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Autore: admin

11. Cittabolario

di Cesare Padovani,Recupero, rifiuto, risorse umane, scarto…. alcune voci tratte da questo “vocabolario sulla città”, dove il riutilizzo delle cose passa attraverso l'”accorgersi” delle stesse; dove il recupero diventa un avere cura dell’ambiente ma anche degli altri, in un percorso che rimanda l’uno all’altro, in una stretta interconnessione.

Recupero
Più che alle altre operazioni, si addice a “recupero” il carattere di arte della trasformazione (techné). Saper recuperare é segno di intelligenza creativa (creatività).
L’aspetto creativo del recupero avviene nella logica della cultura dello scarto: avviene cioè nell’ ordine mentale secondo il quale ogni oggetto, o forma, o frammento, o elemento, “trovato” è degno di essere osservato, preso in considerazione per eventuali altri impieghi, prima di essere definitivamente eliminato.
Questo sguardo particolare è quello della sarta quando scampoli e frammenti di stoffa scartati per trovarne un ulteriore utilizzo; è dell’architetto nei confronti di un edificio vecchio o danneggiato; è del medico nei confronti di colui in cui vede di poter aiutare a recuperarsi con le propie risorse (salute smaltimento); è dell’ insegnante tutte le volte che inventa una didattica partendo dalla preziosa occasione offerta dall’interesse del bambino in un preciso momento.
Ed è anche lo sguardo particolare dell’artista e del poeta, i quali, di fronte ad un segno imprevisto o alla costruzione inaspettata di quel verso, non ricominciano tutto daccapo se, a quel punto, vale la pena di procedere: piuttosto riprendono quel segno scomposto o quelle parole cosi come s’affacciano per circoscrivere una forma oppure per arricchire un senso. È questo lo sguardo del recupero. Lo sguardo che sa guardare gli scarti.

Rifiuto
I rifiuti possono essere solidi, liquidi, gassosi, e anche possono riguardare il nostro comportamento: si trovano abbandonati per terra, nell’acqua, nell’aria, si ammucchiano persino nel nostro animo tutte le volte che si rifiuta qualcosa o qualcuno.
Con la parola “rifiuto”, nel suo senso più generale, si intende l’atto del “respingere”,del “rigettare “qualcosa, l’allontanare da sé in maniera decisa un oggetto, una situazione oppure una persona con cui non si vuole in alcun modo avere rapporti.
Rifiutare non ammette compromessi: anche nei linguaggi non verbali è rappresentato dalle palme delle mani spalancate in avanti, a mezz’aria, che simboleggiano uno sbarramento, oppure dal girare le spalle, fare dietro front, voltare il coccio.
È un no secco, senza equivoci.
Ogni panorama ecologico presenta allo stesso tempo un problema etologico.
Ovverosia perché il nostro comportamento, più originario e fondamentale (ethos) nei confronti di noi stessi, degli altri, della convivenza, della salvaguardia e della sopravvivenza della specie, dell’essere un tutt’uno con la Natura, è un comportamento strettamente legato ai modi con cui ci rapportiamo con l’ambiente (oikos), ai nostri costumi, ai modi con cui rifiutiamo i rifiuti.

Risorse umane
Mi piace ricordare uno dei chissà quanti esempi di recupero e investimento di risorse umane che nella nostra città non si vedono perché non appaiono, perché lavorano nel silenzio della quotidianità, come i gabbiani, come l’omino dei cartoni o come quelle brave maestre che utilizzano qualsiasi materiale per invitare i bambini alla creatività: è l’associazione di volontariato “la capanna”, nata nel 1994, dalla iniziativa di un uomo lungimirante che mette a disposizione le proprie energie per poter nel migliore dei modi utilizzare socialmente le energie degli altri. “La Capanna” ha una chiara filosofia dell’esistenza. Per lei, nella città, niente è rifiuto da buttare, ma tutto può diventare riciclabile, ed ogni apparente scarto può trovare il suo investimento più opportuno: cosi il tempo libero impiegato per chi ha bisogno di aiuto, la propia esperienza in determinato settore medico, giuridico, tecnico, psicologico) offerta a chi lo richiede e soprattutto alle persone più emarginate o là dove l’istituzione pubblica non riesce ad intervenire, fino ad estendere la propia solidarietà a chi soffre le diverse problematiche della precarietà della casa……
Capire questa dimensione del riciclaggio di energie umane è anche capire le potenzialità delle risorse che si possono trovare in qualsiasi tipo di rifiuti. E viceversa.
Capire l’altro vuol dire incoraggiarlo a mettere in luce le sue risorse: pratica di vita che meglio di altre riesce a valorizzare le proprie risorse.

Scarto
Potrebbe sembrare un sinonimo di “rifiuto”, invece lo scarto è qualcosa che si evita oppure qualcosa che si toglie di mezzo, che si toglie dalla vista, senza per altro entrare in quel dimenticatoio che suona “lontan dagli occhi, lontan dal cuore”.
Deriva appunto da “evitare”, ma anche, perché no? potrebbe derivare da “uscire dalla carta”:in questo caso, lo scarto diventa una sorpresa.

Testo tratto da “Cittabolario, vocabolario sulla città visto dall’Amia”, a cura di C. Padovani, Rimini, 1996

10. Linee di convergenza

di Italo Reale, rappresentante della Federazione dei Verdi

Le istanze ecologiste hanno trovato espressione in Italia nel partito dei Verdi. Abbiamo chiesto ad un loro esponente i punti di contatto e le differenze tra chi opera nel sociale e chi lotta per la protezione dell’ambiente. Un concetto della differenza come qualcosa che non va solo tollerato ma sentito come indispensabile.
Associazionismo ambientale e volontariato sono due mondi con moltissimi punti di contatto che non hanno mai costruito un rapporto stabile, che si sono guardati con reciproca simpatia senza però incontrarsi.
Le ragioni di tutto ciò, stanno forse nella forte tendenza monotematica che caratterizza i due movimenti che li rende impermeabili, non tanto alle reciproche motivazioni ma ad un impegno su altri temi. Eppure sono proprio i valori di fondo che sono comuni al volontariato ed ai Verdi, prima fra tutte una scelta di impegno sociale, che poi per alcuni diventa anche politico, che è rinuncia ad una visione individualista e che è speranza di un cambiamento collettivo, ed in meglio, della società. Ma è proprio sui contenuti che e’ facile trovare profonde consonanze.

Oltre la tolleranza
L’accettazione e la valorizzazione delle diversità è alla base di una filosofia comune che ritiene che siano le differenze che hanno reso la vita sul nostro pianeta così resistente e che l’equilibrio ecologico raggiunge il suo punto più alto nella complessità dei suoi componenti. È qualcosa di più della tolleranza, che è concetto che indica un’accettazione paziente di una cosa che non si apprezza, ma è consapevolezza che siamo parte di un tutto assai diversificato e di cui ogni componente è importante.
“Accoglienza” diventa quindi un vocabolo comune per significare un atteggiamento di disponibilità  verso gli altri che si può concretizzare in un’idea della democrazia fortemente rispettosa di idee che non si condividono ma anche di rifiuto di egoismi verso grandi movimenti epocali come le migrazioni dal Sud al Nord del mondo.
Facile intendersi quindi contro il razzismo, contro le limitazioni del diritto di residenza e di movimento, a maggior ragione, se giustificato dalla guerra o dalla fane.
Ed anche sui grandi temi della politica le convergenze sono assai profonde.
La consapevolezza che per passare dall’assistenzialismo allo Stato sociale non è sufficiente aumentare i fondi in finanza ma è necessario trasformare la qualità della spesa e dello sviluppo, è uguale alla necessità dei Verdi di ottenere un nuovo quadro complessivo perche’ si passi dalla battaglia per il singolo parco o fiume alla tutela complessiva dell’ambiente in cui viviamo.
Dietro lo slogan “Città’ Amiche” vi è un progetto in cui una diversa qualità della vita è fatto da più spazi verdi, da minor inquinamento ma anche da servizi che, costruiti per tutti i cittadini, migliorino anche la capacità di vita autonoma dei disabili.
Scelte complessive che, a partire dal disegno della città, permettano alla collettivita’ di muoversi e di vivere in un ambiente realizzato per gli uomini e non, per esempio, per le automobili.

Tempi e ritmo frenetici
Ma è forse sui tempi della vita, e su quelli che la società ci impone, che Verdi e volontariato trovano un fortissimo punto di convergenza in contrasto con l’attuale modello di “lavoro ideale”. La mancanza di spazi personali, la concitazione dei ritmi sono elementi di esclusione di chi non è in perfetta forma fisica rendendo impossibile l’accesso a ruoli di responsabilità per chi non vuole o non può reggerli. Modificare tutto questo rappresenta una rivoluzione che investe i modi di produrre ma che ha una conseguenza, in termini culturali, profondissima.
Una vita meno aggressiva ma più profonda, in cui l’azione è meno veloce del pensiero, è infatti un contrasto con i valori che oggi vengono imposti.
Sono quindi tanto numerose le convergenze da chiedersi se non sia arrivato il momento che ambientalismo ed impegno sociale rafforzino quel coordinamento stabile, che in alcuni settori gia’ esiste, per portare una società che pare indirizzata in tutt’altra direzione, verso riflessioni e valori diversi.

9. Go home, Hirenaus

di Alexander Langer

“Occorre una cultura della convivenza che sappia sviluppare l’arte dell’accettazione della compresenza dei diversi sullo stesso territorio… La comprensione delle differenze ela capacità di sentire la differenza etnica o culturale non come un handicap ma come una condizione oggi assai frequente”. Uno degli ultimi interventi del noto esponente ecologista.
Ha ragione Eibl-Eibesfeldt: la tendenza alla xenofobia, all’ostilità verso gli estranei, al rifiuto del nuovo arrivato, del diverso, di colui che complica e magari disturba l’equilibrio relazionale e di potere esistente, è generalizzata. Non mi stupirei se avesse radici non solo culturali, ma anche biologiche. Basti pensare all’esperienza di ognuno di noi quando in uno scompartimento ferroviario o in un posticino di mare o di montagna dove ci siamo sistemati comodi, magari con i nostri cari, arriva qualcuno che vuole prendere posto, interloquire, accendere la sua radio o sigaretta, sistemarsi a suo modo e – orrore! – far arrivare anche i suoi cari, senz’altro più rumorosi, puzzolenti ed indigesti dei nostri. E più affollato sarà il mondo, più mobili i suoi abitanti e più forti le ragioni che spingono alla migrazione, più frequentemente lo xenos ci apparirà non come ospite, ma proprio come straniero indesiderato.
Epperò – tutta la storia culturale dell’uomo non è forse una storia di raffinamento e dominazione di istinti primordiali? Di faticoso superamento dell’omicidio, dello stupro, della predazione, della supremazia armata del più forte, della violenza in tutte le sue forme – insomma, un tentativo di far vincere la ragione sulla forza? Una storia di ricerca e costruzione di senso nella vita dei singoli e delle collettività, che per l’appunto non si esaurisca nel darwinismo biologico?
Non c’è dubbio che oggi la xenofobia e la conseguente dilagante voglia di omogeneizzazione ed epurazione etnica sia tra le maggiori e più pericolose sfide del nostro tempo. Se ne potranno addurre motivazioni etologiche quante se ne vorranno, ma non è detto che l’eventuale affinità con comportamenti bestiali renda più scusabili certi comportamenti inumani. I discorsi di tanti leghisti o lepenisti o razzisti comunque denominati che reclamano (o addirittura praticano manu militari) l’espulsione di marocchini e zingari, ed i ragionamenti di taluni curiosi pseudo-ecologisti che proclamano che gli uomini, come le piante, devono stare nel loro humus congenito e non spostarsi da lì, non possono certamente pretendere alcuna mobilitazione scientifica.
Anzi. Proprio se fosse accertato che siamo esposti alla xenofobia a livello biologico ed istintuale (come potremmo essere inclini a prenderci con la forza ciò che ci pare e piace), dovremmo migliorare e qualificare le nostre difese. Tra le quali collocherei in primo luogo una cultura della convivenza che sappia sviluppare l’arte dell’accettazione della compresenza dei diversi sullo stesso territorio, con tutti gli opportuni accorgimenti perché possano crescere la conoscenza e l’inter-azione reciproca, la comprensione delle differenze e la capacità di sentire la diversità etnica o culturale né come provocazione né come handicap, ma piuttosto come una condizione oggi (ed anche in passato!) assai frequente, che va saputa affrontare. Non tutti si convinceranno che «inter-etnico è (può essere) bello»; anzi, risulta più popolare, nei fatti, lo slogan opposto «etnico è bello»).
Ma la realtà è che non esiste una astratta e teorica possibilità di scelta. Le società moderne sono altamente mescolate, solo attraverso una spaventosa dose di violenza si potrebbe ridurre ad omogeneità etnica gran parte del mondo d’oggi, e soprattutto le grandi città. Converrà allora investire le risorse scientifiche, culturali e morali nella ricerca di come si può migliorare la convivenza piuttosto che nella spiegazione del perché convivere è brutto ed oltretutto innaturale.

Articolo tratto da La Nuova Ecologia, 6 maggio 1995

2. Il Welfare siamo noi

di Mariano Bottaccio

Il Terzo settore chiede di contare di più nella progettazione delle politiche sociali. E promette due cose: un ampliamento della partecipazione democratica e la creazione di nuovi posti di lavoro. Ma quale sviluppo intende promuovere? Quale ruolo devono avere cittadini nella promozione del benessere della comunità?
Terzo settore, terzo sistema, economia civile, economia solidale. La confusione comincia già dal nome. Ed aumenta se proviamo ad elencare i soggetti che ne farebbero parte: la Fondazione Agnelli e le cooperative sociali, le associazioni di volontariato e l’università Bocconi, le Ipab (Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza, che gestiscono molte case di cura) e le fondazioni bancarie. Un ambito segnato da una grandissima eterogeneità, per il quale manca una definizione soddisfacente.
Il vasto mondo che non è riconducibile né allo stato né al mercato -terzietà residuale, per alcuni- è oggi apprezzato sia da Giovanni Agnelli, icona vivente del capitalismo nostrano, sia da Marco Revelli, punto di riferimento di una sinistra che non si vuole “integrare”. E in Francia il Terzo settore, insieme alla riduzione dell’orario di lavoro e al reddito minimo, è uno dei tre punti dell’Appello dei 35, firmato dal gruppo antiutilitarista di Alan Caillé e Serge Latouche e da esponenti del cattolicesimo sociale di Esprit, dell’anima tecnocratica ed elitaria di Transversales, del radicalismo post-rivoluzionario di Futur antérieur.

