Skip to main content

autore: Autore: Claudio Imprudente

Una cena a lume di portacandela – Il messaggero di Sant’Antonio, Aprile 2012

Qualche giorno fa, durante una pausa caffè al Centro Documentazione Handicap dove lavoro, mi sono trovato coinvolto in un animato confronto tra due delle mie più esperte col­leghe con disabilità. La domanda che rendeva infuocata la bagarre era semplice, ma stimolante: come si può organizzare una cena a lume di candela con il/la proprio/a amato/a, quando non si è completamente autonomi?
La prima considerazione, in proposito, viene spontanea: la domanda presuppone che un disabile, anche grave, possa avere una normale relazione affettiva e di coppia. E questo, purtroppo, non è scontato. Solo fino a pochi anni fa, infatti, nell’immaginario collettivo le persone con qualche forma di deficit erano considerate bellissimi angioletti, senza una propria identità sessuale, mentre sappiamo che non è affatto così.
Ma la domanda si presta a una seconda sottolineatura. Nell’intimità di coppia tra due persone non autonome va quasi sempre messa in preventivo la presenza di un terzo individuo, lo stesso che ci è indispensabile nell’assistenza quotidiana per i nostri bisogni primari e comunicativi.

Fin qui nulla di nuovo, di per sé. Tuttavia, nella querelle tra le mie colleghe, questa considerazione ha scatenato un ulteriore interrogativo: posto che la terza presenza sia indispensabile alla nostra vita, come «incorporarla» nella relazione? Spesso infatti – è inevitabile – la presenza altrui finisce per condizionare la spontaneità della persona e il suo ruolo autonomo nell’intimità.
La diatriba mi ha subito richiamato alla mente un’e-mail ricevuta alcuni mesi fa da una lettrice con disabilità, che mi parlava delle difficoltà vissute con il suo partner, anch’egli in carrozzina. Così scrive la protagonista: «La nostra non sarebbe stata una vita di coppia, bensì una vita a quattro, con la mia e il suo assistente, al nostro fianco ogni giorno e a tutte le ore. Che relazione ne sarebbe uscita? Come avremmo potuto avere la necessaria intimità per comprenderci?».
La mia prima riflessione al riguardo è che è sbagliato generalizzare. Ogni coppia, sia essa disabile, normodotata o mista, possiede peculiarità proprie, e ciò vale anche nell’approccio all’intimità; allo stesso modo, ogni «terzo» può dimostrare un atteggiamento diverso di fronte all’affettività altrui.

Affrontare queste tematiche, inoltre, a mio parere, porta ad aprirci maggiormente verso nuovi schemi di relazione, senza preventivamente imprigionarci nei cliché consolidati della comune vita di coppia. La terza persona, infatti, non deve essere per forza un ostacolo o un complice, come d’altra parte non si può nemmeno pretendere che sia completamente neutra.
Sono discorsi molto delicati, che si reggono di fatto sui sentimenti, e quindi su fili relazionali molto sottili, in cui, volenti o nolenti, è facile inciampare. È chiaro che, in questi casi, garantire il rispetto di tutti ha come elementi discriminanti la conoscenza e la fiducia reciproche, che debbono essere sincere e condivise.
Importante, però, è non dimenticare che, se la vita di coppia può non essere del tutto autonoma, l’affettività lo rimane in tutti i casi. Autonoma da tutto e tutti, anche da quell’eventuale «portacandele» al seguito ventiquattro ore su ventiquattro.

Ma non mettiamo in secondo piano nemmeno i portacandele: non hanno vita facile, soprattutto quando si trovano in mezzo a emozioni esplosive…
Su questo aspetto vorrei interpellare anche voi lettori. Vi siete mai sentiti dei portacandele? E le vostre rispettive «candele», come hanno reagito?
Scrivete a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook.

La soffitta dell’integrazione- Prima parte- Superabile, Aprile 2012

Spesso ci siamo ritrovati a parlare di problemi di integrazione scolastica, di insegnanti con poca formazione e di genitori forse troppo distratti. Un mio sogno nel cassetto invece, era finalmente poter scrivere di integrazione reale, di una scuola che funziona. La mamma di Irene ha trovato per me le chiavi di quel cassetto, riposto nella soffitta della mia esperienza. Il suo racconto, che vi somministrerò a piccole dosi, narra di una sfida nella sfida, parla di creatività e fiducia come sfondo integratore. Iniziamo con una pillola di stupore e curiosità:

"Irene frequenta la scuola materna ormai da più di 6 mesi e siamo proprio immensamente felici di questa esperienza. Tanto che mi sembra quasi incredibile che l’anno scorso, più o meno in questo periodo, stavamo combattendo la nostra battaglia culturale per inserire Irene senza sostegno, incontrando infiniti ostacoli. Cos’è successo di così magico? Nessuna magia, solo quattro ingredienti assai gustosi e succulenti: curiosità, leggerezza , reponsabilità e fiducia. Ve ne racconto uno per volta. Curiosità. Il tutto sembra funzionare benone sin dai primi giorni di scuola. Le maestre tra lo stupore e la curiosità, ripetono: ‘Com’è autonoma, ascolta sempre quello che le si dice, mangia bene, da sola e senza sporcarsi . Accoglie qualsiasi proposta le si faccia, tutto bene, davvero tutto bene’. Che bello, per una mamma, vedere queste maestre capaci di lasciarsi incuriosire da questa bimba che si trovano davanti, concedendosi di conoscere Irene per quello che è nella sua complessità, e superando precedenti pregiudizi e preoccupazioni! E nei fatti, non a parole, come troppo spesso accade. Che piacere vedere che le maestre trattano Irene semplicemente come una bimba, evidenziando soprattutto le sue qualità e non risparmiandosi di sgridarla quando serve o chiederle di più quando sentono che è possibile osare! Curiosità vera …"

Quando la scuola funziona: direi che non servono ulteriori commenti.

