Skip to main content

Autore: admin

Integrazione, parola vincente – Il Messaggero di Sant’Antonio, novembre 2007

Come ogni sera, seduti attorno al tavolo della cucina, aspettando di vedere l’unico telegiornale della giornata, ci sintonizziamo su Raiuno. Ci accoglie il viso lampadato di Carlo Conti che ci introduce al gioco finale della ghigliottina.
Il primo termine, che senza alcuna ragione dimezza il montepremi della campionessa della serata è «4 Agosto». Subito il mio cervello inizia a frullare, ma l’unico collegamento che mi viene è san Nicodemo.
Arriva, spietata, la seconda parola: «77». Io penso alle gambe delle donne. Ma che nesso ci può essere tra san Nicodemo e le donne? Non ci voglio nemmeno pensare.
La successiva è «cambiamento». E ancora non riesco a trovare alcun nesso logico.
La quarta, che finalmente la concorrente azzecca (ma per pura fortuna secondo me) è «30».

Ma che cosa sono tutti questi numeri stasera, penso spazientito? Il 4 (di agosto), il 77, il 30… Sono decisamente confuso. Provo a fare somme e sottrazioni, cerco di ripescare nei miei ricordi un evento storico avvenuto il 4 agosto, ma a scuola la storia non era la mia materia forte. Però la parola scuola mi fa intravedere un lumicino lontano lontano.

Ma ecco che l’ultima delle cinque parole elencate da Carlo Conti mi ributta nel buio totale, perché è «Zorro». Zorro?! Ma allora ero completamente fuori strada! Io, infatti, avevo pensato che la soluzione fosse «integrazione» e, fino a quel punto, ci rientrava tutto. Ecco il mio ragionamento. Tanto per cominciare il 4 agosto dell’anno 1977 è stata emanata la legge sull’integrazione scolastica per gli alunni in situazione di handicap nelle scuole statali; trenta sono gli anni passati da quella data (già trenta?), quando è iniziato un processo di cambiamento che sta diventando storia… Ma allora è integrazione! Sarebbe tutto più semplice se Zorro non scombinasse i miei piani. Dunque, Zorro era un bandito messicano che difendeva il popolo dalle tirannie del governo. Il suo stile «dark» con mantello, mascherina, cappello e cavallo nero mi ha sempre affascinato. E ancor più di lui mi ha affascinato il suo aiutante Bernardo. Questi era muto e con la gente faceva finta di essere anche sordo, solo Zorro conosceva il suo segreto così come solo Bernardo conosceva quello di Zorro. Quella di Bernardo era una posizione davvero strategica: fingendo la sordità egli poteva carpire dalla gente informazioni utili senza essere minimamente sospettato. Tra Zorro e Bernardo c’era quindi una grande complicità e una reale integrazione.

Un’altra cosa che mi piaceva molto di Zorro era che lui lasciava il segno del suo passaggio. Ma allora integrazione è la parola giusta! Anche l’integrazione, infatti, lascia un segno. In questi trent’anni l’integrazione ha lasciato migliaia di segni, ognuno dei quali è stato un fondamentale tassello per un cambiamento culturale e sociale. L’integrazione deve lasciare un segno, altrimenti è solamente «inserimento» (in effetti nella parola inserimento non c’è la Z!).
Ecco trovata l’analogia tra Zorro e integrazione. Allora io scommetto sulla mia soluzione! Dopo la suspance ecco Carlo Conti che tira fuori la soluzione dalla busta colorata, gira il foglio lentamente e… Avevo ragione! Peccato, avrei potuto vincere centomila euro!

E voi in questi anni quanti segni avete lasciato? Scrivetemi su:

claudio@accaparlante.it

 

 

La lezione d’argento di Gianmaria Dal maistro

Sesta medaglia per l’Italia con la coppia Dal Maistro/Balasso nella Supercombinata. Era la loro ultima gara: “Faccio appello a tutti i giovani con disabilità che vogliono fare sport. E’ una cosa bellissima, che va provata. Per me è stata una lezione di vita. Coraggio, fatevi avanti”.

Finire così, con l’argento in bocca. Davanti alle telecamere, ai flash, a migliaia di persone che ti applaudono. In mezzo alle montagne canadesi. Alle Paralimpiadi. Con trent’anni ancora da compiere. Cosa poteva volere di più, Gianmaria Dal Maistro, appena sceso dal podio della sua terza medaglia canadese? Una medaglia desiderata, voluta, strappata con rabbia contro molti pronostici? Lui ti guarda storto, sorride appena un po’ e, lentamente, ripete quello che va dicendo da giorni. Certo, meglio finire con un argento al collo che in fondo classifica, meglio finire così alla grande che sparire piano piano in mezzo al gruppo. Ma basta, stop: fine della favola paralimpica del ventinovenne ragazzo di Schio. Fine degli allenamenti pressanti, delle sere a letto presto. Delle diete, dell’antidoping, della paura di perdere. Fine del “Tom & Jerry show” come recitava lo striscione che gli amici hanno alzato ieri in mezzo alla folla stupita di Whistler. C’è una laurea in informatica che l’aspetta, una ragazza che gli vuole bene, una vita sociale da riprendere in mano. Niente di più. Ma ha deciso. Basta. Solo un pensiero, come fanno i vecchi quando parlano ai figli già grandi, va ai ragazzi che lo seguiranno. Più che un pensiero, una preoccupazione, un grido d’allarme: “Ecco, sì, ho pensato che voglio sfruttare questa occasione per fare un appello. Un invito forte a tutti i giovani con disabilità che vogliono fare sport. Ascoltate, è una cosa bellissima, che va provata. A me ha dato sicurezza, regole, la forza di raggiungere gli obiettivi. E’ stata una lezione di vita, un momento importante per la mia crescita. In questi giorni noi atleti stiamo facendo divertire il pubblico, vinciamo medaglie, ma non si fa sport solo per questo: è anche una grande soddisfazione personale. Una cosa che serve per vivere meglio. Coraggio, fatevi avanti. C’è bisogno di voi!”.

