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Autore: admin

6. Fatatrac, diversi libri diversi

Testo di Arianna Papini, direttrice editoriale e artistico della Fatatrac

Una mattina del 1979, Mario Mariotti, artista geniale purtroppo recentemente e prematuramente scomparso, si presentò nell’ufficio di Nicoletta Codignola, fondatrice della NIEP (Nuova Italia Educazione Primaria) e attuale amministratore unico della Fatatrac, proponendole quel progetto che in seguito lo avrebbe reso famoso a livello mondiale, i libri degli animali fatti con le mani, il cui primo titolo fu “Animani”. Le sue mani grandi e nodose di scultore avevano preso la forma di animali ed erano state fotografate, in un teatrino fantasioso e variopinto, a tratti inquietante.
Stupito dell’entusiastica accoglienza ricevuta, Mariotti affermò di aver girato varie case editrici incassando un no dietro l’altro poiché questi libri non erano in realtà né per bambini né per adulti, o meglio, si rivolgevano sia ai bambini che agli adulti, rompendo lo schema convenzionale di quello che in seguito sarebbe stato definito freddamente “target di un libro”.
Il simbolo della NIEP era la sagoma, tipo ombre cinesi, di un adulto e di un bambino che leggono insieme un libro. Questo a sottolineare che la prima educazione alla diversità è, o potrebbe essere, per il bambino la condivisione della lettura con l’adulto. Il marchio stesso proponeva allora nell’incontro di un mondo, quello del libro, attraverso due mondi diversi, molto diversi, quello dell’adulto e quello del bambino, una prima cognizione di quanto nella vita sia importante confrontarsi.
Il tutto avveniva nella consapevolezza che l’età educativa, in realtà, dura tutta la vita. Le collane della Nuova Italia Educazione Primaria contenevano questo presupposto e da esso partivano, per le scelte sui contenuti principalmente ma anche sull’impostazione grafica nell’uso di tecniche diverse di illustrazione dal collage alla fotografia, nel linguaggio che giungeva fino all’eliminazione totale del testo e alla lettura solo per immagini, fatto molto preoccupante per certi adulti che non sapevano come “leggerle” ai bambini, o all’utilizzo di formati inusuali (grande album in brossura orizzontale per la collana “Il lavoro ieri e oggi” sui mestieri, rettangolo stretto e lungo verticale per il libro “A un bambino che nasce” completamente illustrato con grafite in bianco e nero (!), per giungere agli scientifici quadrati).
Nel libro “Immagini” l’educazione alla lettura avveniva per mezzo di icone diversificate: il bambino molto piccolo trovava lo stesso oggetto, la sedia ad esempio, in una foto e all’interno di un quadro, oppure la spugna posata da una parte e poi durante il suo utilizzo, nella vasca da bagno, nella pagina successiva; il sole dipinto da un pittore, la palla fotografata e un viso femminile a tratto portavano il piccolo lettore al riconoscimento della forma rotonda proprio nella sua diversità iconografica e simbolica.
L’esperienza della NIEP è confluita poi nella Fatatrac come la vediamo oggi, ma il percorso è stato in qualche maniera ancora diversificato. Da un lato l’interesse nella trattazione di tematiche sociali, anche in modo molto diretto e a volte in collaborazione con Enti Pubblici per la distribuzione gratuita nelle scuole (“La città ad ostacoli” sul problema delle barriere architettoniche, “Diversi amici diversi” testo in più lingue per i bambini della scuola materna, “Il giardino degli undici gatti” che affronta il tema della tossicodipendenza partendo proprio dal disagio nel sentirsi diversi all’interno del gruppo), dall’altro, e soprattutto dai primi anni ’90 in poi, nell’affrontare questi argomenti all’interno delle collane di narrativa, dei libri-gioco, in una sorta di “globalizzazione” del tema della diversità a più livelli.
L’interesse crescente nella normalizzazione di argomenti complessi e nella loro collocazione in libri non tematici parte dalla stessa consapevolezza che guida la distribuzione gratuita nelle scuole di libri “parascolastici”: ciò di cui trattiamo è di fondamentale importanza e, in quanto tale, deve giungere a destinazione anche, e soprattutto, in ambiti non ancora aperti.. Da qui la volontà di distribuire ad esempio i libri di incontro tra cultura italiana e cultura cinese non solo nelle scuole interessate dalla presenza di bambini cinesi ma in tutte le scuole, o parlare di handicap in modo lieve all’interno di racconti di narrativa (e penso ad esempio a “Talpa, Lumaca, Pesciolino” di Guido Quarzo in cui si parla di bambini “poco diversi”, Talpa vede poco, Lumaca è lenta, Pesciolino non parla…) che vengono acquistati da tutti i bambini e non solo dall’insegnante che si occupa di handicap.
Il filo che lega le radici della NIEP alla Fatatrac che oggi pubblica la collana “Tu non sai chi sono io” è ulteriormente sottolineato dal tema dell’incontro. L’interesse non è quello di “parlare su” ma di “dialogare con” una cultura. La collana interculturale, che si arricchisce in questi giorni dei due nuovi titoli sul popolo kurdo, mette a confronto la cultura italiana con le altre presenti sul territorio italiano, in un lavoro di gruppo formato da persone che appartengono alle due culture.
Nello stesso modo, in “Dall’altra parte del libro” di Mario Mariotti (uscito nei primi anni ’80 e precursore riconosciuto di volumi a tematica interculturale per ragazzi), l’incontro tra la cultura araba e quella italiana avviene in mezzo ad un libro che parte da tutti e due i mondi e che si legge sia da sinistra verso destra che da destra verso sinistra mettendo a confronto due storie ognuna con i propri simboli, diversi ma simili, il proprio metodo comunicativo…
Ancora dal tema dell’incontro sboccia l’attenzione crescente alla grafica e all’illustrazione che incontra il testo nei libri Fatatrac per accompagnarlo, con linguaggio altro, nella memoria di chi si trova il libro fra le mani.
L’incontro è tanto più interessante quanto più i mondi dell’autore e dell’illustratore riguardano modi diversi di comunicare, di “leggere” un tema e di proporlo ai ragazzi e ai bambini. L’apparente difficoltà delle immagini Fatatrac, nel senso della mancanza di convenzionalità in un panorama che sempre più è reso omogeneo da immagini in qualche modo rassicuranti, disneyane, note agli adulti, persegue la volontà, tutt’oggi, di educare il bambino alla diversità attraverso l’immagine atipica, artisticamente valida.
In questo senso la collana dei “Nuovi ottagoni” si arricchisce di due letture parallele e fondamentali per una vera educazione alla diversità; da un lato la presenza, all’interno della collana di narrativa, di tematiche “impegnative” (il tema dello sfruttamento dei bambini ne “Il mistero della torre saracena” o quello della clonazione in “A immagine e somiglianza”, quello dell’ecologia ne “Le bestiazze”, in uscita in questi giorni, o quello dell’immigrazione dei ragazzi africani ne “La città sotto la sabbia”), dall’altro l’incontro dei testi con la matita altamente espressiva di giovani illustratori di altissimo livello (Nicoletta Ceccoli, Alessandra Cimatoribus, Sandro Natalini, Carlo Becerica per citarne solo alcuni).
Nei libri-gioco e negli albi illustrati degli ultimi anni il tema della diversità è il presupposto di pubblicazioni di grande comunicatività; basti pensare alla collana “Maschi e femmine”, in cui il gioco della diversità tra i due sessi si fa ironico e sdrammatizzante o il bellissimo “La cosa più importante” in cui ogni animale del bosco viene considerato importante proprio per le sue specificità, o ancora “Volare!” che gioca sulla diversità della merla femmina, bianca, che impara a volare prima degli altri e dunque si trova in qualche modo, per un poco, esclusa dal nucleo familiare in quanto “atipica”.
La Fatatrac affronta temi “diversi” (l’educazione alla legalità per i bambini di 4-5 anni ne “L’alfabeto del cittadino” della collana “Contromafia”), in modo “diverso” (una filastrocca per ogni lettera dell’alfabeto gioca sul doppio significato, civile e mafioso, di parole come rispetto, dono, amico) e, passando attraverso eperienze molteplici e differenziate giunge alla fine del millennio con la consapevolezza di non aver mai deviato dai suoi intenti educativi, continuando a pubblicare “libri senza età” come il bellissimo “Maria Moll Cappero”, illustrato da Nicoletta Ceccoli, inno all’amore universale.
Questo anno 2000 che rappresenta per l’occidente un momento di passaggio di fondamentale importanza, dovremmo ricordare in ogni istante che per la maggior parte degli abitanti della terra è un anno come tutti gli altri e soprattutto non è il 2000!
E per chi avrà ricevuto una vera educazione alla diversità questa notizia, anzichè inquietante, risulterà a dir poco rassicurante…

(Nicoletta Codignola e Arianna Papini, madre e figlia, lavorano insieme presso la casa editrice Fatatrac di Firenze)

Fatatrac – Una bibliografia fra le diversità
Interculturalità
AAVV – Diversi amici diversi – 4-6 anni
Mario Mariotti – Dall’altra parte del libro – dai 4 anni
AAVV – Amici nel mondo – 5-8 anni
AAVV – Vieni a casa mia? I bambini italiani e i bambini cinesi si incontrano – 6-8 anni
AAVV – Com’è il tuo paese? L’Italia e la Cina, due mondi che si incontrano – 9-11 anni
AAVV – Cici Daci Dom. Incontro con i bambini Rom – 6-8 anni
AAVV – La casa del sole e della luna. I Rom, un popolo che viene da lontano – 9-11 anni
AAVV – La strada delle stelle. Viaggio con il popolo arabo – 9-11 anni
AAVV – Le mille e una parola. Dialogo con il mondo arabo – 9-11 anni
AAVV – Ogni bambino ho la sua stella. Incontro con i bambini kurdi – 6-8 anni
AAVV – La primavera viene d’improvviso. I kurdi, popolo di montagna – 9-11 anni
Bruno Tognolini – Sentieri di conchiglie – dai 7 anni
Vanna Cercenà – Il mistero della torre saracena – dai 7 anni
Marina Iraso – La città sotto la sabbia – dai 12 anni
Gnugo De Bar – Strada patria sinta – 9-13 anni
AAVV – Tantipopoli – 11-15 anni
Mariangela Giusti – Una scuola, tante culture – per genitori e insegnanti

Handicap
Guido Quarzo – Talpa, Lumaca, Pesciolino – dai 7 anni
Arianna Papini – Amiche d’ombra – dai 7 anni
AAVV – La città a ostacoli – 9-13 anni

Altri libri citati
AAVV – Immagini – 0-6 anni
Lucia Scuderi – Volare! – 4-7 anni
Antonella Abbatiello – La cosa più importante – 4-7 anni
Mario Mariotti – Animani – dai 4 anni
AAVV – L’alfabeto del cittadino – 5-8 anni
Vittoria Facchini – Collana Maschi e femmine – 5-8 anni
AAVV – Collana Il lavoro ieri e oggi – 5-9 anni
Luciano Morati – Il giardino degli 11 gatti – 6-10 anni
Paola Pallottino – Maria Moll Cappero – dai 7 anni
Ugo Vicic – Le bestiazze – dai 7 anni
Vanna Cercenà – A immagine e somiglianza – dai 12 anni

5. Diario

di Clara Sereni

25 novembre 1978
Dopo quasi un mese di ospedale, dopo
un’infinità di indagini invasive e di analisi, arriva la sera del sabato in cui il tempo sta per scadere. Ho contrazioni ripetute, strane; il primario non c’è, prima di andar via l’ostetrica passa a vedermi ma non registra che l’inusualità dei miei sintomi. Più tardi nella notte le contrazioni continuano, più intense, ma in reparto non c’è nessuno di quelli che mi hanno seguito fin qui.
L’unico monitor in funzione è in sala?parto, fuori dal reparto di patologia ostetrica dove sono stata finora. Per le mie insistenze la caposala accetta di mandarmi lì: in barella, con la cartella clinica appoggiata sulla pancia che continua a contrarsi.
La sala-parto è libera, non ne hanno bisogno e dunque possono usarla per me. Anche se non sto partorendo. Mi legano al letto con le cinghie del monitor, dalle quali potrei facilmente liberarmi se solo sapessi cosa fare, cosa decidere. Per nove ore resto sul lettino della sala-parto, incapace di ribellione. Quando sento passare qualcuno chiamo, con il mio tono troppo educato, e talvolta qualcuno si avvicina: ma quando provo a chiedere cosa succede, cosa prevedono, il massimo di risposta che ottengo è che no, quelle non sono contrazioni da parto, dunque non c’è nessuna particolare ragione di allerta.
Mi mandano via, al mattino, soltanto perché non spetta a quel reparto darmi la colazione.
In barella mi riportano in reparto: con la cartella a cui nessuno ha dato neanche un’occhiata, con il lunghissimo rotolo di carta uscito da un monitor che nessuno ha controllato.
Il primario del mio reparto, nel giro che di domenica fa soltanto nel pomeriggio, guarda finalmente il tracciato e subito si irrigidisce, si indigna: ma a me che chiedo non dice niente, non spiega niente. Riesco solo a cogliere due parole, «sofferenza fetale», che vanno ad aggiungersi all’ansia di tanti giorni senza risposte. Poi mi dicono che partorirò, con il cesareo: non prima di sera. Al risveglio dall’anestesia, in sala di rianimazione, accanto a me c’è solo un’infermiera: dice che tutto è andato bene, troppo genericamente e professionalmente per convincermi, dopo la gravidanza piena d’inciampi che ho avuto. Passano più di dodici ore, prima che al mio compagno sia consentito di venire da me. Di lui mi fido, ascolto le sue rassicurazioni e la descrizione che mi fa del bambino. Più tardi anche mia madre, mia suocera, le mie sorelle mi dicono dei tanti capelli che ha, delle somiglianze che hanno trovato. Del fatto che appena nato non piangeva, ma poi subito l’hanno schiaffeggiato e allora sì. Appena nato c’erano tutti, loro: io no, dormivo e non ho visto niente.

30 novembre 1978
La mia amica Gisella si scandalizza, quando scopre che non ho ancora visto il bambino, ricoverato al reparto immaturi da cui non lo lasciano uscire. Sparisce nei corridoi dell’ospedale, torna con una poltrona a rotelle, si fa aiutare da un’infermiera per caricarmici sopra, poi la guida, senza troppe concessioni per le mie ferite, lungo i corridoi. Curve, ascensori, poi finalmente il reparto.
Il vetro mi tiene a distanza, la carrozzella da cui non riesco ad alzarmi mi tiene a distanza. Al di là le culle, una in fila all’altra: divieto d’accesso, e l’infermiera troppo occupata per darmi retta.
E’ancora Gisella che riesce a parlamentare e contrattare: per un tempo brevissimo, l’infermiera prende mio figlio dalla culla e lo avvicina al vetro, perché io lo veda.
E’ magro, grinzoso, affogato in una brutta tutina scolorita troppo grande per lui. Somiglia a mio padre quando si toglieva la dentiera. Poi, però, il bambino apre gli occhi: grandissimi, e assomiglia soltanto a se stesso.
Tornata al mio letto, consegno a Gisella i golfini fatti da me, le tutine che avevo comperato: non c’è altro modo in cui mi sia consentito prendermi cura di lui.

Estate 1982
Tentiamo una vacanza diversa dagli altri anni, trascorsi al riparo e nel chiuso della casa di campagna dei nonni. In Toscana, un agriturismo speciale, qualcuno molto attento ai problemi delle diversità: perché il rapporto con l’esterno spesso ci fa vergognare, e almeno in vacanza vorremmo sentirci accolti.
Giorni uguali e sufficientemente sereni: fino a ferragosto. Quando, arrivando al mattino nella sala di riunione, troviamo due persone con le stampelle, e una terza sulla sedia a rotelle. Temiamo le reazioni di Matteo, così spaventato dalle diversità altrui: come se specchiarvisi fosse un terrore troppo grande. E infatti la sua prima reazione è di fuga, vuole andare via e forse noi non ci sentiremmo tanto di insistere se non fosse, per gli altri, quelle persone che forse potrebbero restarci male, sentirsi emarginate come tante volte ci sentiamo noi.
Restiamo, e Matteo entra nel cerchio magico di tre persone eccezionali. La sera c’è musica, e il più disagiato dei tre grida a Matteo: «Fammi ballare! Fammi ballare!”. Matteo spinge la sua sedia a rotelle, la fa roteare anche troppo velocemente ma l’altro accetta il rischio. E vince: la paura che Matteo ha di ogni diversità, da oggi, non è più totalmente indomabile.

