“Abbiamo incontrato gli alieni e gli alieni siamo noi” suggerisce Paul Press nel romanzo (del 1984) Le porte dei cieli sulla scia di Fredric Brown. Ma questa consapevolezza purtroppo non appartiene a tutte/i neppure nei mondi delle fanta-scienze.

Restano aperte grandi questioni che qui non possono essere approfondite come meriterebbero. Soprattutto a partire dalla stessa definizione di “essere umano” – si vedano le provocazioni di Philip Dick – rispetto alla quale confrontarsi (o rifiutare, come i razzisti vorrebbero) l’incontro con l’alieno che a sua volta è difficile da definire.

Accenniamo ad alcuni fra i dubbi possibili filosofico-etici.

In primo luogo l’intreccio fra biologico e artificiale. Confrontiamoci ad esempio con  il concetto di “formutazione” elaborato da Charles Sheffield nel romanzo «Progetto Proteo» (del 1978). Così all’inizio del libro: 

“Erano entrambi troppo giovani per ricordare i dibattiti sull’umanità. Che cos’è un essere umano? […] Un’entità può dirsi umana se, e solo se, è in grado di realizzare formutazioni intenzionali usando i sistemi di biorigenerazione”. 

E poi, poco prima della fine: 

“Se il confine tra mondo animato e inanimato è puramente teorico, la formutazione non ha limiti. Si può cominciare a concepire un essere pensante e cosciente grande quanto un pianeta o una stella […] Se i nostri test di umanità sono validi, ogni combinazione tra essere umano, o alieno, e macchina che coinvolga formutazioni intenzionali apparterrebbe di diritto al genere umano. Secondo me la questione è filosofica e non è così facile dare una risposta”.

Fu soprattutto lo sfrenato talento di Philip Dick a spalancare porte (dietro ognuna c’erano problemi in serie, come fossero scatole cinesi) sull’incerto confine fra naturale e artificiale, fra vita e non-vita. Siamo alla difficile – sempre più? – attribuzione di un senso alla nostra umanità.

Da romanziere, Dick si muoveva nei territori (disprezzati da certe elites) della letteratura “di genere”; eppure l’impressione per quel che scriveva fu tale che gli venne chiesto di tenere conferenze per approfondire la sua filosofia. Lasciamogli dunque la parola in questa veste insolita dove non perde in efficacia. Anzi. 

“Il più grande cambiamento al quale assistiamo nel nostro mondo è probabilmente la quantità di moto del vivente verso la reificazione e allo stesso tempo del meccanico nell’animazione. […] Un giorno forse vedremo un uomo sparare a un androide appena uscito da una fabbrica di creature artificiali della General Electrics: l’androide, con grande sorpresa dell’uomo, prenderà a sanguinare. L’androide sparerà, di rimando, e con grande sorpresa vedrà una voluta di fumo levarsi dalla pompa elettrica che si trova al posto del cuore dell’uomo. Sarà un grande momento di verità per entrambi”. 

Siamo ben oltre la metafora, anche perché dagli anni ’70 a oggi la commistione e/o confusione fra artificiale e biologico ha continuato a camminare. Come commenta Patricia Warrick: “L’analogia fra uomo e macchina è stata sfruttata sino in fondo. L’uomo è programmato dalla società perché funzioni come una macchina; l’uomo è un robot dall’aspetto umano che però si comporta come una macchina”. 

Forse tradire

Con ogni evidenza una conclusione è impossibile. Accettare l’alieno (quale che sia) venuto dall’esterno o scoperto dentro di noi è per molti tradimento. Del resto una definizione ristretta del concetto di umanità significa già, per molti, che riconoscere eguali diritti a “negri, froci e giudei” (tanto per citare il provocatorio titolo di un recente libro di Gian Antonio Stella), sorridere a chi viene definito turco, gay, islamico, handicappato… è tradire. Ma per altri il vero pericolo – se si vuole l’unico mostro – è uccidere gli alieni, le diversità fra noi e/o che ci portiamo dentro e/o gli extraterrestri, se mai li incontreremo.

