Skip to main content

autore: Autore: Alessandra Perderzoli

 Un condominio: luogo di casa

di Alessandra Pederzoli

Via delle Orfane 8, Lodi.
A questo indirizzo si trova lo stabile nato dal progetto “Condominio solidale, un altro abitare è possibile”, inaugurato e presentato lo scorso 11 ottobre. Questi ultimi anni hanno visto il proliferare di dibattiti, incontri, riflessioni e iniziative promosse dagli enti pubblici e privati sul tema del “dopo di noi”. Tema discusso e al quale occorre trovare risposte concrete alla cui formulazione, probabilmente, devono essere chiamati in causa diversi soggetti sociali.
Sull’onda di queste considerazioni l’amministrazione comunale di Lodi ha deciso di rispondere al bando “Promuovere il dopo di noi e l’autonomia abitativa” della Fondazione Cariplo emesso nel 2004. Da qui nasce la genesi del progetto “Condominio solidale, un altro abitare è possibile” con il quale si mettono in atto pratiche di Active Welfare che vedono coinvolti diversi soggetti operanti sul territorio: l’amministrazione comunale, e l’assessorato alle politiche sociali prima di tutto, l’associazione Aiutiamoli e realtà di volontariato come Emmaus e Caritas. Questo progetto sperimentale ha fatto sì che l’amministrazione comunale mettesse a disposizione uno stabile da ristrutturare dal quale poi sono state ricavate diverse unità abitative, con l’aggiunta di spazi comuni per le occasioni di condivisione, in modo da poter fornire a soggetti disabili, fisici o psichici, soluzioni di vita alternative alla residenzialità o all’istituzionalizzazione nel momento in cui le famiglie di origine vengano a mancare.
Esistono diverse tipologie di vita insieme meglio nota come co-housing, nate soprattutto nel nord Europa proprio come tentativo di contrastare l’isolamento e la difficoltà di “abitare” di alcune persone, come le persone disabili ma anche gli anziani o i soggetti deboli, che necessitano di una qualche forma di affiancamento nella quotidianità. Anche in Italia oggi esistono diverse forme di vita condivisa, anche se si differenziano tra loro in base al grado di impegno, più o meno forte, della condivisione di tempi e spazi del vivere insieme. Il modello strutturato a legame forte prevede un impegno molto denso e i parametri della condivisione vengono stabiliti a priori e riguardano diversi ambiti, a partire da quello economico fino ad arrivare alla condivisione della dimensione lavorativa, dei pasti, delle vacanze e di molte scelte legate alla quotidianità (sono queste forme di vita più comunitarie). Esiste poi il modello semistrutturato di condominio solidale nel quale viene tutelata al massimo la privacy e l’indipendenza dei nuclei che vi abitano (siano essi singoli o famiglie) e nel quale si prevedono spazi e tempi comuni che vengono gestiti in assoluta autonomia e libertà dalle persone che vi abitano (nulla quindi viene stabilito a priori). La condivisione in questi casi diventa una condivisione delle piccole azioni del quotidiano e si concretizza in quello che viene definito un “vicinato di qualità”.
Di fatto l’esperienza di Lodi si colloca un po’ tra l’uno e l’altro modello, puntando a una filosofia dell’abitare che valorizzi la reciprocità degli scambi sia da parte di chi è più bisognoso di un sostegno fisico al vivere quotidiano, sia da parte di chi lo è meno, nella logica che la persona non è solo portatrice di bisogni ma anche di risorse. Potenziare e migliorare le occasioni di relazione delle persone più fragili significa anche migliorare l’integrazione del tessuto sociale e comunitario che va oltre i confini del condominio.
La realtà di via delle Orfane intende proprio proporre un nuovo modo di vicinato tra le famiglie che si trovano a condividere i confini della propria abitazione, in modo che i muri siano solo a separare spazi e non a dividere persone. Muri nei quali si aprono le porte della quotidianità che diventa così caratterizzata da uno stile di vita di mutuo aiuto e sostegno, pur nell’attenzione a preservare privacy e indipendenza di ogni singolo nucleo. Questo stile del buon vicinato fa sì che il condominio di via delle Orfane possa accogliere le istanze del “dopo di noi” presenti nella realtà locale, fornendo una risposta possibile e adeguata a quanti, per vivere la propria “indipendenza”, abbiano bisogno di un sostegno vicino nelle piccole azioni del quotidiano. Di fatto poi il condominio diventa luogo di apertura anche a quelle emergenze temporanee di chi necessiti un punto di appoggio anche solo momentaneo; diventa apertura e occasione per il volontariato locale che può portare all’interno il proprio prezioso contributo; diventa luogo di apertura delle famiglie al cui interno scelgono di vivere tenendo aperte le porte della propria casa e della propria convivialità.
Tecnicamente sono stati predisposti all’interno dell’edificio due monolocali a piano terra e al piano primo per persone disabili, due trilocali per famiglie che decidano di partecipare al progetto e mettano a servizio il loro essere famiglia, un monolocale per studenti o giovani volontari, un monolocale come “appartamento di appoggio” per quelle situazioni di criticità temporanea e un monolocale adibito a spazio comune. Questa la disposizione e l’assetto che il condominio ha in partenza di questa due anni di sperimentazione; così per come gli spazi sono stati pensati lascia già intuire come, oltre a essere stato ideato come luogo in cui si intrecciano forti legami relazionali con un alto potere di integrazione, diventa fondamentale anche una grande apertura all’estero e alle realtà territoriali che vengono chiamate a co-partecipare all’esperienza. In primis i soggetti partner del progetto che hanno l’impegno di segnalare i casi idonei a vivere in questo contesto, oltre a impegnarsi nella gestione anche pratica dell’esperienza, ma anche i vari enti e gruppi giovanili di volontariato, per esempio, ne sono coinvolti, le amministrazioni pubbliche, le aziende sanitarie. Si crea intorno all’abitazione di via delle Orfane una vera e propria rete di soggetti, di intenti, di obiettivi e anche di risultati e di azioni concrete che ne permettono il realizzarsi, nell’ottica di una socialità e un’integrazione che va oltre al singolo caso o alla singola persona per andare a toccare diversi ambiti e diversi soggetti.
Sempre perché la persona è pensata e intesa come il frutto di una molteplicità di relazioni e di contesti nel quale queste relazioni si rendono possibili. Ed è con il condominio solidale di via delle Orfane che la città di Lodi tenta la propria risposta, per mettersi a disposizione di questo pensiero e di questa idea della persona: chiunque essa sia.

