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Autore: admin

Le interviste, i risultati

Uno dei risultati ottenuti riguarda addirittura la fase precedente alle interviste vere e proprie: infatti, la maggior parte delle persone che hanno contattato l’indirizzo e-mail o il numero telefonico della ricerca chiedeva, tra le prime informazioni, se altre persone con le loro stesse problematiche avessero già dichiarato la disponibilità a farsi intervistare. Un modo per chiedere, in sostanza, se esistevano altre persone disabili omosessuali e se il progetto aveva già trovato un riscontro. Costoro, infatti, fino a quel momento, non avevano avuto riscontro di altre persone “come loro”, e si erano sentiti soli e invisibili. Il sapere invece che il progetto stava raccogliendo adesioni, a parte la sorpresa iniziale anche da parte degli intervistati, ha nel tempo portato a ripetute richieste di poter incontrare tutti coloro che stavano partecipando al progetto, in modo da avere la consapevolezza di non essere soli.
Per tutte le altre tematiche emerse, ci baseremo sulle parole degli stessi intervistati.

Essere omosessuale e disabile
Partiamo subito con l’analizzare l’unione delle due tematiche, anche se ci torneremo sopra, soprattutto per quanto riguarda le strategie attuate dagli intervistati: se infatti spesso è uno dei due aspetti che prevale sull’altro, creando più difficoltà in base a uno dei due, spesso è anche vero che una delle due componenti ha favorito l’accettazione dell’altra. In generale, però, si può dire che la compresenza di omosessualità e disabilità è raccontata da quasi tutti gli intervistati come un evento che comporta più difficoltà nella vita quotidiana, privata, lavorativa e sociale, sia di tipo pratico sia di tipo relazionale.

Essere omosessuale e disabile è un doppio svantaggio? Sicuramente sì. Io non la vedo proprio tanto così, ma dall’esterno si percepisce come una doppia disabilità. Come l’ha vista mia cugina quando mi ha detto: “Avrai una vita difficile”. Forse intendeva questo: già sei disabile, e per questo avrai una vita difficile, in più sei più gay, avrai la vita ancora più difficile.

Vuol dire appartenere a due categorie che normalmente sono soggette al pregiudizio.

Se fossi eterosessuale penso che vivrei la vita in maniera più leggera, con meno tabù. Poi penso che sarei vissuto diversamente dal tessuto sociale, che ha una forma di non accettazione delle due cose legate insieme.

Il disabile senza l’omosessualità ha un problema in meno […] Sicuramente sono due problemi che si sovrappongono, perché la disabilità è un grosso problema e l’omosessualità, per quanto se ne voglia dire o parlare, rimane sempre un problema da risolvere o almeno da portare a un livello di equilibrio.

Fino a che non ho finito l’università è stato un disastro… Forse per il mio handicap, forse perché c’era questa omosessualità che non era venuta fuori… Mi sentivo un pesce fuor d’acqua, mi sentivo a disagio con me stesso, quindi difficilmente ci si può trovare bene con gli altri.

Mi piacerebbe un giorno svegliarmi la mattina e potermi presentare per quello che sono senza dovermi difendere, presentarmi come L., non come L. persona disabile, non come L. omosessuale, vorrei che la gente mi accettasse per quello che sono senza dovermi in qualche modo giustificare […] Io vivo nel Grande Fratello da 29 anni. Vorrei un giorno della mia vita senza sguardi.

Usualmente quando si pensa a una persona con deficit si pensa a una persona al centro di attenzioni ma che in pratica rimane con infiniti micro ostacoli giornalieri. Micro perché sono invisibili agli occhi dei più. Non bisogna pensare solo ai grandi centri urbani, ma anche alle piccole città a volte incuranti del rispetto per diversi orientamenti sessuali. Stati d’essere per nulla incorporati nella vita quotidiana e se questi due fattori poi si sommano in un unico individuo, rispettare se stesso diventa essenziale.

Già la disabilità è difficoltosa, nel mio caso dal punto di vista fisico: non poter alzare un braccio per grattarsi, non poter abbracciare un amico… però non mi pesa più di tanto. Sarebbe un discorso ipocrita dire che sono contento di essere così, perché non sono contento di non poter camminare però vivo serenamente, accettare no. Per quanto riguarda l’omosessualità credo di viverla ancora meglio. Non è stato facile, perché ci sono stati dei momenti che mi sono sentito escluso, intanto perché omosessuale, ma soprattutto perché omosessuale disabile.

È una doppia disabilità.

È essere un gay un po’ più sfortunato degli altri.

Essere tutte e due le cose complica senz’altro più la vita, direi che si è disabile due volte o gay due volte: il gay disabile è emarginato perché disabile da molti normodotati ed emarginato dai disabili perché gay… complicatuccia la vita!

Si può essere discretamente felici essendo disabili e omosessuali.

Io vivo la disabilità come una sfortuna, perché non mi consente di fare ciò che voglio. Invece l’essere gay è una parte di me. Non c’è una sorta di aggravio nell’essere sia gay che disabile. Credo che un disabile eterosessuale non potrebbe fare di più ciò che vuole rispetto a me.

Famiglia e disabilità
Il rapporto con la propria disabilità sembra essere significativamente influenzato dal modo in cui
essa viene vissuta in famiglia.
Spesso le famiglie si mostrano impreparate di fronte alla disabilità. Se da un lato ci sono
famiglie che hanno fatto della disabilità un argomento tabù negandone quasi l’esistenza,
dall’altro ci sono famiglie che hanno offerto trattamenti iper-protettivi: gli intervistati
appartenenti a queste famiglie, a parità di altri fattori, sembrano vivere con maggior disagio la
problematica fisica e/o sensoriale e/o godere di minore indipendenza personale, fino, talora, a
vissuti di quasi totale isolamento. La sofferenza è comunque raccontata in entrambi i casi. Il
distacco dalla famiglia e l’acquisizione di maggiore autonomia, in questi casi, richiede forte
auto-determinazione e può comportare grandi sforzi e ad alti prezzi. Ci sono famiglie, altresì, nelle quali il tema della disabilità è dibattuto e sdrammatizzato e vengono forniti gli strumenti per elaborare la propria condizione, raggiungere buoni risultati lavorativi e rendersi autonomi. Le persone che hanno vissuto in contesti familiari “di fiducia” sono quelle che accettano e riconoscono meglio la propria disabilità.

L’handicap è sempre stato un argomento tabù, assolutamente non ne abbiamo mai parlato in famiglia. Esattamente come se non ci fosse. Quando ho preso la decisione di fare la protesi l’ho pagata di tasca mia. I miei non si sono preoccupati di niente, di come stavo io, di come vivevo, dei problemi che avevo in relazione all’handicap.

Mia mamma ha superato il trauma qualche anno fa, io ho 32 anni quindi ci ha messo 25 anni… Secondo me mi ha guardato, mi ha visto che ero tranquillo […] Non è che non mi accettava, ma era iper-protettiva, e più che non accettare me, non accettava se stessa, nel senso: “È colpa mia se mio figlio è così” […] Mio padre non ha avuto, almeno apparentemente, grossi traumi. Lui non mi ha fatto mai pesare la cosa. Non dico che non ci fosse. L’ha vissuta non come un problema, ma come una parte di me che c’era e che bisognava guardare. Non ne abbiamo nemmeno mai
parlato. […] Con mia mamma parecchio, però ultimamente, perché prima era argomento
tabù anche se adesso l’abbiamo risolto.

Loro non mi permettevano di avere una mia indipendenza. In questi anni io ho fatto una vita casa-lavoro, lavoro-casa, non avevo avuto modo di inserirmi all’esterno, c’era una barriera. […] Forse per “amore di mamma”, non riuscivano a comprendere che la vita delle persone non si può ghettizzare solo nella famiglia. Posso capire tutta la prudenza, ma la vita è fatta di tentativi e tutti portano a qualcosa.

Io per oltre vent’anni non conoscevo il mondo, solo scuola e casa. Vivevo in questa bolla protettiva. Verso i 24 anni, ho avuto una crisi e ho avuto 5 anni di depressione, non uscivo di casa, non vedevo nessuno, non frequentavo nessuno, perché non mi accettavo come disabile, come omosessuale e come credente.

Credo che tutto parta dalla famiglia. Se la stessa famiglia non accetta, la persona disabile non prenderà tanta coscienza di sé. Nel momento in cui la famiglia accetta, espone il proprio figlio alla società, dandolo è vero in “pasto ai lupi”, ma permettendogli anche di fare esperienze, di formarsi. E se la persona disabile non fa esperienze, non riuscirà ad accettarsi, perché non avrà mai un riscontro con la controparte.

Una piccola cosa però c’era: che quando passavo molti si giravano a guardare… Poi però ho avuto una famiglia molto brava, perché quando avevo un capriccio mia madre mi sgridava, sono arrivati pure degli scappellotti… Non avevano certo del pietismo.

Io ho parlato di questa diagnosi a mia sorella, che è più giovane, e a mio fratello. Quest’estate l’ho detto a mio padre che almeno con me è stato molto fermo, si è preoccupato degli aspetti pratici dell’eventuale problema, mi ha dato dei consigli pratici da papà evitando di affrontare il pensiero della impraticità della disabilità. È scattato in lui quello che è scattato in me: tenere lontano il pensiero. Con mia sorella invece all’inizio c’è stata la tragedia, è venuta a trovarmi, poi anche lei ha iniziato a informarsi per trovare quanto più possibile degli aspetti tranquillizzanti… Il sogno di tenere la situazione sotto controllo perché è l’unico scoglio a cui aggrapparsi. Come è successo anche al mio compagno: l’istinto di sopravvivenza al problema è quello di conoscere l’handicap.

La mia famiglia è stata molto d’aiuto, mi hanno sempre incoraggiato ad affrontare le cose da solo. Mi hanno sempre aiutato e continuano tuttora a farlo, però in certe cose mi hanno sempre aiutato ad arrangiarmi da solo. Ad esempio il tagliare la mela: io da solo non c’è la facevo, ma mia madre mi ha sempre detto: “Vuoi la mela?Tagliatela”, e siccome a me con la buccia non piaceva, mi sono messo lì e piano piano ho imparato a tagliare la mela, una conquista piccola ma…

Non hanno mai avuto problemi, mi hanno sempre invogliato a essere me stesso e non diverso dalle altre persone perché ho questo handicap. Hanno sempre voluto che io frequentassi persone normali, che non fossi ai margini. Io ho frequentato un liceo pubblico classico, ho fatto l’università. Loro volevano che mi laureassi perché diciamo che è una garanzia in più per quando in un futuro dovrò cavarmela da solo. […] I miei genitori hanno cercato di spronarmi a essere più indipendente possibile sia economicamente che mentalmente. Certo, l’indipendenza si prende a prezzi alti, con lunghe lotte. La prima volta, ad esempio, che ho voluto provare a prendere il treno da solo è stata una lotta in casa, per convincerli che ce la potevo fare.

Io penso di essere stato un ragazzo fortunato perché mi sento apprezzato per quello che sono, ho avuto stimoli, ho scelto, sbagliato, in un ambiente naturale. Devo solo ringraziarli per avermi spinto ad andare avanti.

Penso di aver avuto un percorso felice. Sono il quinto di cinque fratelli e il rapporto con loro mi ha aiutato molto, mi sono sentito parte di un insieme – che era quello dei fratelli, poi quello dei compagni di scuola. Anche lì sono stato fortunato, perché sono nato in un piccolo paese, quindi non ti senti mai in pericolo perché tutti ti conoscono. Altra cosa è che i miei genitori, non avendo studiato, hanno preso di petto in modo semplice il problema e non hanno mai accettato che io
frequentassi una scuola speciale, ma si sono battuti perché io frequentassi la scuola normale, ed è stato vincente. Se guardo a me stesso, la disabilità a me ha dato più vantaggi che svantaggi.

Mondo omosessuale e mondo disabile: come si percepiscono
Interessante è risultata la percezione, da parte degli intervistati, del mondo omosessuale nei
confronti della loro disabilità. Viceversa, anche il mondo dei disabili ha una propria percezione dell’ambiente omosessuale.

Mi sembra che le persone omosessuali discriminino un po’ meno le persone con disabilità rispetto ad altri… Sono, mi sembra, un po’ più aperte mentalmente.

Riguardo al sesso no, non mi sono sentito discriminato dagli omosessuali. Anzi, quando le persone sanno tutta la storia diventano più umane. Riguardo le storie d’amicizia o le persone con cui poi posso aver avuto qualche relazione, mi sono trovato sempre molto bene, non ho mai avuto storie brutte, non c’è stato nessuno che si è comportato male.

L’enfasi sul fisico perfetto penso che sia un problema generale.

L’enfasi sul fisico perfetto penso che sia trasversale. Penso che sia più diffuso tra i giovani questo modo di pensare, sia eterosessuali che omosessuali.

La mia disabilità non ha mai fatto indietreggiare nessuno. Non ho avuto la sensazione di essere isolato.

Non tutti i gay sono discriminatori, solo una minoranza, come tra gli eterosessuali del resto. Forse tra i gay è più accentuato il problema visto che si cerca la perfezione fisica, la bellezza… E il solo fatto che un gay esibisca certe anomalie fisiche può essere un problema per gli altri.

Nel mondo gay la parola disabile fa paura.

L’enfasi che oggi si mette sul fisico perfetto dei gay è un problema trasversale, ma è molto sentito all’interno del mondo gay. […] Ho iniziato a frequentare locali, ambienti, ed effettivamente la smania dell’estetica e dell’apparire è molto ampia. Il fatto è che si vede solo la punta dell’iceberg, perché non credo che tutte le persone che frequentano i locali siano le uniche a essere gay, anzi ce ne sono moltissime fuori.

Girando di più nel mondo omosessuale, pub, discoteche… posso dire che i gay in generale sono molto, molto selettivi. Il mondo gay è più selettivo, bello o brutto, estetica, estetica, estetica. E quindi…

L’omosessuale non disabile è come quell’associazione di cui parlavo prima che non conosceva l’omosessuale disabile. Per l’omosessuale normale l’omosessuale disabile non esiste.

Nel mondo omosessuale, se non si è fisicamente perfetti si è “fuori”. Se non si risponde a determinati canoni, non si viene considerati. Questo atteggiamento è comunque figlio della società. Comunque da chi lotta per non essere discriminato mi aspetterei un atteggiamento non dico più tollerante ma più umano, dove le relazioni interpersonali non si basano solo sul corpo.

Nelle chat i gay sono molto discriminanti specie quando uno dice apertamente di essere disabile.

Frequento il forum di Disabili.com. Conosco tramite Internet diverse persone. Ma anche lì il gay non è ben accetto. Vengono fuori le classiche parole offensive. Ho provato a spiegare la mia omosessualità: tre risposte di complimenti e altri che si lamentano che ci sono “ricchioni”.

Ho contattato un’associazione sportiva per persone che avevano dei deficit […] Sentivo molta omofobia e la cosa mi faceva molto ridere. C’erano dei disabili che facevano delle battutacce sui gay, sembrava una guerra fra poveri, una tristezza.

Il coming out
Solo una piccola parte degli intervistati, al pari di quanto osservabile nella popolazione
omosessuale in generale, è visibile come omosessuale in tutti gli ambiti della propria vita:
famiglia, amicizie, lavoro, relazioni in genere. Da questo punto di vista, vi sono molti aspetti in
comune con la vita delle persone omosessuali più in generale, e non ci soffermeremo. Tuttavia merita alcune considerazioni la situazione familiare: il coming out, cioè il fatto di dichiarare il proprio diverso orientamento sessuale, all’interno della famiglia è il momento più difficile. Sono molte le persone intervistate che danno per scontato che la famiglia sappia o abbia intuito, nonostante non se ne sia mai parlato esplicitamente. Per la maggior parte degli intervistati il coming out è avvenuto solo molto tardi o mai. Ciò non implica sempre e necessariamente un atteggiamento svalutante da parte della famiglia riguardo al tema dell’orientamento omosessuale. Spesso il silenzio coincide solo con una mancanza di dialogo sul tema della sessualità in genere. Tuttavia, il non voler dichiarare la propria omosessualità è spesso legato al fattore di vivere già una disabilità e di non volere dei “pesi” in più o di non essere dei “pesi” in più per i familiari. A volte, si tace sull’omosessualità perché la famiglia è già troppo protettiva e ansiosa nei confronti della disabilità, per cui si ha il timore di vedere ridotte le proprie possibilità di vita indipendente.

Nella mia famiglia non ne ho parlato. A casa mia non si è mai parlato di sesso, anche le mestruazioni di mia sorella sono state scoperte dopo due anni, quindi… Con i miei fratelli non ne ho mai parlato […] Vengo da una famiglia piena di tabù, ho genitori di altri tempi, anche politicamente schierati in una certa maniera, anziani, cardiopatie… All’inizio sì, c’era una forte voglia di avere benedizioni, non sentirmi in colpa. Poi si è attenuata. Mi devo gestire la mia vita senza per forza la presenza della mamma e del papà.

Ho scelto di non espormi tanto perché non volevo in famiglia creare ulteriori ansie, timori, perché l’omosessualità era vista come una perversione, solo sesso. Non si è capito che l’omosessuale è una persona che ama.

Penso che le loro reazioni potrebbero non essere favorevoli. Col tempo forse ci sarà accettazione per rassegnazione. Potrebbero anche essere intimoriti dai pareri della gente.

Sono invisibile […] per non complicarmi ulteriormente la vita, perché il mio obiettivo primario era: quando trovo il compagno di vita, parlo di questa cosa. Siccome “non è passato questo treno”, non ne ho mai parlato con i miei o con amici, né intendo farlo per una forma di autotutela, perché a causa della mia disabilità io sono dipendente da altre persone che poi magari non la digerirebbero bene.

Non lo sanno, non ancora, ma ne parlerò. Non avrò problemi nell’affrontare il discorso e lo farò se entrerà nella mia vita una persona importante.

