7. Le forme della bellezza
- Autore: Roberto Ghezzo
- Anno e numero: 1998/65 (monografia su estetica e disabilità)
di Roberto Ghezzo
Il brutto è un concetto estetico che è entrato a pieno titolo nella riflessione filosofica solo a metà del ‘700 con Edmund Burke. Nell’antichità il brutto viene considerato la negazione del bello-vero-buono e come tale mero non-essere. Non vale la pena occuparsene: il brutto non ha dignità, è pronto per la rupe Tarpeia.
Ma Burke scopre che esistono molteplici valori estetici che non è possibile racchiudere in una categoria estetica onnicomprensiva, il Bello appunto, e così teorizza il Sublime come categoria e a se stante (nell’antichità il sublime era invece un grado del bello, il grado più alto).
Burke connota in questo modo le due categorie:
– il bello: caratteristica di oggetti che ispirano amore (ad esempio i bambini, le cose piccole e graziose, la donna: ricordarsi che il nostro scrive nel 1756!)
– il sublime: caratteristico di oggetti che ispirano terrore (ecco che il Brutto per la prima volta fa la sua comparsa nella riflessione estetica) e timore, rispetto ed ammirazione (Dio, ma anche Satana, un deserto, il mare in tempesta, eccetera).
Gli oggetti belli sono anche deboli, fragili come ad esempio i fiori; gli oggetti sublimi sono paurosi, connotati da una forza sovrumana che può porci in pericolo, che può disporre della nostra vita. E’ una distinzione per noi interessante: un disabile è un essere debole e come tale può facilmente ispirare sentimenti di amore, di protezione. Acutamente Burke nota che l’amoresi avvicina al disprezzo più di quanto non si creda. Ad esempio il cane è il migliore amico dell’uomo, il più amato degli animali ma nello stesso tempo per bestemmiare si usa la parola cane e non ad esempio la parola leone. Del leone invece si ha una paura che incute rispetto, ammirazione, non certo amore. La debolezza, immediata conseguenza del deficit, porta il disabile a rientrare nella classe degli oggetti belli (non a caso bambino ed handicappato sono termini spesso associati per caratteristiche ritenute comuni: la tenerezza, la sensibilità, l’aver bisogno d’aiuto, l’innocenza). Nello stesso tempo, e salta fuori di nuovo l’aspetto paradossale e contraddittorio dell’essere handicappato(ne abbiamo parlato a lungo in HP 63), una persona con deficit per la sua diversità incute paura. La condizione dell’handicappato richiama ai più idee quali morte, sofferenza, limite, realtà che non vorremmo vedere e che continuamente rimuoviamo dalla nostra coscienza. Da un lato i sorrisi, le strette di mano, i palloncini e i fiori, le torte delle feste (immagini tipiche di molte riviste che si occupano di handicap); dall’altro la diversità come tragicità, il dolore del mostro, la tempesta delle difficoltà di un disabile. Da un lato i colori tenui dell’amicizia,
dall’altro i colori foschi della non integrazione. Da un lato il bello, dall’altro il sublime. Ovvero il perturbante.
Casa dolce (?) casa
In un saggio del 1919 (“Das Unheimlich”), Freud analizza il concetto di perturbante e scopre una cosa apparentemente molto strana: la parola tedesca unheimlich (perturbante, inquietante) ha moltissimi significati, alcuni dei quali la portano a coincidere con i significati della parola heimlich (nascosto, familiare, intimo, segreto). La radice delle parole è Heim, casa, e Freud nota che solo ciò che in qualche modo ha a che fare con la nostra casa è perturbante. In altri termini non tutte le diversità ci fanno paura e sono perturbanti, ma solo la diversità che ci riguarda da vicino, che riguarda profondamente il nostro essere al mondo. Nel disabile sono compresenti questi due aspetti: l’essere debole, l’essere sotto il nostro controllo, l’essere meno potente dei normodotati, da una parte; dall’altra l’essere manifestazione di un destino di morte, sofferenza e limite che sfugge al nostro potere e che subiamo in quanto uomini. La diversità del disabile è perturbante perché ha a che fare con la nostra casa, con il nostro abitare il mondo.