6. Maddalena* e la sua storia

di Alessandra Pederzoli

Maddalena è una ragazza giovane, seguita per qualche difficoltà personale da uno dei Centri di Salute Mentale del distretto di Bologna. Al piano terapeutico si affianca per lei la proposta, venuta dagli educatori, di iniziare a partecipare alle attività del gruppo sportivo. Ha tre scelte Maddalena: calcio, pallavolo o basket. Perché non provare. E così Maddalena comincia a seguire gli allenamenti, partecipa alle partite e inizia a non mancare a tutti gli incontri in cui è impegnata la squadra. Già, perché i gruppi sportivi che fanno parte di ANPIS, oltre a gustarsi il gioco e lo sport degli allenamenti, non perdono occasione per incontrare altre squadre e altre realtà in competizioni sportive a cui solitamente seguono momenti ludici e “goderecci”. Passa il tempo, il gruppo cresce, le affinità si moltiplicano e il benessere sembra essere di casa. Maddalena sente di avere altro da mettere in quel gruppo, oltre alle sue schiacciate e ricezioni. Anche l’educatrice che l’accompagna in questo percorso sente arrivato il momento di compiere con lei un passo in avanti, osando un po’. Così una telefonata. “Alessandra, hai voglia di incontrarci al volo, abbiamo una proposta/richiesta da farti? Che dici?”. Sentiamo quindi. La curiosità mi muove e mi smuove. Ecco l’incontro con Maddalena e con la sua educatrice. Quello che esce dalla serata è una sfida in cui la ragazza si lancia e io con lei. Maddalena da ora in avanti continuerà sì a partecipare alle attività sportive ma lo farà con un occhio e un interesse differente. Gioco e sport ma anche occhio attento della ragazza che da oggi in avanti ha il compito di documentare le attività del suo gruppo, elaborando periodicamente articoli da pubblicare sulla rivista del comune in cui si svolgono le attività. Per farlo sceglie spesso la forma dell’intervista in modo da far sentire la voce di quanti più possibile.
Maddalena viene ad assumere un ruolo che le riconosce il protagonismo di chi sceglie di fare qualcosa sulla scia dei propri interessi. A due anni di distanza dall’esperimento avviato, è vincente il risultato. Maddalena partecipa attivamente alle attività e all’identità del gruppo, portando lì quello che ha da dare ma anche portando fuori quanto l’intero gruppo ha da dire al mondo intorno. Maddalena fa informazione, e non un’informazione di serie “b”, un’informazione locale certo, ma capace di godere del valore aggiunto di quella informazione “autogestita” che viene dall’interno. Quel “fare informazione su se stessi” che diventa anche un’operazione culturale, capace di incidere sulla percezione di quei cittadini che leggano le attività di quel gruppo, così variopinto e vivace nelle sue manifestazioni.