Nonostante io abbia quasi la certezza che i miei genitori conoscano perfettamente le mie preferenze sessuali, preferisco non portare mai alla luce in maniera totale questa parte della mia vita, perché noto che a loro così dà meno fastidio e causa meno dolore.

Sì, io vivo bene la mia omosessualità, però ho fatto delle scelte come non dirlo ai genitori perché non hanno gli strumenti necessari per capirlo, sarebbe una sofferenza gratuita. Hanno già sofferto tanto per la mia disabilità.

Mia madre continua a ritenere che l’omosessualità è una malattia. […] Mio padre non ha avuto grossi problemi perché non se ne parla. Mi ha semplicemente detto una volta: “Fai quello che vuoi ma non farlo qui, perché la gente non deve sapere”. L’ho vissuta in maniera abbastanza drammatica perché mi facevano sentire in colpa per una cosa che nemmeno avevo scelto.

Intorno ai 24 anni sono entrato proprio in questa stanza qua, mi ricordo che c’era mio padre vicino al camino e gli ho detto: “Papà, c’è una novità: sono omosessuale”, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Mio padre è stato zitto, mia madre si è incolpata del fatto e ha detto: “È colpa mia, è colpa mia” e ha minacciato di cacciarmi fuori di casa, ma credo che accada a tutte le persone, disabili o non disabili.

Secondo me mia madre ha avvertito sempre questa situazione di diversità nella mia vita. Il discorso l’affrontai con mia madre quando ho avuto la prima storia importante con un ragazzo. In quel momento ho trovato comprensione anche se secondo lei la storia sarebbe finita. Quando poi abbiamo parlato che per me non era così, che io avrei cominciato ad avere una mia vita, sono successe le prime discussioni molto forti.

Non voglio complicarmi la vita. Se lo vado a dire a mia madre, avrei dei freni in più da parte sua. Avrebbe dei timori in più a farmi uscire, direbbe “Se esci chissà cosa vai a fare…”, e quindi sarei molto meno indipendente. Ora mi lascia uscire con gli amici, anche se è iper-protettiva, perché ritiene che frequentiamo posti “normali”.

Il coming out della disabilità
Può sembrare paradossale la necessità di dichiarare la propria disabilità, ma per le persone che hanno un deficit non immediatamente evidente, l’esplicitazione della propria patologia può porre altrettante difficoltà quanto il coming out dell’omosessualità.
Frequente è il timore di essere rifiutati, che in alcuni casi si scontra realmente con reazioni di
allontanamento o atteggiamenti pietistici.

Ho iniziato la protesizzazione all’età di 18 anni utilizzando protesi interne, poi col tempo ho cambiato protesi iniziando a utilizzare quelle esterne che attualmente ho. Per cui sono passato da una disabilità invisibile a una disabilità dichiarata perché la protesi ora si vede. È stata una scelta maturata nel tempo, e anche sofferta, ho preferito per tanto tempo tenere nascosta la mia disabilità, perché mi è costato dimostrarmi disabile all’ambiente circostante, a scuola, sul lavoro, coi vicini di casa… Diciamo che non c’è una mentalità così aperta da considerare la disabilità come una forma di normalità.

Mi sono ricordato una cosa: fino a 16 anni non mi consideravo disabile, essendo nato così era la persona normodotata per me a essere strana, avevo questa percezione. Poi il mondo esterno mi ha fatto sentire diverso e dichiarare come diverso. Fino ad allora io vivevo benissimo.

Molti anni fa prima di fare la protesi riuscivo a nascondere questa cosa. Può sembrare assurdo ma mi sono ingegnato delle volte in modo da far sesso ancora vestiti. Poi arrivava il punto in cui
non potevo più mentire sul mio deficit, mi sentivo disonesto, allora quando veniva fuori facevano marcia indietro con delle scuse classiche.

L’essere rifiutati
Il primo incontro con potenziali partner non disabili è frequentemente fonte di frustrazione e
delusione: netti sono i rifiuti ricevuti a causa della disabilità, soprattutto se fisica.
Alla disabilità alcuni, inoltre, imputano il fatto di non essere mai stati parte di una coppia e di non
essere cercati come partner affettivi e/o sessuali. Grande sofferenza è raccontata a causa di
questo atteggiamento.

In tutti questi anni di utilizzo della chat non ho mai finto di essere qualcun altro e ho cercato, sin dall’inizio dei contatti con gente nuova, di far presente il mio stato fisico. Naturalmente ho dovuto anche accettare le conseguenze di una così bruciante e istantanea rivelazione, che nella maggior parte dei casi causava la fuga immediata dell’interlocutore, e nei restanti casi di temerari “chattatori” provocava iniziale imbarazzo e inevitabile curiosità a sfondo sessuale che ho subito imparato a metabolizzare rispondendo con naturalezza.

Non vengo tenuto in considerazione per quanto riguarda l’aspetto sessuale.

A volte è successo che ho conosciuto delle persone, di averle frequentate per 2-3 mesi. Ci troviamo bene ma appena conosciuta la mia disabilità… Dileguate!

A volte, se ero seduto, non si notava la disabilità, e piacevo. Il problema subentrava quando facevi vedere la tua disabilità, vedevi lo sguardo smarrito…

Quando dico che ho questo problema qua, che non riesco a fare le scale, vedi le facce, e poi basta, si allontanano, spariscono… Non sempre, però; ci sono persone che non si sono fatte alcun problema… Ma può far paura. Di solito la gente sceglie persone che non hanno problemi.

Io a volte ho risposto ad annunci, dicendo nella lettera che mandavo com’ero. Poi ho visto che alcuni non mi hanno risposto allora ho deciso di dirlo solo a chi mi contatta. Allora tantissime volte c’è stato un attimo di silenzio e mi hanno buttato il telefono in faccia. Altre volte hanno cercato di svicolare dicendo: “Oh, poi ci risentiamo”. Altre volte si arrivava al punto di fissare un incontro e io lo dicevo e ridicevo che sono disabile perché non fosse una sorpresa, perché magari arrivavo e vedevo le facce stralunate, deluse… Con questo non voglio dire che io non abbia avuto le mie esperienze, non solo sessuali ma anche emotive, ma sono state molto poche […] Quando si tratta di gruppi, di associazioni, io vengo accettato bene. È la ricerca di un compagno che è più difficile. Non è facile per nessuno, ma nel mio caso entra in gioco la disabilità.

La prima fase, cioè la conoscenza delle persone attraverso chat, annunci, ecc. è il momento
peggiore, perché più spesso sento che la mia disabilità è un ostacolo e perché la situazione virtuale fa in modo che la persona non possa rapportarsi con me come persona completa, e nel momento in cui le dico che sono non-vedente si trova ad affrontare questo particolare astratto da tutto il resto. Nelle relazioni che ho avuto, superato questo momento, la disabilità comincia a non contare quasi più. Anche qui possiamo ritornare al concetto della conoscenza come momento più problematico, e la disabilità si supera con le persone con cui si può superare, mentre altri chiudono le porte e basta.

Essere in carrozzina, anche se per me non è un grosso problema, per altri può esserlo perché si
pensa alla persona in carrozzina fragile, arrabbiata con il mondo.

Questa barriera io la comprendo, perché la difficoltà maggiore sta nel sentirsi forse incapaci a relazionarsi con me. C’è sempre la paura di ferire l’altra persona… Invece io amo quando le persone sono indiscrete nei miei confronti, perché vuol dire che c’è un dialogo nei miei confronti e attraverso il dialogo si superano le barriere.

Viviamo in un mondo un po’ di edonismo, di esteriorità, però io sono sempre portato a giustificarlo perché la scelta omosessuale è difficile, comporta un certo stress, uno stress in più che l’omosessuale ha da portare avanti rispetto all’eterosessuale. E gli stress lasciano il segno.

Penso che possa spaventare di più il fatto di essere coinvolto in un rapporto, quindi di accettare i limiti dell’altro, aver scarsa capacità di mettersi in gioco, di accettare la sfida di conoscere l’altro per i limiti ma anche per i suoi pregi.

Le persone non sanno che cosa veramente sia una persona con deficit. Può voler bene come chiunque altro, amare una persona, anzi, per me può trasmettere di più. Temono, invece, che una persona con deficit non possa trasmettere le stesse cose degli altri. Sono timorosi, anche se in parte li giustifico perché se non si hanno avuto delle esperienze e non si conoscono certe realtà…

Uscire e conoscere persone
La chat è lo strumento più utilizzato tra gli intervistati, per chiacchierare e venire in contatto con altre persone, e conoscere eventuali partner. Soprattutto tra coloro che hanno difficoltà motorie.
Spesso, inoltre, l’accesso ai locali, anche quelli delle associazioni GLB, è precluso perché irto di barriere architettoniche o malagevole, o l’ambiente è inospitale per chi ha deficit sensoriali o patologie particolari.

La mia malattia prevede tra le regole di non espormi al calore, quindi in una sauna non potrei entrare perché accentuerebbe lo stato della patologia.

Penso che ci sia una difficoltà di tipo oggettivo, perché quando frequento una sauna e sono costretto a togliermi gli apparecchi acustici questo crea parecchi disagi perché riduce la capacità sensoriale di capire gli altri e ovviamente riduce la capacità di socializzazione, perché a volte mi sfuggono le parole, delle parti del discorso.

I maggiori locali gay della mia città sono inaccessibili. Sono locali progettati per gay “normodotati” perché non esiste l’idea di disabili gay.

C’è una spiaggia gay per raggiungere la quale c’è da fare un lungo percorso piuttosto insidioso. C’è stato un tempo in cui avrei voluto andarci, ero sicuro che il percorso fosse fattibilissimo per me, ma non ho trovato gay disposti a portarmici. […] Penso che dovrebbero munirsi di tutte le attrezzature necessarie e cercare di predisporre qualche aiuto per chi ha problemi di autonomia.

Ho faticato a trovare delle persone pagate da me che mi portassero nei locali gay. Ho messo un annuncio per trovare un autista e molte persone quando sentivano la parola gay mi insultavano. Purtroppo la società è questa.

Oltretutto il circolo Arcigay non era molto a norma per i disabili, perché era al terzo piano, e le rampe di scale erano molte… Il problema non sono solo le scale, può essere anche il posto per sedersi: se è troppo basso non va bene perché non riesco poi ad alzarmi.

Non frequento le associazioni e i locali, perché in genere sono in seminterrati, con scale. Se c’è qualcuno mi sento più sicuro. Però se ci sono 10 scalini io non ce la faccio, mi sento osservato, gioca la psicologia. Se i locali fossero accessibili non si risolverebbero tutti i problemi dei disabili omosessuali, ma almeno ci sarebbe maggiore possibilità di incontri, di farsi conoscere, dal vivo si noterebbero tante altre cose e non solo la disabilità.

Vita affettiva e relazionale
Gli intervistati con deficit fisici più invalidanti, o che provocano una quasi totale immobilità, hanno maggiori difficoltà, oggettive e soggettive, nello sperimentare la propria vita affettiva e sentimentale. Ci sono persone invece che, nonostante notino i già citati comportamenti respingenti, sono riuscite a costruire, nel loro presente o nel loro passato, una vita di coppia, affettiva e sessuale soddisfacente e duratura (anche più di venti anni). Queste persone imputano all’atteggiamento personale positivo e propositivo, alla loro piena accettazione dell’omosessualità e della disabilità, e alla maturità e sensibilità dell’altro i loro incontri fortunati. Essere diversamente abili, se da un lato penalizza nell’instaurare rapporti, dall’altro è ritenuto irrilevante o arricchente nella relazione quando essa è duratura.

Non si tratta di sesso, è bisogno di puro contatto fisico. Tante volte a me manca il contatto fisico in sé. Raramente le persone mi toccano, forse per una forma di riservatezza, e non per cattiveria, però mi manca una persona che mi mette anche semplicemente una mano sulla spalla. Mi manca.

Il mio corpo non avrebbe potuto darsi completamente, penso… Non ho mai avuto l’opportunità di sperimentarlo […] Io non mi vedo al fianco di una persona. Non mi vedo in quanto disabile gay, ma soprattutto in quanto disabile. Perché io penso che non potrei chiedere a una persona comune il sacrificio di starmi vicino, di subire le mie limitazioni, il fatto di non poter andare in discoteca, di poter viaggiare poco… Non gli chiederei mai un sacrificio così grande.

Il sesso è una scoperta e sicuramente questo non avviene se nell’altro non c’è l’accettazione, la maturità di affrontare questo discorso. È “particolare”, ma non impossibile.

Siamo una coppia rara. Lo dico con presunzione. Per accettare una relazione con una persona disabile devi essere davvero innamorato, perché alcune cose sono difficili da digerire. In termini affettivi non c’è nulla da invidiare. Dal punto di vista sessuale la questione è legata ai limiti fisici, e pesa più a me che a lui. Non avere la forza di stringerlo forte mi pesa, però se io non riesco ad alzare il mio braccio, lui lo alza per me.

Quello ad avere più preoccupazioni dell’impatto della mia disabilità nel nostro rapporto di coppia, sono stato proprio io! Avevo paura che le mie limitazioni fisiche nei rapporti sessuali avrebbero prima o poi inevitabilmente compromesso anche i sentimenti instauratisi tra di noi. Ma era solo una mia limitazione mentale.

Io ho un gruppo di amici normodotati omosessuali che hanno difficoltà ad avere un compagno, io che sono omosessuale disabile ho un compagno. È una cosa che mi fa riflettere, che mi fa chiedere dov’è e cos’è il limite.

Le associazioni
Un particolare che emerge da tutte le interviste è che, complessivamente, le associazioni sono poco frequentate, sia quelle GLB sia quelle che si occupano di disabilità. La maggior parte degli intervistati, infatti, riferisce di non aver avuto mai contatti con associazioni, o di avere avuto brevi contatti rimanendo però delusi e insoddisfatti. Una frase colpisce più di tutte le altre e riassume la scarsa frequenza all’associazionismo: C’è una strana tendenza in entrambi i tipi di associazioni a ignorare la presenza dell’Altro.
Spesso il sentimento che impedisce a queste persone di contattare o frequentare le associazioni è il timore di entrare a far parte di un circolo chiuso con limitati contatti con il resto della società. Inoltre, per quanto riguarda nello specifico le associazioni che si occupano di disabilità, si può riscontrare che molti degli intervistati provengono da percorsi di istituzionalizzazione ospedaliera e riabilitativa molto lunghi e faticosi: per cui, probabilmente, non si ha più tanta voglia di ritrovarsi ancora una volta in mezzo a molte persone con disabilità.
Tuttavia, gli intervistati non hanno posto solo critiche, ma hanno anche promosso suggerimenti e
richieste chiare e concrete a entrambe le categorie.

Le associazioni GLB
Nel dettaglio, per quanto riguarda la realtà GLB, i motivi principali della mancata adesione a
una associazione o del suo abbandono sono in buona parte legati alla presenza di barriere architettoniche (scale, bagni non adattati…) di cui si diceva prima in riferimento alla possibilità di uscire e frequentare luoghi di incontro. Ma in generale si avverte l’associazionismo GLB come ghettizzante, o scarsamente efficace. Inoltre, non dimentichiamo la poca presenza di associazioni GLB al Sud rispetto al Nord Italia, e in provincia rispetto ai grandi centri. In più viene lamentata la presenza di barriere culturali, e la mancanza di spazio mentale per le persone disabili. Inoltre si avverte la mancanza di una persona disposta ad accompagnare chi è disabile in un’associazione GLB, e anche la mancanza di una persona all’interno dello stesso associazionismo, disposta a fare una prima accoglienza, ad andare incontro in caso di necessità. Del resto, va detto che chi frequenta regolarmente associazioni GLB dichiara di essersi sentito ben accolto e compreso sin dall’inizio, di aver trovato sostegno e sensibilità e di aver superato molti complessi proprio grazie all’inserimento in un gruppo di persone con cui condividere difficoltà, lotte ed entusiasmo.

Sono ghettizzanti, non sono aperte alla società. […] Per far passare un messaggio di normalità bisogna comportarsi normalmente. Quando organizzano un Gay Pride mi sembra ridicolo, anche se in quel caso sono i media a dare per lo più un’immagine sbagliata, del gay vestito da donna, perché ci sono anche gli omosessuali in giacca e cravatta che lavorano in banca.

Trovo sia ghettizzante.

Abito in provincia, non conosco simili attività organizzate in zona.

Non è facile avere relazioni senza frequentare ambienti gay, se poi come me si abita in provincia è praticamente impossibile. Non ci sono associazioni GLB nella mia città.

Se io andavo lì mi piaceva poter parlare con altre persone, sentire i pensieri di tutti gli altri. Andava bene lo scherzo, prendersi in giro e giocare… Però avrei voluto anche che ci si fermasse un attimo a pensare a una soluzione per qualcosa, fare qualcosa di più che stare chiusi a leggere dei libri o a ridere.

In generale alla mia disabilità hanno reagito con un po’ di freddezza. Non era un ambiente sciolto, avvertivo un certo distacco. Poi c’è stata qualche eccezione.

Di fronte alla mia disabilità, in associazione, c’è stato uno sgomento generale.

Non erano molto interessati al problema della disabilità.

Nell’associazionismo non ho avuto mai problemi. Non mi sono mai sentito né inferiore né usato, sono stato ben accolto.

L’Arcigay in questo caso è la più disponibile. Poi con la mia entrata c’è stata l’idea di costruire un’associazione per disabili. C’è stata una manifestazione, sono salito su un palco grazie a loro e ho fatto un appello alle persone e ho detto che esistiamo anche noi, noi disabili omosessuali. L’Arcigay si è sempre dimostrata un’associazione sensibile.

