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Autore: admin

Il secondo incontro: l’immagine della diversità

L’arrivo in classe degli animatori del Calamaio è stato accolto dai bambini, seduti in cerchio, da una vera e propria esplosione di gioia: erano tutti felici di rivederli, curiosi di scoprire cosa ci avrebbero proposto e ansiosi di consegnare loro la nostra sorpresa, una grande scatola impacchettata contenente dolci di ogni genere. Non appena entrati, Roberto, Sandra e Stefania sono stati letteralmente assaliti dai bambini, ognuno aveva qualcosa da dire, da chiedere o da raccontare e ho faticato non poco a riportare la calma.
Per prima cosa hanno voluto illustrare i cartelloni che avevano preparato per il loro ritorno, spiegando cosa avevano scritto e disegnato. Gli animatori del Calamaio si sono dimostrati piacevolmente e sinceramente sorpresi di tutto il lavoro svolto dai bambini e li hanno lodati gratificandoli molto. Poi hanno consegnato a Stefania la sorpresa, pagamento dovuto per la scommessa persa, e hanno fatto a gara per avvicinarsi a lei e aiutarla ad aprire l’involucro.
Rispetto all’imbarazzo e al disagio che il primo impatto con Stefania avevano creato, ho potuto verificare come per i bambini, in così breve tempo, lei fosse diventata una del gruppo, una nuova amica la cui diversità non costituiva più un problema. Questo è quello che hanno scritto in seguito, sui loro quaderni, di questi primi momenti del secondo incontro:

“ Quando sono ritornati la settimana dopo, vedevo Stefania più in forma, ma forse era solo una mia impressione.” (Irene)
“ La seconda volta che sono venuti non ero più emozionato ma avevo voglia di dargli la nostra sorpresa. Fra di loro mi sono sentito a mio agio: felice, allegro, spensierato.” (Thomas)
“Appena sono arrivati io volevo dargli la sorpresa ma le femmine hanno cominciato a fargli vedere i cartelloni così abbiamo dovuto aspettare. Stefania ci ha fatto molti complimenti e questo mi ha fatto molto piacere.” (Sebastiano)
“Quando le abbiamo dato il pacco tutto incartato Stefania era davvero molto contenta e tutti volevano aiutarla ad aprirlo.” (Francesca)
“Io ero molto impaziente, volevo dare subito la sorpresa a Stefania per dimostrarle che la IV B mantiene le promesse!” (Andrea)

Dopo aver aperto la sorpresa e mangiato insieme i dolci, i biscotti e le caramelle contenute, in un clima molto festoso, Stefania ha proposto ai bambini di fare un nuovo gioco. L’entusiasmo è ritornato alle stelle, ma quando Stefania ha cominciato a spiegare di cosa si trattava, i bambini sono diventati attenti e silenziosi.

Lettere al Calamaio

L’idea è nata in modo abbastanza casuale: un giorno, a circa un mese di distanza dalla conclusione degli incontri, un gruppo di bambini mi ha chiesto se nel frattempo avessi rivisto Stefania o Roberto; ho risposto che ci eravamo visti un paio di volte, li ero andata a trovare nel luogo dove lavorano e avevamo pranzato insieme. Tutto quello che ho detto ai bambini corrisponde a verità: mi ero recata varie volte presso la sede del Centro Documentazione Handicap di Bologna per consultare la biblioteca e svolgere alcune ricerche, e un giorno mi ero fermata a pranzo con loro. Quando hanno saputo della mia frequentazione, alcuni mi hanno chiesto se potevo consegnare al Calamaio una loro lettera, dimostrando di sentirsi vicini agli animatori del Progetto, dei quali mi chiedono spesso notizie e attendono con trepidazione di incontrarli nuovamente il prossimo anno scolastico.

Caro Roberto, cara Stefania e Sandra.
Io sono un bambino della Viganò, mi chiamo Alan e volevo salutare proprio voi, Stefania con il sorriso brillante, Roberto golosone e Sandra furbacchiona.
Grazie per averci insegnato il significato di molte parole e per averci fatto giocare e fare bellissime scommesse.
Vi auguro un buon successo e visto che siete stati molto bravi vi mando una canzone inventata da me. 
Alan

Cari amici del Progetto Calamaio,
i tre pomeriggi che abbiamo trascorso insieme mi hanno fatto capire molte cose. Siete persone allegre e simpatiche, vivaci e piene di sprint!
È stato un grande piacere conoscere delle persone come voi, spero che il prossimo anno possiate tornare a trovarci. Quando andate nelle altre scuole, fate gli stessi giochi che avete fatto con noi perché sono veramente MITICI, come voi! 
Sara

Cari amici,
è Andrea che vi scrive, il biondino ricciolino! Per aiutarvi a capire chi sono vi dò un aiuto: sono quel bambino che si è paragonato a un motoscafo e che cerca sempre il pelo nell’uovo, come Stefania. Siete molto simpatici e vi volevo anche dire che tutte le scommesse che ci ha fatto Stefania i miei genitori le hanno perse.
Io quando ti ho visto, Stefania, mi sono rattristato perché eri su una carrozzina ma adesso sono molto contento di averti conosciuta perché ci hai insegnato molte cose e perché sei una persona speciale. Un’ultima cosa: avete incontrato il Sovrano dei Sovrani? (presto, un inchino!)
Andrea

Carissimi amici,
vi volevo ringraziare perché quando siete venuti mi sono divertita molto. Però quando siete venuti con Stefania sulla carrozzella mi è dispiaciuto perché pensavo che la sua vita non fosse molto felice… Ma quando ci ha raccontato che invece era contentissima e che faceva le cose come noi sono diventata contenta perché lo era lei.
Una cosa che mi ha insegnato molto è la distinzione tra deficit e handicap che anche sui vocabolari è sbagliata! Spero che tornerete, grazie e tanti saluti.
Ah, ricordatevi di dire all’autore del libro “Re 33” che è bellissimo.
Najah

Stefania,
la prima volta che sei venuta da noi in IV B, ho provato dispiacere. Dopo un po’ ho scoperto che sei una donna intelligente e brava, anche se sei disabile. Spero di rivederti il prossimo anno.
Sebastiano

Cara Stefania, Sandra e Roberto,
vi scrivo per dirvi che tutte le volte che siete venuti da noi io mi sono divertita molto. Quando siete venuti per la prima volta ho pensato che Stefania fosse una ragazza triste perché stava sulla carrozzina ma poi io e i miei compagni abbiamo capito che è allegra e anche molto simpatica. Adesso stiamo bene insieme a lei e spero che torni a trovarci con voi prima delle vacanze estive.
Bacioni!
Elisa

Ciao,
non so se vi ricordate di me, sono Elena. A me sono piaciuti i vostri giochi e le vostre idee e non ho suggerimenti da darvi perché mi sono molto divertita. Il gioco che mi è piaciuto di più è stato “Guardie e principi” e la distinzione tra deficit e handicap che credevo di sapere e invece non sapevo. Un abbraccio
Elena

Cari amici del Calamaio,
vi volevo dire che a me sono piaciuti tutti gli incontri, in particolare la fiaba di Re 33 fatta da noi e il viaggio del treno del Sovrano dei Sovrani (fare l’inchino!).
Voi siete delle persone speciali che insegnano scherzando cose molto importanti. Penso che siete anche meglio di un vocabolario perché mi ricordo che ci avete spiegato la differenza tra la parola deficit e la parola handicap e noi abbiamo scoperto che la definizione scritta sul vocabolario era sbagliata. Ho scritto una poesia per Stefania che si intitola “La fata colorata” e una per Sandra che si intitola “Brunilde”, spero che vi piacciano.
Spero che il prossimo anno tornerete a trovarci, a presto quindi!
Cristina

La fata colorata
La fata colorata
cantava sulla luna la serenata.
Ma quando la luna le rivelò
che aveva un canto bruttissimo
lei mai più cantò.
La fata colorata
quando piangeva allagava la vallata.
Così un ranocchio
per evitare il disastro totale
le diede coraggio e la fece cantare.

Brunilde
Brunilde la strega
viaggiava, viaggiava
e dopo una lunga assenza
non ritornava.
Ma la cosa più strana
era come faceva
a sparire d’un tratto
e tornare per cena.
Ma un giorno cadde
lì per lì
e di lei
mai più niente si sentì.

Stefania, Sandra e Roberto,
vi ricordate di me? Sono Francesca, quella bambina abbastanza alta con i capelli lunghi biondi. Spero che abbiate capito chi sono ma non ha importanza, volevo dirvi che siete simpaticissimi e anche molto bravi. Spero tanto che possiate ritornare il prossimo anno per giocare a calcio in carrozzina, ce la farete a trovare tutte le carrozzelle? Sono molto contenta di avervi conosciuto.
Con affetto
Francesca

Stefania al supermarcato: la riduzione dell’handicap

Roberto ha introdotto, a questo punto, un importante chiarimento terminologico dei termini deficit e handicap facendo notare ai bambini come, nel corso delle attività proposte nei vari incontri, fossero state utilizzate parole come diversità, disabile, deficit, handicap, handicappato, difficoltà, e chiedendo loro se ne conoscessero l’esatto significato. I bambini hanno dato risposte varie e diverse dimostrando, nell’insieme, di avere le idee abbastanza confuse circa il significato di parole che utilizzano però comunemente. Partendo dalle loro risposte, Roberto ha concentrato l’attenzione sui termini deficit e handicap, elencando alla lavagna le diverse interpretazioni fornite. Mentre la parola deficit è stata tradotta correttamente dai bambini che le hanno attribuito il significato di “mancanza”, la parola handicap è stata generalmente identificata con il “portatore di handicap” oppure considerata sinonimo di deficit.
Roberto ha così spiegato che il termine deficit può indicare una mancanza totale, come nel caso del non vedente cui manca del tutto la vista o del non udente, deficitario dell’udito, oppure parziale come la mancanza di alcune diottrie, che costringe molte persone a portare gli occhiali. Ma il termine deficit viene utilizzato anche per indicare una menomazione o imperfezione psicofisica (la paralisi degli arti, il ritardo cognitivo, il non corretto funzionamento di organi e apparati) determinato da cause interne o esterne all’individuo, di tipo perinatale (traumi da parto) o post-natale (esiti di traumi o gravi malattie).
Roberto ha utilizzato un linguaggio semplice e accessibile ai bambini, ha supportato le sue affermazioni con numerosi esempi concreti, riferendosi esplicitamente a se stesso e al suo parziale deficit visivo e a Stefania, i cui deficit sono conseguenze di un trauma da parto. Nel dialogo i bambini hanno dimostrato di aver compreso appieno il significato del termine nelle sue numerose accezioni, portando esempi tratti dalla loro esperienza di vita in modo appropriato: chi è rimasto paralizzato in seguito a un incidente automobilistico e non può camminare ha un deficit post-natale che non si può considerare una mancanza (le gambe infatti ci sono) ma una menomazione determinata da una lesione al midollo spinale; Stefania ha un deficit causato da un trauma da parto mentre Gianmarco (un bambino della nostra scuola) ha un’imperfezione genetica che impedisce al suo cervello di funzionare correttamente pur non avendo subito alcun trauma.
Stefania ha partecipato attivamente al dialogo con i bambini sottolineando come i “portatori di deficit” siano tanti e molto diversi tra loro e il ridurli a un’unica categoria non fa che svilirli perché nega loro il riconoscimento dell’originalità propria di ogni individuo. Si tratta di una precisazione importante: la distinzione delle persone in categorie (disabili e normodotati) è una semplificazione che crea numerosi malintesi; gli handicappati esistono, e Stefania, nel corso degli incontri, l’ha ribadito in più occasioni, ma non sono una categoria omogenea, le loro diverse abilità devono essere sviluppate e potenziate e non appiattite sul deficit, su ciò che manca e non può essere recuperato.
Roberto ha poi proseguito focalizzando l’analisi sul termine handicap rispetto al quale i bambini avevano dimostrato di avere le idee molto confuse. Ha così spiegato loro che la parola handicap deriva dall’inglese e si è formata dalla fusione di tre termini: hand che significa mano, cap cappello e in; handicap viene usato per indicare una gara o una competizione, nella quale la posta era tenuta con la mano in un cappello, in cui per equiparare le possibilità di vittoria, viene assegnato uno svantaggio al concorrente ritenuto superiore o un vantaggio a quello ritenuto inferiore.
La parola handicap è poi entrata nell’uso di diverse lingue, tra cui l’italiano, in cui può essere tradotta con difficoltà, svantaggio; in questo senso gli handicappati sono coloro che, avendo un deficit, possono vivere delle difficoltà derivanti non solo dal deficit ma anche dall’incontro con l’ambiente fisico e sociale in cui si trovano: Stefania o chi, come lei, non può camminare ha una serie di difficoltà derivanti dal suo deficit così come un non vedente sperimenta difficoltà collegate direttamente alla mancanza della vista. L’handicap può essere quindi conseguenza diretta di un deficit ma non solo: l’handicap è il deficit a cui si aggiunge la situazione, che può aggravare o alleviare la condizione dell’individuo ed è fortemente influenzato anche dal modo in cui viene vissuto dalla persona stessa, dal grado di accettazione, di autostima e di fiducia in sé.
Ma le difficoltà fanno parte dell’esperienza di ogni persona, come il gioco di ruolo aveva appena dimostrato: coloro che impersonavano principi e principesse, pur essendo pienamente abili, avevano vissuto una serie di difficoltà determinate dalla incapacità di entrare in relazione con i compagni in uno speciale contesto. In questo senso l’handicap è trasversale alle persone e interessa tutti: anche un normodotato può essere handicappato in situazioni particolari e le difficoltà che sperimenta non sono determinate da un deficit psicofisico ma da caratteristiche personali, paure e fobie, oppure si generano nelle relazioni interpersonali e nel contesto sociale. Chi soffre di vertigini, ad esempio, può trovarsi in situazioni difficili anche in contesti comuni di vita e altre paure apparentemente banali, come quella dei cani o del buio, possono far vivere alle persone grandi difficoltà.
Per accertarsi che i bambini avessero compreso il diverso significato dei termini presentati, Stefania e Roberto hanno supportato le loro affermazioni con numerosi esempi pratici, hanno accolto e commentato le loro affermazioni intervenendo con spiegazioni e chiarimenti. Queste precisazioni terminologiche possono sembrare un po’ astratte ma, esposte con chiarezza e semplicità, hanno sicuramente aiutato i bambini a riflettere sul loro modo di vivere, di percepire se stessi e le persone disabili.
La classe seguiva con attenzione il dialogo, partecipando attivamente e dimostrando molto interesse; Roberto ha così chiesto ai bambini di fare una veloce analisi della loro situazione personale e di verificare se avessero deficit oppure handicap e di quale tipo. I bambini hanno fornito risposte molto interessanti dimostrando di aver colto la distinzione tra i due termini: hanno così elencato i loro deficit (quasi esclusivamente di tipo visivo, non essendo inserito nella classe alcun alunno fisicamente disabile) e hanno identificato l’handicap con le loro paure argomentando, con ricchezza di particolari, le difficoltà che esse generano.
Si tratta indubbiamente di una semplificazione dei concetti espressi, resi accessibili ai bambini, ma che ha sicuramente influenzato il loro modo di percepire i portatori di deficit, i disabili, ma anche loro stessi e il loro modo di rapportarsi a se stessi, agli altri e al contesto. I bambini hanno elencato handicap che non sono collegati direttamente a deficit, anche nel caso di deficit visivi, dimostrando quindi di aver capito come le difficoltà interessino direttamente tutte le persone e ne condizionino comportamenti e atteggiamenti. Riporto alcune delle loro affermazioni, che ho registrato in classe durante l’incontro e ho in seguito trascritto:

“Non ho deficit ma ho molti handicap: soffro di vertigini, odio la solitudine, ho paura del buio e degli insetti, ho difficoltà a capire la matematica.” (Sara)
“Non ho deficit ma ho questi handicap: soffro di vertigini e ho paura dei temporali e della velocità.” (Alan)
“Ho un deficit visivo (porto gli occhiali) e ho un handicap: non so andare in bicicletta.” (Matteo)
“Non ho deficit ma ho un handicap: ho paura di andare in ascensore.” (Lorenzo)
“Io ho il deficit che da lontano vedo sfumato e mi devo mettere gli occhiali e ho due handicap: soffro di vertigini e di mal d’auto.” (Giulia)
“Credo di non avere deficit ma ho diversi handicap: ho paura della morte, ho paura delle punture, mi spaventa molto la velocità.” (Irene)
“Io non credo di avere deficit ma ho alcuni handicap: soffro di mal d’auto, di allergia al polline e ho paura del buio.” (Cristina)

Dopo aver appurato che i bambini avevano ben compreso la distinzione tra i due termini proposti, Roberto ha proseguito il dialogo introducendo un altro importante concetto: mentre un deficit totale o parziale, una menomazione psicofisica è un dato oggettivo che l’individuo possiede in modo permanente e spesso invariabile, l’handicap, la difficoltà che questo deficit produce, è qualcosa di variabile e modificabile che può quindi aumentare, diminuire o addirittura scomparire.
Anche in questo caso la riflessione è stata supportata da numerosi esempi, che hanno aiutato i bambini ad avvicinarsi a concetti nuovi e a trovarne un riscontro nella concreta realtà delle cose. Stefania ha un deficit oggettivo che non le consente di camminare e che determina numerosi handicap: un ausilio relativamente semplice come una carrozzella, magari elettrica, consente a Stefania di ridurre notevolmente l’handicap pur non modificando il deficit. Un individuo sordo ha un deficit che difficilmente viene annullato, ma l’handicap conseguente può essere anche totalmente eliminato da una buona protesi, da uno strumento che gli consente di udire. Una persona cui mancano un certo numero di diottrie, e che ha quindi un deficit visivo, può annullare del tutto l’handicap conseguente con un comune paio di occhiali le cui lenti non cancellano il deficit, la mancanza parziale della vista, ma l’handicap a esso conseguente. Una persona muta, che non può quindi parlare, sperimenta numerose difficoltà determinate dal suo deficit, ma può comunicare efficacemente attraverso il linguaggio dei segni che le consente di superare l’handicap se si relaziona con altre persone che, conoscendo quello specifico linguaggio, sono in grado di comunicare con lei.
Il deficit difficilmente può essere annullato: non è una malattia dalla quale si guarisca, ma una menomazione o imperfezione stabile (anche se gli incredibili successi ottenuti nel campo della medicina sono in grado, oggi, di annullare alcuni deficit, come quello visivo, grazie ai trapianti); l’handicap invece, conseguenza del deficit, può essere aumentato, ridotto o anche annullato e in questo senso grande importanza assume il contesto materiale e sociale in cui il soggetto è inserito.
Per meglio chiarire questi concetti, Roberto e Stefania hanno proposto insieme un esempio pratico, risultato molto efficace, che ha permesso ai bambini di capire come, considerando invariabile il deficit, l’handicap possa variare.
“Un giorno io e Stefania siamo andati a fare spese in un supermercato, anzi in un grande centro commerciale e, lungo il nostro cammino, abbiamo incontrato numerosi ostacoli e difficoltà di vario tipo. Adesso vi racconto com’è andata.”
Per rendere più efficace la spiegazione, Roberto ha accompagnato la descrizione con alcuni disegni fatti alla lavagna, che aveva diviso in quattro parti. In alto a sinistra ha disegnato una persona su una carrozzella (Stefania) e un’altra che la spingeva (se stesso). Ha poi chiesto ai bambini quale fosse il deficit di Stefania, l’impossibilità di camminare autonomamente, e ha scritto alla lavagna una D (deficit) in corrispondenza di Stefania e ha così proseguito il suo racconto:
“Stefania e io siamo usciti dal nostro luogo di lavoro e abbiamo raggiunto la mia automobile parcheggiata lì vicino utilizzando una delle rampe che il Comune di Bologna ha costruito per permettere l’accesso ai disabili. La rampa, costruita appositamente per chi si sposta su una carrozzina, ha una giusta pendenza e chi spinge non deve compiere alcuno sforzo particolare.”
Ha poi chiesto ai bambini se l’handicap di Stefania venisse aumentato o ridotto da questa rampa; i bambini hanno subito osservato che la presenza di una rampa riduce notevolmente l’handicap di Stefania che, con una carrozzella elettrica, avrebbe potuto spostarsi da sola; la presenza di un accompagnatore in grado di spingerla lungo la rampa riduce, anche in questo caso, il suo handicap. A questo punto Roberto ha disegnato alla lavagna una rampa e ha indicato, in corrispondenza di questa una H di handicap grande quanto la D di deficit.
Ha poi proseguito raccontando come lui e Stefania, arrivati al supermercato, avessero parcheggiato l’automobile nel garage sotterraneo e avessero trovato, per salire ai piani superiori, una lunga rampa con salite e discese molto ripide che avevano richiesto a lui un grande sforzo per spingere la carrozzella in salita e un grande rischio per Stefania nella discesa, la cui pendenza eccessiva rischiava di capovolgere la carrozzella; Stefania ha confermato le affermazioni di Roberto raccontando come una volta ciò fosse successo realmente e lei si fosse trovata a terra sotto la carrozzella alla quale è legata da una cintura e come, nella caduta, oltre a farsi male alle gambe, si fosse danneggiata un incisivo.
Roberto ha quindi disegnato sulla lavagna, in alto a destra, la carrozzella e chi la spingeva e ha chiesto ai bambini se il deficit di Stefania fosse mutato; i bambini hanno prontamente risposto negativamente e Roberto ha disegnato, in corrispondenza di Stefania una D delle stesse dimensioni del disegno precedente. A questo punto Roberto ha invitato i bambini a riflettere sull’handicap che il deficit procura e ha chiesto loro se, rispetto al caso precedente, fosse diminuito o aumentato. Il gruppo ha immediatamente capito che una rampa troppo ripida determina un aggravamento dell’handicap, della difficoltà cioè a spostarsi autonomamente; la presenza di una persona che spinge la carrozzella non è sufficiente, in questo caso, ad annullare l’handicap a causa dell’eccessiva pendenza della rampa che determina uno sforzo eccessivo e un grave rischio per Stefania stessa. I bambini hanno considerato come, in questo caso, Roberto fosse stato in grado di spingere ugualmente la carrozzella perché è grande e forte mentre una persona più debole non sarebbe riuscita a farlo e Stefania non sarebbe quindi potuta entrare nel supermercato. Roberto ha quindi chiesto come doveva disegnare la H che indica l’handicap e tutti hanno risposto che la lettera doveva essere più grande di quella del disegno precedente; nel secondo disegno è stata quindi disegnata una grande H.
I nostri amici sono così riusciti, con molti sforzi, a entrare nel supermercato e, dopo aver fatto alcuni acquisti, hanno deciso di andare in un negozio posto al piano superiore. Ma a questo punto si sono trovati di fronte una lunga scalinata. Roberto ha disegnato, in basso a sinistra, lui e Stefania e una lunga rampa di gradini e ha quindi chiesto ai bambini se il deficit di Stefania fosse, nel frattempo, aumentato e, alla loro risposta negativa, ha indicato in corrispondenza di Stefania una D delle stesse dimensioni di quelle riportate negli altri disegni. Stefania è intervenuta chiedendo ai bambini se, secondo loro, lei fosse potuta salire al secondo piano; dopo varie considerazioni, i bambini hanno concluso che ciò non era possibile perché con una carrozzella non si riesce ad affrontare dei gradini. Quando Roberto ha domandato di quali dimensioni dovesse essere la lettera che indicava l’handicap di Stefania, tutti hanno prontamente risposto che doveva essere molto grande. In questo caso infatti l’handicap di Stefania era stato aggravato dal contesto che, non predisponendo soluzioni per i disabili, di fatto ne escludeva l’accesso al secondo piano, pur in presenza di una carrozzella e di un accompagnatore.
Mentre Roberto disegnava una grandissima H, la classe ha considerato come la stessa difficoltà potesse essere sperimentata da una mamma con un bambino in passeggino, che da sola difficilmente avrebbe potuto salire lungo i gradini o anche da una persona anziana che non sarebbe stata in grado di fare un tale sforzo. Senza alcuna sollecitazione esterna, il gruppo aveva in questo caso esteso le sue considerazioni a tutte le persone e alle difficoltà che possono essere vissute anche da chi, ad esempio la mamma a passeggio con il suo bambino, non ha deficit oggettivi; l’importanza del contesto e le possibilità di ridurre o aggravare gli handicap è stata così sottolineata ancora una volta e i bambini hanno espresso il loro rammarico per tutti coloro che, per motivi diversi, si trovano in situazione di difficoltà che una maggiore attenzione potrebbe evitare.
Roberto ha proseguito il racconto spiegando come lui e Stefania non si fossero arresi e, dopo aver girato tutto il centro commerciale, avessero trovato un ascensore con il quale salire al piano superiore o scendere nel garage per recuperare l’automobile. Così, mentre il deficit di Stefania non variava e la lettera D scritta alla lavagna aveva sempre le stesse dimensioni, Roberto ha chiesto ai bambini come valutassero, in questo caso, l’handicap. Molti hanno così osservato che se l’ascensore era sufficientemente grande per contenere la carrozzella, l’handicap di Stefania in questo caso era davvero minimo, prossimo allo zero: con una carrozzella elettrica Stefania avrebbe potuto salire e scendere da sola grazie all’ascensore, così come poteva farlo con un accompagnatore senza richiedergli uno sforzo terribile e senza rischiare di cadere e farsi male. La lettera che indicava l’handicap doveva quindi essere molto piccola e Roberto, dopo aver ripetuto lo stesso disegno arricchito questa volta da un ascensore, ha disegnato una piccolissima H.
In conclusione Stefania ha chiesto ai bambini di riflettere proprio su quelle lettere: la D era sempre delle stesse dimensioni poiché il deficit non varia, mentre la H cambiava in base alle diverse situazioni nelle quali lei si trovava ad agire; l’handicap, infatti, può diminuire fino quasi a scomparire come nell’ultimo caso o essere affrontabile come nel primo (ascensore e scivolo), mentre poteva aumentare anche di molto, come nel secondo caso (salita o discesa troppo ripida) fino a diventare insuperabile come nel terzo (la lunga rampa di gradini).
Il racconto di Roberto e Stefania e i disegni che hanno supportato la spiegazione, che i bambini hanno poi riportato sui loro quaderni, rappresentano indubbiamente una semplificazione di problematiche complesse come la riduzione dell’handicap, che investe il contesto nei suoi aspetti tecnici e materiali come le barriere architettoniche ma risulta profondamente influenzato anche dagli atteggiamenti degli altri attori sociali, dal persistere di “barriere” culturali e mentali che è necessario superare. In questa accezione, handicap significa svantaggio, ostacolo e deve essere ridotto e superato lavorando su ciò che è “handicappante”, su ciò che determina lo svantaggio.

