bimba accanto a noi è sempre quieta poi assumendo
un’espressione seria e corrucciata si muove globalmente raccogliendo gli arti che poi rilascia di nuovo in fuori. Commento che
Simona è un bel nome. La signora interviene dicendo con compiacimento che la maggiore si chiama Cristina facendo intendere implicitamente che anche questo è un bel nome. I genitori mi dicono che sono preoccupati anche per lei, la bimba ha quattro anni e ha già chiesto loro se vorranno bene anche a lei. Entrambi hanno voluto e desiderato molto questa gravidanza perché volevano un fratellino per la maggiore, per avere una famiglia più completa. Non sono stati delusi che fosse un’altra femminuccia, forse lafamiglia del padre, che è di Benevento: si i due figli maschi hanno femminucce. Io faccio notare la bellezza della bambina, la delicatezza dei lineamenti, la signora mi dice che lo nota solo ora.
Dopo il parto era ancora molto sconvolta dall’esperienza e quando è entrata in reparto l’ha cercata fra i bambini più grossi. Ha notato solo
la bellezza dei suoi piedini. Io intervengo e faccio notare i piedini, le manine anche se ora sono avvolte nei guantini e i lineamenti anche se, aggiungo, il sondino solleva troppo le narici del naso. Poi mostro anche la delicatezza delle orecchie. La mamma in particolare si dimostra d’accordo con me ed è anche compiaciuta per la mia descrizione anche se, ancora una volta interviene per farmi intendere che anche la sua bambina più grande, che è a casa, è molto bella. Lei agita la pancina, sposta gli arti, torna flessa. I genitori, la madre in particolare, me ne chiedono ragione. Si tratta di movimenti propri dell’età gestazionale. I genitori mi chiedono se ci sono rischi. Rispondo che la piccola sino ad ora si è dimostrata molto vitale, il rischio si riferisce soprattutto ai polmoni e ciò si potrà vedere solo col tempo. Osservo di nuovo la bambina, noto che con il suo piedino destro tocca il lenzuolino, la madre nota che con il piedino sinistro afferra il tubicino, dico che evidentemente cerca
contatto e che l’ho notato già in un’osservazione precedente; la madre dice che sarà perché la toccava molto attraverso l’addome, “la facevo toccare anche a mio marito, siamo stati felici che fosse viva”. Io aggiungo che è importante anche preparare per lei una cassetta registrata con suoni, messaggi verbali o ciò che più desiderano farle pervenire: ciò verrà messo dentro l’incubatrice quando la bimba dimostrasse inquietudine e mostrasse desiderio di compagnia. La madre chiede quando potrà toccarla, le dico che il momento le verrà segnalato dalle infermiere che nelle loro pratiche quotidiane si rendono conto di quando il piccolo desidera essere carezzato. In questo momento, aggiungo, sembra più desiderosa di essere lasciata in pace, aggiungo che abbiamo notato che dopo i primi due, tre giorni in cui sembrava più agitata ha dimostrato di tranquillizzarsi, dormendo anche molto; le infermiere hanno anche interpretato positivamente il suo star bene nello sporco quando fa la cacca o la pipi, come se “se ne fregasse” per star bene, rilassandosi il più possibile. Il padre mi chiede se la piccola ha
sofferto, secondo me, rispondo, che per quanto si riferisce a Simona non ho notato sofferenza. Si parla dei momenti più opportuni per la
signora per venire qui tenendo conto anche delle sue attuali condizioni di salute. Il padre infatti per ora sembra opporre mille difficoltà, l’altra bimba e poi anche questa mattina che è domenica gli è stato difficile venire qui perché è responsabile di una comunità evangelica al suo paese. Poi mi dice che all’ospedale di Monza praticano un certo tipo di alimentazione direttamente attraverso il cordone ombelicale. Io rispondo che le attuali condizioni di Simona permettono l’alimentazione naso-digiunale e illustro le modalità proprie di questo tipo di alimentazione. L’osservazione ci fa vedere la difficoltà dei genitori ad avvicinarsi alla piccola: la persona più impedita, come già osservato dalle infermiere, sembra il padre. La madre infatti, aiutata dal mio commento in relazione alla vitalità della bambina, si dimostra subito in grado di entrare in contatto con la piccola “Non so cosa vuol dire, ma quando siamo arrivati noi accanto all’incubatrice, si muoveva tutta”. Il papà invece non è
ancora capace e ricorda l’esperienza paurosa recentemente provata; è stato un avvenimento estremamente traumatico; anche la
mamma a questo punto sente il bisogno di rievocarlo facendo però comprendere che non si è lasciata travolgere completamente dalla
disperazione, ha sempre sperato che la piccola fosse viva. Ella dimostra di nuovo un buon contatto con lei quando viene commentata la bellezza del nome anche se esprime la sua preoccupazione di legarsi troppo, di lasciarsi coinvolgere eccessivamente da questa nuova piccola quando introduce il problema della bimba più grandicella a casa (anche lei ha un bel nome e anche lei ha molto bisogno). Sembra che la signora tema di legarsi troppo a questa bambina che si trova ancora in pericolo per la sopravvivenza e, se il legame diviene troppo stretto, ha paura di dover affrontare un dolore troppo intenso. Ritengo importante, nel mio intervento, quando è possibile, soffermarmi a descrivere ai
genitori la bellezza, la delicatezza delle forme dei bimbo degente.
