Veniamo ora uno dei temi più controversi e difficili da affrontare in termini giuridici, contrattuali, di ruolo, e perfino di genere: quello dell’assistenza sessuale. L’assistenza sessuale è una forma di accompagnamento erotico per aiutare le persone a scoprire il proprio corpo attraverso la relazione con l’altro o l’altra, come una sorta di sperimentazione che dovrebbe condurre a una maggiore autonomia e stima di sé. Può consistere per esempio in massaggi, carezze, giochi di scoperta del corpo e della sessualità in senso ampio, quindi non solo e non necessariamente genitale. Non è da confondersi con la prostituzione, perché non esiste sfruttamento. Per alcune forme di disabilità, sia fisiche che intellettive, particolarmente serie, potrebbe essere una soluzione. Attualmente è in corso una battaglia per avere anche in Italia il riconoscimento giuridico degli assistenti sessuali, figure professionali che esistono già in alcuni Paesi europei ed extraeuropei. Se il percorso dell’assistenza sessuale – lo ribadiamo – non viene però accompagnato da un percorso di elaborazione culturale, si rischia che gli assistenti sessuali diventino un “parcheggio” o un alibi per non preoccuparci più del tema della sessualità delle persone disabili. Prima di “copiare” un modello tout court, sarebbe necessario conoscere bene come funziona l’assistenza sessuale nei Paesi dove è già applicata, e quali controindicazioni si siano rivelate. In quali Paesi dell’Unione Europea esistono servizi di assistenza sessuale “ufficiali” per persone con disabilità? E con quali percorsi si è giunti a regolarizzarli? Come questi servizi rientrano nei servizi di welfare rivolti alle persone con disabilità e in che forme si contribuisce alla loro fruizione? Quali percorsi di formazione e accreditamento esistono per poter diventare un assistente sessuale riconosciuto? La professione dell’assistente sessuale è esclusivamente femminile? Lo abbiamo chiesto a Giulia Garofalo Geymonat, ricercatrice al Centre for Gender Studies dell’Università di Lund, in Svezia, che sta conducendo una ricerca comparata dal titolo “Commercial Sex, ‘Sexual Assistance’ and People with Disabilities: A Qualitative Inquiry on Sweden, Britain and Switzerland”, finanziata dal Seventh Framework Programme of the European Union (Marie Curie). 

di Giulia Garofalo Geymonat

Innanzitutto è bene chiarire che l’uso del termine di “assistenza sessuale” (sexual assistance, assistance sexuelle, ecc.) si sta affermando solo negli ultimi anni – e va a indicare una serie di pratiche tra loro abbastanza diversificate, e che nei vari Paesi possono via via chiamarsi in modi diversi: per esempio in Svizzera si è usato, e ancora si usa, l’espressione “accompagnamento sessuale” oppure anche, a un certo punto, in riferimento a chi offre il servizio “accarezzatrice-accarezzatore”. In Danimarca, esiste una figura professionale di assistente sessuale che va sotto il nome di “consigliere-a sessuale” (sexual advisor). Negli Stati Uniti si parla molto di “partner sostitutivi-e” (surrogate partners). E così via.

In senso largo dunque si tratta di forme di accompagnamento erotico per aiutare le persone con disabilità a scoprire il proprio corpo attraverso la relazione, anche corporea, con l’altro o l’altra, come una sorta di sperimentazione che dovrebbe condurre a una maggiore autonomia e stima di sé. Può consistere per esempio in massaggi, carezze, giochi, di scoperta del corpo e della sessualità in senso ampio, quindi non solo e non necessariamente genitale. Questo accompagnamento può rivolgersi anche a coppie, di solito formate da due persone con disabilità. Detto questo, l’assistenza sessuale può anche limitarsi a fornire aiuto per così dire tecnico – sollevare, guidare la mano, mettere in posizione un vibratore, ecc. – nel caso di chi sappia cosa desidera ma non riesca fisicamente a farlo. Esistono forme di assistenza sessuale rivolte a persone con disabilità di ogni tipo, a condizione che si trovino modi, anche non verbali, per riuscire a comunicare il consenso e il piacere.

Questo tipo di figura è riconosciuta in alcuni Paesi dell’Unione Europa: Olanda, Germania, Austria, Svizzera (parti germanica e francofona) e Danimarca. Negli altri Paesi, per esempio in Italia, ma anche la Francia, l’Inghilterra, e tanti altri, l’assistenza sessuale esiste in forme non ufficialmente riconosciute e non completamente legali. Questo significa che viene fornita da persone che non hanno potuto seguire corsi specializzati, e con poche protezioni e garanzie per le varie parti coinvolte. Normalmente si tratta di sex workers (lavoratrici e lavoratori del sesso) con una particolare sensibilità ed esperienza con le persone disabili, magari anche nel campo dell’assistenza personale, o che hanno anche formazioni come massaggiatrici, massaggiatori, counselor olistici, e così via. Per farsi un’idea si veda per esempio il sito dell’associazione inglese TLC Tender Loving Care (www.tlc-trust.org.uk).