Per uscire da questa dicotomia che rischia di stritolare un rapporto autentico con un disabile, suggerisco (e mi ripeto) di avviare un incontro che possa andare oltre la constatazione della disabilità e ci faccia assaporare la persona che sta davanti a noi. La conoscenza diretta di una persona disabile può aiutarci ad andare oltre la stereotipia esplicitata dalla coppia bello-sublime. Se ho la possibilità di vedere un disabile che gioca a calcio in carrozzina scopro molto cose. Innanzitutto che la sua debolezza non significa disabilità, nel senso di non abilità, ma determina un fare sport che è speciale, particolare. In questo caso la persona disabile è un atleta: la sua debolezza non necessariamente richiama idee di protezione ed amore (nello sport del calcio in carrozzina l’agonismo è presente quanto in altri sport e vi sfido a provare simpatia per un atleta della squadra avversaria che vi elimina con un suo gol da una competizione importante: a me è successo).
D’altra parte la disabilità di un atleta non necessariamente lo inquadra nel sublime (nel significato cui Burke dà a questa parola). Bisogna come già ho detto più volte, collegare la parola handicap a parole vitali, significative, come ad esempio lo sport. Anche gli aspetti più perturbanti e inquietanti espressi dal deficit, in un contesto di gioco, di sport, sono messi in secondo piano dalla bellezza del gesto atletico.
Solo in questo modo il disabile non sarà per definizione bello come un bambino o sublime come un eroe tragico.
Originale o Imitazione?
Forse potrà apparire una cosa scontata ricordare che esistono molti tipi di bellezza accanto ai quali la diversità dì un disabile può inserirsi brillantemente. Tanto per fare un esempio la bellezza di una ventenne come Claudia Schiffer non fa sfigurare affatto la bellezza di una cinquantenne come la Deneuve. Ma anche i visi delle persone più anziane esprimono esteticamente di più o meglio altre cose rispetto al bel viso di un bambino. Ogni età ha la sua bellezza, ogni razza umana ha la sua peculiarità in fatto estetico e non c’è una ragione teorica per lasciare fuori le persone con deficit da questa varietà e ricchezza di forme. Caso mai è brutto perché ridicolo un anziano che pretende di avere la bellezza di un ventenne o un ventenne che si atteggia comequalcuno più anziano di lui. Si determina un effetto di bruttezza quando in generale una bellezza cerca di snaturarsi ed omologarsi in favore di un altra, di una bellezza ritenuta più vincente. Questo è un pericolo molto presente anche per un disabile: l’essere identificati come una imitazione venuta male di un originale, di un modello naturale e normale. Una imitazione, ricorda Rosenkranz è sempre brutta perché denota mancanza di creatività, di originalità, è povera di vita. E’ la sensazione che provano due persone vestite nello stesso modo che si incontrano ad una festa. Oppure quando guardiamo un quadro e lo troviamo molto bello, e poi ci dicono che in realtà quel quadro è una imitazione di un altro, o magari è un falso. Si capisce facilmente il perchè non c’è peggiore offesa per un pittore dire di un suo quadro “sembra una fotografia!” come non c’è peggiore offesa per un fotografo dire di una sua foto “sembra un quadro!”.
Se guardiamo agli handicappati come persone che rincorrono faticosamente e, ancor peggio, senza speranza una condizione normale a loro preclusa è inevitabile il considerarli brutti. Quanto volte sentiamo dire di un disabile “guarda, adesso (o in questa foto) non sembra neanche disabile!”.
Se consideriamo la diversità di una persona con deficit per come è, slegata da una associazione mentale che del resto è scontato fare con la normalità, la sua originalità acquista aspetti positivi. Anche da un punto di vista estetico. Quando è morto il mio amico e collega disabile Alberto ho sentito questa frase:”Sono convinto che Alberto è rinato bellissimo da qualche altra parte di questo pianeta”. Mi sono chiesto fra me e me: perché, non era già bello prima? Come sarebbe stato Alberto senza i suoi movimenti spastici, le sue sudate, il suo modo di ridere, le sue parole borbottate che adesso ci mancano tanto? Come possiamo sentire la mancanza di una persona che non sia anche bella, nonostante le indubbie difficoltà che la sua condizione di disabile comportava? Provate a pensare ad un vostro amico, ai suoi difetti: un carattere un po’ troppo apprensivo oppure troppo collerico, un naso storto o troppo lungo, eccetera. Come sarebbe questo amico senza questi difetti. Sarebbe preferibile, è la risposta più spontanea. Ma proviamo a immaginarlo veramente senza questi difetti, a immaginare di viverci insieme, finalmente in pace, senza problemi, perfettamente d’accordo su tutto, simili in aspetto e uguali nella sostanza, sani-belli-forti come nelle migliori pubblicità …
Il cerchio alla testa
Per spiegare meglio: osservate questo cerchio: è il più perfetto che siamo riusciti a disegnare. Eppure guardando al microscopio scopriremmo che non è poi così perfetto come lo vediamo.Scopriremmo delle increspature sulla carta, la linea curva d’inchiostro della circonferenza tutt’altro che definita, per cui la definizione matematica di cerchio (come insieme dei punti di un piano la cui distanza da un punto dato è uguale o minore ad un numero assegnato) non sarebbe soddisfatta dal nostro disegno. In realtà tutte le figure geometriche che possiamo disegnare (perfino quelle al computer) non sono perfette se non nella nostra testa.Questo induceva Platone a sostenere che tutte le cose del mondo non sono altro che imitazioni imperfette delle idee e come tale il mondo, con tutto il suo ammasso di cose imperfette, soggette al tempo, alla rovina, alla morte, è un mondo brutto. Con la stessa logica rigorosa Platone ne deduce che l’arte, essendo a sua volta copia del mondo terreno, si discosta due volte dalla vera realtà, si allontana due volte dal vero essendo una imitazione di una imitazione.