Tratto da AA.VV. Mi riguarda, edizioni e/o 1994

4. “Al mattino quando arrivo al centro…”

a cura di Alessandra Barulli

Stefania
Arrivo al CDH intorno alle nove del mattino e questo ormai da ben 12 anni e solitamente a quest’ora trovo poche persone perché molti arrivano più tardi.
Ma nonostante ciò il momento dell’accoglienza qui è sempre stato e continua ad essere molto positivo e piacevole e, sebbene venga qui per lavorare, il centro è un luogo di lavoro molto particolare caratterizzato da un clima informale e familiare.
Non nego però che molte volte il dover aspettare gli altri (avendo orari diversi) mi crea qualche disagio.
Vorrei riuscire a concretizzare di più nell’arco della giornata, questo mi darebbe maggiore soddisfazione. Comunque cerco di non far pesare troppo agli altri le mie pretese. Anzi per mettere a proprio agio le persone che mi circondano l’arma che uso sono sicuramente le coccole. E in questo sono molto esplicita, non uso mezzi termini, le attiro a me, accarezzandole e facendomi accarezzare. Tutto questo forse può sembrare strano in un mondo, soprattutto quello lavorativo dove questo spazio sembra quasi negato.
Oltre all’esperienza del CDH un’altra situazione che vivo come buona accoglienza è quella della Casa “Santa Chiara” dove vivo. Di certo questa situazione non si può propriamente paragonare all’accoglienza che avviene in una normale famiglia, dove la sera per esempio ci sono dei genitori che ti aspettano, a qualsiasi ora, a Casa Santa Chiara devi saper dire con esattezza l’orario del rientro e dell’uscita perché altrimenti potrebbe non esserci nessuno. Comunque il clima anche qui è molto sereno e devo ammettere che sono molto gentili con me.
Le uniche esperienze più critiche per me sul piano dell’accoglienza sono state quelle a livello scolastico. Anzi più che di accoglienza parlerei di non-accoglienza. A sette anni infatti mi iscrivono a scuola e qui subito il primo rifiuto; il direttore didattico non mi voleva inserire in nessuna classe perché secondo lui non avevo la testa per studiare e per fare tutte le cose come gli altri bambini. Alla fine dopo molte insistenze mi dettero una possibilità; un periodo di prova e poi un altro periodo di allontanamento (sebbene la prova non fosse andata poi così male). Alla fine, grazie all’insistenza delle insegnanti e dei bambini della scuola, potei ritornare l’anno successivo nella mia classe insieme ai miei compagni. Quella fu per me una grande vittoria anche se mi lascia tuttora dell’amaro in bocca.

Cinzia (manca nel file)

Stefania
La mattina arrivo al CDH col pulmino, in genere ad aspettarmi al centro c’è Manuela, la mia educatrice, dopo i saluti iniziali scambiamo qualche chiacchiera sul giorno precedente. I disagi nascono invece se Manuela non c’è (anche perché per contratto può ricoprire solo parte delle ore in cui io sto al centro), mi infastidisce infatti il dover dipendere da altre persone e, proprio per questo, cerco di chiamare o di chiedere delle cose il meno possibile. Il momento del pranzo diventa per me un momento importante per entrare più in confidenza e, il regalare qualche biscotto o qualche dolcetto diventa per me un modo per ringraziare le persone che mi circondano.Le cose che mi fanno sentire ben accolta all’interno del CDH e del Progetto Calamaio sono: le persone perché non ho con loro solo un rapporto di lavoro ma anche un rapporto amichevole, la loro disponibilità , la comprensione che hanno nei miei confronti, ma anche la responsabilità che mi viene data, il fatto di avere un mio lavoro da gestire.
Non nego che ci siano anche degli aspetti negativi, quali per esempio, qualche incomprensione che si può venire a creare e che si può ripercuotere nel lavoro.
Oltre all’esperienza del centro, una situazione che vivo come buona accoglienza è quella del gruppo parrocchiale che frequento. I ragazzi del gruppo sono impegnati giornalmente per aiutarmi e farmi sentire parte integrante ed attiva del gruppo; con loro mi sento bene, mi diverto e facciamo spesso anche delle uscite insieme.
Al contrario ho vissuto tempo fa un’esperienza molto negativa in un centro dove l’accoglienza si traduceva in realtà in noncuranza e menefreghismo. Passavo le mie giornate lì infatti, senza far nulla, lasciata a me stessa; le ore erano vuote e il pensiero di non poter fare qualcosa di utile mi irritava terribilmente. Ora per fortuna quel capitolo della mia vita si è chiuso e si è riaperto quello dell’attività (a volte anche troppo frenetica) del Progetto Calamaio.

3. L’accoglienza

di Daniela Lenzi

E’ il tempo della transizione, segna il passaggio da un contesto conosciuto ad un altro più estraneo, la separazione da una relazione affettiva famigliare ad un altra a cui occorre affidarsi.
Si vivono quindi spesso contrastanti e complesse emozioni: il timore di separarsi, il desiderio di compiacere l’altro, la paura e la curiosità su ciò che accadrà.
Questo momento è il ponte che congiunge ieri e oggi, eco degli avvenimenti passati, delle aspettative future. Come ci si è lasciati ieri può influenzare come ci salutiamo oggi, segna quindi l’inizio del rapporto ma ha in sé già anche la fine, la separazione: ogni relazione di cura si esplica infatti in un tempo e in uno spazio definito e parziale.
Lo spazio all’interno del quale avviene l’accoglienza influenza i vissuti emotivi, le dinamiche relazionali e può accentuare o almeno modificare il rapporto di asimmetria tra operatore ed utente.
E’ ben diverso se l’incontro avviene in un luogo percepito da entrambi come estraneo se non ostile, oppure se avviene all’interno di un setting preciso e quindi professionale in cui l’operatore ha le vesti del “padrone di casa” o se viceversa è l’utente il padrone di casa.
Là dove l’operatore è accolto in casa dell’utente questo spazio non è professionale ma è il luogo privato, intimo dell’altro. Si entra a contatto con gli usi, i costumi, gli odori, le modalità di vita di quella particolare persona, di quella particolare famiglia. Si può quindi meglio conoscere l’altro ma questa forte intimità può generare nella famiglia anche un desiderio di espulsione dell’operatore percepito come estraneo o al contrario un desiderio di inglobamento al suo interno.
In ogni accoglienza c’è un rito, una serie di modi di fare, successive azioni e parole, che hanno la funzione di rendere comprensibile e prevedibile la realtà che sta avvenendo e quindi di facilitare la separazione, l’incontro, la relazione.
Nel rito costruito e condiviso assieme ognuno riscopre la specificità, il ritmo del rapporto, l’affidabilità dell’altro e del nuovo contesto. Esso rappresenta uno degli orizzonti della stabilità rispetto alla mutevolezza degli eventi, è una forma di controllo e di rielaborazione della realtà e del proprio rapporto con essa.
L’accoglienza è un incontro tra persone diverse con ruoli diversi, ma è innanzitutto un incontro tra corpi, tra gesti, odori, modi di vestirsi e di muoversi.
In ogni relazione il corpo è il linguaggio più tipico e immediato, è fonte di perenne comunicazione. Le sensazioni che il corpo provoca nell’altro sono un invito o un ostacolo alla prosecuzione del rapporto; sono un messaggio rispetto a come l’altro ci viene incontro, a come percepisce il proprio corpo o come il suo corpo, soprattutto per i bambini o chi non può accudirsi da sé, è vissuto da chi si prende cura di lui.
Nel lavoro di cura questo elemento corporeo, pur essendo massiccio, è spesso pieno d’invisibilità perché si vivono intense emozioni “di pelle” cioè fisiche, difficilmente verbalizzabili.

2. Ma quanti sono i disabili nel mondo

a cura di Einar Helander

Secondo una stima, fra le diverse che sono possibili, oggi, anno 2000, vi sono 335 milioni di persone gravemente o moderatamente disabili nel mondo, dei quali circa 101 milioni (30%) vivono nei paesi più sviluppati e 234 milioni (70%) vivono in quelli meno sviluppati.
Sarebbe ragionevole presumere che la maggior parte delle persone moderatamente o gravemente disabili dipendono dagli altri fisicamente, psicologicamente, socialmente o economicamente. Invece, la maggioranza di queste persone vive al di sotto del livello di povertàLa disabilità è un fenomeno globale di vaste proporzioni. Prima di stimare le sue dimensioni, riportiamo un calcolo del presunto sviluppo della popolazione.
La popolazione sta crescendo rapidamente. Dal 2000 al 2035, crescerà del 40%. La crescita, tuttavia, è disuguale. Nelle regioni più sviluppate, non ci sarà aumento, mentre nelle regioni meno sviluppate si prevede ci sarà un aumento dei 50% circa. La crescita della disabilità è più evidente nei gruppi di persone più anziane.

Stime sulla disabilità
In passato, sono state fatte diverse stime globali sull’incidenza della disabilità. La stima citata più spesso è quella fatta dall’autore nel 1974, pubblicata dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) nel 1976. Questa stima (10% della popolazione mondiale) era basata su calcoli dei tassi di disabilità derivanti da malattie, traumi, malnutrizione, cause genetiche, ecc., disponibili a quell’epoca. Questi calcoli comprendevano una elevata proporzione di persone con disabilità leggere e reversibili, come quelle causate dalla malnutrizione. Da allora, sono stati effettuati numerosi studi e ricerche. I risultati di queste ricerche svolte in 55 paesi diversi variano considerevolmente, passando dallo 0,2% al 21 % della popolazione.
Ci sono diversi problemi legati a questi studi. L’ampiezza della variazione è dovuta più ai metodi di ricerca che al numero reale di disabili nei vari paesi. Ciò dimostra l’urgenza di standardizzare le definizioni di disabilità e le tecnologie di ricerca.
Per esempio, i dati relativi alla Cina comprendono principalmente persone con disabilità moderate e gravi e sottostimano un ampio gruppo di persone con malattie somatiche croniche non trasmissibili ? come dolori reumatici alla schiena e alle articolazioni.
La metà dei tipi di disabilità visti in Canada sono di carattere leggero e lieve. Se paragonassimo il tasso di disabilità moderata e grave in Canada con quello osservato in Cina, costateremmo che le differenze sono minime.
Il totale della prevalenza della disabilità è del 4,8%. Questo dato relativamente basso è parzialmente dovuto all’attuale composizione di età della popolazione Se dovessimo simulare una situazione dove la popolazione cinese avesse la stessa età che noi troviamo nei paesi industrializzati, la prevalenza totale media in Cina arriverebbe 7,7%.
Paragonando il censimento dei Mali (1976) con gli altri, si notano alcune differenze. La prevalenza della disabílità nei bambini è più bassa, questo può essere spiegato dal fatto che in Mali non si usa fare diagnosi in tenera età. In genere, i genitori credono che il loro bambino sia malato e che presto o tardi guarirà. Questo spiega perché non viene utilizzata l’etichetta di “disabile”. Un’altra ragione possibile di questa bassa prevalenza è una eccessiva mortalità. Nel 1976, il tasso di mortalità sotto i 5 anni si stimava fosse del 32% circa, ed è probabile che un elevato numero di bambini disabili sia morto prima. Nel gruppo di età dai 15 ai 64 anni, i numeri della prevalenza non sono molto diversi da quelli relativi alla disabilità grave o moderata negli altri paesi. Dopo i 65 anni, sopravvivono pochi maliani disabili e i sintomi disabilitanti sono visti come “normali nelle persone anziane”. Di conseguenza, un membro della famiglia anziano non sempre viene inteso come “disabile”, anche se afflitto da gravi limitazioni funzionali e da restrizioni di attività che portano ad una totale dipendenza dagli altri.
Usando le statistiche sulla popolazione delle Nazioni Unite per il 2000, arriveremo ad una stima globale per il tasso di prevalenza della disabilità moderata e grave del 5,5 %. Questo è un totale della prevalenza: 8,5% per i paesi più sviluppati e 4,8% per i paesi meno sviluppati.
Questo ci porta alla stima totale per il 2000 di 335 milioni di persone gravemente o moderatamente disabili nel mondo, dei quali circa 101 milioni (30%) vivono nei paesi più sviluppati e 234 milioni (70%) vivono in quelli meno sviluppati.
Sarebbe ragionevole presumere che la maggior parte delle persone moderatamente o gravemente disabili dipendono dagli altri fisicamente, psicologicamente, socialmente o economicamente. Invece, la maggioranza di queste persone vive al di sotto del livello di povertà.
l dati sopra riportati ovviamente non comprendono la disabilità temporanea o a breve termine causata da malattie curabili o da condizioni reversibili o da disabilìtà terminale associata ad una malattia grave (a meno che questa malattia non sia lenta e degenerativa). Se fosse stata inclusa tale disabilità, la prevalenza delle persone disabili aumenterebbe considerevolmente.
Nei paesi in via di sviluppo, esistono molte persone che hanno una forma di disabilità duratura o una disabilità ricorrente derivante, per esempio da malattie batteriche o parassitiche, da tumori o da infezioni da HIV. Queste persone hanno bisogno di assistenza ma, come si prevede, solo un numero limitato di loro potrà beneficiare di un programma di riabilitazione. Per questo motivo dette persone non sono state incluse nei calcoli sopra riportati.
E’ importate aggiungere che anche le persone con disabilità lievi possono avere bisogno dell’aiuto di un programma di riabilitazione, in particolare di formazione professionale e di lavoro. Infatti, in larga misura tale riabilitazione si rivolge a questo gruppo di persone disabili.

Incidenza della disabilità
Non esistono studi di ricerca su vasta scala riguardanti l’incidenza della disabilità osservata direttamente. Ciò è facile da comprendere. Fra i bambini, per esempio , potrebbe essere difficile identificare una disabilità come la paralisi cerebrale, la sordità, il ritardo mentale prima che il bambino abbia almeno raggiunto l’età di alcuni mesi.
Molti bambini disabili muoiono in giovane età, senza essere stati riconosciuti come disabili dalla loro famiglia, o da una persona competente a livello medico. Anche se viene fatta una diagnosi, la famiglia può non essere stata informata. In alcuni paesi in via di sviluppo, dove il tasso di mortalità infantile è stato molto elevato, i genitori non danno un nome ai bambini fino al compimento del primo anno di età. Tutto questo rende ancora più difficile lo svolgimento di ricerche sull’incidenza e sulla mortalità fra i bambini disabili.
In età avanzata, molte persone affette da una malattia terminale sono limitate nello svolgimento delle loro attività per un periodo più o meno lungo prima della morte. Per alcuni questo periodo di disabilità dura solo alcuni giorni o settimane, per altri è più lungo. Non è facile tirare una riga e decidere chi sarà contato come “nuova persona disabile” e di conseguenza verrà incluso nel calcolo dell’incidenza annuale. Per altre persone, la disabilità aumenta gradualmente e può essere vista come “normale invecchiamento”, e non è facile decidere a quale punto un essere umano entra nel gruppo delle persone gravemente o moderatamente disabili.
Ciò spiega perché le stime dell’incidenza annuale della disabilità sono basate su metodi indiretti. E’ necessaria una ricerca per stabilire dei dati affidabili.

Sesso e disabilità
L’incidenza della disabilità non è la stessa negli uomini e nelle donne. Certe condizioni sanitarie sono più frequenti in uno dei sessi. Per esempio, nei maschi esiste una incidenza leggermente più elevata di ritardo mentale; essi hanno più incidenti, certi disordini genetici, ecc. Le donne hanno disabilità causate dalla maternità, l’osteoporosi, ecc. In molti paesi, dove le donne vivono più a lungo degli uomini, la prevalenza totale di disabilità è spesso più elevata nelle donne. Ma per la maggior parte delle principali cause di disabilità non esiste una differenza significativa nell’incidenza della disabilità. Esempi sono la polio, la cataratta, le infezioni auricolari ed oculari. La sopravvivenza delle ragazze e delle donne, che sono disabili, può essere influenzata dalla trascuratezza. Studi in diversi paesi dell’Asia del sud indicano una grande differenza di sesso nella prevalenza della disabilità.
Le stime attuali, basate sulle cause gravi e moderate di disabilità, sono tratte da una serie di ricerche svolte in tutte le divisioni ed unità dell’OMS.
Esistono quattro cause principali di disabilità:
-disturbi congeniti o perinatali (15-20%);
-malattie trasmissibili (20% circa);
-condizioni somatiche e mentali non trasmissibili (40-45%);
-e trauma/lesioni (15% circa). Alcuni traumi sono legati alla violenza, che può in seguito risultare in disabilità fisica e mentale.

Quali prospettive?
La prevalenza della disabilità in futuro dipenderà da una moltitudine di fattori. Il primo fattore da considerare è la prevenzione della disabilità.
Tramite migliori interventi sanitari nell’ambiente, ecc. è probabile che l’incidenza della disabilità, in particolare, fra i bambini e gli adolescenti, possa essere prevenuta o ritardata. Tali sforzi preventivi avranno luogo a due livelli.
Ci si potrebbe aspettare una diminuzione delle malattie trasmissibili e della malnutrizione nei paesi in via di sviluppo simile all’esperienza avuta nei paesi industrializzati.
Una riduzione dell’incidenza del 50%, diciamo, nel corso dei prossimi 20 anni, abbasserebbe il numero attuale di persone disabili (derivanti da queste cause) dagli stimati 73 (63-84) milioni a circa 50 milioni, considerando un aumento del 36% della popolazione nei paesi in via di sviluppo. Così, la prevenzione a questo livello di successo riguarda circa 10?15 milioni di persone in un decennio. La disabiltà come risultato di condizioni congenite o ereditarie e di malattie non trasmissibili, così come le condizioni di salute mentale, rimarranno molto probabilmente a quel livello. La disabilità causata da traumi/lesioni è in aumento. Gli interventi per “curare” la disabilità sono in aumento. Questi comprendono la chirurgia della cataratta, la terapia della lebbra, dell’oncocercosi e di altre malattie oltre alle nuove tecniche per correggere le carenze genetiche.
La conclusione è che la prevenzione della disabilità cambierà lentamente il “ panorama della disabilità “nei paesi in via di sviluppo. I risultati della prevenzione effettiva non porteranno a una diminuzione dei tassi di prevalenza totale, dato che altre cause più determinanti provocheranno un aumento.
Il secondo fattore è legato alle variazioni nella composizione dell’età. E’ probabile che il previsto tasso di sopravvivenza continuerà ad aumentare in maniera abbastanza considerevole nei paesi meno sviluppati.
Moriranno meno persone giovani, e la proporzione di anziani (+65 anni) sarà più che triplicata fra il 2000 ed il 2035. I bambini ed i giovani disabili, che ora registrano un eccessivo tasso di mortalità, vivranno più a lungo e lo stesso avverrà per le persone disabili più anziane. Questo probabilmente aumenterà in maniera abbastanza considerevole la prevalenza della disabilità.

L’influenza dell’ambiente
L’ambiente nei paesi in via di sviluppo subirà una serie di cambiamenti in futuro.
Questi cambiamenti comprenderanno una maggiore urbanizzazione, più traffico, uno sviluppo industriale (che provocherà inquinamento e lesioni), un maggiore impiego di sostanze chimiche pericolose e di attrezzature nell’agricoltura, un deterioramento dei sistemi igienici, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua. Tutti questi probabilmente contribuiranno ad una maggiore incidenza della disabilità.
D’altra parte, è probabile che qualche altro cambiamento possa diminuire l’insorgere o la gravità della disabilità. Per esempio una migliore educazione e salute, un tasso più basso di gravidanze, migliori metodi di allevamento dei bambini, una minore povertà, migliori condizioni abitative, orari di lavoro ridotti e migliori comunicazioni.
Basandoci su questi tre fattori, possiamo fare una previsione per i prossimi 35 anni. Nei paesi meno sviluppati, dove nel 2000, avremo circa il 4,8% di persone moderatamente o gravemente disabili, circa 35 anni dopo la percentuale sarà del 7,0%.

Articolo tratto dalla rivista Amici dei lebbrosi, n. 9/’99

1. Comunicare oltre il limite

di Sabrina Tosini, laureanda alla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Parma

8 dicembre 1995, solita giornata grigia, piena di impegni noiosi. Unica nota positiva: una BMW metallizzata con autista, da tanto desiderata. Jean Dominique Bauby, l’autore del libro, ha 43 anni, padre di due bambini, è giornalista e redattore capo del mensile ELLE. Quel venerdì aveva deciso di portare Thèofile, un figlio che per svariati motivi aveva ultimamente trascurato, a teatro. Colpito da un ictus Bauby cade in un profondo coma dal quale esce perfettamente lucido, ma con un corpo del tutto inerte: è lo stato che la medicina chiama locked-in syndromeBauby si ritrova in un letto di ospedale con un corpo rigido come lo scafandro di un palombaro, con una sola parte di cui controlla il movimento: un occhio
Questo libro scritto con “le palpebre”, unica parte ormai funzionante di un corpo-scafandro che rende prigionieri, evoca congiuntamente sentimenti contrapposti: pietà per la nostra ineluttabile condizione umana di comuni mortali, rabbia e frustrazione per l’incapacità di accettare la nostra tragica sorte.

Comunicare con un battito di palpebra
Con un battito di palpebra Bauby dice sì, due battiti significano no. L’alfabeto gli viene recitato in ordine di frequenza della lingua francese. Con un battito di ciglia Bauby ferma l’interlocutore su ogni singola lettera funzionale a comporre la parola desiderata, la frase pensata. In questo modo J.D. Bauby detta un libro, Le scaphandre et le papillon che gli permetterà di comunicare con il mondo, perché anche dentro ad un corpo-scafandro, tanto inefficace, vi può essere una farfalla-mente, sentimenti, ricordi, sogni, desideri che vola alta. È questo il messaggio del libro, il suo significato precipuo: la necessità di raccontare/si, di condividere emozioni e sentimenti, quel bisogno di socializzare che attraverso il linguaggio, non necessariamente fatto di parole, deve essere comunque compreso per avere valore esistenziale .
Circa due anni dopo il tragico incidente Bauby muore.
Si libera dello scafandro che lo ha reso prigioniero, ma rimane la traccia del suo essere stato farfalla: il libro, che racconta come egli abbia continuato a volare anche nei due anni nei quali era chiuso nello scafandro, senza smettere di pensare, di soffrire, di gioire, di comunicare….., dunque di vivere.
“Così da dietro l’oblò del suo scafandro, ci invia le cartoline di un mondo che possiamo solo immaginare, dove vola leggera la farfalla del suo spirito”(dal risvolto di copertina). Non ho potuto far a meno di riportare in modo integrale questo pensiero, perché credo racchiuda il dramma dell’autore, in senso più generale il limite umano, ancora una volta descritto o meglio rappresentato, dall’eterno conflitto relazionale d’interdipendenza corpo-mente.

Il corpo e la mente: un vecchio dissidio
Di ciò il mondo classico, con i suoi filosofi e pensatori, ci offre una ampia panoramica: da Omero a Platone , il rapporto corpo-mente si modifica profondamente, ma mantiene pur sempre una relazione di tipo “dialettico”,condizionandosi di continuo, reciprocamente . Con la modernità, più precisamente con Cartesio, la lettura di questo fenomeno si inasprisce: vi è una vera e propria separazione fra mente e corpo ( “cogito ergo sum”).
Vi è un altro aspetto, che ho immediatamente colto durante la lettura del testo, cioè la fragilità dell’uomo, e la sua finitudine, che lo caratterizza per il suo corpo-scafandro che pesa, che limita, che lo condanna a morire.
Possiamo considerare, senza grosse approssimazioni, la malattia come una sorte di morte interiore, sia per quel che riguarda il corpo, sia per la mente.
Si coglie nelle parole di Bauby – mi riferisco al suo spirito di autoconservazione, al suo bisogno impellente e improrogabile di comunicare per sentirsi vivo – il significato esistenziale dell’uomo: il suo bisogno di socializzare. Detterà infatti: “Se volevo provare che il mio potenziale intellettuale era rimasto superiore a quello di una scorzonera dovevo contare solo su me stesso. Così è nata una corrispondenza collettiva (…) che mi permette di essere sempre in comunione con coloro che amo (…) [e tutti] hanno capito che mi si poteva raggiungere nel mio scafandro” (p.80).
“Non si può non comunicare “, ha scritto Paul Watzlawick, e dai racconti di Bauby si intuisce bene la funzione semantica della comunicazione, ovverosia il linguaggio dei segni: battito di palpebra, doppio battito di palpebra, risposta affermativa, risposta negativa e così via.
Quando comunichiamo, mandiamo messaggi , manipoliamo e indirizziamo i nostri segnali. Tutto questo non avviene quando parliamo di comunicazione non verbale.
Sto pensando a quel micro-linguaggio fatto di sorrisi, di corrugamento della fronte, di quella luce improvvisa che illumina il viso e che trasmette il nostro stato d’animo in modo istintivo e inconsapevole.

Un’occasione di cambiamento
Ma la malattia è anche un modo per curarsi, un’occasione per cambiare, per entrare in contatto col mondo interiore che molto spesso disconosciamo, che non consideriamo mai abbastanza, tutti presi dalle nevrosi della vita moderna, per i numerosi impegni che scandiscono il tempo dei nostri giorni.
Quando siamo costretti a ripensarci , a fare i conti con i vincoli in primis del nostro corpo , secondariamente con quelli di ordine sociale, ci attiviamo nell’intento di ristrutturare i nostri comportamenti , i pensieri ; cerchiamo soluzioni diverse che tengano in considerazione la nuova realtà.
Superato un primo momento di dolorosa accettazione , dove per altro i pericoli di lasciarsi morire sono preponderanti , la nostra intelligenza , caratteristica dell’uomo che ci contraddistingue dagli altri animali, ci rimette in gioco in un modo nuovo , più consono al sopraggiunto cambiamento .
Rifacendomi ai racconti di Bauby la problematica dell’handicap si ripercuote oltre che a livello personale, a livello sociale, professionale, quindi economico. La vita da un giorno all’altro può drasticamente cambiare e riservarci “sorprese” a dir poco drammatiche.
Nell’immaginario collettivo, a tutt’oggi, l’handicap viene vissuto come una colpa, viene considerato come una maledizione di Dio, soprattutto quando sopraggiunge inaspettato. Paradossalmente ci troviamo a volte in situazioni assurde, in cui l’handicappato deve consolare gli altri, amici e parenti, inventare un modo nuovo di stare insieme.
Leggendo questo libro non ho potuto fare a meno di pensare alle persone che per svariati motivi non riescono a parlare: i bambini, gli handicappati in generale e di come debba essere difficile per loro vivere in questa società, dove la comunicazione è di vitale importanza.
Dal suo significato originario, comunicare, altro non è che il linguaggio della comunità; non è un caso che le associazioni dei “sordo muti” abbiano ottenuto meno ascolto rispetto ad “altre” corporazioni similari. Finalmente, grazie anche a questo lavoro, mi è più chiaro comprendere alcuni comportamenti, d’acchito incomprensibili; quante volte mi è sembrato di comunicare cose di cui non ho avuto riscontro nei fatti, in parte per l’ovvia preponderanza della comunicazione non verbale.
Si pone a questo punto il problema di controllare la comunicazione, quel messaggio di ritorno che gli esperti chiamano feedback onde evitare distorsioni poco gradite . Ma allora cos’è che ci spinge a resistere, a sopravvivere, come ci ha dimostrato senza ombra di dubbio l’autore? Una risposta risiede nei geni della biologia, quella sorta di dotazione genetica per la quale la funzione adattiva dell’uomo all’ambiente ci porta a scegliere di vivere e di non lasciarci morire, oltre a quel condizionamento sociale che ci spinge a comunicare sempre e comunque .
“Lo scafandro si fa meno opprimente e il pensiero può vagabondare come una farfalla , [..] si può volare nel tempo, partire per la Terra del Fuoco o per la corte del re Mida”(4). Trovo sia difficile commentare questi versi di una bellezza straordinaria, le uniche emozioni che riesco ad esprimere in sintonia con la poesia , sono quelle di compassione e di profonda solitudine. Quando il corpo ” si ferma” il pensiero ne assume la funzione “locomotoria vicariante” e attraverso l’immaginazione si compiono nuovi viaggi. Le nostre aspirazioni, aspettative, le azioni che agiamo nella realtà dal mondo esterno confluiscono ad un mondo interiore segreto, a tratti impenetrabile: è il mondo dell’immaginario , della fantasia .
Altro aspetto non meno importante riguardante la comunicazione verbale, è quello sociale e lo si può riferire alla consuetudine di privilegiare la ratio (ragione) nei confronti delle emozioni. Anche le neuroscienze che notoriamente utilizzano una chiave investigativa di tipo “genetico” piuttosto che ambientale, contrariamente all’approccio sociologico , spiegano l’evoluzione del linguaggio e perché tale modificazione è avvenuta/avviene a discapito delle altre facoltà . L’uomo negli anni ha sviluppato a contatto con l’ambiente l’emisfero sinistro che è il luogo del cervello deputato alla parola, al computo, al ragionamento matematico. Da un punto di vista squisitamente economico le maglie del potere agiscono tramite i produttori di parole, i media. Siamo continuamente bombardati da messaggi televisivi, radiofonici e stampa (ironia della sorte il protagonista del libro era redattore del mensile “ELLE”).
Attraverso l’uso dei media si è potuto fare ciò che prima non era stato possibile, ovvero comunicare in modo uniforme a un pubblico vasto. Si tratta della “comunicazione di massa”, che fonda la sua forza su una società senza valori dove l’omologazione, la massificazione, la moda la fanno da padrone.
Tornando per un attimo al titolo del libro e al significato della metafora, cioè lo scafandro – corpo che pesa, la farfalla – mente libera di volare leggera grazie alle ali dell’immaginazione, vediamo che tutto riconduce “all’idea” che il corpo può morire, ma l’anima no.
Fin dall’antichità, dal “culto” delle religioni politeistiche fino ai giorni nostri, epoca delle religioni monoteistiche, forse anche in ragione della difficoltà di accettare la morte come evento “naturale”, l’uomo ha sempre fantasticato, pensato, avuto fede nell’aldilà: cioè ha creduto che dopo la morte si potesse passare ad altra vita.
Nella mia esperienza non ho mai avuto rapporti diretti con persone in situazione di handicap, ciononostante mi sono sempre chiesta quale sarebbe stato l’atteggiamento corretto in tali situazioni relazionali .

Lo sguardo degli altri
Vorrei essere naturale, gentile ma non pietosa, simpatica senza sembrare aggressiva, vorrei essere in grado di comprendere e non di giudicare. Che presunzione! Dal libro si deduce quanto siano problematici i rapporti con disabili anche quelli più intimi, di parentela. Ce lo mostra il brano di Bauby che descrive la difficoltà mostrata dai visitatori della clinica, in cui egli è ospitato, dinnanzi alla gravità di certi pazienti: “Conosco fin troppo bene il leggero imbarazzo che provochiamo quando attraversiamo rigidi e silenziosi, un gruppo di malati meno sfortunati di noi […]. Di sotto, si ride, ci si diverte, si parla. Mi piacerebbe prendere parte a tutto questo divertimento, ma quando volgo il mio unico occhio verso di loro, ragazzo, nonnina, e barbone girano tutti la testa e provano un bisogno impellente di contemplare il sistema antincendio fissato sul soffitto. I turisti [visitatori] devono avere un gran paura del fuoco.”.
Purtroppo questo comportamento è diffuso e involontario, spesso non sappiamo come comportarci; la malattia e maggiormente l’handicap fisico ci spaventano molto, sono uno scheletro che non vorremmo vedere, non s’intonano con la “società dell’immagine”; tutti belli, tutti sani, tutti forti, tutti …, che continuamente ci viene riproposta e che ci induce la paura del contagio.
La malattia, in senso lato, ci mette davanti senza mediazione alcuna, alla profonda instabilità e fragilità del destino umano: ci sentiamo impotenti e questo ci fa stare male.
Nel libro affiora preponderante la problematica del rapporto con i famigliari: “Mio padre spiega le sue difficoltà a reggersi in piedi. Attraversa coraggiosamente il suo 93° anno di età (Jean-Dominique ne ha solo 43, padre di due bambini, sarà costretto a vivere un’esistenza di grande disabile per poi morire all’età di 45 anni) […]. La dolce Florence non parla se prima non ho respirato rumorosamente dentro la cornetta….”, per non parlare dei figli che ripetono “E’ il mio papà , è il mio papà! come fosse la formula di un incantesimo” .
La società troppo spesso si cela dietro a messaggi di solidarietà che rimangono inesorabilmente non
compiuti, in realtà non fa altro che favorire quel sistema di interessi, egoismi, vere e proprie truffe che il linguaggio economico giustifica in nome di un mercato onnisciente.
Non mi voglio addentrare ulteriormente in una riflessione socio-politica, non è il fine che mi sono proposta in questo lavoro, penso però che sia necessario sviluppare una sensibilità più consona a queste problematiche e prendere posizioni più chiare a riguardo.
Penso ad esempio all’eterno problema delle barriere architettoniche; solo nella nostra facoltà, in una recente ricerca ne abbiamo rilevate diverse. Altra questione non meno importante e che colpisce le persone con handicap sensoriale necessiterebbe di sistemi d’avanguardia, che prevedono insegnamento integrato, cioè linguaggi e metodi più funzionali ai bisogni individuali
Lo scafandro che dall’etimo francese scaphandre e dal greco skàphe “imbarcazione” e anèr, andròs “uomo” rimanda ad un’idea di movimento, pare suggerire che in definitiva l’unica vera possibilità di “viaggiare”, quindi di conoscere, fare esperienza , appartenga alla categoria del pensiero: in altre parole conta di più quello che pensiamo della realtà che ci rappresentiamo, che non la realtà stessa.

1. L’integrazione scolastica in Germania

di Livia Gandolfi

Nell’agognato imperativo dell’Europa unita, un’Europa composta dei suoi multiformi aspetti e svariati elementi, sembra rendersi evidente la necessità di valutare e criticizzare il micro-macro cosmo dell’handicap. Germania-Italia, due mondi tanto vicini quanto lontani, culturalmente, storicamente, economicamente e socialmente, s’incontrano-scontrano sul tema dell’handicap. La realtà dell’handicap, effettivamente, in Germania sta assistendo ad un tentativo di cambiamento che prende spunto dall’ormai ventennale e consolidato modello dell’integrazione proposto e sostenuto vigorosamente nel contesto italiano.
La ricerca di tale mutamento direzionale, configurantesi come vera e propria rivoluzione, sembra seguire un percorso non privo di difficoltà dettate soprattutto dagli inevitabili scetticismi culturali. Quanto finora esposto si materializza nella realtà universitaria, in cui solo un 10% circa del personale docente, impegnato nell’ambito pedagogico, si dichiara favorevole e si vede impegnato nella ricerca di un nuovo paradigma. Il tema da cui parte la nuova elaborazione sull’handicap nel contesto tedesco è quello che vede sintetizzarsi metaforicamente in “una strada verso la scuola di tutti”. Ciò si sta concretizzando nel tentativo di superamento di un paradigma che esprime la concezione dell’handicap come deficit e non come risorsa. In effetti, la situazione su cui si va palesando tale paradigma sembra essere data da un sistema scolastico altamente differenziato, che, pur possedendo un’altissima qualità immanente, non si inserisce in un contesto che preveda una nitida centralità dei concetti di “integrazione ed inclusione”.

Il 95% degli alunni disabili nelle classi speciali
La condizione finora descritta trova spiegazione nella storia delle istituzioni didattico-educative tedesche confluente nell’attuale realtà, in cui solo il 5% dei bambini con handicap in età scolare sembra possedere i connotati e le capacità richieste istituzionalmente per poter accedere ad una scuola elementare cosiddetta “normale”. Il restante 95%, generalmente, iscritto in un contesto “speciale”, ossia in scuole, comunque di livello consono all’età, ma che propongono programmi educativo-didattico-assistenziali mirati ed esclusivi, per quanto altamente referenziate dal punto di vista tecnico-scientifico, si pongono come condizioni necessarie di una pedagogia speciale diversa e distinta da quella normale. Quanto sostenuto sino a questo punto trova conferma nel fatto che esistono classi scolastiche in cui è prevista l’iscrizione di alunni categorizzabili attraverso la tipologia di handicap che li contraddistingue; come ad esempio, potrebbe essere una classe frequentata da soli autistici o da soli ipercinetici.
E’ in questo contesto storico-istituzionale che impera il paradigma dell’handicap come deficit e quindi come “segno particolare” che consente una classificazione ed un intervento settorialmente mirato all’handicap e non alla persona come viene proposto e sostenuto in altri paesi dell’Europa e del mondo (Italia, Spagna, Olanda, Canada etc.). Con ciò non si intende sostenere una critica al sistema didattico-educativo-organizzativo tedesco, bensì l’intento è quello di presentare la condizione oggettuale in Germania di questo sistema confluente nelle pratiche rivolte all’handicap.

Pedagogia “regolare” e pedagogia speciale
In effetti la riflessione relativa ad un necessario rinnovamento di tale pragmatica ha avuto inizio alcuni anni fa in ambito accademico e più precisamente all’interno dell’Università di Colonia (una delle più antiche università tedesche, risalente al 1600), dotata di un notevole prestigio storico.
Tant’è vero che, come già accennato, il sistema in cui s’inserisce il “lavoro di aiuto” per i soggetti con handicap, si compone di referenti altamente specializzati; inoltre, tutte le specificità relative agli interventi prevedono una fortissima complementarità d’insieme fra detti referenti.
L’importanza attribuita alla formazione degli specialisti, nel contesto tedesco, avvalora quanto espresso fino ad ora. In Germania, infatti, esistono due facoltà universitarie, distinte per quanto comunicanti tra loro, che si vedono impegnate nella formazione in materia pedagogica. Si tratta di “Pedagogia regolare” e di “Pedagogia speciale”. Tale distinzione trova giustificazione nella differente presentazione dei percorsi didattici in vista delle appropriate finalità educative. In effetti, il percorso seguito dagli studenti che si approssimano al mestiere di pedagogista regolare, termine con cui vengono denominati gli esperti in didattica ed in pedagogia sociale, è molto simile a quello affrontato dai laureandi in scienze della formazione primaria in Italia. La facoltà di Pedagogia speciale, di cui sopra, invece, si pone come percorso decisamente innovativo rispetto al contesto italiano. Il futuro pedagogista dovrà svolgere preventivamente due periodi di tirocinio della durata minima ciascuno di quattro settimane; solo in seguito lo studente potrà scegliere il tipo di handicap su cui specializzarsi (generalmente ne vengono scelti due tipi, come ad esempio possono essere l’autismo e la sordità o l’handicap mentale e la cecità) e due materie di insegnamento (quali potrebbero essere ad esempio matematica e fisica). Il percorso formativo ha una durata di nove semestri ed al suo termine occorre svolgere due anni di “referendariato” ai fini di poter esercitare la professione. Il referendariato, di cui sopra, consiste nel fatto di dover svolgere tutte le mansioni dell’insegnante, osservati e valutati da persone competenti, integrando tale attività, in cui ci si mette necessariamente alla prova, con esami ed una tesi finale. Solo in seguito il pedagogista speciale, ormai formato e specializzato potrà scegliere se lavorare in una scuola speciale o in una scuola con integrazione, per quanto queste ultime siano molto rare ed in fase sperimentale.

Un insegnante specializzato non di sostegno
Il pedagogista speciale, nelle scuole con integrazione, si integra, o comunque dovrebbe farlo, anch’esso all’interno del contesto didattico-educativo, ai fini di attuare una programmazione ed un insieme di attività consone alle esigenze, che si riveli, quindi, produttiva dal punto di vista delle specificità globali. Dal canto loro, invece, le scuole speciali propongono corsi differenti da quelli seguiti nelle scuole regolari (ad esempio, in questo tipo di percorso scolastico non è prevista la preparazione superiore e il conseguente esame di maturità). L’insegnante che opera in queste realtà, infatti, è più libero di programmare, ossia riesce con minor difficoltà a tenere presente che le finalità devono essere “orientate all’azione ed al progetto” e che tutto il lavoro deve essere svolto nell’ordine dell’individuo o del piccolo gruppo.
Da quanto sottolineato finora, si rende evidente il fatto che in Germania non esista una figura comparabile a quella italiana “dell’insegnante di sostegno”, bensì esiste un vero e proprio insegnante che, specializzato nel tipo di handicap con cui si trova a lavorare, progetta e si integra in modo assolutamente complementare al lavoro di team proposto e sostenuto all’interno dell’istituto scolastico, sia esso “speciale” o “con finalità integrative”, anche se sembra persistere un consolidato atteggiamento ancora molto orientato alla patologia, come già sottolineato precedentemente, piuttosto che alla persona nella sua unicità ermeneutica.
In definitiva, l’altissima qualità della pedagogia speciale, in Germania, si basa ancora sul paradigma del deficit, rischiando di limitare la visuale più globale del soggetto e provocando una notevole battuta d’arresto al suo sviluppo.

10. Essere mondiali

a cura di R. G.

Ho incontrato Giovanni Gazzoli, medico a Goiania, mentre stava facendo le valigie dopo otto anni di lavoro in Brasile. Fra gli scatoloni mezzi imballati e le stanze semivuote dell’appartamento, in bilico tra un futuro in Italia e un passato pieno, speso per combattere le tante lebbre del Brasile, ho acceso il registratoreQuali sono le tue mansioni?
Allora… prima faccio un po’ di storia. Mi sono laureato a Bologna in Medicina e all’epoca avevo già deciso, avendo fatto una tesi di Patologia Tropicale, di lavorare nella cooperazione sanitaria internazionale. Subito dopo la laurea ho fatto una specialità in Belgio di Patologia Tropicale e da lì ho mandato il mio curriculum a varie organizzazioni non governative tra le quali ha risposto l’AIFO, che mi ha dato la possibilità di lavorare in un progetto cofinanziato dal Ministero degli Affari Esteri italiano nello stato di Bahia (che è uno degli stati che compongono gli Stati Uniti del Brasile) in appoggio al programma di controllo organizzato dallo stato per l’eliminazione della lebbra. Il Brasile è il secondo paese al mondo come numero di casi, dopo l’India.

C’è ancora tanta lebbra in giro?
Parecchia: ci sono circa quarantaquattromila casi nuovi in Brasile attualmente. C’è un programma a livello mondiale che prevede di arrivare a meno di un caso ogni diecimila abitanti, questa è la meta dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), attualmente in Brasile siamo sui cinque casi ogni diecimila abitanti.

Che cos’è la lebbra?
La lebbra è una malattia contagiosa dovuta ad un batterio, si chiama micobatterio lepre. E’ una malattia oggi completamente curabile. Uno dei più grandi problemi che ci sono attualmente è in relazione al preconcetto molto alto sulla lebbra, per cui è difficile arrivare a curare il paziente. Infatti la cura della lebbra non è riducibile, appunto, alla somministrazione del farmaco perché dal punto di vista sociale la situazione è ancora grave: il malato di lebbra può perdere il lavoro, ha problemi in famiglia, viene discriminato. Si può anche guarire dalla lebbra ma ci si porta dietro questo stigma. I primi sintomi della malattia sono a livello cutaneo, sono delle macchie insensibili. Non è una malattia dermatologica però, ha una predilezione per i nervi dell’apparato nervoso periferico, delle braccia, delle gambe e anche a livello oculare. Può portare delle infermità, se non ben controllata la malattia può causare delle deformità.

Quanti di questi quarantamila casi all’anno riescono ad essere curati?
Tutti sono in trattamento con polichemioterapia, è una selezione di tre farmaci, clofazimina, dapsone e rifampicina, che curano la malattia. C’è un abbandono, diversificato a seconda degli stati brasiliani, causato dal mancato accesso ai servizi, dal pregiudizio e dall’inefficienza del sistema sanitario brasiliano soprattutto in alcune aree sperdute, all’interno degli stati. C’è una media di 20/25% di abbandono della cura ma ci sono degli stati che arrivano anche al 40%.
Il servizio dovrebbe recuperarli, ma molti danno l’indirizzo sbagliato, per non far sapere dove abitano; gli spazi sono immensi e non c’è il personale per recuperare queste persone. Oggi in Brasile è in atto un processo di municipalizzazione, di decentramento: mentre prima era tutto in mano ai federali, alla Fondação National da Saude. Adesso il Sus, il Sistema Unico di Salute brasiliano, prevede il decentramento. I municipi saranno responsabili del proprio territorio ma siamo in una fase di transizione, non hanno personale adeguato, non hanno esperienza. Ancora oggi, in Brasile, è difficile stabilire il futuro del controllo dell’hanseniasi, come viene chiamata la lebbra, nonostante sia in diminuzione la prevalenza, cioè in diminuzione il numero dei casi registrati, e sia aumentato il numero di casi curati. Fino agli anni ottanta la lebbra veniva curata nei lebbrosari, che poi sono stati chiusi; adesso la lebbra è curata nei servizi normali, ma l’incidenza è ancora molto alta soprattutto per i bambini al di sotto dei quindici anni e questo indica che il batterio è ancora in atto. La trasmissione è ancora molto attiva. I farmaci sono donati dall’OMS gratis, o meglio da una organizzazione la ILEP (International Federation of Anti-Leprosy Associations) una federazione di associazioni di cui fa parte anche l’AIFO, che distribuisce la cura contro la lebbra. L’incidenza, che si costruisce considerando i nuovi casi in un anno, è molto elevata: cerchiamo di far prendere coscienza ai segretari municipali che la lebbra è un problema di salute pubblica.

Dare una informazione può aiutare molto contro il pregiudizio. Prima mi hai fatto vedere un testo di una canzone, un cordel…
Sono delle canzoni scritte dai cantastorie nordestini, che anche da noi c’erano in sud Italia, una specie di teatrino con due chitarre, per fare sensibilizzazione, comunicare; funzionava, si faceva nelle fiere e avvicina molto la popolazione.

Oltre a queste iniziative?
L’AIFO lavora dal 1961 nel campo della eliminazione della lebbra. Nei primi anni passava fondi ai missionari che lavoravano in servizi e nei lebbrosari; dalla fine degli anni settanta sono iniziati i progetti di cooperazione vera e propria con personale espatriato come me, di collaborazione tecnica, e attualmente l’AIFO ha venti progetti nell’ambito del controllo della lebbra con segreteria di stato, ha una collaborazione diretta con il Ministero della Sanità, abbiamo cinque progetti in cooperazione con cinque segreterie statali, Distretto federale dove c’è Brasilia, Bahia, Parà, Acre e Goias, più altri progetti con istituzioni religiose, movimenti popolari brasiliani e organizzazioni non governative tipo il MORHAN – Movimento de rehentegração das pessoas com hanseniasi, che lotta contro la discriminazione, che è nato per volontà di persone che hanno sofferto di hanseniasi di persona. Il problema principale, come dicevo, è raggiungere il paziente nella vastità del territorio brasiliano: paziente che in genere non ha nemmeno i soldi per il biglietto dell’autobus per raggiungere di persona il Servizio di Salute. In alcune zone dell’Amazzonia in cui non esiste l’autobus, magari occorre un giorno in barca per arrivare al centro sanitario.

Su una rivista brasiliana ho letto che metà della popolazione è povera o molto povera. Questa fascia della popolazione è garantita dal sistema sanitario?
Purtroppo no. Ufficialmente è dichiarata coperta dal servizio sanitario ma in realtà la copertura sanitaria non esiste, non essendo una priorità la salute pubblica. Le municipalità brasiliane sono più interessate ad avere un ospedale funzionante che non a sviluppare progetti di prevenzione, che eviterebbero che le persone arrivino all’ospedale: l’ospedale ha un maggiore impatto politico sulla popolazione. Tieni conto poi che gli ospedali ricevono i pazienti ma la maggior parte delle volte con carenza di personale e senza gli adeguati farmaci. Ti faccio un esempio: qui a Goiania, una città abbastanza attrezzata che ha un milione di abitanti, capitale dello stato di Goias, non esiste acqua potabile per tutti, con i conseguenti risvolti sulla salute pubblica. All’interno del territorio, nella vasta campagna, ci sono villaggi con case in fango e paglia non solo senza acqua potabile ma senza nemmeno i servizi igienici, canalizzazioni delle fognature, ecc.
In questa realtà difficile l’AIFO finanzia attività di formazione del personale locale, attività di prevenzione delle incapacità, attività di trattamento, riabilitazione e prevenzione – sensibilizzazione sanitaria. Il pensiero di Raoul Follerau è lottare contro tutte le lebbre (contro tutte le forme di discriminazione), ed è per questo che dal 1996 l’AIFO opera su tre settori: lebbra, infanzia e riabilitazione su base comunitaria, promuovendo e finanziando corsi di formazione tenuti da personale brasiliano (tutti settori non ritenuti prioritari). Come medico mi spetta la supervisione amministrativa e tecnica di tutti i trentatré progetti e, pur viaggiando all’interno del Brasile, praticamente compio, con l’aereo, in un anno l’equivalente di due volte il giro del mondo. Poi per arrivare in certi posti sperduti ho viaggiato anche in asino!

Che cosa è per te fare riabilitazione?
Si pensa sempre alla riabilitazione guardando ad un aspetto della persona, quello fisico. Anche qui nei paesi in via di sviluppo, del cosiddetto terzo mondo, (espressione che non mi piace sia perché penso che il mondo sia uno solo, sia perché questa distinzione – primo, secondo e terzo – è stata fatta da chi ha i soldi: i paesi in via di sviluppo sono in realtà i paesi sfruttati) se noi aspettiamo che i grandi centri riabilitativi, con una visione meccanicistica, risolvano i problemi, non ci siamo. Bisogna guardare alla riabilitazione da un punto di vista della globalità della persona.

Sono arrivato che stai facendo gli scatoloni…Quale tipo di sintesi, anche a livello personale, faresti di questi otto anni di esperienza?
Sono stati anni importanti, duranti i quali ritengo di avere instaurato un tipo di cooperazione paritaria, cercando di non pensare solo ai rapporti costi benefici finali ma osservando anche, nella realtà locale, lo sviluppo quotidiano, in relazione alla globalità dei fattori esterni. Spesso si pensa solo al proprio progetto perdendo di vista la visione d’insieme, ciò che ci accade intorno. Uno dei più importanti lavori condotti è stato mettere in contatto tra loro associazioni non governative o istituzioni religiose, isolate sul territorio, con le competenti istituzioni a livello locale e, tramite le mie conoscenze del funzionamento dell’amministrazione ministeriale, si sono sviluppati rapporti di collaborazione tra istituzioni locali e federali. Questo credo che sia uno dei punti di forza del mio lavoro, anche se non era previsto negli obiettivi iniziali. Non ci limitiamo a contare il numero di malati curati o quello di personale formato, pur essendo importante, sarebbe limitativo. Aver contribuito a far crescere una nuova risposta a livello comunitario è più importante.

Oltre al lavoro, a livello personale, quanto di Giovanni è diventato brasiliano e come vedi il tuo ritorno nel vecchio mondo?
Mi considerano brasiliano, mi sono calato definitivamente nel modo di essere e di vivere, però conosco anche il mio mondo e ci ritorno abbastanza consapevole delle difficoltà che dovrò affrontare. Penso che la cosa più importante, ma anche più difficile, sia poter mettere a disposizione l’esperienza acquisita qui, in Italia e in Europa, dove sta sviluppandosi adesso una società multirazziale. Il Brasile è un mistura di razze ma c’è una fortissima distinzione di classi (non razzismo diretto alla razza, ma alla classe economica di appartenenza).

Quando approfondisti i tuoi interessi sulle malattie tropicali cosa ti aspettavi? Avevi già l’idea di fare qualcosa di simile a quello che hai fatto?
Quello che mi ha spinto a fare Medicina è stata la conoscenza di colleghi che avevano condotto, anche prima della laurea, esperienze nelle zone più povere del mondo, analoghe alla mia. La possibilità di fare qualcosa di efficace in zone difficili mi ha sempre stimolato. Lavoravo in una parrocchia che aveva connessioni con missionari…è stata facile la scelta, poi con mia moglie siamo partiti per il Brasile.

E’ interessante vedere le motivazioni…
Sì, ma se uno aspetta di avere la motivazione, che deve crescere…non lo so…è una decisione tua, personale senz’altro, ma la scelta avviene per i tuoi contatti per le tue amicizie, attraverso la tua sensibilità ai problemi internazionali, attraverso il tuo sentirti un po’ mondiale…viene dall’esperienza dagli stimoli che uno riceve, chissà… per fortuna, o chissà per sfortuna…Potrei essere stato utile anche in Italia. L’esperienza brasiliana può essere molto utile in Italia.

Parlavo con Claudio Batista docente all’Università di Porto Alegre, che il Brasile è un paese molto ricettivo, anche troppo per alcuni versi, in grado di fare molti passi in avanti. Anche tu sei ottimista in questo senso?
Il grande problema del Brasile, oltre quello sanitario, è quello dell’educazione. Oltre il 17% della popolazione è analfabeta totale (considerando anche chi sa scrivere solo il proprio nome, si arriva quasi al 25%). La gestione politica è terrificante: i sindaci non sono i gestori del territorio bensì i veri e propri padroni; affiggono ancora i manifesti con scritto “Questo l’ho fatto io”. Qui si vota ancora la persona, non un’idea politica. Durante le campagne elettorali i dentisti lavorano a più non posso: il sindaco paga i dentisti per mettere a posto i denti alle persone dicendo loro che è lui che paga. C’è una voluta mancanza della partecipazione della maggior parte delle persone alla vita politica e sociale del Paese. I ricchi (che sono ricchissimi concentrano una quantità di risorse sproporzionata, la classe media fa di tutto per sopravvivere ed i poveri sono abbandonati a se stessi.

Qual è la cosa del tuo lavoro che è riuscita meglio e quella che è riuscita peggio?
La cosa venuta meglio è avere avuto la possibilità di conoscere tutte le realtà e di poter trasmettere quello che è l’AIFO ai progetti. Per esempio un mese fa abbiamo fatto l’incontro di tutti i responsabili di progetto qui a Goiania ed è stato un momento molto importante; abbiamo avuto la possibilità di trasmettere il messaggio dell’AIFO e di uniformizzarlo. Una carenza, una cosa che non siamo ancora riusciti a fare è sviluppare una rete progettuale nuova con le istituzioni; per esempio, lavoriamo con altre ONG o con movimenti locali, radicati sul territorio, ma è una strada da sviluppare.

Il popolo brasiliano è ottimista o pessimista?
Secondo me nessuno delle due. E’ fatalista. Ci sono delle aree talmente degradate ed abbandonate che la popolazione non ha nemmeno l’idea di cosa potersi aspettare di meglio, tipo piantare qualche albero e iniziare una sorta di piantagione. Sono abbastanza fatalisti nel senso che non sanno cosa potersi aspettare di meglio e si accontentano di quello che hanno. Un famiglia nata e vissuta da sempre in una capanna di paglia, senza acqua, nell’interno del Piauì, nel mezzo del Sertão bahiano, cosa si aspetta? Quelli invece accorsi dalle campagne verso le grandi città hanno a che fare con i problemi della delinquenza, della disoccupazione e conducono una vita di rassegnazione. Arrivano in città attratti da un sogno e vanno a fine nei quartieri periferici con capanne che sono peggiori di quelle che hanno abbandonato, con l’aggravante che non sanno come “districarsi” nella vita cittadina. Tutto ciò genera violenza: i bambini di strada potrebbero anche tornare a casa se non incontrassero lì una situazione anche peggiore rispetto alle incertezze della strada.

Di che cosa ha bisogno il Brasile?Hai tre minuti di tempo per rispondere…
Beh insomma, è un po’ difficile…(ride). La questione del bisogno è una questione universale. I bisogni per arrivare alla felicità delle persone sono gli stessi in tutto il mondo; il Brasile ha bisogno di maggiori possibilità di avere una chance di ricercare la felicità, di esprimere la propria idea. Esistono però bisogni primari legati alla sopravvivenza quotidiana che portano in secondo piano altri bisogni, eppure il Brasile è l’ottava potenza industriale nel mondo anche se al 79° posto per qualità della vita (l’Italia è 18° e primo è il Canada).

Mi rendo conto sempre di più che le distanze geografiche sono immense, il Brasile è 28 volte l’Italia…
Considera però questo: non è che chi abita nel suo piccolo abbia una visione più ristretta di chi vive in città. Se prediamo un Caboclo (un ex-indigeno che vive sui fiumi dell’Amazzonia) che pesca e vive in un ambito ristretto, ha una coscienza dell’ambiente, e quindi una consapevolezza di se stesso, della Natura in cui vive, molto più forte di quella di un impiegato che abita in città. Pur senza avere conoscenza delle dimensioni del Brasile, dell’esistenza di Brasilia, pur avendo bisogni completamente differenti dall’impiegato, ha una coscienza del proprio essere maggiore. Questi indigeni, pur vivendo isolati, hanno una sensibilità maggiore e non paragonabile a quella della maggior parte della borghesia o del turista medio. Pensa all’italiano che viene in Brasile per turismo sessuale e comincia a lamentarsi del caffè sulla Varig (la compagnia aerea di bandiera). Quale sensibilità può avere? La sensibilità cioè non viene solo dalla tua partecipazione attiva alla vita sociale, dal tuo essere persona impegnata; ma viene anche dalla relazione tra te a la Natura.

Tornando al personale…
Spero in Italia di potere mettere a frutto l’esperienza acquisita qui. Spero. Un progetto di cooperazione è valido se tu porti qualcosa dove vai ma anche se riesci a riportare qualcosa di utile al mondo dal quale sei partito.

Dimmene una.
Secondo me l’idea di mondialità del Caboclo, di cui parlavamo prima, è un idea utile da riportare in Italia. Si crede che il poveretto africano o brasiliano siano più limitati, ma non è così.

9. Unico mondo

di Roberto Ghezzo

Brasile, paesi lontani, nuovo mondo. Brasile, volti familiari, l’eterna vicinanza e calore del cuore, del sole sulla testa. Due mesi lontano da casa, due mesi vicino a se stessi, a braccetto con la vita. In Brasile tutto è autocontraddittorio, in un tempo che non è solo quello recente e storico della conquista, ma è eterno, è quello della natura che permea con i suoi ritmi tutto quanto. Il passato italiano del dopoguerra, con la sua arte di arrangiarsi, i mille piccoli mestieri per sopravvivere, una Napoli grande come un continente; il futuro prossimo venturo, mescolanza di razze e meticciato di culture: passato e futuro insieme, ovvero la contemporaneità di un esperimento straordinario, Africamericaeuropeo o europamericafricano, o…
Le prossime tre interviste che riportiamo (in questo numero e nel prossimo) le ho raccolte per strada, in un viaggio che mi ha portato dal sud a Goiania, capitale dello stato di Goias, “vicino” a Brasilia, nel cuore o in uno dei cuori di questo paese grande 28 volte l’Italia. Ho incontrato Giovanni e Pio, italiani, due modi di incarnare una tensione a far nascere luoghi più umani, due modi diversi (uno è medico, l’altro educatore) ma così simili di diventare brasiliani. Cesar, l’amico psicologo che mi ha ospitato nello stato di Rio Grande do Sul, me lo aveva pur detto: se un brasiliano va a vivere in Italia, può starci anche una vita che resta brasiliano, ma se un italiano viene a vivere qui diventa brasiliano. Ecco forse ciò che distingue il nuovo mondo dal vecchio: non è solo la quantità di bambini e giovani che si vedono per le strade ma è la straordinaria capacità di assorbire tutto, è la sensazione che tutto può accadere, è la speranza che alberga nel cuore di ogni brasiliano.
Speranza, danza, festa. Leggendo l’intervista a Deolinda, originaria dello stato di Parà, nel nord equatoriale, forse si può intuire il senso tutto brasiliano della commistione tra la dura lotta per la vita e la speranza nel futuro, tra la miseria del presente di molti poveri e la tensione spirituale, mistica che si materializza in mille chiese, culti, danze, incontenibile. Giovanni, Pio, Deolinda: tre modi di essere vicini a chi soffre, che siano i bambini della favela o i lebbrosi, da secoli l’immagine degli ultimi, la pietra di paragone tra l’abbraccio di San Francesco e i lebbrosari-campi di concentramento.
Vorrei ringraziare Monica Tassoni dell’AIFO, Associazione amici di Raoul Follerau, per avermi messo in contatto con queste persone e avermi fatto conoscere le loro storie. Storie di vecchio e nuovo mondo insieme, uniti, o come piacerebbe dire a Giovanni, storie da unico mondo, e non da terzo o primo.

6. Cronaca di un’accoglienza

a cura di Giovanna Di Pasquale

Giuliana
Prototipo di accoglienza:
al mattino sia che io arrivi da casa, sia che arrivi da un’altra scuola, dedico sempre un breve momento di rilassamento, anche solo un minuto per “staccare” prima di incontrarlo.
E’ un ragazzo di 19 anni con un handicap motorio e con gravi disturbi del linguaggio (handicap grave) non parla ma è in grado di capire e di esprimere i suoi desideri tramite gesti convenzionali.
Al momento dell’incontro io lo saluto, mi contraccambia il saluto (tramite un gesto convenzionale che lui usa per salutare). Gli chiedo se a casa i familiari stanno bene e lui mi spiega se c’è stato qualcosa di particolare oppure no.
A volte mi racconta di uscite fatte alla sera con l’obiettore oppure mi racconta del compleanno oppure, visto che è un tifoso accanito, mi racconta della sua squadra.
Io, prima lo ascolto e tramite quello che mi racconta cerco a mia volta di interessarmi di questi argomenti per riuscire a dialogare con lui, per avere un riscontro positivo. Poi in riferimento al programma scolastico gli chiedo se ha voglia di studiare, lavorare oppure di fare qualcosa; nelle risposte lui esita sempre; allora gli do un messaggio di questo tipo: ”Ti va bene ripassare o studiare chimica un’oretta e poi andare a fare merenda al bar della scuola?”
Lui acconsente sempre anche quando la materia che gli viene proposta è da lui detestata.
Da parte sua, c’è sempre un continuo volermi ringraziare (toccandomi la fronte) per ogni cosa che facciamo insieme. Come risposta a ciò, lo ringrazio anch’io, gli spiego che, se vedo che sono seguita nel lavoro, nelle cose che facciamo, oppure che apprende molto facilmente gli argomenti che trattiamo, io trovo molta soddisfazione nel lavorare e quindi sono motivata a proporre cose nuove.
Lui mi ringrazia molte volte, è un mezzo per comunicare attraverso il contatto fisico delle mani quasi una conferma dell’accettazione di sé, e a volte io mi sento impreparata a questo.

Margherita
Sono le otto del mattino, fa freddo e sono fuori, davanti al portone della scuola ad aspettare Andrea. Vedo arrivare la macchina a velocità sostenuta, frena di colpo sfiorando la colonna del portico. Intravedo Andrea che si tiene a stento con la mano sinistra, l’unica che può utilizzare, e noto il suo sguardo, tra il preoccupato e il divertito.
Mi scorge e vedo che mi saluta e mi sorride. Gli vado incontro con la carrozzina, apro lo sportello e lo aiuto a scendere.
Noto le sue gambe che sono sempre più lunghe ogni giorno che passa. Penso: ”Ormai è un ragazzo!”. Scambio alcune parole col papà, prendo lo zaino che mi sembra un macigno e mi sento uno sherpa.
Sconnessi della strada, mi infosso in un tombino, riemergo e scavalco il super-gradino del portone. Finalmente siamo a scuola!
Adesso saluto Andrea con più calma, gli sorrido, gli chiedo se ha studiato, se è preparato per il compito o l’interrogazione. Scherziamo un po’.
In alcuni giorni, sorridere mi pesa un po’ di più perché ho sonno o sono stanca o triste, ma cerco di non abbassare la guardia, perché mi piace pensare che a scuola Andrea si possa anche divertire.
Sì, a volte per lui divento anche un clown.

Anna
Quasi tutte le mattine accolgo Mattia, un bambino di nove anni, che frequenta la III elementare, arriva a scuola accompagnato dalla zia. Lo aspetto nell’aula di sostegno, Mattia arriva un po’ più tardi dei compagni e non entra in classe, è un bambino ipercinetico, generalmente entra nell’auletta correndo, la zia lo rincorre affannosamente, lo saluto, lui mi guarda, ma non risponde al mio saluto, mi fa immediatamente una richiesta del tipo:
”Giochiamo con i Re Magi?”
Io gli rispondo:
”Mi hai salutato?”
Dopo questa richiesta mi saluta, poi riprende a correre all’interno della stanza, oppure tenta di aprire gli armadi dove c’è il materiale per prendere quello che più lo attira in quel momento.
Tutto questo ha la durata di circa 5/10 minuti ossia il tempo necessario per scambiare quattro chiacchiere con la zia.
Quando la zia ci lascia riesco a controllare un po’ di più la situazione, riesco ad ottenere la sua attenzione facendolo sedere, parlandogli con calma e proponendogli un’attività.

Teresa
Giuliano arriva in macchina accompagnato dalla madre. Appena vedo arrivare la macchina esco e vado loro incontro, saluto entrambi con un “Buongiorno!” e con un sorriso. Aiuto la madre a sistemare Giuliano nella carrozzina e intanto gli chiedo come va e se c’è l’occasione gli faccio alcuni complimenti: ”Che bel vestito che hai stamattina; che bel cappellino!; fammi vedere il gioco nuovo ecc.”.
Poi ascolto la madre che certamente avrà da dirmi che cosa ha fatto Giuliano di speciale il giorno prima, o se quella mattina c’è stata baruffa: questo mi aiuta a capire di che umore è. Quindi rassicurata la madre, lei se ne va ed io a seconda di come lo sento e del suo umore gli parlo di quelle attività che si pensava di fare in quel giorno oppure se la luna è storta, gli propongo qualcosa che gli piace particolarmente.

8. La costruzione del “noi”

di Andrea Canevaro

Si potrebbe dire che per crescere, e per, vivere, abbiamo bisogno di essere ciascuno sé stesso, o, sé stessa, e di poter “abitare” in un “noi”. Per spiegare questa espressione, possiamo servirci di un semplice apologo.
Un nonno e un nipotino. Potremmo anche variare i generi a piacere, e dire: una nonna e un nipotino, o una nipotina. I due vanno a far legna. Il bambino è piccolo, e il nonno vigoroso. Tornano a casa con il nonno che porta sulle spalle la legna e il nipote. E il bambino dice: abbiamo fatto legna.
Anni dopo, nonno e nipote vanno ancora a far legna. Il nipote è diventato un uomo, e il nonno ha perso forza e vigore. Tornano a casa, e il nipote porta la legna e sorregge il nonno, che dice: abbiamo fatto legna.
Utilizzo questo piccolo apologo per indicare una condizione che permette a soggetti diversi, e ciascuno con la propria identità, di avere uno scenario condiviso, e di poter dire “noi” indipendentemente dalla forza, dal contributo, dal rendimento e da altri fattori. Si potrebbe dire anche che vi è un comune riferimento ad una Gestalt, cioè una percezione di segni secondo una struttura. In questa si confondono elementi di realismo ed elementi di simbolicità.
In questo libro, incontriamo molte storie, accompagnate da riflessioni puntuali ed opportune. Incontriamo la storia di Walid.
E leggiamo che il padre di Walid sia a lungo seduto immobile in una poltrona sgangherata, pensando al suo villaggio in un paese lontano, dove sarebbe rispettato, e dove sicuramente tornerà. Walid non ha quell’immagine in testa. Non può vedere suo padre sullo sfondo del villaggio. Non può vederlo accolto con rispetto dalla sua gente. Lo vede invece affaticato, forse umiliato. Per Walid è più difficile crescere, perché fa fatica a trovare un “noi” in cui “abitare”. Dovrebbe misurare le sue forze da solo. Se avrà la capacità di raccogliere legna e di portarla, bene. Diversamente, potrebbe cercare in molti modi di mascherare le proprie incapacità. Ad esempio, con l’aggressività.
Non esiste unicamente il “noi” famigliare, ci può essere quello degli amici, quello della scuola, quello del lavoro. Ma il “noi” famiglia è importante, anche simbolicamente. Quando è in crisi quel “noi” possono essere in difficoltà anche gli altri “noi”. La scuola, ad esempio, può essere vissuta come competitiva o come del tutto indifferente, e quindi lontana dalla possibilità di costruire un “noi” abitabile.
Un’altra storia leggibile in questo libro riguarda Sandra e Mohamed, persone adulte che costruiscono insieme, anche con fatiche, un “noi” in cui abitare. Si può dunque costruire, con pazienza e sicuramente attraverso difficoltà, quello che è venuto meno. In qualche modo, possiamo vedere in Sandra e Mohamed un percorso che aiuta a capire più profondamente la parola accoglienza, che accompagna comunità. I motivi di un’accoglienza sono, molte volte, materiali: possono essere un tetto sotto cui riparare, un letto in cui dormire, un bagno dove lavarsi… E un aiuto importante ma limitato. Vi sono situazioni in cui questo aiuto si ripete ogni giorno: diventa un’abitudine di sopravvivenza che non può essere sottovalutata, e senza la quale delle stesse situazioni sarebbero disperate. Ma questi aiuti non sono ancora accoglienza. Possono essere il suo avvio. L’accoglienza è costruire, o ricostruire, un “noi” in cui abitare. Ed è una parola che contiene la reciprocità. In questo si differenzia dall’aiuto, che si basa su una differenza “vettoriale”, come è proprio il rapporto fra chi arriva e chi parte. Così l’aiuto si basa sulla differenza fra chi aiuta e chi è aiutato, o aiutata. Anche nell’accoglienza vi è chi accoglie e chi è accolto, o accolta. Vi è chi dà e chi riceve. Ma la durata di un’accoglienza cambia il rapporto di differenza “vettoriale” in una convergenza ed in una complementarità. Perché anche chi riceve accoglienza deve a sua volta accogliere. Dall’aiuto può nascere l’accoglienza. Ma chi ha bisogno di aiuto corre il rischio della subordinazione e dell’assistenzialismo. Per questo vi sono attente riflessioni sulla relazione d’aiuto: senza una riflessione formativa, questa può trasformarsi in relazione di dominio.
Questo libro nasce dall’esperienza delle comunità di accoglienza. Sandra ha bisogno di aiuto; e da questo si sviluppa un’accoglienza che sviluppa accoglienza, quella fra la stessa Sandra e Mohamed.
L’accoglienza è la ricostruzione di una rappresentazione di sé aperta alla reciprocità, e quindi capace di costruire un “noi”.
Le persone ? bambine e bambini, donne e uomini ? che sono accolte hanno un’immagine spezzata.
E’ forse giusto cercare di capire il significato pieno dell’accoglienza. E credo di capirne meglio il senso, a partire dall’attenzione alle situazioni “estreme”, con un bisogno evidente di accoglienza. Mi riferisco a vicende di vite spezzate e dalla persecuzione razziale dovuta al nazismo. Questo riferimento è certamente problematico. Non sarebbe giusto banalizzarlo ed appiattirne il profilo. Nello stesso tempo, il razzismo genocida ha molti elementi in comune con la nostra normalità. In particolare, credo che vi siano drammatici elementi di continuità nell’interpretazione dell’altro filtrata da stereotipo, Lo stereotipo consente una violenza che può esprimersi in molti modi: da quelli asettici e “puliti”, realizzati con norme e regolamenti, a quelli sanguinosi della persecuzione diretta.

La pedagogia dell’accoglienza
Chi ha bisogno di accoglienza è finito prigioniero di uno stereotipo. In particolare, sottolineo il fatto che l’individuo si rappresenta prigioniero dello stereotipo, anche al di là della storia. Vi è una spezzatura fra la storia reale e quella vissuta.
E questo ci fa capire come importante sia il ruolo di una pedagogia dell’accoglienza.
Ho capito un po’ meglio ciò che sto scrivendo, perché, mentre riflettevo a proposito di questo libro, ho letto una bella tesi di laurea, scritta bene e su un tema simpatico: le tasche dei bambini, intesi come bambini e bambine. Sono tasche che possono contenere qualche piccolo segreto, e che comunque sembrano garantire uno spazio personale. L’autrice, Cosetta Biondi, individua anche tasche che noti fanno parte del vestito. Sono le tasche della sezione della scuola dell’infanzia, e quelle dell’ambiente. Sono quei luoghi che permettono ad un bambino, o ad una bambina, di avere spazi personali attorno a sé. E tutto questo mi ha ricordato un ragazzo che, anni attorno al 1980, frequentava una scuola media. Era seguito in maniera particolare dal servizio socio?sanitario, ed aveva alle spalle una famiglia un po’ disastrata. Si presentava come un ragazzone, grosso, taciturno e sfuggente, che non voleva mai entrare in classe, e che portava, in inverno come in estate, un cappotto pesante. Il suo aspetto sembrava far parte della problematicità del “caso”. Ma un bel giorno successe qualcosa di imprevisto: apparve magro e senza cappotto. Come era accaduto? Una brava insegnante aveva operato per arrivare a individuare insieme a quel ragazzo uno spazio per lui, da considerare come suo personale. Niente di straordinario, ma un semplice armadietto, che quel ragazzo doveva e poteva considerare come suo. L’insistenza dell’insegnante aveva ottenuto il risultato, con la sorpresa di scoprire che la sagome grossa di quel ragazzo era dovuta al fatto che portava addosso, sotto la camicia, tutti i suoi tesori, e per questo viveva sempre con il cappotto. A casa, le persone della sua famiglia gli portavano via tutto, e così aveva trovata uno spazio personale unicamente a contatto di pelle. La possibilità di avere un armadietto, e la sicurezza di poterlo conservare anche per il periodo delle vacanze, aveva operato una vera e propria metamorfosi.
Ripensandoci, dopo anni, capisco che in quel caso l’accoglienza aveva avuto bisogno di un lungo percorso. E questo mi fa dire che una pedagogia dell’accoglienza deve difendere e conquistare il tempo, e non può limitarsi ad una cerimonia. Non basta informare l’altro che è bene accolto, o accolta. Noti basta un’informazione per cambiare una rappresentazione di sé e delle vicende che si vivono.
Ritorno alle situazioni tragiche di chi è stato prigioniero dei campi nazisti. L’assenza di spazi intimi, la quasi impossibilità di avere delle “tasche” o anche solo una piccola tasca personale erano un motivo di disumanizzazione. Binjamin Wilkomirski raccontato la sua infanzia di bambino in un lager e poi, dopo la liberazione dal campo, in un orfanotrofio. Noi pensiamo che fra le due esperienze non possano esserci confronti possibili, e l’uscita dal campo debba essere stata una vera liberazione. Ma con sorpresa scopriamo che l’orfanotrofio, pur offrendo cibo in abbondanza, un letto pulito e caldo, acqua calda per lavarsi, dimentica di offrire a quel bambino una vera e propria accoglienza. Il campo era dissenteria, topi, fame e sete, bambini congelati, violenza in ogni istante. Eppure leggiamo: “Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a trovare un legame fra quei due mondi. Cercavo inutilmente un filo al quale aggrapparmi.
Potevo sottrarmi al presente insopportabile, estraneo, soltanto tornando al mondo e alle immagini del passato. Passato che mi era quasi altrettanto insopportabile, però mi era familiare: almeno ne conoscevo le regole” (Binjamin Wilkomirski, 1996, p. 55).

Fuori dal lager
L’importanza della parola accoglienza, accanto a comunità è fondamentale. E’ in quella parola che si realizza un percorso, anche lungo e faticoso, che permette di realizzare un cambiamento di schema percettivo, di rappresentazione di sé e della realtà.
Non basta uscire da una situazione terribile. Potremmo ritenere che il passaggio da una condizione penosa ad una migliore sia di per sé un aiuto risolutivo. Non è così. Il cambiamento, che dall’esterno viene considerato come liberazione, può essere nuova sofferenza, incomprensione, perdita di punti di riferimento. Lo possiamo capire proprio da chi racconta la fine dell’esperienza del campo e la propria sopravvivenza allo sterminio. Lidia Beccaria Rolfi è una delle donne sopravvissute a Ravensbruk. Il suo racconto della liberazione ci può fare capire come l’assenza di un’accoglienza sia continuazione della sofferenza. E’ un’indicazione il fatto che l’autrice, morta nel febbraio 1996, ha raccontato la fine dell’esperienza del campo dopo cinquant’anni di silenzio. Sta in silenzio chi ritiene che nessuno ascolti.
Accoglienza è ascoltare attivamente. E chi leggerà questo libro capirà cosa vuol dire.
Ho insistito a fornire come chiave di lettura la parola accoglienza. Non è per sottovalutare comunità. Le due parole sono insieme. Ma ho cercato di capire come non basti avere o trovare un aiuto in un luogo chiamato comunità, ma occorra vivere reciprocamente l’impegno di un percorso a cui ci si può educare.

Tratto da, Minori, luoghi comuni, Comunità Edizioni

(Manca Accogliere è attesa)

7. Guido parla al suo psicoanalista

di Daniele e Giangiacomo Carbonetti

Guido mi attende in sala d’aspetto, impaziente, provvisto della sua tipica, indispensabile valigetta. E’ accompagnato dalla mamma come sempre. Il nostro è un incontro quindicinale regolare, tuttavia Guido mi chiede sempre, alla fine di ogni seduta, che gli scriva su un foglio la data del prossimo appuntamento, in grande e stampatello: così lo potrà leggere talvolta nei giorni che ci separano, malgrado la sua poca vista, e così potrà confortarsi nell’attesa. Guido tiene molto alla seduta, e mi accoglie sempre, quando vado a riceverlo, sorridente e smanioso di cominciare. A volte nel mio studio, traffica a lungo nei preparativi: si porta sempre nella sua valigetta un magnetofono, con cui registra scrupolosamente ogni seduta, da circa tre anni.
Ha così accumulato una sua riserva di cassettine fatte di incontri con me, dei racconti che mi fa, delle emozioni che ha provato, dei miei commenti, dei suoi e dei miei stessi sentimenti. Queste registrazioni credo facciano parte e forse definiscano la sua storia personale, che viene faticosamente scrivendo, addentrandosi, addentrandoci nel suo inconscio oltre l’opacità della rimozione, malgrado l’altra opacità e l’altra penombra e il limite apparentemente uniforme e doloroso della sua malattia.
Così Guido mi è apparso e mi appare ogni volta di più un bambino, ora un ragazzo straordinariamente vivo e conflittuale, che per me che faccio lo psicoanalista vuole dire ricco, dinamico, teso a dipanare ed a farmi leggere la sua storia, quella passata e quella che viene via via costruendo con la sua vita.
La festa dei diciott’anni: cosa farò da grande?
Ora è di fronte a me, il suo registratore è in funzione, mi chiede di leggergli
qualcosa che fa fatica a decifrare, ma finalmente racconta o piuttosto fantastica e associa: “Ti ricordi dove eravamo rimasti?” mi domanda.
Confesso che mi emoziona sentirlo dire così, mi accorgo di come da tempo veniamo costruendo un filo, una trama, la sua storia appunto, sospinti dalla forza dei suo desiderio, muovendoci attraverso gli ostacoli delle sue paure e delle sue inibizioni, sempre più familiari però, sempre un po’ meno rigide.
“ Ti ricordi la tua festa di compleanno, dei tuoi diciotto anni, gli amici invitati… “ gli dico.
Soddisfatto sorride; sa bene che ha solo sedici anni, ma il desiderio di essere grande è più forte. La mia complicità lo rallegra; mi raccontava infatti, e la riprende, la festa fantasticata dei suoi agognati diciotto anni. E’ in un paese della valle Leventina, dove è andato in colonia, e molti sono gli amici invitati. Minuziosamente li elenca, e descrive la loro sistemazione nelle camere dove saranno alloggiati: educatori, allievi, compagni. In ogni camera, e l’elenco è lungo, sistema almeno un giovanotto, una giovane donna e un ragazzo. Credo alluda a un incontro amoroso, a una scena primaria, una potenziale scena d’amore, osservata certo in modo celato e discreto, ma con gioia, con eccitazione. Qua e là quest’ultima esplode: Guido infatti talora scoppia in gioiose e buffe imprecazioni, grossolanamente sessuali, ride di gusto, mi osserva divertito mentre cerco di indicargli il piacere sfidante e trasgressivo che prova, l’imbarazzo o il rimprovero che vorrebbe suscitare in me. Ora il racconto della festa si interrompe: mi elenca il menu, anzi i menu dei pranzi e delle merende che con gli amici godrà o ha goduto. Per Guido il piacere del cibo è grande e fondamentale, e pur se i cibi sono semplici e ripetitivi, Guido ha letteralmente l’acquolina in bocca, e non di rado stimola il mio appetito: sento la forza del suo desiderio di vivere, la semplice vitalità del soddisfare gioiosamente un bisogno fondamentale, e accessibile con relativa facilità.
Ci saranno poi anche invitati importanti, uomini di stato, giornalisti; di essi Guido sente parlare al telegiornale: suoi ospiti lo festeggeranno insieme con i suoi amici reali. Curiosità e ambizioni sono in Guido sempre più forti: sempre di più egli mi comunica il suo desiderio di far parte del mondo degli adulti, dei grandi.
Naturalmente ci sarà alla sua festa anche della musica, della buona musica: allora mi chiede di scrivergli elenchi accurati di cantautori e delle loro canzoni. Accenna più volte a qualche motivo, contento più che mai se lo conosco e lo intono con lui.
Alla grande festa che mi descrive non prevede che partecipino i suoi familiari, né suo padre, né sua madre, né Giovanni, il fratello minore. A me riserva un posto di riguardo alloggiandomi per la notte in una camera con una educatrice, che in verità non conosco, e i soliti comprimari.
L’assenza dei genitori è non di rado giustificata con un: “ Sono morti!” che non ammette repliche e non prevede sentimenti di tristezza; piuttosto sa di «me la devo cavare anche senza di loro, che d’altra parte spesso mi infastidiscono con le loro richieste».
Se gli chiedo di Giovanni mi risponde secco: “ Lascia perdere! “
Tuttavia mi descrive con eccitazione un curioso incidente che accade durante la festa, a pranzo o mentre fanno merenda: un certo Giovanni (non il fratello dunque, tuttavia omonimo), ragazzino terribile, si diverte, e Guido lo mima e ripete in prima persona le sue parole, si diverte, dicevo, a fare un chiasso indiavolato e a provocare con parole volgari e dileggi i presenti. In questa vicenda di identificazioni e di proiezioni (cioè di attribuzione ad altri di proprie emozioni) evidentemente Guido è ora alle prese con l’aggressività, sia quella secondaria sotto forma di invidia e gelosia per il fratello più piccolo, sia quella primaria, dunque per dir così l’istinto aggressivo come tale. Il mio interesse per la storia che mi racconta è dunque particolarmente grande; sono curioso quanto mai delle vicissitudini delle difese nei confronti dell’impulso aggressivo.
Dunque Guido continua: il cattivo comportamento di Giovanni è tale che una educatrice prima ed un educatore poi sono costretti ad allontanare il reprobo. L’agitazione?eccitazione di Guido è al colmo, rivolto all’irriducibile trasgressore grida: ” Vattene via, di fuori, a dormire da solo nel prato, dove è buio e dove nessuno ti sentirà quando piangerai! “
Riflettendo infine un attimo, Guido conclude: “Ti mandiamo via, ti rimandiamo dalla tua mamma! “
Dico a Guido che così Giovanni si perderà la festa e i bei programmi previsti durante la colonia, e aggiungo che per Giovanni tornare dalla mamma più che una gioia appare una punizione e una sconfitta. Guido tace un po’, quindi con convinzione mi dice: “Certo è così, sono d’accordo! io invece in Leventina farò uno stage, imparerò a tagliare le piante nei boschi.”
Mima il gesto e mi chiede di imitarlo. Lo faccio e gli dico: “Tu Guido vuoi fare il boscaiolo! Altroché birichinate… “
Mi risponde con entusiasmo: “Certo, si dice così, il boscaiolo! “
Ecco dunque un buon modo per impiegare l’aggressività e diventar grande, penso io.
E’ il termine della seduta. Ma per Guido gli elenchi di videocassette, cassette musicali, storie, canzoni e cantanti, non sono mai completi, non sono mai finiti, la seduta non sarebbe mai finita. Da tempo per convincerlo a separarsi da me ricorro ad una piccola e dolce violenza: gli faccio trovare un dolce, una brioche, che addenta di gusto mentre gli scrivo su di un foglio in grande la data dei prossimo appuntamento.
Sono passati quasi tre anni dalla prima seduta; Guido è un giovanottino robusto, simpatico; sento che Guido ha dentro di sé fiducia e speranza, più di quanto avesse agli inizi: erano allora più evidenti le sue paure e le sue inibizioni. Non è più il bambino malato, spaurito di qualche anno fa.
Certamente Guido mi ha qui portato il mondo dei suoi conflitti inconsci, e mi ha chiesto di considerarli tali, come un qualunque ragazzino nevrotico. Così il suo interno paese straniero è diventato oggetto della nostra curiosità, dei nostro interesse, del nostro studio semplice ma appassionante.
Ora il suo mondo interiore di aspirazioni, di desideri e certo di ansie e di dolore, ma soprattutto di gioia e di voglia di vivere, tutti questi sentimenti sono entrati a far parte di più della sua identità, del suo esserci, della sua consapevolezza. Guido mi ha via via dato la percezione di una sua particolare, e vorrei dire segreta consapevolezza: quella di una sua identità diversa, in filigrana sofferta ma accettata anche con le sfide che pone, e le gioie che infine può dare.
E’ così che in Guido il sentimento della solitudine dell’individuazione ha dei colori sfumati e teneri, dei suoni misteriosi e familiari insieme, un sapore ghiotto come nel corso della mia esperienza non avevo incontrati mai.

Tratto da Daniela e Giangiacomo Carbonetti, Vivere con un figlio down, Franco Angeli Editori

5. Il lavoro di cura nella quotidianità

a cura di Giovanna di Pasquale

Il lavoro di cura si realizza in una relazione tra persone. Seguiamo il suo farsi e ci muoviamo verso il terreno della condivisione e della differenza. Vediamo all’opera ruoli diversi tra chi cura e chi è curato e bisogni soggettivi che si modificano incontrandosi ed allontanandosi.
Il lavoro di cura e di aiuto è ad un tempo profondamente radicato nella concretezza di un gesto, di un’azione, di un ambiente, ma anche intrinsecamente immateriali; diventano qualcosa di più e i diverso dall’insieme di tutti quei gesti, azioni, spazi perché attraversati dalla dinamiche relazionali che rivelano emozioni, prese di posizioni, orientamenti ideali.
In questo numero di HP presentiamo alcuni contributi tesi a raccontare il binomio materialità/immaterialità come uno degli indicatori più significativi del lavoro di cura e di aiuto al di là degli ambiti professionali dove esso si realizza ( il lavoro educativo con i bambini molto piccoli, il progetto terapeutico di un Ser.T…) dove ogni particolare “parla” di quella particolare relazione tra quotidianità ed straordinarietà.
L’uso degli spazi ( aperti o chiusi, pubblici o privati), l’utilizzo della corporeità come strumento di lavoro, i riti del tempo: tutto supporta il recupero del quotidiano in una “dimensione di raccoglimento e di relazione che consenta uno scambio, un dialogo, un abbraccio…in cui ci si possa prendere cura di sé, ri-prendersi in mano, vedersi, distanziarsi, comprendersi e riprogettarsi all’interno dei una relazione con un’altra persona, con se stessi”.

4. Ricordo di Luciano Tavazza

A cura di A. P.

Recentemente è scomparso Luciano Tavazza, presidente della FIVOL (Fondazione italiana per il volontariato), fondatore e per lunghi anni presidente del MoVI, (Movimento di volontariato italiano).
Con Luciano Tavazza scompare una delle intelligenze più lucide del volontariato italiano e una delle poche persone capaci di una continua e coerente spola tra cultura laica e cultura cattolica, tra volontari e cittadini, tra servizi pubblici e volontariato, tra operatività e riflessione culturale, tra attualità e memoria, tra vertici e base.
Per chi lo conosceva di persona, come alcuni di noi, scompare contemporaneamente un padre, un amico, un maestro.
Vogliamo ricordarlo con un suo articolo del 1994, apparso sulla Rivista del Volontariato, dedicato alle “paure” del volontariato. Paura come limite ed insieme snodo di crescita; ci pare questo articolo senz’altro un pezzo importante del testamento spirituale di Luciano.Il volontariato moderno, celebrerà nel 1994 venti anni di riflessione culturale, di radicale rivisitazione dei suoi valori, delle motivazioni che lo ispirano, del ruolo che è chiamato ad assolvere, attraverso innovatìve strategie sociali, economiche, politiche, per far fronte ad una serie di appuntamenti non eludibili con la storia del nostro Paese.
Ogni tappa di svìluppo del suo dinamico cammino ha registrato ? anche in certi ambienti socialmente meno maturi ? una reazione di paura, di rifiuto del nuovo, un timore quasi congenito di perdere identità, autonomia, prestigio, potere, dimenticando il pressante invito dell’attuale Pontefice ad abbandonare l’assistenzialismo per “affrontare i problemi alle radici”, anziché chiudersi nella prassi del puro “riparatorio” a “schierarsi dalla parte dei poveri” anziché rifugiarsi nelle sole opere di carità!
Una sorta di cultura del sospetto, mai applicata per condurre un esame di coscienza civile e religiosa sulla validità storica del loro operato, ma proiettata sempre nell’essere “annunciatori di sventure”, come diceva argutamente Giovanni XXIII. Paventando cioè rischi, difficoltà, pericoli, dimenticando di essere espressione di un messaggio evangelico alla ricerca spirìtuale ed operativa di orizzonti di “nuovi cicli e nuove terre”.
Questi ambienti del volontariato alle soglie dei 1994 sono percorsi oggi dalla settima paura: il confronto ? che pare non eludibile ? fra il mondo dell’azione volontaria, della gratuità, del disinteresse, con quello economico, del mercato, delle imprese; quasi che fosse non difficile e complesso, ma di per sé impossibile, comporre imprenditorialità e solidarietà al contrario dì quanto anche autorevolmente affermato dal Stefano Zamagni (docente di Economia all’Università di Bologna), nell’ambito della recente settimana nazionale dei cattolici italiani in cui fu sottolineata l’urgenza di accettare con crescente competenza, autonomia, progettualità questo fondamentale confronto.
Eppure basterebbe un minìmo di “memoria storica” per registrare che, chi ha avuto precedenti pregiudìziali paure lungo il cammino del volontariato, ne è uscito ogni volta sconfitto sia sul piano culturale sia nella presenza incisìva sul territorio, abbandonando ?così di volta ìn volta ? gli emarginati al loro destino o indebolendone le dìfese.
Varrà la pena di ripercorrere insieme queste tappe di mutamenti e paure cariche dì insegnamenti.
Nel 1974 Monsignor Nervo delineava ? come contributo della Caritas italiana ? alcune caratteristiche innovative del volontariato moderno: la rimozione delle cause, il dare voce agli oppressi, il puntare al mutamento delle politiche sociali, l’uscire dalla sola beneficenza e dall’assistenzialismo.
Seguono quattro anni dì durissime e sotterranee polemiche. Si arriva persino a dire che “si scivola verso un volontariato marxisteggiante”. La reazione della cultura italiana anche dei soggetti lontani dalla Chiesa, dei volontariato laico è invece tutta positiva. L’opinione pubblica guarda ora con più attenzione e stima questo tipo dì azione gratuita, liberata dal concetto di beneficenza.
Nel 1978 alcuni movimenti impegnati nell’azione volontaria (tra cui l’ANPAS e il MoVI) hanno sostenuto la necessità che il volontariato avesse, oltre alla dimensione delle testimonianze, dei servizi, della donazione e condivisione, la dimensione politica; di impegno cioè a mutare la qualità della vita nella comunità. La reazione di questa seconda paura è ancora più violenta.
Alleandosi con i partiti che avvertivano in questa scelta la caduta del collateralismo, la crescita della autonomia del volontariato, gli stessi ambienti ancora una volta denunciavano la “dissacrazione dell’autentico volontariato”, l’intrusione in campi non suoi; leggevano il termine “politico” per “partitico”, annunciavano l’uscita da un “cammino storico che ci teneva lontani dalla tentazione del potere!”. Questa scelta segnava invece una svolta, una maturazione dei gruppi rispetto all’attuazione dello spirito della costituzione; una crescita dei movimenti nella difesa dei diritti di cittadinanza.
Un certo volontariato tradizionale ? fermo alle opere di beneficenza ? sembrava non capire che chi afferma di non far “politica” fa la peggiore delle politiche possibili: si schiera con i forti, con chi non vuole cambiare il sistema di ingiustizie sociali, con le “strutture di peccato” (Giovanni Paolo XXIII°).
Nel 1982 e dal 1984 i convegni biennali organizzati dal Centro di volontariato di Lucca affrontavano due problemi nodali: la legislazione del volontariato e la collaborazione con gli Enti Locali, abbandonando così una tradizione storica di separatezza, di concorrenzialità, talvolta di lotta fra iniziative della società civile e servizi e politiche dello Stato, delle Regioni, delle autonomie locali. Immediate le reazioni, della terza e quarta paura, talune addirittura di carattere integralistico: la legge sarebbe stata la “fine dell’autonomia”, la gabbia, la trappola. Questi gruppi di retroguardia persino in Parlamento fecero per cinque anni la lotta al progetto Lipari?Martini, mentre a parole fingevano di essere d’accordo. Non parliamo della auspicata collaborazione con lo Stato. Moriva così ? a loro dire ? il protagonismo del volontariato, la sua originalità e libertà, ci si appiattiva sul Pubblico!
Mischiare professionisti “senza ideali” a volontari “portatori di valori” sembrava essere l’ultima sciocchezza! Per fortuna oggi, nonostante reali difficoltà, incomprensioni e talora insuccessi, il volontariato più maturo collabora gradualmente, nella dovuta autonomia, sia alla nuova legislazione del Paese, sia alla revisione e innovazione delle sue politiche sociali.
Dal 1986 i gruppi di azione gratuita più attenti ai problemi della lotta alla emarginazìone e della difficoltà di vincerla qualora la si affronti in ordine sparso, o addirittura sul piano della concorrenza, hanno iniziato un ampio dibattito culturale e una collaborazione organica con il sindacato e le cooperative di solidarietà sociale. Si sono levate ancora una volta a causa della quinta paura le reazioni allarmistiche: il volontariato sarà “divorato” da queste realtà sociali molto più forti; alla gratuità si sostituirà l’imprenditorialità; al volontario il “militante”, al protagonista del gratuito il socio lavoratore; al non economico la legge della cooperazione; al dialogo la conflittualità, al messaggio sociale della Chiesa, le politiche rivendicative dei sindacati. Oggi a otto anni di distanza si deve invece registrare, che nel rispetto delle non valicabili autonomie, chi lo ha voluto ha costruito importanti sinergie con queste due componenti;
Negli anni ’90 la Fondazione Zancan, sempre attenta a cogliere il nuovo, le “gemme terminali” ? come dice Nervo ? dei fenomeni sociali, sottolineava l’opportunità di un volontariato attento a collaborare con il “terzo sistema”. Ciò in una visione di “strategie di insieme” per il mutamento incisivo delle politiche sociali, divenute inefficaci e obsolete, talvolta controproducenti nel nostro paese. Produce in proposito materiale di studio di ottima qualità.
La reazione della sesta paura è sempre la stessa. Che cosa è questo “americanismo”? Non esiste il “settore no profit”! Vogliamo “imbastardìre” l’azione volontaria? Cosa c’entra l’azione gratuita con i patronati, con l’associazionismo, con il lavoro autogestito? Vogliamo far morire forse i gruppi parrocchiali? Vogliamo inventare la “terza via” mai riuscita e nessuno in economia?
Ed eccoci all’ultima paura. La Fondazione Italiana per il Volontariato, dopo aver ascoltato le sollecitazioni di numerose grandi organizzazioni affronta a Bari durante la “II°Settimana nazionale dei volontariato” ? nella primavera del 1993 ? il problema dei rapporti fra l’azione gratuita ed il mercato, l’impresa, il mondo della produzione; la necessità inoltre di una revisione del sistema fiscale, ispirandosi a legislazioni europee ed anglosassoni sperimentate positivamente da alcuni decenni. Ed ecco che piove fuoco: stiamo per venderci, ci si domanda, alla Confindustria, alle Banche? Si diventa succubi del padronato. Ci si avventura nel mondo dell’economia capitalista!
A parte questi lamenti, di soggetti in eterna apprensione, il volontariato si trova oggettivamente dinanzi a questa sfida. La sua preparazione in materia è oggi ancora insufficiente.
Perciò vuole studiare tempestivamente il problema e si rivolge a quanti economisti, imprenditori, amministratori, sindacalisti, sociologi, responsabili di nostre organizzazioni, possono aiutarlo a condurre una ricerca che aumenti la sua progettualità, imprenditorialità, la sua cultura delle imprese.
Non solo, ma anche l’individuazione, la ricerca di fonti finanziarie trasparenti, che non ledano la sua autonomia, che provengano dalla libera scelta dei cittadini, con procedure che superino l’attuale penalizzante sistema fiscale.
Per questo proseguira la sua ricerca, dal 19 al 27 marzo 1994 a Bari, in occasione della “II° Settimana nazionale del volontariato”, aperta al contributo culturale di tutti.
A chi di nuovo si allarma, si suggerisce di riflettere sulla “memoría storica” di questi venti anni di crescente successo della qualità di solidarietà espressa dal volontariato.
Agli immemori ricordiamo un detto della saggezza orientale: “nella dimenticanza della memoria è la radice del male”.
Nel nostro caso il “male” di arrivare in ritardo, rispetto alle esigenze di solidarietà tempestiva,
richiesta dalla sofferenza odierna di alcuni milioni di italiani.

3. Dall’identità plurale all’identità “gagja”: una proposta per gli educatori

di Marco Grana

La stimmate sociale di handicappato, matto, tossico e disgraziato aumenta il grado di emarginazione, sofferenza, chiusura e produce handicap, follia… Compito dell’educatore è consentire e promuovere l’apertura di spazi mentali e sociali per lo sviluppo dell’alterità, l’alterità dentro se stessi.“Gli zingari non possono continuare a fingere di vivere una propria cultura in quanto si tratta ormai di un miscuglio di sopravvivenze già da secoli non vitali e improduttive…..La mendicità, cui da secoli di dedicano le donne zingare, non è compatibile con il senso di dignità che oggi qualifica l’uomo come proprietario del lavoro, ed anche l’uso di strumenti come le automobili o i fili elettrici nelle roulotte, manifesta apertamente l’impossibilità di conservare anche il più piccolo frammento di vita nomade.
Gli zingari debbono capire (ed è nostro dovere aiutarli in questo) che possono fare il massimo possibile per la loro cultura se l’assumono come “storia”, da consegnare ai documenti , con tutto il suo patrimonio letterario, musicale, religioso , politico. Tentare di trattenere la vitalità nel vissuto quotidiano è invece un’operazione, non soltanto illusoria, ma perdente….E (la loro cultura) muore perché non produce più nulla di proprio, anche se continuano a vivere gli uomini che ad essa si richiamano”.
Queste ed altre asserzioni appaiono nell’articolo di una “gagja” che di mestiere fa l’antropologa (Ida Magli), e sono state scritte su un giornale (Il Resto del Carlino) il 13 Aprile 2000, abbastanza vicino alla Pasqua, in una città (Bologna) che pensa di essere civile e sviluppata, che crede di essere ricca, che scrive su volantini e manifesti di essere capitale della cultura nel 2000. L’antropologa “gagja” parte da un episodio che è la corretta rappresentazione socio-antropologica di cosa significhi essere civili, sviluppati, ricchi e culturalmente centrali: significa che se ci capiti dentro e sei Rom puoi morire di freddo o bruciato nella tua roulotte a due anni. Ma, ancora di più, sono le sue asserzioni che vanno lette come rappresentazione culturale di cosa significhi essere appartenenti ad una cultura sviluppata, civile, ricca e occidentale. E proprio di questo che vogliamo parlare in questo nostro articolo gagjo.
Un altro gagjo, Andrea Canevaro, parla di identità plurale. Come è noto a quell’altra minoranza etnica (ne rom ne gagj, oppure tutte e due le cose e altre ancora) che sono – in genere- gli operatori sociali, si tratta di un idea legata strettamente al concetto di ambiente, che ci interessa confrontare e processare attraverso ingranaggi culturali e antropologici che ora ci appaiono salienti.

L’identità plurale
Noi non siamo una sola cosa, siamo tante cose, siamo un numero indeterminato di cose, siamo sani a causa delle nostre incongruenze, abbiamo facce diverse in situazioni diverse, viviamo simultaneamente sentimenti contraddittori, siamo sani se siamo in grado di vivere la crisi, se siamo in grado di rivestire ruoli diversi.
Declinazione in termini di lavoro educativo: l’handicappato, il matto, il tossico, il disgraziato in genere, non è solo quella cosa lì, la stimmate sociale di handicappato, matto, tossico e disgraziato al contrario aumenta il grado di emarginazione, sofferenza, chiusura e produce handicap, follia, eccetera. Compito dell’educatore è consentire e promuovere l’apertura di spazi mentali e sociali per lo sviluppo dell’alterità, l’alterità dentro se stessi.
Ma non si può lavorare sull’identità dell’altro in modo diretto perché sarebbe pura violenza o pura manipolazione, occorre un mediatore, occorre lavorare sui contesti, sulle trame connettive (dice Canevaro), sull’ambiente, occorre creare spazi e significati che l’altro possa occupare-interpretare di sua iniziativa.
Quando Canevaro parla di ambiente ha in mente le persecuzioni naziste agli ebrei, ragiona sullo sradicamento che subirono intere popolazioni e sugli effetti sui loro comportamenti e sul loro esistere, riesce però a mantenere il fuoco anche sul caso singolo, su quello che capita una persona col suo nome, sull’esperienza concreta dello sradicamento.

Assaggiare gli altri
Ma che idea di uomo sta dietro il concetto di identità plurale?
Non solo un idea di uomo, ma anche un’idea di vita e di senso che si articolano sulla esperienza.
In tedesco c’è una parola molto poetica che denota al tempo stesso esperienza e avventura: Erlebniss, e il punto è proprio quello: nell’esperienza, nello sperimentare il mondo, nell’assaggiare gli altri, nel lasciarsi provare dagli altri, nel farsi invadere dal mondo, c’è la costruzione del senso, la partecipazione alle cose, l’appartenenza all’altro da me (cosa, idea, persona o divinità), c’è l’appropriazione (io sto dentro la pancia di mia madre, il suo seno sta dentro la mia bocca), c’è lo scambio e la reciprocità che ci mescola agli altri. E tutto questo avviene col corpo, con la pancia, le viscere, il sangue, le ossa, il cervello, le parole, i sentimenti, la memoria, la speranza. E tutto questo contribuisce a costruire la dignità della persona e la culturalità delle comunità umane.
Le culture hanno dinamiche simili a quelle che hanno le correnti negli oceani o le perturbazioni atmosferiche: le correnti marine, per esempio, si diversificano soprattutto per temperatura e salinità e per questo tendono a rimanere separate e a seguire ripetutamente certi percorsi ma ai loro margini di mescolano si sfrangiano producono schiuma e onde, e nei tempi lunghi anche loro si modificano.
E la dignità? La dignità è il principale prodotto dell’esperienza: io, corpo, mente, memoria, speranza, paure varie, meschinità varie, desiderio, io, anzi noi, persone, comunità, linguaggio, simboli, storia, progetti, noi sappiamo cos’è un uomo, noi sentiamo cos’è un uomo, e siccome lo sappiamo e lo sentiamo vorremmo farlo o esserlo, almeno, nel nostro piccolo ci proviamo. Questa è la dignità: l’immaginazione, l’assunzione, la proprietà di un’idea di uomo e la tensione a quell’idea.
La dignità non c’è per forza, è il risultato finale di una crescita fatta di appartenenza culturale, di rispetto di sé, di relazione con gli altri, di esperienza del mondo.

La banalizzazione dell’esperienza
Negli anni ottanta non sono morte le ideologie (in realtà, da questo punto di vista, l’unico cambiamento è consistito nella omologazione di quasi tutti i mass-media e di quasi tutti i partiti, che si sono adeguati al pensiero unico della globalizzazione), negli anni ottanta, in verità, è stata legittimata e condotta a compimento la nullificazione, la banalizzazione, il massacro dell’esperienza, cioè delle condizioni sociali e culturali che rendono significativa l’esperienza delle persone e delle comunità. Lo ha compiuto la scuola (non dagli anni ottanta, ma da molto prima), lo ha compiuto la televisione, lo hanno compiuto i giornali e le riviste, lo ha compiuto con enorme potenza il cinema, con enorme potenza la musica a iniziare da Woodstock, lo hanno compiuto le radio, vere creatrici di senso comune giovanile, lo ha compiuto la medicina, il sistema produttivo, e più di tutti lo ha compiuto il sistema dei consumi.
Lo hanno compiuto pagati, mandati, costruiti e inventati dai soggetti macroeconomici e macropolitici che avevano e hanno bisogno di pilotare il cambiamento culturale, addirittura antropologico, per poter conservare e aumentare il loro potere ottimizzandone il rapporto costi-benefici : la storia degli anni settanta in America Latina (le dittature militari con relative guerriglie) e recentissima in Asia (l’applicazione letterale e feroce delle ricette dell’FMI e le conseguenti crisi economiche) hanno insegnato alle grandi multinazionali che, per continuare a gestire il loro potere, l’uomo così com’è non va più bene: hanno scoperto che piuttosto che spendere miliardi di dollari per mantenere sottomesso militarmente un popolo è conveniente disumanizzarlo, cioè privarlo della sua dignità e gestirlo dolcemente: costa meno.
L’articolo “gagjo” dal quale siamo partiti testimonia che noi occidentali in questo senso siamo molto più avanti degli altri popoli, che il processo di nullificazione dell’esperienza e di cancellazione della dignità è giunto a compimento; altri sono i popoli che stanno resistendo: i rom e i sinti sono la avanguardia di questa resistenza e per questo noi “gagj” dobbiamo dichiarare morta la loro cultura, noi che la nostra dignità l’abbiamo seppellita sotto un cumulo di immondizie, dobbiamo asserire (ignorando le regole elementari dell’antropologia, che, per costituzione epistemologica, è relativista) che ormai sono loro ad essere privi di dignità.

Aiutiamoli a morire
Se vi fossero dubbi sul fatto che siamo stati disumanizzati, ho le prove: stadio Heysell, muoiono in quaranta prima di Juve-Liverpool, si sa dei morti, lo sanno i calciatori e giocano, lo sa la Tv e partita è trasmessa, lo sanno i telespettatori e la guardano (almeno i nazisti potevano dire ce lo hanno ordinato, ma qui cosa si può dire?), pochi giorni fa in Turchia i morti erano solo due, ma hanno giocato lo stesso;
centri di permanenza temporanea, sono veri lager dove vengono stipati esseri umani che non hanno commesso reati, sono in Italia in cerca di lavoro senza visto, esistono davvero; bombardamento di Baghdad, di Bassora, genocidio in corso del popolo irakeno, stiamo partecipando, perché?; ma la prova principale è l’Operazione Arcobaleno: ehi, serbi e kossovari, non sapevamo neanche che a pochi chilometri da noi esistevate!, ora vi bombardiamo, anzi vi bombardiamo e vi aiutiamo, (l’Esperienza dice: se butto giù una bomba da un aereo a duemila metri d’altezza o molto di più non so esattamente dove cadrà, la Televisione Globalizzata dice: i bombardamenti sono chirurgici, state tranquilli uccidiamo solo il nemico i buoni li aiutiamo tutti insieme, la Mancanza di Dignità dice: uccidiaiutiamoli (cioè aiutiamoli a morire, come dice in ultima analisi anche l’articolo da cui siamo partiti) anche se non sappiamo perché, anche se ce li abbiamo a fianco da qualche decennio e non c’eravamo mai accorti di loro, anche se sappiamo con certezza che tra sei mesi ci diranno che tutto quello che ci stavano raccontando sui serbi era propaganda bellica).
A proposito, tutto quello che ci raccontavano sui serbi era propaganda bellica (vedere gli ultimi numeri di Le Monde Diplomatique che cita fonti ONU, e di vari organismi internazionale della nostra parte).

L’uomo è solo una macchina produttiva?
Noi “gagj” siamo senza dignità perché siamo deprivati della nostra esperienza, siamo convinto di non avere il diritto di pensare cosa è un uomo, non lo sappiamo più dire, e accettiamo che ce lo dica qualcun altro.
Il signor Qualcun Altro ci sta dicendo che l’uomo è uno strumento produttivo. Il signor Qualcun Altro è un quadro medio alto della Philips, della Nestlè, della Monsanto, della General Motors, della Fiat, della Sony. Forse è l’intero consiglio d’amministrazione di una banca o di una finanziaria assicurativa. Il signor Qualcun Altro è preso molto sul serio da quasi tutti i partiti politici e da quasi tutti i quotidiani,
ma è preso molto sul serio anche dalla gente comune. Con la gente comune il tipo di comunicazione cambia: non discorsi, ma file di oggetti desiderabili nelle corsie degli ipermercati, vetrine nei centri commerciali, film, varietà e sanremi vari, campionato di calcio, formula uno, sono tutti casi in cui è il linguaggio è quello delle cose o dei sentimenti, e si tratta di linguaggi da cui è molto più difficile difendersi perché essendo senza parole sono anche senza pensieri e quindi con scarsa possibilità di critica. Il problema è che tutti questi media (dai giornali alle corsie dei supermercati) dicono sempre la stessa cosa e si confermano tra di loro: l’uomo è una macchina produttiva, se non produce e non sa stare nel mercato, allora è un problema che va risolto.

Lettere luterane
Il mutamento antropologico in Italia è già avvenuto. E’ già stato descritto con precisione in tutti i suoi aspetti qualitativi e anche nelle sue cause storiche da Pasolini, è pubblicato in Lettere Luterane e in Empirismo Eretico. Pasolini ne ha descritto bene anche qualche meccanismo, in particolare quelli legati al linguaggio, aspettiamo che qualche antropologo o sociologo riprenda le sue osservazioni e le articoli in modo sistematico.
In questo mondo parlare e praticare l’identità plurale è due cose alternative tra loro: o è una pia intenzione, fiorellino da coltivare in un piccolo orticello, per poi essere messo nell’occhiello di qualche dipendente del signor Qualcun Altro, oppure è una pratica socialmente eversiva, che vive nell’emarginazione, insieme ai profughi, ai rom, agli sconfitti perché improduttivi, e in quanto improduttivi privi del diritto alla dignità e all’esistenza.
Ai sociologi e agli antropologi, e a chi svolge lavoro educativo occorre chiedere di ricostruire e reinventare le condizioni per la possibilità dell’esperienza. Non escludiamo che i luoghi privilegiati della ricerca siano proprio quelli che si tenta di neutralizzare con l’idea dell’aiuto (dai zingaro, fatti aiutare a morire).
Rom e Sinti, come fate voi a resistere? Come fate voi a mantenere la vostra dignità? Ecco, forse questa potrebbe essere l’inizio di una ricerca socio-antropologica.