To be continued…

 

 

Prendi l’arte e mettila da parte! Superabile, Aprile 2012

E se l’arte diventasse disabilità? Oppure se la disabilità diventasse arte? O ancora, se il famoso detto "prendi l’arte e mettila da parte" fosse vero? Sono domande, queste, che mi sono sorte spontanee lo scorso sabato pomeriggio, quando con la critica d’arte Paola Magi e Martina Gerosa, architetto, giornalista e membro dell’associazione Arcipelago sordità, sono intervenuto alla presentazione del libro Il pianista che ascolta con le dita, organizzato dal Centro Documentazione Handicap in collaborazione con il museo Mambo di Bologna. Il testo della Magi, così come l’intervento di Martina, si sono concentrati sui potenziali della comunicazione non verbale, su cui ci hanno fatto un ritratto delle loro esperienze, difficoltà e tentativi di soluzione, trovati o per meglio dire "creati" nel corso del tempo nelle vesti di ricercatrice da un lato e di persona non udente dall’altro, gesti creativi, che ci parlano di arte e di relazione. Un tema affascinante, per molti aspetti, che mi ha riportato indietro nel tempo, a quello che fu il mio primo ausilio creativo che mi sarebbe tanto piaciuto portare all’incontro, cosa che per ragioni biologiche, purtroppo, non ho potuto fare, anche se avrei avuto un grande successo…Sto parlando di mia nonna Dirce! Già dal nome si può intuire il suo ruolo…Vi spiego meglio. Un problema delle persone disabili che, come me, non possono pronunciare le parole è associare le immagini al suono e di conseguenza anche le lettere. Di solito infatti, quando uno scrive normalmente, può ripetere con la voce quello che pensa, facilitando così il processo di scrittura. Per una persona con difficoltà di linguaggio questo non è possibile. A risolvere il problema tuttavia, ci ha pensato proprio mia nonna. Dirce era una gran chiacchierona e fin da quando ero molto piccolo trascorrevamo interi pomeriggi al sole sul balcone di casa, a commentare i passaggi delle persone per la strada sotto di noi, insomma, diciamolo, facendo del gossip! I pettegolezzi della nonna, tuttavia, si sono rivelati presto un insospettabile ausilio, che mi ha insegnato ad associare spontaneamente e con allegria senza l’uso della parola scritta, le persone fisiche ai mestieri, ai ruoli, le caratteristiche e così via…

Qualcosa di simile è accaduta anche a Martina, che, quando le diagnosticarono il proprio deficit uditivo all’età di tre anni, più che da complessi e tecnologici ausili è stata prima di tutto sostenuta dai suoi genitori, che con una buona dose di fantasia hanno creato per lei delle carte da gioco, in cui ad ogni immagine erano associate lettere e parole, da lei riutilizzate sia nel tempo libero che con la sua logopedista. Uno strumento creativo ma prima di tutto un bellissimo gioco, che Martina, ci dice, ricorda ancora con grande affetto. Questo, ancora una volta, ci dimostra che il vero ausilio passa prima di tutto per la relazione e che l’arte ne è lo specchio ideale, perché, come ci ricorda anche Paola Magi, ci porta in un mondo altro, un passaggio continuo e condiviso tra l’ordinario e l’extraordinario dove tutti siamo sullo stesso livello. E voi, siete mai stati delle opere d’arte per qualcuno? Scrivete a claudio@accaparlante.it e, ovviamente, buona Pasqua a tutti!

Se telefonando… Superabile, Marzo 2012

Il signor R. mi ha raccontato in una lettera piena di pathos della sua rabbia e della sua frustrazione nei confronti dei colleghi del sindacato, da anni coscienti della sua disabilità, i quali, in una normale giornata di lavoro, per trasmettergli alcune informazioni hanno ben pensato di tempestarlo di telefonate. R. ovviamente, a causa del suo ben noto deficit, non poteva rispondere, e li ha così tempestivamente esortati a inviargli un sms. Richiesta totalmente ignorata, le telefonate sono continuate finché, R., ormai esasperato, ha deciso di passare il telefono al vicino, il quale non ha potuto che confermare la stessa soluzione. "Va beh che non sente ma almeno parla!" è stata la risposta che ne è seguita dall’altro lato della cornetta. Che dire? Cito direttamente le parole di R.: "Questo aspetto mi ha mostrato in tutta la sua crudezza come il mio impegno sulla disabilità è incredibilmente difficoltoso se si considera che, oltre a lottare per i diritti e la giustizia per le persone con disabilità, ti trovi di fronte a quelli che dovrebbero essere i tuoi compagni di viaggio e invece ti accorgi che con tutta probabilità non comprenderanno mai completamente cosa sia la disabilità!".

