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autore: Autore: a cura di Nicola Rabbi

L’uomo che allevava i gatti

A cura di Nicola Rabbi

La diversità è spesso un elemento nella narrazione che serve a fare luce su determinate situazioni sociali; così la persona con disabilità serve allo scrittore per far scattare certe dinamiche che portano alla luce contraddizioni sociali o psicologiche. È quello che capita nella serie di racconti dello scrittore cinese contemporaneo Mo Yan, pubblicati nel libro L’uomo che allevava i gatti.
Mo Yan, famoso in Italia per il romanzo Sorgo rosso, scrive questi testi negli anni ’80, in piena epoca denghiana dove iniziano e s’intensificano le aperture verso un’economia non più pianificata ma di libero mercato, sempre però sotto il rigido controllo di partito.
In questi racconti, protagonisti sono quasi sempre delle persone deboli o con delle tare, a volte sono semplicemente dei bambini, creature comunque completamente indifese di fronte a una società, quella cinese, che tratta con durezza chi è debole o malato; è la tipica durezza del mondo contadino arcaico che ritroviamo in tante altre letterature, un mondo che, di fronte alle necessità della pura sopravvivenza, non si può permettere di mostrarsi benigno verso chi è debole. Ma la mancanza, la disabilità è anche occasione di meraviglia per questa società, perché è anche l’occasione per riaffacciarsi a un mondo magico, ancestrale, dove sogni, leggende, superstizioni si rifanno vive anche nella materialistica società comunista cinese che impone con fermezza la politica del figlio unico per famiglia. È
Il protagonista del racconto Il cane e l’altalena è un figlio di contadini che è riuscito però a diventare un intellettuale di città; in visita al suo remoto villaggio incontra Nuan, la bella ragazzina compagna d’infanzia che per colpa sua, giocando sull’altalena, aveva perso un occhio, condannandola così a una vita di emarginazione. Quando comunica alla sua famiglia l’intenzione di andare trovare Nuan così gli risponde lo zio:

“È evidente che studiare non è una cosa buona, non solo per i malanni che colpiscono quelli che studiano, ma anche perché li rende un po’ bislacchi. Che bisogno hai di andarla a trovare? Diventerai lo zimbello del villaggio! Una è cieca e l’altro è muto. Ognuno deve stare al proprio posto, i pesci con i pesci, i gamberi coni gamberi, non bisogna abbassarsi a frequentare certe persone”.

Una famiglia, infatti, Nuan ha potuto farsela solo sposando una persona sorda, menomata come lei.

[…] fu un uomo agile e solido dalla barba color terra e dagli occhi marroni che uscì ad accogliermi Mi esaminò con aria ostile […] Sapevo da mio zio che il marito di Nuan era muto, ma il cuore mi si fece pesante nel vedere il suo aspetto da folle. Un’orba che sposa un muto: è come pretendere di tagliare le verdure in un recipiente concavo con un coltello storto! Nessuno ha motivo di prendersela con l’altro! Ma io non potevo provare che una pena profonda.

L’incontro tra i due uomini prima teso poi sfocia, attraverso la mediazione di Nuan, in un rapporto di grossolana amicizia. Ma dietro a questa situazione, dietro a tutta questa vicenda, c’è un piano, il piano di Nuan, che si rivela alla fine del racconto, quando, all’insaputa del marito rivede il protagonista in un campo di sorgo.

“Sono dieci anni che sei partito, pensavo che non ti avrei più rivisto. Non sei ancora sposato?No! […] Tu hai visto come è fatto mio marito, ama e odia al limite estremo […] Sospetta di qualsiasi uomo mi rivolga la parola. Mi legherebbe con una corda se potesse […] Sono rimasta incinta un anno dopo il matrimonio. Il mio ventre s’ingrossava come un pallone […] Ho messo al mondo tre figli, appena più grossi dei piccoli di una gatta. […] Sono stati due anni terribili, pensavo che non mi sarei mai più ripresa. Dal momento in cui vennero al mondo vissi nell’ansia. Signore, fa’ che parlino e non siano come il padre, mi auguravo. Quando ebbero circa otto mesi il cuore mi si gelò. Erano assenti, insensibili ai suoni e piangevano senza toni. Pregai il Cielo che me ne lasciasse almeno uno col quale parlare… ma non servì a niente, erano tutti e tre muti”.

Ecco allora che Nuan, distendendo un panno giallo nel campo, esclama:

“Allora… ora dovresti capire… Temendo di farti ribrezzo mi sono messa l’occhio di vetro. Sono in un periodo fecondo… voglio un figlio che parli!…”.

Nel racconto Musica polare, invece, l’emarginato ha un ruolo del tutto diverso.

“Solo quando arrivò lì davanti, scoprirono che quell’ombra era in effetti un uomo di corporatura gracile. Portava appese borse di tipi, forme e grandezze diverse, alcune lunghe e sottili, altre piatte […] Veniva spontaneo chiedersi cosa potessero contenere. Si appoggiava a un lungo bastone di bambù e portava sulla schiena un piccolo involto con il necessario per farsi un giaciglio.
San Xie accese un fiammifero e illuminò un viso pallido ed emaciato. E due enormi occhi spenti e senza luce”
.

Così entra in scena il cieco e si presenta a quattro commercianti agiati, tipica espressione della Cina che cambia dopo i rigori maoisti e che lascia spazio all’intraprendenza economica dei singoli. In questo remoto villaggio vive Hua Moli, una donna bella, alta, dal carattere duro che sa far affari; ha uno spirito indipendente che la porta perfino a divorziare da un alto funzionario di partito. Una donna ammirata e temuta in tutta la comunità locale. Hua ospita il cieco a casa sua perché ne prova pietà ma in breve ne rimane folgorata:
“Le fattezze non comuni del cieco colpirono Hua Moli nell’istante stesso in cui accese la luce. La fronte pallida e sporgente faceva risaltare la profondità e la serenità del suo sguardo senza vita. Le orecchie, straordinariamente grandi, erano animate da un’incredibile vitalità, sensibili e vigili, reagivano al minimo rumore”.
La comunità non riesce a capire le ragioni che possono legare una donna così forte a un reietto e spettegola, fa congetture, maligna, finché alla sera il mistero verrà in parte svelato:

“A un tratto dal cortile si levò un suono che la gente di Masang non sentiva da anni. Il giovane cieco stava suonando il flauto! Le prime note erano profonde e delicate come il sospiro di una fanciulla, poi si trasformarono in un pianto che scorreva dolce e tranquillo come l’acqua del fiume o le nuvole del cielo. Il suono si fece sempre più debole, come se annegasse in un mare infinito … poi all’improvviso la melodia riprese vigore, diventando sempre più forte e scatenandosi come onde agitate che trasportavano sulla loro cresta le emozioni della gente del villaggio sull’argine del fiume. Fang Liu, lo Zoppo, teneva gli occhi chiusi e il viso rivolto al cielo; Huang Yan respirava profondamente a testa bassa; Du Shuang si copriva il viso con le mani, e gli occhi di San Xie s’ingrandirono per la meraviglia. Gli accenti sempre più desolati sembravano trafiggere le nuvole e spezzare le rocce. La musica toccò le corde più sottili e morbide del cuore umano, avvolgendo i presenti in una sensazione estatica”.

Il giovane cieco comincia a suonare all’interno del ristorante di Hua Moli diventandone un’attrattiva e fonte di un enorme guadagno. I clienti mentre mangiano e ascoltano la musica delicata del cieco riescono a uscire dalla loro vita quotidiana:

“Le note scivolavano luminose ed evocatrici, come una dolce ebbrezza di primavera, che accarezza il viso allo sbocciar dei fiori. I giovani immaginarono le dolci profondità dell’amore, i vecchi ripensarono al passato che aveva la consistenza di un sogno, e una sensazione dolce avvolse i cuori degli astanti. Dimenticarono tutto: il cielo. La terra, le preoccupazioni e le angosce”.

Hua Moli però non è mossa dal successo economico ma dall’amore che prova per il cieco che però la rifiuta per poi ripartire:

“Vuoi dire che non sono degna di te? Ti ho forse fatto del male? Mio giovane cieco… tu non puoi vedermi, ma puoi toccarmi dalla testa ai piedi, non troverai la minima cicatrice o imperfezione…”.
“Sorella, lo so che sei molto bella, l’ho sentito dire dalla gente… ma io devo partire… devo assolutamente partire… e subito…”.