Ho già accennato a come sia significativo per queste madri vivere il più precocemente possibile l’esperienza estetica in rapporto al loro
neonato e di come ne siano gravemente impedite. È difficile la realizzazione di questa esperienza anche da parte della mamma di
Simona che, appena entrata in reparto, l’ha cercata tra i bimbi più grossi e poi ha notato solo la bellezza dei piedi. Anche qui traspare
ancora il timore di legarsi troppo a lei… anche Cristina a casa è molto bella… Simona è ancora in una situazione di rischio: cosa
dovrò affrontare se mi affeziono troppo, e se lei soccombe?
Riaffiora il problema cruciale già espresso quale commento relativo alle primissime osservazioni del grave pretermine dalle infermiere.
“Dapprima puntiamo i nostri sforzi a far sì che sopravvivano perché se li guardiamo con un altro occhio poi ci affezioniamo e se
muoiono…”. Ma l’osservazione della piccola permette di nuovo alla mamma un contatto vivo con lei. Nota il piedino che afferra il tubicino
e associa il desiderio di contatto della bambina alle carezze che lei e il marito le hanno prodigato attraverso l’addome. Il mio chiedere ai
genitori di preparare una cassetta registrata da immettere nell’incubatrice della bimba è un modo, come già accennato precedentemente, per permettere loro di sentirsi vicini direttamente alla loro bambina anche quando è in ospedale, in una condizione di forzato isolamento, totalmente dipendente dalle macchine e da persone estranee all’ambiente familiare. È un modo per aiutarli a sentire che anche in queste condizioni c’è da parte loro la possibilità di stabilire un legame con la piccola che è unico, intimo, diretto, in nessun modo mediato da altri. Ciò e il metterli al più presto a conoscenza del significato e del funzionamento delle macchine che alimentano e controllano la salute dei loro bambino, come già detto precedentemente, li aiuta a non farli sentire presenze inutili nel reparto. È interessante come due sedute successive a questa, il padre tornando sull’argomento della cassetta da registrare mi chiederà che cosa dovranno registrare. Alla mia risposta che
dovranno mettere ciò che più desiderano la madre interverrà, come riflettendo ad alta voce, “Non so, perché è diverso: se considero
Simona dentro mi sento di pensare e di dire delle cose, ma lei è fuori…”. L’annotazione è molto interessante e, anche se qui non è
possibile sviluppare adeguatamente l’argomento, ci fa vedere come l’intervento si presta ad aiutare la madre ad elaborare la nascita
prematura. Tornando alla seduta vediamo come la signora sia già desiderosa di accarezzare la piccola, si dimostri compiaciuta nel
sentirla descrivere come una bambina che pur di sentirsi bene “se ne freghi di stare nello sporco”. Non è così per il papà che preferisce
ancora tenersi lontano dalla relazione, ha tanti impegni fuori, non può venire a trovarla spesso, egli d’altro canto pensa che la bimba soffra
troppo, sia troppo fragile, non ce la faccia stando fuori. Lui la preferirebbe dentro l’utero materno: “all’Ospedale di Monza praticano un certo tipo di alimentazione direttamente attraverso il cordone ombelicale”. Come si può vedere dal materiale presentato,
sembra molto importante, nell’ambito di questo intervento, non solo far vedere ai genitori la mia capacità di considerare le caratteristiche somatiche, le attitudini emotive, neuromotorie e comportamentali del bambino, ma anche dimostrare loro di essere al corrente di tutti gli altri aspetti che riguardano le sue condizioni di salute, compreso il tipo di intervento che viene praticato. Si tratta di un modo per far sentire ai genitori durante l’incontro, che il piccolo non è solo presente fisicamente, ma che egli è anche presente, nella sua totalità, nella mia mente. Naturalmente l’introduzione di questo nuovo tipo di approccio non sostituisce, ma integra i colloqui proposti ai genitori così come precedentemente descritto. In questi casi dove la nascita gravemente pretermine costituisce un’esperienza altamente traumatica si vede la necessità di offrire entrambi gli interventi.