È difficile per me esprimere un parere obiettivo, anche perché non conosco personalmente né R. né i suoi colleghi, quello che però di certo emerge è il fatto che ancora, anche in territori considerati sensibili e culturalmente preparati, persiste la necessità di sottolineare la differenza tra lavoratore persona e lavoratore disabile. E voi quante volte vi siete trovati, insieme ai vostri compagni di viaggio, a inciampare in questo rischio? Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook. (Claudio Imprudente)

(26 marzo 2012)

 

 

Affogando con Zigulì, Superabile, Marzo 2012

Qualche settimana fa, entrando in libreria, ho notato un libro dal titolo curioso: Zigulì, sì proprio lo stesso nome delle note caramelle alla frutta. Benché divertente e invitante questo titolo mi ha riportato indietro nel tempo, a una mia vecchia e personale fobia. Nella mia infanzia, chissà perché, ho sempre temuto infatti che le caramelle Zigulì mi andassero di traverso. Così piccole, tonde e zuccherose mi sembravano l’ideale per affogare… Le guardavo con curiosità e terrore, tanto che mi perseguitavano dalla pubblicità fino al tabaccaio sotto casa. Alla fine tuttavia ho acquistato il libro. Ma non per combattere le mie paure…

 

Zigulì. La mia vita dolceamara con un figlio disabile è un romanzo autobiografico di Massimiliano Verga (Mondadori, 2012), docente di Sociologia del Diritto presso l’Università Bicocca di Milano e soprattutto padre di Moreno, un bambino disabile grave, cieco, muto, epilettico e con un forte deficit cognitivo.

Sfogliando il lungo racconto ci si rende subito conto di quanto lo sguardo di Massimiliano nei confronti del figlio sia volutamente crudo e spietato, come lui stesso ha dichiarato nelle sue presentazioni.

Già nelle prime righe, motiva così la scelta del titolo: «Il cervello di Moreno» scrive «è grande come una Zigulì. Quand’ero bambino, mi piacevano molto quelle caramelle. Il cervello di Moreno mi piace un po’ meno. A volte penso che sarebbe bello poterlo mangiare, proprio come una caramella. Ma se potessi farlo, non vorrei sentirne nemmeno il gusto. Lo manderei giù come una pastiglia per il mal di testa. Così sparisce del tutto e non ci penso più». La prima considerazione che faccio è sull’autore. Un padre che scrive del proprio figlio disabile, al di là di quello che fu il caso di Giuseppe Pontiggia con il suo pluripremiato Nati due volte (2000), è in queste circostanze un’occasione rara. Se la bibliografia su questo campo è ampia a scrivere le loro testimonianze di solito restano soprattutto le madri.

Nel libro si nota la mancanza di falsi buonismi e di pietismo, sono delle pagine scritte di getto, con il cuore. Le difficoltà che si incontrano in questi contesti familiari diventano qui dolorosamente evidenti e prive di ipocrisia. In uno sfogo Verga arriva persino ad ipotizzare l’omicidio del piccolo…e purtroppo, questa, è una reazione che può dirsi normale. Un libro da leggere tutto d’un fiato, cercando di non affogare! A cinquant’anni suonati ho così deciso di mangiare la mia prima Zigulì ed ho capito quanto fossero affrettati i miei giudizi: era piccola e dolce come immaginavo. Ma io, come Moreno, sono ancora vivo.

Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina facebook. (Claudio Imprudente)

Notte prima della gita, Superabile, Marzo 2012

Finalmente la primavera è alle porte. I ragazzi frequentanti l’ultimo anno di liceo o scuola superiore aggiustano il mirino verso il loro obiettivo finale, oramai così vicino…
State pensando all’esame di stato, vero? Sbagliato!
Io sto parlando della gita scolastica di fine anno, dove spesso per la prima volta ci si innamora, si litiga, ci si conosce meglio e a volte si trasgredisce.

Insomma una tappa fondamentale che spesso segna il confine tra la fine del periodo adolescenziale e la vita adulta.

Mentre gli autisti dei pullman controllano olio e pneumatici, io vengo inondato da mail di genitori e fratelli di ragazzi con disabilità per la quale questa, che dovrebbe essere una meravigliosa esperienza, a volte rischia di diventare un’occasione discriminatoria. Sarebbe scontato far dei riferimenti alla cronica mancanza di fondi che influisce pesantemente nell’organizzazione di attività extra-scolastiche, in questo caso però mi preme di più soffermarmi su dinamiche prettamente educative che se svolte con superficialità rischiano di sfociare in esclusione/emarginazione.

Penso che avere un diversamente abile in gita possa essere un’occasione per creare un clima diverso, ad esempio valorizzando la logica della lentezza che favorisce una relazione più intensa, necessaria al processo di integrazione. Tra le diverse mail che ho ricevuto su questo argomento mi ha colpito molto quella di una sibling, che raccontava l’esperienza discriminatoria vissuta dal fratello disabile in una gita scolastica a Parigi.

Ne riporto solo un breve passo, le sue amare conclusioni:

"…Sono allibita. Nauseata al punto che fatico a trovare qualcosa di sensato da dire. Forse non ci sono commenti da fare. Quante cose si dicono alle famiglie, poca verità la maggior parte delle volte. Pochi di coloro che parlano poi si calano nelle situazioni e le comprendono, molti agiscono senza professionalità e parecchi se ne approfittano. Lavoro nella scuola e vedo continuamente la scarsa professionalità di queste figure che quasi mai vedono nelle persone diversabili innanzitutto persone…".