Un processo di aggregazione crescente
Dal canto suo, quello che ora è definito “Terzo settore” è in piena effervescenza.
Si assiste, pur tra diffidenze e rivalità non sempre celate, ad un processo di aggregazione crescente, ad un proliferare di coordinamenti, consulte, forum. Il 16 dicembre del 1994 si costituisce, per iniziativa di 20 organizzazioni nazionali, l’associazione “Verso la Banca etica”, che il giugno del 1995 si trasforma in cooperativa. L’obbiettivo è ambizioso: costituire una banca che, secondo principi di trasparenza e partecipazione, finanzi le attività del settore. Il capitale da raccogliere “per partire” è di 5 miliardi. La scadenza prevista è il giugno ’96. Ma non si va oltre i due miliardi e la Banca d’Italia esige ora che si dia vita a una banca popolare con capitale minimo 12,5 miliardi. Il 25 marzo 1995 nasce “Libera”, un’organizzazione a cui aderiscono 600 gruppi nazionali e locali, dal Gruppo Abele alla parrocchia di Reggio Calabria.
Il fine, recita lo statuto, è di “promuovere una cultura della legalità, della solidarietà e dell’ambiente basata sui principi della Costituzione” e “l’elaborazione di strategie di lotta non violenta contro il dominio mafioso del territorio”: Subito un successo: l’approvazione della legge per la confisca dei beni ai mafiosi per destinarli a fini sociali, due giorni prima dell’ultimo scioglimento delle Camere. Il 28 novembre 1995 si tiene a Roma la prima assemblea nazionale del “Forum permanente del Terzo settore”, un organismo che riunisce le più importanti organizzazioni di quest’ambito: Arci ed Acli, Legambiente e Gruppo Abele, Cnca e Agesci, Focsiv e Cipsi, Lila e Movi, per dirne alcune. Primi atti del Forum: la costituzione di un Tavolo di consultazione permanente con i gruppi parlamentari e l’istituzione di un tavolo quadrangolare con un governo, sindacati e Confindustria.
Per qualcuno si tratta di una lobby che gioca per la difesa dei propri interessi, e ricorda la spartizione indecorosa avvenuta per l’elezione dei comitati di gestione dei “centri di servizio per il volontariato”, strutture previste dalla legge sul volontariato del 1991.
Per i promotori, invece è nato un soggetto sociale e politico unitario che intende battersi per “garantire un ruolo di pari dignità, nella distinzione di ruoli e di responsabilità, tra le organizzazioni dei cittadini e i poteri pubblici, al fine di promuovere una costruttiva cooperazione per assicurare l’effettiva tutela e l’ampliamento dei diritti di cittadinanza”, riconoscendo “come nostro ruolo specifico promuovere la partecipazione attiva dei cittadini agli istituti della vita democratica”.
Cosa chiede il Terzo Settore? Ce ne facciamo un’idea scorrendo l’Appello diffuso in occasione della manifestazione nazionale organizzata a Napoli, il 4 e 5 ottobre, dal Forum, da Libera e dall’Unione degli studenti: la riforma dell’obiezione di coscienza e della cooperazione allo sviluppo, poteri reali di coordinamento ed intervento per il ministero per la Solidarietà sociale, politiche sociali basate sui nuovi diritti di cittadinanza, una politica di maggior attenzione nei confronti dei giovani e delle attività formative, una nuova legge organica sull’immigrazione. Ma certo salta all’occhio la fitta serie di richieste che riguardano la promozione del settore: la deducibilità fiscale dei costi sostenuti da singoli e famiglie per una serie di servizi alla persona; una normativa di incentivazione per l’imprenditorialità sociale che comporti anche un miglior accesso al credito; l’utilizzo di parte del patrimonio pubblico immobiliare o delle aree dismesse per assicurare una sede ai soggetti del Terzo settore, e via di questo passo. E una richiesta su tutte: “Che si approvi la proposta di legge sulla defiscalizzazione delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale (Onlus)”.
La normativa sulle Onlus è il primo provvedimento legislativo con il quale si regolamenta, seppure limitatamente all’aspetto fiscale, tutto il mondo del no profit.
Una valanga di interventi e polemiche ha accompagnato e seguito il lavoro della commissione creata ad hoc dalI’ora ministro delle Finanze Fantozzi, e presieduta dall’economista Stefano Zamagni. Per godere, infatti, delle agevolazioni fiscali previste da questa normativa – approvata dal governo come disegno di legge governativo il 14 dicembre 1995 – occorre rispondere a determinati requisiti.
Chi è rimasto fuori come le Ipab – ha gridato all’ingiustizia. E molti hanno sottolineato il rischio che dietro lo schermo del no profit si possano piuttosto celare corposi interessi: molte imprese for profit avranno interesse a creare organizzazioni no profit per usufruire indirettamente di esenzioni e di deducibilità.

Il lavoro che c’è
Ma che cosa offre in cambio il Terzo settore? Il lavoro.
Sulla scia di Riflkin, infatti, si va ripetendo come l’ambito dei servizi alla persona e della salvaguardia all’ambiente sia l’unico che possa garantire in futuro un numero consistente di nuovi posti di lavoro, se opportunamente sostenuto, s’intende. Sulla qualità di questo lavoro, però, i più sorvolano. In realtà non vi è attualmente un’altra area del mercato del lavoro più deregolamentata (nessun contratto nazionale specifico avente forza di legge), sottopagata e desindacalizzata. Ed è ormai uso chiedere ai “prestatori d’opera” – che di assunzione non se ne parla – un sovrappiù di “volontariato”, cioè ore di lavoro non retribuite.
A qualcuno viene “chiesto” di aprire la partita Iva, fingendosi “libero professionista”. A questo bisogna aggiungere l’alto turn over del privato-sociale (“appena trovo un lavoro migliore, me ne vado”) e i frequenti spostamenti, in funzione dei finanziamenti pubblici, dalle case-famiglia alle unità di strada, dai servizi ai minori a quelli per le persone con handicap. Paga l’operatore, ma paga anche “l’utente” naturalmente, perché la qualità di un servizio, e in particolare di quello alle persone, dipende anche dalla soddisfazione che ne ricava chi quel lavoro lo fa. E dalla possibilità di usufruire di formazione e supervisione del lavoro svolto (che però, sfortunatamente, hanno un costo). Questa situazione non pare preoccupare – e indigna re – gli addetti ai lavori. Non i sindacati, ché gli opera tori sociali non hanno tessera; non i dirigenti del privato-sociale, ché loro hanno da pensare a come abbassare i costi nelle micidiali gare d’appalto; non gli operatori, purtroppo, ridotti al rango di “braccianti sociali” (anche per propria responsabilità), con scarsa soggettività e inesistente capacità contrattuale.
Non stupisce, dunque, che la proposta avanzata da Ugo Ascoli, preside della facoltà di economia all’università di Ancona – “perché non inserire fra i criteri che identificano un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale anche criteri come la retribuibilità, i compensi, i rapporti di lavoro?” – non sia una priorità nell’agenda di alcuno.

Il welfare market
Il rischio è, allora, che il Terzo settore finisca per essere, com’è negli intendimenti della Confindustria e diversi economisti, e con la complicità più o meno consapevole di molti altri soggetti, un mercato del lavoro “di serie B”, per chi non è in grado di inserirsi in quello “di prima categoria”.
Il Terzo settore sarebbe un ammortizzatore sociale per evitare una conflittualità sociale troppo elevata a causa dell’uscita dal mondo del lavoro e dell’esclusione di una parte consistente della popolazione. In questa prospettiva, come nota in un pregevole saggio apparso su Animazione sociale (giugno/luglio ’96) il sociologo Massimo Campedelli – il “teorico” del Gruppo Abele -. non si intende “dare pari dignità” ai lavori di manutenzione sociale. Anzi, è proprio la flessibilità nella remunerazione del fattore lavoro che in queste aziende di manutenzione dovrebbe permettere di far quadrare il difficile bilancio, visto che le risorse verranno ridotte”. È  da questo fronte che si propaganda l’idea del “welfare market”, di un grande mercato dei servizi incui vige il principio della concorrenza, unica via possibile per l’efficienza. E allora ecco spuntare la proposta del “voacher”: un buono spesa, rilasciato dallo stato, che si può spendere presso agenzie diverse per ottenere un certo servizio. L’operatore sociale diventa un “venditore” e l’utente un “cliente”. Quale sia il risultato della concorrenza tra organizzazioni, quanto costi ad operatori ed utenti, lo si può vedere già ora. In più il voacher, rivela Campedelli, spingerebbe le organizzazioni ad offrire pacchetti integrativi di servizi, oltre quelli ottenibili con il contributo statale, pagati a parte: “L’agenzia non profit sarà spinta a vendere le proprie prestazioni prima di tutto a quelle persone che sono in grado di acquistare la parte integrativa a loro spese e solo in seconda battuta a tutti gli altri.[…] Non è impossibile che i “non paganti” possano anche essere in qualche modo non presi in carico”.

Per un walfare municipale
Ma c’è una altra considerazione da fare: questo modello pone gli individui, e le organizzazioni del Terzo settore, come entità isolate: ho un bisogno, quindi cerco l’organizzazione che mi offre il miglior servizio. Si tratta di una prospettiva individualistica assolutamente inadeguata rispetto ai problemi del nostro tempo. Quelli di un tessuto sociale lacerato, in cui si fa sempre più fatica a prendersi cura degli altri: quasi 9 milioni di persone, tra cui un milione di bambini, vivono in Italia sotto la soglia della povertà; il tasso di disoccupazione è intorno al 12% (oltre 2.700.000 persone); 500.000 ragazzi sotto i 14 anni lavorano, 300.000 ogni anno sono oggetto di violenze, 700 so no scomparsi, dai 30 ai 50.000 sono abbandonati e vivono in istituto; 35.000 ragazzi ogni anno abbandonano la scuola dell’obbligo (il 90% vive nel mezzogiorno); un anziano su quattro vive in situazione di povertà, 2.800.000 vivono soli e oltre un milione non sono autosufficienti e sono privi di assistenza. E la crescita dei tassi di suicidio, dell’uso di psicofarmaci tra gli adolescenti…bastano i dati ISTAT a chi ha orecchie per intendere.
In questo quadro, il lavoro sociale va inteso come “produzione di socialità”. E Campedelli arriva così a criticare la tradizionale concezione del Welfare come “una specie di grande macchina amministrativa che raccoglie ricchezza e la ridistribuisce in beni e servizi, per via politica, alle diverse componenti sociali”, propugnando invece una nuova legittimazione: favorire l’autorganizzazione dei cittadini per la promozione del benessere della comunità. Retorica? A Venezia, a Milano, a Vicenza c’è già chi opera nella prospettiva dello “sviluppo di comunità”: si aiutano gli abitanti di un territorio a prendere coscienza dei problemi della loro comunità, a co-progettare insieme gli interventi, a costituire comitati che gestiscono le azioni decise in assemblea, a creare dei coordinamenti tra i vari comitati. Una vera e propria riappropriazione del territorio. Ciò è possibile solo in una dimensione territoriale ristretta, in cui istituzioni, profit, no profit, sindacati, banche, cittadini si uniscono in un patto per lo sviluppo della comunità. Un Welfare municipale, appunto.

…E una sinistra “anarchica”
Questo significa interrogarsi non solo sullo sviluppo del Terzo settore, ma su quale sia lo sviluppo che il Terzo settore intende promuovere. E questa domanda investe tutta la sinistra. Ora che lo stato non è più in grado di reggere il peso del Welfare state, per Marco Revelli – autore de “Le due destre” (Bollati Boringhieri) – la sinistra deve mettere in discussione uno dei suoi dogmi: che lo stato è il garante istituzionale del principio di uguaglianza. “Se la sinistra sopravviverà a questa crisi – afferma Revelli -, dovrà farlo inventando soluzioni al dilemma della socialità esterne e contrapposte al terreno della statualità […] sperimentando forme di socialità capaci di recuperare l’autonomia delle origini, la forza positiva – pragmatica e operativa – del mutualismo, la ricchezza associativa che fu della società di mutuo soccorso, fondate sul principio del “fare da sé”, dell’associarsi per e non solo contro, dell’elaborazione di strumenti tecnici per l’autoamministrazione”. Certo, in questo momento è opportuno che lo statoconservi, ai vari livelli, le funzioni della programmazione dei servizi fondamentali della comunità, del coordinamento delle risorse, del controllo. Ma in un orizzonte che sfida la deregulation individualistica sul suo terreno, aprendo processi di socializzazione dal basso che rendono la società civile sempre più protagonista. L’autonomia delle origini” del movimento operaio, I’autonoma socialità – esterna al mondo statuale – fondata sulla solidarietà e su un fitto reticolo di patti federativi. E il Terzo settore diviene la forma di un’economia riconciliata con le esigenze dell’individuo e della società, una sfera di rapporti non retificati, non impersonali, fondati sul principio di reciprocità e non su quello dell’utilità, in cui si è produttori autonomi. Autorganizzazione, mutuo soccorso, autoamministrazione: é curioso vedere come le parole d’ordine dell’anarchismo – l’unica componente della sinistra che non ha accettato quel dogma – siano oggi ripetute non solo da intellettuali come Revelli, ma anche da misurati ministri dell’Ulivo. Un sindacalista pugliese mi diceva che negli anni ’70 il sindacato organizzava i lavoratori contrastando il caporalato; oggi le sue sedi territoriali si sono trasformate in centri di servizio per chi deve sbrigare qualche pratica burocratica. Le grandi organizzazioni di massa hanno perso il loro radicamento sociale, rifugiandosi, con la fine del conflitto di classe, nella esangue prospettiva dei diritti di cittadinanza. Ci si rivolge ad un pubblico indifferenziato tramite i mass media – accreditandosi come i paladini dei diritti sociali. Come se ci fosse qualcuno – dice Pietro Barcellona ne “La strategia dei diritti come nucleo della teoria democratica” (contenuto in Democrazia: quale via di scampo?, ed. La Meridiana) – che, ad esempio, non sia a favore dell’esistenza di un “diritto dei bambini a crescere bene e a sviluppare tutta la loro personalità; “eppure questo diritto così radicato nella coscienza comune non può essere realizzato “giuridicamente”, attraverso una legge, perché richiede spazi attrezzati, piazze, strade e parchi naturali dove muoversi e incontrare altri bambini, tempo per costruire i suoi giochi e le sue scoperte dell’ambiente circostante, affetto non oppressivo degli adulti che gli stanno accanto. “Insomma – continua Barcellona – la libertà dei bambino richiede un’altra città […], una riforma del nostro vivere e del nostro abitare, della nostra organizzazione urbana e sociale, dello stesso nostro modo di pensare”. In breve, fare società. La carne e il sangue della politica. Qualcuno della “sinistra di governo” l’ha capito?

(Tratto dal numero di gennaio della rivista Confronti)

7. Gli Stati sociali europei

a cura di Viviana Bussadori

Come funziona lo Stato sociale nel resto d’Europa, quali sono le sue caratteristiche e la sua storia, come sono inquadrati e come operano i “lavoratori sociali”; per rispondere a queste domande abbiamo selezionato e tradotto una serie i testi tratti da “Les formations au travail social dans la perspective de l’Europe de 1993” realizzato dal Consiglio Superiore per il lavoro sociale, una ricerca che conserva ancora la sua attulità.
(tradyzuibu a cura du Giusy Zucchini)

Regno Unito: l’organizzazione dell’azione sociale
I servizi sociali britannici comprendono:
-il servizio sanitario nazionale (National Health Service)
-i servizi sociali personali
-la sicurezza sociale.