[Maddalena è un nome di fantasia, per una persona e un fatto realmente accaduto]

5. ANPIS e la promozione della salute

di Alessandra Pederzoli

Nel dicembre del 2000 si è costituita formalmente l’ANPIS, Associazione Nazionale Polisportive per l’Integrazione Sociale. Tale associazione attualmente conta l’adesione di circa 90 polisportive o enti che, diffusi su gran parte del territorio nazionale, a partire dalla prima metà degli anni Novanta, si sono progressivamente costituiti come strumento di promozione sociale e lotta alla marginalità nei diversi settori del disagio psicosociale. Oggi ANPIS è capace di coinvolgere circa 2000 persone a livello nazionale.
Le polisportive sono nate inizialmente sulla spinta di operatori e utenti di servizi pubblici e cooperative sociali, operanti nel settore della salute mentale, ma sono cresciute successivamente anche nell’ambito del disagio giovanile e della tossicodipendenza. Il moltiplicatore di una simile progettualità va rintracciato in una precisa prospettiva teorica e pratica che unisce concetti chiave come “prevenzione” e “promozione della salute” attraverso un costante lavoro di co-costruzione di responsabilità sociale e civile, tesa alla promozione di individui e gruppi attivi e partecipi alla vita.
È ormai pratica diffusa e consolidata su tutto il territorio nazionale l’attiva collaborazione tra i Dipartimenti di Salute Mentale (Centri di Salute Mentale, Centri Diurni, Day Hospital, ecc), gli enti di promozione sportiva e l’ANPIS nella promozione della salute mentale.
A partire dalla Toscana, che è stata la prima realtà regionale a muoversi, oggi in tutte le regioni italiane a eccezione della Calabria, è presente un Coordinamento Regionale: il luogo di incontro delle polisportive e dei gruppi sportivi iscritti che operano a livello regionale, degli operatori dei Centri di Salute Mentale coinvolti, i volontari e quanti abbiano scelto la pratica dello sport per la reintegrazione sociale. I contatti instaurati tra i gruppi, così come gli scambi fra gli operatori coinvolti sono stati stimolo nel tempo per la nascita di molte altre progettualità accomunate da una medesima intenzionalità. Tale collaborazione vede innanzitutto lo sport come strumento privilegiato per innescare processi aggregativi di prevenzione e promozione sociale dei soggetti deboli con difficoltà di inserimento nei circuiti sociali ed economici: persone seguite dai Servizi di Salute Mentale ma anche adolescenti, giovani e adulti che si trovano ad affrontare difficoltà familiari o legate ai contesti sociali più generali. L’obiettivo primo della prevenzione è fondamentalmente un mutamento delle condizioni che influiscono sulle storie personali e sui destini di tali storie; a partire dalle condizioni materiali, ecologiche, sociali, culturali e psicologiche.
Quando si tratta di pensare a mettere in atto dei mutamenti si pone come prima questione, oltre a quella degli obiettivi, quella del metodo e degli strumenti che non possono prescindere da alcune considerazioni di fondo che ne diventano il motore.

Il valore aggiunto dell’essere rete e in rete
Perché creare una rete come quella di ANPIS, organizzata a livello nazionale e poi a livello regionale ancor prima che locale, per mettere in atto pratiche sportive per la riabilitazione e la prevenzione? Evidentemente, a prima vista, questo non fa che complicare il tutto.
Allora è interessante andare a scoprire, oltre alle motivazioni della scelta dello sport come strumento, come ha ben delineato Ennio Sergio nel suo intervento, anche ciò che ha spinto il costituirsi di una realtà associativa come ANPIS per vederne il valore aggiunto.
Innanzitutto è bene tener presente che le ricerche dell’Organizzazione Mondiale della Sanità indicano come il sostegno sociale sia uno dei principali fattori predittivi positivi del decorso della schizofrenia; a partire da queste considerazioni e dal pensare al sostegno sociale come a una delle funzioni della rete sociale delle persone, risulta proprio come il legame sociale diventi uno dei cardini della cura. Con la consapevolezza di come sia proprio il sostegno sociale uno dei fattori di prevenzione del disagio psicosociale, un concetto che discipline quali la psicologia di comunità e la psichiatria sociale reputano centrale per la produzione di salute.
Da queste considerazioni prende il via l’azione dei gruppi sportivi che scelgono proprio l’associazionismo come forma organizzativa, in quanto si tratta di una forma di aggregazione fra le persone dettata dalla condivisione di obiettivi comuni. Di fatto quindi il “fare associazione” diventa la modalità culturalmente sancita di produzione di legame sociale che nel tempo si è inoltre dimostrato un luogo di condivisione e di sostegno per quanti vi siano coinvolti. Questo di ANPIS è un associazionismo che si propone come aperto a tutta la cittadinanza, in quanto in esso non esistono degli spazi in cui si riconosce e si colloca la “normalità” e spazi in cui si riconduce invece la “malattia”. Questo di fatto è una precondizione importantissima a un efficace processo di reinserimento sociale che sia autentico ed efficace.
Ancora oggi la collettività purtroppo vive la dimensione del pregiudizio, vive cioè nell’attribuzione di stigma e di (dis)valore alla realtà della salute mentale. Il pregiudizio, di per sé, non costituisce una deformazione del processo di conoscenza ma semplicemente rappresenta la forma dell’approccio reale, nel senso della preconoscenza (senso comune) che si viene a costruire nelle persone in riferimento a una certa porzione della realtà, all’interno di determinate condizioni strutturali. Così la collettività si trova a vivere una condizione di non-interazione con la malattia mentale in quanto realtà che continua a essere separata; gli operatori dei servizi vivono un’interazione con i propri utenti che si intreccia in ambienti separati quali la clinica, i servizi di Salute Mentale o in contesti comunque protetti; i familiari invece vivono una relazione che si dispiega nell’assistenza che alterna mura domestiche a luoghi di cura o assistenza.
ANPIS e l’attività sportiva dunque dove si vanno a collocare?

