3. Gli stereotipi razzisti nella fantascienza
- Autore: Daniele Barbieri
- Anno e numero: 2001/1 (monografia su fantascienza e diversità)
La dice lunga sulla povertà del nostro immaginario collettivo che in una letteratura nata all’incrocio fra desiderio e paura sia quasi sempre la seconda a prevalere. Anche quando i nemici sulla Terra erano molti (ora ne sono rimasti pochi ma qualcuno se ne può sempre inventare anche dopo che il muro di Berlino è crollato) si poteva giocare, con metafore più o meno rozze, a spostare lo scontro, la paura più in là. Una statistica mostrerebbe che, almeno sino a una certa epoca, di fronte a una miriade di alieni (i citati Bem ma anche “cose”, entità incomprensibili e talvolta neppure descrivibili con i nostri criteri) la fantascienza 99 volte su 100 ci propone un solo tipo di terrestre: gli eroici Wasp, cioè la sigla inglese che indica bianchi, anglo-sassoni, protestanti e ovviamente maschi, lo statunitense idealizzato (e inventato).
Occorrono decenni perché nella letteratura avveniristica cresca, circoli, germogli l’idea di un diverso non ostile e dunque una concezione del mondo – per meglio dire dei molti universi possibili (qui e altrove) – non a misura di Wasp o addirittura non bipedo-centrica.
Fino a una certa data (fra poco cercheremo di capire quale) questa tipica “letteratura di genere”, o secondo taluni di “serie B”, che nasce nel secolo della scienza e della tecnica trionfanti adotta gli stessi stereotipi razzisti tipici della letteratura che pretende la L maiuscola. Anche nella sfi le stimmate del guercio, del gobbo o dello storpio, persino sguardi sfuggenti, fronti basse, unghie sporche, ci indicano dove trovare il nemico… che talora è così indecente da tradire non l’amico o la patria ma l’intera razza umana, alleandosi ai “mostri venuti dallo spazio”. Se infido è l’uomo senza una gamba o quello con la pelle marrone, figuriamoci il simil-polipo o un peloso essere bluastro.
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