1. Introduzione

È da parecchio tempo che da queste pagine parliamo di disabilità e internet; la prima volta nel 1994 con “Spazi sintetici” ci siamo occupati di come la realtà virtuale potesse cambiare e migliorare la vita delle persone disabili in termini di relazioni sociali ma anche di riabilitazione.
Poi l’anno successivo con “Telematici sentimentali” abbiamo trattato del tema dell’informazione sociale che cominciava a viaggiare sulle reti telematiche (ancora non si parlava di internet e di web in Italia, era un mondo nuovo e pieno di promesse). Nel 1998 invece, quando oramai il digitale cominciava a diffondersi un po’ dappertutto e il mondo dell’associazionismo iniziava a dotarsi di posta elettronica e di siti web, abbiamo organizzato un convegno e poi scritto un libro L’handicap in rete (Bologna, Prometeo, 1999) che raccoglieva le maggiori esperienze presenti in rete; si cercava anche di leggere il fenomeno non solo in un modo enfatico o semplicemente descrittivo, ma si ponevano precise domande sui limiti del mezzo, sul suo effettivo uso, sui problemi di accessibilità alle tecnologie (domande che venivano rivolte alle stesse persone disabili). Infine nel 2005, in un panorama tecnologico e in una cultura telematica molto diversi abbiamo scritto la monografia Disabili1.0 che raccoglieva, per la maggior parte del lavoro, una serie di articoli pubblicati sulla rivista dell’Anmic “Tempi Nuovi”. In questo caso la domanda che ci si poneva era: come internet può aiutare la persona disabile nella sua vita quotidiana? Il tutto veniva realizzato attraverso degli articoli brevi dove accanto ai commenti venivano descritte anche le operazioni pratiche, come la prenotazione di un biglietto on line, l’utilizzo dell’home banking… Era un modo per fare l’alfabetizzazione degli strumenti che il web offriva (in realtà il lavoro non si riduceva a questo ma prendeva in considerazione anche varie tematiche culturali come il diritto alla tecnologia e alla privacy).
Tutto quanto abbiamo descritto è ancora raggiungibile in rete negli indirizzi che troverete indicati nella monografia che segue. E che cosa offre questo nuovo lavoro rispetto al passato? Il principale cambiamento avvenuto in rete dal 2005 si può riassumere in una parola: partecipazione. Il web 2.0 consiste principalmente nella partecipazione delle persone al web che commentano, collaborano, scrivono, grazie a una tecnologia sempre più facile da usare. Questo significa anche una maggiore presenza di persone disabili su internet che collaborano e lavorano, in un miglioramento qualitativo di ciò che si può trovare in rete; e non stiamo parlando solo di testi ma anche di foto, audio e soprattutto video.
Metodologicamente parlando, abbiamo usato la tecnica dell’intervista a persone esperte nei campi che più ci sembravano interessanti e cioè le relazioni sociali e la partecipazione (Maistrello), i servizi socio-sanitari (Amadei), l’accessibilità al web e alle tecnologie per comunicare (Follis), l’informazione (Gubitosa e Bomprezzi), l’informazione medico-scientifica (Santoro); infine abbiamo raccolto la testimonianza di persone disabili esperte nell’uso della rete.
Alla fine di questa inchiesta rimane un’impressione, sempre la stessa – percepita anche nei precedenti lavori – di come sia importante, al di là di ogni futura tecnologia, la presenza dell’uomo, al di là di un filo o di un’onda elettromagnetica; una presenza umana che significa anche preoccuparsi dell’altro, farsi carico delle sue esigenze, che significa avere una precisa responsabilità e la percezione che quasi tutto ci riguarda.
L’intermediazione della macchina tende a renderci meno responsabili? Quando siamo a bordo della nostra automobile tendiamo a essere meno gentili e attenti verso un altro automobilista e da pedoni siamo sicuramente un’altra persona.
Forse il paragone non è appropriato o forse riusciamo ad avere ancora poca fiducia in una tecnologia che sembra permettere una sempre maggiore connessione anche senza la presenza fisica dell’altro; ma rimane una strana sensazione di vuoto e di desolazione se l’altro non c’è un po’ di più fisicamente, almeno un po’ di più.

8. “Giallo di sera” il giornale di Centri Socio-Educativi del comune di Milano

a cura di Nicola Rabbi

Intervista ad Alberto Dubini, direttore del Centro Diurno Barabino e a Federica Persico e Patrizia Allegri, educatrici e redattrici

Come nasce Giallo di Sera?
Patrizia: “Giallo di sera” nasce nell’aprile del 1985 come attività di laboratorio di un centro territoriale riabilitativo (come allora venivano chiamati questi centri), subito dopo è stato coinvolto un altro centro. Nell’86 l’esperienza redazionale è stata aperta a tutti i centri di Milano, alcuni hanno aderito e il giornale è decollato.
E’ nato come un giornalino di 56 pagine in formato A4, ciclostilato, fatto in parte all’interno del centro e in parte da uno sponsor; usciva in 5mila copie e veniva spedito in tutta Italia.
Intorno agli anni ’90 l’educatore che si era occupato di questo progetto cambia lavoro e lascia nelle nostre mani questa iniziativa.
Con il tempo sono aumentati i centri che hanno aderito alla redazione del giornalino e abbiamo cambiato anche formato passando all’A3 che ha più la forma di un giornale.

Qual è il vostro progetto editoriale oggi?
Federica: Attualmente “Giallo di sera” coinvolge nel lavoro 14 centri di cui 6 gestiti direttamente dal comune di Milano e altri 8 convenzionati con il privato sociale. Il giornale, per cui lavorano 80 ragazzi, esce 4 volte all’anno e viene stampato in 1500 copie; mediamente di queste 100 copie vengono spedite in tutta Italia.
Le attività per gestire “Giallo di sera” si possono suddividere in due parti; come redazione centrale, infatti, da un lato dobbiamo coordinare questi 14 centri e dall’altro dobbiamo lavorare anche con i ragazzi del nostro centro.
Come redazione centrale in corrispondenza dell’uscita di ogni numero organizziamo un’assemblea di redazione dove partecipano tutti i centri coinvolti, sia gli operatori che gli utenti. Ogni centro porta il proprio articolo e ogni ragazzo legge la parte che ha scritto. L’assemblea ha un valore più educativo che operativo per la costruzione del giornalino, dato che è importante per i ragazzi leggere quello che hanno scritto. In questo momento, visto il numero delle persone coinvolte, non si riesce ad organizzare più di tanto il contenuto del giornale.
Qui vengono comunque raccolti gli articoli e costruiamo il menabò. Abbiamo strutturato il giornale in diverse sezioni come la “cronaca interna”, dove sono raccolti gli articoli scritti all’interno dei centri e la “cronaca esterna” per tutti quegli interventi che riguardano realtà esterne; abbiamo anche uno spazio per le “interviste” e così via. Una volta pronto il menabò diamo tutto il materiale ad un operatore esterno pagato dal comune di Milano che lo impagina con il computer; infine lo si manda dallo stampatore.
Una volta stampato il giornalino arriva al nostro centro di via Barabino dove, coinvolgendo gli utenti anche di altri centri, viene fascicolato dai ragazzi e dagli operatori. “Giallo di sera” viene distribuito alla zona di appartenenza del nostro centro, agli utenti, in parte viene spedito e il resto viene consegnato alla Circoscrizione. Il giornale viene spedito per lo più ad altri centri diurni o a esperienze editoriali come la nostra che esistono in varie parti d’Italia. Le copie date alla Circoscrizione vengono poi distribuite nelle biblioteche, portate ai vigili urbani, alle associazioni, al servizio materno infantile e così via. A volte distribuiamo le copie direttamente ai passanti e ai negozianti.
Patrizia: Inizialmente il discorso della distribuzione è stato un discorso molto faticoso. Quando portavamo il giornale fuori dal centro ci guardavano in modo strano, la gente aveva un atteggiamento pietistico e dentro di sé pensava: “Poverini questi ragazzi cosa possiamo fare per loro, cosa possiamo offrire?”. Ma adesso non è più così, l’iniziativa è stata capita; anzi adesso se la distribuzione è in ritardo ci chiedono quando arriva il giornalino; si è infatti costruito un rapporto con la popolazione, con i negozianti principalmente e anche con gli uffici del comune: questo è un aspetto molto importante. La distribuzione è un momento molto gratificante per il ragazzo, perché le persone li fermano per strada e chiede loro qual è la pagina che hanno scritto, di cosa hanno parlato e così via.

Come viene scritto il giornale, come gli utenti vi collaborano?
Federica: E’ nell’incontro di redazione il luogo dove tutti esprimono un’idea a proposito dell’articolo da fare; programmiamo spesso delle interviste a persone esterne come i vigili del fuoco, i negozianti, i semplici passanti… Inizialmente il primo contatto con queste realtà è telefonico, li avvisiamo prima e il più delle volte veniamo ben accolti.
Un altro momento fondamentale è quello della rielaborazione; qui i ragazzi scrivono quello che hanno vissuto. E’ un momento molto delicato che dipende dalle capacità dei singoli ragazzi; noi dobbiamo mettere insieme tutte queste situazioni, rielaborarle e far si che ne esca un articolo che rappresenti bene i ragazzi, dato che si capisce benissimo se un articolo viene aggiustato da un operatore. Poi i ragazzi sono bravissimi a trovare nuove parole, ad esempio lo stesso nome del giornale deriva da un lapsus di un ragazzo che invece di dire il noto proverbio “Rosso di sera bel tempo si spera”, ha detto “Giallo di sera bel tempo si spera”.

Qual è il significato di un giornale come questo? E’ più uno strumento interno indirizzato all’utenza o ha anche una sua funzione verso l’esterno, come momento in cui i centri socio-educativi si raccontano?
Alberto: Tutto viene fatto in funzione di una migliore condizione di vita sociale degli utenti; questo è un lavoro altamente socializzante, dato che è un lavoro di gruppo in cui il disabile partecipa alla redazione, all’impaginazione, alla diffusione del giornale. Quando i ragazzi escono con gli educatori per loro è una gioia perché viene riconosciuto il loro lavoro, si sentono riconosciuti attraverso un manufatto che loro hanno fatto.
Ma attraverso questa iniziativa si fa anche conoscere il lavoro dei centri socio-educativi agli altri; questo serve alle persone per rendersi conto che anche un disabile può essere un giornalista. La prima volta che ho portato a casa mia un numero di “Giallo di sera”, i miei figli hanno detto: “Ah fanno anche un giornalino”, questa constatazione a me è servita per capire l’importanza di questo prodotto editoriale. In questo modo la gente si rende conto di ciò che un disabile può fare e comunicare.
Patrizia: Per me ha un grande valore di comunicazione esterna; la disabilità non viene vista come qualcosa di chiuso o una realtà difficile da affrontare ma viene vista quasi come una sorta di normalità. Questo giornale serve anche a far arrivare all’esterno le attività dei centri dato che questi articoli parlano di noi, di quello che facciamo. Addirittura da qualche anno nell’ultima pagina del giornale c’e’ un piccolo spazio dove il nostro direttore scrive un articolo su una serie di realtà che il comune di Milano promuove, vengono date delle notizie insomma.
Alberto: Nel giornale si è anche pensato di creare uno spazio, riservato alla direzione centrale, dove si parla di tutte quelle iniziative che il Comune fa per i centri per i disabili. In questo modo i servizi possono comunicare con le famiglie dei disabili e anche con le altre realtà territoriali.

Come il privato sociale partecipa alla costruzione del giornale?
Patrizia: La maggior parte dei centri partecipanti sono gestiti da cooperative che lavorano in convenzione con il Comune.
Alberto: Il privato sociale è contento di questo iniziativa che è sostenuta economicamente dal Comune, solo per la tipografia spendiamo 6.816 Euro all’anno, poi ci sono le altre spese di spedizione; noi al privato sociale non chiediamo nulla, è un servizio che il Comune offre al privato sociale.