Valentina, la sua ragazza, è pazza di gioia. Salta in mezzo alla neve a baciare e salutare tutti. Ripete anche lei che, sì, nel 2014 a Sochi, in Russia, ci saremo solo da spettatori, metteremo da parte i soldi, ce la vogliamo godere. Gianmaria ha deciso così. E io sono d’accordo con lui. Come dar loro torto? Eppure ci sta anche un po’ di amarezza in questa ultima vittoria della “Tom & Jerry production” , e una domanda: perché adesso? La risposta non c’è, oppure è solo nelle semplici cose che il veneto Dal Maistro sta ripetendo ormai da qualche giorno. Nulla di più. Ma è giusto farsela. E aspettare una risposta, prima o poi. Il resto è una lunga a carriera alle spalle cominciata da bambino sulle nevi, dopo essersi sperimentato – come tanti ragazzi della sua età – in qualche altro sport. “Mio zio era un appassionato di sci, fu lui a portarmi per primo sulle piste – racconta Gianmaria – a consigliarmi di fare sempre il primo della fila per non perdere il maestro, visto che ci vedevo poco… “. Poi arrivano le prime gare, le prime vittorie, e a 14 anni comincia a pensare che si può fare, che le Paralimpiadi potrebbero essere un traguardo. Tanto più che gareggiando con chi non aveva problemi di vista – ha fatto anche questo – non se la cavava per niente male. E allora avanti con lo sci: categoria “vision impaired”, ipovedenti, classificazione: B3. Ecco, Dal Maistro è archiviato così nelle classifiche paralimpiche: nove medaglie in tutto con quella di ieri – l’ultima – sono un bel po’. E fanno storia. Tre solo in questi giorni nello slalom, nel gigante e nella supercombinata di ieri. Con lui, sempre davanti a lui, Tommaso Balasso, la sua guida, il suo amico, la sua strada da seguire. “M’impegnerò cercando di fare crescere nuovi atleti – racconta Balasso, anche lui 29 anni, anche lui di Schio – per fare nascere un nuovo gruppo e portare nuove speranze non in Russia, perchè non ci sono i tempi, ma alle Paralimpiadi del 2018. E’ un obiettivo che mi sono dato”. Ma che coppia, ragazzi! E Emanuele, il preparatore atletico: dopo la seconda vittoria si è fatto rasare i capelli, lasciando la scritta “Tom & Jerry” sulla nuca. Follie da Paralimpiadi. Gianmaria ora si prepara a tornare sui libri. Per lui solo fotocopie ingrandite, oppure l’ausilio di un piccolo scanner che allarga la visuale sulla pagina. Non può fare altrimenti con quegli occhi. E’ la sua nuova sfida, la nuova gara che ha deciso di correre.
 

Sci nordico, ultima giornata, speranze per Porcellato e Protopapa

Sesta medaglia ai decimi Giochi paralimpici invernali di Vancouver 2010: dopo i due bronzi vinti nello slalom e nel gigante di categoria “visually impaired”, Gianmaria Dal Maistro e la sua guida Tommaso Balasso hanno portato a casa la medaglia d’argento nella super combinata. Quarti al termine della prima manche, quella di super g, i due azzurri hanno scalato la classifica nella prova di slalom, fino a portare a casa l’argento, un successo che fa salire a 6 il numero complessivo di medaglie per l’Italia. Per quanto riguarda gli altri italiani in gara, settimo posto per Melania Corradini nella standing femminile, mentre Daila Dameno è uscita nello slalom dopo essersi piazzata sesta nel super g.

Potrebbe invece essere l’ultima giornata di gare dello sci alpino a portare qualche sorpresa: il programma degli azzurri prevede per oggi lo sci nordico – 1km sprint sitting maschile – con Enzo Masiello e Roland Ruepp e per 1km sprint sitting femminile Francesca Porcellato. Sempre per lo sci nordico – 1km sprint standing femminile – scendono sulla neve Pamela Novaglio e Paola Protopapa. L’attesa è grande.
Intanto tutto è pronto per la cerimonia finale nella piazza delle medaglie di Whistler. Il via alle 19 ora locale. Per l’Italia è notte fonda.
 

Inail, parte dal Canada la nuova collaborazione con il comitato paraolimpico

Una collaborazione che riparte. Un cammino che si era interrotto già negli anni settanta, quando l’Inail perse la prerogativa in tema di riabilitazione, e che oggi indica nuovi obiettivi da raggiungere. Luca Pancalli, presidente del Cip, il Comitato paralimpico, lo chiama “ricercato rapporto”, Marco Fabio Sartori, presidente Inail, parla di “una sinergia in cui crediamo molto”. Fuori dalle formalità, e l’altra sera a Whistler, ospiti di Casa Italia e davanti ad una platea fatta di esperti, giornalisti e con la partecipazione di buona parte dello staff paralimpico, si capiva che la partecipazione era sentita, fioriscono in Canada le basi di un nuovo rapporto in tema di sport per disabili. Nuove energie, progetti, sfide: tanto da fare pensare per le prossime Paralimpiadi di Londra 2012 ad un team sponsorizzato direttamente da Inail, con nuove risorse, per dare un diverso peso allo sport paralimpico italiano.