Mi piacerebbe conoscere le vostre gite, belle o brutte, inclusive o discriminatorie, innamorate o litigiose… Scrivete a claudio@accaparlante.it o sulla mia pagina Facebook. (Claudio Imprudente)

Di chi è la colpa? Superabile, Marzo 2012

Ci siamo sempre chiesti, qui al centro documentazione handicap di Bologna, come affrontare una delle sfide più delicate ed importanti: la costruzione della propria identità. La scorsa settimana partecipavo ad un nuovo laboratorio organizzato dal progetto calamaio, rivolto a dei giovani con disabilità che hanno appena terminato il proprio percorso scolastico. Le attività sono varie, da alcuni esercizi motori fino ai giochi di ruolo, e uno degli obiettivi finali è aumentare la consapevolezza di se stessi, indispensabile per il nostro lavoro nelle scuole. Nell’ultimo incontro con i ragazzi è saltato fuori un tema molto complesso: tutto è nato da un affermazione di una persona con disabilità, il quale ha affermato che diverse volte nel corso della sua vita, sentendosi un peso per la famiglia e inutile per la società, ha pensato al suicidio. Il clima, solitamente allegro e spensierato, è subito divenuto cupo. Chiaramente era una forzatura, una provocazione che ha scosso il gruppo, scatenando un dibattito. Perché proprio a me? Di chi è la colpa? Perché non posso avere una vita come gli altri? Quante volte, tra convegni, percorsi e formazioni ho sentito queste domande nella mia vita… Questi interrogativi sono un passaggio obbligatorio e fondamentale nel processo di costruzione di un’identità adulta, acquisire consapevolezza dei propri limiti e delle proprie risorse rappresenta una sfida che tutti dobbiamo affrontare, indipendentemente dalla disabilità. Argomenti pesanti, di cui è complicato parlare. Allora concludiamo con un sorriso e ascoltiamo cosa aveva da dire Bennato… E voi cosa avete da dire in proposito? Scrivete come sempre a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook. (Claudio Imprudente)

Non dare il cioccolato ad un handicappato! Superabile, Marzo 2012

Venerdì è uscito nelle sale un nuovo film francese che ha fatto scalpore. Campione d’incassi nei cinema dei nostri cugini transalpini "Quasi amici" è una storia tratta da una vicenda realmente accaduta. Il tema è la disabilità. Non potevo proprio esimermi dal correre a vederlo, così il mio sabato passato è trascorso in un noto cinema bolognese di via indipendenza. Il risultato è stato molto positivo, ho passato due ore davvero divertenti, con spunti molto ironici e incisivi.

Il nucleo del film è il rapporto di confidenza ed amicizia che nasce tra un disabile grave benestante (ex avvocato di successo) ed un ragazzo di colore in cerca del permesso di soggiorno. La storia è una continua uscita dagli schemi educativi e formativi canonici, le differenze socio-culturali tra i due protagonisti sono la forza e la complicità che educano e sensibilizzano il loro contesto. Il film risulta privo di pietismo, sentimentalismo e buonismo, cosa affatto non scontata quando si trattano questi delicati argomenti per un pubblico di massa. Per questo risulta più vero, autentico. Credo anche sia una buona base di partenza, trattando a così ampio raggio il tema della disabilità, per iniziare a parlare di qualcosa che vale più dell’azione: la relazione.

Vorrei concludere con una battuta di Driss (il ragazzo di colore) che sembra banale, ma credo testimoni bene il rapporto di fiducia ed ironia esistente tra i due… a tempo di rap "non dare il cioccolato/ ad un handicappato!". Buona visione! Scrivete i vostri commenti a claudio@accaparlante.it oppure sulla mia pagina Facebook. (Claudio Imprudente)

’Na tazzulella ’e cafè, Il messaggero di Sant’Antonio, Marzo 2012

Come possiamo trasformare il dopo pranzo della domenica – durante il quale il calcio sembra l’unico argomento – in un pomeriggio di riflessione sulla disabilità? E se bastasse cominciare a bere insieme un semplice caffè? Proprio alcuni week-end fa, mentre sonnecchiavo davanti alla tv in un uggioso pomeriggio emiliano, la semplice visione di un set di tazzine colorate, in netto contrasto con il grigio del cielo, ha acceso la mia fantasia. Erano delle semplici tazze colorate di ceramica, che tuttavia avevano una forma un po’ insolita: erano infatti storte e sbilenche – probabilmente per inseguire i nuovi cliché del design moderno – proprio come succede ai bicchieri di carta quando hanno assolto il loro compito, e si buttano via. Ovviamente non posso dirvi la marca, ma di certo capiterà anche a voi di berci qualcosa. Quello che mi ha colpito di queste tazzine è stata, a dire il vero, la loro inutilità, tanto per cominciare, perché erano così imperfette e così scomode che non ho potuto non rivedermi in quei piccoli oggetti apparentemente inutili. A pensarci bene, però, come la maggioranza delle persone, ho fatto un errore di superficialità: mi sono concentrato sulla forma delle tazzine, sulla loro immagine, e non sul loro potenziale contenuto, proprio come molti fanno al primo impatto di fronte a disabilità evidenti. La mia domenica, dunque, è proseguita osservando queste tazzine: più le guardavo, e più mi identificavo in loro. Senza dubbio, le mie prime impressioni erano state affrettate.

Le tazzine, infatti, erano ergonomiche. Possiamo dire, addirittura, che non ci si accorgeva della loro comodità finché uno non le prendeva in mano. Parlando fuor di metafora, le mie prime impressioni erano state simili a quanto accade, spesso, alle persone che incontrano la disabilità. Finché non la si tocca con mano, con un atto di relazione, la disabilità resta, agli occhi dei più, una realtà scomoda, informe e, per certi versi, inutile. Però, come ci dimostrano queste tazzine, l’imperfezione, se è trasformata in modo creativo, può diventare non solo più utile del previsto, ma anche interessante e originale.

