Prima di addentrarci nelle tematiche dell’affettività e sessualità delle persone disabili, lasciando spazio anche ai diretti interessati, è necessario fare chiarezza sui termini. Cosa intendiamo quando parliamo di sessualità? E quando parliamo di sessualità e disabilità? Lo abbiamo chiesto a Priscilla Berardi, medico, psicoterapeuta, formata in sessuologia, e coordinatrice del film-documentario Sesso, amore & disabilità. 

di Priscilla Berardi

Di cosa parliamo quando parliamo di Sessualità? È riduttivo associare la sessualità unicamente al sesso. Sessualità comprende – nel senso di accogliere in sé – il sesso e al tempo stesso lo spiega, lo descrive e lo comunica. La sessualità è la comunicazione di un desiderio e di un piacere attraverso il corpo, in un linguaggio non verbale e universale; è l’incontro con l’Altro per conoscerlo e per conoscere se stessi; è la cura di sé e l’espressione di un proprio modo di essere, di esprimersi, di sedurre. Vivere la propria sessualità è un modo per crescere, per affermare la propria personalità, per realizzare compiutamente se stessi, per giocare con l’Altro.
Il percorso di sviluppo della sessualità è comune a tutti gli individui, disabili e non: nasciamo sessuati non solo per il fatto di avere degli organi genitali, ma anche per la comunicazione che da subito si instaura, attraverso il corpo, il movimento e i cinque sensi, con chi ci ha generati e poi via via con un mondo sempre più vasto. Nel contatto e nello scambio cresciamo emotivamente e cognitivamente, attraverso l’attivazione di circuiti neuronali e la graduale sperimentazione di ciò che siamo in grado di proporre di noi stessi e di ricevere dall’Altro. Se le esperienze sono piacevoli sin dall’infanzia, e lo sguardo che osserva il nostro corpo è benevolo, quel nostro corpo ci sarà amico, ne avremo una percezione di libertà, sicurezza, affidabilità: sapremo donarlo e rispettarlo.
Nella disabilità è più difficile maturare una percezione positiva del proprio corpo: il movimento è ostacolato, c’è dolore, mancano la vista o l’udito – che sono i prìncipi del controllo dell’ambiente e della comunicazione col mondo –, c’è bisogno di assistenza, di strumenti esterni, si viene esaminati e manipolati a fini diagnostici e riabilitativi… Tutto dice al disabile che non è uguale agli altri, che così com’è c’è qualcosa che non va. Quel corpo, da guscio che lentamente si schiude, può allora diventare gabbia che costringe e limita. Addio sensazioni di libertà e affidabilità, addio piacere!
Eppure sotto tutte quelle difficoltà e quelle limitazioni, il corpo e i sensi del disabile sono ancora vivi e sessuati. E non perché continuano a funzionare gli ormoni e le vie nervose, ma perché attraverso quella pelle, quelle mani, quei piedi, quegli occhi, ancora si esprime un individuo in tutta la sua personalità, desideri, aspirazioni e capacità di scambiare piacere col mondo esterno.
Nella cultura della performance e della normalità omologata, che esibisce modelli di perfezione estetica e funzionale come icone da adorare e imitare, e che riconduce anche la sessualità a regole e stereotipi, c’è poco spazio per linguaggi ed esperienze alternativi. Eppure la Sessualità è prima di tutto Relazione, con tutta la sua componente emotiva, intima, interazionale. E nella relazione non conta quanto perfettamente si fa una cosa, ma il modo del tutto personalizzato e quindi originale di farla. È un cammino, originale e creativo, per co-costruire e raggiungere un obiettivo. Se saremo in grado di difendere l’immagine che abbiamo di noi stessi e i nostri desideri anche di fronte alle critiche degli altri, se sapremo uscire dall’idea standardizzata di prestazione e lasciarci andare con pazienza e fiducia alla guida e alla scoperta l’uno dell’altro, saremo in grado di conoscere tutte quelle carezze, quei baci, quell’erotismo pienamente soddisfacente perché creato apposta per noi, modellato sul nostro corpo. E ci sentiremo autori anche del piacere dell’Altro. Vale sia per chi è disabile sia per chi non lo è. Il mondo del piacere e del fare l’amore è variegato e le differenze tra i membri di una coppia possono essere stimolanti, così come può essere gratificante la complicità che viene dal trovare insieme la strada comune al di là delle difficoltà.
Certo per co-costruire la relazione con una persona disabile ci vuole fantasia, consapevolezza di sé, pazienza, costanza, maturità. Il disabile deve abbandonare la paura del rifiuto e imparare a proporsi; il non disabile deve vedere il potenziale partner come persona alla pari e non come persona da “badare”: deve accettare di essere essenzialmente simile al disabile nonostante tutte le evidenti differenze. Non è facile fare i conti con i limiti dell’Altro, ma soprattutto con i propri. Coppie miste, di persone non disabili e disabili fisici, di non disabili e non udenti, di non disabili e non vedenti, ne esistono sempre di più. È la conoscenza reciproca, l’apertura dei canali recettoriali, linguistici e intellettuali che ha permesso a queste coppie di incontrarsi.
Per questo serve parlarne, informare, fornire occasioni per sperimentare e sperimentarsi. Solo negli ultimi anni la discussione sull’argomento sessualità e disabilità si è diffusa ai non addetti ai lavori, a un pubblico più vasto che forse, a differenza di quarant’anni fa quando il dialogo su questi temi è iniziato, è ora pronto per ascoltare, riflettere e metabolizzare una nuova visione delle cose. Ci si è accorti che non si può più rimandare, che il retaggio culturale che vuole il disabile asessuato, bambino, fatto solo di buoni sentimenti e problemi pratici su come lavarsi e vestirsi è superato. La persona disabile rivendica il proprio diritto a vivere la propria Identità di Persona integralmente, inclusa la propria identità sessuale. La masturbazione, la prostituzione non sono più sufficienti. È necessario cambiare il pensiero socio-culturale affinché le persone, disabili e non, si incontrino e si mescolino. Vanno abbattute le barriere mentali, ultimo baluardo di un rapporto gerarchico tra chi è “normale” e chi è “da assistere” e “fuori schema”. Ben vengano i film, i documentari, le conferenze, gli articoli, le lezioni magistrali. Ben venga un’educazione sessuale e affettiva fatta ai disabili per insegnare a corteggiare, a conoscere e usare il proprio corpo, le sue funzioni, le risposte agli stimoli, il piacere che può provare e donare e non solo la sofferenza, al fine di annullare la scissione mente-corpo. Un’educazione che mostri che ognuno ha un proprio stile di seduzione e che protegga dagli abusi dei malintenzionati. Ben vengano le opportunità per le famiglie, gli educatori, i medici, gli insegnanti e tutte le figure coinvolte nella cura della sessualità o della disabilità, di mettersi in discussione e analizzare i propri pregiudizi. Ben venga l’abbattimento delle barriere architettoniche che permetta ai disabili di fare vita mondana e culturale e non solo associativa, così da abituare la gente comune alla normalità della loro presenza e ad avvicinarsi e toccare con mano quelle paure e quei tabù che ci offuscano la mente.
In fin dei conti, se ci pensiamo bene, tutti siamo nudi quando nasciamo. 

Continua a leggere:
Categorie: Monografia