In ogni caso, il tipo di relazione che si instaura tra l’assistente sessuale e i suoi beneficiari mette spesso in crisi i sistemi legislativi, perché, essendoci contatto di natura sessuale associato esplicitamente a scambio di denaro, si tratta tecnicamente di un servizio sessuale, e dunque tendenzialmente si applicano le leggi che regolano la prostituzione.
Non è un caso infatti che per lo più i Paesi in cui l’assistenza sessuale è ufficialmente praticata siano Paesi in cui tutti i servizi sessuali sono riconosciuti come lavoro e servizio. Questo succede in Olanda, Germania, Austria e Svizzera – e fuori dall’Europa, per esempio in Australia. In due parole significa che ci troviamo in sistemi legislativi in cui i generici servizi che chiamiamo “prostituzione”, qualora siano praticati tra persone maggiorenni e consenzienti vengono, a seconda dei casi, vietati, o viceversa appoggiati e riconosciuti dallo Stato a seconda che siano svolti in condizioni accettabili oppure non accettabili per chi li offre, per chi li riceve, e per la società nel suo complesso. In questi contesti il percorso che ha portato allo sviluppo della professione di assistenza sessuale (al di là del nome che viene usato) si basa di solito sull’incontro fra un’associazione di persone disabili, e un’associazione di persone che già forniscono questo tipo di servizi in modo non riconosciuto, e cioè per lo più, associazioni di sex workers. Esemplare in questo senso è l’esperienza di Touching Base in Australia (www.touchingbase.org), associazione nata nel 2000, e che recentemente ha prodotto un documentario che si chiama Scarlet Road. Per quanto riguarda l’Europa, questo processo è iniziato in Olanda negli anni ’80, con l’associazione SAR, diventata importante negli anni ’90, e in Germania, con l’associazione SENSIS, nata nel 1995.

In un clima legislativo che riconosce e valorizza le associazioni di sex workers e il loro lavoro (nonché le associazioni di persone disabili e il loro lavoro), questo tipo di dinamica porta tipicamente a corsi di formazione concordati, diplomi, formazione continuativa, carte di comportamento etico, supervisione terapeutica, prezzi concordati, ecc. Si veda per esempio il caso dell’associazione svizzera francofona Sexualité et Handicaps Pluriels (SEHP) che certifica assistenti sessuali (donne e uomini) che lavorano con donne e uomini con disabilità, dopo aver seguito un corso di formazione che integra conoscenze sulle disabilità, sulle sessualità, sulla comunicazione, ecc. Un ruolo simile, sempre in Svizzera francofona, sta giocando anche la più recente associazione Corps Solidaires. In questo tipo di contesti, l’assistenza sessuale può qualche volta staccarsi del tutto dalla disciplina giuridica della prostituzione, come è il caso nel Cantone di Ginevra dal 2009, oppure restare inquadrata come un tipo molto particolare di servizio prostituzionale, che segue regole molto particolari.

Esiste poi un caso un po’ diverso, in Danimarca, Paese in cui la legge sulla prostituzione è abbastanza simile a quella italiana (e francese, e inglese). In Danimarca, una decina di anni fa, è stata introdotta la figura del-la sexual advisor. I sexual advisors, donne e uomini, sono assistenti socio-sanitari che sono ulteriormente formati e si occupano, soprattutto all’interno di istituti e centri, di accompagnare in un percorso di crescita sessuale le persone con disabilità che in qualche modo ne manifestino il desiderio. Questo può andare dalla conversazione in privato, all’aiuto concreto nella masturbazione o nel rapporto con un-a partner, alla ricerca di un-a sex worker,  all’esplorazione concreta del proprio orientamento sessuale, e così via. In questo caso, l’assistente sessuale esclude il fatto di “fare sesso con” la persona disabile, cioè di usare direttamente il proprio sé sessuale e dunque porsi come partner sessuale, per qualunque pratica. Questo diventa molto chiaro nel fatto che l’assistente sessuale può essere di un genere che non corrisponde all’orientamento sessuale della persona che ne beneficia. Per esempio un’assistente donna può aiutare un uomo gay o una donna eterosessuale così come un assistente uomo può aiutare un uomo eterosessuale. Questa soluzione permette, tra le altre cose, all’assistenza sessuale di svilupparsi in un campo legislativamente ben distinto dalla prostituzione.

Il contenuto della formazione varia a seconda dei contesti, e include elementi di studi delle disabilità, di sessualità, di stigma e di discriminazione, nonché legislazione e counseling. A definire le formazioni contribuiscono, oltre che le associazioni di persone disabili e le associazioni di assistenti sessuali, anche spesso associazioni che lavorano sui temi della salute sessuale, e associazioni che lavorano contro la violenza sessuale contro le persone disabili, in particolare le donne. Esemplare è in questo senso l’associazione FaBS, in Svizzera tedesca, creata dalla psicoterapeuta femminista Aiha Zemp, che vive con disabilità, e che ha sostenuto attivamente l’introduzione dell’assistenza sessuale come uno degli strumenti per rendere le persone disabili, e in particolare le donne disabili, più capaci di conoscere concretamente i propri desideri e limiti sessuali, e dunque reagire agli abusi di cui sono vittime spesso nell’ambiente familiare o del centro o istituto in cui risiedono.