Il servizio sanitario nazionale (NHS) offre una gamma completa di servizi medici che sono a disposizione di chiunque risieda nel Paese, indipendentemente dal reddito.
La gestione fa capo direttamente al governo centrale mentre le forme di finanziamento sono molteplici: l’85% del costo dei servizi sanitari è coperto da fondi pubblici di origine fiscale mentre la parte restante è finanziata da quote sociali che pervengono direttamente al NHS e le quote versate da certi servizi (ad esempio ricette, cure dentali).
Nel 1986 le spese sanitarie hanno raggiunto i 17,6 miliardi di sterline ossia il 13,30% del budget statale.
I responsabili delle strutture sanitarie hanno inoltre la facoltà di procurarsi dei fondi da opere di beneficienza.

I servizi sociali personali
Per comprenderne le principali caratteristiche, è necessario valutare qualche fattore che influenza questo settore: innanzitutto la separazione netta fra il settore educativo (compresa l’educazione speciale) e il comparto sociale. In Gran Bretagna non esiste una figura di educatore specializzato con un largo campo di interventi; l’educazione speciale per i “giovani con particolari necessità” è affidata ad esempio a dei “maestri”, istitutori specializzati che operano esclusivamente nel campo scolastico.
L’intervento sociale è affidato a “social workers”, lavoratori sociali fra i quali si possono distinguere varie categorie professionali, determinate dal tipo e dal quadro dell’intervento. Le due principali categorie sono i “social workers” e i “youth and community workers”.
I servizi sociali sono totalmente decentralizzati e gestiti da “local council” (1116 in tutta la Gran Bretagna, con membri eletti ogni 4 anni); a questo livello l’articolazione dei servizi denota la separazione fra educazione e servizi sociali. L’organizzazione infine può variare notevolmente a seconda delle aree geografiche (Galles, Irlanda del Nord, Scozia e Inghilterra).
Altro tassello fondamentale è quello della beneficienza. Occorre distinguere da una parte cosa intendono gli inglesi per “charity”, autentica istituzione che consiste nel raccogliere fondi dal pubblico per finanziare attività umanitarie o sociali attraverso manifestazioni di varia natura (feste, sottoscrizioni, ecc) e, dall’altra parte, cosa si intende invece per volontariato.
Quest’ultimo è molto sviluppato; si stima che quasi un quarto della popolazione adulta sia impegnata in attività volontarie: I volontari vengono reclutati fra tutte le classi sociali: pensionati, casalinghe, giovani… in certe istituzioni o servizi il loro numero supera nettamente quello dei professionisti; nel settore educativo e sociale se ne contano 250.000 contro 25.000 professionisti. Numerosi sono sul territorio gli uffici di orientamento per i volontari mentre a livello nazionale esiste il “centro volontariato”.
Ultima caratteristica dello stato sociale in Gran Bretagna è quello connesso alla deistituzionalizzazione: il “Disabled People Act” del 1944 ha rappresentato una svolta nell’atteggiamento della società inglese nei confronti dei malati di mente. Il movimento si è poi rafforzato negli anni ’60 con Jones, Cooper e Laing. Si è poi esteso alla presa in carico dei bambini. La scissione delle grandi istituzioni in piccole unità ha rinforzato il bisogno di interventi di beneficienza, tanto più che dal 1975, e soprattutto dopo il 1980, lo Stato si disimpegnerà nettamente dal finanziamento delle strutture di presa in carico. La diminuzione delle somme forfettarie attribuite deve essere più che mai compensata con il ricorso alla “charity”. Nel 1981 il governo britannico ha votato una legge che ricorda sotto molti aspetti la legge francese dell’orientamento del 1975. Il diritto all’educazione, la prevenzione, l’integrazione sociale sono alcuni dei temi che vi si ritrovano. Il programma intitolato “Care in Community” non ha terminato di influenzare l’organizzazione dell’attività sociale.

Professioni sociali e formazioni professionali
Le professioni educative e sociali costituiscono un mosaico molto complesso in cui si intrecciano l’assenza di statuti legali, le differenze talvolta importanti esistenti secondo le località della Gran Bretagna e la grande varietà di situazioni: professionisti a tempo pieno, parziale, volontariato, ecc.
Due organismi nazionali hanno il compito di organizzare le professioni e la formazione: si tratta del Central Council for Education and Training in Social Work” (C.C.E.T.S.W.) per gli operatori sociali e del “Council for Education and Training in Youth and Community Work” per chi lavora con i giovani e all’interno delle comunità (“youth and community workers”).
Il 1991 è stato determinante per l’importante riforma dell’insieme delle professioni e formazioni, di cui l’elemento principale è stato un nuovo diploma, il “social work”, che costituisce la qualifica professionale per l’insieme dei lavoratori sociali del Regno Unito, qualunque sia il loro settore di lavoro.

Irlanda: la protezione sociale
Riorganizzato nel 1970 e nel 1979, il sistema di protezione sociale copre in modo diverso gli Irlandesi secondo il loro reddito: le persone a basso reddito beneficiano di servizi totalmente gratuiti ma devono iscriversi nelle liste di un medico; le altre fasce hanno diritto a servizi quasi gratuiti solo per le cure ospedaliere e per prestazioni di specialistiche del settore pubblico. Oltre l’85% delle spese sanitarie vengono finanziate dalla previdenza sociale. Il loro forte aumento ha costretto il governo a porre dei tickets di moderazione. Esiste la possibilità di ricorrere ad una copertura complementare ma si tratta di una assicurazione creata nel 1957 che ha il monopolio della gestione del “Comitato di assicurazione volontaria per la sanità” (Volontary Health Insurance Board).
Per i bambini fino a 6 anni è previsto lo stanziamento di una somma uguale per tutti. Globalmente, l’impegno sociale dell’Irlanda nel 1990 si collocava intorno al 22,30% del PIL. Il ministero della Previdenza gestisce le pensioni, le malattie e l’invalidità. Le cure sanitarie sono gestite da uffici regionali sotto la direzione del ministero della Sanità.

Professioni sociali e formazione
La struttura delle professioni sociali è molto simile a quella britannica. Anche qui si ritrova una grande varietà: assistente ai servizi sociali, educatore specializzato, animatore. Non esiste ancora un testo ufficiale che faccia da statuto professionale per i vari lavoratori sociali. Gli organismi quali il ministero della Sanità, dell’Istruzione, i consigli regionali sanitari, le associazioni di volontariato ecc. riconoscono le qualifiche convalidate dal “National Council for Education Awards”.
L’insieme dei percorsi formativi realizzati dai collegi regionali e dalla scuola dell’Home and Social Science e dall’università di Dublino sono anch’esse riconosciute. Si distinguono due livelli: quello dei certificati e quello dei diplomi nazionali, dei quali i primi forniscono l’accesso ai secondi. Esistono tre tipi di lavoratori sociali: i “social workers”, i “care workers” e i “youth and community workers” (lavoratori sociali, coloro che prestano assistenza e cura e lavoratori della gioventù e delle comunità, n.d.r.).
Le diverse formazioni proposte permettono di comprendere meglio la struttura:
-Care workers: diploma nazionale di studi sociali applicati: questa formazione – chiamata “generale” – dura 4 anni dei quali due a tempo pieno ,che portano al conseguimento del certificato nazionale; in seguito, c’è un anno di esperienza professionale seguito da un altro anno di studi a tempo pieno. Durante questi tre anni di formazione a tempo pieno, vengono organizzati degli stage di pratica.
-Diploma nazionale di protezione dell’infanzia (Child Care): formazione finalizzata all’impiego per un periodo di tre anni. E’ probabilmente quello che più assomiglia alla formazione degli educatori specializzati francesi.
-Certificato nazionale in educazione prescolare (Pre-school Care):formazione di due anni a tempo pieno con stage per quelli che vogliono lavorare nelle scuole materne, nei circoli per l’infanzia, nei centri di quartiere e nurseries, con bambini da 0 a 7 anni. E’ simile alla formazione degli educatori della gioventù in Francia.
I candidati a queste tre formazioni devono possedere il “leaving certificate”, diploma di studi secondari, che annovera fra le materie matematica e lingua inglese. Devono avere almeno 18 anni.
Per essere ammessi al Child Care, i candidati devono avere un’esperienza pratica di questo settore di almeno un anno. I collegi tecnici regionali (Cork, Sligo, Athlone) preparano al certificato nazionale degli Studi Sociali, formazione che dura due anni a tempo con stage.
I titolari del certificato possono – con un anno di stage – essere ammessi a Dublino per conseguire, in un anno, il diploma.
-Social Workers: la formazione viene fornita in seno alle Università (Dublino e Cork).
-Youth and Community Workers: Vengono formati al St. Patrick’s College (che fa parte dell’Università Nazionale d’Irlanda).

Germania: il lavoro sociale
La storia del lavoro sociale è strettamente connessa alla storia nazionale: il lavoro sociale, nato prima della grande guerra sotto l’impulso dei movimenti femministi, illustrati da A. Salomon a Berlino, si è presto caratterizzato con le sue aperture alle correnti internazionali, bruscamente interrotte dalla Seconda Guerra Mondiale. Le chiese, quali fondatrici di servizi, istituzioni ed organismi di insegnamento del lavoro sociale costituiscono anch’esse un’importante forza.
La caduta del sistema nazionalsocialista nel 1945 ha consentito l’espandersi della scuola americana, impiantando i seguenti metodi: approccio individuale, lavoro di gruppo e lavoro comunitario. Nei cinque anni successivi il lavoro sociale viene identificato come pratica per aiutare la gente ad aiutarsi e a prendersi in carico, differenziandolo in ciò dall’assistenza tradizionale. La struttura del sistema non è solo quella di aiutare e consigliare ma anche quella di controllare ed intervenire, se necessario, nell’ambito della legislazione relativa agli interventi sociali, la protezione dei giovani ed i Tribunali per i minori.
Si identificano due campi di azione:
-“Sozialarbeit” (lavoro sociale): relativo alle classi di età ed alle affinità con l’intervento sanitario. Raggruppa infermieri, educatrici, impiegati dell’assistenza pubblica o privata e gli assistenti sociali.
-“Sozialpaedagogik (pedagogia sociale): questo settore è dedicato all’infanzia ed ai giovani e prevede l’educazione sociale. Le figure professionali sono: educatori, responsabili dei centri della gioventù (in maggioranza donne), gli animatori per i giovani ed i socio-pedagogisti.

A partire dal 1970 una profonda contestazione ha rimesso in discussione il concetto dell’assistenza intesa come metodo di normalizzazione, di controllo e di integrazione, denunciando “le funzioni del lavoro sociale come funzioni di una agenzia specializzata nella riproduzione, compensazione, repressione e disciplina”. Il fondamento è: “andiamo alle cause strutturali e non curiamo solo il sintomo”.
Da questa rimessa in discussione sono nati dei movimenti convergenti che attraversano sia i servizi sociali che la pedagogia sociale e che hanno fatto emergere un terzo concetto di intervento: “Sozial-arbeit” (lavoro nel sociale), inteso come un andare oltre ai settori tradizionali prevedendo la trasformazione delle strutture stesse al fine di rendere inutile il lavoro sociale; ciò ha portato a riconsiderare i metodi e l’organizzazione e ad una riflessione su un mutamento dei valori. Le questioni poste mirano a denunciare:
-la mancanza di coerenza nell’approccio di fondo e della struttura complessa degli organismi che assicurano i finanziamenti.
-L’infrastruttura dell’organizzazione dei servizi sociali: in abbondanza nelle zone urbane, mancanti in quelle rurali, con il fenomeno della concorrenza fra i servizi.
-L’influenza delle questioni politiche nella definizione delle priorità sociali e dei loro finanziamenti, a detrimento di un approccio più rigoroso.

L’organizzazione del lavoro sociale
È basata su due principi fondamentali: lo Stato sociale e la solidarietà e la sussidiarietà.
Secondo la sua Costituzione, la Germania è uno Stato federale, democratico e sociale, contro ogni discriminazione religiosa o razziale. Tale Costituzione prevede anche l’azione nei settori della giustizia sociale, l’aiuto ai meno abbienti, la sicurezza sociale e l’uguaglianza davanti alla legge di uomini e donne, la libertà di associazione e sindacale, la protezione della famiglia e dei bambini, la vocazione sociale della proprietà privata.
Il principio di sussidiarietà influenza profondamente l’intervento sociale. Il ricorso all’assistenza pubblica non viene che dopo quello della famiglia, del vicinato, dei gruppi di reciproca assistenza e dell’assistenza privata. Il principio dello Stato sociale mette dunque in evidenza che la solidarietà non concerne soltanto lo Stato ma ogni cittadino, che deve adoperarsi sia singolarmente che nella collettività. Dal 1976 il codice sociale determina un certo numero di diritti sociali che hanno permesso di organizzare i settori d’intervento relativi al lavoro sociale ed alla animazione sociale. Questa area di intervento, inizialmente incentrata sugli emarginati ed i devianti, tocca ormai settori nuovi quali le scuole, gli ospedali e le imprese.
Il sistema del lavoro sociale è stato caratterizzato da tre elementi: le diversità degli obiettivi pedagogici, le diversità dei metodi di intervento e l’organizzazione complessa delle sue strutture.
In questo senso esso si distingue dal sistema dell’insegnamento scolastico e professionale che dipendono dallo Stato pur mantenendo lo stesso obiettivo.

Francia: il contesto nazionale
L’organizzazione della sicurezza e dell’intervento sociale in Francia sono l’eredità di due tradizioni complementari: quella della solidarietà fondata sulla reciprocità e sulle corporazioni e quella dell’assistenza tradizionale dei comuni e delle chiese, destinata a coloro che non possono usufruire d’altro.
La sicurezza sociale è finanziata da quote controllate dallo Stato, la cui gestione è affidata ad organismi di protezione sociale distinti dallo Stato le prestazioni e le indennità sono calcolate in maniera uniforme.
L’insieme delle disposizioni per l’aiuto sociale è stato regolamentato da una legge del 1893 il cui obiettivo era di consentire ai meno abbienti l’accesso alle cure e alle prestazioni di invalidità in un primo tempo, di vecchiaia in seguito (legge del 1905). Tali prestazioni permisero quindi la sopravvivenza ad alcune parti della popolazione.

L’aiuto sociale
Le norme per l’aiuto sociale sono più antiche e sono molto vicine ai sistemi adottati nello stesso periodo in Germania ed in Inghilterra. La Germania aveva già creato un sistema assicurativo fondato sulle prestazioni salariali mentre la nozione di protezione sociale appare con i primi grandi movimenti popolari degli anni ‘30, quando nacque la socialdemocrazia nella maggioranza dei paesi dell’Europa occidentale. Nel 1954 la Francia si avvicinò particolarmente al sistema tedesco basato sulle quote calcolate sugli introiti da lavoro quali fonti di prestazioni.
Solo nel 1975 apparve però il termine “azione sociale”, quando si trattò di gestire le attività collettive fondate sul parternariato dell’insieme delle collettività pubbliche (Stato, regioni, dipartimenti, comuni).