Molte volte, a scuola, durante le animazioni del «Progetto Calamaio», i ragazzi pongono queste domande: la disabilità è bella o è brutta? È comoda o è scomoda? Guardo di nuovo queste tazzine e mi viene spontanea la risposta: la disabilità non è né una realtà bella né una realtà scomoda, è semplicemente una realtà propria e originale, con il suo valore intrinseco. Le tazzine sono, a loro modo, attraenti perché, come ogni singolo individuo, mantengono le qualità e le peculiarità che gli sono proprie. Bisogna evitare di fare il mio stesso errore: giudicare prima di toccare. Alla fine ho gustato il mio caffè, con due cucchiaini di zucchero, in una di quelle tazzine. Era imperfetta, di colore rosso acceso… e devo dire che il caffè era davvero delizioso! E voi, che tazzine usate? Scrivete a: claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook.

Viva la rai! Superabile, Febbraio 2012

A Sanremo la performance di Simona Atzori, che porta la sua disabilità sul palcoscenico più seguito della televisione italiana. Come più di 40 anni prima aveva fatto Pierangelo Bertoli. Anni che non sono passati invano
collage di foto di Simona Atzori

La sbornia di cinque giorni, da festival nazional-popolare della canzone, devo ancora smaltirla.

Tutto previsto, dalle incursioni di Celentano alle varie farfalline: serate passate senza scossoni, come in ogni febbraio a Sanremo che si rispetti. Forse qualcosa di nuovo in realtà l’ho visto… Nell’apertura della quarta serata sul palco dell’Ariston è comparsa una sinuosa quanto particolare ballerina, accompagnata da una coreografia di forte impatto. Simona Atzori, questo il nome dell’artista, è entrata nelle case di sedici milioni di italiani in prima serata, con questa performance.

Sicuramente non affronterò le tematiche tecnico-coreografiche del balletto (non è proprio il mio campo…) ma vorrei evidenziare un fatto culturale interessante. La disabilità di Simona mi ha riportato alla mente un’Italia, e una Rai, ancora in bianco e nero. Nel 1971, sulla stessa rete, il cantautore Pierangelo Bertoli metteva in crisi i coreografi della tv di stato, vedere per credere… Ammirevole lo sforzo di quelle belle ragazze atto a coprire quella scomoda carrozzina!

Facile dire che questi quarant’anni non sono passati invano. Evidente il processo di cambiamento nell’esposizione mediatica della disabilità. Dall’imbarazzo collettivo per la disabilità di Bertoli fino all’evidente gioco di immagini che finiva per evidenziare l’handicap della Atzori, un passo in avanti che reputo positivo e di buon auspicio. Voi cosa ne pensate? Scrivete a claudio@accaparlante.it o contattatemi nella pagina facebook. (Claudio Imprudente)

Dietro all’altare, Messaggero di Sant’Antonio, Febbraio 2012

Ricordo che il giorno della mia Prima Comunione, nel 1970, fu un disastro. Che le cose sarebbero andate così lo si poteva anche prevedere: pensate che la preparazione alla Comunione non la ricevetti come gli altri bambini al catechismo, ma dalla maestra delle elementari (speciali) che al tempo frequentavo. Il sacerdote della mia parrocchia mi riteneva incapace di accedere ai contenuti e di esprimere una fede consapevole. Il giorno della cerimonia, mentre tutti gli altri bambini erano seduti uno fianco all’altro, ben visibili davanti all’altare come veri protagonisti del dono del sacramento, per me e i miei genitori era stata invece predisposta una postazione sul retro della tavola eucaristica. Nessuno quindi poteva sapere che eravamo presenti in chiesa, tanto più che il Cardinale quando elencò i nomi dei bambini “dimenticò” di pronunciare il mio.
La disabilità, all’epoca, metteva infatti profondamente in crisi l’istituzione religiosa cattolica, impreparata a gestirne le implicazioni se non dal punto di vista assistenziale, come già accennavo in un articolo di circa due anni fa. Per il mondo della disabilità, d’altra parte, l’accesso ai sacramenti veniva considerato inutile, la salvezza per loro era già scritta, già data, né a loro veniva chiesto di far (ri)vivere quei sacramenti nella vita della comunità. Credo che ancora oggi potremmo ritrovare casi simili, nonostante le tante persone che vivono con responsabilità all’interno della Chiesa. A questo proposito desidero condividere con voi questa lettera che mi ha dato molta gioia e speranza:
“Ciao Claudio, per la Prima Comunione ventisei tesori che si apprestano a ricevere per la prima volta l’Eucaristia. Uno dei bimbi è autistico. Si è preparato come tutti anche grazie all’aiuto della sorellina. Quella mattina quando è arrivato in chiesa aveva paura di tutta quella gente. La sorellina lo ha accompagnato ed è rimasta con lui. Alla fine è salito all’altare, ha alzato le braccia al Cielo e si è messo a gridare “Grazie! Grazie! Che bello! Grazie!”. È stato l’unico che ha capito il dono grande che gli è stato fatto ed ha ringraziato. Qualche mamma, aveva un po’ storto il naso, perché il bimbo riceveva il sacramento con gli altri…(…) Come vedi, i veri disabili siamo noi”. M. A.
Di questa lettera mi piace sottolineare il ribaltamento dei ruoli: i genitori degli altri bimbi scettici a fronte di un’apertura piena da parte della parrocchia e non una chiesa restia a mostrare una parte del suo gregge. Il merito, in questo caso, va al percorso che la Chiesa ha voluto garantire a un suo membro con un deficit psichico, non un deficit di fede.
Credo che dei passi in avanti siano stati fatti…avete voglia di raccontare anche voi le vostre prime comunioni?
Scrivete a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook.