Il processo di separazione-individuazione
Ciò che a questo punto sembra però significativo è che sono i genitori stessi a richiedere l’incontro allo scopo di parlare della loro personale situazione emotiva: l’essere primariamente avvicinati attraverso l’osservazione del bimbo sembra dunque permettere la distinzione tra il neonato, la sua sofferenza e se stessi, la loro personale difficoltà emotiva legata al vissuto angoscioso della nascita prematura. Questa migliorata presa di coscienza da parte dei genitori di quanto li riguarda distinguendoli dal bambino, si pone come aspetto molto significativo per l’attuazione del processo di separazione e individuazione così difficile da ottenere in tutti i neonati che vivono questa esperienza e in particolare in quelli che svilupperanno un quadro di paralisi cerebrale. Tutte le madri e anche due padri dei quattro bambini nati di peso inferiore ai 900 gr. con i quali ho adottato questa modalità di approccio hanno chiesto incontri anche per se stessi. Ecco quello relativo alla mamma di Simona: oggi la piccola ha 27 giorni. “Quando entro in reparto alle 10 trovo la signora in piedi in corridoio; mi dice che è lì perché alla piccola devono cambiare il tubo orotracheale. È apparentemente tranquilla e serena; la faccio accomodare nella cucinetta. In effetti nel
box di Simona c’è molto movimento e molta gente accanto a lei. C’è nervosismo, anche perché noto che il rianimatore che deve cambiare il tubicino non è tra i più esperti per questa manovra su un bimbo così piccolo. Chiudo la porla della cucinetta e una volta che la signora è seduta le chiedo se vuole leggere una rivista. Risponde che preferisce parlare, mi siedo di fronte e lei inizia subito il suo racconto. Mi dice che è preoccupata perché in questo periodo si sente come “leggera di testa”, ha difficoltà di concentrazione, gli occhi pesanti. “Sono tranquilla ma non mi concentro sui mestieri.
Questa sensazione mi è venuta dopo il ricovero in ospedale, ci sono stata 12 giorni prima del parto e quattro dopo la nascita della
piccola. Dopo due giorni che ero a casa ho cominciato ad avvertire questa sensazione. Io credo sia in relazione prima ai dolori provati, poi ai calmanti assunti. Ho detto al medico ove sono andata per spiegare questi disturbi che mi sentivo drogata… sto
rimbambendo… Le faccio un esempio: sotto il mio appartamento viene sempre una donna che fa le pulizie delle scale e la conosco benissimo. Una mattina vado dal panettiere e questi si rivolge a me come la madre della bimba nata così piccola (tutto il paese lo sa e ne parlano); dietro di me una signora dice che anche lei è al corrente, mi volgo e le chiedo come fa a saperlo e lei risponde che mi conosce, “impossibile non mi riconosca anche lei, sono la donna che fa le pulizie sulle scale di casa sua…” Di solito sbrigo io tutte le pratiche di casa anche per mio marito, ma sono preoccupata, ho paura di fare guai. Ieri in banca il Direttore mi ha spiegato una cosa, ma non ho capito niente. Io qui intervengo dicendo che è comprensibile questo suo disturbo e che è in rapporto all’esperienza così traumatica di una nascita così prematura. “Mio marito soffre perché la bambina è senza espressione… Io penso che mi sono liberata dal dolore trasferendolo nella bambina che soffre”. Io le rispondo che invece, facendola nascere così presto, le ha permesso di vivere, cosa che, nella situazione così come si è presentata, se fosse rimasta dentro oltre, non sarebbe stato più possibile. La signora ascolta con interesse, ma riprende “Quando la vedo con i tubi… ma lei non si ricorderà… capisce quello che le fanno?”.