Guardie e principi: il gioco di ruolo

Era trascorsa una settimana dall’incontro con il Calamaio e i bambini erano come sempre impazienti per il ritorno dei loro nuovi amici, ma al tempo stesso dispiaciuti del fatto che, almeno per questo anno scolastico, sarebbe stata l’ultima volta che li avremmo incontrati. Anche se gli animatori non ci avevano lasciato piste di approfondimento, come era accaduto tra il primo e il secondo incontro, per tutta la settimana gli avvenimenti, le esperienze e le scoperte del pomeriggio trascorso insieme erano stati oggetto di dialogo e confronto sul quale avevo organizzato attività didattiche mirate.
Pur non avendo né dolci né sorprese o cartelloni da mostrare agli animatori, molti bambini avevano preparato bigliettini e disegni da regalare a Stefania e, all’arrivo in classe del Calamaio, tutti si sono accalcati per dare, chiedere o domandare qualcosa. Per molti bambini la felicità e la gioia di ritrovarsi e di poter trascorrere un’altra giornata insieme era in qualche modo velata dalla tristezza perché, come ben sapevano, si trattava dell’ultimo incontro. Ciò traspare chiaramente da quello che hanno riportato, in seguito, sui loro quaderni:

“Quando Stefania è entrata in classe ho notato che era di buon umore, che sorrideva ed era felice di vederci, io invece ero quasi triste perché sapevo che era l’ultimo incontro.” (Thomas)
“Il Calamaio era tornato, che gioia! Li stavamo aspettando da una settimana ma poi il tempo è volato e quando se ne sono andati mi sono commossa pensando che era l’ultima volta che ci vedevamo e ho provato un po’ di nostalgia.” (Elisa)
“Ero molto felice di vederli e quando sono entrati in classe mi è venuto in mente che la prima volta che avevo visto Stefania mi aveva fatto dispiacere perché lei è disabile. Adesso invece ero dispiaciuta perché sapevo che non sarebbero più tornati.” (Elena)

Dopo i saluti, la consegna dei biglietti e dei disegni, abbiamo preso posto nell’aula, dove avevamo sistemato le sedie in cerchio allontanando la cattedra e i banchi, e ci siamo seduti insieme agli animatori del Calamaio. Senza fornire ai bambini alcuna spiegazione, Stefania ha indossato la corona e il mantello del Sovrano dei Sovrani e ha chiesto loro se la riconoscevano.
“Certo, sei il Sovrano dei Sovrani!” hanno risposto in coro i bambini che, ligi alle regole del gioco, si sono immediatamente inchinati.
Stefania ha annuito e ha poi spiegato che il Sovrano era ritornato per un motivo molto importante: doveva nominare nuovi re e regine per alcuni regni che si erano aggiunti ai suoi possedimenti ma, per fare questo, li avrebbe sottoposti a una prova. Ha quindi chiesto ai bambini se volevano giocare ottenendo come risposta, ovviamente, un coro di consensi. Stefania ha così proceduto dividendo la classe in due gruppi: il primo costituito dalle sue guardie personali, scelte per i loro meriti e la fedeltà, il secondo formato da principi e principesse che, sottoponendosi alla prova, sarebbero potuti diventare re e regine.
Il gioco delle guardie e dei principi si ricollega strettamente allo sfondo integratore dell’intero percorso, sia per la presenza del Sovrano dei Sovrani, motore di tutte le attività, sia perché la stessa prova era stata superata, come ha in seguito chiarito Stefania richiamando in causa la fiaba, anche da Re 33. Prendendo spunto dalla fiaba, viene proposto ai bambini un gioco di ruolo che ha la funzione di inscenare una situazione di handicap, di difficoltà derivante da uno o più deficit, vissuti all’interno del gioco come reali, e consentire così di sperimentare in prima persona, in termini cognitivi ma soprattutto affettivi, un’esperienza di svantaggio.
Un giocatore, che impersona un principe o una principessa, esce dall’aula mentre all’altro, la guardia, vengono date precise istruzioni: deve restare immobile, non può parlare, può comunicare solo con gli occhi o con dei cenni e ha alcune necessità, ad esempio deve togliersi o mettersi un indumento, ha sete o fame, ha una scarpa slacciata oppure gli serve un libro o un oggetto. In qualche modo la guardia dovrà riuscire a comunicare i suoi bisogni all’altro giocatore che, rientrato in classe, dovrà a sua volta aprirsi al dialogo con modalità del tutto nuove.
Il gioco impegna una coppia per volta e gli altri bambini ricevono l’indicazione di osservare con molta attenzione quello che avviene tra la guardia e il principe senza però interferire con aiuti o suggerimenti e senza distrarre i compagni: per rendere più efficace la consegna, ai bambini viene chiesto di rappresentare il muro della torre all’interno della quale si svolge la prova, sotto lo sguardo attento del Sovrano dei Sovrani, e di ricordare le loro impressioni e considerazioni.
Generalmente, all’inizio la situazione è molto comica perché ricca di malintesi, al bambino verrà fatto un po’ di tutto prima di riuscire a capire quali siano le sue esigenze. Appare subito evidente come non sia facile entrare in contatto con l’altro appena si è privati dei propri usuali mezzi di comunicazione, ovvero del linguaggio verbale: entrambi i giocatori dovranno inventare un linguaggio nuovo, che tenga conto della reciproca diversità e dovranno anche fare i conti con le proprie resistenze a mettersi in gioco e ad ascoltare l’altro.
Sono necessari molto impegno e creatività, da parte di chi impersona il portatore di deficit, per riuscire a farsi comprendere, accettare la frustrazione dei tentativi falliti, guardarsi dentro per capire quali potenzialità possono essere utilizzate e sviluppate; ma sono necessari molto impegno e creatività anche per chi deve capire, per accettare l’impotenza iniziale e le difficoltà di intesa. L’originalità del gioco sta nel vivere queste difficoltà da dentro, sulla propria pelle: i bambini posti nei panni del disabile provano il disagio di non essere compresi, e spesso considerati, dalle persone fisicamente sane; i bambini che aiutano scoprono la difficoltà di affrontare forme di comunicazione diverse dalle usuali e il disagio che si prova nel non comprendere i bisogni dell’altro.
Il gruppo che osserva coglie la relazione nel suo insieme e, generalmente, arriva a due importanti conclusioni:

  • la difficoltà appartiene a entrambi i giocatori, al disabile così come al normodotato;
  • il disagio è determinato dal non riuscire a esprimersi in modo intelligibile ma anche dal non cogliere le comunicazioni che provengono dall’altro.

Questo gioco è uno strumento molto efficace per conoscere e sperimentare personalmente lo svantaggio, per fare esperienza della diversità, per riflettere sull’importanza della creatività per risolvere le difficoltà derivanti dai propri e altrui limiti, per imparare a rapportarsi autonomamente alle situazioni nuove e insolite.
Attraverso il gioco è possibile inoltre illustrare la differenza tra deficit e handicap, e sottolineare che un giocatore senza deficit oggettivi può avere più handicap del giocatore con deficit.
Dopo aver diviso la classe in due gruppi, Stefania ha chiesto un volontario da entrambi: senza sapere che cosa avrebbero dovuto fare, molti bambini hanno alzato la mano chiedendo di partecipare; Stefania ha indicato Sebastiano nel gruppo delle guardie e Rita in quello dei principi. Ha poi chiesto a Rita di uscire dall’aula e ha spiegato in che cosa consisteva il gioco: Sebastiano, seduto su una sedia al centro dell’aula, avrebbe dovuto fingersi disabile e non avrebbe potuto parlare, fare cenni col capo, muovere gli arti a eccezione della mano sinistra, ma avrebbe dovuto comunicare alla principessa due diversi bisogni, nel caso specifico chiudere un armadio e dargli da bere, inventando un nuovo codice di comunicazione. Dalla sua bravura dipendeva il buon esito della prova, che in caso di superamento, avrebbe permesso a Rita di diventare una nuova regina. Agli altri bambini Stefania ha chiesto di osservare con attenzione la relazione tra la coppia di compagni impegnati nel gioco in assoluto silenzio, senza dare aiuti o suggerimenti, e di impersonare le pareti della torre del castello che, come si sa, non parlano e non ridono.
Dopo aver fatto alcune prove, per permettere a Sebastiano di sperimentare i deficit di cui era, all’interno del gioco, portatore, è stata fatta entrare Rita che era ancora all’oscuro di tutto. Trattandosi della prima coppia, Stefania ha spiegato a Rita che si trovava di fronte a una guardia disabile che aveva due precise necessità che lei avrebbe dovuto soddisfare per superare la prova, ma non ha fornito alla bambina alcuna indicazione sul tipo di deficit di Sebastiano. Gli altri bambini, seguendo scrupolosamente le istruzioni ricevute, osservavano la scena in assoluto silenzio.
Per prima cosa Rita, in modo assolutamente naturale, ha cominciato a fare domande al suo compagno, che teneva la testa abbassata e non la guardava, per paura di lasciarsi sfuggire sguardi o movimenti che non poteva fare; di fronte all’atteggiamento di Sebastiano, Rita ha immediatamente capito che la guardia non poteva parlare e ha incominciato lei a fare domande senza ottenere, in apparenza, alcuna risposta. Sebastiano ha intuito che poteva rispondere affermativamente o negativamente alle domande di Rita con l’unica parte del corpo che poteva utilizzare, cioè la mano sinistra, e ha iniziato a muovere l’indice, cosa di cui però Rita non si è accorta subito. Sono stati momenti difficili, la guardia immobile e compressa nel suo silenzio, scoraggiato dalle difficoltà che la sua situazione gli procurava e la principessa, impotente di fronte al silenzio del suo interlocutore, che non riusciva a stabilire un contatto. Ma gli occhi di Rita si sono illuminati quando ha notato che Sebastiano indicava con l’indice l’armadio in fondo all’aula. Poiché l’armadio aveva un’anta aperta, Rita ha offerto a Sebastiano diverse opportunità tra le quali quella di chiuderlo; la guardia ha annuito con l’indice, Rita ha chiuso l’armadio e Stefania le ha comunicato che aveva superato la prima parte della prova, indovinando uno dei due bisogni della guardia.
È stato molto interessante notare come entrambi i membri della coppia si siano sentiti soddisfatti e sollevati nel momento in cui sono riusciti a stabilire tra loro un contatto: ciò ha permesso alla guardia di superare la frustrazione determinata dalla impossibilità di comunicare, alla principessa il disagio e l’impotenza generati dalla mancata comprensione dei bisogni dell’altro.
La seconda parte della prova, che consisteva nel dar da bere a Sebastiano assetato, è stata affrontata da entrambi i membri della coppia con maggiore entusiasmo, grazie alla gratificazione appena ricevuta: la guardia ha indicato a lungo la cattedra sulla quale, tra i numerosi oggetti, si trovavano alcuni bicchieri di plastica e una bottiglietta d’acqua. Non è stato semplice per Rita capire quale fosse il bisogno del suo compagno e quando finalmente gli ha chiesto se aveva sete, alla risposta affermativa dell’altro, ha creduto di aver superato la prova. Quando invece Roberto le ha dato un bicchiere pieno per metà di acqua e Stefania le ha detto di dissetare la guardia, Rita è rimasta un po’ perplessa ma non si è persa d’animo ed è riuscita a dar da bere a Sebastiano senza far cadere una sola goccia d’acqua.
La prova era così superata, il Sovrano dei Sovrani si è complimentato con entrambi i giocatori, mentre gli altri bambini, che come un vero muro erano rimasti in assoluto silenzio per tutta la durata del gioco, si sono sgolati per acclamare i compagni vittoriosi, commentando tra loro il gioco che si era appena concluso. Queste sono le impressioni che i protagonisti della prima prova hanno riportato sul quaderno il giorno seguente, dedicato come sempre alla rielaborazione dell’esperienza:

“All’inizio pensavo che non sarei mai riuscito a comunicare quali erano i miei bisogni perché non potevo parlare e potevo usare solo la mano sinistra. Non potevo nemmeno muovere la testa e così ho pensato di dire sì e no con il dito e mi sono stupito perché Rita ha capito subito il mio modo di comunicare… Quando ha capito che avevo sete mi ha dato da bere davvero, con un bicchiere ed è stata molto brava: non è caduta neanche una goccia! Alla fine ero contento e mi è quasi dispiaciuto lasciare il posto a un’altra coppia.” (Sebastiano)
“Sebastiano stava immobile sulla sedia e non mi guardava nemmeno in faccia. All’inizio ho pensato che non avrei mai capito di cosa aveva bisogno e siccome non parlava ho iniziato io a dire delle cose. Poi mi sono accorta che mi rispondeva con un dito della mano sinistra (che poteva muovere) e allora mi sono sentita meglio perché riuscivamo a comunicare… Con il dito indicava l’armadio che era aperto, ho pensato che volesse chiuderlo e ho indovinato il primo bisogno… Quando ho capito che aveva sete, Roberto mi ha dato un bicchiere con un po’ d’acqua e Stefania mi ha detto che gli dovevo dare da bere. È stato difficile ma ci sono riuscita e questo mi ha riempito di gioia. Il gioco è stato molto bello ed emozionante.” (Rita)

Dopo aver nominato Rita Regina 61 e aver attribuito una medaglia speciale a Sebastiano per la bravura dimostrata nel gioco, Stefania, senza lasciare tempo ai bambini di commentare troppo a lungo il gioco, ha chiesto altri due volontari. Fra i tanti che si sono proposti ha scelto Sara come guardia e Filippo dal gruppo dei principi.
Il gioco era già stato spiegato e non necessitava di ulteriori chiarimenti; così Stefania ha chiesto a Filippo di lasciare l’aula e ha dato a Sara le istruzioni: non poteva parlare, non poteva muovere la testa e le braccia, non poteva fare cenni col capo ma poteva utilizzare il piede destro. I suoi bisogni erano due: che Filippo spegnesse la luce e le mettesse la giacca di Stefania, appoggiata su un tavolo alle sue spalle.
Quando Filippo è rientrato, ha provato innanzi tutto a fare delle domande a Sara e, di fronte al suo silenzio ha capito che nemmeno questa guardia poteva comunicare verbalmente. Con un ottimo intuito ha subito compreso che doveva capire in che modo Sara potesse aiutarlo e ha continuato a farle domande, osservando con attenzione ogni sua minima reazione. Sara ha utilizzato l’unica parte del corpo a sua disposizione e ha incominciato a rispondere con il piede destro: mimando il gesto che normalmente si fa con le dita, Sara rispondeva negativamente muovendo il piede in orizzontale, affermativamente con un movimento verticale. Filippo ha capito quasi subito il linguaggio della sua compagna di gioco mentre ha impiegato più tempo per intuire gli oggetti che indicava. Sara ha indicato numerose volte le lampade appese al soffitto e l’interruttore situato di fianco alla porta dell’aula, rispondendo negativamente ogni volta che Filippo le chiedeva se doveva uscire dall’aula; alla fine il principe ha colto l’associazione tra le lampade e l’interruttore e ha capito che la guardia voleva che lui spegnesse la luce.
Anche in questo caso, aver capito il primo bisogno e aver, almeno in parte, superato la prova, ha determinato un mutamento nell’atteggiamento di entrambi i giocatori, soddisfatti e più sicuri di sé. È stata quindi la volta del secondo bisogno di Sara che, fingendo di avere freddo e indicando con il piede il tavolo sul quale era appoggiata una giacca, ha permesso a Filippo di indovinare cosa dovesse fare; il principe credeva di aver assolto il proprio compito indovinando il secondo bisogno ed è apparso un po’ turbato quando Stefania gli ha detto che doveva far indossare la giacca alla sua compagna. Sara è stata molto brava, si è lasciata a peso morto senza muovere gli arti e senza aiutare in alcun modo Filippo il quale, con qualche difficoltà è riuscito, tra le grida di incitamento degli altri bambini, a infilarle la giacca.
Come nel caso precedente, il superamento della prova è stato accolto da un’esplosione di gioia da parte di tutti, i giocatori e i bambini che osservavano e, tra l’ilarità generale, Filippo è stato nominato Re 45 e Sara ha ricevuto la medaglia delle guardie. In questo modo i due bambini hanno descritto la loro esperienza:

“Entrato in classe ho visto Sara sulla sedia, ho cominciato a farle delle domande ma lei non poteva parlare e mi sono molto scoraggiato. Ero preoccupato di non capire e ho provato anche un po’ di rabbia… Poi mi sono accorto che lei mi rispondeva ma usava il piede: se lo muoveva in orizzontale voleva dire no, in verticale sì e così ci siamo capiti. Voleva spegnere la luce ed è stato facile poi ho dovuto metterle la giacca perché aveva freddo. È stato difficile perché lei non si muoveva ma io ci sono riuscito lo stesso e ho provato una gran soddisfazione… Così sono stato nominato Re del regno 45!” (Filippo)
“Stefania mi ha detto che non potevo parlare, non potevo muovere la testa e le braccia ma solo il piede destro. È stato molto faticoso non poter parlare e stare ferma immobile, mi sono sentita come in gabbia e ho capito la difficoltà… Filippo è stato molto bravo e ha capito subito che comunicavo col piede, gli ho indicato la luce e il pulsante sul muro così ha spento la luce e insieme abbiamo superato la prima prova. Mi sono sentita sollevata, ero felice.” (Sara)

Stefania ha chiamato altri volontari ed è stata la volta di Lorenzo e Cristina, Najah e Alan, Elena e Thomas, Andrea e Francesca: il gioco ha interessato sei coppie su dieci, per un totale di dodici bambini.
Alcuni bambini non si sono offerti spontaneamente e hanno preferito osservare i compagni impegnati nelle prove; gli animatori del Calamaio, consapevoli che la caratteristica fondante di ogni gioco è la libera adesione, che nessuna attività ludica può essere imposta perché si trasformerebbe in un lavoro che ne snatura il carattere essenziale, non hanno insistito. Il gioco peraltro durava ormai da diverso tempo e i bambini avevano avuto modo di sperimentare personalmente o attraverso l’osservazione gli elementi che avrebbero sostenuto la riflessione proposta in seguito.
Al termine del gioco di ruolo, Stefania ha ripreso la parola e ha chiesto ai bambini che avevano partecipato personalmente alla prova di pensare alle sensazioni e alle emozioni che avevano vissuto nei panni delle guardie, dei principi e delle principesse, e agli altri, il muro della torre, alle considerazioni e alle impressioni nate dall’osservazione del gioco. Dopo aver lasciato loro un po’ di tempo per riflettere, ha chiesto a un volontario di dividere la lavagna in due parti, intitolandole a guardie e principi, e ha invitato i bambini a esprimere il loro punto di vista. Le considerazioni riferite sono state molto interessanti e hanno permesso di mettere in evidenza una serie di elementi che avrebbero poi guidato il seguito dell’attività.
Sia i principi che le guardie hanno espresso diversi sentimenti: fatica, difficoltà, rabbia, disagio, frustrazione, preoccupazione, ma anche divertimento, soddisfazione, gioia, felicità. Stefania ha lasciato che i bambini esprimessero con calma le loro emozioni, sollecitando il bambino a scriverle tutte alla lavagna, nella colonna appropriata. Quando i termini scritti le sono apparsi sufficienti, Stefania ha chiesto ai bambini se notassero qualcosa di particolare: molti di loro hanno subito osservato che, nelle due colonne, erano scritte le stesse parole, alcune connotate positivamente, altre negativamente.
Nel dialogo che è seguito, Stefania ha chiesto alle guardie e ai principi di spiegare quello che avevano provato ed è subito apparso evidente che le motivazioni erano profondamente diverse: per le guardie le emozioni negative erano legate al confronto con i deficit attribuiti loro nel gioco, che li avevano privati innanzi tutto del canale privilegiato di comunicazione, il linguaggio verbale, costringendoli a inventare modalità alternative sfruttando al meglio le potenzialità residue. Le difficoltà che i deficit determinano hanno provocato differenti reazioni nei bambini, alcuni dei quali si sono ingegnati per utilizzare le capacità rimaste e comunicare con il compagno o la compagna, mentre altri si sono inizialmente bloccati, hanno reagito, a livello emotivo, con un forte rifiuto, superato però da tutti, seppur con tempi diversi, nel corso del gioco.
I sentimenti e le emozioni riferite dai principi sono stati gli stessi, ma la rabbia, la frustrazione e la fatica sono in questo caso determinate dalla incapacità di entrare in relazione con l’altro e di soddisfarne i bisogni. Anche in questo caso il confronto con gli handicap, che i bambini hanno vissuto in prima persona, ha prodotto reazioni molto diverse: alcuni bambini hanno denotato un atteggiamento di rifiuto, prestando poca attenzione al compagno che nei panni del disabile si sforzava di stabilire un contatto con loro e focalizzando l’attenzione sul gruppo che osservava, sulle insegnanti e gli animatori del Calamaio senza riuscire, almeno inizialmente, a relazionarsi in modo costruttivo con la guardia; altri invece dimostravano la tensione e il disagio scherzando e ridendo in modo inopportuno. Si è trattato, comunque, solo del primo impatto: tutte le coppie sono riuscite infatti a comunicare tra loro senza alcun aiuto dall’esterno.
Stefania ha poi chiesto ai bambini di spiegare e motivare le emozioni positive, anche in questo caso le stesse sia per le guardie che per i principi: il divertimento ha dimostrato la riuscita del gioco, le altre sensazioni riferite da entrambi erano determinate dall’essere riusciti a comunicare per i primi e a comprendere per i secondi (anche questi termini sono infatti stati elencati), e per la coppia nel suo insieme nell’aver stabilito un contatto. Queste sono le parole scritte alla lavagna che i bambini hanno elencato:
PAROLE NEGATIVE

GUARDIE

PRINCIPI

fatica

disagio

disagio

imbarazzo

rabbia

difficoltà

difficoltà

impotenza

paura

rabbia

impotenza

ansia

stupore

preoccupazione

                                               PAROLE POSITIVE

GUARDIE

PRINCIPI

divertimento

curiosità

soddisfazione

divertimento

creatività

immaginazione

sollievo

gioia

comunicazione

comprensione

felicità

soddisfazione

L’analisi dei termini ha permesso di mettere in evidenza un aspetto importante: le difficoltà sono state vissute dalle guardie, che hanno sperimentato limiti e impossibilità derivanti dal deficit, ma anche dai principi, che non avevano però alcun deficit oggettivo. Nel loro caso infatti le difficoltà nascevano nel confronto con la diversità dell’altro, nella necessità di elaborare modalità nuove di relazione e comunicazione e nell’incapacità di farlo. In alcuni casi anzi, come i bambini hanno osservato, avevano avuto più difficoltà i compagni che ricoprivano il ruolo di principi e principesse, spesso bloccati dai deficit delle guardie, la maggior parte delle quali aveva dimostrato di saper attingere ampiamente alle proprie capacità creative, di reagire alle difficoltà generate dai deficit con forza e determinazione, senza lasciarsi scoraggiare.
Il gruppo, attraverso il dialogo guidato da Roberto e Stefania, è giunto così a una prima importante conclusione: le difficoltà fanno parte dell’esperienza di ogni persona e non sono direttamente collegate a deficit oggettivi, di natura fisica o psichica. Esse si determinano nel rapporto con la realtà esterna e con il mondo, nelle relazioni con le altre persone e, soprattutto, nel modo in cui ognuno le vive e le sperimenta. Lo spirito d’intraprendenza, la caparbietà, la conoscenza e l’accettazione di sé e dei propri limiti, ma anche delle proprie peculiarità, la capacità di attivare percorsi nuovi e creativi contribuiscono a ridurre le difficoltà fino quasi a farle scomparire e i deficit di cui ognuno è portatore, la loro gravità, influenzano solo in parte l’esito finale.
Il giorno seguente, quando ho chiesto ai bambini di raccontare sui loro quaderni l’esperienza vissuta con il gioco di ruolo, molti di loro hanno riferito queste considerazioni. Ne cito alcune, che mi sono sembrate molto significative, di bambini che non avevano partecipato al gioco in prima persona e ne avevano osservato gli sviluppi impersonando il muro della torre:

“Non ho alzato la mano per partecipare perché ero nel gruppo delle guardie e pensavo che era molto difficile far finta di essere disabile e avere tutti quei deficit… Alla fine del gioco ho scoperto che anche i principi avevano fatto fatica, forse anche di più delle guardie ma io non ci avevo pensato.” (Elisa)
“Questo gioco ci ha permesso di capire che tutti hanno delle difficoltà, non soltanto le persone con dei deficit. Hanno vissuto una situazione difficile sia le guardie che non potevano muoversi e parlare, sia i principi e le principesse che non avevano alcun problema fisico.” (Chiara)
“Io pensavo che solo le guardie erano in difficoltà perché erano disabili… Quando Stefania ha chiesto a tutti di elencare le emozioni mi sono molto stupito perché i principi e le principesse dicevano le stesse cose. Eppure loro erano normali.” (Matteo)
“Stefania ci ha fatto notare che sulla lavagna c’erano scritte le stesse cose poi ha detto ai miei compagni di spiegare le emozioni… Anche i principi hanno detto che avevano avuto molte difficoltà e questo all’inizio mi è sembrato strano.” (Vincenzo)
A partire da queste considerazioni, gli animatori del Calamaio hanno introdotto la seconda attività prevista per l’incontro: un approfondimento dei termini deficit e handicap, utilizzati fino a quel momento in modo indistinto, rivelando ai bambini il loro corretto significato e, di conseguenza, il loro corretto utilizzo. Al chiarimento terminologico ha fatto seguito una riflessione, supportata da un esempio pratico che ha coinvolto personalmente Stefania, sulla stabilità del deficit, sulla sua sostanziale immodificabilità e, per contro, sulla possibilità di aumentare o ridurre gli handicap che esso determina.