Per il futuro intendete fare dei cambiamenti al progetto editoriale?
Federica: “Giallo di sera” è una iniziativa sempre in movimento; la novità di quest’anno è stata l’aggiunta di due pagine (che sono passate da 12 a 14) per permettere ad altri centri di partecipare con materiale da pubblicare. Intendiamo allargare sempre più la redazione. Vogliamo fare anche degli speciali con una tiratura limitata (e fotocopiata da noi): quest’anno ne abbiamo già fatti due, uno dedicato alle attività svolte sui computer fatte all’interno del nostro centro e uno dedicato al torneo di calcio.

Per informazioni
Centro Diurno Disabili Barabino
via Barabino 4, Milano
tel. 02/539.53.60

5. Ledha Sport: un concorso di sceneggiatura per sport sociali

a cura di Nicola Rabbi

Intervista a Mirko Locatelli, regista, direttore artistico della mediateca Ledha di Milano

In che contesto nasce il Ledhaspot festival?
Il Ledha Spot Festival è stata un’iniziativa che la Mediateca Ledha ha pensato per coinvolgere i giovani nella realizzazione di una campagna di comunicazione che sensibilizzasse sul tema dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. Lo scopo era coinvolgere i giovani per ragionare su questo tema e aprire questo confronto anche con chi era semplicemente interessato alla comunicazione e di handicap sapeva poco.
Da quando collaboro con Ledha come direttore artistico della Mediateca il mio obbiettivo è appunto quello di avvicinare le persone al mondo dell’handicap utilizzando la grande forza comunicativa delle arti visive, in questo modo attraverso film, documentari, spot, si possono veicolare una serie di temi e argomenti che altrimenti molte persone non affronterebbero mai.

Quali sono le tue esperienze come regista e perché ti sei dedicato al tema della disabilità?
Ho iniziato a occuparmi di cinema sette anni fa, quando con mia moglie, Giuditta Tarantelli, ho fondato la casa di produzione Officina Film.
Abbiamo iniziato con piccole produzioni finché, nel 2004, è arrivato il primo film, “Come prima”, un mediometraggio di 60 minuti che racconta il ritorno a casa di un adolescente che in seguito a un incidente in motorino diventa tetraplegico.
L’anno dopo abbiamo prodotto “Crisalidi”, un documentario che mette a confronto un gruppo di giovani, disabili e non, su temi inerenti l’adolescenza, la visione di sé e degli altri, l’importanza del corpo.
Sono partito da questi film perché, essendo anch’io tetraplegico, l’argomento che stavo trattando lo conoscevo bene. Penso che sia una prerogativa del mio lavoro conoscere ciò di cui si decide di parlare, altrimenti si rischia di rimanere in superficie.

Che cos’e’ il Ledha spot festival e come e’ strutturato?
E’ un concorso la cui formula è semplice: i partecipanti dovevano avere meno di 30 anni e inventare la sceneggiatura di 3 spot che sensibilizzassero sul tema dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, tutto qui. La giuria ha poi scelto la campagna migliore e abbiamo realizzato i tre spot del vincitore.

Come e’ andata la prima edizione?
Alla prima edizione sono arrivati una cinquantina di progetti. Abbiamo premiato Simone Mignoni, uno studente universitario di 22 anni, che ha scritto tre spot molto simpatici capaci di comunicare efficacemente un messaggio inclusivo sull’inserimento lavorativo delle persone con disabilità.
Non svelerò altro poiché gli spot sono visibili sul sito www.youtube.com/mediatecaledha

Come mai l’uso del linguaggio pubblicitario e in particolare dello spot video per parlare di disabilità?
L’obiettivo della Mediateca Ledha è quello di diffondere una serie di iniziative legate alla comunicazione volte a promuovere l’inclusione sociale delle persone con disabilità; lo spot pubblicitario ci sembrava uno dei mezzi più efficaci e diretti per il target al quale era rivolta l’iniziativa.

Che progetti avete per il futuro?
Per il 2009 stiamo pensando ad un’iniziativa che coinvolga i giovani nelle scuole e non solo per festeggiare i 30 anni della Ledha, ci occuperemo di diritti utilizzando il linguaggio del cinema e della letteratura.

In base alla tua conoscenza come la pubblicità ha trattato il tema della disabilità fino ad oggi?
La pubblicità agisce solitamente su tre fronti: esistono gli spot che fanno leva sul sentimento della pietà, che solitamente servono a chiedere donazioni, pensiamo ai primi piani sui bambini africani o alle mani che si stringono con una voce rassicurante che ci parla sulle immagini al rallenty; poi ci sono quelli con contenuto provocatorio che hanno l’obiettivo di far parlare di sé, e spesso suscitano polemiche, ma questo capita poco in Italia, a parte l’ultima provocazione di Oliviero Toscani che comunque non era proprio una campagna per il sociale; poi ci sono quelli che sdrammatizzano e ti lanciano un messaggio facendoti sorridere, a mio parere i migliori, anche se non sempre adatti per raggiungere determinati obiettivi.

Per informazioni
Tel. 02/657.04.25
www.officinafilm.com

Un vuoto da riempire

Molto spesso non si dà importanza alla struttura e al contesto in cui il volontario opera e si concentrano gli sforzi formativi sui rapporti personali con l’utenza. Ma esistono anche altri livelli, come la conoscenza del gruppo in cui si opera e la conoscenza del contesto in generale (rapporti con gli altri gruppi, con il servizio pubblico…). Intervista a Francesca Busnelli della FIVOL

Quando si parla di formazione del volontario si tende a sottovalutare, da parte di chi fa formazione, alcuni aspetti che riguardano il contesto in cui il volontario opera.
Poniamo a Francesca Busnelli, della Fondazione Italiana per il Volontariato (FIVOL), alcune domande sul rapporto e la percezione che il volontario ha del gruppo di appartenenza.
D. Come viene affrontata la questione relativa al rapporto operatore-volontario?
R. Dalle consulenze, dai rapporti con gruppi e associazioni che la FIVOL ha maturato in questi anni emerge, di fatto, una mancanza di attenzione nei riguardi della struttura ed in generale del contesto in cui viene operata l’azione volontaria. L’attenzione del singolo e di rimando del gruppo sembra ancora molto legata al rapporto interpersonale con le persone di cui ci si occupa, all’aiuto diretto che ad esse si rivolge.
Ciò che riguarda, di contro, la personale percezione della struttura in cui si opera, quindi come si qualificano e come sono vissuti i rapporti tra volontari del servizio e tra questi e gli operatori… la definizione dei ruoli, la distribuzione del potere… in altre parole la percezione del clima organizzativo, viene abitualmente espressa attraverso ‘osservazioni’, ‘sfoghi verbali’ critici, senza essere assunto come un reale oggetto di discussione e di analisi sia a livello personale e di gruppo. Quanto detto è stato anche confermato dai risultati ottenuti da una ricerca condotta grazie ad una borsa di studio della Fondazione, da S.Giuliani su La sindrome del burn out negli operatori e nei volontari (1993).
Fatta richiesta agli operatori e ai volontari (si trattava in questa ricerca di volontari operanti in strutture sanitarie) di valutare la qualità della struttura in cui operano con l’intento di rilevare il livello di ‘credibilità’ percepita, è risultato che per entrambi la percezione globale dell’ambiente di lavoro/servizio è sufficientemente positiva, anche se per i volontari la dimensione dell’amicizia’ e in particolare della ‘fiducia’ risultano disattese o poco soddisfatte.
In generale la dichiarata percezione positiva non sembra, di fatto, garantire agli operatori la sicurezza necessaria per un atteggiamento di maggiore apertura. Lo scambio di sensazioni, la comunicazione tra gli operatori, sono carenti e anche operatori e volontari conversano maggiormente tra i membri del proprio gruppo e meno a livello infra-gruppo.
Ciò accade soprattutto rispetto alla condivisione del rapporto vissuto di disagio, dei momenti di crisi.
Interessante è notare che i volontari si confrontano tra di loro anche meno di quanto non facciano gli operatori.
Dall’indagine sul ‘potere’ emerge che la ‘struttura di potere’ non viene vissuta come esercitante un rigido controllo sul personale, elemento questo che ostacola il raggiungimento del ‘successo psicologico’ individuale. La ricerca dice inoltre che, a livello di ‘potere contrattuale’, i volontari si sentono in uno stato di debolezza, condizione che sembra da una parte essere compensata, in parte, dal sentirsi abbastanza autonomi nella gestione del proprio servizio e dall’altra confermata dal percepire il proprio ruolo non sufficientemente definito, soprattutto nella sfera dei diritti; ciò risulta condizionare tanto il vissuto personale quanto i rapporti interpersonali.
Tra gli altri fattori la ricerca evidenzia come entrambe le figure rispetto ai problemi, alle difficoltà che incontrano, sia a livello personale, emotivo-psicologico, sia a livello organizzativo-gestionale, assumono un atteggiamento di chiusura mostrandosi disposti ad elaborare una revisione personale ed un costruttivo confronto neanche con il gruppo di appartenenza.
D. Che tipo di strumenti dare al volontariato affinché abbia una conoscenza del contesto in cui opera: gli altri gruppi di volontariato, l’amministrazione pubblica…
R. Mi sembra di poter dire con una certa tranquillità che per ora non sono molte le situazioni e le realtà nelle quali si dia particolare importanza al vissuto del volontario all’interno della struttura di lavoro, ma non è solo questo il punto.
E’ macroscopica in alcune situazioni la mancanza di attenzione all’ingresso, all’accoglienza del nuovo volontario in un gruppo, sia rispetto alla conoscenza di attività, finalità, persone, sia tanto più relativamente alla conoscenza di ‘regole’ esplicite o meno.
Il volontario che entra in una associazione, deve in fondo gestirsi da solo con le proprie capacità, intuizioni, disponibilità, deve cercare di farsi benvolere, o se questo non gli ‘interessa’, deciderà di fare il proprio servizio come ritiene meglio e spesso inevitabilmente in modo autonomo, non collegato alle modalità o finalità proprie del suo gruppo.
Tanto più tale disattenzione si ripropone nel momento in cui si lavora in una struttura esterna (ospedale, scuola, ecc.) tanto più si rischia di fare il proprio lavoro non mettendo neanche in discussione il fatto che possa essere utile usare del tempo per conoscere questa struttura per individuarne gli aspetti critici ed i punti di forza, le relazioni di potere e le modalità organizzative.
In altre situazioni, le più ‘fortunate’ potremmo dire, o meglio le più attente alle persone e non solo a quelle a cui si rivolge il servizio, hanno invece individuato modalità e strategie, piccoli accorgimenti, per accompagnare i nuovi volontari in un lavoro ed in ambienti nei quali, tra l’altro, spesso il "non detto" è più importante di ciò che è evidente.
Sono nate perciò delle figure quasi di ‘tutor’ dei nuovi volontari proprio con il compito di seguirli, di facilitare il lavoro; viene dedicato del tempo alla formazione iniziale, alla condivisione con il gruppo di motivazioni personali ma anche alla esplicitazione delle finalità del gruppo stesso.
Accanto a ciò in particolare pensando a chi di fatto opera anche in strutture esterne e non solo in quanto associazione per proprio conto, si inizia ad essere testimoni in certi ambiti della proposta di analizzare, come volontari, la struttura.
Ciò che viene proposto è sia l’analisi del sistema organizzativo che del proprio vissuto, del proprio ruolo e dei rapporti esistenti. Dalla condivisione dell’esistente viene stimolato un approccio operativo, capace, attraverso la progettazione, di individuare interventi, percorsi alternativi.
Sarebbe fondamentale per i gruppi dare attenzione al singolo, al singolo in un contesto, al gruppo in un contesto; sono passaggi diversi, che presuppongono momenti di lavoro, di discussione e riflessione diversi.
C’è certamente una realtà di gruppo, quella che si vuole dare all’esterno, la ‘mission’ che il gruppo si è dato, ma che rischia di essere disattesa se non si dedica tempo per condividerla e verificare se realmente tutti i volontari ci si ritrovano.
Naturalmente ciò vuol dire anche che il gruppo deve essere capace di interrogarsi e farsi interrogare da ciò che può venire dall’esterno, dalle sollecitazioni che vengono dalle possibilità di rivedere le proprie convinzioni o di rafforzarle.
D. Quali strumenti perciò dare ai volontari?
R. Certamente attraverso una formazione permanente, non solo occasioni sporadiche, si possono tenere presenti tutti gli elementi che di volta in volta il volontario si trova ad affrontare.
Una formazione nella quale ci si "attrezzi" di strumenti per la conoscenza del territorio, per la comprensione delle dinamiche organizzative e di contesto, per la creazione di reti informative per i rapporti con gli altri; una formazione che punti alla conoscenza e discussione sui propri ruoli all’interno delle diverse realtà, del proprio ruolo rispetto all’ente pubblico, alle famiglie; ma anche una formazione legata alla propria crescita personale, allo sviluppo di motivazioni non legate ad un momento ma frutto di riflessione e messa in discussione insieme agli altri.

