6. Quale assistenza
- Anno e numero: 1997/58
a cura di Nicola Rabbi
Di riforma dello Stato sociale oramai se ne parla ogni giorno su tutti i mezzi di informazione; ma all’interno si questo dibattito quali sono le prospettive dell’assistenza, dove si sta andando oggi in Italia? Abbiamo girato la domanda ad una serie di persone impegnate a livelli diversi in questo settore.
Mons. Giovanni Nervo, Fondazione Zancan
Dipendono dalla linea culturale-politica che prevarrà nel nostro Paese nei prossimi 2-3 anni.
Se prevale la tendenza a costruire la società italiana su una economia liberista del mercato sarà accentuato il carattere emarginante dell’assistenza: ai poveri penserà l’assistenza affidata alla beneficenza dei ricchi, e alla libera iniziativa del terzo settore; i ricchi risolveranno i loro problemi con il mercato.
Se prevale la tendenza a costruire la società italiana su una economia sociale del mercato, lo Stato cioè la società organizzata che si fa carico del bene comune, cioè di tutti e di ciascuno, garantirà i servizi essenziali a tutti i cittadini, eguali per tutti: a chi manca di risorse li darà gratuitamente; a chi dispone di risorse chiederà una compartecipazione alla spesa dei servizi in base al reddito e al patrimonio, cioè alla ricchezza di cui ciascuno dispone.
Il problema è quali servizi riteniamo essenziali e con quali strumenti viene accertato il reddito e il patrimonio.
Alcune delle dieci proposte di legge che sono in discussione in Parlamento sulla riforma dell’assistenza stanno a metà strada: affermano, secondo la costituzione il diritto degli indigenti all’assistenza, ma conservano il concetto di assistenza e beneficenza della legge Crispi, e di conseguenza l’emarginazione dei poveri.
La fondazione Zancan insieme alla Caritas italiana ha elaborato una proposta di legge che è stata fatta propria da alcuni parlamentari (alla Camera dai Cristiani-sociali, primo firmatario l’on. Lucà, dal PPI, prima firmataria, l’on. Russo Jervolino, al Senato dall’on. Ersilia Salvato, unica firmataria).
La proposta si intitola: “Legge quadro sul sistema dei servizi alla persona”.
Ha queste caratteristiche:
– si incentra sulla persona e sulla famiglia;
– di conseguenza propone un unico sistema di servizi, integrati, sociali, sanitari;
– si ispira alla sussidiarietà: perciò parte dai Comuni e non dal Ministero; richiede però la corresponsabilità di tutti Stato, Regioni, Comuni, per garantire la esigibilità dei diritti; la gestione dei servizi sociali e sanitari è affidata ad una sola azienda dipendente non dalla Regione, ma dai Comuni;
– nei piani di zona, che devono dare risposte puntuali ai bisogni della popolazione sono coinvolte tutte le risorse della comunità locale, quelle istituzionali, quelle del terzo settore, quelle del mercato in un programma organico di intervento.
Le prospettive dell’assistenza?
In un sistema di servizi alla persona entra nell’ombra l’assistenza, che va però rafforzata quando il bisogno è reale, e rimane in primo piano la persona che ha eguale dignità nel ricco e nel povero.
Francesco Santanera del C.S.A (Coordinamento Sanità e Assistenza fra i movimenti di base)
Per le persone che non sono in grado di autodifendersi, allarmanti sono le prospettive del nuovo Stato sociale che il Governo e il Parlamento stanno predisponendo
1. Il documento Onofri ed i Sindacati intendono escludere dal Servizio sanitario nazionale gli anziani malati cronici non autosufficienti.
Nelle controproposte di CGIL, CISL e UIL alle ipotesi del Governo sul Welfare State è stato addirittura inserito quanto segue: “A fronte dello straordinario aumento degli anziani non autosufficienti portatori di domanda assistenziale difficilmente controllabile, si propone l’attivazione di un fondo specifico su base contributiva”. La gravità della proposta dei Sindacati emerge sia dalla collocazione della proposta stessa nel paragrafo “Politiche di sostegno agli individui ed alle famiglie” (il che dimostra l’inserimento nel settore dell’assistenza) e non nel capitolo “Sanità”, sia dal fatto che le leggi vigenti garantiscono anche ai malati inguaribili e non autonomi le prestazioni del Servizio sanitario nazionale (come è conformato dalla sentenza della Corte di Cassazione 10150/1996), sia dal pagamento dei contributi assicurativi effettuato dai lavoratori a seguito dell’impegno assunto dal Parlamento (legge 692/1995) di assicurare le necessarie cure sanitarie senza limiti di durata, comprese – occorrendo – quelle ospedaliere indipendentemente dalla tipologia e la durata delle malattie.
2. Le proposte di legge di riforma dell’assistenza attualmente discussa presso la Commissione “Affari sociali” della Camera dei deputati, non prevedono alcun diritto esigibile da parte delle persone e dei nuclei familiari che hanno bisogno di essere aiutati per poter sopravvivere.
3. I disegni di legge presentati in materia di adozione dei minori in situazione di abbandono materiale e morale sono orientati al riconoscimento di presunti diritti degli adottanti. Si arriva a prevedere che un ottantenne possa adottare un neonato!
4. Gravissime inadempienze si verificano ogni giorno nei confronti di decine di migliaia di handicappati: non vengono eliminate le barriere architettoniche, mancano da decenni strutture diurne e residenziali per i soggetti privi di sostegno familiare, la legge sul collocamento obbligatorio non è rispettata nemmeno per gli handicappati aventi piena capacità lavorativa.