La scommessa dell’aiuto

Il gioco dell’associazione di idee e la riflessione compiuta attraverso l’analisi delle idee espresse dai bambini ha fatto emergere un altro tema molto importante, quello del bisogno e dell’aiuto, sul quale si è sviluppato il seguito dell’incontro.
Seduti in cerchio, Stefania ha introdotto la seconda attività programmata catturando l’attenzione dei bambini, che avrebbero continuato a farle domande ancora a lungo, con la richiesta di un volontario. Per nulla intimoriti ormai dalle sue richieste e anzi molto incuriositi, i bambini si sono guardati un po’ tra loro e alla fine si è offerto Filippo. Stefania gli ha chiesto di fare alcune volte il giro dello spazio delimitato dalle sedie disposte in circolo invitando gli altri bambini a osservarlo con grande attenzione. Ha fatto ripetere più volte l’azione, sollecitando Filippo a procedere a zigzag, a invertire la direzione, a cambiare il percorso, mentre ricordava agli altri di guardarlo bene, di osservare e appuntarsi mentalmente ogni dettaglio. I bambini erano abbastanza divertiti, si chiedevano che cosa significasse questa proposta ma seguivano le indicazioni di Stefania con grande serietà.
Quando Filippo aveva già percorso diverse volte lo spazio delimitato dalle sedie, Stefania lo ha ringraziato e ha rivolto a tutta la classe una semplice domanda:
“Secondo voi, il vostro compagno ha avuto bisogno di qualcuno per camminare nell’aula?”
I bambini, piuttosto perplessi, hanno per un attimo tentennato poi, quando si sono levati i primi “No!”, tutti in coro li hanno seguiti affermando risolutamente che Filippo non aveva avuto bisogno di nessuno. Stefania li ha sollecitati a pensarci bene e così qualcuno ha detto che aveva avuto bisogno dei suoi piedi, delle sue gambe, anche del suo cervello; altri hanno aggiunto che senza i nonni e i genitori Filippo non sarebbe qui e quindi anche loro lo hanno, indirettamente, aiutato. Stefania ha così chiarito che lei si riferiva proprio all’aiuto dato da altre persone, non alle singole parti del corpo (che i bambini avevano citato) o agli antenati. Ha quindi riformulato la domanda in modo più chiaro e, in questo caso, i bambini hanno concluso che Filippo non aveva avuto bisogno dell’aiuto di nessuno.
Stefania, a questo punto, ha detto: “Secondo me Filippo ha avuto bisogno di più di mille persone per camminare.” I bambini negavano decisamente questa possibilità poiché, se si escludevano nonni, genitori e tutti i suoi antenati, Filippo era sembrato a loro del tutto autonomo. Dopo aver lasciato ai bambini un po’ di tempo per consultarsi, Stefania, con tono provocatorio, ha detto:
“Io scommetto con voi che il vostro compagno Filippo ha avuto bisogno di più di mille persone per camminare”.
La proposta di Stefania è stata accolta con grande entusiasmo dai bambini, che avevano giocato e si erano molto divertiti nell’incontro precedente pur avendo perso la scommessa; anzi, la preparazione del pacco dono li aveva impegnati e gratificati molto e la sconfitta non li aveva minimamente turbati. In questo caso hanno accettato senza esitazione, certi forse di vincere senza difficoltà; è stato molto interessante sentire i loro commenti, dall’angolo che mi ero ritagliata e dal quale osservavo lo svolgersi degli eventi: alcuni affermavano di accettare la sfida lanciata da Stefania sicuri di vincere, mentre altri ipotizzavano che forse Stefania aveva proposto questa scommessa proprio per farli vincere, visto che la sua affermazione non pareva affatto convincente.
Forte delle proprie convinzioni, con la certezza della vittoria, il gruppo ha così accettato la scommessa, attendendo lo sviluppo del gioco; anche in questo caso sono stati scelti, quali premi per chi avrebbe vinto, dei generi alimentari ma con una significativa modifica: ci si doveva impegnare a procurare patatine, salatini, pizzette e bibite.
Così Stefania ha incominciato a incalzare i bambini con domande molto efficaci, ma al tempo stesso buffe e divertenti, chiedendo ad esempio se Filippo era loro sembrato nudo e scalzo. Mentre i bambini ridendo dicevano di no, Stefania ha chiesto a Filippo se lui possedesse una fabbrica di scarpe e di vestiti e, tra l’ilarità generale, ha considerato quindi che i suoi genitori acquistano nei negozi e nei supermercati gli indumenti e gli accessori che lui indossa, che vengono a loro volta prodotti nelle fabbriche. Ha poi chiesto ai bambini quante persone lavorano in una fabbrica: le risposte sono state molto varie ma, grazie anche all’intervento di Roberto e Sandra, si è potuto concludere che in una fabbrica possono lavorare poche decine di persone, se è molto piccola, ma anche diverse centinaia se è grande. Il discorso si è quindi spostato sulla distribuzione, dai piccoli negozi agli ipermercati, nei quali lavorano molte persone e la cui attività risulta indispensabile, perché ci consente di reperire la merce, di operare le nostre scelte, di trovare a portata di mano, nella nostra città e perfino nel nostro quartiere, prodotti che provengono da tutta l’Italia ma anche da altre nazioni.
Mentre il discorso si spostava sui trasporti, considerando le centinaia di persone che alla guida di camion e furgoni, treni e aerei ci permettono di avere a disposizione prodotti di tutto il mondo, alcuni bambini hanno introdotto un nuovo argomento: Filippo può camminare da solo ma deve mangiare, perché senza cibo non si hanno le energie necessarie per fare anche le cose più semplici. Lo stesso ragionamento elaborato per le scarpe e gli indumenti è stato quindi applicato al cibo: dai campi ai supermercati, sono migliaia le persone che lavorano perché Filippo, a casa e a scuola, possa mangiare ogni giorno. A questo punto i bambini hanno considerato che risultano necessari anche i medici, le farmacie e gli ospedali che, attraverso visite, medicine e assistenza, permettono di superare le malattie; anche in questo caso le persone coinvolte sono moltissime, con incarichi diversi ma ugualmente indispensabili: è più importante il medico che prescrive la cura, ma senza il farmacista che lavora per procurarci i farmaci, l’attività del medico risulterebbe inutile.
Non è stato necessario andare molto oltre: i bambini hanno capito da soli quale fosse l’intento di Stefania e chi, tra loro, avesse vinto la scommessa. Qualcuno è intervenuto all’improvviso, interrompendo il dialogo, per affermare che anche questa volta avevano perso, perché Filippo ha davvero bisogno di mille persone, ma forse anche di più, per camminare. La rivelazione è stata una nuova scoperta, che ha molto colpito i bambini che non mi sono apparsi particolarmente turbati dalla seconda sconfitta consecutiva.
Stefania, guidando la conversazione, ha aiutato i bambini a riflettere sul tema dell’aiuto, sul fatto che nessuno possa considerarsi pienamente autonomo poiché tutti, anche i normodotati, coloro che non presentano deficit oggettivi e sembrano autosufficienti, hanno invece bisogno della presenza e dell’aiuto di molte persone. In questa occasione, Stefania ha commentato insieme ai bambini l’ultima frase che avevano riportato nel cartellone “Stefania è uguale o diversa?” nel quale avevano scritto, nella colonna relativa alle diversità “ha bisogno di aiuto per fare alcune cose”, chiedendo loro di valutare questa affermazione dopo la scommessa. Molti hanno considerato che non era esatta, poiché Stefania aveva appena dimostrato come il bisogno degli altri sia una caratteristica che accomuna tutti.
Stefania è quindi intervenuta con una precisazione, utile e significativa, osservando che lei ha bisogno come loro di mille persone, più una, quella che spinge la sua carrozzella. La diversità non è così stata cancellata, con un’operazione intellettualmente scorretta, ma ne è stata ridimensionata la valenza; la diversità del disabile è evidente e reale ma il bisogno degli altri è comune a tutti, uomini e donne, adulti e bambini e non deve essere considerato negativamente perché il rapporto e la relazione con le altre persone non può mai svilire chi vi prende parte.
I bambini hanno poi spontaneamente considerato come il bisogno degli altri non sia riducibile solo alla produzione e alla distribuzione di beni materiali ma investa anche la sfera emotiva e affettiva: il bisogno degli altri si sostanzia nella necessità di essere amati, accettati, aiutati, compresi, curati, coccolati. Le considerazioni dei bambini, che nascono dai loro vissuti personali, espresse con un linguaggio semplice e concreto, sono state comunque molto significative; mi ha colpito la loro consapevolezza delle diverse dimensioni della persona e della necessità di gratificare anche quegli aspetti che non sono direttamente collegati alla sopravvivenza materiale della persona ma alla qualità della vita.
L’argomento, proposto dalla scommessa, era stato perfettamente colto dai bambini, grazie alla competenza di Stefania e degli animatori del Progetto che hanno saputo dosare l’aspetto ludico e il momento di riflessione, limitandosi a guidare la discussione e il confronto, senza dare suggerimenti e senza limitarne gli interventi, la spontaneità, l’entusiasmo. La scommessa era stata persa dai bambini, che avevano dimostrato, durante l’intera attività, un’entusiastica partecipazione e un ottimo intuito, giungendo in modo autonomo alla conclusione, prendendo spunto dagli stimoli e dalle indicazione forniti dagli animatori del Progetto.
Stefania ha proposto di chiudere in parità: all’inizio i bambini non avevano indovinato la risposta ma era bastato un suo piccolo aiuto perché giungessero da soli alla conclusione esatta. Li ha così dispensati dal preparare, per il suo ritorno, l’ennesimo scatolone di cibarie, motivando il suo rifiuto con la loro bravura; inizialmente un po’ perplessi, i bambini hanno accettato rivelando, con sguardi incrociati e occhiate furtive, la loro soddisfazione per i complimenti che avevano appena ricevuto.

Biciclettando in tandem

La mamma di Barbara, ragazza autistica, scrive:

Cronaca di un giorno speciale: 26 giugno 2002, ore 9.30 partenza dal CSE (Centro Socio Educativo) di Lecco, destinazione piazza Duomo a Milano.
Oggi si conclude “Biciclettando”, il percorso a tappe Lecco-Milano intrapreso da un gruppo di ragazzi, volontari ed educatori del CSE di Lecco.
Sono sul pulmino, con altri genitori, per seguire e poi accogliere al traguardo i nostri “super atleti”.
Si respira un’aria di eccitazione, entusiasmo e condivisione per questo evento.
Come gli altri genitori, ho vissuto questa esperienza, in via indiretta, attraverso i racconti e le immagini proposte dagli educatori, ora sono seduta comodamente sul pulmino per seguire l’ultima tappa.
Per un attimo il mio pensiero va indietro negli anni… Barbara frequenta il Centro ormai da alcuni anni, quando fu inserita in questo servizio accettava di salire sulla “bicicletta speciale” (tre ruote grandi), faceva alcune pedalate, poi scendeva e si allontanava.
Questo inizio al CSE è stato potenziato; dapprima ha imparato a restare sulla bicicletta e a pedalare accompagnata sul tandem da un educatore, poi si è ripresa la bicicletta speciale e in autonomia ha iniziato a girare, sempre più a lungo, attorno alla struttura, schivando ostacoli, macchine, ecc.
Quando la sua educatrice di riferimento mi informava dei suoi progressi ero sbalordita e incredula. Un giorno mi recai al CSE per verificare quanto mi era stato riferito: ebbene, sì! Barbara da sola girava attorno al servizio in bicicletta!
Oggi sono ancora più stupita ed emozionata, sì  è vero lei è lì che pedala per 5-8 Km senza dare segni di impazienza o di intolleranza. Solo quando il percorso diventa più faticoso, perché in lieve salita, lei toglie i piedi dai pedali (la solita lazzarona!) ma, sollecitata dal suo accompagnatore riprende a faticare!
Siamo in piazza Duomo, che si erge maestoso dietro di noi, siamo pronti ad accoglierli, applaudirli, lodarli, a incitarli per l’ultimo sforzo; siamo tutti muniti di telecamere e macchine fotografiche.
Eccoli, arrivano al traguardo, “ce l’hanno fatta!”; sì i ragazzi, gli educatori, tutti.
Ho un nodo alla gola, gli occhi mi si velano di lacrime.
L’emozione è davvero grande, corro a complimentarmi con tutti. Baci e abbracci, soprattutto a lei, la mia campionessa… È qui che mi avvolge, che si scioglie in un caloroso e grande abbraccio. Per un attimo colgo un sorriso di soddisfazione sul suo volto.
Spero che questa esperienza possa aiutare a diffondere l’attività sportiva tra i ragazzi con disabilità anche gravi; lo sport può contribuire ad avvicinare normali e disabili, ad abbattere barriere che non sono solo architettoniche, ma soprattutto mentali.
Il mio ultimo pensiero va a questo fantastico gruppo di operatori, pieno di risorse umane, guidati da una coordinatrice carica di entusiasmo che si lascia coinvolgere e non si ferma davanti a inevitabili ostacoli.
Esprimo a loro un affetto profondo e tanta, tanta gratitudine.