Uno spazio intermedio
Si tratta probabilmente di uno spazio intermedio tra i luoghi della cura e quelli invece della “normalità”. E lo fa coinvolgendo direttamente la collettività, sia nei suoi individui che presi singolarmente partecipano in vario modo alla realtà di ANPIS, sia nelle sue istituzioni. Questo significa cercare l’incontro con le persone, con quelle schiere di non addetti ai lavori, a cui viene data la possibilità di entrare in contatto con la dimensione del disagio psicosociale, per rivederne e rivalutarne i pregiudizi e per attribuire valore. Questo nel lavoro quotidiano non significa eliminare sofferenza/malattia o difficoltà/disabilità delle persone seguite dai servizi ma sicuramente ha contribuito a riformulare le attribuzioni di pericolosità, stupidità, imprevedibilità e asocialità che spesso sono associate alla malattia mentale o ad altre forme del disagio. Riformulazione che non è sostituzione di un pregiudizio negativo con uno positivo ma verifica, caso per caso e momento per momento dell’equilibrio fra sofferenza/malattia/necessità di supporto e assistenza e salute/possibilità di interazione e scambio.
ANPIS ha scelto di fare tutto questo utilizzando proprio lo sport come strumento. Solo facendo incontrare le persone si favorisce la conoscenza e solo favorendo la conoscenza si abbatte la diffidenza e il pregiudizio, per compiere un lavoro che è certamente un percorso per il benessere dei ragazzi utenti dei servizi. Evidentemente è anche qualcosa in più. Tutto questo operare infatti ha permesso ai familiari, da un lato, di interagire con il parente malato in situazioni che lo impegnano in attività sociali (quali gli incontri sportivi, per esempio) nelle quali anche lui contribuisce come protagonista e non come paziente in cura; questo consente alla famiglia anche di riformulare le proprie aspettative per vedere quanto ci sta oltre alla mera assistenza quotidiana. Dall’altro, ha permesso anche agli operatori di ricredersi sulle situazioni dei propri utenti, soprattutto per quanto riguarda le quote di benessere che essi possono esprimere in ambito non strettamente terapeutico, permettendo quindi un’efficace riformulazione dei percorsi ad hoc per i ragazzi.
I gruppi sportivi che fanno parte di ANPIS hanno costituito e costituiscono dei mezzi attraverso cui persone spesso completamente estromesse dal circuito economico-produttivo hanno potuto partecipare direttamente ad attività sportive, sociali, ecologico-ambientali, culturali e dunque recuperare una propria significatività sociale.
ANPIS, dunque, nel creare occasioni sportive, svolge un duplice ruolo: da una parte, permette ai ragazzi la riscoperta della dimensione del corpo e della sua cura (con tutti i ritorni diretti in termini di prevenzione della salute fisica); dall’altra, in generale, contribuisce all’idea dello “sport per tutti”, recuperando quote di popolazione estromesse o non interessate dalla pratica sportiva competitiva. Di fatto quindi l’agire di ANPIS e dei gruppi afferenti si realizza come modalità concreta di promozione della salute e di lotta ai processi di marginalizzazione di varie fasce di popolazione a rischio.
Questo è il senso che negli anni ANPIS e le persone che lo costituiscono hanno acquisito, nello stesso tempo opportunità progettuale nell’ambito della cura e presa in carico della malattia mentale e di altre forme del disagio e della devianza e modalità comunitaria di promozione di forme attive di cittadinanza. Nonostante questa indole comune occorre sempre considerare come le varie e numerose realtà nazionali presentino situazioni differenziate in funzione delle situazioni locali, dell’esperienza maturata dagli operatori e dai soci in generale, del rapporto che si è potuto istituire fra istituzioni sociosanitarie e operatori impegnati in simili esperienze.
I gruppi sportivi, oltre a ritagliarsi tempi e spazi nel corso della settimana per allenamenti e “preparazioni atletiche”, non perdono occasione per organizzare e promuovere incontri sportivi, e non solo, con altri gruppi: prima a livello locale, ma anche a livello regionale, interregionale e nazionale. Giusto per fare un cenno a quelli che sono gli appuntamenti principali a livello nazionale si può ricordare il torneo nazionale invernale di pallavolo, in programma i primi giorni dell’anno; la settimana di vacanza, sport e contaminazione estiva di inizio giugno, in programma per l’anno 2008 a Palinuro (SA) all’oggi la manifestazione con i numeri maggiori (coinvolte la passata edizione, 1300 persone); il torneo nazionale di beach volley di Rimini di fine agosto, sulle spiagge della affollata riviera romagnola e il trofeo di calcio settembrino di Prato (FI).