Le BBS: non solo Internet

Storia e ruolo delle BBS nell’informazione in rete dedicata all’handicap
attraverso le interviste a due persone che si sono impegnate in
questo settore, Giorgio Banaud, responsabile
della Bbs Icare e moderatore della conferenza su solidarietà e handicap
"Human.Ita" presente sulla rete Fidonet (una sorta di
mailing list quindi invisibile da internet) e Marco
del Dottore, responsabile della Bbs Area, specializzata, oltre
alla naturale area messaggi, nella raccolta di software per disabili.

Ti ricordi cos’erano le BBS?

La diffusione, per ora relativa, che la telematica ha avuto nei paesi avanzati tecnologicamente e dotati di risorse, è dovuto principalmente a delle tecnologie che, ad un prezzo abbordabile, permettono un uso immediato e facile del mezzo. Ma la telematica non è solo internet, il grande conglomerato di reti che adottando un linguaggio comune possono connettersi e scambiarsi dati. Telematica significa anche Bbs (Boulletin Board System), rete Fidonet, sysop, point e una serie innumerevole di termini che si riferiscono ad una fase della telematica, risalente agli inizi degli anni ’80, in cui le difficoltà tecniche da superare da parte dell’utente erano impegnative. Chi voleva servirsene doveva dotarsi di una certa competenza tecnica ed avere la pazienza di trascorrere un periodo di apprendistato dove il neofita veniva istruito dagli operatori più esperti. Questa situazione permetteva una certa selezione nell’utenza che necessariamente si sentiva anche un élite che per prima si serviva di un mezzo nuovo e potente come quello telematico. Le reti telematiche amatoriali (vengono chiamate anche in questo modo) sono contrassegnate da un un’interattività che spesso internet, riducendosi per molti ad un serie di "vetrine" in cui vedere delle cose interessanti, non assicura. I rapporti tra gli utenti e gli scambi di informazioni e software sono molto ricchi e, altro elemento positivo, il discorso pubblicitario e commerciale è pressoché assente. Il fatto è che le nuove tecnologie introdotte con l’era di internet sono destinate, a detta dei più, a far eclissare le reti telematiche amatoriali, soprattutto grazie all’immediatezza e la facilità d’uso e alle possibilità offerte dalla multimedialità (testo, immagini e suono) che le Bbs non possono assicurare. È anche vero che questo sviluppo è determinato da precise scelte industriali, da multinazionali che dettano legge e standard. Come è anche vero che i paesi poveri ben difficilmente riusciranno a dotarsi in tempi utili delle tecnologie necessarie. Non vogliamo però discutere e criticare in questa sede le linee di sviluppo della telematica, come nemmeno vogliamo fare una rassegna di ciò che, anche tecnologicamente, le reti telematiche amatoriali possono fare in meglio rispetto ad internet; vogliamo solo occuparci di quanto le Bbs hanno fatto e fanno sul tema dell’handicap e del disagio. Prima di internet alcune Bbs si sono occupate con competenza del tema della disabilità e per non dimenticare questo pezzo di storia abbiamo deciso di ricordarla attraverso delle interviste a due persone che si sono impegnate in questo settore, Giorgio Banaudi, responsabile della Bbs Icare e moderatore della conferenza su solidarietà e handicap "Human.Ita" presente sulla rete Fidonet (una sorta di mailing listquindi invisibile da internet) e Marco del Dottore, responsabile della Bbs Area, specializzata, oltre alla naturale area messaggi, nella raccolta di software per disabili.

La conferenza Human.Ita

Intervista a Giorgio Banaudi

D. Non esiste solo internet, anche alcune Bbs hanno dedicato parte o tutta la loro attivita’ al tema dell’handicap; ne parliamo con Giorgio Banaudi responsabile della Bbs I Care.

R. Il mondo della telematica ha bruciato così velocemente le sue tappe che i figli non riconoscono più nemmeno i vestiti che i loro genitori portavano da ragazzi; prima che modem e internet diventassero termini da bar sport o salotto esisteva già un ricco sottobosco di persone appassionate che stavano mettendo le basi per l’evoluzione che oggi abbiamo sotto gli occhi. In Italia il fenomeno dei Bbs inizia a farsi consistente intorno al 1985. Nascono i primi sistemi telematici amatoriali singoli e comincia a crescere anche la rete Fidonet, un’associazione di Bbs che si scambiano automaticamente la posta, di notte, permettendo così scambi di messaggi personali e di conferenze tematiche sugli argomenti più svariati, con un occhio alla tecnologia nascente e l’altro… alla bolletta. Tra le molte conferenze spicca fin dagli albori quella dedicata ai temi dell’handicap, dello svantaggio, della solidarietà. Su Fidonet prende il nome di Humanitas. Per una serie di coincidenze in quell’epoca mi trovavo a Genova e frequentavo da buon curioso l’Istituto per le Tecnologie Didattiche; dalla curiosità sono poi passato alla collaborazione e siccome i 2 principali filoni di attività di questo Istituto gravitavano proprio intorno alla didattica e all’handicap, era inevitabile che, una volta iniziata la frequentazione telematica, nascesse anche l’idea di realizzare qualcosa di specificamente dedicato a questi temi.  

D. In che periodo hanno cominciato a diffondersi le Bbs in Italia e quali sono state quelle che si sono dedicate al tema dell’handicap e dell’emarginazione?

R. Il mondo telematico italiano ha cominciato ad uscire dall’ombra intorno al 1990; esistevano già numerose realtà, ma in quel momento ancora poco diffuse e conosciute solo da una ristretta cerchia di patiti ‘smanettoni’. Quando all’ Itd si è pensato di sperimentare uno "sportello telematico"; ci si chiedeva se tale strumento poteva essere una risposta realistica a determinate attese. La convinzione che alcuni cambiamenti bisogna non solo immaginarli ma favorirli ci ha spinti ad iniziare, nonostante si sapesse già in partenza che non avremmo dovuto sgomitare tra folle oceaniche di utenti! Quando abbiamo iniziato, nel 1991, la frequentazione del nostro Bbs era piuttosto ridotta; inizialmente le chiamate erano solo del bacino circostante (Genova, Liguria, persone che conoscevano l’Itd); con la decisione di agganciarci alla rete Fidonet è stato possibile allargare la cerchia dei contatti. I filoni conduttori erano essenzialmente due: didattica e handicap. Per quanto riguarda l’handicap potevamo contare sulla ricca dotazione di conoscenze, di informazioni e di software che faceva riferimento allo staff dell’ Itd. La disponibilità di persone, di tempo e di risorse garantiva una qualità invidiabile; comunque i contatti erano decisamente pochi. Avevo stabilito rapporti con diverse persone interessate, con esperti e con portatori di handicap di vario tipo (visivo, uditivo e motorio, essenzialmente). Per divulgare informazioni mi ero abbonato ad un paio di liste (soprattutto Handicap Digest) che circolavano su internet (quando ancora internet era fuori dalla portata dei comuni mortali!) e settimanalmente esportavo quelle che potevano essere informazioni e comunicati di un certo interesse. Si offriva la possibilità di ricercare nella banca dati di software per l’handicap. La banca dati era consultabile all’epoca tramite Videotel e tramite la rete Earn!; l’utente ci chiedeva se esisteva un software di un certo tipo e noi svolgevamo la ricerca in differita. Curavo anche i contatti con le altre realtà telematiche di cui venivo a conoscenza; così ho conosciuto l’Area di Torino, il Bbs Bes di Bologna, che svolgeva una funzione di supporto per l’Asphi (che aveva un rapporto di sviluppo software con l’ Itd), quindi, sempre a Bologna l’Infoline, dell’Istituto Cavazza per i ciechi. Altre realtà significative erano rappresentate dalla grande Bbs Agorà, con un’area Handicap curata da John Fischetti e Raffaello Belli che abitualmente consultavo (per alcuni mesi abbiamo tentato un riversamento reciproco di messaggi interessanti, Agorà <->Fidonet e viceversa) e l’area Handicap di Mc-Link, altro fondamentale Bbs storico per lo sviluppo della telematica italiana, sul quale era ed è presente un’area dedicata all’handicap.  