Claudio Imprudente
 

Un paese di navigatori… e di eroi. Superabile, Febbraio 2012

In queste ultime settimane l’eco sul naufragio della Costa Crociere ha inondato, nel vero senso della parola, i mass-media nostrani.
Ormai siamo tutti esperti di inchini e scialuppe, conosciamo a memoria la biografia di capitan coraggio Schettino e siamo consapevoli della pericolosità degli scogli: tutti i nostri idoli del passato, da Cristoforo Colombo fino al buono e paffuto Capitan Findus sono così svaniti nel buio…
Alcuni giorni fa navigando sul nostro www.superabile.it ho letto una notizia, proprio su questa vicenda, che mi ha stuzzicato alcune riflessioni.
Protagonista un’anziana disabile di origine tedesca, Lilli Knepeck, in crociera per festeggiare le nozze d’oro col marito, che, durante il naufragio è stata miracolosamente salvata dal nipote diciannovenne Omar Brolli, fattosi strada tra la folla in panico, mentre il personale di bordo la intimava caldamente a tornarsene in cabina a riposare…
La notizia ha fatto praticamente il giro del mondo, tant’è che, cito dall’articolo, “Omar non va a scuola da giorni, è sempre in giro fra trasmissioni televisive. Sul suo profilo facebook fioccano i complimenti dai compagni di classe […]”
Potrei di nuovo scrivere, e di materiale ce ne sarebbe in abbondanza, su come siamo ancora troppo indietro per quanto riguarda l’accoglienza e la sicurezza dei disabili sui mezzi pubblici (qui addirittura stiamo parlando di una nave da crociera), sulla formazione del personale addetto e sulla scarsa organizzazione dell’equipaggio. Tutto vero.
A me però preme maggiormente parlarvi di un argomento a cui tengo molto.
Mi pongo delle domande: il salvataggio della signora disabile è differente dalla messa in sicurezza delle altre quattromila persone a bordo?
E se lo è, in cosa consiste questa differenza? Questo giovane nipote, che ora gira per radio e televisioni, è davvero l’unico esempio di coraggio in questa tragedia? Se sua nonna fosse stata normodotata, avrebbe avuto lo stesso risalto?
Proprio di questo voglio parlare, della spettacolarizzazione della disabilità.
Troppo spesso viene utilizzata la disabilità come megafono, per ampliare situazioni già di per sé drammatiche, troppo spesso vengono esaltati gesti che dovrebbero essere naturali come eccezionali. Pensateci, in una situazione del genere non avremmo cercato tutti noi di salvare un nostro parente in difficoltà, disabile o meno?
Non voglio sminuire l’azione di Omar, assolutamente. Voglio solo parlare di parità e inclusione, al di là di un supposto atto di eroismo.
Ancora oggi infatti la disabilità vista dai media fa ancora un effetto particolare, come direbbero gli addetti ai lavori, fa audience. Perché? Lo chiedo a me stesso ma lo chiedo anche a voi…
Personalmente forse, vorrei solo, già da ora, un integrazione più reale, dove la disabilità non diventi il pretesto per puntare la riflessione sul commuovente caso del singolo, evitando così di andare a fondo sulle effettive e scomode cause che ci hanno portato e ci portano a confrontarci con certi tragici avvenimenti. La disabilità in questo senso, dovrebbe essere solo una condizione tra le tante, una testimonianza importante magari, ma non la notizia in sé.
Mi rendo conto di essere provocatorio con queste affermazioni ma credo che porsi domande come queste e tentare di darsi delle risposte sia oggi una necessità e un dovere per tutti per guardare in faccia la realtà senza ipocrisie e sterili buonismi.
Allora mi accontento di sognare, per guardare al futuro con ottimismo e mi diverto persino a scomodare anche il pluripremiato film di James Cameron Titanic…Quando tra cento anni un subacqueo, invece di un prezioso gioiello, ritroverà una carrozzina in fondo al mar Tirreno, avvolta da alghe e molluschi, non sarà molto sorpreso. Si interrogherà soltanto sulla visione di quella presenza, testimonianza di una vita passata, sommersa tra le tante.
Non penserà, speriamo, a Omar, penserà alle cause di quella scoperta, perché, per dirla con Bertold Brecht: “Beato il paese che non ha bisogno di eroi”.
E voi vi sentite più navigatori o eroi?
Scrivete come sempre a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook.

Claudio Imprudente

 

La disabilità al telecomando

Per conoscere e seguire cambiamenti significativi negli ambiti più vari è spesso alla “periferia” che occorre volgere lo sguardo. Se lo puntiamo solo verso il grande, il già noto, il centro, che è un centro per certi versi imposto e conservato al di là dei meriti qualitativi