“Chi mi conosce – ha detto l’avvocato Pancalli, che all’incontro era affiancato dal capo missione Marco Giunio De Sanctis – sa che cito spesso un dato: in Italia ci sono tra le 800 e le 900.000 persone disabili, che vanno dai 6 a i 40 anni, che potrebbero essere interessate a fare sport in modo agonistico… Ecco, la collaborazione con Inail non può che partire da questo dato: una collaborazione privilegiata, ricercata, voluta, permanente, e che si rivolge in primo luogo al bacino degli infortunati sul lavoro, per poi allargarsi. Due gli aspetti importanti: uno promozionale, e l’altro tecnologico. Su entrambi possiamo continuare a fare una lunga strada insieme”. Annuiscono Luca Maraffio, Michael Stampfer e Fabrizio Bove, tra gli atleti paralimpici presenti l’altra sera a Whistler, loro sanno cosa vuol dire la preparazione per scendere in gara. E quanto costa. In fatica e soldi. Perché anche di investimenti si è parlato l’altra sera a Casa Italia, di quanta ricerca ci vuole per realizzare, ad esempio, protesi avanzate e in grado di sostenere in modo competitivo un atleta in gara. Lo hanno spiegato gli ingegneri dell’Inail di Vigorso di Budrio (Bologna) Emanuele Gruppioni e Enrico Boccafogli, lo ha rimarcato lo stesso Pancalli: “Il problema è fare in modo che anche chi ha ridotte possibilità economiche possa pensare di potere accedere allo sport per disabili… Già per un giovane che ha subito un trauma, e magari un’amputazione, è difficile ripartire verso una vita normale. Figurarsi se la sua famiglia è in grado anche di accollarsi le spese per una carrozzina adattata, per un arto artificiale particolarmente tecnologico… Ecco, anche di questo dobbiamo parlare”.

L’occasione è quella giusta. Boccafogli e Gruppioni sono arrivati apposta da Vigorso per fare conoscere anche qui la tecnologia italiana che, come forse non è ancora abbastanza noto, non ha nulla da invidiare a quella tedesca o di oltre oceano: “La nostra struttura – ha detto Gruppioni, responsabile del laboratorio di elettronica di Vigorso – si occupa di produzione, riabilitazione e ricerca. Da Roma a Bologna siamo in 380 tra sanitari, tecnici e personale amministrativo, e ci rivolgiamo sia a infortunati sul lavoro che a invalidi civili assistiti dal Servizio sanitario nazionale: in tutto fanno circa 11.000 pazienti all’anno”. Arti artificiali e ausili per la mobilità di ultimissima generazione vengono adattati o completamente realizzati nella struttura emiliana. Un punto di eccellenza in Italia, ma soprattutto un punto di riferimento per migliaia di persone disabili che cercano di superare il loro handicap. E che sempre di più possono pensare di sperimentarsi anche nello sport, agonistico e non. “Ciclismo, windsurf, atletica, sci, vela, canoa, scherma, tiro con l’arco, ippica e l’elenco potrebbe continuare – ha spiegato Boccafogli – oggi sono tutti che sport che un amputato, per fare degli esempi, può riuscire a praticare grazie alle nostre protesi. Certo per potere fare nuove sperimentazioni, lanciare nuovi progetti di ricerca servirebbe che si allargasse il bacino delle persone interessate, che l’attività di promozione andasse a pescare anche tra nuove generazioni… “. Il problema della ricerca su piccoli numeri, ha poi spiegato Pancalli sta tutto qui: “Se la aziende non hanno interesse a investire sulla ricerca, se non producono business, non si va da nessuna parte. Il ruolo delll’Inail, che utilizza al contrario risorse pubbliche, può essere in questo caso fondamentale: il suo business sono la salute e il benessere del cittadino”. Ecco, l’accordo tra Inail e Cip sta anche qui. In una collaborazione virtuosa, dove ciascuno mette sul piatto strumenti e risorse. Lo ha detto chiaramente Mario Carletti, medico fisiatra, direttore centrale riabilitazione e protesi dell’Inail: “Una delle risorse che vorremmo dedicare in modo specifico a questa collaborazione sono certamente gli strumenti di comunicazione di cui Inail si è dotata negli anni, a partire da Superabile.it, il portale di informazione sulla disabilità più consultato in Italia e oggi anche dalla omonima rivista mensile “Superabile”, di cui uscirà nei prossimi giorni il numero uno… Sono due media molto importanti, e autorevoli, che possono dare un contributo significativo a questa collaborazione che oggi viene rilanciata con forza”. Una convenzione in scadenza tra Cip e Inail che verrà certamente rinnovata, la promessa di nuove, risorse – anche economiche – in grado di dare gambe ai progetti in campo. La voglia di fare. Dal Canada, insomma, testimone il movimento paralimpico mondiale, non sono mancati gli impegni: “Non tutto sarà pronto subito, anche se siamo già al lavoro – ha concluso Sartori –: confidiamo nei prossimi tre, cinque anni”.
 