Ma tutto questo e probabilmente molto altro sta in poche parole di Federico del gruppo sportivo “Va pensiero” di Parma, lasciate agli studenti degli istituti superiori imolesi nel corso di un incontro di testimonianza: “Non siamo più pazienti, siamo diventate persone e, quando giochiamo, siamo sportivi. Siamo pazienti quando andiamo dal medico, o quando entriamo nell’ambulatorio dello psichiatra. Fuori siamo madri, padri, colleghi, compagni di gioco… capite ragazzi, cambia tutto. Siamo diventate persone con delle responsabilità negli ambiti in cui viviamo”.

Come una star, vorrei diventare famoso!

Di Alessandro Pederzoli

Ciao Antonio, qui Ale.
Da un po’ ti “conosco” perché ho visto il tuo sito e soprattutto perché ti ho ascoltato in puntata su Radio2. Eri ospite della trasmissione “L’altrolato” di Federico, mio amico. Io lavoro per “Accaparlante” una cooperativa sociale di Bologna che si occupa di fare un lavoro di tipo culturale sulla promozione della persona attraverso la costruzione di un’immagine positiva della disabilità.
Scrivo anche per la rivista “Hp-Accaparlante”, edita dalla casa editrice Erickson di Trento, di cui noi ne siamo autori. Per questa rivista curo alcune rubriche, tra cui una su “progetto di vita”. Vorrei scrivere di te e del tuo grande progetto: diventare famoso.
Dimmi se è ok…Grazie, A.

 Ciao Alessandra, piacere di conoscerti! Anche dal modo in cui scrivi assomigli molto a Federico ;-)).
È fantastico sapere del tuo interesse del mio progetto e sarei felicissimo di essere citato nella tua rubrica… fammi sapere se ti serve qualcosa. Un abbraccio e, anche se un po’ in ritardo, felice anno nuovo!
Antonio Gaddari