I mezzi e gli organismi dell’intervento sociale
Gli organismi che gestiscono l’insieme delle prestazioni sociali regolamentate sono la Sicurezza Nazionale e la Cassa Nazionale per gli stanziamenti familiari (C.N.A.F.); essi dispongono di un budget d’intervento sociale che consente loro di essere partner di certe azioni a livello locale come ad esempio la C.N.A.F. per le politiche di accoglienza per i bambini da 0 a 6 anni.

Le associazioni
Non si conosce il numero effettivo delle associazioni che operano a livello sociale che, dal 1945, sono in continua espansione. Le tre tipologie in cui possono essere accorpate sono: rappresentanza di utenti, ruolo di gestori, operatori.

Le istituzioni
Tutte le istituzioni concorrono ad una politica di azione sociale, sia che siano finanziate con budget statali (Centri di Aiuto per il Lavoro – CAT, Centri di Accoglienza e reinserimento sociale – CHRS), o no, (Istituti medico-educativi -IME, Istituti medico professionali -IMPRO). I centri di formazione al lavoro sociale occupano una posizione particolare in questo schema. Essi sono incaricati di assicurare un servizio pubblico di formazione e di qualificazione dei lavoratori sociali. In Francia ci sono circa 290 sezioni di formazione di cui le più numerose sono quelle con finalità educative, rappresentanti livelli diversi di qualifica. I centri di formazione sono gestiti nella maggior parte casi da associazioni il cui finanziamento è assicurato dallo Stato per il 75% circa del loro budget.

I lavoratori sociali
I lavoratori sociali ammontano a circa 200.000 unità, la metà dei quali è in possesso di una qualifica superiore o uguale a bac +3 (equivale alla 3a superiore). Lo Stato forma ogni anno 7000 diplomati.

La decentralizzazione 1982-86
La decentralizzazione ha comportato nuove dinamiche, la cui più importante è stata quella dell’idea di abbandono della tutela statale. È così che la maggioranza delle prestazioni sociali è oggi effettuata dai dipartimenti. Spetta a loro, infatti, il compito di dare impulso alle dinamiche locali di integrazione, di comune accordo con le associazioni e gli utenti. Lo Stato conserva quindi delle importanti attribuzioni nel settore sanitario: da esso dipendono ad esempio la tutela dell’insieme delle prestazioni (sicurezza sociale e stanziamenti per le famiglie), la gestione di disposizioni legate alla popolazione (immigrazione, politiche dell’impiego, contratti di solidarietà, impulso alle politiche di assistenza domiciliare).
Le competenze relative alla formazione delle figure professionali del settore non possono essere soggette a delega; per questo motivo il Ministero per gli Affari sociali e sanitari ha mantenuto la facoltà delle formazioni qualificanti per il lavoro sociale. Fra quelli esistenti nei paesi dell’Unione Europea, i percorsi formativi per assistenti sociali, educatori specializzati, educatori per l’infanzia, monitori, hanno un riconoscimento nazionale che non è mai stato messo in discussione. Occorre però rilevare che questo tipo di competenze è stato oggetto di una vasta decentralizzazione; se l’amministrazione centrale ha la competenza di dare impulso ai vari orientamenti e di essere ricettiva delle diverse evoluzioni, è vero anche che essa ha delegato totalmente ai propri servizi regionali il compito di controllo, le convenzioni ed i finanziamenti.

Spagna: il sistema di protezione sociale
Tale sistema di protezione sociale spagnolo è di recente attuazione. Nel 1978 la nuova Costituzione ha garantito a tutti l’accesso ai diritti sociali. Il passaggio dal concetto di “beneficenza” a quello di “diritto” si è tradotto nella necessità di organizzare un sistema coerente.
L’organizzazione della protezione sociale prevede una divisione di competenze fra lo Stato e le Comunità autonome.
Risale al 1982 la prima legge legge autonoma per i servizi sociali nei Paesi Baschi. Tale sistema è comunque fonte di complessità e di conflitti istituzionali. Un lavoro di pianificazione e di coordinamento è stato intrapreso per potere appianare le disparità fra le diverse politiche sociali locali. In questo modo il piano d’azione concertato dalle prestazioni di base e dei servizi sociali, costruito per gli anni 1988-1990 fonda su di una serie di accordi fra il ministero per gli Affari Sociali e le 17 comunità autonome.

Gli operatori sociali
La professione più antica è quella di assistente sociale, che resta ancora oggi la più importante in termini quantitativi. A livello universitario fin dall’81 la formazione dell’assistente sociale è ad un livello superiore, mentre quella di educatore lo sarà molto presto. Si tratta di due professioni che non hanno però ancora acquisito una precisa identità professionale; l’assistente sociale ad esempio non ha ancora uno statuto ne è una chiara definizione delle responsabilità come degli strumenti di lavoro. Per quanto concerne la figura dell’educatore un grande passo in avanti sarà compiuto quando verrà fornita una preparazione universitaria che consentirà una maggiore valorizzazione della professione ed un maggiore avvicinamento agli standard europei.
Alcune tendenze caratterizzano l’evoluzione del lavoro sociale comunitario e spiegano i cambiamenti in materia di formazione. Si tratta della trasformazione delle grandi strutture chiuse in piccoli centri aperti alla partecipazione degli utenti, del passaggio da un modello assistenziale ad un modello comunitario che privilegia la prevenzione e la multidisciplinarietà, la presa di coscienza di una necessaria razionalizzazione dei diversi interventi professionali e di un approfondimento delle specificità.

6. Quale assistenza

a cura di Nicola Rabbi
Di riforma dello Stato sociale oramai se ne parla ogni giorno su tutti i mezzi di informazione; ma all’interno si questo dibattito quali sono le prospettive dell’assistenza, dove si sta andando oggi in Italia? Abbiamo girato la domanda ad una serie di persone impegnate a livelli diversi in questo settore.

Mons. Giovanni Nervo, Fondazione Zancan
Dipendono dalla linea culturale-politica che prevarrà nel nostro Paese nei prossimi 2-3 anni.
Se prevale la tendenza a costruire la società italiana su una economia liberista del mercato sarà accentuato il carattere emarginante dell’assistenza: ai poveri penserà l’assistenza affidata alla beneficenza dei ricchi, e alla libera iniziativa del terzo settore; i ricchi risolveranno i loro problemi con il mercato.
Se prevale la tendenza a costruire la società italiana su una economia sociale del mercato, lo Stato cioè la società organizzata che si fa carico del bene comune, cioè di tutti e di ciascuno, garantirà i servizi essenziali a tutti i cittadini, eguali per tutti: a chi manca di risorse li darà gratuitamente; a chi dispone di risorse chiederà una compartecipazione alla spesa dei servizi in base al reddito e al patrimonio, cioè alla ricchezza di cui ciascuno dispone.
Il problema è quali servizi riteniamo essenziali e con quali strumenti viene accertato il reddito e il patrimonio.
Alcune delle dieci proposte di legge che sono in discussione in Parlamento sulla riforma dell’assistenza stanno a metà strada: affermano, secondo la costituzione il diritto degli indigenti all’assistenza, ma conservano il concetto di assistenza e beneficenza della legge Crispi, e di conseguenza l’emarginazione dei poveri.
La fondazione Zancan insieme alla Caritas italiana ha elaborato una proposta di legge che è stata fatta propria da alcuni parlamentari (alla Camera dai Cristiani-sociali, primo firmatario l’on. Lucà, dal PPI, prima firmataria, l’on. Russo Jervolino, al Senato dall’on. Ersilia Salvato, unica firmataria).
La proposta si intitola: “Legge quadro sul sistema dei servizi alla persona”.
Ha queste caratteristiche:
– si incentra sulla persona e sulla famiglia;
– di conseguenza propone un unico sistema di servizi, integrati, sociali, sanitari;
– si ispira alla sussidiarietà: perciò parte dai Comuni e non dal Ministero; richiede però la corresponsabilità di tutti Stato, Regioni, Comuni, per garantire la esigibilità dei diritti; la gestione dei servizi sociali e sanitari è affidata ad una sola azienda dipendente non dalla Regione, ma dai Comuni;
– nei piani di zona, che devono dare risposte puntuali ai bisogni della popolazione sono coinvolte tutte le risorse della comunità locale, quelle istituzionali, quelle del terzo settore, quelle del mercato in un programma organico di intervento.
Le prospettive dell’assistenza?
In un sistema di servizi alla persona entra nell’ombra l’assistenza, che va però rafforzata quando il bisogno è reale, e rimane in primo piano la persona che ha eguale dignità nel ricco e nel povero.

Francesco Santanera del C.S.A (Coordinamento Sanità e Assistenza fra i movimenti di base)
Per le persone che non sono in grado di autodifendersi, allarmanti sono le prospettive del nuovo Stato sociale che il Governo e il Parlamento stanno predisponendo
1. Il documento Onofri ed i Sindacati intendono escludere dal Servizio sanitario nazionale gli anziani malati cronici non autosufficienti.
Nelle controproposte di CGIL, CISL e UIL alle ipotesi del Governo sul Welfare State è stato addirittura inserito quanto segue: “A fronte dello straordinario aumento degli anziani non autosufficienti portatori di domanda assistenziale difficilmente controllabile, si propone l’attivazione di un fondo specifico su base contributiva”. La gravità della proposta dei Sindacati emerge sia dalla collocazione della proposta stessa nel paragrafo “Politiche di sostegno agli individui ed alle famiglie” (il che dimostra l’inserimento nel settore dell’assistenza) e non nel capitolo “Sanità”, sia dal fatto che le leggi vigenti garantiscono anche ai malati inguaribili e non autonomi le prestazioni del Servizio sanitario nazionale (come è conformato dalla sentenza della Corte di Cassazione 10150/1996), sia dal pagamento dei contributi assicurativi effettuato dai lavoratori a seguito dell’impegno assunto dal Parlamento (legge 692/1995) di assicurare le necessarie cure sanitarie senza limiti di durata, comprese – occorrendo – quelle ospedaliere indipendentemente dalla tipologia e la durata delle malattie.
2. Le proposte di legge di riforma dell’assistenza attualmente discussa presso la Commissione “Affari sociali” della Camera dei deputati, non prevedono alcun diritto esigibile da parte delle persone e dei nuclei familiari che hanno bisogno di essere aiutati per poter sopravvivere.
3. I disegni di legge presentati in materia di adozione dei minori in situazione di abbandono materiale e morale sono orientati al riconoscimento di presunti diritti degli adottanti. Si arriva a prevedere che un ottantenne possa adottare un neonato!
4. Gravissime inadempienze si verificano ogni giorno nei confronti di decine di migliaia di handicappati: non vengono eliminate le barriere architettoniche, mancano da decenni strutture diurne e residenziali per i soggetti privi di sostegno familiare, la legge sul collocamento obbligatorio non è rispettata nemmeno per gli handicappati aventi piena capacità lavorativa.
5. Escluse le poche centinaia di persone che operano per la promozione dei diritti dei cittadini più deboli e, in particolare, di coloro che non sono in grado di autodifendersi gli altri volontari (500 mila secondo alcune ricerche) nulla fanno per ottenere dalle autorità preposte il riconoscimento concreto delle esigenze e dei diritti dei soggetti prima elencati: anziani malati cronici non autosufficienti, bambini istituzionalizzati, handicappati intellettivi gravi e gravissimi, ecc., limitandosi quasi sempre a svolgere una semplice funzione consolatoria.
Stante questa situazione, è impensabile che il nuovo Stato sociale rispetti le esigenze fondamentali delle persone non in grado di autodifendersi, poiché mancano attualmente tutte le premesse etiche, politiche e sociali.

Don Vinicio Albanesi, CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza)
Oggi quando si parla di riforma dello Stato sociale si parla per lo più di previdenza e non di assistenza, si discute di pensioni e di riforma dell’assistenza non se ne parla. Attualmente siamo in attesa del testo unificato dell’on. Signorello.
Però se non si costituisce un fondo sociale, visto che si contrae il fondo sanitario, si corre il rischio che l’assistenza si fermi solo all’enunciazione dei principi.
Inoltre il rapporto tra pubblico e privato non è stato definito. C’è chi dice che il settore del non profit sia un vero e proprio mercato e c’è chi dice che questo settore non può sopravvivere se lo si intende solo in questo modo.
Penso comunque che lo Stato sociale non deve essere destinato solo ai poveri perché in questo modo si tradurrà nella semplice sopravvivenza dei più bisognosi.

Flavio Cocanari, responsabile settorew handicap CISL
C’è una nuova consapevolezza del fatto che l’assistenza deve concretizzarsi in servizi alla persona o alla famiglia e che devono essere gestiti dagli Enti Locali. Questa consapevolezza è ormai anche dei politici.
Se l’assistenza viene fatta dagli Enti Locali, questi devono avere però anche le fonti del finanziamento, il sistema fiscale deve essere riorganizzato in questo senso.
Un altro elemento di novità è la consapevolezza del ruolo del privato sociale senza fine di lucro: finalmente sembra essere passata l‘infatuazione verso il privato sociale che viene visto in un modo un po’ più concreto. Recentemente si era passati dall’ideologia del tutto pubblico al privato è bello fino ad arrivare all’apoteosi del privato sociale; quello che è importante è che si realizzi una forma di democrazia di soggetti in cui ognuno da il suo contributo.
Si assiste anche ad un ridimensionamento dell’assistenza economica diretta rispetto al ruolo dei servizi: è chiara l’idea che qualsiasi prestazione economica non può che essere di supporto ad una rete di servizi che deve comunque esistere.
Per quanto riguarda l’assistenza economica dietro alle definizioni come assegno sociale e assegno di minimo vitale si nascondono diversi significati che vanno chiariti.
L’assistenza significa in generale assicurare il diritto al cittadino di vivere attivamente la sua cittadinanza e quindi di ricevere tutta una serie di attenzioni che gli permettono di esprimersi liberamente; queste attenzioni possono essere declinate in servizi, in trasferimenti economici in agevolazioni fiscali.
Il problema principale riguarda il reperimento dei finanziamenti: quali risorse devono essere riconvertite? Quali interessi si devono colpire? In generale il problema è quello di mettersi d’accordo su quali devono essere le fonti di finanziamento del Welfare State.

Nina Daita, responsabile settore handicap CGIL
Formulare, oggi, previsioni di come cambieranno, o se cambieranno, le prestazioni godute attualmente dai disabili all’interno della riforma dello stato sociale, sarebbe prematuro. Oltre correre il rischio di innescare falsi allarmismi o rosee aspettative. Il mio intervento, pertanto, si limiterà a quanto elaborato dalla CGIL dopo aver esaminato il documento del Presidente del Consiglio, in occasione dell’incontro a Palazzo Chigi del 18 Giugno.
La stratificazione di varie disposizioni legislative e la settorizzazione degli interventi hanno creato e creano iniquità inaccettabili in campo assistenziale, di qui la necessità di realizzare un assetto legislativo che trasformi l’assistenza in diritto di cittadinanza. Di cui: la separazione tra assistenza e previdenza, e la riforma dei criteri di riconoscimento dell’invalidità civile, (provvedimento, quest’ultimo che doveva essere già attuato come delega alla legge 335/95), sono presupposti fondamentali.
In particolare per quanto concerne il primo punto, si dovrebbe prevedere misure di funzionamento specifico per gli anziani non autosufficienti.
Basti pensare, per ritornare ai disabili, che oltre il 60% dell’indennità di accompagnamento sono percepite da ultrasessantacinquenni.
La riforma del riconoscimento dell’invalidità civile è altrettanto fondamentale. Non si può continuare a percentualizzare la disabilità, e utilizzarla per l’intera gamma delle prestazioni, (tickets, previdenze economiche, ecc.).
Il riconoscimento deve essere funzionale all’indipendenza dell’individuo. In sintesi si tratta di dare risposte articolate in rapporto ai diversi gradi di bisogno sia per le provvidenze economiche, che l’erogazione dei servizi, nonché per l’inserimento mirato al lavoro.
Infine, preso atto che il terzo settore è destinato a ricoprire ruoli importanti nella realizzazione del nuovo stato sociale. Occorre evitare la formazione di un mercato che identifichi nel no profit la possibilità di fornire servizi alla meno spesa, alla stregua di certi subappalti di mano d’opera a basso costo, ma con nessuna garanzia di professionalità.

12. Il corpo dell’altro

di Giovanna Di Pasquale

Occuparsi dell’altro occupandosi anche , e in alcuni casi, soprattutto del corpo dell’altro.
Il lavoro sociale si declina in un incontro diretto tra corpi che , pur in una cornice professionale, devono ricercare un faticoso equilibrio fra autonomia e dipendenza, fra l’impossibilità di fare da soli e la capacità di dare e chiedere aiuto.
Occuparsi dell’altro è anche occuparsi di sé; “curare” il corpo altrui porta con sé il riprendere contatto con il proprio corpo e con la storia del nostro personale rapporto con esso. Quando si incontra la malattia, la vecchiaia , il deficit è prima di tutto un corpo malato, vecchio, handicappato ciò che ci viene incontro insieme alle immagini ed ai vissuti che per noi e in noi sono ad esso collegati.
La dimensione emotiva irrompe nelle relazioni quotidiane fra operatori ed “utenti”; spesso negata o ridotta ai minimi termini è, invece, parte essenziale di ciò che passa tra le persone.
Molto del linguaggio emotivo trova una sua concretezza nel linguaggio globale attraverso cui il corpo parla ed esprime comunicazione.
Nella pagine di HP abbiamo cercato di dare spazio ad una riflessione su questi punti, ascoltando la voce di chi vive un deficit in prima persona e di chi per professione si occupa di assistere persone anziane, ospiti di una struttura protetta o disabili.
Attraverso le loro parole emerge con forza il gioco di specchi che caratterizza gli incontri tra persone anche, come già accennato, all’interno di un contenitore professionale. Gioco di specchi che determina la disponibilità ad un rispecchiamento consapevole o l’attuarsi di una fuga, la voglia di negare elementi comuni o, invece, la possibilità di spazi di riconoscimento reciproco.

13. Per aprire la mente

di Gianpaolo Mazzara

In una ormai lontana giornata invernale che vedeva tutto il modenese coperto di neve, associo al gelo, al freddo, al ghiaccio, la vita affettiva e relazionale di alcuni pazienti che avevo appena incontrato, in particolare il signor Silvio un anziano lungodegente che dimostra una paura generalizzata di tutto e di tutti. Egli sente come una minaccia i miei interventi perlomeno quanto sente protettivo il reparto psichiatrico, il suo letto, la sua camera: solamente disteso sul letto non sente la minaccia della vita. E se gli riconosciamo, oltre la possibilità di provare la paura, quella di sperimentare la rabbia; è prevedibile che egli abbia provato rabbia nei miei confronti per il fatto che io cerco di far emergere la vita, l’ energia, il “sentire” là dove c’è l’oblio, dove c’è il gelo che non permette la vita. Inizia un itinerario durante il quale il signor Silvio porta nel gruppo le sue resistenze, le sue “fughe” e, in una progressione insperata, le sue fantasie, le sue allucinazioni, finché un giorno “si apre una porta che appariva chiusa da sempre”. Egli comincia a parlare del suo non avere figli, ci presenta i quattro nipoti, in particolare la nipote che fa la … “vita”, “ma potrebbe fare un altro lavoro”. Ricorda la madre che faceva la sfoglia e di come fossero enormi i ritagli di pasta che andava a “rubare”. Scopriamo che è un bravo cuoco: ci parla del suo insuperabile brodo fatto con gallina, punta di petto di manzo e osso di prosciutto crudo. Al crescente interesse del gruppo – pazienti e personale infermieristico – corrisponde un’ ulteriore apertura che ci mostra un signor Silvio attento, appropriato e fiero di ciò che va raccontando. Sembra essersi riaggiustato il prezioso filo che lega il presente e il passato, il sentimento del qui e ora alla memoria affettiva e corporea. Viene poi la volta delle “polpette” e qui il racconto si fa scena, azione, vita vissuta. Allestiamo accuratamente una cucina in cui si prepara un pranzo per un invitato: il piatto forte sono le polpette, infarinate con “fior di farina” dopo averne ben impastato gli ingredienti (carne equina, uovo, formaggio, pane grattugiato). Ed ecco il momento magico in cui arriva l’ invitato: si tratta dell’ assistente sociale (interpretata dalla Caposala) cui Silvio sembra particolarmente legato, ora lui ha 40 anni e lei 30. Si crea un clima di festa che si concretizza in un brindisi più che mai vero e sentito. “Ah, se non stessi così male!”, conclude il signor Silvio, confermandoci come stia vivendo questa situazione con intensità pur non rinunciando ad una certa visione critica e realistica della sua situazione oggettiva. La seduta è finita: siamo sorpresi, soddisfatti, ora ci unisce un fluire tiepido di commozione e tenerezza.

Mary non abita più qui
La voglia di vivere di Alice si è affievolita, il suo sguardo spento non lascia trasparire emozione. Un dolore muto, tremendo nella sua inespressività, non le permette di vedere l’altro che le sta intorno ma le impone di spendere tutta la sua energia nel seguire una ripetitiva sequenza di situazioni inquietanti, costituite da amore non vissuto, da violenza, dalle attenzioni incestuose del padre che le hanno segnato il corpo ma ancor più l’anima. Alice ha imparato a non chiedere per evitare l’angoscia del rifiuto, a non desiderare per tenere lontana da sé la prova pesante della frustrazione.
Un’energia misteriosa, ancestrale, la spinge a partecipare; entra nel nostro gruppo senza entusiasmo ma con una certa consapevolezza. Si avverte il suo istintivo bisogno di esserci. C’è’ una spinta alla vita che non si esteriorizza in altri momenti ma che, stamattina, si concretizza nel proporsi come protagonista del nostro gioco psicodrammatico. “La mia vita è un grande vuoto”. Un vuoto così esteso da occupare l’intero spazio “scenico” definito dalla circonferenza delle sedie su cui trovano posto partecipanti, pazienti ed équipe terapeutica. Tutto lo spazio. Un vuoto totale. Accidenti Mary! Se ti fossi aggrappata meglio alla roccia, se non ti fossi lasciata inghiottire da quel burrone saresti ancora qui. A riempire questo vuoto.
I tuoi genitori hanno accettato Alice come una figlia, dandole una casa – finalmente normale – , non una giungla infida in cui ogni cosa può attentare alla tua incolumità. Tu Mary, le hai dato la forza di andarsene di casa, tu la sostenevi, la rassicuravi, eri la sua amica intima, l’unica persona fidata. “Perché sei morta?” L’interrogativo caduto per molte volte nel vuoto interiore di Alice, viene raccolto da una Mary ausiliaria che dialoga con l’amica e le propone la logica inafferrabile di una morte precoce. Un caldo incontro che dura poco: Mary viene allontanata, come nella realtà. E’ ancora il vuoto. Ora però vi possono entrare figure che prima ne erano impedite, capaci di riempire fisicamente ed affettivamente una certa porzione. La “madre vicaria” che ha condiviso con l’amica, donna positiva che la ospita e le dà affetto mai ottenuto, la protezione desiderata, così come una disponibile sorella di Mary.
Proprio quando queste presenze vengono ad abitare il vuoto, emergono dal passato i fantasmi dolenti che Alice cerca di rinchiudere dentro di sé. Il confronto con questa madre vicaria dolce ed affettiva crea le premesse per un incontro drammatico con la madre reale. L’indifferenza, il distacco, l’ostilità che hanno caratterizzato il suo relazionarsi con i figli hanno costituito il primo grande vuoto di Alice. Un vuoto incolmabile, doloroso e gravido di rabbia.
Avverte un odio talmente forte da impedirle di scegliere una persona del gruppo nel ruolo di sua madre: teme di poterla offendere solo per il fatto di farglielo assumere. La scelta cade su una signora oggettivamente marginale che riesce a raccogliere l’ostilità di gran parte dei degenti.
Ecco la rabbia, improvvisa, prorompente. “Ti odio, ti odio” Gli occhi di Alice hanno un guizzo vitale. “Ti odio, vattene.” Allontana da sé la madre e, poi ancora senza parlare, la spinge fuori dalla porta.
Un gesto di grande intensità e di valore catartico. In questo momento le è possibile recuperare Mary, trovandole una nuova collocazione vicino a sé ma senza contatto diretto. Questa Mary è un ricordo, dolce e doloroso, che non invade tutta la personalità dell’amica, rimanendone separata come “altro”, come un oggetto affettivo fuori di sé. Mentre Alice ci conferma la sua soddisfazione per il lavoro svolto, la nostra attenzione si rivolge su un fatto inaspettato di cui è protagonista Ortensia, la signora che si è prestata ad impersonare il ruolo della madre. Era stata cacciata – in quanto madre cattiva – fuori dalla stanza e vi era rimasta per qualche minuto, fino al termine del gioco psicodrammatico.
Al suo rientro, ci appare seriamente preoccupata che quell’odio fosse andato realmente su lei come persona e non come interprete del ruolo; teme addirittura di esserne la causa inconsapevole.
Questa signora chiusa, anaffettiva, inacidita ci presenta una dimensione umanizzante di sé, fa trasparire tensione, bisogno di essere rassicurata. Ha vissuto dal didietro questa drammatica relazionale madre-figlia, con una partecipazione emozionale che ci sorprendere e ci commuove.
Poco importa che, allorché questa immagine di sé che sta proponendo le viene fatta notare, se ne distacchi definendosi “fredda e abulica”. Anche lei ha vissuto il suo psicodramma restituendosi la possibilità di provare emozioni come a tutti noi.
Se per Alice sentiamo solidarietà e calda empatia per Ortensia proviamo persino un po’ di simpatia.

10. L’affetto quotidiano

di Massimo Manfredini e Mirella Chitti

“Accettando di fare dello spazio relazionale nel proprio ambito di lavoro si è costretti ad accettare uno scarsoriconoscimento professionale; ma socializzando il più possibile questo spazio è possibile che l’utilità sociale dell’handicap venga sfruttata da un maggior numero di persone e quindi sia più capita e apprezzata”.
La definizione della professione dell’educatore come qualcosa di diverso dall’assistenza basata sul buon cuore, dalla distratta presenza alla festa a base di crescentine, bibite ed eventualmente “liscio”, fu in passato una risposta difensiva che giustamente voleva rimarcare il carattere pedagogico e quindi la specificità e la complessità di un lavoro come il nostro.
Era forte, evidentemente, l’esigenza di una affermazione qualitativa, anche in risposta al luogo comune secondo cui, in fondo, con questi poveri ragazzi basta un po’ di pazienza e tanto amore.
Fin qui tutto a posto. Quest’affermazione di qualità, pur avendo nella pratica avuto luogo, non ha portato ancora risultati significativi.
Socialmente la considerazione della nostra professione oscilla tra il bidello e la colf.
Alla lunga la frustrazione logora; che fare? Come sentirsi un po’ riconosciuti?
Un meccanismo senz’altro molto diffuso è quello di mutare atteggiamenti e modalità dalle immagini stereotipate di altre professioni – sempre interne all’ambito dei servizi – di riversarle all’interno del nostro lavoro per trarne elementi di stima.
L’attenzione esasperata al piano sanitario – farmacologico ci permette di rosicchiare un po’ di prestigio dei medici o anche solo dei paramedici (ci si accontenta); la precisione nella documentazione ci lascia una porzione dello zelo degli amministrativi (non che essere precisi non serva ovviamente); lo scrupolo nel seguire i dogmi dell’approccio curricolare ci fa sentire un po’ insegnanti; lo stilare relazioni di fine anno con una certa densità culturale ci avvicina al mondo intellettuale universitario (così come forse, lo scrivere un libro) ed il rifugiarsi in modo a volte rigido nelle caselline della programmazione settimanale non fa che testimoniare il carattere vagamente psicotico della nostra professione e la nostra insicurezza.

La relazione quotidiana
A volte però la relazione quotidiana riesce ad evadere da questa prigione e ci permette di intravedere qualcosa di nuovo.
Il termine “produttività sociale” ne è un esempio: c’è qualcosa di originale, nella relazione con le persone handicappate, che non è la malacopia della relazione con i normali.
Vi sono elementi in essa da cui è difficile prescindere: l’ascolto, l’adeguamento di tempi diversi, il paradosso, lo humour. In una parola forte “decentramento” nella comunicazione. Si tratta di un contributo peculiare, di una ricchezza per tutti che va sfruttata.
Non ci si potrà, tuttavia, attendere una comunicazione semplice con il mondo esterno: la disponibilità a decentrarsi nella comunicazione è abbastanza rara; ognuno preferisce restare sui propri equilibri, dentro i propri sistemi, alle proprie autoimmagini.
C’è la minaccia latente della destabilizzazione.
Accettando di fare dello spazio relazionale il proprio ambito di lavoro si è costretti ad accettare, almeno a medio termine, uno scarso riconoscimento professionale: ma socializzando il più possibile questo spazio (ad esempio attraverso attività di animazione sociale, di drammatizzazione, che altri sperimentano e fruiscono, pur non essendo addetti ai lavori) è possibile che l’utilità sociale dell’handicap venga sfruttata da un maggior numero di persone e quindi che sia più capita ed apprezzata.