Whistler, dentro al “villaggio fantasma” degli atleti paraolimpici

Un villaggio fantasma, praticamente. Un bunker difeso da sistemi di sicurezza internazionali, metal-detector, guardie, controlli incrociati. Quel pass per entrare vale una cifra, e non basta ancora. Serve qualcuno che si pigli la tua responsabilità, che garantisca per te: lo seguirò “like a shadow” assicura Stefano Tonali, dello staff del Cip, alle tre volontarie che presidiano l’ultima via d’accesso al Villaggio paralimpico degli atleti di Whistler, e che si è preso a cura la situazione. Le signore sembrano fidarsi. Entriamo. Superata la zona internazionale (bar, un negozio di gadget, un piccolo palcoscenico per le cerimonie), ecco il villaggio che si trova a 8 chilometri dal paese: le strade si chiamano “Legacy Way” oppure “Mountain Fee Road”, sono asfaltate di fresco e portano tutte nelle case dei circa 400 atleti che gareggiano per lo sci nordico e alpino a questi Giochi 2010. Portano nelle sedi delle delegazioni, nelle palestre, alla mensa, alle sale giochi… Che sono due, e sono bellissime. Ci sono il “Monopoly” e la Ui, il biliardo e “Guitar heroes”, poi quel gioco che sembra un palazzetto dello sport trasparente dove pigiando un tasto salta la pallina da una buca: in Italia si gioca a basket, qui – neanche a dirlo – è l’hockey. Non mancano nemmeno un pianoforte a mezza coda e un divertente curling in miniatura dove le “pietre” scivolano su un sottile strato di trucioli di legno. Qui vengono i campioni a rilassarsi in attesa delle gare. A ammazzare il tempo, a sfidarsi su terreni meno scivolosi di quelle piste ghiacciate che solcano ogni mattina.

La delegazione italiana è al secondo piano di una palazzina rossa e grigia, proprio dopo aver superato il grande capannone bianco della mensa. La bandiera tricolore è appesa alla finestra, accanto a quella americana, perché i condomini – anche qui, come i menù della cucina comune – sono multietnici: nel nostro caso il condominio è composto da Usa, Australia, Andorre e, appunto, Italia. Sembra vadano d’accordo. Per ora. Lo conferma anche Domenico che è un dei sei volontari delle delegazione italiana. Vive a Vancouver da 42 anni, ma è nato a Montalbano, Brindisi, e l’Italia (come dice lui) ce l’ha nel cuore: “ Faccio tutto quello che mi chiedono, accompagno gli atleti, faccio commissioni, di tutto un po’, li porto in giro in auto, e mi piace – racconta . Prima di andare in pensione, facevo l’ingegnere in Air Canada, ora sto seguendo un corso da arbitro di calcio, non hockey, calcio, come in Italia. Qui sta andando alla grande… Mia moglie? E’ spagnola, si chiama Maria Pilar”. Piano piano viene fuori tutta la sua vita, le figlie Sandrina e Valeria, il babbo perso quando aveva solo pochi mesi, il sogno di potere avere la doppia cittadinanza, pure Berlusconi, sì, una persona valida… E del perché ha scelto di rispondere all’appello per i volontari lanciato mesi fa dal Comitato paralimpico internazionale. Ci ascolta Giusy, parrucchiera in pensione, genitori di Treviso, ma poche parole d’italiano in tasca. Scappa subito, deve accompagnare un atleta dal tecnico e farsi sistemare la sedia a ruote: “Sorry”. Torna dopo un po’: “Mi è sempre piaciuto fare volontariato, e adesso che ho i figli grandi ho ancora più tempo. Per me è una cosa importante. Ormai con il lavoro ho chiuso da un po’, meglio fare la mamma e aiutare gli altri”. Sei volontari, e uno staff tutto italiano formato da un pugno di persone: Massimo, Guya, Mary, Giuseppe, Stefano sono l’anima della delegazione italiana a Whistler. Con loro tre skymen, altrettanti fisioterapisti, un medico sportivo. Il loro piccolo ufficio è aperto dalle 8 alle 21, orario continuato: per organizzare la logistica, la preparazione delle gare, la comunicazione, il sito web, tutto quello che serve per una paralimpiade. E per degli atleti che vogliono vincere. Poi, la sera, tutti a Casa Italia, nel centro di Whistler, a festeggiare.
“La vita del villaggio – racconta Tonali – è molto semplice: gli atleti si alzano presto la mattina per andare sulle piste, allenarsi, oppure per andare in palestra… Noi li aiutiamo in tutto, dagli spostamenti alla preparazione atletica e ovviamente un’attenzione particolare serve il giorno delle gare”. Ah, c’è anche un sindaco nel villaggio paralimpico di Whistler. Il primo cittadino ha dato il primo giorno il benvenuto agli atleti, assicura che la vita del villaggio proceda in maniera eco-sostenibile e ha previsto piccole aree per fumatori nelle periferie della “sua” città. Città che ovviamente è senza barriere architettoniche: anche per aprire le porte basta cercare il pulsante gigante “push to open” e, voilà, la porta si apre da sola. Ora si può tornare tranquillamente alla normalità delle nostre barriere quotidiane.