che gli vengano riconosciuti, rischiamo non solo di perdere numerose e preziose notizie e di trascurare movimenti rilevanti, ma anche di restare inermi e sconsolati di fronte ad un mancanza di cambiamento che, a ben vedere, è solo apparente. E’, invece, “ai margini”, nel piccolo e dal piccolo, dal basso che il più delle volte si sviluppano dinamiche e si propongono modelli e soluzioni innovative, pionieristiche e, ad uno sguardo attento, inclusive.
In questo caso, in realtà, parlare di periferia sarebbe inappropriato, perché la vicenda si svolge a Roma; però il canale che ospita la trasmissione di cui parleremo si colloca fuori da quelli che, ancora, in Italia vengono identificati come canali di massa, ovvero i primi sei o sette del nostro telecomando…Ed è una notizia che, due anni dopo, si pone in controtendenza rispetto ad un’altra che al tempo mi aveva colpito non poco, una storia che, immediatamente, avevo collocato in Italia e, invece, con mia grande sorpresa (e non sollievo…) riguardava una nazione “insospettabile”, ovvero l’Inghilterra: numerosi genitori avevano protestato sonoramente perché, per condurre un programma rivolto ai bambini, la BBC aveva scelto una ragazza, attrice, nata con un avambraccio solo. Insospettabile, peraltro, la rete televisiva stessa, anche perché, come ho riportato in un articolo di qualche mese fa, la stessa BBC da diversi anni trasmette Something special out and about (Qualcosa di speciale in giro), un programma per la prima infanzia, il cui fulcro sono alcuni bambini con disabilità – perlopiù affetti da sindrome di Down – chiamati a intrattenere i giovani spettatori. Questo format televisivo prevede, quindi, che le persone disabili figurino come animatori, cioè che siano loro a «fare qualcosa per» e non a «ricevere qualcosa da». Esperienza inspiegabilmente negata alla conduttrice di cui sopra.
Eccoci al punto centrale del nostro articolo: Gold Tv, dai primi giorni di novembre 2011, sta mandando in onda, in tutto il Lazio, la prima trasmissione televisiva interamente condotta da un giornalista con disabilità grave. Si intitola I Dintorni dell’Handicap, ha cadenza settimanale e affronta i temi della disabilità e dell’attualità. Condotto da Andrea Venuto, il giornalista disabile in questione, il progetto è nato da un’idea di Mario De Luca, presidente del Forum regionale sulle disabilità ed è stato realizzato dal Forum regionale del Terzo Settore ed Editare 2000 srl in collaborazione con Roma Salute News.
Altro aspetto rilevante è che per la realizzazione della trasmissione è stata decisiva la collaborazione di numerose cooperative ed associazioni che operano nel campo del sociale (Insieme, Agenzia per la vita indipendente, Centro per l’autonomia, Coop. Agora’, Coop. Cotrad, Coop. Iskra, Coop. Nuova Sair Coop. Omnia, Coop. Solcoe l’Unione Italiana lotta alla Distrofia Muscolare Sezione Laziale Onlus). Diverse organizzazioni che hanno voluto sostenere il progetto d’informazione sull’handicap per valorizzare e far conoscere il proprio operato e, contemporaneamente, affrontare le problematiche del settore. Tutto il materiale video, inoltre, è prodotto dalla cooperativa sociale integrata Matrioska, una realtà che ha accolto ex ospiti dell’Orfanotrofio di Begoml, ormai adulti, che hanno vissuto in Bielorussia e che oggi sono cineoperatori, montatori, fotografi e anche registi. Ragazzi che, nonostante abbiano tutti una diagnosi di polifrenia, hanno già al loro attivo numerosi cortometraggi e veri e propri film-documentari che realizzano e scrivono in piena autonomia.
Credo sia interessante riportare questi dettagli, per mostrare che la presenza nel ruolo di conduttore di una persona disabile, già significativa in sé, in questo caso è “solo” la parte più evidente, emergente di un progetto che vede il “mondo” della disabilità porsi come produttore di informazione, come suggeritore di un immaginario, di un modo di intendere e interpretare la realtà circostante, la realtà di tutti, non solo quella che tocca più da vicino chi vive una disabilità in maniera più o meno diretta. Indubbiamente un’esperienza da seguire con attenzione e da raccontare perché possano crearsi altre occasioni affini, in particolare in una nazione, l’Italia, in cui la moltiplicazione delle fonti delle notizie e delle modalità con cui vengono date è una necessità vitale per la costruzione di una cittadinanza consapevole e attiva.
Scrivete come sempre a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook. E buona informazione a tutti!

Claudio Imprudente

 

C’è nessuno? – Il Messaggero di sant’Antonio, dicembre 2011

L’andamento degli eventi non segue un corso rettilineo, prevedibile. È la storia stessa a non svolgersi in maniera lineare o, meglio, la lettura che ne diamo in base ai dati che riusciamo a raccogliere (più o meno affidabili). Scarti, strappi, variazioni, eventi occasionali e forse irripetibili e periodi connotati da una maggiore regolarità, almeno all’apparenza: sono questi gli elementi che caratterizzano lo sviluppo e la successione temporale dei fatti. A volte, addirittura, sembra di vivere una condizione schizofrenica. Alcuni eventi li avvertiamo come discordanti, inconciliabili, quasi che un caso smentisse l’altro appena il primo ha avuto modo di mostrarsi e, magari, di suggerire un’interpretazione di quanto avvenuto.
Questa sensazione di straniamento si fa tanto più evidente quanto più breve è il tempo che intercorre tra un evento e quello successivo che smentisce il primo. In alcune occasioni questo scarto, questa negazione di un fatto da parte di un altro ci colpisce particolarmente, lasciandoci spiazzati, inermi e – perché no – offesi. Soprattutto se, come scrivevo, la nostra ragione aveva ricostruito, da alcune premesse, un’interpretazione che reputavamo credibile, resistente nel tempo, affidabile per noi e non solo.
 