5. Escluse le poche centinaia di persone che operano per la promozione dei diritti dei cittadini più deboli e, in particolare, di coloro che non sono in grado di autodifendersi gli altri volontari (500 mila secondo alcune ricerche) nulla fanno per ottenere dalle autorità preposte il riconoscimento concreto delle esigenze e dei diritti dei soggetti prima elencati: anziani malati cronici non autosufficienti, bambini istituzionalizzati, handicappati intellettivi gravi e gravissimi, ecc., limitandosi quasi sempre a svolgere una semplice funzione consolatoria.
Stante questa situazione, è impensabile che il nuovo Stato sociale rispetti le esigenze fondamentali delle persone non in grado di autodifendersi, poiché mancano attualmente tutte le premesse etiche, politiche e sociali.
Don Vinicio Albanesi, CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza)
Oggi quando si parla di riforma dello Stato sociale si parla per lo più di previdenza e non di assistenza, si discute di pensioni e di riforma dell’assistenza non se ne parla. Attualmente siamo in attesa del testo unificato dell’on. Signorello.
Però se non si costituisce un fondo sociale, visto che si contrae il fondo sanitario, si corre il rischio che l’assistenza si fermi solo all’enunciazione dei principi.
Inoltre il rapporto tra pubblico e privato non è stato definito. C’è chi dice che il settore del non profit sia un vero e proprio mercato e c’è chi dice che questo settore non può sopravvivere se lo si intende solo in questo modo.
Penso comunque che lo Stato sociale non deve essere destinato solo ai poveri perché in questo modo si tradurrà nella semplice sopravvivenza dei più bisognosi.
Flavio Cocanari, responsabile settorew handicap CISL
C’è una nuova consapevolezza del fatto che l’assistenza deve concretizzarsi in servizi alla persona o alla famiglia e che devono essere gestiti dagli Enti Locali. Questa consapevolezza è ormai anche dei politici.
Se l’assistenza viene fatta dagli Enti Locali, questi devono avere però anche le fonti del finanziamento, il sistema fiscale deve essere riorganizzato in questo senso.
Un altro elemento di novità è la consapevolezza del ruolo del privato sociale senza fine di lucro: finalmente sembra essere passata l‘infatuazione verso il privato sociale che viene visto in un modo un po’ più concreto. Recentemente si era passati dall’ideologia del tutto pubblico al privato è bello fino ad arrivare all’apoteosi del privato sociale; quello che è importante è che si realizzi una forma di democrazia di soggetti in cui ognuno da il suo contributo.
Si assiste anche ad un ridimensionamento dell’assistenza economica diretta rispetto al ruolo dei servizi: è chiara l’idea che qualsiasi prestazione economica non può che essere di supporto ad una rete di servizi che deve comunque esistere.
Per quanto riguarda l’assistenza economica dietro alle definizioni come assegno sociale e assegno di minimo vitale si nascondono diversi significati che vanno chiariti.
L’assistenza significa in generale assicurare il diritto al cittadino di vivere attivamente la sua cittadinanza e quindi di ricevere tutta una serie di attenzioni che gli permettono di esprimersi liberamente; queste attenzioni possono essere declinate in servizi, in trasferimenti economici in agevolazioni fiscali.
Il problema principale riguarda il reperimento dei finanziamenti: quali risorse devono essere riconvertite? Quali interessi si devono colpire? In generale il problema è quello di mettersi d’accordo su quali devono essere le fonti di finanziamento del Welfare State.
Nina Daita, responsabile settore handicap CGIL
Formulare, oggi, previsioni di come cambieranno, o se cambieranno, le prestazioni godute attualmente dai disabili all’interno della riforma dello stato sociale, sarebbe prematuro. Oltre correre il rischio di innescare falsi allarmismi o rosee aspettative. Il mio intervento, pertanto, si limiterà a quanto elaborato dalla CGIL dopo aver esaminato il documento del Presidente del Consiglio, in occasione dell’incontro a Palazzo Chigi del 18 Giugno.
La stratificazione di varie disposizioni legislative e la settorizzazione degli interventi hanno creato e creano iniquità inaccettabili in campo assistenziale, di qui la necessità di realizzare un assetto legislativo che trasformi l’assistenza in diritto di cittadinanza. Di cui: la separazione tra assistenza e previdenza, e la riforma dei criteri di riconoscimento dell’invalidità civile, (provvedimento, quest’ultimo che doveva essere già attuato come delega alla legge 335/95), sono presupposti fondamentali.
In particolare per quanto concerne il primo punto, si dovrebbe prevedere misure di funzionamento specifico per gli anziani non autosufficienti.
Basti pensare, per ritornare ai disabili, che oltre il 60% dell’indennità di accompagnamento sono percepite da ultrasessantacinquenni.
La riforma del riconoscimento dell’invalidità civile è altrettanto fondamentale. Non si può continuare a percentualizzare la disabilità, e utilizzarla per l’intera gamma delle prestazioni, (tickets, previdenze economiche, ecc.).
Il riconoscimento deve essere funzionale all’indipendenza dell’individuo. In sintesi si tratta di dare risposte articolate in rapporto ai diversi gradi di bisogno sia per le provvidenze economiche, che l’erogazione dei servizi, nonché per l’inserimento mirato al lavoro.
Infine, preso atto che il terzo settore è destinato a ricoprire ruoli importanti nella realizzazione del nuovo stato sociale. Occorre evitare la formazione di un mercato che identifichi nel no profit la possibilità di fornire servizi alla meno spesa, alla stregua di certi subappalti di mano d’opera a basso costo, ma con nessuna garanzia di professionalità.
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