Mi sembra che nel suo scritto la mamma di Barbara abbia ben colto alcuni “ingredienti” che hanno permesso l’avvio e l’evoluzione di questa avventura. Avventura che si è snodata, non solo sulle piste ciclabili del territorio lecchese, ma anche dentro a percorsi di pensiero, processi di lavoro dell’équipe del Centro Socio Educativo, arrivando a risultati del tutto inaspettati o, meglio, non tanto pre-pensati quanto via via conseguiti all’interno di un progetto sempre più articolato, complesso.
Nella vita del CSE di Lecco questa non è l’unica “avventura educativa” che ha avuto tale evoluzione; forse è l’esito ineludibile di un modo di pensare, progettare e realizzare il proprio compito lavorativo. Essa comporta:
– l’idea che gli educatori non abbiano solo il compito di realizzare percorsi pensati da altri, ma che siano, in quanto membri dell’équipe, autori/attori di ogni progetto;
– l’attitudine di ognuno di tollerare l’ansia del non noto, del non definibile a priori, lasciando spazio a ciò che accade, nella consapevolezza che ciò che accade, in positivo e in negativo, in termini di soddisfazione o di frustrazione, è legato alla presenza degli altri (disabili, famiglie, Enti…) che hanno tempi, ritmi, desideri, progetti che appartengono a loro. È la dimensione concreta dell’ascolto che aiuta anche a pensare al disabile e alla sua famiglia come soggetti e non oggetti dell’intervento;
– la capacità del Servizio di non pensarsi da solo, ma di saper/poter strutturare forme di collaborazione e di dipendenza reciproca fra organizzazioni diverse per realizzare il proprio mandato. In particolare l’Ente gestore, il Centro Servizi Formativi del Comune di Lecco e la Cooperativa La Vecchia Quercia a cui il servizio è affidato in appalto.
Il disabile, soprattutto se grave, difficilmente esprime a parole ciò che prova, desidera, spesso non esiste nemmeno la possibilità di linguaggio verbale, ma agisce dei comportamenti, esprime i suoi sentimenti, desideri, scelte, con atteggiamenti, posture, sguardi… vicinanze o lontananze… diventa compito di chi si affianca a loro all’interno di relazioni di cura, aiuto, educazione, il coglierli, dare significato, rispondere.
Anche alcuni educatori avevano notato l’avvicinarsi di Barbara alla bicicletta, il suo toccarla per alcuni attimi, lei che non ama toccare il mondo con le mani, così come molti avevano colto, e utilizzato per entrare in relazione, la possibilità di creare e vivere delle sintonie di movimento entrando in quel suo modo particolare di “danzare” i corridoi, gli ambienti del servizio, ma soprattutto gli spazi aperti.
Questi dati grezzi sono diventati “progetto bicicletta” nel momento in cui gli si è dato un senso in équipe, si è collegata questa immagine agli obiettivi pensati per la ragazza e alla ipotesi che la bicicletta potesse essere un mezzo per migliorare gli aspetti motori, l’equilibrio, l’attenzione, uno strumento possibile di relazione.
Altri disabili usavano già le biciclette speciali attorno al Centro, tutti quelli che avevano manifestato capacità minimamente adeguate, interesse, soddisfazione nel pedalare se pur con esiti e livelli diversi, alcuni con vero piacere, alcuni con la necessità continua di essere spronati.
Si è deciso di investire su questo iniziale “andare verso” con l’idea di provare, c’è voluto del tempo, i suoi tempi, e della fatica reciproca resa tollerabile dalla soddisfazione.
Gli educatori si sono assunti il compito di rendere possibile l’esperienza, di creare le condizioni più adeguate, sostenendo e accompagnando, mettendosi in gioco con le proprie abilità e piacere, cercando di essere realistici, senza richiedere prestazioni fallimentari fin dall’inizio, pensando all’autonomia non come “devi farcela da solo”, ma come una sorta di dipendenza funzionale “tu puoi farcela se io ti aiuto per quel tanto che ti serve”.
Barbara, Giancarlo, Cristina, Alessandra, Ileana e altri diventavano sempre più abili con le biciclette, più instancabili.
Paolo, l’educatore che più di tutti ha messo in gioco la sua passione per la bicicletta in questa sfida, dice: “Usare le biciclette attorno al Centro è stato importante, poi ci siamo accorti che continuando a girare nello stesso posto non riuscivamo più, noi educatori, a trasmettere entusiasmo, contentezza; anche i ragazzi erano pronti per qualche cosa di più. Poi che senso aveva aver dato abilità se poi non li si metteva in condizioni di usarla come possibilità di muoversi per il territorio, allargare lo sguardo, lo spazio, interagire con opportunità e relazioni diverse?”.
Già molte attività e percorsi configuravano il CSE come spazio relazionale circoscritto, privilegiato e stabile in cui poter tessere relazioni di una certa profondità, acquistare abilità da cui poi partire per poter fare altre esperienze, viaggi, vivere altre avventure e a cui tornare per parlare dell’esperienza fatta. Per concretizzare il desiderio di uscire con le biciclette, restituendo vitalità, normalità e piacere alla vita dei disabili, occorreva però coniugare possibilità e sicurezza tenendo conto di tutti gli ostacoli, i pericoli che affrontare strade e luoghi pubblici avrebbe comportato.
Per Gloria, una educatrice, “Non bisogna fermarsi di fronte alle prime difficoltà, ma cercare risorse che sono infinite; a volte le cose che sembrano difficili, insormontabili, vanno solo riguardate dall’angolatura giusta”.
Altri ricordano che “Spesso occorre assumersi un rischio calcolato per uscire dalla ripetitività, dall’immobilità”.
Nelle discussioni di équipe le risposte a queste preoccupazioni sono sembrate:
– il tandem lo strumento più adeguato per tutelare e sostenere il ragazzo disabile: “Insieme si pedala meglio”, si uniscono le forze, ma soprattutto l’educatore (o il volontario) si assume la responsabilità, garantendo la sicurezza e il controllo indispensabili;
– le piste ciclabili, raggiungibili con il pulmino, l’ambito più protetto e sicuro.
Così si è partiti. L’iniziativa, via via che veniva documentata, raccontata e conosciuta, ha suscitato curiosità, interesse e ha concretamente veicolato un’immagine del disabile più positiva, vitale, più vicina alla normalità.
Racconta Elena, educatrice: “Quando giriamo con i tandem il gruppo è allegro, si scambiano battute, si canta, ci si sfida… La gente ci guarda, sorride, le mamme ci indicano ai bambini e dicono ‘guarda che bello i tandem’. Della disabilità si accorgono dopo e questo li spinge a dire ‘forza, bravi’… È diverso da quando siamo in giro a piedi in gruppo”.
Anche l’immagine del servizio e del lavoro con i soggetti disabili è cambiata, ne sono conseguite apertura al territorio e risorse diverse.
Dopo aver conosciuto l’iniziativa, infatti, molti ciclisti delle società sportive lecchesi si sono offerti volontari per accompagnare i ragazzi nell’attività guidando il tandem: fanno i turni una mattina la settimana perché sono tanti, alcuni di loro hanno detto: “Non avrei mai pensato di fare del volontariato con le persone disabili, non avrei saputo cosa fare, mi sarei sentito in imbarazzo… Così mi diverto!”.
Aggiunge Gloria: “Si sono create delle coppie incredibili! Si creano delle simpatie, delle alleanze inattese tra ragazzo e volontario e i ragazzi mostrano dei volti inaspettati, più adeguati, più freschi e spontanei, basta guardare Alessandra ed Egidio”.
Tatiana, l’educatrice che ha pedalato per tutto il percorso da Lecco a Milano, dice: “Pedalando con i ragazzi non è stato difficile cogliere che, come tutti, essi traggono soddisfazione e benessere dallo sport, godono nell’ammirare paesaggi diversi, nel raggiungere mete che richiedono impegno e fatica”.
Percorrere luoghi diversi, conoscerli e riconoscerli, vivere relazioni diversificate e stimolanti ha sicuramente aumentato le capacità di scambio e di relazione di questi ragazzi disabili.
Le competenze sociali evolvono e diventano patrimonio della persona tanto più questa entra in relazione con gli altri, viene a contatto con situazioni diversificate, vive occasioni di incontro e di scambio.
La mamma di Giancarlo scrive: “Questa attività giova molto a Giancarlo, si muove di più, gli piace e lo rende felice. A casa racconta dove è andato”; ed effettivamente anche gli educatori che in altre proposte lo vedono più passivo, assente, notano la sua capacità di cogliere le caratteristiche del percorso, di ricordare i nomi delle località che attraversa in bicicletta.
Paolo ha scelto di partecipare all’attività di cicloturismo vedendo i suoi compagni che uscivano con le biciclette e ascoltando i racconti delle loro imprese; dicono i genitori: “Questa attività lo aiuta a mettere alla prova la sua capacità fisica e mentale, vivendo emozioni ed esperienze nuove, nel conoscere e scoprire cose a lui sconosciute girando nei vari percorsi, felice al ritorno di raccontare le sue emozioni”.
Cristina, con i suoi commenti e le sue battute ha rivelato, grazie alla bicicletta, una energia inaspettata,  un lato molto piacevole, umoristico del suo carattere, una vera star di tutte le riprese video.
Anche dentro al Servizio lo scambio fra operatori è stato più ricco e vivace. Molte sono state le iniziative che a cascata hanno coinvolto tutti.
Dal progetto per l’acquisto di un pulmino e dei tandem, all’organizzazione di laboratori per la documentazione, per la produzione di magliette.
Alcuni progetti hanno richiesto la stretta collaborazione della Cooperativa che gestisce il Centro e delle famiglie.
I genitori hanno potuto essere coinvolti in modo attivo e propositivo nella vita del servizio.
L’organizzazione e la realizzazione del progetto “Biciclettando da Lecco a Milano in tandem” hanno creato un clima di partecipazione e aspettativa che ha coinvolto e stimolato educatori, ragazzi e famiglie. Le abilità di tutti sono state messe in gioco e tutti, alla fine, si sono sentiti più ricchi.
Le famiglie ci hanno raccontato spesso la loro soddisfazione per i risultati raggiunti con questa attività e per i riconoscimenti pubblici che i ragazzi hanno ricevuto; non si sono certo risolti i loro problemi ma vi è stata una possibilità per ogni ragazzo e per la famiglia di bilanciare rinunce, sofferenze e gioia, soddisfazione.
Questo aspetto ha interrogato l’équipe sulla necessità di restituire ai genitori, attraverso immagini confezionate con cura, i percorsi e i risultati dei figli, aumentando la visibilità delle potenzialità in gioco e del benessere.
Anche la pubblicazione della guida è stato un altro traguardo importante. Per trasformare il diario di una avventura in uno strumento utile a quanti – persone, famiglie, servizi – volessero ripercorrere le tappe, sono stati  necessari sia un lavoro di riflessione e di sintesi su quanto realizzato, sia la fiducia e l’impegno dei responsabili del Centro Servizi Formativi del Comune di Lecco di cui il Centro Socio Educativo fa parte.
Il riconoscersi parte di una rete rende possibile l’amplificarsi delle risorse e quindi anche delle proposte.
L’ipotesi di stampare la guida si è così concretizzata attraverso un progetto che ha coinvolto altri ragazzi disabili che lavorano presso il Centro Artimedia.
Per l’Assessore e il Responsabile del Centro Servizi Formativi l’iniziativa assume anche il significato culturale di un’esperienza di un gruppo di disabili che si fa servizio per la collettività, uno strumento a disposizione di tutti che origina dal protagonismo e dall’inventiva dei servizi per disabili. È un segnale che indica l’attenzione del territorio nella costruzione di un sistema di offerta che mette al centro la persona chiedendo alle strutture e alle organizzazioni un costante riadattamento. “Una cura a tessere costantemente la rete dei rapporti, a far interagire le risorse, le competenze, le esperienze, per rispondere nel modo migliore alle esigenze dei soggetti, per offrire opportunità compiute, per segnare una presenza diffusa di attenzione e sensibilità che aiuta a fare della disabilità non un problema da affrontare ma un’esperienza del quotidiano”.  La rete dei servizi dunque come risorsa, così come la rete dei rapporti con l’esterno. L’investimento si orienta verso collaborazioni pensate e progettate tra servizi in primo luogo, che consentono di “vedere” e quindi concretizzare nuovi percorsi e possibilità, di ampliare l’orizzonte relazionale e di incontro tra operatori ma soprattutto tra gli stessi soggetti disabili, permettendo di uscire dal microcosmo del Centro di riferimento e incontrare nuovi amici, nuove persone con cui condividere esperienze e occasioni. Così l’esperienza del cicloturismo, come altre in precedenza (escursioni, sci, giochi sportivi, teatro…) va allargandosi e coinvolgendo altri CSE, il Laboratorio Artimedia, altri servizi, permettendo di organizzare aggregazioni per interesse e non più solo per appartenenze.
L’attività di cicloturismo continua infatti al CSE come possibilità settimanale offerta a sei utenti del Centro e come opportunità di una vacanza all’anno in località che offrano percorsi, piste ciclabili.
La Cooperativa La Vecchia Quercia che gestisce operativamente il CSE di Lecco e altri servizi nell’area della disabilità e del disagio psichico, ritiene che questa attività sia stata una grossa scoperta e che si inscriva fra quelle attività trasferibili in altri contesti e con altri soggetti.
L’esperienza fatta, le riflessioni che l’hanno accompagnata e supportata devono essere rimesse in circolo: “Stiamo lavorando, come Consorzio di Cooperative, anche alla possibilità di permettere di fruire di questa proposta a famiglie con figli con disabilità, ad associazioni di volontariato e ad altri CSE, mettendo a disposizione dei tandem e facilitando la conoscenza dei percorsi ciclabili che il nostro territorio offre”, dice Gabriella Pellizzari, Responsabile Area disabilità Cooperativa La Vecchia Quercia.

Gli educatori del servizio: Bonaiti Ingrid, Mesiano Tatiana, Farina Lucio, Fusè Elena, Invernizzi Lorena, Mosca Monica, Perego Roberto, Ponzoni Gloria, Pozzari Sabrina, Redaelli Monica, Tagliaferri Denise, Valsecchi Paolo.
Responsabile Centro servizi formativi del Comune di Lecco: Ruggero Plebani.

Per ulteriori  informazioni: Centro Socio Educativo, via Tagliamento 5, Lecco, tel. 0341/25.18.64.

Copie della guida Biciclettando da Lecco a Milano in tandem. Proposta cicloturistica tra storia, arte e natura lungo l’Adda e  i Navigli possono essere richieste a:
Centro Servizi Formativi – Comune di Lecco, via Grandi 28/a, tel. 0341/36.20.51, fax. 0341/28.60.39, e-mail: centroserviziformativi@comune.lecco.it.

E’ morta Rosanna, la mamma di Claudio Imprudente. Da tempo era gravemente malata e fino all’ultimo è stata amorevolmente assistita presso la Comunità “Maranà-tha”. Vogliamo ricordarla con questa intervista che è stata pubblicata nell’ultimo libro di Claudio, “Una vita imprudente” (Trento, Erickson, 2003). Ne approfittiamo anche per ringraziare tutti coloro che sono stati vicini a Claudio, alla sua famiglia e alla Comunità.

Ho pensato di farvi raccontare i miei primi anni da qualcuno che direi mi conosce bene, una persona a caso: la mia mamma. Un amico insegnante, Riziero Zucchi, le ha rivolto qualche anno fa delle domande per capire meglio il punto di vista dei genitori di figli “diversabili”, le modalità attraverso le quali si rapportano all’esperienza scolastica dei figli e, in generale, alla loro crescita.

Riziero: Vorrei chiederLe di raccontarci l’esperienza scolastica di Claudio, a partire dalle sue fasi iniziali.

Rosanna: Ha avuto un’esperienza meravigliosa in una scuola speciale riservata esclusivamente a soggetti spastici. Le scuole speciali erano una rovina, è vero, perché non davano risposte adeguate a diverse esigenze: c’era il disabile fisico, c’era il disabile mentale, c’era il soggetto iperattivo e il povero ragazzo in carrozzella era il più abbandonato perché bisognava stare dietro a quello che correva fuori. Invece lì erano tutti nelle stesse condizioni, più o meno gravi, ma nelle stesse condizioni. Avevano una maestra unica tutto il giorno, terapisti, logopedisti, insomma avevano tutto. Gli hanno persino insegnato a usare il denaro, attraverso un mercatino che era organizzato nella scuola con periodicità quindicinale. I bambini dovevano andarci con un po’ di  soldi e potevano comprarsi qualche cosa. Un giorno andai a prendere Claudio e c’era una bambina spastica che piangeva perché, essendosi dimenticata i soldi, non poteva comperare niente. Io volevo darle dei soldi e stavo per farlo quando l’assistente sociale mi trattenne dicendo: “No signora, perché così non impara a essere responsabile: si è dimenticata di chiedere i soldi alla mamma ma vedrà che la prossima volta non mancherà di ricordarsene”. Quindi una scuola che l’ha preparato davvero molto bene. Quando è passato alle medie aveva un corredo culturale molto buono; purtroppo ha avuto la sfortuna, tra virgolette, di incontrare tre ragazzi, proprio delle pesti, che però si erano attaccati a lui e lo portavano fuori, lo tiravano fuori dalla classe.

Riziero: Noi abbiamo notato che i bambini, quelli definiti più cattivi, alla fine sono quelli più attaccati e bravi.

Rosanna: Io in classe ho avuto un ragazzo spastico e nel banco vicino a lui ci è andato un altro ragazzino che stava ripetendo la prima media perché non aveva nessuna voglia di studiare, non stava mai attento. Vicino al ragazzo disabile ne è diventato il paladino, e stava molto più attento. Una volta che ho sgridato Fabrizio perché rideva, lui mi ha apostrofato: “Signora, perché lo sgrida?”. E io: “Perché lui è un alunno di questa classe e deve stare attento come stai attento tu!”. Il ragazzo poi è venuto a dirmi: “Signora, grazie!”.

Riziero: Claudio alle medie ha trovato questi amici, dicevamo…

Rosanna: Ha perso un po’ la voglia di studiare, c’era poi anche il fatto che da studiare ce n’era molto alle medie e lui tutti i pomeriggi doveva andare a fare terapia e per fare terapia venti minuti doveva stare via almeno tre ore, perché il pulmino lo veniva a prendere, lo portava e lo riportava a casa.
Poi al liceo non si è trovato bene: i professori, timorosi di rapportarsi a lui, non lo interrogavano, e quindi, concluso il terzo anno, quando aveva già iniziato a studiare filosofia in cui andava molto bene e il professore era entusiasta, io gli ho detto: “Claudio, o cambiamo liceo e andiamo da un’altra parte oppure te ne stai a casa”. Lui ha scelto di stare a casa, ha cominciato a leggere.

Riziero: Da tempo lavoriamo con i genitori perché pensiamo che il futuro sia una valorizzazione della consapevolezza e della scienza dei genitori. Io lavoro nella scuola e vedo che la scuola disprezza i genitori. Noi pensiamo che i genitori dei ragazzi disabili debbano essere necessariamente dei genitori speciali. Mi interessava innanzitutto il Suo parere su questo e sul percorso effettuatocon Claudio; ma soprattutto i fattori importanti per cui Claudio è diventato quello che è.