Per chi di noi ha visto il film The Sessions, può essere interessante sapere che negli Stati Uniti (che ha una legge sulla prostituzione completamente proibizionista), la professione di assistente sessuale che viene interpretata da Helen Hunt, più precisamente chiamata sex surrogate (partner sessuale sostituta o sostituto), è molto ai margini, non è riconosciuta ed è semi-illegale. Questo tipo di pratica, detta Surrogate Partner Therapy, che fu ampiamente usata dai prestigiosi sessuologi Masters and Johnson dagli inizi degli anni ’70, è sostanzialmente una forma di accompagnamento sessuale che viene raccomandato e supervisionato da psicoterapeuti, o eventualmente medici di altro tipo, non solo a persone con disabilità ma anche a persone che vivono problemi nella sfera della sessualità (si veda ad esempio il sito dell’associazione IPSA che esiste dal 1973, www.surrogatetherapy.org). 

Fra le questioni più dibattute in questo campo ci sono i rischi di abuso e sfruttamento dell’assistente sessuale, e anche, per ragioni diverse, della persona beneficiaria.
Il fatto che il servizio dell’assistente sessuale venga pagato pone la questione della dipendenza economica e quindi dell’eventuale sfruttamento e abuso dell’assistente sessuale – che, come può succedere nella prostituzione – può trovarsi a fare cose che non vorrebbe fare o accompagnare persone che non vorrebbe accompagnare semplicemente per bisogno di denaro. D’altra parte, la persona beneficiaria potrebbe trovarsi in una situazione di eccessiva dipendenza emotiva dall’assistente sessuale, oppure confusione sulla natura del rapporto. In risposta a queste problematiche, le varie associazioni hanno sperimentato diversi accorgimenti. In alcuni contesti, si pensa che le e gli assistenti sessuali debbano avere una certa età minima (30 anni per esempio), e fonti alternative di reddito, in modo da limitarne il rischio di sfruttamento. In altri contesti, si tende a pensare che debbano essere escluse a priori alcuni tipi di pratiche sessuali giudicate troppo intime, come ad esempio il sesso penetrativo oppure quello orale. In altri ancora, si tende a limitare il numero d’incontri possibili. Questi accorgimenti comunque cambiano nel tempo, e in generale restano flessibili, mentre molto importante sembra essere il fatto che le e gli assistenti sessuali facciano parte di associazioni e gruppi che garantiscono una formazione continua, una messa in discussione delle pratiche, una supervisione terapeutica, e così via.

Un altro elemento che attira molta attenzione è quello dell’accessibilità economica del servizio. Da un lato è caratteristica fondamentale di questo tipo di rapporto che le e gli assistenti sessuali siano correttamente remunerati per un servizio qualificato, e in ogni caso che non offrano il loro servizio gratuitamente – la presenza del denaro aiuta infatti a segnalare il fatto che si tratta di una relazione ben circoscritta e di scambio equilibrato, anziché di dono che poi comporterebbe una situazione di disparità e ambiguità. Dall’altro è chiaro che per molte persone disabili può essere difficile aggiungere una spesa alla loro già difficile situazione economica. Di fronte a questo problema, molte associazioni di assistenti sessuali si danno dei prezzi standard e che riflettono le reali possibilità dei loro beneficiari, oppure creano casse di redistribuzione attraverso le quali per esempio i beneficiari più ricchi pagano un po’ anche per i più poveri. A un altro livello, in alcuni Paesi si è posta la questione del finanziamento da parte di enti pubblici o assicurazioni sanitarie, che attualmente avviene in casi molto rari. Secondo alcuni esperti e parti coinvolte, questo tipo di finanziamento non è in ogni caso auspicabile, perché può significare un’ingerenza dei finanziatori e dei medici in una sfera che dovrebbe restare il più privata possibile.

Infine, la questione di genere, e di orientamento sessuale, su cui giustamente si insiste molto. Esiste assistenza sessuale per donne, e per persone non eterosessuali? In una situazione in cui l’assistenza sessuale è fornita in forme semi-illegali e non riconosciute, il suo legame con l’industria del sesso in generale ne limita molto l’accesso alle donne disabili, visto che il mercato della prostituzione è tradizionalmente costruito e organizzato per clienti uomini. Non stupisce dunque che a fornire assistenza sessuale non riconosciuta siano quasi solo donne o uomini che lavorano con uomini. Invece, nei contesti in cui l’assistenza sessuale è riconosciuta, pensata, discussa, organizzata pubblicamente, esiste anche un certo numero di uomini formati per offrire servizi a donne, e di donne formate per offrire servizi a donne, anche se la maggior parte dei beneficiari restano uomini.

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