 

Vancouver, una tenda rossa per i senza casa

di Luisa Begani

“Risolvere il problema degli homeless non è impossibile, ma solo una questione di volere politico” dice John Richardson, direttore esecutivo di “Pivot”, associazione che presta assistenza legale a persone disagiate, e che ha lanciato la campagna “Red Tent”, tenda tossa, un’iniziativa su scala nazionale il cui scopo è sensibilizzare governo e opinione pubblica sul problema dei senza tetto in Canada.
Una delle iniziative di “Red Tent” è stata quella di occupare il numero 58 di East Hastings, nel quartiere Downtown eastside, dove centinaia di attivisti e volontari hanno montato le tende che da più di un mese servono da rifugio a persone che sarebbero altrimenti costrette a dormire in strada. Anche se le tende sono solo una soluzione temporanea, la campagna dell’associazione è riuscita a catturare l’attenzione dei media e di parte dell’opinione pubblica. Sempre durante il periodo olimpico “Red Tent ha battuto il record mondiale dello striscione più lungo del mondo, che è stato appeso sul Canada Pavillion, un centro di accoglienza ai visitatori stranieri nel centro di Vancouver. Il contenuto dello striscione si riferiva la legge C-304, in discussione in Parlamento in primavera, che stabilisce costituzionalmente il diritto alla casa.

 

L’altra faccia di Vancouver: oltre 2000 homeless vivono nel centro città

di Luisa Begani

Camminando per il centro di Vancouver, la zona più ricca e il cuore finanziario della città, può capitare di voltare l’angolo e trovarsi improvvisamente catapultati in un altro mondo. Vancouver, in British Columbia, una delle regioni più ricche del Canada, è una città multiculturale e industriale, nonché il terzo polo di produzione cinematografica del nord America. Nel 2009 è stata eletta quarta nella classifica mondiale delle migliori città per qualità delle vita: l’area metropolitana, conosciuta come “Metro Vancouver”, conta oltre due milioni di abitanti. E vive le sue forti contraddizioni.

Bastano due passi da Chinatown, per finire a Downtown eastside, il quartiere più povero della città, dove si concentrano la maggioranza di homeless, prostitute, tossicodipendenti e spacciatori. A pochi metri dal BC Place Stadium, dove solo la settimana scorsa si sono accese le luci sulle decima edizione dei Giochi paralimpici. Si tratta di pochi blocks, il tratto di marciapiede tra una strada e l’altra, ma si fa fatica a credere che questa zona dimenticata da tutti faccia parte dell’altrimenti pulitissima e ordinatissima Vancouver. Tanto più che girando l’angolo di nuovo ecco ancora grattacieli e ristoranti alla moda, come il futuristico Harbour Centre, uno degli edifici più alti della città, o il Canada Place, un complesso che raggruppa alberghi a cinque stelle, e un nuovissimo cinema “imax”.

 

La situazione degli homeless a Vancouver è sempre più preoccupante, considerato che dal 2002 al 2005 il numero di senza tetto è raddoppiato. L’ultimo censimento ufficiale parla di 2.660 senza dimora (fonte: Metro Vancouver 2008 Homeless Count), una cifra che non comprende tutti coloro che, e sono centinaia, non sono stati censiti. Del totale degli homeless nell’area di Vancouver, il 33% è composto da nativi canadesi, ovvero le popolazioni che abitavano il Canada prima della colonizzazione europea. Molti nativi che vivono in strada sono infatti reduci delle residential schools, scuole dove fin da piccoli venivano inseriti allo scopo di essere occidentalizzati, e dopo essere stati allontanati dalle proprie famiglie: negli anni sono state svelate storie di tanti abusi ai danni di questi ragazzi. Un numero allarmante, considerato che solo il 2% della popolazione di Vancouver si dichiara nativo. Kim Keer, direttore esecutivo di Dera (Downtown eastside residents’ association), spiega che i nativi sono tuttora oggetto di pregiudizio e trattamenti discriminanti. “C’è scarsa sensibilità, se non indifferenza, verso queste tematiche sia da parte del governo che dei media – commenta Kerr -. Negli anni c’è stata una progressiva riduzione delle risorse destinate all’assistenza sociale, e la situazione di Downtown eastside ne è una prova evidente”.

 

I centri di accoglienza non riescono ad accogliere la vasta popolazione homeless. Inoltre, sono considerati luoghi pericolosi, dove il rischio di essere derubati o subire violenza è alto, tanto che molti homeless preferiscono la strada. Molto diffusi sono i cosiddetti “Sro”, single-room-occupancy hotels, edifici con stanze singole a bassissimo prezzo, spesso situati a Downtown eastside. Nonostante quelli gestiti dal governo o organizzazioni no-profit siano tendenzialmente meglio di quelli privati, sono spesso edifici fatiscenti con condizioni igienico-sanitarie al limite della sopravvivenza, tanto che sono in tanti ormai a chiamarle penalty boxes, celle punitive. Molti di questi edifici sono in corso di demolizione o in procinto di essere riutilizzati a scopo turistico.

“Se la ‘pulizia’ di Downtown eastside era già in agenda, le Olimpiadi e oggi la Paralimpiadi hanno sicuramente accelerato il processo” continua Kerr. Molte persone sono rimaste per strada, a causa della mancanza di posti letto a prezzi economici, e sono state introdotte leggi che di fatto criminalizzano la povertà: di recente è stata approvata una legge che consente alla polizia di obbligare gli homeless a dormire nei centri di accoglienza durante i mesi invernali.
“Pivot”, associazione che fornisce assistenza legale a persone svantaggiate, ha lanciato la campagna “Red Tent”, tenda rossa. Da circa un mese, i manifestanti hanno piantato le loro tende al numero 58 di East Hasting, Downtown Eastside, per protesta contro le manifestazioni olimpiche. Nonostante l’ordine di sgombero emanato pochi giorni fa, alcuni manifestanti resistono, accampati con una ventina di tende. D’altra parte, molti di loro sono senza dimora allontanati dai centri di accoglienza per mancanza di posti disponibili, e non hanno alternative.