Tutti i cerchi che possiamo fare sono cerchi imperfetti, con qualche difetto,con qualche deficit. Sono cerchi disabili. C’è una definizione di creatività abbastanza strana data da una persona di cui ci possiamo fidare: Picasso. La definizione è questa:”Creatività è la capacità di osservare bene le cose”.
Picasso richiama l’attenzione sulle cose in se stesse, non sull’idea che abbiamo di queste cose. Questo è un pensiero estremamente ricco perché ha moltissime applicazioni. Prendiamo ad esempio una classe di bambini. Il termine classe viene utilizzato in matematica per definire un insieme di oggetti con caratteristiche comuni. Essere creativi per Picasso significa tener sempre presente che non hai a che fare con idee astratte ma con situazioni e oggetti unici, singolari, che non sono riducibili ad idee chiare e definite, che come il nostro cerchio hanno dei deficit “ideali”. Naturalmente noi possiamo e dobbiamo ragionare per idee perché ciò può essere molto funzionale per gli scopi che ci prefiggiamo. Raggruppando per classi i bambini, classi d’età, è evidente che si vuole ottenere l’effetto di permettere all’insegnante di relazionarsi con soggetti che abbiano lo stesso grado di comprensione di ciò che loro viene insegnato. Ogni insegnante che si rispetti sa però che la classe di bambini non contiene soggetti uguali tra loro, e la sua bravura sta tutta nella capacità di adattarsi ad ogni bambino perché ogni bambino è diverso dall’altro. Non esiste il Bambino ma esistono i bambini. E’ molto utile conoscere il Bambino perché ci permette di programmare, di stabilire degli obiettivi, di darci degli strumenti (questo è il sapere scientifico che si può anche apprendere sul libri); poi però abbiamo a che fare con bambini che hanno dei nomi, delle storie uniche e irripetibili (e questo è il momento propriamente artistico della attività educativo, il momento della scelta degli strumenti, delle continue verifiche, eccetera …). Creatività è imparare a guardare le cose per quello che sono. Educare è imparare a guardare quel bambino per quello che è: ciò risulta più facile se guardiamo noi stessi per quello che siamo.
Scegliere la nostra originalità
Il nostro modo di guardare alle cose è frutto di una cultura, ha una storia. E’ molto importante familiarizzarsi con una abitudine a mettere in discussione le cose troppo evidenti. Facciamo un esempio. Il nostro modo di guardare allo spazio risente molto della concezione cartesiana per cui il valore di un punto è dato dal sistema di riferimento nel quale è inserito. Dal punto di vista della qualità un punto è uguale all’altro, cambia solo il valore a livello quantitativo. Mi spiego meglio: non esistono luoghi nel mondo che sono qualitativamente diversi dagli altri, cioè che ad esempio sono sacri. Un luogo è una entità misurabile. Punto e basta. Se entro in una chiesa o in un qualsiasi altro spazio che abbia in sè qualcosa di sacro, questo qualcosa non è misurabile, non è oggetto di scienza. Da qui a dire con i positivisti chequesto qualcosa non esiste, il passo è breve. Nel nostro mondo occidentale l’approccio scientifico di questo tipo ha allontanato il sacro dalla nostra dimensione. Questo tipo di visione è molto diversa da quella che propone Donjuan, lo stregone yaqui, a Carlos Castaneda, l’autore di vari libri di antropologia. In “A scuola dallo stregone” Castaneda racconta un episodio molto significativo. Avvicinandosi a Don Juan per diventare suo discepolo e farsi spiegare i misteri della magia yaqui, Castaneda scopre che quello che si è proposto non è così semplice da attuare. Innanzitutto Don Juan dice che acconsentirà a diventare maestro solo se l’aspirante supererà una prova che consiste nel cercare sulla veranda della sua casa il proprio punto dove stare. Il rettangolo della veranda non è un insieme di punti uguali fra loro (come potrebbe apparire a chi ha un modo di pensare cartesiano). Castaneda deve scoprire il proprio punto, deve capire da solo dove poter stare, anzi dove deve stare se vuole imparare. Ad una prima analisi della veranda a Castaneda sembra invece che ogni punto sia uguale all’altro. Sfinito dopo un giorno di ricerche, quando gli pareva ormai giusto desistere dallo scopo, si accorge che un punto della veranda gli sembra diverso dagli altri e sedendosi lì si sente bene. Quando Don Juan torna e lo vede seduto lì gli dice: “Bene, ha itrovato il tuo posto. Ora posso insegnarti”. Il sapere di Don Juan non è un sapere trasmissibile come quello scientifico, che si può scrivere sui libri e che tutti possono imparare. Essere discepoli implica l’aver scelto il proprio posto, e così essere maestri si può solo a certe condizioni. Ogni uomo è un essere originale, un origine che, come racconta l’etimologia della parola, significa essere una sorgente. Questo è più evidente con una persona disabile, ed essendo più evidente (come abbiamo detto in HP61) è anche più nascosto. Scegliere la nostra originalità significa ritornare alla sorgente, fare come il discepolo che su invito del maestro cerca il proprio posto, il posto che solo lui può occupare.
Conoscere come storia
Torniamo al cerchio. Abbiamo detto che ogni cerchio disegnabile su carta, rispetto a quello mentale, ideale, è una imitazione. A questo punto qualsiasi cerchio diventa sostituibile da un altro, con il criterio di preferenza di scegliere cerchi il più possibile perfetti (se il nostro obiettivo è quello di utilizzare il cerchio ad esempio per delle operazioni geometriche, o per costruire una casa). Da un punto di vista estetico invece la valutazione cambia.
Potremmo disegnare un cerchio rosso o uno blu e a livello geometrico non ci sarebbero variazioni particolari. Non cambierebbe nulla. Ma se dovessimo utilizzare questi cerchi come motivi decorativi di un vestito il criterio di scelta cambierebbe molto.
Ma che dire di una figura come questa: un cerchio deforme. La parte bassa di questo cerchio che è la più perfetta può aiutarci a costruire qualche regola geometrica. Invece nella parte superiore questa operazione è impossibile. Prima valutazione immediata: questo è un cerchio brutto, venuto male, inservibile. Non è così semplice trovare una regola per l’insieme dei punti di questo cerchio, (ma si può ancora chiamarlo così?). Non è così semplice calcolarne l’area. Qui i punti della sua circonferenza non sono equidistanti da un centro, anzi guardando bene, dov’è il centro? La definizione di cerchio, abbiamo visto, è una descrizione perfetta del cerchio e come tale è un contenuto conoscitivo che è perfettamente trasferibile da una testa ad un’altra. Se io dicessi ad una persona che non ha mai visto in vita sua un cerchio: “Disegnami l’insieme dei punti di pianola cui distanza eccetera, ovvero la definizione di cerchio)”, questapersona mi disegnerebbe proprio un cerchio. Ma se dovessi descrivere il cerchio deforme ad una persona che non lo sta guardando, non ce l’ha di fronte, sarebbe abbastanza difficile. Forse inizierei col dire: “sotto è come un cerchio normale (normodotato), poi invece nella parte superiore da sinistra va prima su poi scende un poco, poi torna su……Potremmo descriverlo come un semicerchio con sopra una linea strana. Potremmo, con l’aiuto del calcolo infinitesimale, calcolarne l’area (con l’attenzione di ricordarsi però che dall’area non se ne può ricavare la forma perché esistono infiniti cerchi deformi con la setssa area del nostro). Sicuramente esiste una formula matematica che definsce e descrive il cerchio deforme ma non è così evidente-immediata, sarebbe impossibile partendo da essa farci una immagine mentale del nostro cerchio.
Forse se fosse un logo di qualcosa dovremmo dargli un nome. Non sarebbe più il Cerchio ma avrebbe un altro nome, un nome particolare, unico. Per evitarci cerchi alla testa potremmo appallottolare questo foglio di carta e buttarlo giù nel cestino Tarpeio.
Se per descrivere la fìgura del cerchio deformato utilizzassimo una griglia tratteggiata, magari degli assi cartesiani, potremmo descrivere meglio il deficit del cerchio in questione. Quello che però siamo comunque costretti a fare è di andare oltre la definizione di cerchio perché non descrive anche il cerchio deforme che abbiamo disegnato. Questo cerchio ci obbliga ad una descrizione più particolareggiata, non si accontenta di uno sguardo veloce ma richiede tempo e ricerca. Si potrebbe scoprire che quel cerchio inutilizzabileper gli scopi ordinari, si può utilizzare in altri modi. Strumenti diversi servono anche per risolvere problemi diversi. Il deficit di perfezione del cerchio può diventare una risorsa.
Il Bel Niente
Parlare di deficit come risorsa può apparire una contraddizione in termini.Generalmente si pensa ad una risorsa come qualcosa che c’è, che esiste, non come qualcosa che manca, non come un’assenza, un deficit. Eppure, sarà che la realtà ama essere contraddittoria, una mancanza-deficit può diventare significativa, almeno quanto il silenzio, quanto una pausa all’interno di unbrano musicale. Il silenzio non è assenza di musica ma assenza di suono: la musica infatti è armonia di suoni e silenzio. Un deficit non è assenza di umanità, di significato, di valore, ma assenza potremmo dire di normalità (parola che si porta dietro una accezione positiva e una negativa), abbassamento o innalzamento, a seconda del punto di vista, della soglia dei nostri limiti in quanto esseri umani. Il Progetto Calamaio nelle scuole elementari propone questo gioco: promettiamo ai bambini un bellissimo regalo se riusciranno a batterci in una delle scommesse che spesso facciamo con loro. Ma quando mettiamo le mani in tasca per tirar fuori il regalo, tiriamo fuori un Bel Niente. In effetti in manonon abbiamo che un Bel Niente. Qualcuno può essere deluso, qualcun’altro può anche ritenersi preso in giro, eppure si scopre che questo Bel Niente, inaspettatamente, è pesante, molto pesante, e anche voluminoso. E’ divertente mimare di avere fra le braccia questa cosa così ingombrante e ancora più divertente è passarla al compagno che sta vicino. Il Bel Niente passa di mano in mano fino a ritornare all’educatore che l’aveva tirato fuori dalla tasca. Il vantaggio del Bel Niente è che può diventare quello che vogliamo, può anche diventare molto piccolo e leggero come una bolla di sapone. Un altro enorme vantaggio è che si può portare dovunque ed è così comodo che spesso non sisa di averlo in tasca. Infatti, invitando i bambini a controllare nelle proprie tasche si scopre proprio che alla fine, tirando fuori tutto quello che c’è in tasca, in mano resta un Bel Niente. Se un bambino tira fuori dalla tasca una gomma o un fazzoletto o tutte e due le cose insieme, alla fine in tasca rimarrà sempre un Bel Niente. In fondo questa è l’unica certezza che abbiamo (nelle proprie tasche infatti ognuno può pescare cose molto diverse prima di arrivare immancabilmente al Bel Niente), è l’unica cosa che ci accomuna tutti. Con la gomma si possono fare molti giochi (anche cancellare gli errori) ma non è facile immaginare, ad esempio, di avere in mano qualcosa di ingombrante: con il Bel Niente sì. Forse può sembrare che questo regalo abbia un deficit di realtà: ad esempio non si può barattare o vendere, anche se si può però condividere, non si deteriora anche se lo si può utilizzare quasi sempre. L’unica cosa da temere è che ci si dimentichi di giocarci. Il deficit ha senso se riusciamo a giocarci, se riusciamo cioè a fare il gioco di essere handicappato.
Il Bel Niente diventa un Brutto Niente quando non riusciamo a connetterlo al tutto: Ma anche il Tutto può essere brutto, dittatoriale, senza il Niente. E se nelle nostre tasche fossimo condannati a trovare sempre qualcosa? Senza il vuoto ci sarebbe solo il pieno (anzi il Pienone, la calca, la folla che schiaccia ogni individualità), un ordine prestabilito necessario nel quale noi non abbiamo possibilità di vero movimento, perché tutto già c’è, tutto è già stato immaginato e creato. Dal niente invece possono nascere le idee più diverse. Il Bel Niente sta al Tutto come il silenzio sta ai suoni, ed è in questo gioco armonioso, musicale, misterioso, che ogni essere umano, disabile e non, si avventura.
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