D. Cosa esiste oggi in Italia?

R. Per forza di cose la frequentazione telematica si è concentrata e ridotta; attualmente sono ancora attivi l’Area di Torino e io proseguo nella gestione di I Care (anche se i miei tempi risultano sempre insufficienti per poter seguire e migliorare i materiali disponibili).  

D. Mi racconti la storia della tua Bbs? Quando e’ nata e come si e’ sviluppata?

R. Come detto in precedenza la mia attività è nata con il Btd, nel 1991. Si trattava di una sperimentazione a tempo determinato. Nel 1994 si concluse questa fase con una riflessione sull’evoluzione del sistema, una ricerca statistica sulle chiamate, sul pubblico contattato, sui riscontri effettuati. Ne è venuto fuori un rapporto interno dell’ Itd che ha messo in luce come la presenza di tale sistema, la sua diffusione, tramite contatti telematici, convegni e articoli, sia servita anche come esempio e stimolo per altre iniziative, per far crescere la domanda, per suscitare l’uso di risorse telematiche da parte di persone che in questi strumenti potevano trovare risposte decisamente più soddisfacenti dei mezzi tradizionali.  

D. Oggi come lavora e come e’ strutturata?

R. Da un paio di anni mi sono fisicamente trasferito a nord di Milano ma ho proseguito nell’impegnativo hobby del sysop, anche se per motivi di lavoro (sono attualmente preside di una scuola media libera) ho dovuto relegare questa cura ai ritagli di tempo. La prima cosa che ho potuto notare, cambiando contesto, è stata inevitabilmente un calo di chiamate; la densità telematica e le molteplici offerte sono necessariamente un limite con il quale fare i conti; se poi i materiali che si offrono sono particolarmente selezionati, l’utenza interessata risulta piuttosto ridotta. Non ho modificato in modo particolare la struttura; il software di gestione della Bbs è sempre il ‘vecchio’ Maximus (ora alla versione 3, che ha come unico plus la possibilità di strutturare i materiali, file e messaggi, in modo gerarchico, insomma, come le directory di un hard-disk).  

D. Che tipo di pubblico si rivolge alla Bbs e cosa chiede?

R. I due fronti supportati da I Care sono quello didattico e quello relativo all’handicap. Per ciò che si riferisce all’handicap ora avverto un certo calo di partecipazione (ma da parte mia, essenzialmente per motivi di tempo) e quindi l’attenzione consiste essenzialmente nel veicolare l’area Fidonet Humanitas.  

D. Si nota un progressivo cambiamento che vede la chiusura delle Bbs e un loro spostamento su internet: vedi questo processo come inevitabile?

R. La marcia di internet sembra inarrestabile, per molti aspetti può essere vista anche come un livellamento e un denominatore comune per quanto riguarda "la" telematica; ma a conti fatti (conti anche economici) si tratta pur sempre di instaurare un rapporto economico con un provider, legarsi ad un certo contesto operativo (anche software) che non sempre è accessibile a chiunque. La telematica amatoriale è forse destinata a scomparire o vivere di interventi di appassionati interessati più al mezzo che ai contenuti, ma conserva la sua natura di entry-level e di sistema che non richiede contratti formali. Può sicuramente significare qualcosa di molto interessante per giovani che si misurano con la tecnologia e per chi non vuole o può indirizzarsi verso internet. Credo che oggi la telematica orizzontale sia rappresentata in ampia misura da chi ha un accesso internet. Per scelte tecnologiche e commerciali risulta l’approccio meno complesso. L’indiscusso vantaggio di aver fornito un’interfaccia grafica di sicuro impatto (i navigatori web) e una modalità di collegamento standard e meno eterogenea (pensiamo alla connessione tramite Windows 95 che, se tutto funziona, richiede solo un paio di clic del mouse!) è sicuramente un elemento importante. Ma mettiamoci anche nei panni di chi trova ostico un simile approccio. Il mondo Web è ad esempio poco attento a chi deve interfacciarsi con sintetizzatori vocali, anche se le specifiche prevedono accessi facilitati; comunque i contenuti non sono certo pensati anche nell’ottica di un utilizzo da parte di non-vedenti. Nei casi di disabilità motoria le cose sono meno problematiche, anche se la tendenza ad utilizzare macchine sempre più potenti e sofisticate incide in maniera più pesante su chi fatica ad appropriarsi delle abitudini necessarie per un uso autonomo (nel giro di pochi anni sono decisamente cambiati i modi di effettuare le stesse operazioni, e ciò richiede una flessibilità che un disabile potrebbe dedicare a cose più vitali). Penso che la migrazione verso internet debba tenere conto anche delle modifiche che la rete poco alla volta prenderà. Oggi la sua fisionomia è ancora apparentemente anarchica e adolescenziale, tutto sembra facile o consentito; ma non tarderanno a consolidarsi regole e modalità di accesso più controllate, standard e garantiste; non sono solo i Bbs che tenderanno verso internet, ma numerosi altri ambiti del nostro vivere quotidiano oggi: lo vediamo già dai giornali, dai fornitori di informazione, dai negozi che stanno già migrando in tale senso. Per alcuni versi è un trasferimento di sede abitativa che coinvolge molti, se non ancora tutti, e per chi vive nella disabilità questo può significare persino un notevole passo avanti verso una maggior integrazione, quasi una trasparenza del proprio stato. Ma non è ancora il caso di credere ingenuamente che sarà quello il mondo nel quale passeremo la maggior parte della nostra giornata. La vita reale ha bisogno anche di strumenti telematici, ma non può certo ridursi a questo tecnologico e limitato ambito della vita.

Area Bbs  

Intervista a Marco del Dottore

D. Le Bbs hanno cominciato a diffondersi in Italia negli anni ’80; si sono subito indirizzate verso un telematica sociale o hanno avuto un percorso piu’ articolato?

R. Posso parlare del periodo in cui ho cominciato ad interessarmi di telecomunicazioni amatoriali, principalmente per l’interesse mio e di alcuni miei amici verso l’astronomia. La realtà delle Bbs verso inizio/metà degli anni 80 era chiaramente differente da quella di oggi. Nelle grandi città come la nostra (Torino) iniziavano a funzionare molti sistemi dedicati a determinati temi, come la programmazione su sistemi oramai "mitici" tipo lo ZX Spectrum o il Commodore 64, ed in generale il tipo di utenza era comunque caratterizzato da interessi tecnici piuttosto specifici. Noi ad esempio ci siamo avvicinati ai primi sistemi collegati alla rete Fidonet, di cui parleremo un po’ più avanti, proprio per seguire le prime aree di discussione legate al tema dell’astronomia. Non credo, secondo quello che posso ricordare, che fosse possibile immaginare una rapida estensione ad argomenti sociali della telematica per quel periodo, proprio per le attitudini troppo tecniche della maggior parte degli interessati.  

D. Come si e’ evoluto lo scenario con il passare del tempo?

R. Il panorama è iniziato a cambiare in modo molto veloce mano a mano che la diffusione dei personal computer e dei modem (apparecchi essenziali per potersi collegare tramite linea telefonica) ha coinvolto sempre più persone grazie all’abbattimento dei loro costi e all’incredibile miglioramento delle prestazioni in termini di velocità di collegamento. In questa seconda fase, che grossolanamente possiamo identificare con la fine degli anni 80, la realtà delle reti amatoriali è andata sempre più affermandosi e gli argomenti trattati sono di conseguenza aumentati, affiancandosi a quelli esclusivamente "tecnici". Quando è cominciato ad essere attivo il primo sistema in Area, a carattere sperimentale, erano già state attivate da tempo banche dati dedicate al problema dell’handicap. A Genova, ad esempio, era possibile accedere alla Bbs "Btd, Bollettino delle Tecnologie Didattiche" – che ora si chiama "I Care Bbs" – di Giorgio Banaudi, il moderatore della conferenza della rete Fidonet Human.Ita dedicata ai temi della solidarietà e del disagio e una fra le persone più attive in questo campo. Fra gli altri sistemi più interessanti posso ricordare in quel periodo la Bbs Tel&Ware di Cento (Ferrara) e il sistema bolognese Infoline che collaborava con l’UIC dell’Istituto Cavazza. Nel frattempo si diffondeva in tutta Italia la rete amatoriale PeaceLink che, pur non trattando esclusivamente il problema dell’handicap, è ancora oggi la testimonianza più significativa per quello che riguarda l’interesse verso i temi della solidarietà e del volontariato. Oggi in Italia, non mi sembra ci sia stata una grande variazione nel numero dei sistemi dedicati a questi argomenti mentre invece sono cambiati molti modi di concepire i servizi e le possibilità di collegamento offerti agli utenti. Ad esempio alcuni sistemi hanno reso possibile lo scambio di informazioni con "mailing list" (gruppi di discussione) di più grande portata residenti sulla rete internet, coinvolgendo così un numero molto più ampio di partecipanti. Alcune Bbs (come ZnortLink a Torino) hanno inoltre portato avanti esperimenti come l’uso del software FirstClass, riguardanti l’utilizzo della Bbs tramite una interazione di tipo grafico – non più solo testuale – per rendere più intuitivo e semplice l’accesso da parte degli utenti.  

D. Come e’ nata Area Bbs e come si e’ evoluta?

R. L’idea iniziale ha avuto origine dalle richieste delle persone che abitualmente si rivolgevano al Centro di documentazione dell’Area. Proseguendo con il lavoro di analisi e catalogazione del software orientato alla disabilità abbiamo infatti considerato l’opportunità di formare una vera e propria biblioteca di applicazioni per i computer più diffusi. Si è così iniziato ad acquisire i prodotti distribuiti attraverso i canali commerciali tradizionali per installarli sui personal del Centro e avere così la possibilità di esaminare le soluzioni migliori per ogni singolo caso. Va però detto che, a differenza dei software di più grande diffusione, i programmi specifici per l’handicap hanno in genere una "tiratura" piuttosto limitata e questo spesso rende quasi impossibile affrontare i costi relativi alla loro distribuzione. Per questo motivo molti autori scelgono di mettere in circolazione i loro prodotti secondo la regola dello "shareware": la versione messa a disposizione del pubblico, che è invitato a farne copie aggiuntive e distribuirle direttamente a propri amici e colleghi, è a disposizione per un periodo di valutazione. Terminato questo periodo si può decidere se continuare ad utilizzare il programma e inviare direttamente all’autore la cifra che lui stesso richiede nella documentazione del programma (in genere poche decine di dollari o di migliaia di lire). A volte è anche possibile, come avviene per alcuni programmi che abbiamo realizzato in Area, che gli autori decidano semplicemente di… regalare il proprio lavoro. In questo caso si parla comunemente di prodotti "freeware", senza nessun costo a carico di chi vuole utilizzarli. In questo processo di distribuzione un sistema telematico come la Bbs è subito risultata una soluzione ottima in quanto ci ha permesso di mettere a disposizione di tutti la nostra raccolta di software shareware e freeware abbattendo i limiti imposti dalla disponibilità del personale del Centro, in quanto la Bbs è attiva 24 ore su 24. Si è poi eliminato il problema di dover raggiungere fisicamente la nostra sede per avere una copia del programma o della documentazione, difficoltà particolarmente sentita nel caso di portatori di handicap.  

D. Come sono cambiati nel tempo il tipo di servizio e le funzionalita’ del sistema?

R. La prima versione della Bbs era basata su un software americano e realizzava quasi esclusivamente le funzioni di "download service", ovvero di distributore di programmi e file di documentazione. Dopo un periodo sperimentale si è deciso di istituire delle "conferenze", ovvero delle aree messaggi dedicate a particolari temi per permettere lo scambio di esperienze e di punti di vista fra persone con interessi e necessità comuni.  

D. E oggi come lavora e come e’ strutturata Area Bbs?

R. Un grande cambiamento, sia dal punto di vista della struttura del sistema che della qualità del servizio, si è verificato al momento in cui abbiamo deciso di integrare il nostro sistema all’interno di un network di Bbs. Il problema delle conferenze definite localmente sul nostro sistema è rappresentato dal numero relativamente ristretto di partecipanti. Per motivi legati essenzialmente al costo delle chiamate telefoniche moltissimi utenti preferiscono infatti chiamare esclusivamente i sistemi localizzati all’interno della loro rete telefonica urbana. I network di Bbs sono organizzazioni gerarchiche di sistemi, analoghi a quello Area e sempre di tipo amatoriale, che fanno circolare al loro interno una serie di conferenze dedicate ai temi più diversi. Mediante un sistema di collegamenti automatici ad orari predefiniti, in genere durante la notte, viene realizzato uno scambio reciproco dei nuovi messaggi inseriti su ogni singolo sistema. Dopo un breve periodo ogni singola Bbs "nodo" della rete riceve così i contributi che provengono da zone anche molto distanti limitando al minimo i costi. In questa maniera si realizza quindi uno scenario in cui ogni utente sceglie il sistema a lui più comodo (e più vicino) e può comunque prendere parte a discussioni che coinvolgono partecipanti da tutta Italia e oltre. Per quello che riguarda l’installazione vera e propria del sistema abbiamo cercato, nel tempo, di rendere sempre più… robusta la macchina dedicata alla Bbs, in modo da garantire il più possibile una continuità del servizio. Attualmente siamo arrivati alla configurazione formata da un personal basato su Pentium con uno spazio su disco di 2 Gigabyte. Da pochi mesi ho inoltre installato un protocollo e una scheda di rete locale: in questo modo si può accedere agli archivi della Bbs anche dagli altri personal del Centro Area durante gli incontri di consulenza senza interrompere o rallentare i collegamenti dall’esterno alla banca dati.  

D. Quali sono le reti di Bbs a cui siete collegati?

R. Di network amatoriali ne esistono oramai molti ed ognuno di essi ha delle particolari finalità o interessi specifici. Considerando il tipo di problemi di cui si occupa l’Area si è deciso di entrare a fare parte del network Peacelink, che secondo noi rappresenta la realtà più importante per quello che riguarda oggi gli argomenti della solidarietà e della non-violenza, e Fidonet che è stata storicamente la…"mamma" di tutte le reti di Bbs amatoriali attualmente attive e che conta probabilmente il maggior numero di sistemi collegati.  

D. Che tipo di pubblico si rivolge alla Bbs e cosa chiede?

R. Essendo un sistema aperto a tutti e senza particolari vincoli legati ai limiti di prelievo di file la nostra "utenza" è formata da persone che appartengono alle categorie più varie. Ovviamente tanti "approdano" alla Bbs solo per curiosità, magari dopo aver letto il numero di telefono su una rivista di computer o dalle nodelist (la lista dei sistemi) di Fidonet e Peacelink. I frequentatori più assidui sono invece persone che hanno un interesse più specialistico verso i problemi inerenti all’handicap, come ad esempio i tecnici della rieducazione (logopedisti, fisioterapisti) gli insegnanti e le famiglie o i conoscenti di portatori di handicap. Le loro richieste in genere vertono su informazioni relative al software disponibile per risolvere o aiutare a rendere meno onerose determinate situazioni legate a deficit motori o sensoriali. Riscuote un grande interesse anche il software dedicato all’aiuto all’apprendimento ed in genere quello che riguarda l’ausilio in campo scolastico. Per quello che riguarda invece il lato più tecnico della mia attività di "Syso"’ (in gergo… "il responsabile tecnico della Bbs") devo considerare che è molto importante a volte poter dare consigli agli utenti meno esperti, in modo da poterli aiutare ad utilizzare il meglio possibile il nostro sistema e superare le naturali difficoltà che possono nascere durante la configurazione di modem e programmi di comunicazione.  

D. E invece… che cosa chiede la Bbs a chi la utilizza ? Ovvero, cosa costa usufruire di un servizio del genere?

R. La Bbs… non chiede niente, nel senso che i costi sono sostenuti dall’Area anche tramite la collaborazione del lavoro volontario come quello mio e dei miei colleghi del Centro. L’unica spesa a cui va incontro l’utilizzatore è rappresentata dal costo della comunicazione telefonica, che a tutti gli effetti è una normale telefonata…"audio". È lasciata alla sensibilità e alle possibilità di ognuno la decisione su come eventualmente partecipare alla "vita" del sistema. Da questo punto di vista è molto significativo constatare come molti, spontaneamente, si occupino di inviarci programmi shareware o documentazione provenienti dalle fonti piu diverse (CdRom, ricerche su internet, scambi con colleghi o specialisti) contribuendo così ad aumentare l’informazione disponibile a tutti gli altri utilizzatori. È forse questo uno degli elementi più importanti per provare a definire il vero "successo" di un servizio di questo tipo: da semplici utilizzatori di un sistema si passa alla partecipazione attiva quando effettivamente si pensa di contribuire a qualche cosa di utile e alla portata di altre persone che possono così trarne un vantaggio diretto.  

D. Quali sono gli aspetti piu’ significativi di questo tipo di comunicazione per quello che riguarda i portatori di handicap?

R. Il fatto di aver messo a disposizione delle "aree di discussione" sul nostro sistema, oltre al semplice servizio di distribuzione di file, mi ha permesso di osservare dei particolari interessanti che riguardano il modo di comunicare per via elettronica. Uno fra gli aspetti che viene discusso con più frequenza, specialmente quando la stampa non specializzata si occupa di internet e della telematica in genere, riguarda la possibilità di rimanere comunque anonimi o non riconoscibili da parte dei propri interlocutori. Ho notato che questo fattore, normalmente poco desiderabile quando utilizzato per scopi non utili, favorisce invece una partecipazione più serena da parte di persone affette da disabilità più o meno gravi, in quanto permette di non lasciare filtrare nessun indizio sulla propria condizione verso l’esterno. Inoltre l’utilizzo di periferiche specifiche, come tastiere o dispositivi di input speciali e i lettori di schermo, permette di superare i problemi dovuti a deficit motori o sensoriali che normalmente impediscono o rendono difficile la comunicazione interpersonale.  

D. Qual e’ secondo te la differenza tra una Bbs dedicata all’handicap e un sito internet dello stesso tipo?

R. Il fattore tecnico è fondamentale per poter distinguere i due tipi di sistemi. Basta pensare che la nostra Bbs è stata inizialmente installata su un… povero 386 con poca memoria a disposizione. Un sistema collegato in rete con il protocollo Tcp/Ip può offrire la possibilità a molti utenti di accedere contemporaneamente alle risorse di una banca dati (file e informazioni ipertestuali) mentre la Bbs è fatalmente legata al vincolo del numero di linee telefoniche installate. Due numeri di telefono già occupati, specialmente nelle ore serali, significano quasi invariabilmente che la coda di persone in attesa è destinata ad allungarsi. Inoltre le chiamate telefoniche dirette alla Bbs possono avere un costo tutt’altro che trascurabile, mentre l’accesso ad internet tramite un provider nella propria città permette di consultare informazioni fisicamente residenti su sistemi a migliaia di chilometri di distanza al costo di una telefonata urbana. C’è poi da considerare che anche il contenuto del proprio "sito" internet può essere organizzato in modo da offrire, tramite l’approccio ipertestuale della presentazione delle informazioni sulle pagine Web,un legame logico ad altri sistemi dedicati all’argomento corrente senza il bisogno di duplicare fisicamente le informazioni presso il proprio sistema. Un semplice esempio potrebbe essere il seguente: sulla nostra Bbs spesso inseriamo delle copie (intese come nuovi file memorizzati impegnando dello spazio sui nostri dischi) di testi e immagini provenienti d internet per fare in modo che possano essere prelevate dagli interessati che non hanno accesso a questa rete. Per chi invece ha un accesso diretto al nostro sito è possibile offrire un collegamento diretto alla vera fonte dei dati inserendo il "link" (collegamento) logico nelle pagine Web al sistema di origine, garantendo così anche un aggiornamento delle informazioni più tempestivo. Per quello che riguarda lo scambio di opinioni e la partecipazione a gruppi di discussione non c’è praticamente paragone fra i due tipi di sistemi, in quanto le "newsgroups" e le "mailing list" di internet (tipi differenti di conferenze su temi specifici) hanno un potenziale di partecipanti distribuito su tutto il pianeta che è ben diverso dalle centinaia di persone raggiunte da una Bbs amatoriale.  