E quattro! Con Masiello arriva anche l’argento

E con questa fanno quattro. Quarta medaglia, per l’Italia ai decimi Giochi paralimpici invernali di Vancouver 2010: a salire sul secondo gradino del podio è stato ancora una volta Enzo Masiello, secondo nella 10km di categoria sitting. L’azzurro ha portato a casa la sua seconda medaglia dopo il bronzo vinto nella 15km. Una grande gara quella di Masiello, in grado di recuperare dalla quattordicesima posizione, nel primo giro, alla seconda, per un secondo podio che conferma tutto il valore di questo straordinario atleta: “Onestamente credevo nel fatto di poter ottenere un’altra medaglia a questi Giochi – ha dichiarato Masiello subito dopo la vittoria – con questo argento credo di aver scritto qualcosa di importante nella storia dello sport paralimpico.
Oggi ho dimostrato di essere un grande atleta”.

Per quanto riguarda gli altri azzurri in gara nella 10km sitting maschile, 21esimo tempo per Roland Ruepp, 30esimo per Fabrizio Bove. Ieri, al Paralympic Park, c’è stato anche l’esordio di Paola Protopapa, oro a Pechino nell’ adaptive rowing. L’atleta romana ha terminato la 5km standing femminile al 13esimo posto.
Discesa al cardiopalma invece per Melania Corradini fuori dal podio per soli 12 centesimi: quarto posto, in discesa libera di classe standing, per la sciatrice trentina, che sfiora, per poco, la soddisfazione della medaglia. La gara è stata vinta dalla canadese Woolstencroft, davanti alla francese Jambaque ed alla tedesca Rothfuss. Nella standing maschile, nono posto per Christian Lanthaler, mentre nella sitting, 17esimo tempo per Enrico Giorge, 19esimo per Luca Maraffio.
 

Masiello: “Questo bronzo lo aspettavo da 18 anni”

Dice: “Lo aspettavo da 18 anni questo bronzo. Era come una sfida, un sogno, una scommessa. Adesso che è arrivato lo sento tutto mio. Mi libero di un peso, per continuare a guardare avanti”. Quarantuno anni, un incidente in auto a 18 che gli ha tolto l’uso delle gambe, Enzo Masiello scende dalla sedia a ruote e si sistema bene sulla seggiola bianca di “Casa Italia”, la bella sede del Comitato paralimpico a Whistler. Gli piace raccontare, e oggi è il giorno giusto. Ha coronato un sogno, e deve spiegare perché. Perché può finalmente togliersi dal polso quel braccialetto di plastica gialla che da Torino 2006 non ha mai smesso di indossare. Della sua passione per lo sport nata solo dopo essersi ripreso dal trauma, degli allenamenti, del lavoro come formatore al Don Gnocchi di Milano, zona San Siro, tra immigrati, alcolisti, ex detenuti. “Ne avevo bisogno di un momento così – dice. Me la sono sudata, ma adesso è mia… La mia medaglia. Perché quella di Barcellona di 18 anni, fa non conta: vinsi per un errore degli altri, troppo facile… Questa no, è tutta mia”. Sorride Masiello, ma le mani sono nervose. Sono passate poche ore dal traguardo, e ancora non ha avuto il tempo di fermarsi.

Alla cena di gala alla sede del Cip lo accolgono tutti con un applauso, per lui e per l’accoppiata Dal Maistro/Balasso, l’altro duo di bronzo della giornata. Nato a Matera, Masiello ha di fatto sempre vissuto nel milanese: al suo attivo ha cinque paralimpiadi e quattro campionati mondiali: “Quando ho cominciato a fare sport, mi sono subito accorto che potevo farcela, che avevo il fisico giusto.. Con poche ore di allenamento ero già all’altezza di molti altri colleghi che scendevano in pista da anni. E cosi ho continuato, e tutto grazie all’incontro con Francesco Mondini, un altro sportivo paraplegico che conobbi tanti anni fa al Cto di Milano, un amico che mi ha convinto a provare questa strada. Anzi, fui io a sfidarlo: ‘Un giorno ti batto’ gli ho detto. Così poco dopo, era l’89, sono finito a allenarmi in una campo di atletica nell’hinterland milanese… Ed ora eccomi qua”. Nella sua vita da atleta, Masiello, di sport ne ha poi praticamente provati tutti: fisico asciutto, ottima potenza muscolare, concentrazione. Facile andare veloce. E tanti contavano anche su di lui per questa Paralimpiadi 2010. "Ero convinto che lo sci nordico ci avrebbe regalato enormi soddisfazioni – commenta soddisfatto Marco Giunio De Sanctis, capo delegazione della squadra italiana a Vancouver -. Era da Nagano che i nostri atleti non salivano su un podio, ma da Enzo mi aspettavo una gioia simile. Così come credo che il bottino del nordico possa arricchirsi ancora con una medaglia: quella di Francesca Porcellato”.