Rispondo che comprendo questa sua preoccupazione, si tratta di esperienze dolorose che il bambino però, con l’aiuto dei genitori e anche degli operatori qui dentro, molto attenti anche a questi aspetti, è in grado poi di recuperare. La signora continua parlando dei suoi problemi di “leggerezza di testa”, “sono come sospesa, mi è difficile fare i mestieri di casa. Guardi, lei sa che mio marito è responsabile
di una comunità, ebbene spesso a pranzo ha tantissime persone e mi occupo personalmente di tutto, non mi pesa. Ieri c’erano a pranzo
mia suocera e mia sorella che sono venute a trovare la bambina; eravamo in cinque, ma ho detto a mia sorella, fai tu, io non sapevo cosa ci voleva… Io sono una che quando vede gli altri soffrire sta male… so che i dottori hanno esperienza e che Simona è a posto, i primi giorni non ero tranquilla, ma ora sì. Le infermiere mi hanno invitato a parlare coi pediatri ma per me è lo stesso, io mi fido. Due giorni fa sono rimasta male per quello che mi ha detto un’infermiera, è quella che ha il naso come il mio, gli occhiali e i ricciolini (io la individuo subito, la descrizione è molto precisa). Mi trovavo vicino a Simona quando ho notato che la bimba accanto, che i giorni scorsi era così sofferente, sorrideva e le ho detto “sorride”. Lei mi ha risposto “Non si possono guardare i bambini degli altri”. Sono rimasta molto male, anch’io sono dentro, non guardo solo la mia bambina, mi sono accorta che quella piccola nei giorni scorsi stava malissimo, è bella, ma si vedeva che era gialla… non avrei mai fatto questo lavoro”. Io intervengo dicendo che l’infermiera le ha risposto così perché probabilmente era molto preoccupata per le pratiche
che stava eseguendo sulla bambina e ciò l’ha indotta ad una risposta così poco comprensiva. Lei mi dice a questo punto che l’infermiera G. la incoraggia molto, la Caposala le ha mostrato il reparto facendole vedere anche gli altri bambini… Due mesi fa sono stati qui in rianimazione i miei genitori perché avevano mangiato dei funghi velenosi, l’Ammannita Phalloides (dice phalloides storpiando la parola) che aveva raccolto il papà. Giù non ci volevano credere perché il fungo è velenosissimo, mortale. Al pronto soccorso dell’ospedale di Zingonia hanno telefonato a Milano, poi a Bergamo ove hanno detto di venire qui, che erano in contatto con questi centri.
Sono molto bravi. I genitori si sono trovati bene, la mamma è uscita dopo 5 giorni, il papà dopo 8 perché sofferente di fegato… Io fiducia ce l’ho, a me piace leggere e verifico quanto mi dice, ritrovo tutto…
Le infermiere mi hanno fatto toccare ancora due volte Simona, stamattina no perché era agitata. Io ho chiesto alle infermiere cosa voleva dire questo e loro hanno risposto che tenta anche lei di respirare…”. Io confermo e dico che si è notato sin dai primi giorni.
“Io non chiedo, mi fido, questo è un lavoro importante”. Ho preso contatto con la mamma di Jacopo, spero di incontrarla e di scambiare le nostre esperienze. Io non so guidare la macchina ed ho difficoltà a trovare il mezzo per venire qui; una sera sì ed una sera no mi accompagna mio marito, poi tutti quelli del mio paese che vengono a Treviglio e lo sanno, mi offrono un passaggio… non mi fido del turno del pullman. Si può stare anche di pomeriggio?”
Annuisco… lei continua “Simona è cambiata, ieri mi sembrava più rosea, più bella… sembrava abbronzata, veramente. Ieri era tranquilla, ha fatto cacca e pipì, poi ha alzato il culetto, si è spostata, bisogna cambiarla più spesso, lei pensa che mi insegneranno e
potrò cambiarla io?” Annuisco e lei riprende “Ora pesa 770 gr., cresce e si allunga. In pancia è tutto diverso… non è mai successo
nella mia famiglia un parto prematuro, non sapevo nemmeno ci fossero bambini di 700 gr. … alla mia seconda entrata anche la bambina accanto mi sembrava piccola. Quando l’ho vista non sono rimasta neanche troppo male… certo… dispiace. Sono rimasta li 5’, non riuscivo neanche a stare in piedi, a rendermi conto com’era…C’era con me mio marito e fuori dai vetri la mamma…”.
Il sentimento di colpa
Tuttavia c’è qualche cosa in questo stato d’animo che la preoccupa e me ne vuole parlare. Va tutto bene, è serena, ma sente la testa leggera: lei attribuisce questo stato di malessere che non le permette di concentrarsi, la confonde e teme le faccia sbagliare le cose, ai forti dolori, ai calmanti assunti prima della nascita della bambina. Ciò la fa sentire “una drogata”. Quando io collego questo suo malessere all’esperienza dolorosa della nascita pretermine che ella ha scisso e negato, può avvicinarsi e parlare più direttamente del problema: il marito soffre e lei è in preda ad un terribile sentimento di colpa che le fa credere di essersi liberata dal dolore così intenso sperimentato per tanti giorni prima della nascita della bambina trasferendolo nella piccola che ora soffre indicibilmente. A questo punto facendo mio il suggerimento dell’infermiera L. quando commentando la registrazione del colloquio della mamma di Giacomo dice: “Tutte le mamme dimostrano sensi di colpa… noi le rassicuriamo, la cosa doveva succedere, se il bambino stava dentro moriva”, io rispondo che anzi, spingendola fuori in quel momento ella ha permesso alla sua bimba di vivere. Il problema di sollevare queste madri dal peso derivante da questo sentimento, che in misura maggiore o minore è sempre presente costituisce un aspetto molto significativo dell’intervento. La signora a questo punto è capace di collegare la sofferenza della bimba alla sua “leggerezza di testa”: lei non è in grado di affrontare il dolore, di questo se ne occupano gli altri… i dottori hanno esperienza… e la sua parte che può affrontare questa esperienza è fragile, facilmente frustrabile: questa sua parte rappresentata dalla bambina sofferente, molto malata, quando comincia a stare meglio, sorridere, esprimersi, viene rimproverata. I mici interventi volti a fare vedere la possibilità del recupero dell’esperienza del dolore da parte della sua bambina anche sulla base dell’aiuto delle persone vicino a lei, le permette di entrare in contatto con la sua parte che ha bisogno di aiuto. Così parla di quanto si è sentita aiutata dall’infermiera G. e dalla Caposala. Riferendo poi l’esperienza dei genitori in rianimazione perché in pericolo di morte a causa dell’ingestione del fungo velenosissimo, la signora ci fa vedere in termini altamente drammatici come loro genitori sentono l’esperienza di una nascita così prematura; si tratta di avvertire la morte dentro di sé e la possibilità di sopravvivere è totalmente dipendente dall’istituzione.
Lei mostra sulla base di quanto ha sperimentato qui la sua fiducia per le persone che si occupano del problema e non trova ancora dentro di sé risorse orientate verso la vita: ascolta con attenzione e verifica quanto le dico intorno alla bambina, si trova d’accordo ma solo attraverso il riscontro sui libri. È contenta che la si aiuti a toccare la bambina perché da sola non ce la fa ancora a realizzare stabilmente un contatto vivificante. Per lei la piccola non è ancora nata, ma sa anche che non è dentro di sé. “Mi hanno detto che in queste condizioni cresce, si allunga, ma dentro sarebbe stata una cosa diversa”, Nel frattempo la riconosce più rosea, più vitale, più bambina, meno propensa a confondersi con il suo sporco. Ma lei non si sente ancora in grado di riconoscere la sua funzione materna, l’esperienza velenosa della nascita prematura è ancora troppo incombente, per questo dovrà farsi aiutare dalle infermiere per cambiarla. Loro sono madri migliori… Lei non avrebbe mai fatto
questo lavoro… lei si fida, lei non chiede notizie attorno alla salute della piccola. È terribilmente spaventata dall’esperienza vissuta come mortifera, per ora può solo essere rianimata “Non mi fido dei servizi pubblici per venire all’ospedale, accetto solo passaggi di chi conosce la mia situazione e si offre di accompagnarmi a Treviglio”.
Due giorni dopo l’incontro la signora constaterà l’affievolirsi del disturbo descritto come “leggerezza di testa”, per cui, “in casa, temevano diventassi pazza”.
Considerazioni conclusive
La validità di questo approccio che prevede due modalità di intervento: colloqui con i genitori effettuati attraverso l’osservazione del bambino insieme ad incontri dedicati all’ascolto della loro esperienza, sembra confermata dall’evoluzione dei casi ove è stato applicato. Nel caso di Simona si può vedere come, dopo l’incontro, i genitori verranno a trovare la piccola più frequentemente, il padre a giorni alterni e la madre quotidianamente, anche più volte nella giornata. Il padre nella seduta successiva a quella presentata mi dirà, non appena lo incontro, con molta partecipazione di avere visto Simona aprire gli occhi: “Doveva vedere come li muoveva”, dimostrandosi così in grado di riconoscere aspetti vitali di lei. Anche la mamma, come si può vedere dal materiale presentato, è stata aiutata a vedere queste caratteristiche nella bimba e sembra in grado di mantenere il contatto con questi aspetti nonostante l’esperienza recente della nascita prematura sia ancora molto viva e lacerante e tale da non permetterle ancora di riconoscere dentro di sé i suoi attributi materni, le sue parti più vitali. Come ho già detto, ciò che pare molto significativo, in questo tipo di intervento è che, avvicinati primariamente attraverso l’osservazione del loro piccolissimo figliolo, questi genitori sono aiutati a distinguere assai precocemente aspetti che riguardano il bimbo, da aspetti loro propri, dominati dalla dirompente situazione di angoscia che l’evento di una simile nascita sollecita. Ciò è dimostrato dal fatto che tutte le madri e anche due padri che ho avvicinato con questa modalità, hanno richiesto un colloquio per sé stessi. Io credo che questo approccio costituisca dunque un modo per aiutare i genitori dei neonati gravemente pretermine a non lasciarsi travolgere completamente dall’angoscia e dalla disperazione e a distinguere molto precocemente aspetti che riguardano il bambino da vissuti che sono loro propri. Ciò, come riferito prima, pare molto utile ai fini dello stabilirsi di quel processo di separazione e individuazione così difficile da attuarsi nei neonati che vivono l’esperienza del ricovero in
terapia intensiva e in particolare in quelli che svilupperanno una paralisi cerebrale infantile. In questo senso sono sembrati molto utili
l’approfondimento e l’allargamento del significato di concetti quali “la ferita narcisistica” e “il conflitto estetico” come il lavorocondotto in
questo modo ha permesso: una migliorata comprensione di aspetti così violenti e distruttivi quali le angosce di morte, facilita i processi
di integrazione riducendo, nei genitori, la spinta a fare uso di meccanismi proiettivi. Ma non solo, sembra un intervento che pur
mettendo i genitori in contatto con la loro parte sofferente e quella del bambino è in grado di aiutarli a ritrovare, attraverso gli aspetti
più vitali che il bimbo mostra durante l’osservazione, ciò che di più vivificante è dentro di loro. L’approccio così proposto, atto a favorire i processi di integrazione e di individuazione, non si pone solamente come aiuto ai genitori ma, in accordo con la letteratura e sulla base
della personale esperienza, sembra produrre di riflesso, risvolti molto positivi nel bambino. Infatti il riconoscimento precoce da parte di questi genitori delle qualità intrinseche al bambino è di aiuto perché egli possa dare libera espressione alle sue capacità innate che lo guidano nel suo rapportarsi al mondo, nel crescere, nell’imparare.Da parte di questi genitori in particolare vi è la tendenza a sviluppare la fantasia che quanto può sentire ed apprendere il figlio dipende totalmente dalle loro attitudini, dal loro comportamento. Di qui deriva il rischio di sottoporre il bambino ad un training così rigido e soffocante da spingerlo inconsapevolmente verso una identificazione di tipo adesivo.
Articolo tratto da il Giornale di Neuropsichiatria dell’Età Evolutiva, n. 3, pp. 225-239, 1988
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