D. La facilita’ con cui si puo’ usare internet e la maggiore gradevolezza grafica porta ad un rapido declino delle Bbs: cosa ne pensi?

R. Sicuramente internet offre vantaggi che fino a pochissimi anni fa non si potevano nemmeno sperare. La sua diffusione fra non specialisti porterà sicuramente dei problemi legati a fattori tecnici, come il sovraccarico della rete e la non disponibilità delle risorse in certe ore del giorno, ma rappresenta uno dei più importanti cambiamenti nel modo di comunicare dei nostri giorni. Accanto ai vantaggi si devono però considerare altri aspetti legati a realtà particolari, come per esempio quella dei disabili. La continua evoluzione dei programmi utilizzati per accedere ad internet e dei dispositivi hardware come i modem, l’obbligo di utilizzare la lingua inglese in quasi tutti i contesti, i costi non sempre limitati degli "abbonamenti" ai fornitori del servizio, i lunghi tempi di risposta della rete, la presentazione quasi esclusivamente grafica delle informazioni che preclude l’utilizzo di lettori di schermo per non vedenti sono sicuramente alcuni fra i problemi più importanti che ho potuto rilevare fra coloro che frequentano già da tempo la nostra Bbs e che… rimangono comunque affezionati al loro primo "flirt" telematico. Penso quindi che sarà sempre importantissimo poter mantenere viva una realtà più accessibile e spontanea come quella dei sistemi amatoriali, soprattutto per poter avvicinare al mondo delle telecomunicazioni le persone che non hanno nessun interesse tecnico specifico ma solo la necessità di poter usufruire di un nuovo modo di comunicare, magari aiutati all’inizio da un Sysop (responsabile della Bbs) armato di molta pazienza e riconoscibile, nella vita di tutti i giorni, dai tipici sintomi del debito di sonno arretrato.

Ma la telematica serve ai disabili?

Abbiamo cercato di rispondere a questa domanda attraverso due interviste,
una ad Andrea Canevaro, direttore del Dipartimento
di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna, l’altra
a John Fischetti, dell’ENIL Italia (Movimento
per la vita indipendente)

L’ausilio complesso

Intervista ad Andrea Canevaro

D. La telematica offre ai disabili e alle persone che vivono in situazione di svantaggio, nuove possibilita’ di comunicare e di conoscere: telematica e disabili dunque, cosa ti suggerisce questo binomio?

R. Mi suggerisce due aspetti: il primo riguarda la possibilità di estendere le reti di partecipazione ai disabili ma anche agli operatori, ai tecnici, penso anche ai medici; recentemente sulla rivista dell’associazione emofilici e talassemici di Ravenna ho letto un articolo che si riferiva ai medici e ai giornalisti; stranamente ma giustamente associati, in quanto, se disinformati diventano, nemici pericolosi. Se un giornalista che deve trattare un caso di cronaca avesse l’attenzione a consultare una banca dati, ammesso che ci siano delle banche dati, ma ci sono già, e avesse modo di fare un piccolo excursus in internet o avesse modo, insomma, di informarsi mediante sistemi che sono alla portata, eviterebbe di fare del sensazionalismo a sproposito, di usare linguaggi imprecisi che aprono speranze e poi delle volte, se le speranze sono infondate, è la premessa per arrivare ai drammi. Questo è un aspetto importante. L’altro aspetto, forse anche banale, è quello di ampliare le reti di partecipazione alla produzione culturale e alla produzione lavorativa, al telelavoro. Per quanto riguarda la produzione culturale, un buon esempio è rappresentato dalla rete dei centri di documentazione per l’integrazione dell’Emilia Romagna dotati delle strutture tecnologiche adeguate e quindi in grado di avere banche dati e risorse on line non più legate ai singoli casi ma che vadano un po’ oltre.  

D. Si stanno diffondendo in rete i siti dedicati al tema della disabilita’ e dell’emarginazione e le nuove tecnologie vengono sempre piu’ usate: dal tuo osservatorio, da un Dipartimento di scienze della formazione, ti sei accorto di alcuni cambiamenti? Tesi presentate, progetti che implicano questi mezzi…

R. All’interno del Dipartimento di Scienze della Formazione impieghiamo sempre più le opportunità offerte da internet nell’accrescimento delle competenze; recentemente abbiamo fatto delle prove con insegnanti che hanno avuto la specializzazione per l’handicap e una parte delle prove consisteva nel rintracciare notizie in internet a proposito anche di alcune disabilità comuni ed altre più rare. Si corre anche il rischio di prestare meno attenzione ai contesti materiali rischiando che la conoscenza telematica abbia il sopravvento su una conoscenza basata su un coinvolgimento diretto; d’altra parte non mi va di contrapporre queste due conoscenze, in quanto le considero complementari.   D. Anche da un punto di vista del processo di apprendimento le nuove tecnologie, attraverso la multimedialita’, la formazione a distanza, comportano dei cambiamenti: riferendosi soprattutto a chi opera nel sociale e a chi vive in situazioni di svantaggio, cosa significa questo? Questo implica anche nuove competenze (tecnologiche)? R. Si, certo, ma vorrei leggermente allargare la risposta facendo riferimento al caso del lavoro multiculturale. Non bisogna rendere antagonisti il collegamento multiculturale e le attenzioni alle identità. Ti faccio un esempio diretto; se dobbiamo attivare una cooperazione, come abbiamo attivato, con paesi che escono da conflitti come la Bosnia o il Ruanda, la possibilità è quella di entrare in un contatto che preveda la possibilità di collegamenti telematici e quant’altro. Una operazione del genere è sicuramente più adeguata alle necessità, però è anche vero che un’operazione del genere può costruire delle false realtà, cancellando o meglio distruggendo; la cancellazione non lascia tracce, la distruzione lascia macerie, non so cosa è peggio, ma distruggendo tanti elementi culturali presenti in quelle realtà che solo la nostra ignoranza fa considerare deserte e prive di spessore, allora bisogna stare molto attenti a fare un’operazione che sia avanzata con le tecnologie e avanzata con il rispetto; le due cose non si escludono affatto, come in altri settori vale la regola della cooperazione, quello che ci metto deve essere corrispondente a quello che ci metti tu, se io nella dotazione informatica ci metto cinquanta bisogna fare in modo che anche tu ci metta cinquanta.  

D. Torniamo ai disabili, la natura del cyberspazio tende a rendere invisibili certe differenze, uno spastico in rete non si avverte come tale, cosi’ e’ possibile addirittura costruirsi nuove identita’: queste novita’ cosa possono portare a chi vive in situazioni di svantaggio? A vari livelli, lavorativo, sociale e relazionale…

R. Possono portare a una perdita di contatto con la realtà; la realtà è sempre multipla, un elemento "artificiale", virtuale può essere governato a piacere con una logica di autoreferenzialità. Mi ricostruisco questa realtà e mi dimentico la parola virtuale, me la ricostruisco a mio piacere. La funzione dell’ausilio che dovrebbe essere quella di mediatore con la realtà può essere stravolta per diventare l’ausilio creatore di un realtà virtuale. Questo è un rischio che mi è capitato di notare in alcune situazioni. Comunque piuttosto che cadere nella disperazione può anche valere la pena in certi casi di correre questo rischio. I vantaggi grossi stanno nella possibilità di avere dei mediatori nel rapporto con la realtà molto efficaci, capace di permettere quello che la fisiologia non può permettere. Questa tecnologia oramai è diffusa anche nella quotidianità e non è impossibile pensare che ci sia una conversione della produzione di serie di numerosi oggetti che tenga più conto della diversità; certamente questa produzione non sarà mai capace di raggiungere davvero le necessità del singolo, per cui sarà sempre necessario fare del bricolage, dell’artigianato tecnologico per raggiungere questo scopo. Però ci saranno prodotti già più vicini a soddisfare le esigenze degli anziani, dei disabili.  

D. Diversita’ e differenza da un lato, omologazione dall’altro: internet ha in se’ questo duplice aspetto, di permettere ad ognuno, nella sua diversita’, di esprimersi e rendere nello stesso tempo tutti piu’ simili, perche’ il mezzo tende a uniformare, a semplificare nel virtuale una realta’ ben piu’ complessa sfaccettata: cosa succedera’ secondo te, la diversita’, nella sua accezione positiva, si sviluppera’ o rischiera’ di disperdersi? Come cambiera’?

R. È un po’ difficile rispondere ad una domanda così ampia, io credo che la diversità si potrà anche accentuare, sarà la diversità di chi ha la "dotazione" tecnologica e chi non la ha. La questione dei numeri gioca molto pesantemente a sfavore di una parte del mondo che è molto lontana dal poter accedere a queste risorse. E il numero degli handicappati in questa parte del mondo sono di una quantità enorme soprattutto là dove c’è la guerra, incrementata anche dal fenomeno delle mine antiuomo. L’uniformizzazione data dal mezzo telematico può accentuare anche i conflitti in quanto le diversità sono necessarie e non cancellabili. Un esempio tipico è rappresentato dal mondo islamico. I paesi poveri del mondo – che hanno anche, ripeto, il più alto numero dei disabili – sono quelli che hanno più interessi ad avere tecnologie. Subiranno un bombardamento di nuove tecnologie e questo sarà un elemento sconquassante; in un recente viaggio in Cambogia ho visitato una città come Phnom Pen, una città che non esiste più che è fatta di polvere e traffico; nelle sue vie ho visto delle scatoline tecnologiche, veri e proprie isole ritagliate nella polvere e nel traffico, dei negozietti di pochi metri quadrati; in una di questi mi sono fatto fare gli occhiali nuovi tramite una tecnologia molto sofisticata. La gente che lavora in questi posti quando torna a casa, torna di nuovo nella polvere e nel traffico, in tuguri senza acqua. Questi elementi così scombinati non possono stare insieme, questi scombinamenti portano ad altri scombinamenti, le cose non si aggiustano facilmente; la tecnologia può causare in questo senso disuguaglianze nuove e delle diversità feroci; disuguaglianze anche all’interno della stessa persona che vive una percentuale di vita immerso nell’alta tecnologia e una percentuale di vita di infimo livello, con dei salti difficili da sostenere.  