 È lui l’autore del sito www.wannabeavip.com la cui originalità spicca sin da una prima navigazione. Un sito con una storia tutta particolare.Questa pagina nasce dal verificarsi di una serie di eventi che hanno cambiato la mia vita e mi hanno spinto a intraprendere un percorso obbligato. Vedrò di essere un po’ più chiaro. Un incidente stradale, avvenuto nell’estate del 1989 con tutta la mia famiglia, e un susseguirsi di negligenze da parte dei medici nelle ore successive, mi causarono una lesione midollare che mi ridusse, e mi riduce tuttora, a uno stato di tetraplegia (paralisi di tutti e quattro gli arti). Dio volle che l’incidente mi capitasse all’età di cinque anni per offrirmi la possibilità di vivere la mia vita con la capacità, ormai non comune, di apprezzare tutto ciò che ci arriva senza mai dare nulla per scontato”.
Antonio da qualche anno può rimanere seduto solo poche ore, ecco perché non riesce a trovare un’occupazione neppure a regime di part-time. Antonio però può comunicare in maniera completa e lo fa tramite la voce. Grazie a un software specifico (Dragon Naturally Speaking) riesce a impartire ordini al pc; in questo modo, parlando a un microfono, può scrivere.
Antonio ha un grande progetto: diventare famoso. “Ogni giorno leggo e vedo ovunque personaggi dello spettacolo che sono famosi e pieni di soldi solo grazie al loro aspetto fisico e alle loro storie d’amore con altri personaggi celebri. Vedo decine di migliaia di persone che spendono fior di soldi per votare il loro personaggio preferito in tutti i reality show del momento, e questo mi dà da pensare”. Così ha pensato. Ha pensato come in questa società nulla valga quanto la bellezza e la perfezione fisica. Viviamo immersi in relazioni superficiali, in cui si mette in gioco solo in parte la propria persona, tenendosi fuori: cercando la via più semplice e meno impegnativa.
L’intelligenza, la capacità di comunicare, le emozioni profonde, dice Antonio, sono ai margini: non sono abbastanza importanti. Così prosegue: “L’unico modo che ho per smentire tutto questo è dimostrare che tutti possono essere tutto ciò che vogliono, saltando quei muri che noi crediamo reali ma che in realtà non esistono. Ce li creiamo noi stessi, ponendoci dei limiti che ci servono per dare una giustificazione alla nostra coscienza che altrimenti ci farebbe star male”.
L’obiettivo di Antonio stupisce e sconvolge allo stesso tempo: diventare famoso. Vuole attirare l’attenzione e l’interesse delle persone attorno a sé. Non ha un editore e decide, attraverso la rete, di farsi editore di se stesso. Da qui l’idea di questo blog/sito.
La sezione principale è un diario attraverso il quale Antonio comunica con i lettori la sua quotidianità. Lo fa tutti i giorni, nessuno escluso. Così come i personaggi famosi e importanti tengono rubriche sui settimanali o sulle loro pagine web personali, nelle quali aggiornano i lettori sulla loro vita, così vuole fare lui. Quella che comunica è la quotidianità spicciola, nella quale racconta quello che gli accade tutti i giorni, gli incontri che fa, gli amici con i quali trascorre il suo tempo. Sono giornate piene quelle di Antonio, ecco perché non si tratta certo di un angolo di tristezza del quale sono protagoniste la desolazione e la noia di spazi vuoti fatti di reclusione. Antonio si racconta con grande ironia: e questa probabilmente è la chiave di lettura di tutto il sito.
“Non ho un editore, non ho un lavoro, questo strumento mi serve per avere della visibilità. Vorrei arrivare alla televisione”.
Chi non lo vorrebbe? Siamo in un tempo nel quale approdare alla televisione, ancora di gran lunga il medium capace di raggiungere il numero maggiore di persone, perché più visto, più seguito e più presente nelle case degli italiani, significa raggiungere, in qualche misura, la notorietà.
Un blog, una vita messa in piazza attraverso questo diario quotidiano, raggiunge dunque due obiettivi evidentemente importanti per Antonio: fidelizza tanti lettori che si interessano a lui e alla sua quotidianità, e attira l’attenzione di quanti lavorino nel campo delle comunicazioni. Perché Antonio è un grande comunicatore di se stesso. Non fa filosofia, non ragiona intorno ai massimi sistemi, non si erge sul podio di chi si sente autorizzato a spiegare la vita solo perché in una condizione più “sfortunata”. Parla di sé. Questa è la lezione. Non racconta la realizzazione di grandi imprese, non fa sfoggio di grandiosi risultati raggiunti. Antonio parla di normalità, la sua vita raccontata con questa semplicità diventa incredibilmente interessante. Forse quello che incuriosisce, e attira allo stesso tempo, è proprio il fatto che Antonio non vuole diventare famoso per aver compiuto grandi opere, seppur nella condizione della disabilità: Antonio vuole che la sua vita normale diventi famosa. Ecco perché ambisce per esempio a occupare spazi sul mezzo televisivo, ecco perché spera in una qualche presenza in un reality; così come è in cerca di un editore che pubblichi una sua autobiografia.
Ironia dunque nell’approccio, ma anche molta fantasia: che in lui si traducono felicemente in spirito d’iniziativa. In una sezione del sito, chiamata Imvalid store, Antonio lancia un marchio di abbigliamento da lui ideato che gioca sui termini e sulle assonanze delle parole. Propone due magliette, versione maschile e femminile, manica corta per uomo e manica lunga per donna, che sui colori del bianco e nero fa spiccare la scritta IMVALID. “Ho deciso di provare a lanciare un marchio d’abbigliamento, chiamato IMVALID, con riferimento al significato in inglese sono valido, sono in grado, io valgo; contrapposto alla pronuncia in italiano, che assomiglia alla parola invalido”. Idea bizzarra, questa, che Antonio spiega così: “A prescindere dalla condizione in cui ci si trova, ognuno di noi è in grado di superare ostacoli e di riuscire a realizzarsi in qualsiasi campo si voglia e ci si impegni. Per cui chi indossa questo marchio può essere per esempio uno studente, che ha appena preso una bocciatura e si rimbocca le maniche per essere promosso alla prossima occasione, oppure una persona licenziata, che inizia a cercare subito un nuovo lavoro con ottimismo e tenacia, o, ancora, qualsiasi persona che ha fiducia in se stesso e non c’è nulla che lo scoraggi, a un ragazzo innamorato che cerca di far colpo su una ragazza mostrando i suoi lati migliori, fino ad arrivare all’esempio di un laureato in ingegneria che fa il barista d’estate per continuare a migliorarsi sempre più con master e tirocini d’inverno, con la consapevolezza che chi s’impegna la vince. Chi veste Imvalid è una persona che è consapevole della propria forza e non ha paura di affrontare le difficoltà della vita che, a ognuno di noi, il destino riserva”.
Così Antonio propone un gioco di parole da indossare, un’idea non certo riservata alla categoria delle persone disabili. Lo spiega lui stesso. E rientra perfettamente nella sua logica che impregna il sito di ogni suo pensiero.
Antonio è arrivato su Radio2, si è raccontato su Radio24; ha partecipato a una puntata di Screensaver (Rai 3) e a lui sono stati dedicati diversi articoli sulla stampa locale sarda. Ma soprattutto Antonio è raggiungibile facilmente da quanti abbiano il desiderio di conoscerlo. È certamente diventato un personaggio, grazie alla sua energia, ironia e fantasiosa creatività. Questo uno dei progetti per la sua vita.  

Tele Glad…30 minuti, tutti i giorni

Di Alessandra Pederzoli

Domenica 29 ottobre 2006 tra i servizi della trasmissione Report, di Rai Tre, la conduttrice e autrice Milena Gabanelli annuncia una Good news: si tratta di Tv Glad “tele contenta”, una tv danese fatta da persone disabili mentali (a esclusione dei tecnici). Il servizio di Stefania Rimini, giornalista del programma, l’intervista pubblicata sul sito e alcuni brevi articoli usciti sulla stampa specializzata (soprattutto on line), la definiscono “la prima televisione al mondo costruita e pensata in questo modo”. In questi termini, attira certo l’attenzione, perlomeno per andare a scoprire più da vicino le logiche che ne hanno determinato la costituzione e le spinte che ne organizzano quotidianamente il lavoro.
Tv Glad ha un sito (www.tv-glad.dk), strutturato in diverse sezioni nelle quali sono ben descritti il palinsesto, le puntate dei singoli programmi, i testi delle interviste giornalistiche condotte, coronate da alcune pagine contenenti le informazioni generali che la descrivono nel dettaglio. È questa l’unica sezione a essere tradotta in inglese, mentre il resto è solo in lingua danese. E da qui si ottengono preziose informazioni.
Tv Glad dunque è la prima televisione al mondo realizzata da persone disabili mentali: sono circa centotrenta le persone che vi lavorano, distribuite in sei filiali; la maggiore è quella di Copenhagen che raccoglie più della metà degli addetti ai lavori (circa settanta). I programmi prodotti vengono trasmessi in una striscia quotidiana di trenta minuti (notturna o diurna, dipende dall’emittente) in diverse televisioni locali danesi, fino a raggiungere un terzo della popolazione della Danimarca. Obiettivo imminente è quello di espandere il bacino di utenza in patria ma anche all’estero. Sono già in essere alcuni tentativi riusciti con successo; Tv Glad infatti riesce a trasmettere in diversi paesi dell’America Latina, grazie alla filiale di Madrid, e ha in corso numerose trattative per aprire studi in Lituania, Svezia, Norvegia, Spagna, Turchia, Cuba, Equador e Cina.