Solo per caso 

Così il mio piccolo suggerimento è guardare a qualsiasi alieno (presente e futuro, terrestre o extra) ripensando a una canzone – There But For Fortune – di Phil Ochs; eccola nella traduzione italiana di Riccardo Venturi:
“Fammi vedere una prigione, fammi vedere una galera,
Fammi vedere un prigioniero con la faccia impallidita
E io ti farò vedere un ragazzo, e ci son molte ragioni
Che, solo per caso, quel ragazzo non sia io o te, io e te.

Fammi vedere il vicolo, fammi vedere il treno,
Fammi vedere il vagabondo che dorme fuori, sotto la pioggia,
E io ti farò vedere un ragazzo, e ci son molte ragioni
Che, solo per caso, quel ragazzo non sia io o te, io e te.

Fammi vedere le macchie di whisky sul pavimento,
Fammi vedere l’ubriaco che inciampa fuori dalla porta,
E io ti farò vedere un ragazzo, e ci son molte ragioni
Che, solo per caso, quel ragazzo non sia io o te, io e te.

Fammi vedere la carestia, fammi vedere la debolezza,
Occhi senza futuro che mostrano i nostri fallimenti,
E io ti farò vedere dei bambini, e ci son molte ragioni
Che, solo per caso, quei bambini non siamo io o te, io e te.

Fammi vedere il Paese dove son dovute cadere le bombe,
Fammi vedere le rovine degli edifici una volta tanto alti,
E io ti farò vedere un giovane Paese, e ci son molte ragioni
Che, solo per caso, quel Paese non siamo io o te, io e te”.

Evidentemente molte persone sono sconvolte da quest’idea che “solo per caso”… Ma invece c’è chi lo crede vero; chi lo sente dentro di sé anche senza conoscere Phil Ochs; chi vorrebbe che questo fosse l’atteggiamento per guardare il mondo, anzi i mondi. Philip Dick, nel presentare alcuni suoi racconti, scriveva così: 

“La premessa fondamentale di tutte le mie storie è che se dovessi incontrare un essere intelligente extraterrestre (più comunemente definito ‘una creatura dello spazio esterno’) mi accorgerei di avere più cose da dire a lui che al mio vicino di casa”. 

Solo per caso non siamo alieni. O più probabilmente in qualche modo lo siamo.

Ed ecco le tre righe finali di Sentinella 

“Molti, con il passare del tempo, si erano abituati, non ci facevano più caso: ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d’un bianco nauseante, e senza squame”. 

Aspettando l’incontro ravvicinato

Se volete sapere a che punto sono i viaggi spaziali e/o avere notizie su Seti e altri programmi di ricerca sulle “intelligenze extraterrestri” dovete rivolgervi a libri o siti appositi. La situazione però non è molto mutata da quanto scriveva Asimov nella prefazione all’antologia, rivolta a ragazze/i dai 10 anni in su, Storie per giovani alieni che contiene almeno due storie bellissime con protagonisti: 

“Esistono gli alieni? Non lo sappiamo. […] Per quanto riguarda il nostro sistema solare ogni ricerca in tal senso ci ha riservato solo delusioni. […] Ma il Sole non è altro che una singola stella in una galassia che ne contiene qualcosa come 200-300 miliardi: e la nostra galassia è solo una delle tante galassie che popolano l’universo, calcolate in circa 100 miliardi. […] Le stelle sono così lontane da noi che è virtualmente impossibile studiarle nei dettagli. […] Gli ottimisti ritengono che tutte, o quasi tutte, le stelle possiedano un proprio sistema planetario. […] Pertanto solo nella nostra galassia potrebbero esistere miliardi di pianeti portatori di vita. […] Gli astronomi ottimisti pensano che lo sviluppo dell’intelligenza sia un fatto inevitabile. […] Dal loro canto gli astronomi pessimisti contestano l’ipotesi di partenza: non sono affatto sicuri che ogni stella possieda un suo sistema planetario. […] Inoltre, aggiungono, per essere adatto alla vita, un pianeta deve possedere una così cospicua serie di proprietà e condizioni “giuste” che una tale eventualità appare altamente improbabile”.

Detto in 5 parole: per ora non lo sappiamo.

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