L’affettività
La nostra professione, come altre che si occupano della dimensione relazionale, include una rilevante dose di coinvolgimento emotivo ed affettivo; attraverso questa dimensione viene anche riassorbita una parte dello stress che può derivare dalle difficoltà di “adeguamento” alle persone handicappate.
Anche dall’affettività nel passato ci si è difesi perché essa rappresentava il terreno elettivo su cui le associazioni cattoliche di volontariato collocavano il rapporto con le persone handicappate; gli educatori hanno tentato di dimostrare non tanto e non solo che l’amore non basta, ma che può essere dannoso inventarsi degli amori verso gli handicappati per scopi di “santificazione personale” pericoloso per loro, usati per l’ennesima volta, pericoloso per la comunicazione, necessariamente periferica.
Se nonché, vivendo insieme a questa gente, ci si è accorti che ciò che si spingeva fuori dalla porta rientrava dalla finestra. Ovvero che la dimensione affettiva, anche se non per tutte le relazioni e non in modo sempre uguale è una componente rilevante del rapporto educativo.
Educazione significa implicazione.
Quindi anche amore e odio, rabbia, noia, entusiasmo, serenità, ansia.
Potrebbe essere il momento di riprendere in esame questa dimensione non come “deus ex machina” della relazione con l’handicappato, ma come aspetto della nostra professione.
Inoltre si è costretti ad ammettere che è sul terreno dell’affettività, e degli equilibri emotivi che tanto si è riuscito a costruire in termini di apprendimenti, di potenzialità residue, di convivenza quotidiana, di recupero di gusti e modalità personali.
Probabilmente anche la dimensione affettiva avrebbe diritto ad avere una sua dignità professionale, un suo riconoscimento e quindi un suo spazio di approfondimento anche teorico.
Ci si è accorti nella vita quotidiana, dell’importanza di questa dimensione per arrivare a creare uno “stile” di lavoro che sia sufficientemente sereno e divertente: e questo si riesce a realizzare solo se vi sono buone relazioni fra tutti, anche soprattutto tra gli educatori.
Ciò significa che il coinvolgimento emotivo gioca un ruolo decisivo anche a questo livello. Probabilmente in passato si è rischiato di rendere schizofrenica la relazione educativa, forse per esigenze di difesa personale, considerando professionale solo ciò che era attività, meglio ancora se di impronta “scolastica”, e facoltativo o quanto meno lasciato alla libertà del singolo, tutto ciò che atteneva all’ambito affettivo – relazionale.
Forse non è più il caso di mantenere questa separazione: bisogna accettare il coinvolgimento affettivo come un aspetto costituito della nostra professione sul quale occorre lavorare meglio e soprattutto senza paura.
Chiamiamo di nuovo in causa, a titolo di conclusione, il grande Gregory Bateson per rimarcare brevemente che la prospettiva in cui ci muoviamo ora è quella della coevoluzione, del legame anche affettivo in una storia comune, unica speranza di comunicazione con un sistema “altro”.
Non una pedagogia “del controllo”, quindi, che decide cosa è buono per l’altro, programma gli obbiettivi e puntualmente li verifica, ma una pedagogia “che accompagna”, che propone contesti di relazione, strutture di connessione all’interno delle quali tutti possano “abitare” confortevolmente, una pedagogia in cui l’educando entra a far parte della storia dell’educatore e viceversa.

“Andare con…”
Nel nostro vocabolario privato – chi non ne ha uno! – il termine educare non ha più quell’accezione vanamente comportamentistica che potrebbe suggerirci l’etimo latino, quella cioè di “condurre a”: preferiamo intenderlo, ferma restando l’asimmetria del rapporto educativo, come un “andare con”.
Tutto ciò implica, evidentemente, una diversa antitetica, visione dell’educando, che da oggetto diviene soggetto dell’educazione; ed ovviamente una diversa, opposta, visione dell’educatore: non colui che dà risposte, ma colui che fa domande; non colui che conduce, ma colui che accompagna; non colui che valuta, ma colui che interpreta; non colui che si pone l’obbiettivo di cambiare l’altro, ma colui che accetta, come parte integrante della sua professione, di cambiare se stesso.
“… educare vuol dire condurre, dunque guidare verso uno scopo. Condurre e in nessun luogo si escludono reciprocamente.”

Ma la nostra prospettiva è un’altra.
“La domanda è l’unica alternativa al dogma cioè: alla sicurezza imposta con la rinuncia al soggetto.
Una domanda senza fine non solo sul come, secondo quanto avviene nella cultura tecnologica ma anche e soprattutto sulla meta.
La domanda appartiene a un soggetto che deve cercare di rendere esplicite le condizioni del suo ascolto, in un certo luogo e in un certo tempo, dell’interiorità e delle icone che l’universo delle cose e degli uomini ci invia.
E’ allora importante che sia domanda di un soggetto che spera, che sa che il suo cammino è infinito e non porta in luoghi definiti: domanda di un soggetto che sa che l’importante è andare e che l’andare è l’unico modo di essere.
Fermarsi è rinunciare all’esodo, sperare è un modo di stare dentro la cultura e la scienza”

Sperare è essere intenzionati oltre la prossimità.
E ancora:
“I messaggi cessano di essere tali quando nessuno li può leggere. Senza la stele di Rosetta non sapremo nulla di quanto era scritto nei geroglifici egiziani: essi sarebbero solo eleganti decorazioni sui papiri o sulla pietra.
Per avere significato – fin anche per essere riconosciuta come struttura – ogni regolarità deve incontrarsi con regolarità, o forse abilità complementari e tali abilità sono evanescenti quanto le strutture stesse.
Anch’esse sono scritte sulla sabbia o sull’acqua.
La genesi dell’abilità di reagire al messaggio costituisce il rovescio, l’altra faccia del processo evolutivo. E’ la coevoluzione.
Si tratta indubbiamente di tutt’altra scommessa.
Tutt’altra è del resto, la posta in gioco.”

(Tratto da “La relazione educativa” di Massimo Manferdini e Mirella Chitti. dipartimento di scienze della comunicazione dell’università di Bologna)

14. Diversi pensieri

di Mirko Artuso

“In un percorso creativo con i disabili, l’operatore deve sentirsi come un elefante in un negozio di cristalli, essere abile e sicuro; allora potrà arrivare dall’altra parte del negozio, senza aver rotto nemmeno uno dei preziosi cristalli… Sono convinto che non esista un teatro diverso per persone diverse, ma un teatro capace di generare incontri socialmente riconoscibili”.
Non è così scontato pensare che tutto ciò che determina un incontro possa essere definito teatro, soprattutto se pensiamo alla forte necessità che questo nostro tempo contiene. Spesso mi capita d’incontrare la diversità in ambiti istituzionali e trovo spesso persone fortemente motivate alla costante ricerca di mezzi per uscire da una opprimente fissità. Il lavoro di destrutturazione è sempre più una tappa obbligata e gli operatori ne sentono la necessità e desiderano uscire dai meccanismi convenzionali: l’assistenza fine a se stessa, la mancanza di obiettivi comuni, le difficoltà organizzative e via di seguito.
Le occasioni di incontro e di studio acquistano valore se riescono a calarsi nelle singole situazioni, senza finzione, con l’obiettivo comune di scardinare, muovere, aprire. E’ necessario a questo punto interrogarsi sulla necessità del teatro in questi ambiti e sul significato profondo che questa pratica acquista. Non è mio compito capire se veramente il teatro può definirsi terapeutico; è probabile ma non certo, ma credo invece che sia necessario considerare il suo valore sociale; le capacità in esso contenute sono principalmente provocatorie e sono queste le responsabilità che possiamo chiedere al teatro e attraverso di esso assumerci.
Sono convinto che non esista un teatro diverso per persone diverse, ma un teatro capace di generare incontri socialmente riconoscibili. I mezzi per creare queste occasioni di incontro sono simili ad altri contenuti in altre forme di espressione, ma non hanno lo stesso valore e soprattutto la stessa riconoscibilità.
Questo dipende, credo, dalla volontà di dimostrare abilità non richieste. Ho sempre pensato che il portatore di handicap non debba dimostrare nessuna abilità richiesta dalla convenzione e che non debba sentirsi obbligato a “scimmiottare” il teatro ufficiale, ma debba rendere pubblico il “proprio” teatro, con le specificità che lo caratterizzano. Sono interrogazioni alle quali cerco di dare risposta con il lavoro di ricerca; quello che sento come mancanza è il collegamento tra l’istituzione e gli operatori che spesso cercano nell’attività con i disabili l’incontro tra questi elementi.

La capacità di creare un luogo
Da molti anni dedico la mia ricerca al teatro; e l’incontro con i disabili mi ha donato la possibilità di rivalutare molti aspetti del mio mestiere d’attore e di regista, primo fra tutti quello della condivisione. E’ ovvio che non si può chiedere a una persona normale di condividere la condizione nella quale si trova il disabile, ma di chiedere uno slancio, la capacità di creare un “luogo”, uno spazio fisico e mentale dove incontrare il disabile, una zona franca dove scontrarsi ad armi pari.
Questo luogo, nella occasione in cui c’è stata la volontà di creare lo “scontro”, spesso si chiama teatro; non soltanto inteso come luogo fisico, ma come atto creativo e desiderio di comunicare.
Allora diventa necessario delimitare i confini, definire il campo in cui agire, prepararsi all’incontro che diventerà scontro. Trovarsi di fronte a situazioni non conosciute, essere capaci di guidare un gruppo di disabili all’interno del percorso creativo; imparare ad ascoltare. Trovare con loro un’intesa e svilupparla senza caricarla di segni, significati o altri orpelli.
L’ascolto è possibile se riesce ad allontanarsi dalla complessità.
Questo non significa evitarla a priori, ma penetrarla mantenendo come obiettivo la semplicità.
Nella loro disarmante semplicità riesco a trovare, attraverso l’ascolto, stimoli forti, che nella maggior parte dei casi sono sinceri.

La sincerità contro il giudizio
Questo è il rapporto che mantiene l’equilibrio tra gli elementi: Semplicità – Sincerità.
Quando parlo di semplicità, intendo dire tutto ciò che la complessità permette di tradurre in praticità, tutto ciò che il complesso meccanismo dell’immaginazione lascia trasparire rendendo visibile l’invisibile.
Tutto questo passa attraverso un filtro (che non è mai giudizio e/o presa di posizione a priori) che nient’altro che il tempo dedicato alla ricerca, dalla quale nasce la sincerità. Questo è possibile se liberiamo il percorso creativo dalle ansie produttive, dalla fasulla necessità del profitto, dalla paura del giudizio.
Non c’è peggior nemico della sincerità che il giudizio.
In un percorso creativo con i disabili, l’operatore deve sentirsi come un elefante in un negozio di cristalli, essere abile e sicuro; allora potrà arrivare dall’altra parte del negozio, senza aver rotto nemmeno uno dei preziosi cristalli. Il disabile, nella sua verità, lo considero uno straordinario essere umano, che senza volontà si mostra in tutta la sua persona senza sottrarsi alla trasparenza. Sono quello che sono, perché so quello che so.
Questa è la base per poter iniziare un confronto alla pari, senza giudicare, evitando i limiti precostituiti.
Credo di non avere nulla da insegnare, perché penso che sia già molto complesso “stare”, “essere”, “incontrare”. Allora quello che cerco quotidianamente è un nuovo modo di “camminare”, questo è per ora tutto quello che posso fare. La ricchezza in tutto questo è che spesso mi è concessa la possibilità di farlo con altre persone, che forse già lo stanno facendo e non ne sono coscienti, oppure stanno andando senza cogliere la preziosità del viaggiare.
Devo essere riconoscente nei confronti delle persone che sentono questo vitale bisogno e premiare tutti quelli che credono nel valore del teatro, soprattutto in questi casi dove il confine fra terapia e arte è molto sottile.
Elio Vittorini diceva che l’uomo ha bisogno di altri doveri, più alti e verso gli uomini; perché a compiere i soliti non c’è più soddisfazione e si rimane come se non si fosse fatto nulla, scontenti di sé, delusi. Allora la diversità deve essere per noi un punto di forza, non un ulteriore ostacolo, dobbiamo costruire occasioni, spazi mentali e fisici adatti all’incontro, capaci di generare emozioni, vortici di fantasia.
Dobbiamo allenarci alla conoscenza di sé, per conoscere e affinare le proprie qualità creative, di relazione, comunicazione.

14. La disubbidienza

di Alberto Moravia

“Ora si tolga il pigiama ” ella disse, “e entri nella vasca… poi io ‘insaponerò.”
Ubbidiente, Luca si levò in piedi e si lasciò sfilare la giubba. Poi la donna si chinò e con mani leggere gli slacciò i pantaloni e glieli abbassò fino ai piedi, risollevandosi subito, un po’ accesa in viso; ma Luca pensò che fosse stato lo sforzo per inchinarsi. Tutto nudo, egli esitò, ma sentì che l’infermiera gli cingeva di nuovo la vita con un braccio e dolcemente lo spingeva verso la vasca. Allora entrò prima con un piede e quindi con l’altro nell’acqua che scottava e alfine, pian piano, vi si adagiò. «Come si sente?» domandò l’infermiera sedendosi sopra uno sgabello e guardandolo fisso. «Molto debole» rispose Luca. Ed era vero. Nell’acqua bollente gli era tornato non sapeva che senso di vuoto alla nuca accompagnato da una leggera nausea. L’infermiera disse: ” Bisogna che lei si levi in piedi… io l’insaponerò ben bene… lei si sciacquerà e poi, subito dopo, uscirà dall’acqua perché il bagno prolungato indebolisce ” . Luca la guardò e poi guardò se stesso, nella vasca: incerto, ondeggiante, tinto di lieve luce azzurrina, il proprio corpo gli ispirò, come già il viso la prima volta che si era specchiato, un senso di affetto. E la vista del pube, i cui peli bruni impolverati di brillanti bollicine d’ aria parevano fluttuare qua e là intorno il sesso, come alghe intorno un anemone in fondo ad una limpida acqua marina, non gli parve indecente ma in perfetto accordo con il resto del corpo che era casto, magro e bianco .
« Allora vuole alzarsi? » domandò l’infermiera. Egli trasalì, levò gli occhi e capi che anche lei, dal suo sgabello, aveva guardato come lui al suo corpo disteso in fondo alla. vasca. « Ecco » disse; e si levò in piedi.
L’acqua gli giungeva fino a mezza gamba, uno specchio appeso alla parete di fronte gli mostrava se stesso, tutto nudo e l’infermiera che, rossa in viso, si chinava verso di lui insaponandogli il corpo. Ella gli insaponò prima i, dorso, poi il petto e infine il ventre. Luca si accorse allora che mentre il suo pensiero restava torpido e lento, la sua sensibilità, forse affinata dalla malattia, gli faceva notare molte cose che in altri tempi sarebbero sfuggite- Per esempio, un eccesso di zelo e di perizia professionale nell’alacrità della donna che in qualche modo lo turbava pur senza lasciarsi definire dalla sua mente indebolita. L’infermiera si raddrizzò, le mani bianche di sapone e disse: ” Ora si tuffi.” Dolcemente Luca si lasciò di nuovo scivolare nell’acqua.
Ella usci e rientrò dopo un momento portando a braccia tese l’asciugamani e gridando: « Presto…presto… finché è caldo.» Luca si levò, esitò un momento un piede sull’orlo della vasca, quindi uscì del tutto. Subito l’infermiera gli fu addosso, avvolgendolo strettamente, con una specie di affetto, nel lenzuolo bollente: «Non è vero che è caldo? » Luca, tutto imbacuccato, non poté fare a meno di provare un guizzo di benessere, il primo dopo tanto tempo. «ora bisogna che lei si asciughi, presto » ella disse. Luca sedette sullo sgabello; e la donna, inginocchiata, prese a fregargli vigorosamente le gambe. Ci metteva una tale forza che diventò presto scarlatta in viso; e nella sua genuflessione c’era un senso di adorazione oscura e appassionata che imbarazzava Luca. Ma risalendo lungo le gambe, ella gli sfiorò con le mani l’inguine e Luca, in un fremito istintivo, capi ad un tratto ciò che sin allora aveva soltanto e quasi suo malgrado sospettato: che il caso aveva voluto che lui e la donna si trovassero soli nell’appartamento quella sera; e che stava per ripetersi quanto era avvenuto tra lui e la governante, mesi addietro. Con questa differenza che l’animo era mutato e ora avrebbe accettato ciò che allora gli era sembrato di dover rifiutare. Dopo quel primo sfioramento, forse involontario, l’infermiera parve perdere tutto il suo vigore; e Luca sentì che le mani si erano fatte esitanti; come se piuttosto che un massaggio avessero voluto fare una carezza e al tempo stesso non avessero voluto. Le mani gli correvano per tutto il corpo ma parevano voler evitare ad ogni costo l’inguine; e tuttavia, proprio verso l’ ingiunge scivolavano ogni tanto dai luoghi più lontani, in una rapida incursione che la fretta e il rimorso rendevano rude e goffa.
Questa incursione aveva un carattere particolare, pareva la beccata di un uccello o il morso di un animale, insieme furtiva e avida. Del resto l’infermiera stessa, accesa in viso, la fronte chinata come a nascondere gli occhi , dava a vedere in maniera ormai molto chiara la natura del sentimento che la sconvolgeva. Luca la guardava e gli pareva che si accendesse sempre più a misura che i giri del massaggio si chiudevano più strettamente intorno al ventre. Tutto il grande corpo di lei, piegato sulle ginocchia pareva tendersi nel desiderio, insieme favorito e osteggiato, di sfuggire dai limiti del massaggio in un contatto libero e di genere diverso. Ma a differenza di quanto era accaduto un tempo con la governante, egli non provava adesso alcun desiderio di ritrarsi, alcuna ripugnanza. Gli pareva di essere un oggetto nelle mani di lei, privo di qualsiasi volontà all’infuori di quella di essere docile e ubbidiente. Questa riflessione gli fece quasi dimenticare la donna e la sua passione. Finalmente dopo uno sfioramento più forte e più compiaciuto, ella si levò in piedi dicendo: «Ecco, ora può vestirsi.»