Libertà di espressione e di opinione
“Tv Glad vuole assicurare, incrementare e mantenere il diritto democratico della libertà di opinione e di espressione delle persone disabili mentali” – si legge nel sito – perché essere capaci di esprimere in modo autonomo la propria vita quotidiana e il saper raccontare storie, sono elementi essenziali per l’autonomia personale e per la creazione di un’identità. Il mezzo televisivo è stato scelto come strumento privilegiato, per fornire a queste persone la possibilità di comunicare il loro mondo e il mondo che tutti abitiamo, pur non sapendo né leggere né scrivere, nella maggioranza dei casi.
Il servizio mandato in onda da Report mostra bene questa caratteristica, più volte sottolineata all’interno della presentazione che si legge sul sito. Vediamo una giornalista all’opera, mentre conduce un’inchiesta sugli alcolisti. Lo fa andando a parlare con persone alcoliste in un parco di Copenhagen: non sono certo argomenti difficili a spaventare le troupe di Tv Glad! Gli operatori disabili che lavorano all’interno della testata raccontano il loro handicap alla giornalista di Report e spiegano come non sapendo leggere e scrivere, riescano a esprimersi proprio attraverso le interviste grazie alle quali possono “dire qualcosa”.
Tv Glad dunque, oltre a compiere un importante compito di natura strettamente culturale, svolge anche un’azione fortemente formativa per le persone stesse che la realizzano. Innanzitutto un’esplicita volontà di immettere questo personale nel mercato del lavoro (perché in fondo di questo stiamo parlando), proponendo loro un impiego in un settore che vi rientra a pieno titolo. Ogni mese, infatti, esiste uno stipendio che, in molti casi, va a integrare la pensione di invalidità. Non solo. Oltre a lavorare a pieno titolo nel settore delle comunicazioni televisive, tutte le persone disabili mentali che vi sono impiegate, assumono ruoli significativi e di rilievo: sono giornalisti che decidono come strutturare le interviste, le inchieste o i reportage; così come sono loro stessi a condurre, per esempio, i dibattiti o le tavole rotonde mandati in onda. Ma sono anche loro a decidere gli argomenti, le scalette e l’agenda della striscia quotidiana. Certamente è importante l’azione di supporto del personale tecnico e qualificato che si arricchisce della presenza di qualche volontario. Sono stati buoni, dunque, i risultati ottenuti finora: sia dal punto di vista “commerciale” (la striscia quotidiana infatti è vista da un grande bacino di utenza, e sta vivendo una fase di notevole espansione), ma anche e soprattutto dal punto di vista educativo per le persone disabili che vi lavorano (imparano a pieno titolo un lavoro).
È interessante concentrarsi su questo secondo aspetto che più volte gli autori del sito sottolineano: chi lavora a Tv Glad impara a fare un mestiere. Quando si pensa alla persona disabile, e disabile mentale, che sta imparando a fare un lavoro si è soliti pensare a un tipo di occupazione che abbia a che fare molto più con il concreto. Con il fare qualcosa in modo meccanico e ripetitivo, forse. Difficile pensare che la persona disabile mentale venga educata e avviata alla carriera televisiva, perché quello della comunicazione e dell’informazione è sempre un terreno delicato che si riserva ai pochi che ne abbiano le competenze.
In realtà la sfida duplice messa in atto da questa televisione danese dimostra proprio come, operando un attento lavoro sulla persona, formandola ed educandola ad aprire il proprio mondo interiore alla manifestazione dei propri interessi e alle manifestazioni del mondo, lo si operi, più o meno direttamente, sulla collettività nel suo insieme.

E gli argomenti?
Il pensare a programmi come Glad Food o Glad magazine condotti da disabili mentali è abbastanza rivoluzionario. Il primo un programma sui gusti alimentari. Sì, perché negli istituti o nei centri diurni, i disabili non hanno alcuna facoltà di scegliere il cibo e così non ne hanno mai avuto una coscienza. Non sanno in autonomia cosa preferiscono o cosa è meglio preparare; ora che i tempi sono cambiati, che molti cominciano a vivere nei gruppi appartamento, o addirittura in casa soli, diventa necessario che qualcuno sproni a questa fantasia sui gusti alimentari. Ecco il programma. Di una originalità e ironia incredibile, a pensarci bene.
Il secondo invece, un programma di dibattito sui tanti argomenti di attualità; non solo e non necessariamente legati alle tematiche o al mondo della disabilità, anzi. Essendo un programma di dibattito, sono anche ospiti esterni, esperti convocati appositamente, a parlare di temi quali l’educazione, la scuola, il mondo dell’informazione, la vita della famiglia, la cittadinanza attiva, temi legati all’andamento politico e amministrativo del paese. E, perché no, talvolta si parla anche di diritti delle persone disabili. Oppure Novotny Corner, un programma culturale in cui è soprattutto l’arte a essere protagonista, di qualunque tipo: la cinematografia, la pittura, la musica…
Quando sul sito si legge che il presupposto dal quale parte il lavoro è il riconoscimento della “normalità” di queste persone e l’affermazione del principio della liberà di espressione e di opinione, probabilmente ci si convince della positività che Tv Glad porta quotidianamente sul piccolo schermo. Tele contenta, sarebbe in italviano. Forse è contenta proprio perché cosciente, in qualità di mezzo “massa” per eccellenza, di diventarlo a pieno titolo. Nessuno escluso, dunque. Né dagli argomenti né, soprattutto, dagli studi dove, con microfono e telecamera, si arriva nelle case della gente.