Come già accennato nell’articolo pubblicato sul numero di settembre del «Messaggero», l’università di Bologna mi ha conferito pochi mesi fa la laurea honoris causa in formazione e cooperazione. Un riconoscimento che, in quanto indirizzato alla mia persona, vi confidavo, ho subito interpretato come frutto di un lungo lavoro collettivo e – è questo che qui ci interessa – anche come parziale segno dei tempi, almeno dello sviluppo della cultura negli ultimi cinque decenni. Non è cosa di poco conto dichiarare pubblicamente che un disabile è meritevole per le sue capacità professionali. Si tratta di un traguardo che è il risultato di un processo, di un’evoluzione che mi sembrava innegabile, evidente.
Ma, e questo passaggio dalla storia alla cronaca non deve sembrare inopportuno, dal giorno del conferimento della laurea mi è capitato, nella comunità di famiglie in cui vivo, Maranà-tha, di subire tre o quattro «non-riconoscimenti» che mi hanno colpito e fatto dubitare. È successo quando alcuni avventori occasionali, pur vedendomi in giardino o nell’atrio d’ingresso, si sono sgolati in cerca di qualcuno (che non c’era o non rispondeva) in grado di dare loro informazioni, senza nemmeno provare a interpellare me che ero lì a due passi e disponibile. Un salto indietro di trent’anni nel giro di una settimana…
 
A ben vedere, la cosa si faceva involontariamente ironica, perché chi chiama un qualcuno generico solitamente usa questa espressione interrogativa: «C’è nessuno?». Mentre io ero fisicamente lì, un qualcuno c’era, anzi ero l’unico a esserci, presente e senziente. Ma non venivo affatto tenuto in considerazione come persona in grado di fornire delle indicazioni. Di nuovo un’ironia dolorosa, proprio a pochi mesi di distanza da un riconoscimento accademico per le mie capacità formative e informative.
Questo episodio serve a segnare in maniera evidente quante contraddizioni possano coesistere, non solo nel medesimo arco di tempo, ma anche nella stessa area geografica, addirittura probabilmente prodotte da persone simili per cultura e grado di studio.
Ma tutto ciò non ci spinga a riconoscere le ambiguità come una condizione immodificabile. Ci induca semmai a farcene carico in maniera doppia, a cercare un intervento nel mondo ancora più efficace e ostinato. Una buona intenzione per l’anno che sta per iniziare. A proposito, buon Natale e buon 2012. Scrivete a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook.
  

Superare l’alfabeto – Il Messaggero di sant’Antonio, novembre 2011

Nell’aprile del 2008, forse qualcuno di voi lo ricorderà, il «Messaggero di sant’Antonio» pubblicò un mio articolo dal titolo La tavoletta magica, nel quale raccontavo il valore extra-tecnico dell’ausilio che utilizzo per comunicare, una tavoletta di plexiglass nella quale sono impresse tutte le lettere dell’alfabeto. Dall’altro lato della tavoletta c’è una persona che, seguendo il movimento dei miei occhi, compone, lettera dopo lettera, le parole e le frasi che io voglio trasmettere, e le ripete a voce alta, così che io possa interagire con le altre persone. In quell’occasione avevo deciso, appunto, di raccontare cosa comporta, soprattutto a livello relazionale, la condivisione di quel mezzo di comunicazione con chi ricostruisce ed enuncia quello che compongo con gli occhi. Per chi volesse rileggerlo, l’articolo è ancora on line sul sito del «Messaggero».

In quella testimonianza non avevo privilegiato un aspetto di fondo, forse il più importante, ovvero la questione della pluralità dei linguaggi e dei modelli comunicativi, che – spesso non ci si riflette abbastanza – vanno ben oltre il più comune codice alfabetico e danno la possibilità di esprimersi e «condividersi» anche a chi non ha accesso, per le ragioni più varie, al comune linguaggio.
Ho usato volutamente la parola «comune»: in realtà, per quanto il codice alfabetico sembri il più naturale possibile, è, al contrario, convenzionale, cioè frutto di convenzioni, e là dove c’è convenzione c’è apertura alla pluralità, all’invenzione, alla creatività. La pluralità, ovviamente, non è solo «in uscita», ma anche «in entrata». Non ci sono infatti solo molteplici possibilità di e per esprimersi, ma anche molteplici modalità di apprendere e catturare informazioni (chiamiamole così, in senso neutro). Un esempio è il mondo dei libri per tutti e dei libri accessibili, un universo davvero affascinante, ricco, colorato, molto interessante anche dal punto di vista estetico (la qual cosa non è secondaria). È il tema della monografia del numero della rivista «Hp-Accaparlante» di settembre 2011, dal titolo Leggere per vivere. Libri per tutti e accessibilità della lettura.

Vi è mai capitato di avere tra le mani un libro tattile per bambini sia vedenti che non vedenti? Oppure, vi è mai capitato di condividere la lettura in simboli con vostro figlio, a prescindere dalla presenza di un deficit che giustifichi il ricorso a un sistema simbolico di quel tipo? Ci sono, poi, alcuni codici che nascono per far fronte a delle necessità, ma si dimostrano di interesse (e anche utili) in ambiti per cui, inizialmente, non erano stati pensati: e questo è uno degli aspetti più interessanti e «integrativi» che si possano immaginare.
Un discorso peraltro molto simile a quello valido per l’accessibilità architettonica: realizzata per chi ha particolari esigenze, rende un ambiente migliore per tutti, non solo per la minoranza. Faccio un esempio: un libro in simboli dentro una scuola dell’infanzia avvince non solo il bambino per il quale il libro è stato costruito «su misura», cioè adattato ai suoi bisogni specifici, ma anche i compagni, e diventa uno strumento da condividere, esplorare e gustare assieme. Evade dalla funzione per cui è stato pensato e si apre al mondo, agli altri, diventando, a seconda dei punti di vista, ancora più funzionale e, al contrario, meravigliosamente slegato dai vincoli stretti della funzionalità. Si rivela molto efficace anche per velocizzare il processo di apprendimento della lingua da parte di un adulto straniero… senza disabilità. Avvicina, accorcia le distanze, contribuisce a costruire un contesto culturale e relazionale più vivo. Scrivete (anche in simboli, se volete) a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook.