Come abbiamo visto la parola alienità si riferisce anche alle (vere o presunte) alterazioni della “salute” mentale. Dunque questo percorso si avventura in una doppia direzione: come la letteratura di fantascienza ha affrontato i nostri “matti” ma anche come noi terrestri potremmo essere “folli” per chi ha una logica davvero altra.

Per entrare in argomento tuffiamoci direttamente dentro una storia.

In ogni posto di lavoro, per strada o a casa, incontrate i sanity-meters ovvero gli “alienometri” prodotti dalla Cahill Thomas Manufacturing: li vedete intorno a voi, non troppo dissimili dai parchimetri ma funzionano senza monete o tessere. Misurano il disadattamento – “la pazzia” – di ogni cittadino. Se si supera la norma (fra 0 e 3) si è sottoposti a sorveglianza; quando si arriva al livello 10 obbligatoriamente si sottostà alla “correzione chirurgica” oppure si entra (per sempre o fino a guarigione?) nella misteriosa Accademia. E per l’appunto Accademia s’intitola un racconto-profezia scritto nel 1954 da Robert Sheckley.

Mi è capitato – nelle vesti di attore che ogni tanto, con sfacciataggine, indosso – di leggerne alcuni brani in una sede particolare come è quella dell’associazione dei familiari di degenti negli (ex, dopo la legge che tutti conoscono come “Basaglia”) ospedali psichiatrici e mi ha molto colpito il commento di alcune persone che più o meno suonava così: è fantascienza sino a un certo punto perché anche senza “alienometri” in questa società c’è chi (più o meno “autorizzato”) misura il nostro livello – da 1 a 10 – di “normalità”.

Ovviamente lo spunto iniziale di Sheckley è la tipica ossessione statunitense per “l’igiene” mentale e la conseguente diffidenza verso tutto ciò che si discosta da una presunta norma. Non abbiamo gli “alienometri” fra noi però negli ultimi anni il tentativo di psichiatrizzare tutto si è allargato dagli Usa al resto del mondo, trovando ostacoli ma anche vincendo battaglie importanti. Come sempre la buona science fiction ci può aiutare a muoverci nei sentieri del presente e dei possibili futuri prossimi.

Proviamo allora a tuffarci in uno dei mondi inventati dal già citato Dick. Nel complesso ed efficacissimo Follia per 7 clan ha addirittura disegnato un intero sistema sociale basato su diversi tipi di malattie mentali in “guerra” fra loro. C’è forse un solo “Norm” in mezzo ai “Mani” (la loro capitale è definita – notate la perfidia – “Grande Da Vinci”), ai “Para” (nella città di “Adolf-ville”), agli “Schizo”, ai “Poli” maniaci, agli “Eb” (i troppo buoni e dunque ebeti che si ritrovano – questa è ancora più provocatoria – in un luogo chiamato  “Gandhitown”), ai “Dep” (depressi, con ogni evidenza) e infine agli “Os-com” cioè gli ossessivi-compulsivi. Come sempre accade in Dick anche qui ci sono paraventi (tre almeno ma evidentemente questa non è la sede per approfondire) che nascondono altre verità.

Questa provocazione definitoria in Dick ha evidenti radici nel nostro mondo. La mania di classificare ogni minima “deviazione” continua a tradursi in statistiche che urlano vertiginosi aumenti di vecchie/nuove forme del malessere psichico. Di continuo i mass media rilanciano allarmi su “epidemie” che, lungi dall’essere indagate e/o verificate, servono invece a lanciare altri farmaci, cure, psicoterapie ma anche ad allargare il controllo sulla vita privata. Bambini compresi, che vengono curati in sostanza perché “troppo vivaci”. Istituti definiti autorevoli – e magari lo sono ma hanno finanziamenti assai loffi, cioè di chi poi venderà i rimedi contro le presunte sindromi – possono periodicamente e tranquillamente sostenere che in Occidente un bimbo su quattro si può classificare “malato di mente”. Persino l’Oms, cioè l’Organizzazione mondiale della sanità delle Nazioni Unite, aveva annunciato – per il 2005 – mezzo miliardo di “picchiatelli” in circolazione sul pianeta: per la precisione (ma chi fa i conti?) 413 milioni nelle società sviluppate e 122 nei Paesi “pezzenti”. E se vivere in effetti è sempre più difficile appare improbabile che l’abuso di farmaci  risolva tutte le difficoltà esistenziali.

Ancora Dick ha previsto l’arrivo degli “psichiatri portatili” (ben prima di programmi computerizzati come Eliza). Vale aggiungere per coloro che hanno visto il (bruttino) Minority Report di Steven Spieberg – tratto dall’omonimo racconto di Philip Dick, sempre lui – che nel sistema giuridico statunitense esiste già la possibilità che sulla base di una “precognizione” (di uno psichiatra, guarda un po’) scatti condanna, persino la pena di morte. 

Si potrebbe continuare ritornando a Sturgeon. Nel lontano 1956 Ultime notizie, un altro suo racconto, da una parte conduceva in un labirinto psichiatrico che (almeno per l’epoca) era dotto quanto sconvolgente ma dall’altra poneva una questione che sempre più risulta attuale e angosciosa: di fronte alla quantità di dolore, impotenza e rabbia che i mass media – le “ultime notizie” appunto – ci riversano addosso cosa possiamo fare per non soffrire? E se quando decidiamo di nasconderci (di “rimuovere” o “regredire” per usare termini tecnici) qualcuno ci viene a snidare… Ma senza offrire alcuna soluzione per quelle sofferenze, cosa potrebbe accaderci?

Due vicende esemplari hanno al centro – non per caso – donne. La prima è la protagonista di Sinthajoy dell’inglese David Compton sospesa tra le false vite dei “nastri” che le scorrono nel cervello e il puzzolente mondo reale dove scopre che “solo adesso che sono ‘ufficialmente’ psicotica posso fissare la gente senza provare imbarazzo”. L’altra donna è invece una chicana – cioè un’immigrata latina negli Usa – di mezza età, Connie Ramos, che viene classificata folle ma in realtà è solo un’emarginata: dalla sua “gabbia” Connie può però sintonizzarsi su un futuro (ahi-noi lontano) comunitario, ecologista, non sessista e libertario. C’è in questo romanzo di Marge Piercy, Sul filo del tempo una frase chiave che, mi scuserete la digressione personale, ho scelto come sottotitolo del mio blog: “Per conquistare il futuro bisogna prima sognarlo”. 

In via degli Aceri o su Cephes 5

Bisogna sognare anche un’altra psichiatria (meglio: una non psichiatria) che neghi l’esistenza di due diversi universi per i “folli” e per i “sani”. La ricorrente idea di un controllo sociale totale ha già storicamente prodotto l’internamento psichiatrico dei dissidenti nell’ex Urss e la lobotomia di massa negli Usa. Altre tragedie porterà se dimenticheremo quel che aveva urlato Erasmo: “non è vero che ogni illusione o vaneggiamento debba chiamarsi follia”. Anzi. Sempre più in una società di orrenda e socialmente iniqua “normalità”, di pensiero unico e di guerra preventiva/permanente chi vaneggia può essere maggiormente saggio di quelli che pretendono essere questo il migliore dei mondi possibile. Forse la nostra follia è più saggia della nostra saggezza, ci hanno ammonito Erasmo e Montaigne. Ma, con ogni evidenza, qui bisogna interrompere il discorso che andrebbe ben oltre il senso di questa specifica ricerca.

Accennando però a un altro paio di storie. La prima è in un telefilm – che forse i meno giovani ricorderanno – Arrivano i mostri in via degli Aceri, esemplare racconto di paranoia collettiva: siamo all’interno della celebre serie Ai confini della realtà (dal 1959 al 1964) e sono significative le frasi di chiusura dell’episodio: “I pensieri, le opinioni, i pregiudizi possono essere armi, armi che esistono solo nella mente degli uomini […] I pregiudizi possono uccidere e il sospetto può distruggere, la ricerca di un capro espiatorio contamina, come l’Atomica, i figli già nati e i nascituri”. Gli alieni – di loro si parla nel telefilm – spingono gli umani a farsi guerra fra di loro. 

“In cima alla collina due individui nascosti stavano accanto al portello di una nave spaziale e osservavano via degli Aceri. 

[…] Lo schema è sempre lo stesso?

Sì, con poche variazioni. – fu la risposta – Scelgono il nemico più pericoloso che c’è e lo trovano in loro stessi”.

La seconda storia è Cephes 5, un racconto (del 1973) di Howard Fast. 

A bordo della “grande nave interstellare” un ufficiale sente crescere il malessere mentale. Ne parla con “il Consigliere” dell’equipaggio che gli domanda se ha sentito parlare di “delitto” cioè di una “azione che sopprime una vita umana e che come idea ha origine in sentimenti anormali di odio e di aggressione”.

Lo stupefatto ufficiale quasi non capisce di cosa parli il Consigliere: 

“Volete dire che c’è gente che ammazza altra gente?”.

Purtroppo sì, spiega il Consigliere: anche se accade in pochissimi dei “33.472 pianeti abitati della galassia”.

Cosa si fa con gli assassini?

“Li isoliamo” spiega il Consigliere “sul pianeta Cephes 5”. La nave interstellare è diretta lì: quel senso di malessere avvertito dall’ufficiale nasce dalle “cattive vibrazioni” dei 500 assassini “di tutte le razze della galassia”.

Il racconto è pieno di interrogativi ma uno – il più choccante – si scioglie nelle ultime righe. 

“Noi chiamiamo questo pianeta Cephes 5 – disse l’ufficiale – ma tutti i pianeti hanno un loro nome, dato dagli abitanti. Come chiama quella gente il suo pianeta?

– Lo chiama Terra – rispose il vecchio Consigliere”.  

E in sintonia con la provocazione di Fast, per questo segmento l’ultima parola si potrebbe dare a un esponente del “realismo magico” latino-americano, quel Manuel Scorza che nel romanzo La danza immobile (del 1983) ci illuminò: “Lenin aveva torto… non è l’imperialismo la fase suprema del capitalismo, è la schizofrenia di massa”. 

Di alieni mentali ce ne sono parecchi in giro, anzi come diceva quella vecchia frase (che è anche su molte t-shirt) “visto da vicino nessuno è normale”. Che poi siano tutti pericolosi è tutto da dimostrare. Dipende, al solito, da chi ha il potere di guardare e decidere. Abitare in via degli Aceri e rendere migliore Cephes 5 come sempre almeno in parte dipende da noi.

Continua a leggere:
Categorie: Monografia