(Brano tratto da “La disubbidienza” di Alberto Moravia, edizioni Garzanti )

9. Corpo e relazione

di Giovanna Di Pasquale

Così fragile che l’anima traspare.
Il corpo, dimensione scontata della quotidianità e porta di comunicazione con le emozioni. Ancorato al presente, ai suoi stimoli e portatore di ciclicità, insieme natura e mistero, che affonda nel tempo.
L’ambivalenza che lo caratterizza permette, se lo si utilizza come strumento di comprensione, di andare oltre l’evidenza e la letteralità del dato, aprendosi ad una più ampia ricerca di senso rispetto a ciò che accade, a ciò che mi accade.
E così il corpo riporta noi dentro noi stessi. A prendere contatto con le emozioni e i processi vitali che alimentano l’incontro con l’altro. Poichè dell’incontro, della relazione con l’altro il corpo è sostanza primaria.
È eco di una dimensione antica della persona, nascosta e a volte negata eppure presente e vincolante, richiamo all’essenzialità delle comunicazioni primarie. E’ con il corpo che si comunica e originariamente si sente, perché il legame simbolico con l’altro è in primo luogo radicato nella struttura stessa del sentire.
Il corpo è terreno di un linguaggio globale, alimentato da una spinta, da un desiderio invisibile che trova un’espressione condivisa nella parola, non unica ma importante mediazione verso l’altro.
Nel suo rapporto con l’espressione verbale, collocata in un tempo e in uno spazio, la corporeità rivela ancora una volta il suo carattere di contraddittoria vitalità, di apparente e pur duratura fragilità.
Il corpo, membro totale di questo spazio, gli si oppone. Perché? Perché non si lascia smembrare, dividere in frammenti, privare dei suoi ritmi, ridurre a bisogni catalogati, a immagini e a funzioni specialistiche, senza almeno protestare. Irriducibile e sovversivo in mezzo allo spazio e ai discorsi dei Poteri, il corpo rifiuta la riproduzione di rapporti che lo tormentano e lo privano.
Centrale diventa, allora, il ragionamento intorno al corpo, al suo linguaggio, a ciò che di dirompente produce all’interno del un quadro culturale e sociale contemporaneo che riduce la sua portata a presenza efficientista ed immagine mitizzata.
Di questi intendiamo occuparci sulle pagine di HP durante l’anno che si è appena aperto, avendo un’attenzione specifica a quanto del lavoro professionale passa attraverso la dimensione emotiva ed affettiva e a come sia indispensabile trovare modalità, adeguate e tipiche per ciascuna persona e contesto, per averne consapevolezza e rielaborarne le implicazioni.
È forse questa una possibilità di coniugare la dimensione dell’esperienza personale con le istanze istituzionali, legate al mandato che investe i ruoli professionali. Che diventa ricerca di possibili risposte intorno al senso del prendersi cura dell’altro, di un equilibrio tra coinvolgimento fusionale e irrigidita formalizzazione.

10. Il corpo nomade

di Antonella Gandolfi, della cooperativa AndoKampo, dal ’91 mediatrice culturale presso la comunità sinti e rom Bologna

Il corpo come strumento di relazione: una consapevolezza che è più facile percepire in quei contesti dove il corpo mostra di avere un importanza evidente: l’esperienza di un’operatrice presso le aree di sosta per sinti; un esperienza di crescita personale che incide anche nei contesti non lavorativi.
Lavorare come operatrice presso aree sosta per sinti significa svolgere una funzione di mediazione per avvicinare due mondi socio culturali fondamentalmente diversi. Si opera quindi presso i servizi per favorire l’avvicinamento al nostro sistema sociale. Per far questo si costruisce un rapporto di conoscenza e di accettazione con la comunità sinta con cui si opera. L’area sosta comunale è un luogo in cui le famiglie zingare possono vivere nella propria/proprie roulotte all’interno di uno spazio prestabilito, usufruire di servizi igienici comuni, di presa elettrica e fontanelle di acqua, nel rispetto del regolamento comunale. Fondamentale per l’operatore presso l’area sosta è essere accettato dalla comunità e quindi creare una relazione di rispetto reciproco. La relazione si basa sulla capacità da parte del mediatore di legarsi e di separarsi dalla comunità zingara attraverso continue oscillazioni del grado di partecipazione. Il mantenere l’equilibrio fra il “dentro” e il “fuori” apre la strada verso un saper ascoltare sia con le orecchie che con gli occhi; non solo all’esterno, ma anche verso l’interno per riconoscere le proprie emozioni, aspettative ed i pregiudizi nei confronti dell’etnia minoritaria, che potrebbero influenzare la relazione.

Un grande valore comunicativo
Per gli zingari la relazione tra le persone è al centro del sistema socio culturale: il prestigio, il ruolo sociale di una persona non dipende dal ruolo professionale, ma da quello familiare e comunitario. In una relazione centrata sulla persona, in cui il ruolo professionale e sociale non hanno molta importanza, il corpo assume un valore comunicativo a cui abbiamo perso l’abitudine.
Operare presso una comunità sinta in un’area di sosta comunale, dove convivono obbligatoriamente nuclei familiari diversi, significa cambiare frequentemente spazi di relazione e interlocutori. Si può passare da uno spazio aperto comune dove incontrare un uomo, una donna, un bambino… (con continue possibilità di modifica), a spazi privati aperti e chiusi (roulotte) dove relazionarsi, come sopra, con un singolo o con più persone. In ogni singola situazione l’uso del proprio corpo può cambiare la relazione.
Ad esempio, arrivare ed incontrare un gruppo di donne o di uomini significa, in quanto donna, possibilità relazionali assai diverse, in cui il mio corpo gioca un ruolo importante. Se sono donne il gruppo si divide o si apre rendendo disponibile uno spazio fisico e di dialogo che si gioca anche su come il mio corpo entra nella relazione: se rimango al centro difficilmente riuscirò a sfuggire a giochi sul ruolo sessuale, s mi colloco di fianco a qualcuno e lascio aperto il cerchio, ho modo di cambiare il livello di conversazione o di interromperlo, anche attraverso la complicità con qualcuno.

L’esperienza personale
Il fatto che il corpo sia uno strumento importante di relazione è noto e vero in tutti i contesti, ma ritengo, partendo dall’esperienza personale e dal confronto con colleghi, che nella relazione con i sinti si recuperi una consapevolezza e attenzione alla corporeità degli altri e propria, che nella nostra società stiamo perdendo. Nella relazione con i sinti mi sono trovata a usare istintivamente il mio corpo in modo mirato, avendone la consapevolezza un attimo dopo l’agito. La consapevolezza dell’uso istintivamente mirato del corpo come strumento di relazione è, durante il mio lavoro, molto maggiore di quanto non sia di solito.
Questo probabilmente perché la relazione non è condizionata dai ruoli e dai contesti sociali in cui viviamo normalmente all’interno della nostra società, che tendono a nascondere la corporeità pur sempre presente. Riscoprire la consapevolezza del proprio corpo è comunque un’esperienza di crescita personale che incide anche su contesti non lavorativi e che a volte aiuta a limitare l’importanza dei ruoli sociali, facilitando la messa in gioco nella relazione.

13. Handicap e sessualità

Un percorso formativo rivolto ad educatori, operatori, insegnanti. I significati e le implicazioni emotive e relazionali presenti quando si affronta questo tema. Una conversazione fra le conduttrici degli stage per mettere in comune riflessioni e punti di vista.

interviste a:
Giovanna Di Pasquale, pedagogista
Daniela Lenzi, psicologa sessuologa
Marina Maselli, pedagogista
Maria Cristina Pesci, medico psicoterapeuta sessuologa

Perché occuparsi di sessualità e handicap
Pesci.
Occuparsi di sessualità comporta essenzialmente due ordini di riflessioni: uno riguarda l’inevitabile coinvolgimento all’interno della relazione con l’altro, il secondo implica un rimando prima di tutto a se stessi, al di là delle difficoltà che l’altro propone. Se pensiamo al lavoro di “cura” a cui rispondono gli operatori, molti aspetti dell’agire quotidiano contengono in sé dimensioni legate alla vicinanza, all corporeità, alla comunicazione affettiva e relazionale che rientrano di diritto anche in un generale concetto di sessualità. In sintesi, molto aspetti della “cura” all’altro, già rappresentano, spesso inconsapevolmente, la presa in carico di tematiche che la sessualità propone. Molte competenze del fare quotidiano hanno incluse risorse che affrontano la sessualità e i suoi significati. Svelata questa dimensione del lavoro di cura, la sessualità può essere un territorio di conoscenza e interazione ricca e feconda.

Maselli. Uno degli elementi che accomuna chi arriva da servizi diversi (scuola, centri diurni, case di riposo, strutture residenziali o semiresidenziali) è l’affermazione iniziale “Io di questo tema non sono nulla, è un tema che mi spaventa, mi mette a disagio, ho bisogno di indicazioni concrete” che è poi quello che porta ad avere delle aspettative sul corso molto legate alla ricerca di soluzioni immediate. Ed è proprio questo il nocciolo da cui partiamo nella proposta formativa chiedendoci ” Ma davvero questo è un tema rispetto al quale ognuno di noi, anche senza percorsi formativi specifici, non sa nulla? La sessualità non è forse una componente fondamentale della persona?” Senza dubbio si tratta di un aspetto che fa molta fatica a trovare spazio nella quotidianità degli operatori. E’ una dimensione celata che sembra rivendicare uno spazio nel momento in cui si manifestano situazioni di disagio o difficoltà .E questo non è esclusivamente legato alla presenza di un deficit. Molto del primo lavoro, un nucleo importante, è riequilibrare questa situazione, di contestualizzarla e rivederla nella quotidianità.

Lenzi. Nella nostra impostazione lavoriamo molto su ciò che sta accadendo dentro al gruppo, in quel momento, rispetto all’argomento, cercando di mettere in evidenza quali sono i meccanismi che scattano sia nel singolo che nel gruppo quando si va a toccare il tema della sessualità e dell’handicap, comunque in generale della sessualità. Ci troviamo sottolineare come il nostro metodo di lavoro non è tanto dare informazioni su di un tema da studiare perché sconosciuto quanto aiutare loro a capire i meccanismi che scattano quando si vanno a toccare certi nodi. Molto spesso il lavoro sui casi è esemplare per far risaltare quello che sta succedendo lì fra gli operatori. Nel primo corso questo elemento è centrale: partire dal singolo operatore, dal gruppo per vedere come non c’è una scienza specifica sull’argomento ma ognuno ci mette del suo, nel parlarne, nell’ascoltare, nel pensarsi. Questo è un elemento che ci caratterizza: il lavorare sul qui e ora di ogni specifico gruppo.

Pesci. Un’altra riflessione centrale del modo di intendere la formazione su questo tema è legata al porre attenzione a quei meccanismi universali che esistono quando ti trovi di fronte ad una dimensione di relazione, in cui la sessualità è qualcosa di così specifico. “Cosa accade a me, cosa accade all’altro” e questo è in parte legato al tipo di difficoltà che l’altro di cui tu ti curi ha, ma solo in parte. C’è quindi sempre uno sfondo precedente, che sottende la relazione portante. “Perché con alcune persone la stessa cosa (ad. esempio la masturbazione) non mi dà disagio e con altri utenti mi mette in difficoltà?” Con ogni persona esiste un significato e una relazione specifica, anche rispetto ad un tema così preciso come può essere la masturbazione.
E’ riconoscere come questi temi universali non hanno a che fare esclusivamente con un certo tipo di disagio o di deficit che avvia un percorso che può diventare innovativo anche nella quotidiana progettazione educativa.

Di Pasquale. Una cosa mi sembra emerga nel confronto con gli altri temi oggetto delle proposte formative. Ci sono molti tratti simili, però nella ricerca di quale senso dare ad una percorso formativo sul tema della sessualità e dell’handicap mi sembra centrale l’idea di toglierlo dal luogo della non parola. Come se questo tema, così forte e centrale per tanti aspetti sia personali che di ruolo, scivoli nel non detto. E’ questo un terreno su cui poco si riesce a costruire dei percorsi, degli spazi in cui comunque, prima di parlare di soluzioni, si possa ragionare. Per altri temi non è così, ad esempio la relazione d’aiuto dove forse si può correre il rischio opposto: un argomento molto enfatizzato, meno “lavorato”, dove comunque ci si può sentire liberi di esprimersi. Così anche per l’aggressività: un operatore si può sentire libero di vederlo come problema e di esporlo così. Sulla sessualità questo non avviene; dentro al ruolo professionale si fa fatica a trovare una possibilità (uno spazio/tempo) anche semplicemente per dire: mi sento così.
I meccanismi che emergono nei gruppi vengono fuori come se fosse una prima volta, magari perché per molti è davvero una delle prime occasioni per parlare di certe situazioni. Negli altri corsi non c’è questo sentire che quasi per la prima volta puoi dare un nome a quello che tu senti. Su questo il vissuto dell’operatore è molto forte.