Ho molta collaborazione da parte dell’Arcigay, perché mi danno molta attenzione. Quando dobbiamo metterci d’accordo, io so di poter fare affidamento su di loro, cerchiamo di collaborare e questo mi dà soddisfazione. Io sono dell’avviso che l’ostacolo te lo crei tu, anche nelle associazioni. Se uno si fa volere bene ti aiuta a frequentare anche le persone al di fuori, perché io queste persone non le vedo solo all’Arcigay, ma ci sono andato a teatro, a mangiare…

Intorno ai 22 anni ho frequentato il circolo nella mia città. È stato un incontro un po’ casuale e un po’ ricercato, perché sentivo il bisogno di parlare di questo mio problema, di superare questa menomazione fisica dal punto di vista esistenziale e di accettare la mia omosessualità. Grazie al circolo ho conosciuto gente che mi ha apprezzato, che è stata attratta da me e ho visto che la mia menomazione non era una cosa che poteva impedire un rapporto omosessuale, umano e di coppia.

Il potermi inserire in questo gruppo mi ha aiutato, in minima parte. Ho avuto l’opportunità di avere il confronto diretto con chi aveva il mio stesso problema. Prima mi sentivo come un “carciofo”. E poi ogni problema posso comunicarlo con loro, e loro se possono mi vengono incontro, anche in piccole cose, come per esempio venirmi a prendere per una riunione… Sono un appoggio in più insomma.

Le associazioni per disabili
Molto spesso si accusano le associazioni che si occupano di disabilità di essere lontane dal mondo reale, di essere un circolo chiuso senza inserimento all’esterno. Inoltre si riscontra la mancanza di confronto non tanto sul tema dell’omosessualità, quanto sul tema della sessualità in generale: sono le associazioni per prime, insieme spesso alle famiglie, a mantenere la persona disabile come a-sessuata. A volte si riscontra la sensazione di essere strumentalizzati, e la scarsa collaborazione ed empatia anche tra gli stessi associati, il non sentirsi integrati nel gruppo a causa di disabilità diverse. Emerge anche uno dei temi più controversi riguardanti il terzo settore: le associazioni spesso si fanno la guerra tra loro per ottenere la fetta di torta più consistente. Pertanto, le associazioni che si occupano di disabilità sono spesso utilizzate solo come fonte di informazioni sulla propria patologia o sulle leggi correnti, o per il disbrigo di formalità burocratiche. Va detto, tuttavia, che alcuni intervistati hanno un’esperienza positiva delle associazioni per disabili, ma, nonostante le frequentino, nessuno si dichiara in esse come omosessuale.

Non c’è un inserimento esterno. Ti ritrovi cinquanta, cento persone tutte con la tua esperienza, non ti porta all’esterno. Blocca molto.

Sono iscritto all’associazione italiana cieche però non partecipo, perché è un mondo troppo chiuso, e questo fatto non mi aiuta. Ovviamente il discorso sulla sessualità è tabù: queste associazioni sono capeggiate da persone anziane che hanno un ruolo forte quindi si farebbe molta fatica a parlare. Le iniziative nascono fuori dai contesti associativi.

Non abbiamo mai affrontato tematiche di sessualità. Nell’ambiente dei disabili non esiste sessualità, i disabili sono considerati a-sessuati. Anche nei genitori non si pone questa problematica – come vivi tu, il fatto di avere un handicap e di avere delle esigenze, dei bisogni…

La sessualità non credo sia un tabù, solo che non è argomento di discussione, magari ci si concentra su argomenti più pratici.

Le associazioni che si occupano di disabilità dovrebbero affrontare di più il tema sessualità, come la persona disabile la vive, se la vive, se la desidera. È un problema che viene messo sotto la sabbia come uno struzzo.

Poi a un certo punto mi è venuto questo dubbio, ovvero: “ Sarò l’unica persona che è omosessuale e disabile?”. Quindi ho iniziato a chiamare tutte le varie associazioni, e molti operatori non si erano mai impattati con questa cosa. L’omosessuale disabile non veniva neanche preso in considerazione.

Io sono iscritto a questa associazione di invalidi, però vedo che l’argomento sessuale, non dico omosessuale, è un po’ trascurato.

Ci vogliono le associazioni, è bene che ci siano, ma non troppo selettive. Inoltre ci vorrebbe più pubblicizzazione delle tematiche sulla sessualità. Le associazioni parlano di teatro, di cultura, di cose che fanno i giornali ma di sesso e amore nulla. Io ho pile e pile di riviste sulla disabilità a casa, ma non hanno mai parlato di omosessualità, nemmeno lontanamente, anche se è una diversità. Se non ne parlano loro chi dovrebbe parlarne?

Ne ho fatto parte, ma il discorso era che il disabile era uno strumento, non era al centro. Il disabile va bene finché fruisce del servizio, poi se deve offrire partecipazione attiva ci sono dei problemi.

Ho chiesto aiuto a delle associazioni in passato e non l’ho avuto. Avevo chiesto un accompagnamento solo per andare fuori casa.

Una volta frequentavo le associazioni per disabili, ma ora non più. Fino adesso le associazioni hanno ragionato in questo modo: “Se ho una fetta di torta in più, invece che dividerla me la prendo io”. Per questo sono stato distante.

Mi sentivo inadeguato in tutti e due i casi. I ragazzi disabili erano per la maggior parte ragazzi in carrozzina o con problemi grossi, quindi non mi sentivo abbastanza disabile per poter stare a godere della loro comprensione e amicizia. E anche con quelli normali, che erano gli allenatori, mi sentivo diverso.

Mi sono sentito molto supportato dall’ANMIC nel momento del pensionamento.

Hanno un solo scopo buono secondo me: aiutano nelle pratiche burocratiche e qualche volta aiutano i più bisognosi.

Per quanto riguarda la disabilità, sono stato fino a qualche giorno fa coordinatore della Consulta cittadina comunale sull’handicap. Non sono stato iscritto personalmente ad associazioni di disabili, ma mi sono sempre battuto per migliorare la vita degli altri in qualche modo. Adesso che in Arcigay c’è la sezione di Handigay sto collaborando, prima no.

Un aiuto dalle associazioni?La parola precede sempre i fatti, bisogna iniziare a parlare.

L’associazione ideale
Anche se il mondo dell’associazionismo non sembra soddisfare pienamente le esigenze delle persone intervistate, è anche vero che, provando a immaginare un’associazione di persone
omosessuali con disabilità, gli intervistati rifiutano questa ulteriore etichetta differenziante, e
temono l’ulteriore marginalizzazione e chiusura eventualmente derivanti dal trovarsi in un
gruppo con caratteristiche eccessivamente selezionate e interessi ristretti.

Ci vogliono le associazioni, è bene che ci siano, ma non troppo selettive. Io voglio che tutto sia uguale per tutti. Se io frequento solo quelle persone lì poi mi recludo, mi chiudo in un campo. Quindi non voglio frequentare soltanto i disabili o soltanto una comunità di gay. Voglio che tutto sia intrecciato. Creare un gruppo chiuso in sé non va tanto bene […] Dobbiamo imparare insieme se non vogliamo essere discriminati. Solo allora si potrà accettare benissimo di stare con un gay abile e quest’ultimo potrà benissimo passare la serata con un disabile, adeguarsi alla disabilità e il disabile adeguarsi alle scelte, ai locali di un gay abile.

Secondo me è indispensabile innanzitutto che i disabili gay si conoscano tra di loro. È indispensabile che ci sia un qualcosa, un qualcuno che li metta in contatto tra di loro. E se poi vorranno, le persone creeranno un gruppo, ma non deve essere un’idea calata dall’alto. Non creare prima un gruppo e poi cercare di riempirlo, ma creare una rete che poi diventa un gruppo […] Fondamentale è scambiarsi notizie, informazioni, parlare a ruota libera.

Incontri di persone gay disabili che semplicemente s’incontrassero per capire, per vedere come vive l’uno, come vive l’altro, se hanno trovato delle soluzioni, dei modi di vivere differenti. A me piacerebbe tantissimo confrontarmi sulla mia condizione. Ma mi piacerebbe anche che ci fosse un confronto di integrazione con altri omosessuali non disabili.

Io credo nella comunicazione sociale, bisognerebbe comunicare una normalità, non isolarsi. Pensare a una forma di comunicazione nuova.

Le strategie
Anche di fronte a esperienze di vita drammatiche e a ostacoli quotidiani, tutti gli intervistati
mostrano di aver maturato strategie per superare le difficoltà e migliorare la propria condizione:
uno dei mezzi più utilizzati per uscire dalla solitudine, per conoscere persone e instaurare
relazioni è, come anticipato, l’utilizzo delle chat. Piuttosto ampio è anche l’utilizzo dei mezzi di comunicazione (trasmissioni televisive, pubblicazione di articoli, partecipazione a forum telematici) per lanciare messaggi di sensibilizzazione o protesta al mondo. Alcuni intervistati scelgono di impegnarsi in prima persona col proprio operato per far valere i diritti e le richieste di persone nella loro stessa situazione.

Da quando ho comprato il computer mi sono avvicinato al mondo omosessuale, faccio conoscenza con qualcuno via chat, ho dei contatti, anche se tutto molto virtuale.

Internet è stato un modo per dire: va bene, non sono solo.

Attraverso la chat ho scoperto un mondo nuovo. Esprime davvero le potenzialità di Internet. Si può cercare qualunque cosa si voglia e la si trova, non necessariamente sotto casa. Internet apre nuovi spazi importanti per i disabili.

Sono stato a Gay TV per sensibilizzare sul problema dei disabili omosessuali. Ho mandato una e- mail arrabbiatissima perché nel loro forum non si parlava di disabilità e omosessualità. Mi hanno chiamato subito.

Quando c’è un’iniziativa io mi fiondo perché mi metto sempre nei panni di chi non ha voce e non può gridare. Io posso farlo, ho i mezzi, ho un cervello, ho una voce, due braccia mi bastano.

Le risorse
Le risorse individuali, di creatività, a volte derivanti da specifiche esperienze di vita, sono un ulteriore strumento di fronte alla diffidenza e al rifiuto percepiti nella società e nelle persone in generale.

Quando vedo della diffidenza cerco di farmi conoscere a livello personale.

Penso però che la disabilità possa portare un arricchimento… Vedi i problemi come sono veramente… Magari, invece, le persone per un minimo problema fanno venire giù il mondo.

Non mi pongo limiti. Vado fin dove posso e ho imparato a chiedere aiuto quando serve. Non lo ritengo una cosa brutta, lo ritengo una cosa normale.

Probabilmente è molto più facile scrivere che parlare. Però se uscissimo fuori, se parlassimo, se capissimo e ci facessimo capire, sarebbe molto più facile… Io voglio lanciare questo messaggio a tutte le persone che sono sempre attaccate al computer: “Uscite fuori, bisogna muoversi!”.

Io ho usato la mia disabilità per suscitare curiosità, basta porsi bene e così c’è voglia di conoscere.
Io ho usato molto l’autoironia per far capire che per me questo non è un tabù. Se penso agli strumenti usati a scuola, che per me erano diversi, erano fonte di curiosità per gli altri. Di conseguenza si instauravano delle relazioni, e devo dire che ho un sacco di amici che mi vogliono bene. Non ho mai avuto problemi. L’esperienza vince.

Ho capito che io non sono tutto il mio handicap, quindi ho fatto quel salto di qualità che mi ha aiutato a superare le barriere.

Sono soddisfatto di come mi va ultimamente, visto che la mia giovinezza è stata un disastro mentre ora sto scoprendo me stesso e gli altri in un’ottica che prima non avrei mai immaginato. E poi ho capito che agli altri non importa se sono disabile, omosessuale, marziano. Chi mi apprezza mi apprezza perché sono S., al di là e al di sopra di ogni particolarismo, mi apprezzano per tutto il mio essere.

Io la disabilità l’ho superata così: sono riuscito a capire che la disabilità spesso è un nostro fattore mentale, sono dei blocchi che noi creiamo nella mente. Per cui la disabilità oggettiva esiste, però poi ne facciamo delle tragedie più grosse di quelle che in realtà sono.

Io ho cercato sempre di essere realista. Questo non vuol dire che non sogno, però non voglio violentarmi alla ricerca di ciò che avrei potuto avere e che non ho. Non voglio vivere di rimpianti, di ricordi.

Accettare la propria disabilità vuol dire accettare anche il fatto che ci sia gente che non l’accetta.

Quando omosessualità e disabilità si incontrano
Significativo è quanto riferito da alcuni intervistati in merito allo stretto rapporto tra
omosessualità e disabilità come componenti che consentono l’accettazione l’una dell’altra. Un altro elemento degno di attenzione, notato in un paio di casi, è l’impressione che l’omosessualità serva a rendere la disabilità meno sgradita: l’omosessualità diventa una sorta stravaganza utile a cancellare agli occhi degli altri la disabilità.

È stato accettato meglio il deficit perché è arrivato prima […] L’accettazione dell’altro mondo [quello omosessuale] pensavo che potesse sgretolare il resto […] Il mio rapporto con gli altri per me è essenziale e l’idea che questi legami potessero saltare per una non accettazione mi terrorizzava. Però la vita è una sola, uno non può farsi delle colpe. Soprattutto la sensazione bella che ho provato è che accettando la mia identità sessuale ho accettato anche a pieno la disabilità. Accettata la sessualità è come se la mia armonia profonda si fosse ricomposta e mi sono ritrovato con questi due aspetti che mi hanno dato dei benefici enormi […] Penso che la disabilità non mi ha complicato l’esistenza ma mi ha dato la possibilità di apprezzare la diversità. Unendo le due cose sono “un privilegiato”.

Il fatto di essere disabile mi ha aiutato a capire l’omosessualità. Mi ha aiutato a capire che come ero disabile e non potevo farci niente così ero omosessuale e non potevo farci niente. Ero così e dovevo accettarlo, e non solo sopportarlo.

Io penso che il mio complesso della disabilità l’ho superato attraverso l’omosessualità.

Se fossi un gay senza disabilità penso che i problemi sarebbero inferiori, anche se non so che tipo di persona sarei stato senza disabilità – forse sarei un cretino o forse molto meno sensibile di quello che sono.

Senza la disabilità, essere omosessuali è considerato “anomalo”, dopo, con la disabilità una “stravaganza”. Vale a dire che un disabile non deve pensare al sesso, figuriamoci poi omosessuale! […] Vivo la disabilità come una sfortuna, invece il fatto di essere gay è una parte di me […] perché la disabilità non mi consente di fare ciò che voglio.

Omosessualità e disabilità sono cose appariscenti che si equivalgono. Alcuni amici mi sembra che vedano solo una parte di me: l’omosessualità. Ma se copre la disabilità, va bene così.

Essere gay è un pregio, un uscire dagli schemi e mi piace esserlo, l’essere disabile è un sacrificio che ho accettato.

Le incursioni di entrambi gli aspetti sommati si compensano. Essere disabile rende più complicata la vita, l’aspetto delle relazioni soprattutto nella ricerca del partner. Nello specifico, sul discorso della ricerca della persone dello stesso sesso non si ha l’autonomia di andare in un locale e non ti senti di chiedere a un amico di accompagnarti. Quindi l’essere disabile complica dal punto di vista pratico, però per la mia esperienza i rapporti omosessuali rendono meno incisivo il peso della disabilità nello stabilire delle relazioni, cioè la mia disabilità spaventava di più le ragazze che i ragazzi.

Essere in contemporanea gay e disabile è stato una bella sfida, in parte mi ha aiutato: a causa del mio deficit, io sono sempre stato diverso, quindi ho imparato a convivere con gli occhi della gente, con le battutine, con gli sguardi… Di conseguenza essere omosessuale non mi ha pesato più di tanto, era una mia distinzione in più che tenevo per me cercando di capire il perché fossi così.

 

La prima Classificazione mondiale della disabilità ICF-CY per i bambini di tutto il mondo

Di Valeria Alpi

L’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblica la prima Classificazione della disabilità e della salute (ICF-CY) applicabile ai bambini di tutto il mondo.
Per capire l’importanza di questa iniziativa, facciamo un passo indietro. Per chi lavora a contatto con la disabilità, sa che esiste un documento dell’OMS detto ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health), in cui la disabilità viene intesa come la conseguenza o il risultato di una complessa relazione tra la condizione di salute di un individuo e i fattori personali e i fattori ambientali in cui egli vive. Ne consegue che ogni individuo, date le proprie condizioni di salute, può trovarsi in un ambiente con caratteristiche che possono limitare o restringere le proprie capacità funzionali e di partecipazione sociale. L’ICF, correlando la condizione di salute con l’ambiente, promuove un metodo di misurazione della salute, delle capacità e delle difficoltà nella realizzazione di attività che permette di individuare gli ostacoli da rimuovere o gli interventi da effettuare perché l’individuo possa raggiungere il massimo della propria auto-realizzazione. In tal senso l’ICF non riguarda solo le persone con disabilità, ma tutte le persone proprio perché fornisce informazioni che descrivono il funzionamento umano e le sue restrizioni.
Ora, per la prima volta, l’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblica la Classificazione del Funzionamento, della disabilità e della salute da applicare a bambini e adolescenti (ICF-CY) di tutto il mondo. Si tratta della prima classificazione derivata direttamente dall’ICF del 2001.
Nel mondo, sia nei Paesi più progrediti che in quelli in via di sviluppo, i diritti dei bambini e soprattutto dei bambini con disabilità possono essere – e spesso sono – calpestati in vari modi: mancanza di cure, abbandono, sfruttamento, discriminazione e mancato accesso ai servizi e all’assistenza.
L’ICF-CY fornisce un linguaggio comune per la definizione dei bisogni dei bambini e delle barriere ambientali che essi incontrano, consentendo di evidenziare il loro diritto a ricevere protezione, accesso alle cure, istruzione e servizi.
Sino a oggi ogni Nazione applicava parametri diversi anche per classificare le stesse disabilità, offrendo così risposte e soluzioni non omogenee.
L’ICF-CY potrà promuovere la salute, lo sviluppo e il benessere dei bambini e degli adolescenti attraverso pratiche, politiche e ricerche che si avvarranno di una struttura concettuale e un linguaggio comuni e condivisi.