Rosanna: I genitori di figli disabili devono principalmente considerare i loro figli normali, questo  significa non porre la differenza: “Lui non può fare questo, non può fare quest’altro…”. Io, se necessario, in passato ho sgridato Claudio e continuo a sgridarlo tuttora. Per me lui è normale, ma lo è sempre stato, così è per me e lo era anche per mio marito. Quindi è stato sgridato quando occorreva. Poi bisogna pensare che gli altri bambini si lasciano andare fuori a giocare: anche loro devono stare fuori insieme agli altri. Capiterà che si sporchino, si facciano male, si graffino ma succede anche a tutti gli altri bambini. Quindi bisogna dar loro fiducia e non tenerli chiusi in casa, perché altrimenti non crescono, restano degli eterni bambini.

Riziero: Lei prima mi diceva della crescita di Claudio, e della necessità di una continua sollecitazione…

Rosanna: Continua, continua. Leggergli, parlargli continuamente, metterlo di fronte alle sue responsabilità. Quando cominciava già a scrivere i numeri, io e mio marito avevamo preso l’abitudine alla sera di giocare a carte per passare un po’ il tempo. Noi giocavamo e Claudio stava vicino a noi, così  scriveva i numeri e teneva i conti sul tavolo di marmo. Faceva il segnapunti; naturalmente ci voleva più tempo, ma noi aspettavamo, senza brontolare, e lui ha imparato a fare questo. Il tavolo dopo era da pulire, è vero, però anche se i bambini giocano per terra dopo occorre pulire, lui giocava sul tavolo… Bisogna principalmente dare fiducia. Si soffre tantissimo, perché lasciarlo andare fuori con un amico la prima volta è molto faticoso, poiché non si sa quello che succederà… Ma tenerlo in casa è peggio: lo si rovina. Un giorno ricevetti una telefonata: Claudio era uscito con un suo amico e si erano “inzuccati”; quando ritornarono a casa non dissi niente perché temevo che il ragazzo che guidava potesse prendere una sgridata dal padre. Ma internamente lo so io quello che ho provato! Non è successo niente di particolarmente grave, perché erano stati tamponati da una macchina; però lui si era rotto il naso. Però non credo che questo…insomma voglio dire che è più facile tenerselo in casa, è sicuramente più facile!

Riziero: Secondo Lei che cosa trattiene le mamme dei bimbi disabili dal dare fiducia?

Rosanna: Innanzitutto occorre precisare che le madri si sentono peccatrici, cioè si sentono addosso la colpa di aver procurato l’handicap al figlio.

Riziero: Ma chi glielo procura questo senso di colpa?

Rosanna: La gente, perché dice: “Come sei stata disgraziata, sfortunata”. Quindi la gente ha una grande responsabilità al riguardo. E poi, non saprei…

Riziero: Io ho un sospetto: che a volte ci siano molti medici che hanno questo atteggiamento nei confronti della disabilità, cioè formulano delle diagnosi che sono delle pietre tombali: “Signora, Suo figlio non ce la farà mai!”.

Rosanna: A me è capitato questo: il bambino era molto sveglio e, quindi, anche la dottoressa che l’aveva assistito la prima notte in cui aveva avuto delle crisi fortissime non mi disse che cosa pensava. Mi ricordo che Claudio nacque in marzo e verso Natale la dottoressa, il cui marito lavorava anch’egli all’ospedale come medico, mi disse: “Signora, venga che facciamo vedere il bambino anche a mio marito”; il marito le disse: “Guarda, quello che ti posso dire è che questo ragazzo è molto presente”. Ancora però non si era riusciti a capire cosa fosse necessario fare, anche perché non ci avevano spiegato ciò che era accaduto esattamente. Non pensavo che potesse essere affetto da tetraparesi spastica perché, essendo piccolo, non si reggeva ancora in piedi e quindi era naturale che non stesse diritto. Poi capimmo che c’era qualcosa  che non andava e decidemmo di andare da uno da uno specialista. Questo, duramente, mi fece i complimenti dicendomi: “Signora, Lei ha capito subito che Suo figlio non è normale… proprio ieri sera ho visto un documentario della Carlo Erba relativo a un istituto che hanno aperto a Firenze. Ecco, Le consiglio di portarlo in un istituto”. Io andai a vedere questo istituto, parlai con il direttore che mi consigliò di trasferirmi a Firenze e mi disse: “Si prenda una cameretta, così io faccio fare terapia a Suo figlio”. Io pensai che sarebbe stato un danno enorme portarlo via dalla sua casa, dal padre… io fuori di casa e tutto il resto. Nel mio caso sono contenta di non averlo fatto.

Riziero: Le volevo chiedere, signora, in che modo Claudio L’abbia fatta crescere come persona.

Rosanna: Dunque, io sono sempre vissuta in mezzo ai ragazzi, per il mio lavoro di insegnante. Quando ho capito cosa aveva Claudio, lui aveva già più di un anno e io mi sono sentita molto responsabile nei confronti dei miei alunni. Potrà sembrare strano, ma io mettevo prima loro e poi Claudio: quando ero con loro dovevo pensare solo al lavoro, non a mio figlio. Questo pensiero mi ha aiutata, mi ha dato maggior forza per impegnarmi nel mio mestiere con coraggio.

XXI secolo: fine delle scuole differenziali? Le tendenze in Europa

Al di là di una certa vulgata secondo cui l’Europa sarebbe l’identità nascosta cui italiani, portoghesi e lituani in fondo non possono non aderire allo stesso modo, il processo di integrazione europea presuppone che i diversi Stati partano da posizioni nettamente diverse – nessun cittadino dell’Unione accetterebbe di finanziare un meccanismo burocratico così imponente per uno sforzo così limitato. Questa premessa si applica anche alla disabilità, ed è indispensabile per comprendere il punto su cui le politiche per le persone disabili dei diversi Paesi membri rispecchiano la massima eterogeneità: l’educazione scolastica.
L’Agenzia Europea per lo Sviluppo nell’Educazione per Bisogni Speciali è un organismo indipendente, seppure finanziato dai Ministeri dell’Istruzione dei paesi membri; il suo sito Internet www.european-agency.org è una vera e propria miniera d’informazioni sull’istruzione comparata delle persone con disabilità. Nel gennaio 2003, in collaborazione con Eurydice (la rete informativa della Commissione Europea che dal 1980 elabora dati comparativi sull’educazione), l’Agenzia ha prodotto una sintetica e chiara pubblicazione sull’educazione per bisogni speciali, in cui la situazione europea viene ridotta a tre modelli fondamentali:

  • Unidirezionale: integrazione di tutti gli alunni nel sistema scolastico ordinario;
  • Bidirezionale: sistema educativo differenziato (con proprie scuole e classi) per alunni disabili;
  • Multidirezionale: presenza di più approcci (scuole speciali, ma anche integrazione scolastica in classi comuni).

L’approccio bidirezionale, che è poi quello da cui si è partiti in negativo per proporre l’integrazione scolastica in Italia negli anni ‘70, viene oggi adottato solo da Svizzera e Belgio. Tuttavia, all’estremo opposto della totale integrazione, l’Italia si ritrova nella ristretta e alquanto eterogenea compagnia di Spagna, Portogallo, Grecia, Svezia, Norvegia, Islanda e Cipro (certo, non siamo più soli come scriveva nel 1998 Lucia De Anna in Pedagogia speciale, né affiancati esclusivamente da Spagna e Portogallo come notato da Salvatore Nocera in “L’integrazione italiana e gli orientamenti UE”, articolo pubblicato nell’aprile 2001 su Le leggi dell’integrazione scolastica e sociale). La maggior parte degli Stati europei sembra dunque orientata a un sistema misto, in cui alcuni bambini con disabilità vengono instradati verso un’educazione differenziale, mentre altri frequentano le stesse classi dei compagni normodotati, sulla base di valutazioni da parte degli operatori socio-sanitari ma anche (non sempre) della scelta dei genitori.
Vale la pena di chiedersi da cosa derivi questo orientamento mediano dominante in Europa. Semplicemente un momento di passaggio verso una tendenza all’integrazione totale in tutta Europa, come forse da una prospettiva italiana si sarebbe propensi a credere? Oppure un orientamento ben preciso, secondo cui non per tutti i bambini con disabilità l’inserimento in classi ordinarie è la scelta educativa migliore? O ancora, l’espressione di un dibattito pedagogico tutt’altro che chiuso tra “integrazionisti” e sostenitori degli istituti o delle classi speciali?

Una integrazione (quasi) inesorabile
La prima impressione che si ricava, esaminando i documenti prodotti dalle diverse autorità nazionali sul tema dell’educazione dei bambini con disabilità, è che non vi sia chi non è a favore dell’integrazione. È di fatto impossibile trovare pedagogisti o amministratori che sostengano programmaticamente una formazione con obiettivi limitati a priori e pertanto più facilmente raggiungibili – il che era un po’ il leit-motiv ideologico dell’educazione in scuole speciali per come in Italia le si è conosciute (e combattute). Lo scopo dell’educazione speciale è insomma, per tutti, portare le persone con disabilità a essere cittadini pienamente integrati nella società.
La parola chiave è dunque “integrazione”, ma ciò non esime da un dibattito su come ottenerla. Nei termini in cui la questione è stata posta in Germania, si distinguono sostenitori della “integrazione come mezzo e fine” e della “integrazione come fine”. I primi ritengono che un rapporto paritario tra disabili e normodotati non possa che partire dall’età scolare, e pertanto considerano l’integrazione scolastica come primo passo dell’integrazione sociale tout court. I secondi, al contrario, sostengono che l’obiettivo dell’integrazione professionale e sociale delle persone disabili adulte sia meglio servito da una formazione scolastica separata, che consenta di valorizzare il più possibile le abilità residue e di plasmare competenze tali da permettere un agevole, o comunque meno problematico, successivo inserimento lavorativo e sociale. Non sarebbe però corretto individuare in questi ultimi dei semplici “segregazionisti mascherati”: almeno in teoria, l’inserimento in classi comuni può avvenire in qualunque momento della carriera scolastica, se le capacità nel frattempo maturate vengono ritenute idonee a questo passaggio.
In diversi Stati europei è in atto un processo ben riconoscibile, per cui gli alunni con disabilità vengono sempre più inseriti in classi e scuole ordinarie, mentre le ex-scuole speciali si riconvertono in centri di risorse a favore degli insegnanti di sostegno cui viene demandata l’integrazione. Un esempio precoce e radicale di questo processo è costituito dalla Norvegia, dove nel 1991/92, delle 40 scuole speciali esistenti, metà sono state chiuse e le rimanenti 20 sono divenute centri nazionali di risorse, specializzati per tipologie di deficit; a partire dal 1999, poi, si è avviata una progressiva decentralizzazione delle risorse, togliendo finanziamenti a questi centri nazionali a favore dei 285 servizi educativo-psicologici su base municipale. Un mutamento analogo, ma verso un sistema più articolato, è in corso nei Paesi Bassi: qui le scuole speciali, dopo un periodo di transizione concluso solo nel 2002, sono state ricomprese in “centri di competenza” regionali, che hanno il compito di valutare le singole situazioni e optare, d’accordo con i genitori, per un’educazione differenziale oppure in classi ordinarie. Viene comunque prevista, ed è sempre più frequentemente utilizzata, la figura dell’“insegnante ospite” per agevolare gli alunni che intendessero passare da una scuola speciale a una normale, come supporto tanto per il bambino quanto per l’insegnante “generico” che lo accoglie in classe.
È insomma innegabile che le istituzioni scolastiche di quasi tutta Europa manifestino una forte tendenza verso l’integrazione, rispondendo in ciò a un’esigenza socialmente diffusa. La Dichiarazione di Atene, sottoscritta nel maggio 2003 dall’European Disability Forum e dallo Youth Forum che rappresenta i giovani a livello europeo, è molto esplicita al riguardo: “[richiediamo] che si lavori per l’eliminazione dell’educazione segregata e delle scuole speciali, e per sostenere l’inclusione dell’educazione speciale nei sistemi educativi generali”.

Pari opportunità negate o eluse
Il dibattito sull’integrazione è attivo anche in Belgio, uno dei pochissimi Paesi che pure predilige ancora un sistema separato di educazione dei disabili. Come sottolinea uno dei referenti nazionali per i bisogni educativi speciali nella parte fiamminga, Theo Mardulier, le organizzazioni di genitori spingono con forza verso l’inserimento dei propri figli con disabilità in classi comuni. Il punto è che “i meccanismi di finanziamento per il sostegno sono ancora focalizzati sulle scuole speciali. In altri termini, quando i genitori decidono di inserire il loro figlio in una scuola comune, è disponibile un sostegno nullo o minore rispetto a quello disponibile quando optano per una scuola speciale. La scelta non è alla pari”.
Anche laddove l’opzione a favore di un’educazione inclusiva appare definitivamente accettata, un forte freno alla sua realizzazione concreta è costituito dall’esistenza stessa delle scuole speciali. Infatti, non va dimenticato che in quasi tutti i Paesi l’educazione di tutti i bambini e ragazzi con bisogni speciali si è retta per decenni su strutture separate, le quali oggi si trovano in una situazione quanto meno difficile: venendo convertite da scuole speciali a centri risorse per le scuole ordinarie, si trovano a lavorare per l’obiettivo della piena integrazione, che però, una volta raggiunto, ne segnerebbe la fine come strutture autonome. Non giungono pertanto inattese, negli Stati dove il sistema di scuole speciali era relativamente vasto, le pressioni a favore del mantenimento di sistemi di educazione separata, se non altro per una minoranza di “gravissimi”.
Queste pressioni trovano una sponda meno prevedibile nelle stesse scuole ordinarie, per le quali è spesso un’abitudine radicata, e sicuramente una scelta di comodo, poter scaricare i casi più problematici su altre agenzie educative. Un atteggiamento di esclusione si rivela ancor più probabile in un quadro amministrativo (dominante) di autonomia, che porta ogni scuola a essere valutata in base ai risultati prodotti. Un esempio: in Gran Bretagna il sistema delle valutazioni periodiche degli alunni, introdotto con l’Education Reform Act del 1988, è la base per calcolare gli indicatori di qualità di ogni scuola, che incidono sulla loro attrattività per nuovi alunni e quindi sui finanziamenti a esse destinati (proporzionati agli iscritti). Ciò ha fatto sì che molte scuole britanniche, secondo quanto rilevato negli anni ‘90 dagli studiosi Klaus Wedell e Ingrid Lunt, vivano una forte tensione tra opportunità di essere “inclusive” e necessità di non abbassare la propria competitività – con il concreto rischio di esclusione per alunni con disabilità, non direttamente (una legge del 2002 lo proibisce), ma adducendo problemi e ostacoli per indurre i genitori a rinunciare. Del resto, se la qualità viene misurata solo in termini di risultati e non di processi (benché questo complichi di molto le valutazioni), e se il clima entro e tra le scuole è competitivo e non cooperativo, indubbiamente gli alunni con disabilità non possono che risultare, non a caso, un handicap.
La lentezza nell’adottare un modello educativo totalmente inclusivo va insomma interpretata più alla luce di queste tensioni “pratiche” che non in base a un dibattito pedagogico sostanzialmente inesistente. Basti pensare che il lodevole esempio norvegese di “chiusura delle scuole speciali” prima citato è stato attuato dopo alcuni decenni in cui la politica ufficiale era già di inclusione scolastica – senza che ciò impedisse l’esistenza di decine di ambienti educativi differenziali.