Pesci. La sessualità è un tema che sottolinea e rende più visibili elementi che attraversano altre tematiche e che fanno parte dell’operatore, del suo mettersi in relazione e prendersi cura dell’altro. La sessualità, rendendo più visibile alcuni meccanismi, porta a riflettere su cosa significa lavorare in una professione in cui tu ti prendi cura dell’altro che si propone come bisognoso e dipendente e in cui in qualche misura ci si sostituisce alla famiglie. Il tema della sessualità non è un tema ristretto, non può essere legato ad un apporto solo tecnico e specifico ma anzi permette di ragionare ad ampio raggio sul senso del proprio ruolo e delle proprie azioni, all’interno della dimensione ampia della relazione di aiuto e di cura e nei suoi collegamenti sia con altri importanti interlocutori come la famiglia, sia con alcune tappe dello sviluppo personale particolarmente significative come l’adolescenza o la conclusione di quella che è definita età evolutiva.

Il contributo pedagogico e quello psicoanalitico
Lenzi. Per capire meglio il lavoro che proponiamo è importante chiarire i rapporti fra il contributo psicoanalitico e quello pedagogico. Anche perché fra gli approcci psicologici, quello psicoanalitico è generalmente quello che si è avvicinato meno alla pedagogia e viceversa. Anzi per lungo tempo sono stati quasi antagonisti. L’esperienza dei corsi ci dice non solo che è possibile tenere accostati questi due contributi ma è necessario.

Maselli. Man mano che il discorso all’interno dei gruppi si sviluppa e procede verso uno scambio e confronto più attivo due concetti vengono alla luce “sessualità ” e “disordine” dando vita ad una riflessione più ampia. L’affermazione che la sessualità è disordine rimanda a mio avviso alla complessità della relazione educativa. Quando siamo in una relazione educativa siano in una situazione di complessità, che non è l’elogio della complicazione ma è la consapevolezza della compresenza di molte dimensioni (emotive, organizzative, formative…). Ragionare in termini di complessità significa anche riappropriarsi di una dimensione precisa come è quella delle emozioni che in alcuni approcci pedagogici viene negata in nome di una presunta scientificità. Ciò che privilegiamo è il punto di vista del vissuto dell’operatore perché la comprensione dell’altro passa dal riconoscimento delle tue emozioni. Questo è un aspetto che ci accomuna: l’idea che lavorare in educazione vuol dire avere a che fare con una dimensione che non è sempre prevedibile. E questo vale per gli adulti come per i piccolissimi. Il tema della sessualità mette in luce proprio l’aspetto dell’imprevisto, ciò che non riesco a codificare. Spesso la sessualità fa esplodere in modo macroscopico elementi che sono legati alla fatica di governare l’imprevisto di stare dentro alla relazione che ci chiede di fare i conti con molte componenti.

Di Pasquale. Ripensando a come è nata la proposta di coniugare i contributi pedagogici e psicologici due elementi hanno funzionato da stimolo nel farmi pensare a questa collaborazione in termini di crescita ed arricchimento reciproco e mi hanno convinta della possibilità di riuscire a conciliarli. Il primo elemento si richiama all’idea di ricongiungimento delle parti, rimettere insieme, restituire un armonia al dentro e al fuori. “Ciò che mi succede dentro ma anche come tutto questo ha anche un forte riflesso su quelle che sono le mie azioni, le mie strategie, i modi visibili”. Questo per evitare la frattura di un approccio psicologico che indaga la dimensione intima non riuscendo a coniugarsi con la possibilità di essere ricondotta all’esterno e di una pedagogia vista come scienza dell’azione che lavora in modo separato sulle sfere esterne. Un elemento di forza del percorso formativo è proprio il tentativo di tenere unito nella formazione ciò che nella quotidianità è davvero inscindibile.
L’altro elemento convincente è il desiderio, il tentativo di trasformare la richiesta che viene dai partecipanti del “sapere sull’altro” (voglio sapere delle cose sull’altro perché comunque il problema, la sessualità è dell’altro) in: vediamo come questa situazione tocca me, cosa fa risuonare in me. Capire cosa può rappresentare per me. Se tocca qualcosa nell’altro tocca qualcosa anche di me. C’è in questo un forte richiamo alla dimensione pedagogica della relazione educativa come profondamente implicante: implica l’altro ma tira dentro anche me. Non si può guardare l’altro senza tenere conto che ci sei anche tu dall’altra parte.

Il gruppo come risorsa
Maselli.
Un’altra cosa che ho sperimentato come elemento di crescita comune con i partecipanti è la possibilità di prendersi un tempo. Tempo per aspettare le risposte che vengono dal gruppo, ma anche un tempo che è fatto di silenzi, di pause di riflessione. Se chi conduce il percorso ha in mente una idea di “formatore” che fornisce risposte immediate il tempo dell’attesa può essere vissuto con un forte senso di disagio e di frustrazione. Ma se la prospettiva è quella di dare corpo ad un lavoro che cerca di fare dialogare le varie forme di sapere allora la maggior ricchezza sta proprio nella possibilità di avere più sguardi sulla situazione.

Pesci. Questa idea del gruppo come risorsa costituisce un forte parallelo con l’operare quotidiano, del rapporto fra l’operatore e l’utente. Da una parte è chiamato a dare subito risposte e dall’altra avverte la necessità di darsi un tempo in cui è ancora necessario comprendere. Un tempo non fatto di vuoto ma di risorse che si devono mettere in moto, rendersi visibili attraverso l’apporto dei pensieri delle diverse persone.
Come conduttrici ricerchiamo l’equilibrio fra il soffermarsi su alcune questioni in qualche modo già preordinate e il saper seguire le direzioni che il gruppo prende nel momento in cui sta elaborando e discutendo per vedere dove porta quella riflessione, dove porta quella situazione. Arrivando magari a qualcosa d’altro che non era previsto. In questo vedo molto un collegamento fra un approccio educativo-pedagogico e un approccio psicoanalitico legato alle emozioni. Mediare in modo tale da non essere sempre e solo in balia di emozioni che poi non sai governare, in te e nell’altro, e nello stesso tempo non essere sempre dietro ad un percorso che avevi già pensato anticipatamente.

Maselli. E’ un po’ come ridare dignità ad una dimensione lasciata ai margini. E’ anche fare lo sforzo di evitare che un tema come questo diventi terreno di parcellizzazione, esclusivamente specialistico “Occuparsi di una parte di quella persona”.

Pesci. In effetti la sessualità è una dimensione molto nascosta che idealmente si tende a percepire come separata nella relazione che spesso viene vista, sia dall’istituzione che dalle persone interessate, come asessuata.

Lenzi. Mi sembra che il primo livello possa essere sintetizzato come “ripartire dall’operatore” che all’inizio è la cosa che li lascia più sbalorditi ma che poi alla fine del corso può diventare davvero la loro prima risorsa, capire che dentro di loro c’è in qualche modo anche la risposta. Nel loro modo di essere c’è anche la visione della relazione con l’altro ma c’è anche la possibilità di modificare la relazione con l’altro. Lavorare sull’operatore non significa solo metterlo in crisi ma ritrovare nelle risposte che ognuno si è dato un punto di partenza per la quotidianità.

Maselli. Nel passaggio dal primo al secondo livello questi aspetti si rafforzano e precisano ulteriormente. Il tentativo è quello di mettere in luce le competenze , gli strumenti che gli operatori già hanno. Ricordo un contributo di Giancarlo Rigon, neuropsichiatra, in cui ripensando al lavoro svolto nei gruppi di supervisione afferma.” Sono persone che lavorano nei servizi territoriali, sono persone che sanno fare cose straordinarie e spesso le fanno perché sono capaci di misurarsi con un’entità, qualità e variabilità ai problemi ai quali viene mediamente data una buona risposta mettendo molto spesso, in questa ricerca di risposte, il meglio di sé, trovando soluzioni originali e qualificate. Il rischio di queste esperienze è che vengano sottostimate dalla stessa persona che le realizza, non considerate nel loro valore clinico.”
In questo senso tutti i due i percorsi vogliono essere prima di tutto un luogo in cui condividere pratiche e pensieri sul ruolo e sul lavoro che si conduce.

Di Pasquale. Il parallelo fra ciò che succede in formazione e ciò che caratterizza la quotidianità dell’operatore è da una parte un punto di qualità di una prospettiva formativa che non si vuole circoscritta all’idea del dare forma all’altro ne ad una didattica della sessualità e dall’altra un punto di criticità. Questo parallelo in alcune persone può essere evidente: io imparo non solo perché tu mi dici delle cose ma perché condivido un tempo e rivivo, seppure in forma sintetizzata, meccanismi e dinamiche che avvengono in ogni gruppo di lavoro ma non è certo un processo di comprensione scontato per tutti. Quando la formazione non vuole essere solo trasmissione di contenuti ma condivisione di tempi e spazi, parole e silenzi e riflessione su ciò che accade necessita di tempi lunghi per essere compresa, diventa una sorta di percorso di accompagnamento. Non è un caso che anche noi abbiamo pensato ad uno stage di approfondimento, per continuare a lavorare sulla possibilità di un gruppo di essere tale, con tutta la fatica e la risorsa che questo porta con sé.

16. Il corpo di Flavio

di Tino Bilara

“Ho sempre sentito il suo corpo come qualcosa di separato da lui; tra i due sembrava essere in atto un lotta senza fine…”. I bisogni da soddisfare, la difficoltà di accettare un corpo non “addomesticabile”, le continue interferenze nella relazione educativa visti dalla parte dell’educatore.
Ho sempre sentito il suo corpo come qualcosa di separato da lui; tra i due (lui e il suo corpo) sembrava essere in atto una lotta senza fine, una opposizione a volte drammatica, a volte comica come capita talvolta di vedere in certi cartoon dove il protagonista si trova a fare i conti con una parte del suo corpo che non gli obbedisce più (la mano destra gli stringe il collo, mentre la sinistra cerca di allentare la presa). Oppure, anzi di più, i robot che per qualche cortocircuito perdono il controllo di sé, lasciandosi andare ad azioni scoordinate.
Ho conosciuto Flavio quasi dieci anni fa; colpito, si colpito, dalla nascita da una paralisi cerebrale che gli ha reso incontrollabile ogni movimento del corpo tranne l’uso della lingua e la capacità di parlare.

“Sei a posto Flavio”?
I miei rapporti con lui sono stati di vario tipo; come operatore, volontario, amico, ma certe situazioni si sono ripetute sempre uguali; i suoi bisogni come il bere, mangiare, trovare la giusta posizione sulla carrozzina, urinare ti mettevano sempre di fronte ad un corpo non addomesticabile né dal suo proprietario né dal suo operatore.
La relazione con Flavio era sempre interrotta dalle necessità di un corpo; uso il verbo interrompere perché sentivo come interruzioni le richieste che faceva nel bel mezzo di un discorso o la difficoltà di raggiungere un posto per via della carrozzina. È vero che l’handicap lo crea la società ma, ugualmente, quante volte ho desistito dall’idea di uscire con lui alla sera per via di quel corpo deficitario e delle difficoltà che avremmo incontrato solo per andare in una osteria? Interruzioni.
E quando queste richieste mancavano, veniva spontaneo rivolgergli la domanda: “Tutto a posto Flavio”?

Irritarsi e poi strofinare
Le parole che uso (e che usano anche gli altri) quando devo “trafficare” con il suo corpo sono molto significative: “Ti devo incastrare il braccio o vuoi che te lo leghi”? “Ti devo bloccare le gambe”? “Stringo più forte le cinghie!”…È la descrizione di una piccola lotta che io e lui ingaggiamo con il suo corpo; lui è il mio suggeritore, conosce molti trucchi per riuscire ad addomesticare quelle gambe troppo rigide o la testa che resiste: alla fine vinciamo.
Non è possibile però separare Flavio dal suo corpo, soprattutto quando le difficoltà provocano il malumore: nei momenti delicati (l’attraversamento di una strada, un posto pubblico…) il suo corpo diventa ancor più teso, più difficile da manovrare, sembra quasi che lo faccia apposta, anche se so che non è così.
La mia irritazione peggiora le cose e oltretutto non so bene con chi prendermela, con Flavio che non collabora o con questo braccio che non si incastra?
Anche la pipì capita, ed è sempre incontenibile, nelle situazioni meno adatte. Può sembrare strano, ma una grande parte del rapporto tra un assistente e un assistito, si gioca proprio qui, nell’urinare, nel defecare. In questi momenti, apparentemente così neutri, professionali, si comunica moltissimo, l’uno dice molte cose di sé all’altro e viceversa, tra una salvietta e l’altra.
Una volta in bagno feci una mossa sbagliata e la cacca invece di finire nella cassetta si infilò nei pantaloni. Iniziò un’affannosa ricerca che si concluse sotto una doccia; l’acqua cadeva piano sulla pelle imbrattata di Flavio ed io con la spugna pulivo accuratamente ogni zona; l’irritazione per l’imprevisto si era via via trasformata in qualcos’altro di tranquillo e di dolce a cui non so dare altre parole.

Tariffe maggiorate
Il suo corpo di uomo richiede una donna; argomento trattato fino all’ossessione con le parole che a volte ci portavano sui lunghissimi viali della nostra città. Io, davanti, guidavo il suo furgone mentre lui, dietro, con occhio da cacciatore guardava le austriache e le slave bionde, le alte senegalesi, delle giovanissime albanesi. Ben presto ci accorgemmo che per lui la scelta non era così vasta; le ragazza nere, ma anche molte altre, rifiutavano il rapporto e ci guardavano sbigottite. Le più disponibili, le italiane “over 50” e le austriache, spesso richiedevano (forse per il corpo più difficile?) delle tariffe maggiorate.
Quando la macchina ci riportava a casa filtravano dalle sue parole le domande a cui non sapeva dare una risposta: “Può piacere questo mio corpo da uomo? E a chi”?

L’occhio, lo specchio dell’anima
Flavio non riesce girare a suo piacimento la testa; il classico movimento di chi ti guarda negli occhi non gli è usuale, ma tiene la testa reclinata all’indietro facendo roteare gli occhi da una parte all’altra per avere una panoramica completa. È un diverso modo di vedere e per chi crede che gli occhi siano lo specchio dell’anima pone parecchi quesiti di interpretazione.

Miracolo
A volte immagino come sarebbe Flavio se non fosse handicappato; mi immagino che lasci quella sedia a rotelle e che cammini. Apre la porta di casa, mangia con le sue mani, va in bagno da solo, sale le scale, cade e si rialza, abbraccia una amica, scrive, si gratta, fischia, si strofina gli occhi per la stanchezza quando è sera.
Ma a questo punto non riconosco più quell’uomo. Conosco solo quel Flavio, con quel corpo non addomesticabile.