L’équipe e il progetto di ricerca
Lo sviluppo dell’ICF-CY è avvenuto nell’arco di 5 anni di ricerche ed è stato organizzato e coordinato da un gruppo di lavoro dell’OMS composto da Rune J. Simeonsson, Matilde Leonardi (Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Besta, Milano), Eva Bjork Akesson, Huib Ten Napel, Judith Hollenweger, Don Lollar e Andrea Martinuzzi (IRCCS “E. Medea” – La Nostra Famiglia, Polo Veneto), in collaborazione con professionisti, genitori, funzionari governativi e ONG di 18 Paesi in tutti i continenti (Australia, Brasile, Cina, Egitto, Germania, Italia, Giappone, Kuwait, Macedonia, Messico, Russia, Sudan, Sud Africa, Svizzera, Svezia, Tailandia, USA e Zambia).
Il risultato raggiunto (è rivoluzionario che Paesi con situazioni così diverse siano riuscite a trovare un accordo che mette il bambino con disabilità al centro di una riflessione complessa) è quindi frutto di un lungo lavoro di ricerca e coordinamento ed è stato finanziato dal National Center on Birth Defects and Developmental Disabilities (Centro Nazionale per i Difetti della Nascita e le Anomalie dello Sviluppo) del Center for Disease Control and Prevention (CDC, Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie), USA.
La presentazione di ICF-CY avverrà a Venezia il 25 e 26 ottobre 2007 durante una Conferenza mondiale di lancio dello strumento OMS, che vede l’Italia – con il supporto della Regione Veneto – promotrice di un approccio nuovo in cui si possa progettare per il bambino un ambiente senza barriere e in cui i suoi diritti siano rispettati.

Per informazioni:
IRCCS “E. Medea” – Associazione La Nostra Famiglia
Cristina Trombetti
Tel/fax 031/87.73.84
E-mail: ufstampa@bp.lnf.it§

Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Besta
Enrica Alessi
Tel 349/079.57.66
E-mail: enricaalessi@alice.it

Svelare l’invisibile: la metodologia

Nel luglio del 2006 abbiamo presentato ufficialmente il progetto “Omo-disabilità – Quale il rapporto tra omosessualità e disabilità?” alla stampa e ai vari mass media e a tutte le riviste di categoria, sia quelle che si occupano di disabilità, sia quelle che si occupano di tematiche omosessuali. Il progetto voleva proseguire in linea teorica alcuni dei discorsi cominciati il 17 giugno 2004, ma si articolava in una vera e propria ricerca, complessa e approfondita: c’era infatti l’esigenza e la volontà di andare a sottolineare eventuali doppi pregiudizi e doppie discriminazioni, le difficoltà specifiche dell’essere insieme sia omosessuali sia disabili, le risorse e i percorsi di integrazione attivati, le richieste, i bisogni, le aspettative.
Per farlo, cercavamo una decina di persone disabili omosessuali ed eventualmente bisessuali disposte a farsi intervistare. Avevamo in mente un’intervista semi-strutturata molto lunga e varia e volevamo privilegiare come metodo l’intervista video-registrata.
All’inizio – come negarlo? – eravamo un po’ intimoriti: come riuscire a trovare dieci persone omo-bisessuali con disabilità disponibili a farsi intervistare? Come raggiungerle e convincerle, visto che non se ne sente mai parlare? Da dove iniziare visto che non avevamo fondi da impiegare? Alla fine – stupiti noi stessi per primi – ne abbiamo intervistate ben 25, da tutta Italia, grazie a un po’ di tam-tam, a una certa dose di “coraggio” da parte dei primi intervistati-pionieri e alla fondamentale collaborazione di una serie di intervistatori-volontari che si sono attivati su tutto il territorio nazionale. Per i contatti è stata creata una linea di telefono dedicata (348/516.70.91) e un’e-mail apposita (omodisabili@libero.it), ancora funzionanti, cui ci si può sempre rivolgere per qualsiasi informazione o commento. È importante sottolineare che, pur essendo gli intervistati 25, le persone che hanno contattato questi recapiti sono state molte di più. Alcuni mass media erano ovviamente interessati a dedicare degli approfondimenti sui risultati della ricerca; mentre altre persone hanno voluto semplicemente lasciare la loro traccia, il loro commento, darci magari sostegno. Spesso all’inizio era una semplice richiesta di informazioni per saperne di più e per decidere se partecipare o no alla ricerca. Alcune persone avevano dichiarato la loro disponibilità a farsi intervistare, ma poi l’esperienza non è proseguita perché scoraggiate dagli amici a partecipare. Ovviamente anche per gli intervistatori non era semplice: c’era l’imbarazzo di trattare tematiche molto private con persone che si conoscevano per la prima volta, e la consapevolezza di scontrarsi con il dolore di alcune situazioni degli intervistati. C’era il mettersi in gioco, da parte sia degli intervistati sia degli intervistatori, e la necessità di rielaborare le proprie categorie mentali. Il fatto però che gli intervistati credessero così tanto nella ricerca, e che ci abbiano “regalato” pezzi così importanti della loro vita, è stato l’ulteriore conferma dell’importanza di un progetto per il momento unico.

Il campione
Pur avendo la ricerca tutte le carte in regola di una vera e propria ricerca sociologica di tipo qualitativo, sappiamo bene che il campione non è statisticamente rappresentativo, essendo sostanzialmente un campione auto-selezionato. Diamo comunque alcune caratteristiche:
• genere: soprattutto maschile (22 maschi e 3 femmine);
• età: piuttosto eterogenea, non giovanissima (range da 24 a 60 anni, media pari a 38);
• tipo di disabilità: principalmente fisica, genetica o acquisita (16 hanno disabilità fisica, 6 disabilità sensoriale e 3 disabilità sia fisiche che sensoriali);
• provenienza: tutte la macro-aree geografiche italiane sono rappresentate, seppur con
diverso peso – come atteso, in ogni caso. Nord-ovest: 11 intervistati (4 Piemonte, 1 Liguria, 6 Lombardia); Nord-Est: 8 intervistati (2 Veneto, 2 Friuli Venezia Giulia, 4 Emilia Romagna); Centro: 3 intervistati (2 Lazio, 1 Marche); Sud e Isole: 3 intervistati (1 Abruzzo, 1 Campania, 1 Puglia);
• titolo di studio: medio-alto (12 laureati, 7 diplomati, 4 licenza di scuola media inferiore, 2 missing);
• occupazione: 20 lavorano, 4 sono in pensione (2 di anzianità e 2 di inabilità/invalidità), 1 è disoccupato; tra chi lavora, 14 sono impiegati, 4 liberi professionisti e 1 è insegnante, 1 missing.

Le interviste
Al fine di massimizzare il senso di agio e garantire il livello auspicato di tutela della riservatezza, agli intervistati è stato di volta in volta proposto di scegliere in autonomia non solo il luogo dell’intervista, ma anche il tipo di medium preferito:
• la video-intervista, preferita dall’équipe per la ricchezza di informazioni che essa contiene;
• la audio-intervista;
• l’intervista via chat;
• l’intervista via e-mail;
• la raccolta di scritti personali (diari, riflessioni, commenti, articoli) a integrazione e/o sostituzione dell’intervista vera e propria.

I canali di rilevazione infine utilizzati sono:
• 10 interviste video-registrate;
• 9 interviste audio-registrate;
• 3 interviste raccolte via chat;
• 3 interviste raccolte via e-mail.

Per quanto riguarda le tematiche, le interviste hanno approfondito soprattutto quattro contesti principali di vita, significativi per gli intervistati in prima persona:
• socio-sanitario, connesso alla storia della disabilità e al rapporto coi servizi;
• familiare e sociale, relativo allo svelamento dell’omosessualità, nonché personale, con riferimento al proprio vissuto in merito alla disabilità;
• associativo e comunitario, in riferimento sia all’ambito GLB, che a quello handicap;
• affettivo/sessuale e di coppia.

Le interviste sono state condotte da luglio 2006 a novembre 2006.
Al fine di garantire la privacy degli intervistati, negli estratti delle interviste le annotazioni
geografiche sono state eliminate e i riferimenti sono stati tutti posti al maschile.
 

Quando tutto cominciò: il progetto

Le senti come chiedono realtà
scarmigliate, feroci,
le ombre che forgiammo insieme
in questo immenso letto di distanze?
Stanche ormai di infinito, di tempo
senza misura, di anonimato,
ferite da una grande nostalgia di materia,
chiedono limiti, giorni, nomi.

(Pedro Salinas, La voce a te dovuta)

Il tema della sessualità delle persone con deficit è sempre stato un tema molto presente e molto caro al Centro Documentazione Handicap di Bologna.
Con un po’ di presunzione, mi sento di dire che siamo stati tra i primissimi a parlarne, più di venticinque anni fa, quando il tema era ancora del tutto un tabù; e ancora oggi è un argomento che difendiamo e proponiamo, consapevoli e convinti del fatto che bisogna continuare a discuterne.
Può sembrare paradossale la necessità di parlare di un tema così intimo e riservato della vita: di solito non si parla di sessualità con le persone, salvo una confidenza magari con un amico o qualche scambio di battute tra colleghi di lavoro; di sicuro resta un tema di cui difficilmente si parla in famiglia, coi genitori. Una persona “normodotata” può passare la vita a tacere sulla sua sfera della sessualità e nessuno si scandalizza che non se ne parli. Anzi, il parlarne continua a creare forse un po’ di imbarazzo, anche se i messaggi relativi alla sfera della sessualità ci arrivano continuamente da ogni dove.
Una persona con deficit, invece, è in qualche modo “sotto i riflettori” per tantissimi aspetti della sua vita quotidiana: si “sbandierano ai quattro venti” i suoi certificati di invalidità, le sue lotte contro le barriere architettoniche e culturali, le sue richieste di agevolazioni fiscali, le sue necessità di assistenza, i suoi desideri di fruire degli spazi e dei contesti per lo sport e il tempo libero, il suo essere una persona speciale o al contrario una persona più sfortunata di altri, la sua ricerca di inserimento lavorativo, i suoi diritti di integrazione scolastica, e così via. Sulla sfera della sessualità però tutto tace, e se questo può essere in linea con quello che succede per i “normodotati”, paradossalmente si crea una situazione di negazione: il risultato è che la persona disabile continua a essere considerata come una persona a-sessuata.
Proporre un approccio creativo alla cultura sulla diversità, come facciamo noi, significa anche non stancarsi di proporre un tema così importante come quello della sessualità.
Con questo numero di “HP-Accaparlante” ci lanciamo su un terreno nuovo, insolito, forse (anzi probabilmente) scomodo. Parleremo infatti di persone disabili omosessuali, un tema decisamente nuovo per quanto riguarda l’informazione, ma non così nuovo per tutte le persone disabili omosessuali che da anni vivono, esistono, studiano, lavorano, hanno o non hanno storie sentimentali, litigano o non litigano con la famiglia, si appoggiano agli amici, si dichiarano o non si dichiarano, restano invisibili, sono tenute invisibili. Ma che, stanche della loro esistenza di ombre, chiedono realtà, hanno nostalgia di materia. Inoltre, parlare di persone disabili omosessuali, ci permette di evidenziare, sopra ogni ragionevole dubbio, che le persone disabili non sono certamente a-sessuate, ma persone con dei propri desideri, bisogni e orientamenti.

Il progetto
Circa un anno fa ricevetti un’e-mail da Priscilla Berardi, medico, psicologa, frequentante del Centro Bolognese di Terapia della Famiglia, dove mi si chiedeva se volevo partecipare a un nuovo progetto che stava partendo: realizzare cioè un’inchiesta su quella che avremmo poi chiamato “omodisabilità”. Il progetto era voluto da Arcigay di Bologna e vedeva già la collaborazione del Centro Bolognese di Terapia della Famiglia e dell’associazione Handygay di Roma. Ho accettato con entusiasmo e ho voluto fortemente che l’associazione Centro Documentazione Handicap di Bologna diventasse uno dei partner del progetto, valutando importante che partecipassero anche delle associazioni di categoria sull’handicap, e non solo chi si occupa di tematiche GLB (Gay, Lesbico, Bisessuale). Una cosa che mi aveva subito colpita è che questa ricerca avrebbe indagato anche sul rapporto tra le persone disabili omosessuali e le associazioni: a chi si rivolge infatti una persona disabile omosessuale? Alle associazioni di disabili o a quelle GLB? Le associazioni di disabili sono pronte ad accogliere questo tema? E quelle GLB sono pronte ad avere tra i propri associati dei disabili? I risultati avrebbero permesso di dare il via a varie iniziative di sensibilizzazione per le associazioni di entrambe le parti. Inoltre, data la nostra natura primordiale di centro di documentazione, era anche importante mantenere traccia e produrre documentazione su un tema mai trattato prima. Infine, non era escluso – e i risultati lo hanno poi confermato – che partecipare alla ricerca avrebbe permesso non solo di avere un quadro su un tema ancora molto invisibile e sommerso, ma di ottenere anche qualche considerazione in più sul tema della disabilità in sé (senza la componente della omosessualità). E anche questo è un aspetto molto importante per chi si occupa di disabilità, perché c’è spesso la sensazione (presunzione) di sapere già tutto o di avere già detto tutto.
 

1l di latte, 1kg di farina, 3 uova…: le ricette per l’integrazione

Di Valeria Alpi

Quanti di voi, da bambini, non hanno passato ore a controllare la mamma, o la nonna, alle prese coi fornelli, mentre impasta, si infarina, sbatte le uova, mescola gli ingredienti? E quanti non hanno poi inventato “il gioco della cucina”, realizzando, con la fantasia, una copia dei gesti degli adulti?
Beh, io mi divertivo tantissimo. Sia a osservare chi cucinava dentro casa, magari provando a dare una mano, per quel che potevo fare; sia fuori, in cortile, con gli amici, dove contenitori di qualsiasi tipo, anche all’apparenza insignificanti barattoli di yoghurt vuoti, diventavano nelle nostre menti pentole e tegami professionali; dove bastava un po’ di fango e un po’ d’acqua per inventare “deliziosi” manicaretti; dove foglie, bastoncini di legno, ghiaia diventavano decorazioni di zucchero o verdura da accompagnare agli “sformati” di fango.
Quello che sembrava solo un gioco era in realtà una vera e propria palestra per la mente.
Non solo per quanto riguarda la fantasia e la creatività: non dimentichiamo che l’arte del cucinare è anche per gli adulti (e non solo per gli sguardi curiosi dei bambini) un’attività sì di procedure ben precise da seguire, ma anche di invenzione e di creatività.
Si parla di palestra per la mente più che altro perché in cucina, o simulando l’azione di cucinare, si sviluppano alcune abilità: innanzitutto l’osservazione, l’esplorazione e la manipolazione, attraverso l’impiego di tutti i sensi. Inoltre, con l’esercizio di semplici attività manuali e costruttive, si imparano la messa in relazione, in ordine, in corrispondenza; la costruzione e l’uso di simboli e di elementari strumenti di registrazione di ciò che accade; l’uso di misure convenzionali e non convenzionali sui dati dell’esperienza; l’elaborazione e la verifica di previsioni, anticipazioni e ipotesi; la formulazione di piani di azione tenendo conto dei risultati; l’uso di un lessico specifico come strumento per la descrizione e per la riflessione; il ragionamento conseguente per argomentare e per spiegare gli eventi.
Queste abilità servono poi al bambino per tutti i suoi sviluppi futuri, soprattutto per quanto riguarda la sua relazione con gli altri, la sua capacità di interagire, di spiegare a se stesso ciò che gli sta intorno e di essere in grado di spiegarlo ad altri. Queste abilità servono dunque alla sua integrazione.
Per questo, proprio da questa parola, è stava avviata, nel Comune di San Lazzaro di Savena, alle porte di Bologna, una vera e propria cucina didattica. Nei locali di “Habilandia” – nome scelto dal Comune per una sede aperta a tutte le abilità e anche a tutti gli handicap, perché ciascuno di noi sa fare meglio una cosa e peggio un’altra, e ognuno, dentro “Habilandia”, può proporre quello che sa fare e mettersi in gioco in quello che non sa fare – dentro questi locali, dicevamo, è stata innanzitutto attrezzata una cucina accessibile anche a persone con deficit, e poi, tra bicchieri e ciotole colorate, hanno preso il via i laboratori di cucina.
L’obiettivo è realizzare processi di integrazione e anche di sviluppo cognitivo per bambini e ragazzi con deficit di vario tipo, soprattutto intellettivo.
Si parte con un intervento uno a uno, un faccia a faccia tra bambino e operatore. Poi, a seconda del tipo di deficit e della necessità di percorsi integrativi, si coinvolgono per esempio genitori e parenti, ma soprattutto l’intera classe scolastica del bambino. I laboratori di cucina avvengono quindi non solo singolarmente, ma anche a gruppi, tra bambino con deficit e bambini senza deficit, in modo appunto da integrare l’intera classe.
Bambini e ragazzi possono sperimentare le potenzialità didattiche della cucina, rafforzando la relazione tra logica-matematica ed esperienza pratica, come nel caso della misura, del peso e del cronometraggio dei tempi di cottura dei cibi. In questi laboratori vengono inoltre favorite e supportate le competenze pratiche e manuali di ogni partecipante, permettendo grande autonomia. La cucina diventa così un luogo di scambio e di confronto su quesiti e questioni pratiche che si presentano durante la realizzazione di una ricetta.
Per un bambino con deficit intellettivo, la cucina è anche un ambiente dove avere almeno una prima comprensione delle quattro operazioni matematiche, delle sequenze temporali, dell’analisi logica.
Aggiungere un ingrediente a un altro, travasare un ingrediente dal suo contenitore originario a un altro, versare un po’ di un ingrediente da una parte e un po’ da un’altra, dividere un ingrediente in parti più piccole, mescolare, accendere il fuoco, aspettare, ecc. sono attività dove entrano in gioco dimensioni di tipo temporale, come la simultaneità, l’ordine, la successione e la misurazione delle durate.
Con pazienza, i risultati attesi o sperati, ovviamente adattati e dimensionati al tipo di deficit del bambino in questione, arrivano, spesso anche inattesi o insperati. E ciò che si cucina sono vere ricette, veri biscotti, marmellate, cioccolatini, torte… tutte da mangiare e condividere all’interno della classe.

L’animazione… con l’anima!

Di Marcello Anastasio, animatore, formatore e organizzatore di eventi culturali con esperienze anche in Sudafrica e Magadascar

C’era una volta un tempo in cui i bambini giocavano da soli. A quel tempo i monelli, così li chiamavano, vivevano spensierate giornate di gioco e nessuno in alcun caso andava a impicciarsi dei loro affari; poi, ovviamente se tornavano a casa sporchi dovevano fare i conti con i “Grandi”.
Era il tempo mitico in cui si poteva scendere al fiume: pensate, i fiumi non erano inquinati o nessuno sapeva che lo fossero. Era il tempo in cui si cresceva presto, salvo nelle case dei ricchi, e i ragazzini e le ragazzine lavoravano. Sì insomma, lavorano anche adesso (300 milioni nel mondo), ma un tempo era possibile svignarsela, fuggire una sera, o una mattina, col fagotto sulle spalle e le scarpe invernali pesanti. C’erano anche poche paia di scarpe, direte…
A quel tempo, anche gli adulti giocavano a modo loro e i vecchi, chi arrivava a esser chiamato vecchio, faceva le sue cose e passava il tempo libero con i suoi passatempi. Guardate il Geppetto di Collodi. Era abbastanza anziano eppure andò a cacciarsi nei guai per voler trarre un bimbo da un pezzo di legno…
Ai tempi di Tom Sawyer, altro che giochi! Tom, ragazzino del Mississippi, a parte il raccogliere tutte le schifezze trovate per la strada, faceva dei bellissimi giochi, non vi pare? Si svolgevano in terribili caverne o nei cimiteri, specialmente nelle ore notturne in presenza di gatti neri, vivi e morti. La ragazzina Alice… Credo che nessuno alla sua età abbia mai fatto un viaggio tanto avventuroso. Oliver Twist: anche lui lavorava, d’accordo. Incontrò diversi adulti e forse aveva incontrato anche un certo tipo di animatore… un animatore di strada che insegna a rubare… Molti ragazzini e ragazzine trovano ancor oggi animatori simili.
Gianburrasca e Pippicalzelunghe hanno l’animatore? Persino Harry Potter, a parte la sua scuola divertente, fa le sue scoperte, i suoi percorsi, i suoi giochi per conto suo.

Il diritto al tempo libero
Ebbene sì, signori miei, c’è stato un tempo in cui non esistevano gli animatori… Potete crederci? Vi sono stati tempi in cui nessuno vi diceva come giocare e i giochi se ne stavano liberi nel mondo per chi volesse mettersi a giocare senza necessità di particolari preamboli o istruzioni. Non c’era bisogno di alcun motivo preciso per giocare, si giocava e basta.
Lo so, non potete credere a quello che state leggendo, anzi vi sembra una cosa assurda, se però fate attenzione e cercate intorno a voi qualche nonno o qualche vecchia zia e domandate loro dei loro giochi delle loro vacanze, sentirete cosa vi rispondono. Lo so, non ci sono più i nonni veramente nonni. Ora fanno step e jogging e danza afro. Le zie poi sguazzano nell’acqua calda delle piscine dalla mattina alla sera.
Un tempo al massimo ti mettevano una guardia dai pericoli. Al massimo, se eri in un collegio o la famiglia poteva permettersi una governante, la persona adulta se ne stava di guardia per vedere se ti facevi del male. Chi poteva avere dei giocattoli? Restava allora uno spazio libero in cui i ragazzini e le ragazzine potevano inventare i loro divertimenti. Allo stesso modo, un tempo gli adulti non seguivano speciali taumaturghi, se volevano ballare ballavano, se sapevano suonare suonavano e sceglievano da soli il da farsi. E i suonatori suonavano, gli attori recitavano, i giullari “giullaravano”, nessuno si occupava del preambolo. Nessuno ti diceva di metterti un cappello ridicolo in testa e fare, che so, il verso del cavallo…
C’è stato un tempo, ve lo dico io, in cui bastava uno scaccia pensieri e le palme delle mani a battere per organizzare una festa e ballare tutta la notte, la voglia di divertirsi era tanta e tanto forte da poter coinvolgere interi paesi. Bastava iniziare a far baccano da una parte e in un momento dalla parte opposta della città stavano già a cantando. Nessuno animava nessuno, tutti si mettevano a fare e ognuno faceva la sua parte. La capacità di trascinare, il fascino, la bravura, la moda, sono sempre esistiti, ma queste doti venivano esercitate comunemente al di là di uno scopo sociale o umanitario.
Sarà stato forse perché il tempo libero non esisteva ancora. Il tempo libero l’avevano solo le persone molto ricche, che erano poche, e sapevano molto bene come divertirsi e come passare il loro tempo.
Poi hanno inventato il tempo libero, e insieme al tempo libero, o poco dopo, ecco che si è dovuto inventare anche l’animatore. Parlare quindi di animazione significa parlare dell’aumentata qualità della vita in occidente, dell’affermazione di nuovi diritti, della nascita di nuove idee sull’educazione e della scoperta della necessità della formazione permanente dell’individuo.
Dall’invenzione del tempo libero, l’animazione (come metodo e ruolo) è entrata nelle case, nelle chiese, nelle scuole, negli ospedali, nei carceri, nei centri vacanze, nelle discoteche e in molte altre piccole e grandi situazioni della vita quotidiana. Persino i grandi meeting tra manager e industriali, o nei grandi incontri di marketing delle compagnie d’assicurazione, sono inseriti interventi d’animazione per aumentare la determinazione alla vendita. L’animazione quindi, non è tutta roba da buttare e rappresenta un importante indicatore sociale, curarne la qualità può considerarsi uno scopo nobile.

L’animazione nel sud del mondo
Misteriosamente l’animazione, come molte delle avventure dell’uomo, nasconde aspetti esaltanti. L’aspetto motivazionale resta comunque centrale. Ciascun nuovo animatore, ciascuna nuova animatrice, conserva in sé un carico di buoni motivi, di ragioni filosofiche non trascurabili. Vi rendete conto della trasformazione assunta in questi anni da questa figura professionale? Dentro lo stesso calderone puoi mettere un giovane boy scout, una ragazzina formosa che vuole fare la modella, e una star televisiva con cache da milioni.
Ma il mistero persiste. Una parte di giovani si introduce nell’ambiente dell’animazione (socio-culturale chiamiamola), perché dentro vi trova elementi di fascinazione che in altri ambiti non trova. Una percentuale affatto irrilevante di ragazzi scopre la possibilità di rendere più verosimile il proprio ruolo recandosi all’estero. Lontano dal nostro pulsante occidente si va a scoprire che l’animazione non esiste.
Vidi arrivare una giovane antropologa inglese in un villaggio dell’Africa del sud con gli occhi pieni d’ardore per il suo nuovo compito, ma mentre cercava di proporre una canzoncina l’ardore si trasformò presto in imbarazzo. Lo stesso accadde in una vacanza rivolta a ragazzi sotto la tutela del tribunale in casentino, ugualmente difficile fu rivolgere una proposta d’animazione a bambini molto poveri nei pressi di Pistoia. Ma la giovane antropologa non si accasciò e dopo alcuni mesi di lavoro volontario in una township vicino Johannesburg comprese che laggiù le canzoncine le sanno già e comunque vengono dopo il cibo, il vestito, il letto, la casa, la famiglia, l’educazione, la strada, la dignità, i diritti… il lavoro da fare era altro. Prima di trovarsi “animata lei” o “rianimata” apprese le strutture base del linguaggio animativo, l’ascolto, l’individuazione delle esigenze, e la risposta calibrata non imposta, fornita con modestia e cedimento.

Due lezioni
Eppure molti animatori continuano a partire, e gli ambiti che rendono veritiera l’animazione come tecnica e come metodologia restano quei luoghi in cui l’animazione resta un gesto spontaneo non ancora commercializzato. Non è che manchi l’esigenza di sorridere e scherzare in certi luoghi, anzi come molti sanno il dono del terzo mondo è il sorriso.
Un’esperienza d’animazione che considero importante è stata quando ridicolmente abbigliato mi recai al torrente situato dietro la collina del Natal, in Sudafrica, dove sorgeva un rifugio per ragazzini abbandonati. Cercavo i ragazzi perché all’improvviso non riuscivo a trovarne nemmeno uno in tutta la casa, quando ne venne fuori uno, evidentemente un ritardatario. Chiesi dove fossero finiti tutti e quello mi fece segno di seguirlo. Accuratamente vestito con cappello di paglia e macchina fotografica chiudo a chiave la casa e mi avvio a seguirlo. Dopo nemmeno cinque minuti, girata la collina, il paesaggio diveniva Africa nera e il baccano si udiva come in un parco dei divertimenti. Da un albero arrampicati i ragazzi si tuffavano uno via l’altro dentro una pozza fangosa del ruscello. Paralizzati dal mio arrivo per alcuni minuti ci fu il silenzio. Tolsi il cappello, gli occhiali da sole e improvvisamente ci fu un boato di risate. Il tiranno era divenuto ridicolo ed era venuto a giocare al loro gioco, senza parlare, senza regole o fischietti. Da quel giorno ho iniziato a portarli in una piscina per evitargli le malattie. Facevamo strane gare, lezioni di nuoto, tutto quello che si può fare in una piscina e anche di più. Il mio ruolo era quello del salvagente, tornavo sfracellato dalla stanchezza: attaccati a me, bianco, esile, quei ragazzini imparavano a nuotare.
Poi ebbi un’altra bella lezione. In verità quando si va a zonzo nei pressi della povertà si finisce sempre senza alcun dubbio per imparare qualcosa. I ragazzi laggiù avevano una sorta di sorveglianti (animatori) e uno di essi era un uomo barbuto, piuttosto taciturno. Rozzo lo si sarebbe descritto. Beveva molto e fumava sigarette di tabacco pecioso. Un giorno venne a trovare i ragazzi, fece un giro delle camerate e poi si avvicinò a un gruppetto con in mano una bottiglia di detersivo per piatti al limone. Nei pressi di un corridoio, serio come una statua d’ebano, lo vidi versarsi una manciata di sapone liquido. Si voltò di scatto e impiastrò di sapone le facce e i vestiti di tre o quattro ragazzi. Quindi si mise a lisciarli come fanno nei film prima delle risse. A spinte e a manate in poco tempo si ritrovarono insaponati. Ai primi se ne aggiunsero altri, così dopo alcuni minuti sul pavimento dell’ingresso, aggrovigliati in un combattimento senza esclusione di colpi, stavano due dozzine di ragazzi schiumati da capo a piedi. Con l’aiuto di alcuni secchi d’acqua la saponata riuscì perfettamente. Probabilmente il sorvegliante aveva sentito il bisogno di dare una lavatina in giro e lo aveva fatto in modo tale che diventasse anche un gioco divertente.

Io continuerò ad arrampicarmi

Di Alessandra Pederzoli

Io continuerò ad arrampicarmi arrivando in vetta alle montagne. Solamente lassù sono e sarò un uomo libero, libero nel vento. Non importa riuscire a conquistare la vetta più alta del mondo, l’importante è essere lassù.

Così si apre Al di là della Marmolada, la prima raccolta di foto e pensieri di Stefano Melani e delle sue esperienze di arrampicata. Il libro, presentato a Scandicci (FI) e poi a Bologna, racconta il sogno di una vita, la fatica di un’impresa e la soddisfazione dell’arrivo.
Stefano nasce a Firenze nel 1964 ed è affetto da paraparesi spastica dalla nascita. Lavora come impiegato al comune di Firenze e da sempre è vivace la sua passione per la natura in tutti i suoi variegati aspetti.
Una passione viva sin dalla prima infanzia quando Stefano, durante una villeggiatura con la famiglia, si innamora della montagna e delle altitudini. Stefano vuole dare forma concreta a questo amore e decide di raccogliere la sfida dell’altitudine per mettersi in gioco. Da qui un lungo percorso che lo porta a conoscere la montagna sempre meglio. La conosce, la vive e la scala. La figura del padre che ha sempre creduto in lui, l’incontro con il CAI portano Stefano prima a fare escursioni, poi a sperimentarsi con il trekking, fino ad arrivare all’esperienza delle cordate: un punto di arrivo importante e significativo.
La montagna: simbolo di una difficoltà da superare che chiede impegno, volontà e costanza. Ma anche fiducia nelle proprie abilità e nella propria capacità di giocarsi e di costruire le strategie del proprio vivere quotidiano. Questa la sfida di Stefano.

La montagna, colei che molla, colei che tiene, colei che decide e comunque devi sentirti onorato di essere arrivato in vetta e per sempre avrai un pensiero sano.

La salita e l’arrampicata sono il filo conduttore di questo libro fatto di immagini di cui Stefano e la montagna sono i protagonisti assoluti. Sono i brevi e profondi pensieri di Stefano ad arricchire e a rendere ancora più suggestive le vedute di questa imponente Marmolada. Sono pensieri che vanno a fondo nella sua volontà di salire, di superare le rocce per arrivare alla vetta. Un po’ metafora della vita, del resto.
Ciascuna vita è fatta di progetti, di difficoltà, di incontri, di relazioni e di obiettivi. Uno dei grandi obiettivi di Stefano è proprio quello di arrivare a conoscere tanto bene la montagna con i suoi silenzi, le sue bellezze, ma anche i suoi tradimenti, da poterla scalare. Per farlo occorre la tenacia, la costanza di chi mette tutto in gioco per il raggiungimento di un obiettivo.
Vedendo alcune immagini è spontaneo chiedersi perché una persona, e in più spastica, debba giocarsi in un’impresa del genere. Per dimostrare che cosa e a chi. Probabilmente innanzitutto a se stesso.
Quella di Stefano è prima di tutto una sfida con se stesso: riconoscere le proprie difficoltà e mettere in piedi delle strategie per superarle è proprio ciò che gli permette di arrampicarsi su quella Marmolada, così come alla vita. E non è solo. Ecco perché quando racconta le sue esperienze non dimentica mai di ringraziare il padre che ha coltivato per primo la sua passione delle altitudini; così come ricorda sempre quanto la presenza del CAI (Centro Italiano Alpini) sia stata fondamentale per fare ciò che ha sempre sognato di fare. Un progetto che, improvvisamente, da sogno tutto personale e intimo di Stefano diventa un progetto condiviso: Stefano insieme ad altri si avvicina a raggiungere il suo obiettivo. La montagna gli presenta delle difficoltà che devono essere conosciute innanzitutto, poi avvicinate e poi superate. Lo sappiamo bene, non esiste solo un modo per superare una difficoltà. Non c’è una ricetta standard, così come non esiste un solo modo per scalare le vette. Questo gioco di Stefano, che vuole scoprire come salire quella montagna, diventa quasi un dialogo intimo e profondo tra lui e questo silenzioso ammasso di roccia. Una scommessa: superare gli ostacoli, attaccarsi con tenacia a quella roccia e arrivare in cima. Solo là, su quella vetta da cui si vedono tutte le altre vette intorno, Stefano si sente libero. Sente di aver vinto una battaglia e di essere stato in grado di raccogliere una sfida che il silenzio della montagna gli ha lanciato.

E in Al di là della Marmolada probabilmente c’è tutto questo. Tutta quella leggerezza e quella pienezza che si ha quando si vince una scommessa, soprattutto se con se stessi, e quando l’obiettivo è raggiunto. Come Stefano afferma rilasciando alcune interviste a giornali toscani che raccontano le sue imprese “[…] bisogna imparare a convivere con il proprio handicap, accettarlo con serenità. Sulla mia pelle ho imparato che non bisogna arrendersi davanti a chi vorrebbe regalarci un mondo di serie B. La ricerca dell’avventura è uno stimolo anche nella vita di tutti i giorni; è entusiasmante sfidare le difficoltà, lottare per un obiettivo. La montagna ripaga le fatiche con la gratificazione di aver infranto una barriera. I limiti fisici ci condizionano meno di quelli psicologici; tutti possiamo ottenere di più. Basta volerlo”.
Interessante: “La ricerca dell’avventura è uno stimolo anche nella vita di tutti i giorni”. Le scalate di Stefano allora diventano solo alcuni momenti culminanti, in cui questo suo desiderio di arrivare in cima si fa vivo e concreto in qualcosa di grande che “fa notizia”. Ma quello che Stefano racconta e sublima con queste sue imprese è una scalata quotidiana. La sua vita è una grande scalata. Dove i crepacci sono rappresentati dalle difficoltà sul lavoro, i ghiacci da superare sono le relazioni costantemente da curare e gestire, le rocce sono i cinque gradini per entrare al supermercato. Ma la tenacia e la volontà sono sempre quelle: sull’Appennino, sulla Marmolada e nella vita.

Niente ti deve distogliere dal tuo percorso di vita inseguito per anni, appiglio dopo appiglio, rimanendo sempre aggrappato con la mente alla certezza di farcela.