Arrivano i primi due bronzi per l’Italia

Domenica di medaglie per l’Italia a Vancouver. Due bronzi meritati, e di ottimo auspicio per le prossime gare. E’ di Enzo Masiello la prima medaglia dell’Italia ai decimi Giochi Paralimpici Invernali in Canada: a regalare alla delegazione italiana il primo podio di queste Paralimpiadi è stata la 15 km di fondo di categoria sitting maschile, in cui Masiello ha conquistato il terzo posto con il tempo di 41:54.9. Primi due russi, Irek Zaripov e Roman Petushkov. Una prova tutto carattere e grinta, in cui l’azzurro è riuscito sempre a stare lì tra i primi e a lottare per un posto a medaglia. Seconda medaglia nello slalom di categoria “visually impaired” maschile, Gianmaria Dal Maistro e Tommaso Balasso hanno portato a casa la medaglia di bronzo, regalando alla spedizione italiana il secondo podio di questi Giochi. Terzi al termine della prima manche, i due ragazzi di Schio hanno fermato il cronometro, nella seconda manche, sul 57.58, conquistando il terzo gradino del podio. L’oro è andato agli slovacchi Krako/Medera, l’argento agli spagnoli Santacana/Galindo.

Dietro le quinte della cerimonia d’apertura

Da poche ore sono tutti sulle piste, o in campo a lottare in cerca di qualche medaglia. Le Paralimpiadi sono anche questo, è bello partecipare, ma se vinci è meglio. Certo che a guardarli sfilare sotto i riflettori del PC Place Stadium di Vancouver sotto gli occhi di sessantamila persone, sembravano tanti scolaretti in gita scolastica. Emozionati e euforici come quando si sale sul bus e la maestra comincia a fare l’appello. Un viaggio da ricordare, questo dei Giochi paralampici 2010: da filmare, fotografare, raccontare. Da documentare, insomma, in qualche modo e visto che non si sa mai come vanno a finire queste cose, tanti atleti hanno deciso di fare da sé, videocamera alla mano, ciascuno organizzandosi come poteva. Perfino mettendo a repentaglio il proprio equilibrio (quello fisico, nel senso che rischiavano letteralmente di cadere per terra o ribaltarsi…) e quello di chi gli stava vicino.

Quando lo speaker chiamava, saliva come un brivido alla schiena: prima l’Argentina, ultima – come da copione paralimpico – la nazione ospitante, il Canada. Un boato per gli atleti locali, in delirio ancora una volta il bellissimo pubblico del PC Place Stadium. Ma per tutti è stata una grande e emozionante festa d’apertura. “E’ difficile da descrivere. Ero veramente emozionato. Era tutto pieno di gente, e mi sono guardato intorno – racconta Jean Labante, Canada, del team di ice sledge hockey. Io rappresento una squadra molto unita, anche se ci sono atleti del team che non ho avuto il tempo di incontrare bene perché sempre impegnati alle prove Whistler: sono contento oggi di poterli rappresentare tutti”.

Si chiamano “flagbearers”, portabandiera, i capofila delle 54 delegazioni dei Paesi presenti alle Paralimpiadi di Vancuover. Uno per ogni Paese, per portare in gara i valori sportivi: Heath Calhoun, (USA) fa alpine skiing, ed è venuto per la prima volta ai giochi paralimpici: “Ho passato quattro anni di allenamento e lavoro duro. Essere qui oggi è elettrizzante, oltre che essere un onore per me”. Per tradizione il team americano seleziona sempre un veterano di guerra come portabandiera: “E’ giusto che accada così. Tutti sanno bene che noi abbiamo combattuto per la loro libertà, e questo per me ha un significato molto profondo…”. Con lui Alana Nichols (USA) campione di alpine skiing che è entrato nello stadio con la macchina fotografica, una video camera e altre due macchine fotografiche in prestito addosso. Dice: “Sì, ero molto indaffarato!”, con lui sono arrivate fin qui anche la sorella e la cugina: “Vengono dal New Mexico solo per venire a vedermi… Spero di non deluderle”. Il portabandiera della Gran Bretagna è Michael McCrwadie (GBR), campione di wheelchair curling: “Ad essere onesto ero un pochino nervoso. Questi sono i miei settimi giochi paralimpici, ma non avevo mai messo in conto che prima o poi sarebbe potuto toccare a me portare l’Union Jack. Per le gare poi sono ottimista, siamo molto preparati. Quest’anno non siamo i favoriti ma tutto può accadere…”.

Toby Kane, Australia (alpine skiing) è il più anziano del team. “In questo modo, portando la bandiera, sono diventato ancora più parte integrante del gruppo. O almeno, spero che sia così…”. Andre Cats, è il capomissione dell’Olanda, una delegazione composta da un solo atleta: “Confido nelle prossime olimpiadi di Sochi, in Russia, nel 2014. Noi in Olanda pratichiamo lo speed-skating, ma questa disciplina non è ancora uno sport paralimpico, per ora”. Sono in due invece gli atleti della Nuova Zelanda: per Peter Williams, (alpine skiing), è la prima volta. Sylvester Flis, Polonia, è eccitato e entusiasta: “E’ raro per le persone disabili che fanno sport vedere un pubblico così. Mentre marciavo ho pensato alla mia ragazza e a tutti quelli che mi hanno aiutato. Agli allenatori, gli organizzatori, a tutti quelli che hanno permesso uno spettacolo così grande” . L’Italia arriva a metà cerimonia. Allegra e festante, è una delle delegazioni più numerose. Portabandiera Gianmaria Dal Maistro, ipovedente, già vincitore di sei medaglie tra Nagano 1998, Salt Lake City 2002 e Torino 2006, tuttora detentore dell’oro nel Super Gigante di sci alpino. Emozionato e sorridente, mentre fa da capofila al team azzurro: “Portare questa bandiera è il riconoscimento della mia carriera sportiva. La speranza è quella di dare il massimo, a Vancouver, per ripetere i successi maturati a Torino quattro anni fa”. Spente le luci della cerimonia, si accendono i flash nelle piste e sui campi da gioco.

 

 

 

Fermi tutti, si balla con “Lazylegz”

Sei minuti di follia, tutti per lui, Luca “lazylegz” Patuelli. Il breakdancer canadese, disabile dalla nascita a causa di una malformazione congenita, ha fatto impazzire il pubblico del BC Place di Vancouver presente alla cerImOnia di apertura delle Paralimpiadi 2010. Un ballo energico e veloce, dove la forza fisica si mescola con l’abilità, il ritmo e vere e proprie acrobazie. Già famoso nell’ambiente della danza, Patuelli ha come lanciato un richiamo agli spettatori a ballare con lui, seguendo lo slogan dei giochi “one inspired many”. E cosi è stato: lui in alto con i suoi passi sulla piattaforma centrale del BC Place, tutti gli altri sotto a ballare a ritmo di breakdance.
Patuelli, nato a Montreal, ha fondato negli anni scorsi una rinomata crew di b-boy breakdancers disabili che ha avuto un grande successo, siglato da parecchi “passaggi” nelle televisioni canadesi e statunitensi.

Per altre informazioni
www.lazylegz.com

 

Si accendono le luci…

Sempre più grandi e importanti. Sempre più vere, più vive, più partecipate. Le Paralimpiadi invernali di Vancouver 2010 hanno acceso le luci questa notte, in Canada era ancora pomeriggio, davanti a migliaia di giovani. Sessantamila ne tiene il BC Place di Vancouver, e in sessantamila hanno applaudito, e battutto le mani, e alzato e sventolato quei buffi pompom bianchi illuminati da un lucina rossa. Migliaia di ragazzi e ragazze ben istruiti nell’indossare quel poncho colorato (uno diverso per ogni area dello stadio: blu, grigio e bianco) che si sono trovati sulle seggiole del palazzo dello sport canadese.

Una scenografia come solo le olimpiadi sanno fare, appariscente e improbabile, esagerata, allegra, grandiosa. Una festa bella e gigante: fatta di musica, balli, grida e mani alzate. Poi loro, i protagonisti, gli atleti, i paralimpici. Vederli sfilare con le bandiere nazionali è un’emozione grande, come grandi sono le storie che si tirano dietro scivolando con la sedia a ruote nello spazio coloratissimo del BC Place, in mezzo a sei ali di ragazzini festanti: per vincere, o solo per partecipare, non importa. Cifra record questo 2010 per loro: 505 atleti per 44 Paesi, più di Torino 2006, quando i Paesi in gara erano un po’ di meno e gli sportivi “solo” 485. Una festa che cresce, un binomio, quello di sport e disabilità, che fa sempre più parlare di sè. Lo dimostrano le dirette di Rai e Sky Sport, le migliaia di giornalisti accreditati, i fotografi con montati i teleobiettivi delle grandi occasioni. Vancouver ringrazia, assieme a Whistler, l’altra località sciistica dove si divideranno le gare a partire da oggi.

A “Van”, come la chiamano qui, vanno gli sport indoor (curling, ice sledge hockey), a due ore e mezza di macchina le gare di sci alpino e nordico. Le specialità dove gli italiani sono favoriti. Ecco, gli italiani: trentacinque atleti (più un atleta guida, suddivisi in nove per lo sci alpino, sei per lo sci nordico, quindici per l’ice sledge hockey e cinque per il curling in carrozzina). Quando sfilano al centro del BC Place (Argentina, Australia le prime squadre rigorosamente in ordine alfabetico, poi Hunghery, Islanda, Repubblica Islamica dell’Iran e infine…Italia) sono tra le delegazioni più colorate: Gianmaria Dal Maistro, ipovedente, già vincitore di sei medaglie tra Nagano 1998, Salt Lake City 2002 e Torino 2006, tuttora detentore dell’oro nel Super Gigante di sci alpino, fa da portabandiera. Tutti gli altri al seguito, assieme ai dirigenti del Comitato paralimpico, allenatori, tecnici. "Oltre ai risultati, mi aspetto soprattutto che i ragazzi, ciascuno nella propria individualità, possano ottenere ciò che si sono prefissati, indipendentemente da quello che verrà – si augura Luca Pancalli, presidente del Cip – . Si sono preparati al meglio per recitare su questo palcoscenico, che è il più ambito nella vita di un atleta, e l’importante è che riescano ad ottenere ciò che vogliono".

La festa continua. Passa attraverso la mascotte dei Giochi, il pupazzo gigante del piccolo Sumi, l’orsetto che a Vancouver ha volteggiato nell’aria sopra la testa dei sessantamila presenti, poi i saluti commossi di vecchie glorie dello sport Paralimpico, le autorità, le canzoni pop e la breakdance ballate sugli spalti dal popolo di questi Giochi 2010. Alla fine, solo alla fine arriva la fiaccola Paralimpica con una calda scenografia tra luci, ombre e fiamme altissime. Lo stadio è in delirio. In Italia è notte fonda quando a Vancouver si festeggia l’apertura dei decimi Giochi Paralimpici. Dimenticavamo – strano, lo si legge ovunque – lo slogan della festa: “One inspires many” , che qualcuno ha già tradotto con un italianissimo “Tutti per uno, uno per tutti”. Funziona lo stesso.

www.vancouver2010.com/paralympic-games