D. Internet pone al centro anche un’altra questione: la memoria e l’oblio. Tutto quello che non e’ sulla rete, digitalizzato, rischia di non essere conosciuto, ricordato, rischia percio’ di non esistere per chi usa solamente la rete per i suoi bisogni di conoscenza (e questo accadra’ sempre piu’ in futuro). Questo pone parecchi problemi: cosa deve essere messo in rete, chi decide questo… Riferendoci ai temi della disabilita’, non dico cosa metteresti on line, ma con quali criteri bisognerebbe utilizzare questa scelta (visto che tutto non sara’ "ricordato", cosa che e’ gia’ successa comunque)?

R. Quando una persona anziana o una persona che all’improvviso ha perso l’udito viene protesizzata, se non c’è l’educazione alla protesi, una spiegazione anche semplice di come bisogna abituarsi ad averla, la protesi fa un effetto negativo, perché una persona che non sente, risente di nuovo ma senza "filtri", gli arrivano tutti i rumori senza riuscire a trascurare i rumori di fondo; è quello che accade ai protesizzati che sentono "tutto" e non riescono a filtrare fra i rumori che a loro servono e quelli che creano solo disturbo; occorre rieducarli all’uso di questi filtri. Con la "protesi" di internet quello che ascoltiamo non è tutto, ma è quello a cui vogliamo fare attenzione e poi c’è il resto; se noi ci volessimo illudere che la realtà è solo in internet qualcosa ci richiamerà alla ragione, magari solo attraverso uno scalino in cui s’inciampa.

Un’occasione di liberta’  

Intervista a John Fischetti

D. Che cosa puo’ rappresentare la telematica per le persone che vivono in condizioni di svantaggio? L’enfasi eccessiva, in termini positivi, con cui se ne parla non rischia di trasformarsi in un motivo di delusione?

R. Su questo tema sarebbe facile scrivere qualche migliaio di pagine. Un po’ più in sintesi, ritengo che l’aspetto più importante sia l’annullamento della necessità di deleghe. Un numero sempre maggiore di operazioni e attività potrà essere svolto con mezzi e strumenti telematici, liberando così le persone con disabilità dalla dipendenza e restituendo loro privacy e autosufficienza. Non esiste forma di disabilità, per quanto grave, che possa impedire del tutto l’uso dello strumento informatico e telematico. Occorre naturalmente analizzare ogni aspetto, per evitare di cadere nei facili trionfalismi alla Nicholas Negroponte o nei rischi di ulteriore emarginazione insiti ad esempio nel telelavoro, però le possibilità sono talmente numerose e importanti da rendere l’armamentario telematico probabilmente il più rivoluzionario strumento in termini di affermazione ed esercizio di libertà. Tali affermazioni possono apparire esagerate, soprattutto agli occhi di chi non ha gravi disabilità. Queste persone possono però facilmente comprendere l’importanza di quanto affermo se riflettono sulla semplicità con cui compiono gesti quotidiani che sono invece impossibili per chi ha gravi disabilità.  

D. Mi fa qualche esempio pratico di utilizzo telematico da parte di un disabile?

R. Un esempio fra tanti: scegliere e sfogliare un libro o un giornale. Per molte persone con disabilità questo è diventato possibile soltanto grazie agli archivi, alle notizie e ai fornitori di informazioni raggiungibili per mezzo della rete. A questo proposito è necessario affrontare con determinazione i problemi causati alle persone con disabilità dal copyright e dalla protezione dei diritti d’autore. Il non poter rendere accessibili i testi in formato digitale a causa del rischio di duplicazione incontrollata causa grosse limitazioni all’accesso alla cultura da parte delle persone con gravi disabilità, e questo è certamente ingiusto. Ritengo che una soluzione tecnica adeguata possa essere sviluppata e, se questo non fosse possibile, ritengo comunque prevalenti i diritti di accesso ai testi da parte delle persone con disabilità rispetto alla protezione dei diritti d’autore.  

D. Quali sono le notizie essenziali che devono poter essere reperite in rete?

R. Oltre alla cultura e alla letteratura scientifica è senza dubbio fondamentale l’accesso ad informazioni che di solito sono di difficile reperibilità e consultabilità anche per i cittadini "normodotati", cioè le leggi e più in generale informazioni sull’attività dello Stato e delle altre istituzioni. Non bisogna dimenticare che la conoscenza è potere, e che spesso la condizione di dipendenza delle persone con disabilità deriva anche dal fatto che queste persone sono costrette a seguire le indicazioni dei cosiddetti "esperti". Una prima fondamentale libertà offerta dalla telematica è quindi la libertà dall’ignoranza.  

D. Oltre alla liberta’ dall’ignoranza, la telematica permette anche alle persone che vivono in condizione di svantaggio di uscire dall’isolamento in cui spesso cadono.

R. Si, un’altra libertà molto importante è quella che consente di unire la riconquista della privacy con la fine dell’isolamento. Mediante la rete oggi si può comunicare quasi con chiunque. È possibile anche inviare messaggi a chi non è collegato alla rete, mediante i sistemi automatici di invio di fax o il postel. Inoltre è possibile scrivere una lettera e inviarla al destinatario senza coinvolgere altre persone. Fino a pochi anni fa era difficile scrivere in libertà a un amico una lettera sui rapporti con i propri genitori, quando a scrivere e spedire materialmente questa lettera avrebbe dovuto essere il padre o la madre. La libertà dall’isolamento si manifesta anche nella possibilità di partecipare a gruppi di discussione sui più svariati temi. Le conferenze telematiche, le mailing-list, i newsgroup sono formidabili veicoli di diffusione di idee ed esperienze. Da un lato possono contribuire alla conoscenza reciproca, alla messa in comune di idee e soluzioni, dall’altro consentono di sentirsi parte di una comunità, con la forza di esempio e di stimolo che questo può dare alle singole persone. Infine la comunità ha insite potenzialità di azione enormemente superiori: la comunicazione veloce e a basso costo consente di organizzare e organizzarsi, ed è uno strumento di lavoro di cui probabilmente non si è ancora compreso pienamente il valore. È ovvio che ignoranza e solitudine non si possono debellare solo con lo strumento telematico. I rapporti fisici, l’essere insieme e il crescere insieme sicuramente continuano ad essere basilari per ciascuna persona. In questo senso la telematica non deve assolutamente costituire un alibi per costringere le persone a rinunciare alla mobilità; la telematica non deve mai essere descritta come un sostitutivo degli incontri fisici, dei viaggi, dell’esplorazione del mondo. Può però costituire una ottima integrazione, e per chi oggi si vede preclusi gli incontri fisici, i viaggi e l’esplorazione del mondo, la telematica può costituire comunque un enorme passo avanti.  

D. E nella vita pratica di tutti i giorni cosa puo’ significare l’uso di internet per un disabile?

R. II passaggio dai massimi sistemi, dal senso stesso dell’esistere, alla soluzione dei piccoli problemi della quotidianità non è troppo repentino o improprio. Spesso risolvere un problema solo apparentemente piccolo, e risparmiarsi qualche fatica in più costituiscono un ottimo incentivo a meglio considerare il senso stesso della propria vita. Quindi argomenti come gli acquisti effettuati per mezzo della rete e di una carta di credito, l’autogestione del proprio conto corrente o la prenotazione di servizi sono forse aspetti banali ma non certamente disprezzabili o accantonabili. Ecco uno dei motivi per cui è necessario insistere sulle caratteristiche di accessibilità e fruibilità dei siti. Sarebbe davvero una beffa consentire finalmente a una persona con disabilità di accedere per via telematica al proprio conto corrente, e poi renderle impossibile operare a causa della conformazione del sito, ricco magari di immagini animate e di "frame", ma mancante di una semplice paginetta solo testuale, indispensabile per chi usa i sistemi a sintesi vocale.  

D. Il lavoro infine: si e’ tanto parlato delle possibilita’ offerte dal telelavoro per chi abbia difficolta’, ad esempio a muoversi; cosa ne pensi?  

R. Secondo me l’aspetto su cui puntare, telematica o no, non è tanto la possibilità di avere un lavoro, qualunque esso sia, bensì l’opportunità di offrire dei servizi realmente interessanti e competitivi. Entrare nel mercato del lavoro dalla porta principale, insomma, e non da quella di servizio. Le quote riservate diventano, in questo contesto, un male necessario, una soluzione (ma forse non lo è neppure) per chi ha poco da offrire e che non per questo deve essere ulteriormente emarginato e respinto. Per chi invece ha voglia di "mettersi in gioco", la telematica offre opportunità numerose ed interessanti. Spesso, per una azienda che affida parte del proprio lavoro burocratico a personale esterno, connesso con postazioni di telelavoro, avere all’altro capo del filo una persona con disabilità costituisce un vantaggio e non un rischio. Altrettanto spesso, vista l’inesperienza nel settore, l’azienda questa cosa non la sa, non l’immagina neppure. Compito delle organizzazioni di persone con disabilità’ quindi, diventa anche la promozione e la valorizzazione del lavoro che queste persone possono svolgere, se dotate di strumenti adatti. Per chi vuole impegnarsi più a fondo vi sono molte possibilità, di attività di tipo professionale, come la ricerca di informazioni, l’ editoria in rete, la grafica, il settore pubblicitario, la gestione e manutenzione dei siti, le traduzioni, la programmazione, e molte altre. Quel che serve è un po’ di fiducia in se stessi, e aver chiaro in mente di non essere alla ricerca di un lavoro in termini di assistenza, bensì di aver qualcosa di importante da offrire, qualcosa di valore.

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