Appiglio dopo appiglio ma con la certezza di farcela. Da quelle foto e da quei pensieri che riempiono il libro emerge questa certezza, con tutta la forza di chi ha una grande fiducia nelle proprie capacità. E sono quelle che Stefano mette in gioco a scalare la montagna e ad affrontare la vita. Conoscersi e essere consapevoli di non potersi accontentare di una soluzione di vita di serie B è per Stefano una partenza fondamentale per costruire piani e progetti, per pensare a se stesso e alla propria vita come a una scalata picconata dopo picconata. O come preferisce dire lui “appiglio dopo appiglio”.
Emerge, oltre a una grande forza di volontà, anche il suo essere e voler essere protagonista della propria avventura. Le sue scelte, i suoi obiettivi, seppur condivisi, sono profondamente suoi e fanno parte di quel grande progetto che è la sua vita, di cui ogni scalata diventa per lui una metafora e un esempio. In un bel pensiero parla del non dare nulla per scontato. La montagna tradisce e può tradire continuamente, così anche il progetto per una vita non può mai essere dato per scontato e mai assodato una volta per tutte. Ogni passo può rimettere tutto in discussione e sono le abilità del bravo scalatore che sanno dove andare a riposizionare il piede per continuare la salita e arrivare in cima.

Affrontare la vetta come la prima volta, guarda, ascolta e senti le forti vibrazioni che sono nell’aria. Niente deve essere dato per scontato.

(Tutte le citazioni sono tratte dal testo Al di là della Marmolada, di Stefano Melani, Edizioni Digigraf, 2007)

In vino veritas

Di Stefano Toschi

Ho letto recentemente un’intervista a Ernesto Olivero, in cui racconta di un sondaggio fatto fra alcuni ragazzi di un liceo torinese riguardo ai valori per loro più importanti. La risposta è stata sconcertante: prima di citare la famiglia, l’onestà o l’impegno sociale, i ragazzi hanno messo un non-valore, una sorta di precondizione, secondo loro, per ogni altro atto etico: la salute. Questa risposta mi ha dato molto da pensare su come i ragazzi di oggi vedano le persone malate o deboli. La cronaca degli ultimi tempi presenta, non a caso, diversi episodi di maltrattamento di disabili, soprattutto nelle scuole. Questo a prima vista è strano, perché il processo di integrazione in questi anni è andato avanti, almeno in apparenza. Anzi, la cronaca denuncia di episodi di bullismo anche nei confronti di chi disabile non è affatto, ma si presenta semplicemente diverso dallo standard e dai modelli proposti quotidianamente ai giovani dai media e dalla società. Da sempre il classico “primo della classe” è deriso e isolato dai compagni, ma mentre prima c’era una sorta di rispetto e ammirazione nei confronti dell’impegno e delle capacità altrui, oggi questo aspetto è totalmente venuto meno. In gruppo gli adolescenti si sentono forti e spavaldi, pensano di potere fare tutto e il “branco” si scaglia contro chi è diverso da loro, magari anche migliore, ma che essi semplicemente non comprendono o che fa loro paura, perché li mette di fronte a qualcosa di nuovo, che non rientra nella loro idea di normalità. I soggetti deboli o diversi non vengono soltanto emarginati, ma offesi e maltrattati, come ci insegna la cronaca recente, fino al punto da indurli alla depressione o, peggio, al suicidio.
Tuttavia, bisogna riconoscere che oggi c’è, da parte degli educatori e della scuola, un maggior impegno nel tentare di avvicinare i giovani alle tematiche dell’handicap. Non è più così strano avere in classe un ragazzino con qualche deficit, per non parlare del quotidiano rapporto con la diversità, considerando la forte presenza di ragazzi stranieri nelle scuole italiane. Forse, anzi, c’è anche troppa attenzione verso “l’integrare”: nella mia classe delle scuole medie avevamo un’insegnante di sostegno in cinque. Oggi, il rapporto è di uno a uno. Il ragazzino, avendo solo per sé tutte le attenzioni di una professoressa, è meno stimolato ad adeguarsi al livello della classe, o a valorizzare i suoi talenti. Anche negli altri compagni si forma l’idea che quel ragazzo abbia bisogno di un’insegnante solo per sé, che non sia come gli altri, o non sia abile in nulla, non si pensa che abbia semplicemente caratteristiche ed esigenze differenti, e questo contribuisce a emarginarlo.
Partito da Bologna, ma ormai presente in tutta Italia, da quasi 20 anni è attivo il progetto Calamaio, che porta nelle scuole di ogni ordine e grado persone disabili, attive e comunicative, che mostrano da vicino ai ragazzi la diversità, proponendola però come modello positivo, dunque sostenendo una nuova cultura dell’handicap, che vede la persona con deficit come soggetto attivo della società, e non solo come oggetto di cure e attenzioni passive. Ciò è molto importante, perché permette ai ragazzi di fare esperienza della diversità fin da piccoli, oltretutto in una società come la nostra, che si avvia sempre più a incarnare un modello multiculturale.
Anche io alle scuole medie e poi al liceo e, naturalmente, all’università, ho fatto l’esperienza di una classe “normale”. Sì, perché le elementari, invece, le avevo frequentate in una classe “speciale”, formata da soli bambini con deficit fisici. Proprio alla luce del fatto che ho provato entrambe le situazioni, non mi sento di criticare né l’una né l’altra esperienza. Il bilancio è stato più che positivo in tutti e due i casi, probabilmente grazie alla bravura degli insegnanti che ho incontrato, ma anche all’ambiente e ai nostri genitori. Andando alle scuole medie, proprio nei primissimi anni in cui i ragazzi disabili potevano andare a scuola con gli altri, seguiti da una insegnante di sostegno ogni 5 o 6 ragazzi (quindi non in rapporto uno a uno come avviene oggi), ho in un certo senso anticipato gli obiettivi del progetto Calamaio. Ricordo infatti un episodio: arrivato in classe il primo giorno di scuola, una bambina, vedendomi, si mise a piangere. Era il suo modo di esprimere, con particolare sensibilità, la sua visione della disabilità. Il professore, molto saggiamente, non la mandò, come sarebbe successo oggi, dallo psicologo della scuola, ma le disse semplicemente: “Invece di piangere, aiutalo!”. Questo professore, con grande semplicità, aveva espresso da un lato la consapevolezza che la persona con deficit non deve suscitare compassione, dall’altro il luogo comune che, ancora oggi, è duro a morire, cioè che il soggetto disabile sia solo bisognoso di aiuto, e non possa aiutare gli altri. In ogni caso, pur essendomi sempre trovato bene nella scuola “normale”, non ho certamente subito traumi dalla scuola “speciale”. Anzi, quegli anni sono stati fondamentali per la mia crescita e maturazione, per l’acquisizione di autostima, di sicurezza e di fiducia nelle mie capacità, ancora una volta grazie all’abilità degli insegnanti. Infatti, nella classe partivamo tutti sullo stesso piano, non con uno svantaggio iniziale, come avviene se si confronta un alunno con qualsivoglia deficit con uno perfettamente normale. E nel partire, potrei dire, tutti ugualmente svantaggiati, allora venivano fuori le vere capacità di ognuno, i talenti e i carismi che ci rendevano speciali, diversi l’uno dall’altro e ci davano tanta sicurezza in noi stessi, regalandoci la certezza di avere abilità differenti. Non è un caso, infatti, che quasi tutti i miei compagni di questa classe “speciale” siano arrivati a laurearsi brillantemente o, comunque, a diventare persone stimate e, talvolta, addirittura famose! E, soprattutto, nessuno di noi è cresciuto col minimo complesso, consapevoli di avere le stesse opportunità dei coetanei! Per noi bambini disabili era stimolante poter competere amichevolmente fra noi ad armi pari, e godere ogni volta delle conquiste e dei progressi compiuti, che magari non avremmo potuto fare se costantemente confrontati con ragazzini “normali”. Forse avremmo sviluppato delle frustrazioni nate dal confronto con chi aveva caratteristiche diverse da noi, e forse ci avrebbero solo considerato “quelli che hanno bisogno di un’insegnante di sostegno tutta per loro”. Invece, anche nella scuola “mista”, il fatto di non avere un’insegnante “personale” ci ha permesso di non perdere fiducia nelle nostre capacità, pur nella consapevolezza della necessità oggettiva di un aiuto in più.
Concludo con un piccolo aneddoto: mentre scrivevo questo articolo, ho ricevuto l’invito da parte dei miei ex compagni di liceo a partecipare a una rimpatriata in pizzeria. Questo mi ha fatto pensare e porre qualche domanda: “Chissà”, ho pensato, “se fra qualche anno i compagni disabili saranno ancora invitati alle feste e alle cene di classe?”. Arduo, per ora, dare una risposta. La vera integrazione si misura anche dopo del tempo, a tavola davanti a una pizza o a una bottiglia di vino: come dicevano i latini, in vino veritas.

Essere, semplicemente essere, è una sfida

a cura di Roberto Parmeggiani, educatore e scrittore

Entriamo nella stanza.
Ci togliamo le scarpe.
Ci sediamo in cerchio.
Bruno (il regista) ci chiede perché abbiamo scelto di frequentare un laboratorio teatrale.
C’era chi era lì per la seconda o terza volta, chi per la prima si cimentava col teatro, chi aveva seguito il fidanzato o l’amico… Insomma una varia umanità disposta a investire una sera a settimana per…
Ecco Bruno, per fare cosa?
Bla bla bla il corpo bla bla bla il gruppo bla bla bla l’identità.
Il laboratorio si svilupperà dal diario in cui Ahmed racconta ciò che ha cessato di essere, il viaggio di ritorno da se stesso cominciato il giorno della sua nascita, anzi il giorno in cui il padre e la madre suggellarono il patto del segreto: il nascituro sarebbe stato un maschio anche se fosse nata una bambina. E Ahmed, per sua sventura, nacque proprio femmina.

15 aprile. Ho dato abbastanza da parte mia. Adesso cerco di risparmiarmi. Per me è stata una scommessa. L’ho quasi persa. Essere donna è una menomazione naturale della quale tutti si fanno una ragione. Essere uomo è un’illusione e una violenza che giustifica e privilegia qualsiasi cosa. Essere, semplicemente essere, è una sfida. Sono stanco e stanca. Se non ci fosse questo corpo da riaccomodare, questa stoffa consunta da rappezzare, questa voce ormai grave e arrugginita, questo petto esausto e questo sguardo ferito, se non ci fossero questi spiriti ristretti […] se non ci fosse l’asma che affatica il cuore e questo kif che mi allontana da questa stanza, se non ci fosse questa tristezza profonda che mi insegue… Aprirei queste finestre e darei la scalata ai muri più alti per raggiungere la cima della solitudine, la mia sola dimora, il mio rifugio, il mio specchio e la strada dei miei sogni.
(Tahar Ben Jelloun, Creatura di sabbia)

Ahmed, nostra guida in questo viaggio-laboratorio, è simbolo dell’identità vietata, dell’impossibilità di essere ciò che si dovrebbe essere. Ha due facce ma nessun viso, ha due modi di camminare ma nessuna strada da percorrere, ha due stili di amare ma nessuno da abbracciare.
Ha una sola fedele compagna: la solitudine.
Chissà se Ahmed è esistita davvero, tutti coloro che ascoltano la sua storia se lo chiedono.
È un romanzo il suo, una storia senza tempo, il contrasto tra ciò che la natura propone e ciò che l’uomo dispone. È una storia di fantasia ma, come spesso accade, la realtà supera l’immaginazione, e per questo, guardandosi attorno, sono tante le storie realmente accadute, in cui la vera personalità e identità sessuale di una persona viene repressa, mutilata, condizionata, disturbata, violata, impedita, inventata e chi più ne ha più ne metta.
Per noi del laboratorio, il tentativo di sperimentare l’imposizione e l’assunzione di un diverso modo di essere, è stato piuttosto impegnativo. Entrare in contatto con la nostra identità di genere, prendere coscienza del proprio corpo, di quali parti di esso e di quali movimenti era necessario modificare per poter assumere, in modo credibile, l’identità opposta stando attenti a non cadere nei classici stereotipi, è stato difficile, abituati come siamo a poterci esprimere in libertà.
O forse no?
Forse solo a credere di poter esprimere in libertà ciò che siamo.
Quello dell’identità, in effetti, è una delle grandi sfide dei nostri tempi.
Una sfida che travolge non solo la dimensione più intima di ogni persona ma anche la sfera dei diritti e dei doveri.
Le necessarie lotte delle femministe hanno messo in atto un processo che progressivamente ha sdoganato la donna da una serie di ruoli-prigione (dai quali però sembra non vogliano distaccarsi mai del tutto); parallelamente l’uomo si è trovato disorientato, in bilico tra ruoli professionali, affettivi e familiari, in ricerca di un proprio modo di essere uomo, di una propria identità maschile, di nuove modalità di comportamento condivise. A questo aggiungiamo la messa in discussione della dualità eterosessuale, dovuta alle continue incursioni culturali della parte omosessuale.
Madre di tutte le differenze è, in effetti, questa tra maschile e femminile.
E padre di tutte le sfide quella di non omologare, cadendo in un individualismo che invece di accettare e valorizzare le differenze le elimina, le nega, le considera un limite.
Assicurare la libertà dell’espressione e della manifestazione della propria diversità è diritto essenziale sia perché la persona possa avere uno sviluppo affettivo e intellettivo sano sia per garantire i diritti basilari sanciti da tutte le costituzioni democratiche.
Non solo sfide, quindi, ma anche rischi.
Da una parte, come ancora troppo spesso accade, quello di negare la vera identità della persona definendo i ruoli a priori, senza tener conto delle specificità di quell’essere umano, senza lasciare spazio alle sfumature interne a ogni genere. Finiamo cosi per crescere tanti Ahmed, esseri umani insoddisfatti della propria esistenza perché costretti a vivere un’identità che percepiscono come un corpo estraneo.
Dall’altra parte, cosa di cui invece non siamo molto coscienti, il rischio di considerarci liberi quando liberi non siamo. Condizionati da una cultura (di mercato) che definisce, oltre ai nostri bisogni, anche le modalità della nostra libertà di espressione: se mi vesto/penso/compro così vuol dire che appartengo a questa categoria, se invece mi vesto/penso/compro cosà appartengo a quell’altra… Finiamo per accettare di vivere in gabbie dorate. Anche Ahmed “liberamente” (pensava lei) decise che avrebbe vissuto una vita da maschio, con tutti gli onori che la sua cultura riservava ai primogeniti, ma si accorse ben presto che era una libertà illusoria perché non legata alla sua verità bensì a quella imposta dal padre.
Tra questi due rischi si deve collocare il cammino di un’educazione che desidera condurre alla vera libertà, quella che ti permette di valorizzare le specifiche differenze di ognuno.
Una pratica educativa che, parafrasando Claudio Imprudente, possa far suo il concetto di diversità svincolandolo dal territorio dell’handicap e affini, per traghettarlo nel mondo dell’educazione, rendendolo cardine di un nuovo modo di valorizzare la persona nella sua complessità, agevolando la possibilità di fare le cose, vivere le esperienze e stare nelle relazioni con un “modo proprio”: infine poter diventare ciò che si è.

La violenza del mio paese è anche in questi occhi chiusi, in questi sguardi distolti, in questi silenzi fatti più di rassegnazione che di indifferenza. Oggi sono una donna sola. Una donna sola e già anziana. Con i miei venticinque anni compiuti. Due vite con due modi di sentire e due volti, ma gli stessi sogni, la stessa profonda solitudine […] Non c’è più nulla che mi trattiene, ho soltanto un po’ paura di quello che sto per intraprendere; ho paura perché non so esattamente ciò che farò, ma sono decisa a farlo. Effettivamente avrei potuto restare rinchiusa in questa gabbia dove do ordini e da dove dirigo gli affari di famiglia. Avrei potuto accontentarmi del mio stato di uomo potente e quasi invisibile […] Ma la mia vita, le mie notti, il mio respiro, i miei desideri, le mie voglie sarebbero stati condannati. Ho, da allora, orrore del deserto, dell’isola deserta, della casetta isolata nel bosco. Voglio uscire, vedere la gente, respirare i cattivi odori di questo paese e allo stesso modo i profumi dei suoi frutti e delle sue piante. Uscire, essere spinta dalla gente, stare tra la folla e sentire che una mano d’uomo mi accarezza maldestramente il culo. Per molte donne è estremamente sgradevole, ma le cattive maniere, i gesti volgari, possono talvolta avere un po’ di poesia, giusto quel che ci vuole per non prendersela.
(Ibidem)

Uscire da se stessi.
Partire senza mettere ordine e tuffarsi in qualcosa di poco chiaro ma che è necessario affrontare. Liberare la farfalla che vive dentro l’elefante e riappropriarsi della propria identità diventando così protagonisti di un processo culturale che, spostando l’attenzione dall’ambito individuale a quello collettivo, si impegni per assicurare diritti ancora non garantiti, non solo attraverso leggi specifiche quanto attraverso un reale e concreto cambiamento nei pensieri, nelle parole e nelle opere.
Con un solo avvertimento: cosa succederebbe se dopo aver liberato la farfalla, imprigionassimo l’elefante al suo interno?
Il cambiamento sarebbe solo apparente e il valore della diversità, ancora una volta, finirebbe relegato in vecchi schemi.
E Ahmed? Nessuno lo sa, la sua storia si perde nella sabbia, come il suo diario…
Io deposito qui davanti a voi il libro, il calamaio e il portapenne perché è arrivato il momento che una storia nuova, diversa venga scritta.

Come una star, vorrei diventare famoso!

Di Alessandro Pederzoli

Ciao Antonio, qui Ale.
Da un po’ ti “conosco” perché ho visto il tuo sito e soprattutto perché ti ho ascoltato in puntata su Radio2. Eri ospite della trasmissione “L’altrolato” di Federico, mio amico. Io lavoro per “Accaparlante” una cooperativa sociale di Bologna che si occupa di fare un lavoro di tipo culturale sulla promozione della persona attraverso la costruzione di un’immagine positiva della disabilità.
Scrivo anche per la rivista “Hp-Accaparlante”, edita dalla casa editrice Erickson di Trento, di cui noi ne siamo autori. Per questa rivista curo alcune rubriche, tra cui una su “progetto di vita”. Vorrei scrivere di te e del tuo grande progetto: diventare famoso.
Dimmi se è ok…Grazie, A.

 Ciao Alessandra, piacere di conoscerti! Anche dal modo in cui scrivi assomigli molto a Federico ;-)).
È fantastico sapere del tuo interesse del mio progetto e sarei felicissimo di essere citato nella tua rubrica… fammi sapere se ti serve qualcosa. Un abbraccio e, anche se un po’ in ritardo, felice anno nuovo!
Antonio Gaddari

 È lui l’autore del sito www.wannabeavip.com la cui originalità spicca sin da una prima navigazione. Un sito con una storia tutta particolare.Questa pagina nasce dal verificarsi di una serie di eventi che hanno cambiato la mia vita e mi hanno spinto a intraprendere un percorso obbligato. Vedrò di essere un po’ più chiaro. Un incidente stradale, avvenuto nell’estate del 1989 con tutta la mia famiglia, e un susseguirsi di negligenze da parte dei medici nelle ore successive, mi causarono una lesione midollare che mi ridusse, e mi riduce tuttora, a uno stato di tetraplegia (paralisi di tutti e quattro gli arti). Dio volle che l’incidente mi capitasse all’età di cinque anni per offrirmi la possibilità di vivere la mia vita con la capacità, ormai non comune, di apprezzare tutto ciò che ci arriva senza mai dare nulla per scontato”.
Antonio da qualche anno può rimanere seduto solo poche ore, ecco perché non riesce a trovare un’occupazione neppure a regime di part-time. Antonio però può comunicare in maniera completa e lo fa tramite la voce. Grazie a un software specifico (Dragon Naturally Speaking) riesce a impartire ordini al pc; in questo modo, parlando a un microfono, può scrivere.
Antonio ha un grande progetto: diventare famoso. “Ogni giorno leggo e vedo ovunque personaggi dello spettacolo che sono famosi e pieni di soldi solo grazie al loro aspetto fisico e alle loro storie d’amore con altri personaggi celebri. Vedo decine di migliaia di persone che spendono fior di soldi per votare il loro personaggio preferito in tutti i reality show del momento, e questo mi dà da pensare”. Così ha pensato. Ha pensato come in questa società nulla valga quanto la bellezza e la perfezione fisica. Viviamo immersi in relazioni superficiali, in cui si mette in gioco solo in parte la propria persona, tenendosi fuori: cercando la via più semplice e meno impegnativa.
L’intelligenza, la capacità di comunicare, le emozioni profonde, dice Antonio, sono ai margini: non sono abbastanza importanti. Così prosegue: “L’unico modo che ho per smentire tutto questo è dimostrare che tutti possono essere tutto ciò che vogliono, saltando quei muri che noi crediamo reali ma che in realtà non esistono. Ce li creiamo noi stessi, ponendoci dei limiti che ci servono per dare una giustificazione alla nostra coscienza che altrimenti ci farebbe star male”.
L’obiettivo di Antonio stupisce e sconvolge allo stesso tempo: diventare famoso. Vuole attirare l’attenzione e l’interesse delle persone attorno a sé. Non ha un editore e decide, attraverso la rete, di farsi editore di se stesso. Da qui l’idea di questo blog/sito.
La sezione principale è un diario attraverso il quale Antonio comunica con i lettori la sua quotidianità. Lo fa tutti i giorni, nessuno escluso. Così come i personaggi famosi e importanti tengono rubriche sui settimanali o sulle loro pagine web personali, nelle quali aggiornano i lettori sulla loro vita, così vuole fare lui. Quella che comunica è la quotidianità spicciola, nella quale racconta quello che gli accade tutti i giorni, gli incontri che fa, gli amici con i quali trascorre il suo tempo. Sono giornate piene quelle di Antonio, ecco perché non si tratta certo di un angolo di tristezza del quale sono protagoniste la desolazione e la noia di spazi vuoti fatti di reclusione. Antonio si racconta con grande ironia: e questa probabilmente è la chiave di lettura di tutto il sito.
“Non ho un editore, non ho un lavoro, questo strumento mi serve per avere della visibilità. Vorrei arrivare alla televisione”.
Chi non lo vorrebbe? Siamo in un tempo nel quale approdare alla televisione, ancora di gran lunga il medium capace di raggiungere il numero maggiore di persone, perché più visto, più seguito e più presente nelle case degli italiani, significa raggiungere, in qualche misura, la notorietà.
Un blog, una vita messa in piazza attraverso questo diario quotidiano, raggiunge dunque due obiettivi evidentemente importanti per Antonio: fidelizza tanti lettori che si interessano a lui e alla sua quotidianità, e attira l’attenzione di quanti lavorino nel campo delle comunicazioni. Perché Antonio è un grande comunicatore di se stesso. Non fa filosofia, non ragiona intorno ai massimi sistemi, non si erge sul podio di chi si sente autorizzato a spiegare la vita solo perché in una condizione più “sfortunata”. Parla di sé. Questa è la lezione. Non racconta la realizzazione di grandi imprese, non fa sfoggio di grandiosi risultati raggiunti. Antonio parla di normalità, la sua vita raccontata con questa semplicità diventa incredibilmente interessante. Forse quello che incuriosisce, e attira allo stesso tempo, è proprio il fatto che Antonio non vuole diventare famoso per aver compiuto grandi opere, seppur nella condizione della disabilità: Antonio vuole che la sua vita normale diventi famosa. Ecco perché ambisce per esempio a occupare spazi sul mezzo televisivo, ecco perché spera in una qualche presenza in un reality; così come è in cerca di un editore che pubblichi una sua autobiografia.
Ironia dunque nell’approccio, ma anche molta fantasia: che in lui si traducono felicemente in spirito d’iniziativa. In una sezione del sito, chiamata Imvalid store, Antonio lancia un marchio di abbigliamento da lui ideato che gioca sui termini e sulle assonanze delle parole. Propone due magliette, versione maschile e femminile, manica corta per uomo e manica lunga per donna, che sui colori del bianco e nero fa spiccare la scritta IMVALID. “Ho deciso di provare a lanciare un marchio d’abbigliamento, chiamato IMVALID, con riferimento al significato in inglese sono valido, sono in grado, io valgo; contrapposto alla pronuncia in italiano, che assomiglia alla parola invalido”. Idea bizzarra, questa, che Antonio spiega così: “A prescindere dalla condizione in cui ci si trova, ognuno di noi è in grado di superare ostacoli e di riuscire a realizzarsi in qualsiasi campo si voglia e ci si impegni. Per cui chi indossa questo marchio può essere per esempio uno studente, che ha appena preso una bocciatura e si rimbocca le maniche per essere promosso alla prossima occasione, oppure una persona licenziata, che inizia a cercare subito un nuovo lavoro con ottimismo e tenacia, o, ancora, qualsiasi persona che ha fiducia in se stesso e non c’è nulla che lo scoraggi, a un ragazzo innamorato che cerca di far colpo su una ragazza mostrando i suoi lati migliori, fino ad arrivare all’esempio di un laureato in ingegneria che fa il barista d’estate per continuare a migliorarsi sempre più con master e tirocini d’inverno, con la consapevolezza che chi s’impegna la vince. Chi veste Imvalid è una persona che è consapevole della propria forza e non ha paura di affrontare le difficoltà della vita che, a ognuno di noi, il destino riserva”.
Così Antonio propone un gioco di parole da indossare, un’idea non certo riservata alla categoria delle persone disabili. Lo spiega lui stesso. E rientra perfettamente nella sua logica che impregna il sito di ogni suo pensiero.
Antonio è arrivato su Radio2, si è raccontato su Radio24; ha partecipato a una puntata di Screensaver (Rai 3) e a lui sono stati dedicati diversi articoli sulla stampa locale sarda. Ma soprattutto Antonio è raggiungibile facilmente da quanti abbiano il desiderio di conoscerlo. È certamente diventato un personaggio, grazie alla sua energia, ironia e fantasiosa creatività. Questo uno dei progetti per la sua vita.  

Il diritto al dovere

Di Stefano Toschi

Giuseppe Mazzini scrive un’opera intitolata I doveri dell’uomo, la quale si rivolge agli operai cui gli ideologi tentano di far credere di avere solo diritti da rivendicare nei confronti dei padroni. Mazzini, invece, sottolinea l’importanza dell’educazione dell’umanità, e ricorda loro che, prima di avere dei diritti, l’uomo ha dei doveri nei confronti dei suoi simili. Che scopo ha, infatti, rivendicare il diritto alla felicità, se nessuno si impegna perché si creino le condizioni per essere felici? Che senso ha rivendicare dei diritti, se nessuno fa il proprio dovere affinché sussistano le condizioni perché questi si possano esercitare? Mazzini elenca una serie di doveri nei confronti della legge, della Patria, di se stessi, del progresso, di Dio, dell’umanità, della famiglia, dell’educazione, della libertà, doveri che vanno esercitati proprio se si vogliono ottenere anche dei diritti in questi ambiti. I doveri, naturalmente, precedono i diritti, perché forniscono le basi per la fruizione di questi ultimi: dove non c’è niente non si può rivendicare niente.
Anche quando si tratta di persone disabili si parla sempre di diritti e mai di doveri. Questo atteggiamento è sbagliato, un po’ come quando si crede che i portatori di handicap siano santi e non possano peccare solo perché non hanno piena libertà di azione. Si parla di diritto alla sessualità come se il disabile non potesse avere una storia normale. Si trattano i diritti umani come se un giudice potesse decidere sul diritto alla vita: questa diventerebbe un mero contratto con la possibilità di essere sciolto in qualsiasi momento, se non viene rispettato il diritto alla realizzazione dei propri piaceri, che si potrebbe in tal caso di fatto pretendere. Invece, la persona con deficit ha sì dei diritti, ma anche dei doveri. Se si digitano le parole “diritti handicap” su un comune motore di ricerca escono 1.820.000 voci. Non si trova nessuna voce se si cerca invece “doveri handicap”, anzi, l’unica cosa che si trova è una serie di indicazioni di doveri delle persone cosiddette normali e della società nei confronti delle persone disabili.
Anche la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948, usa 30 articoli più il preambolo per sancire dei diritti, e solo nell’incipit dell’articolo 29 ricorda che l’uomo ha anche dei doveri nei confronti della società in cui vive.
Ciò che sancisce forse l’inizio di questo tipo di mentalità volta all’ottenimento di diritti e non al rispetto di doveri si ritrova nella Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, in cui si legge: “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità”.
Questi sono concetti più che giusti e diritti inalienabili, ma è opportuno notare in primis che la società, che dovrebbe garantire dei diritti, ha modo di fare ciò solo se chi la compone si impegna a compiere il proprio dovere nei confronti di essa. Inoltre, il diritto alla ricerca della propria felicità vale solo se rispetta principi basilari quali il neminem laedere e non presuppone che, per ottenere la felicità, ci si debba sottrarre all’esercizio dei propri doveri, anche se scomodi o impegnativi. Infatti è impossibile trovare felicità e stabilità in una società in cui vige l’anarchia, in cui cioè tutti sono impegnati nella ricerca di beni personali, perché se non si rispettano i doveri fondamentali della vita in società e questa non riesce pertanto più a reggersi, non viene di conseguenza garantito da essa nessun diritto, ma si sprofonda nello stato primitivo descritto efficacemente da Hobbes con la celeberrima frase homo homini lupus.
Il concetto di dignità della persona non deve essere basato solo sulla rivendicazione di diritti, ma anche su quello che la persona può dare. L’uomo è tale in quanto è capace di seguire una morale condivisa, nessuno è così povero di “umanità” da non dover seguire delle regole etiche, anche se ha qualche deficit o non è in grado di compiere determinate azioni. Ognuno, quindi, ha il diritto di esercitare i propri doveri, e questo è il diritto fondamentale. Ovviamente esso vale anche per le persone con deficit. Queste ultime, inoltre, indotte dalla mentalità corrente a ritenere di avere solo diritti da reclamare e difendere, talvolta sono portate a confondere i propri diritti con delle pretese di normalità che però tali non sono. Le lotte per la tutela di diritti fondamentali come quello alla vita, al rifiuto dell’aborto terapeutico, vengono confuse e fanno spesso meno scalpore delle battaglie più “scandalistiche” quali quelle per l’apertura di case chiuse apposite per disabili o il diritto ad avere la disponibilità di operatrici sociali sessuali come quelle che già esistono in Olanda. Questi non sono diritti neanche per le persone cosiddette normali. Il disabile, inoltre, si dovrebbe sentire offeso da tali proposte, perché esse presuppongono che una persona portatrice di deficit non riesca ad avere una propria vita sociale e sentimentale appagante. Inoltre non è certo con l’amore mercenario che si risolvono i problemi di socializzazione e di rapporti umani delle persone. L’uomo va educato all’amore, non alla soddisfazione mera dei bisogni fisici. Questo vale per tutti, disabili e non.

Uguali o diversi?

Di Giovanni Preiti

Questo è un interrogativo che da anni, come Progetto Calamaio, proponiamo agli studenti delle classi di tutta Italia. Durante gli incontri nelle classi facciamo ai ragazzi la seguente domanda: “Secondo voi Stefania (che è un animatore del Calamaio in carrozzina, per chi non la conoscesse) è diversa o uguale a voi?”. Questo quesito può essere facilmente traslato al mondo sportivo: gli atleti disabili sono uguali o diversi dagli atleti normodotati? In questi anni mi sono sempre battuto per fare in modo che i diritti degli atleti disabili fossero gli stessi di quelli dei normodotati, per far sì che le strutture siano accessibili a tutti, per cercare di creare la cultura dello sport per persone disabili. Ma dove siamo arrivati adesso? Sicuramente ci sono stati grandi miglioramenti, anche se siamo ancora lontani da una situazione ideale. In realtà non so bene neanche quale sia la situazione ideale; forse bisognerebbe che nelle scuole, nei centri sportivi, nei palazzetti, negli stadi, sulle piste da sci, ma anche nei giardini pubblici, ci fosse la reale possibilità di far praticare a tutti lo sport. La realtà è che lo sport non è uguale per tutti, e l’Italia è proprio l’esempio di questo: ci sono grandi differenze di interesse, di investimenti, di cultura all’interno del mondo dello sport italiano, basta fare un ragionamento sui numeri. Ad oggi il CONI, che è l’organo che ha la giurisdizione dello sport in Italia riconosce: 43 federazioni sportive, 17 discipline associate, 17 enti di promozione nazionali, un ente di promozione territoriale, 18 associazioni benemerite; sono affiliate al CONI oltre 65.000 società sportive e il numero di tesserati è superiore a 8 milioni. Di queste più di un terzo sono società di calcio, il resto va diviso per le restanti 42 federazioni, dentro queste c’è il CIP, Comitato Italiano Paralimpico, che nel 2006 contava 642 società affiliate; ora non conosco tutti i numeri dello sport in Italia, ma credo che il CIP si trovi nella stessa situazione, almeno per quello che riguarda i numeri, di altre federazioni e rientra quindi tra quelli identificati come sport minori. Bisogna quindi essere consapevoli che in Italia tutti gli sport sono diversi dal calcio e da pochi altri; è quindi impossibile solo pensare a una situazione di uguaglianza. Non verranno mai spesi milioni di euro per costruire stadi per persone disabili, o piste di pattinaggio, o campi da baseball, o da pallamano; l’importante è che per chi vuole praticare uno sport, ci sia la possibilità di farlo, anche se ha un deficit. Quello che credo di poter affermare con tranquillità, al di là di quanto la maggior parte delle persone possa immaginare, è che non ci sono grosse differenze tra atleti disabili e non disabili, questo nel bene e nel male; non sono solo luci quelle che brillano sugli atleti paralimpici, ad oggi non si sono riscontrati casi di doping tra i nostri atleti paralimpici e mi auguro che non ce ne siano mai, ma nelle altre nazioni non è così. Leggendo un’intervista sul sito delle recenti Paralimpiadi di Torino a Danilo Destro, vice-campione italiano di Curling, alla domanda su cosa pensa del doping risponde così: “Lo sport è competizione, le pressioni a cui sono sottoposti gli atleti sono crescenti e c’e’ chi, per ottenere risultati migliori e non essere tagliato fuori da un mondo sportivo sempre più esigente, si spinge oltre. Non mi sento di escludere che il doping possa riguardare anche il mondo Paralimpico”. Vi sono stati cinque casi di doping ad Atene, che hanno sporcato l’immagine di uno sport simbolo di una rinascita sociale, di vittorie sulle avversità della vita. Un controsenso della umanità e non soltanto agonistico, forse è un segno di uguaglianza, un tentativo di adeguarsi allo sport dei record e della ricerca delle prestazioni oltre ogni regola. Di una cosa sono certo: i “dopati” delle Paralimpiadi hanno un peso in più sulla coscienza, possono sentirsi uguali a quelli normali, purtroppo. Noi del Calamaio chiudiamo il gioco dell’uguale o diverso, cancellando la “o” e mettendo una “e”; sì gli sportivi disabili sono uguali e diversi dagli altri; quello che mi auguro è che siano uguali nel raggiungere, con il cuore, con il sudore e con il cervello ogni traguardo, e diversi come sono tra loro diversi tutti gli uomini.

Quello strano fascino del bastone

DI Pierluigi Sera, laureando in economia e commercio, al momento prestato al mondo dell’ottica

FOREMAN: “Voglio che tu faccia una biopsia della materia bianca cerebrale”. DR. HOUSE: “Ah, certo come darti torto, il mondo è invivibile per chi è dotato di intelligenza superiore, ho sempre invidiato gli animali domestici e i bambini ritardati, […] un millimetro e puoi passare il resto della tua vita senza trattenere la saliva in bocca”. FOREMAN: “Molto meglio disabile che morto”. DR. HOUSE: “Certo hai davanti a te un esempio così sexy, solo che in realtà non è affascinante come sembra…”. FOREMAN: “La biopsia ci dirà esattamente cosa non va”. DR. HOUSE: “Gli antibiotici potrebbero fare lo stesso”. FOREMAN: “È solo un’ipotesi”. DR. HOUSE: “Proviamo e vediamo”. FOREMAN: “Con gli antibiotici ricomincerà il dolore”. DR. HOUSE: “Il dolore ci porta a sbagliare le decisioni, la paura del dolore è anche peggio, spesso…”.
(Dialogo tratto dalla serie televisiva “Dr. House”, Stagione 2, Episodio 21 intitolato “Euforia”)

[…] dovrebbe andare in archivio e chiedere allo Zoppo: una situazione imbarazzante, un individuo insopportabile e scostante. In verità lo Zoppo si chiama Poli Ugo, la sua qualifica è di vice ispettore aggiunto, ma in questura nessuno ormai ricorda né il primo, né la seconda. È diventato lo Zoppo […]
Parlargli, anche solo di lavoro, significa sopportarne il sarcasmo pesante, la sua aria di superiorità e non badare alle offese. In caso contrario si rischia di passare alle vie di fatto, e con lo Zoppo, munito di pesante bastone in aiuto alla gamba destra massacrata, si rischia di prenderle perché non possiede un minimo di umanità. A colpi di bastone ha reso invalido un giovane che gli aveva rubato la bicicletta: fate voi! […]
Il suo modo di comportarsi è certo una maniera di vendicarsi, ma si tratta di una vendetta interiore, fine a se stessa e che non esce dalla mente dello Zoppo. Allora che vendetta è? Ci vorrebbe un Freud e io non ne conosco. Poli Ugo, vice questore aggiunto, è un individuo interessante da seguire. Meno monotono di Sarti Antonio, sergente […]
(Brano tratto da Loriano Macchiavelli, Sarti Antonio e il malato immaginario)

“Il malato immaginario”, titolo evocativo ed esilarante se ci si riferisse alla celebre opera di Molière, e non a una ben congegnata truffa alle casse del servizio sanitario nazionale, una sorta di “tangentopoli” ante-litteram, in cui il “nostro” Poli Ugo, lo Zoppo, come lo chiamano in questura, è intento a smascherare un ardito imbroglio tessuto in una rinomata clinica della Bologna bene, ed “Euforia”, in cui l’arci-noto e televisivo Dr. House, si trova ad affrontare, in una altrettanto facoltosa clinica universitaria made in Usa, una strana malattia che sta divorando il cervello di uno dei suoi più validi collaboratori e che ha come singolare principio un’immotivata e irrefrenabile euforia. Se Loriano Macchiavelli e David Shore, ideatore della serie tv, non fossero distanti nel tempo e nello spazio le analogie sembrerebbero a dir poco imbarazzanti e sarebbero pregati dalla pubblica piazza di fornire i propri alibi. Entrambi i personaggi, novelli Sherlock Holmes, con bastone e buona dose di arroganza, arrancano nella loro particolare ricerca della verità, la propria verità, e buona pace alle leggi e ai regolamenti. Spinti da un enorme spirito di rivalsa sul mondo dei “normali”, angeli scacciati da un paradiso che ormai irridono, sacrificano affetti e salute pur di mettere la parola fine nel terreno dove altri annaspano, sia esso un’incomprensibile malattia, o un intrigato caso di omicidio. Indagatori dell’animo umano, osservatori profondi, pronti a cogliere anche il più lieve cedimento o indecisione nel volto del loro interlocutore, che ne riveli i veri sentimenti e il vero intento, partono dall’assunto che tutti mentono. La fiducia nel genere umano è un lusso che non si permettono: Poli Ugo e Gregory House hanno sperimentato sulla propria pelle l’abbandono, la compassione o l’indifferenza dei loro simili. Fuggono la compagnia degli altri in una insensata e tragica messinscena che sancisca la loro totale autonomia, e se hanno bisogno di qualcuno, usano le persone come pedine di una invisibile e irrazionale scacchiera. Ma la fiducia nel raziocinio, nella razionalità dovrebbe vacillare, perché entrambi sono, se pur superiori alla media, uomini, e per questo fallibili, e forviati e ingannati da falsi indizi percorrono il sentiero che li conduce alla meta incappando in vicoli ciechi e cantonate plateali. È più facile, infatti, cadere nei tranelli e nelle trappole della vita se si cammina accecati dal proprio ego; la sicurezza di avere sempre tutto in pugno, e la situazione sotto controllo, rende tutti, nessuno escluso, più vulnerabili. Le analogie tra i nostri “eroi” finiscono qua, nascono e muoiono in una condizione che li ha strappati dalla loro vita precedente per catapultarli in un limbo popolato da tensioni psicologiche: l’amore/odio per le persone che hanno accanto, il rancore verso un mondo da cui si sentono emarginati o da cui si emarginano essi stessi, la colpa del loro stato che attribuiscono a qualcuno su cui però, non riescono a vendicarsi, l’ex-moglie per il medico e i superiori per il poliziotto. Per il resto sono Dr. Jekyll e Mr. Hide, due facce di una stessa medaglia, ma così opposte… House è l’amico guascone che tutti vorrebbero avere, il cinico malato della vita, che illumina le situazioni con le proprie battute sferzanti e brillanti, lo zio burbero a cui correre in caso di necessità. Il suo rapporto col potere è di sfida, non ossequioso, di scontro fino all’autolesionismo e il fine ultimo è il bene, anche se, travestendosi da dio minore, sancisce quale sia il bene a cui tendere; quando maltratta gli altri è per tirare fuori il meglio delle persone e, in una distorta visione di giustizia, indirizzarli verso la meta, un po’ come quei genitori ottusi che pretendono che i figli leggano l’affetto che hanno per loro dal numero di rimproveri che subiscono. Poli Ugo, invece, è un antieroe, uno che ha scarso rispetto per la vita altrui e vorrebbe vedere morti tutti coloro che non la pensano come lui. Una persona che si riempie di sussiego per i potenti, perché sa di non poterli battere, e calpesta chi ritiene più debole o inferiore. La sua intelligenza è vivida quanto quella di House, ma il suo fine ultimo è quello di incidere una bella “R” rosso sangue sui rapporti sui quali i colleghi si sono arenati, “R” che significa “Risolto”, e sancisce la propria supremazia sugli altri, ma non rivela mai a nessuno le proprie deduzioni, lasciando pericolosi criminali in giro per le strade della sua città e poco importa se quelle stesse persone concorrono a peggiorare le amate mura natie. La propria vittoria non è la lode altrui, un po’ come House, ma il sapere di essere una spanna sopra a tutti e che a lui, a lui no, non la si dà a bere e per ottenere il proprio scopo non esita a usare i malcapitati che hanno la sfortuna di incrociare il suo bastone. Celandosi dietro la veste di questurino, infligge angherie e scorrettezze insensibile a qualsiasi idea di giusto, fedele alla propria idea di giusto, così diverso da Sarti Antonio e dai suoi amati caffè…

Emozioni di “seconda mano”

Di Luca Baldassare

La “qualità emozionale” nei servizi turistici è un tema di cui si parla da qualche tempo e probabilmente non senza reali motivi d’interesse. Intanto bisogna specificare che il concetto di “qualità emozionale” non è analogo a quello di “qualità percepita”. Infatti, mentre la seconda è più orientata alla misurazione del livello di soddisfazione del cliente, in sostanza liquidabile come mera questione di marketing, la prima investe un piano assolutamente più emotivo, emozionale per l’appunto. Attiene cioè a quella sfera del privato invasa dalla voglia di conoscenza, di libertà e, forse, anche al desiderio di fuggire dalla propria realtà. Praticare questo tipo di turismo significa rivisitare il proprio rapporto con l’ambiente e con gli individui che lo abitano e perciò anche delle relazioni che con loro si intrattengono.
L’argomento è interessante sia per chi offre i servizi turistici sia per chi ne usufruisce. Se valutata dal punto di vista di un operatore del mercato del turismo che vuole stimolare la “domanda”, la questione potrebbe porsi nei seguenti termini: “Come si fa a misurare l’intensità di un’emozione che si prova di fronte a uno spettacolo della natura?”. La probabile risposta è che non sia possibile in nessun modo, non fosse altro perché il “sentire”, almeno questo sentire, è troppo soggettivo per essere oggettivizzato. È altresì vero che non ci sono dubbi circa l’importanza della qualità emozionale, senza la quale verrebbe meno la motivazione e forse l’essenza stessa del fare turismo. Onde evitare di incartarsi, è bene porre la questione diversamente.
Ragionando ad esempio di cultura dell’accoglienza e dell’ospitalità, miscelata opportunamente ai concetti di accessibilità e fruibilità dei servizi, più semplici da misurare, avremmo qualche primo concreto indicatore della qualità emozionale.
A quelli cui quest’idea della qualità emozionale potrà sembrare strampalata, è bene chiarire due elementi. Intanto, che in tutti i territori dell’economia, e quindi anche in quello del turismo, recepire un cambiamento, se non anticiparlo, si traduce in un vantaggio strategico e di competitività che interessa qualsiasi impresa. In quest’ottica sono i numeri del turismo di massa, che negli anni hanno incrementato sensibilmente la domanda e allargato e differenziato l’utenza, che quasi costringono alla ricerca di nuove strategie per intercettare la crescente domanda di servizi. L’altro elemento, non meno importante, è che la letteratura sull’argomento propone da tempo molti livelli di riflessione, alcuni addirittura già tradotti in bandi di enti pubblici per la promozione di servizi turistici.
Non solo: esistono addirittura veri e propri vademecum per operatori turistici che snocciolano principi di buona accoglienza quali rispetto, disponibilità all’ascolto, cortesia, gentilezza; e sottolineano con forza l’importanza di porre le basi per una buona relazione, ovvio, per “vendersi” meglio, ma evidentemente con beneficio dell’utente/fruitore.
È altrettanto ovvio che la cortesia e la disponibilità non si possono imporre per legge, pertanto solo chi ne coglie la potenzialità ci scommetterà sopra.
Come gruppo di lavoro del Centro Documentazione Handicap e della Cooperativa Accaparlante, che si cimenta ormai da oltre dieci anni nella realizzazione di prodotti turistici con un occhio di riguardo per chi ha problemi di mobilità, la promozione di un turismo di qualità emozionale è vista come un’interessante opportunità.
Esiste una correlazione stretta tra una scelta improntata al turismo emozionale, a una logica dell’accoglienza, e la fruibilità e l’accessibilità delle strutture ricettive. In questi anni di lavoro ci è spesso capitato di editare guide all’accessibilità di luoghi e contesti, a priori ritenuti inaccessibili. Lavorare in una logica emozionale vuol dire impegnarsi a fornire emozioni , se non proprio di “prima” almeno di “seconda mano”. Magari apparirà una forzatura, invece è frutto di un impegno preciso e voluto. Costruire degli itinerari di accessibilità tenendo conto di questo, vuol dire ad esempio, segnalare uno scorcio cittadino, una porzione urbana insignificante ai più, ma capace di fermare l’emozione del rilevatore di quel momento. Trasporre quell’emozione in quella segnalazione vuol dire farla rivivere, in quel turista, che verrà dopo di te.

Nonna Santa e i Dogi

Di Luca Baldassarre

La prima (e unica) volta che portai mia nonna a visitare Venezia fu veramente un’esperienza da raccontare. Ricordo chiaramente che non stavo nella pelle: non mi pareva vero di essere riuscito a convincerla a lasciare per ben un giorno e mezzo la sua terra d’Abruzzo, la sua casa e le sue abitudini. Come molte persone della sua generazione anche lei, nata nel 1909, ha sempre avuto un concetto di mobilità molto particolare, sicuramente di un’altra epoca. Concetto, per me, estremamente affascinante. Anche a distanza di molti anni dalla sua dipartita, mia nonna rappresenta per me una fonte inesauribile di saggezza. È l’unica persona che abbia mai conosciuto capace di infilare, in ogni discorso e con incredibile tempismo, una pastiglia di assennatezza.
Ne aveva per tutti lei, e ovviamente ne ha avuto anche per Venezia. Appena scesi dal vaporetto alla fermata del Ponte di Rialto, il suo primo commento fu: “Uuuh…ma come fann(e) chiss a suppurtà tutta ‘sct’umidità? Mi fa mal(e) l’uss(e) a me pe’ iss(e)?”.
Ecco, l’essenza di nonna Santa sta in questa frase! Per chi ha vissuto un’intera esistenza nell’arco di pochi chilometri quadrati non è mai facile uscire dal proprio guscio… Ma lei, da questo come da altri punti di vista, era davvero una persona spettacolare! Io sono rimasto spesso stupefatto e incuriosito dal modo in cui lei si approcciava alle cose nuove, che ancora oggi trovo incredibilmente attuale, un po’ come le sue massime… E penso che anche per chi, come me, è figlio di un’epoca che ci ha abituati a un sacco di cose bellissime e supertecnologiche, come per esempio a spostarci anche a grandi distanze con buona disinvoltura, il suo modo di essere e di fare sia veramente interessante. Ebbene, è proprio da qui che vorrei partire. E il punto di partenza non può che essere un luogo geografico ben definito: Manoppello (Coordinate GPS 45.8247222′, 12.5341667′). Questo ridente paesello della provincia di Pescara, ritirato verso l’Appennino ma a soli 30 chilometri dalla costa adriatica, ha visto scorrere la gran parte dell’esistenza dei miei nonni materni: Santa e Donato. Io non ho mai capito come abbiano fatto a vivere dove hanno vissuto, e per tutti quegli anni. Con la famiglia “a regime” sono arrivati a essere in 14/15 persone… Un bel numero non c’è che dire, soprattutto se suddivisi in quattro stanze in tutto (sala da pranzo e cucina incluse). D’altronde, come si dice in questi casi, all’epoca non c’era il televisore. Ma non è di questo che stavamo parlando; parlavamo di Venezia e della nonna. Come soleva spesso dire di sé, lei non aveva fatto scuole, “né alte né basse”, perciò era “gnorante e ‘nalfabeta!”. In verità, sapeva leggere, scrivere e perfino contare. Qui, anche se mi scoccia alimentare uno dei luoghi comuni più insopportabili e retrivi sull’Abruzzo, devo ammettere che lei ha sempre sostenuto di aver imparato a farlo “pascendo le pecore”. Mi secca dirlo, ma tant’è…
Nonna Santa e i viaggi: è un titolo suggestivo per un libro. Ma non sarebbe un tomo molto voluminoso. Lei non viaggiò molto in vita sua e non solo per una questione di soldi, come si potrebbe pensare. E forse neanche per mancanza di una “cultura del viaggio”. Semplicemente non lo fece, nemmeno quando sarebbe stato logico farlo. Ad esempio, per andare a trovare qualcuno dei suoi figli emigrati all’estero: in Canada, in Belgio (a Marcinelle, località tristemente famosa per l’incidente in cui morirono tanti minatori, diversi dei quali proprio di Manoppello) o in Germania. Insomma non si spostò mai dalla sua terra, tranne una volta. Ricordo un viaggio insieme, in Val di Susa (dove vive un’altra delle sue figlie), per un matrimonio. In quella circostanza ebbi l’opportunità, forse per la prima volta, di vedere interagire mia nonna con qualcosa di nuovo e forse per lei inaspettato: Torino. Infatti, nel viaggio di andata ci scappò la sosta nel capoluogo piemontese. Mia nonna apostrofò subito l’imponente seriosità degli edifici della città con un “E tutt(e) s’ cas(e) vicchi(e)?”. A quelli che non riescono a cogliere l’essenza di questo modo di fare, vorrei spiegare che è frutto del background culturale tipico delle genti d’Abruzzo, che si potrebbe riassumere in un, “nel dubbio, sbeffeggia!”. Però, al di là di queste considerazioni, quello che conta è ciò che scattò dopo. Infatti, fregiandomi della mia scolarizzazione da “scuole alte” (all’epoca frequentavo un istituto superiore ospitato in un palazzo di tre piani), introdussi mia nonna alle vicende storiche di quegli edifici dell’ex Capitale d’Italia. Al loro passato e a quello che avevano rappresentato per tutti noi. Lei, come faceva sempre quando le parlavo, mi ascoltò tutto il tempo senza proferire verbo. Aveva un luccichio negli occhi brillantissimo, attenta a percepire ogni mia parola. Col passare del tempo questa cosa mi impressionò sempre meno ma quella volta lì, la ricordo ben nitida, scolpita nella memoria. Sono sempre stato convinto che quell’occhio celasse un atteggiamento di grande curiosità e voglia di conoscenza non così comune, nemmeno per il più navigato dei viaggiatori. Inoltre, spesso diceva che occorreva fare attenzione a lasciare “l’Addor(e)”. So che intendeva dire “non essere invasivi né scostumati”. Cioè: bisogna avere gratitudine e un grande rispetto per l’interlocutore che sceglie di condividere con te quello che sa lasciando fluire il racconto senza incalzarlo troppo. Io questa cosa l’ho sempre trovata di grande civiltà. Mi ha ricordato le tanto da me vituperate “buona maniere” che così spesso mia madre ha cercato di insegnarmi. Dopo quella volta sono stato più attento a verificare il comportamento di mia nonna verso le fonti di informazione e soprattutto verso i luoghi e i posti nuovi. Sentirle rispondere “Buonasera!” allo speaker televisivo del TG1, interpretare la notizia del giorno o leggere attraverso i suoi occhi l’enorme patrimonio storico artistico di Venezia è stato così divertente e affascinante, da vero turista del 1909! Una lettura di puro, pratico buon senso che mi ha restituito una visione unica e originale che nemmeno il più grande dei ciceroni avrebbe potuto mai darmi. E qui non c’è scuola “alta” che tenga!