Scelta dei genitori, esigenze di bilancio
Migliori prospettive per l’integrazione scolastica potrebbero essere aperte dal processo di decentramento che riguarda, quasi ovunque, i sistemi scolastici. Si è già fatto cenno alla crescente diffusione dell’autonomia scolastica, e va rilevato che la differenziazione dell’offerta educativa può offrire più opportunità, e migliori possibilità di accesso, per l’inserimento in classi comuni. Questo decentramento non manca peraltro di aspetti problematici, e lo si capisce riflettendo sulle realtà in cui esso ricalca una lunga tradizione di federalismo amministrativo. Anne Marie Besse-Caiazza, del Centro Svizzero di Pedagogia Specializzata di Losanna, la mette così: “La Svizzera è composta di 26 cantoni. Il campo dell’educazione rientra nella competenza dei cantoni, cioè non esiste un sistema educativo svizzero, ma 26”. Di conseguenza, in alcune aree (specialmente quelle di lingua italiana e francese) si è sviluppata fortemente l’integrazione scolastica, mentre in altre, che pure hanno formalmente riconosciuto l’importanza di un’educazione inclusiva, la scuola speciale rimane lo standard. Ne discende il rischio di non potersi più appellare a diritti riconosciuti a livello nazionale o internazionale: il Governatore del Veneto o della Calabria potrebbero in un prossimo futuro imporre il ritorno alle scuole differenziali, aggirando la scelta per l’integrazione fatta dall’Italia negli anni ‘70.
Un problema ancor più vivamente discusso, e intrecciato al precedente, è quello della scelta dei genitori. In Germania, in particolare, chi ha un figlio o una figlia con disabilità pare avere un potere limitato nei confronti delle istituzioni scolastiche (o dei centri di risorse, dove esistono) rispetto alla decisione sull’opportunità di un’educazione, con il necessario supporto, in strutture speciali o in scuole ordinarie. Come ammette candidamente lo stesso portale web del Ministero nazionale sulla disabilità “Einmischen Mitmischen”(qualcosa come “Interferire mescolandosi”), creato per l’Anno Europeo 2003, “in alcune normative scolastiche [dei diversi Länder federali] il diritto di scelta dei genitori è certamente previsto – dappertutto è però sotto riserva finanziaria. Vale a dire che il soddisfacimento delle richieste dei genitori per il loro bambino con disabilità dipende dalla dotazione di personale e fondi della scuola. E anche le leggi di equiparazione esistenti e previste per le persone con disabilità sul piano regionale non portano finora un reale diritto di scelta dei genitori”.
La tendenza generale verso l’integrazione scolastica è storicamente mossa nella gran parte dei casi dalla pressione delle associazioni di genitori con bambini disabili, che reclamano migliori possibilità educative; anche se il cambiamento culturale è in buona parte compiuto, persistono forti difficoltà nella prassi. Va però ricordato che le classi e le scuole speciali sono strutture rigide, il cui finanziamento include una rilevante quota fissa di mantenimento indipendente dal numero di alunni iscritti, mentre il sostegno entro le scuole normali è legato al singolo alunno e può essere agevolmente variato in base alle esigenze di bilancio annuali (sul tema “taglio ai posti di sostegno” i genitori italiani hanno una pluriennale esperienza di battaglie, no?). Anche “Einmischen Mitmischen” riporta che, secondo gli studi svolti in Germania a partire dagli anni ‘70, “è dimostrato che l’insegnamento inclusivo si fa realizzare a costo zero, se si presenta il calcolo complessivo di tutti i costi risultanti”. È pertanto legittimo affacciare un’inquietante ipotesi: la tendenza continentale all’integrazione scolastica potrebbe essere un mero esito della ridefinizione (al ribasso) del welfare in atto in tutta l’Unione Europea, appena mitigato dalla considerazione che la segregazione educativa dominante fino agli anni ‘70 era pedagogicamente peggiore.

Continuare a studiare
Ritornare alle scuole differenziali, dunque? Certo che no. È opinione condivisa, negli ambienti pedagogici del nostro Paese, che “dall’integrazione non si torna indietro”. Tuttavia, questa giusta convinzione è più spesso assiomatica che programmatica: l’importanza dell’integrazione non va invece data per scontata, ma affermata e difesa con scelte costanti nel tempo – senza paraocchi. Ad esempio, non si può nascondere che l’educazione delle persone con bisogni speciali ha talvolta deluso nella pratica i genitori, al punto di far loro ritenere, specie nei casi clinicamente più gravi, che sistemi specializzati avrebbero condotto a esiti migliori. Inoltre, la posizione da “pioniere dell’integrazione” che l’Italia ha assunto alcuni decenni fa sembra aver generato un pericoloso appagamento, riconoscibile forse solo oggi: come rilevato da Renzo Vianello, oggi scontiamo “la carenza di ricerche di pedagogia sperimentale e di psicologia dell’educazione aventi per oggetto l’integrazione”.
La strada verso un’armonizzazione europea della pedagogia per le persone disabili non può che passare per la ripresa degli studi a essa relativi. Si tratta comunque di una strada lunga, nonostante le tendenze individuate: Carlotta Besozzi, funzionaria dell’EDF, afferma a proposito della propria organizzazione che “non abbiamo in realtà molte posizioni comuni sull’educazione. Da una parte non abbiamo investito molto sull’argomento visto che non esiste una competenza europea in materia, dall’altra è stato a volte difficile trovare una posizione comune data la diversità delle posizioni dei movimenti dei vari Paesi e dei gruppi di persone disabili”.
Significativamente, la critica di Vianello sopra citata si trova in un articolo il cui sottotitolo è “Se un europeo chiedesse consigli” (“Trent’anni di integrazione”, in Le leggi dell’integrazione scolastica e sociale, giugno 2001). L’atteggiamento da “professori” ha caratterizzato per molti anni la pedagogia italiana nei confronti di quelle degli altri Paesi continentali – il che è magari comprensibile, visto l’ambito. E tuttavia, proprio mentre sembra (con tutte le ombre che si è cercato di descrivere) che questi ultimi abbiano “capito la lezione”, diviene indispensabile un confronto aperto anche all’autocritica per costruire modelli di educazione speciale condivisi.

Sitografia su gioco e disabilità

www.ausilioteca.org
L’ausilioteca di Bologna è un servizio pubblico rivolto a persone che, a causa di un deficit fisico, hanno difficoltà nel comunicare con gli altri, controllare l’ambiente circostante, svolgere un’attività ludica.

www.terradigioco.com
La cooperativa “Terradigioco” propone il “progetto Arlecchino”: uno spazio educativo-ricreativo che utilizza moduli ludici specifici per bambini con autismo e disturbi generalizzati dello sviluppo, con operatori preparati e programmi individualizzati.

www.mybestlife.com/giocodimenticato/giochi_handicap.htm
L’accademia del gioco dimenticato è impegnata a costruire giochi idonei per persone con deficit.

www.labilità.org
L’associazione “L’abilità” ha creato il centro diurno “Famiglie in gioco”: servizio di accoglienza, ascolto e sostegno alle famiglie con bambini disabili in età evolutiva e spazio gioco strutturato per bambini disabili.

www.leonardoausili.com
Propone idee e riflessioni sulle attività di gioco proposte ai bambini con compromissioni motorie.

www.cemea.ch/users/bd/Teoria/integrazione/animazione_handicap.htm
L’autrice dell’articolo afferma che con le persone disabili si può svolgere qualsiasi attività.
L’importante è che ci siano idee e accorgimenti opportuni.

www.giocoestudio.it
Propone riflessioni sull’argomento e indica una piccola bibliografia.

www.assoludo.it/libriludoteca/quaderni/quaderno7.htm
Presenta il quaderno “Gioco e handicap in ludoteca”.

www.egalibri.it/STRUMENTI.HANDICAP.ASP
Il sito presenta un libro che offre degli stimoli per le attività ludiche nelle strutture che si occupano di persone disabili.

www.sigridloos.com/handicap.htm
Si occupa del gioco cooperativo come strumento educativo per l’integrazione delle persone disabili. I giochi di cooperazione non sono competitivi, ma stimolano un clima basato sulla solidarietà e il rispetto reciproco.

www.superabile.it
Sono contenuti molti articoli che parlano di gioco e disabilità. Per trovarli basta digitare la parola “gioco” nella sezione “cerca in archivio”.

Turismo accessibile: due domande a Franco Bomprezzi sul tema della comunicazione e dell’informazio

L’attenzione crescente al tema del turismo accessibile ha portato un cambiamento nel modo di fare informazione in generale e in particolare nell’informazione turistica? />
Direi di no, purtroppo. Sono cresciute di numero e di qualità le segnalazioni di percorsi o di progetti legati all’accessibilità, ma questo avviene ancora solo nel contesto di un’informazione dedicata e “a parte”, non semplicemente “normale”. Manca, tuttora, una consuetudine, da parte dei giornalisti esperti di turismo e di viaggi, a inserire nei propri servizi anche le informazioni essenziali relative alla fruibilità dei luoghi, degli ambienti, degli itinerari, delle strutture ricettive (alberghi, ristoranti, ecc.). Si tratta di un processo culturale abbastanza lento, perché in effetti anche l’offerta turistica non segnala sistematicamente come un effettivo “plus” le informazioni sull’accessibilità per tutti, anche quando esse ci sono. Sembra quasi che si ritenga in qualche misura non positivo segnalare che una località, un albergo, una meta qualsiasi, è anche pienamente accessibile alle persone con disabilità. Va detto, però, che solo nell’ultimo anno si sono sviluppate iniziative sistematiche di informazione e di formazione su questo tema.

Come, in futuro, l’attenzione all’accessibilità (di luoghi fisici e virtuali) può diventare parte del bagaglio professionale del lavoro del giornalista?

Credo che sia fondamentale inserire stabilmente nella formazione professionale dei giornalisti nozioni di qualità, riguardanti la cultura, i diritti, le aspettative, le esigenze, le differenze, delle persone con disabilità e non solo. L’accessibilità è un concetto di per sé in rapida evoluzione, da una visione ristretta al tema delle barriere architettoniche (con un occhio rivolto solo a chi vive, come me, in sedia a rotelle) a una concezione molto più ampia di mobilità per tutti. Questa evoluzione potrebbe favorire un atteggiamento di mainstreaming nel mondo dell’informazione giornalistica, anche di settore, ma occorre molto lavoro professionale, e non soltanto emotivo.

Lettere al direttore

Risponde Claudio Imprudente

Egr. Claudio Imprudente,
ho avuto il Suo contatto tramite un’amica attiva nel settore del volontariato, che ha già avuto modo di lavorare con Lei.
Sono una studentessa di Scienze della Comunicazione all’ultimo anno e recentemente ho preso la decisione di provare a intraprendere la strada del servizio civile volontario. La mia amica mi ha segnalato che l’associazione di cui Lei è presidente presenta progetti all’ARCI che potrebbero rientrare nei miei interessi.
Prima di presentarmi alla sede bolognese dell’ARCI preferirei avere un primo contatto diretto con l’associazione, per avere maggiori chiarimenti su come procedere e su come potermi inserire nei vostri piani di lavoro.
Fiduciosa in una Sua risposta, Le invio i miei più cordiali saluti.
Flavia Corradetti

La ragazza che ha scritto questa e-mail ora presta servizio presso il Centro Documentazione Handicap di Bologna. Ho deciso di inserirla in questa rubrica perché trovo stimolante il discorso sul Servizio Civile Volontario, ma non solo. Sento parlare spesso in tv e sui giornali delle nuove generazioni, e di solito non ne escono ritratti lusinghieri, tutt’altro. Le nuove ondate di giovani vengono viste con sospetto e sfiducia. Tacciati spesso di menefreghismo e indifferenza, si parla di loro come di una generazione priva di valori. Posso dire, invece, che da loro c’è molto da imparare. Quotidianamente entro in contatto con giovani che di certo non possono essere visti come persone insensibili a temi di una certa rilevanza sociale. Ragazzi che spendono molte delle loro energie per dare una mano a una società che ha bisogno della loro forza e della loro creatività per diventare migliore e più a misura d’uomo, e spesso questo avviene proprio grazie al Servizio Civile Volontario. Sicuramente incentivati dalla possibilità di avere una retribuzione fissa al mese, questi ragazzi hanno forse trovato un metodo congeniale alle proprie esigenze per dimostrare che questo Paese può contare ancora su di loro per non morire lentamente. In questi giorni di tragedie – penso al disastro naturale che ha colpito il sud-est asiatico – sento spesso parlare di solidarietà. Aiutare in queste situazioni è doveroso, ma mi riempie di sconforto vedere che c’è bisogno di una simile catastrofe per dare visibilità a un termine così importante. La vera solidarietà, lo sanno tutti, è quella silenziosa e quotidiana, e molti di questi ragazzi l’hanno già capito da tempo.

Buongiorno Claudio,
è con sorpresa che mi ritrovo a risponderti, forse è la musica di Einaudi, forse l’approcciarsi della perturbazione o forse ancora perché non voglio cominciare con la solita routine.
Chi sono? Beh, quasi un tuo compagno di medie, uno comunque che con te si è sempre divertito molto. Divertito in questo caso potrebbe stare anche come formato, cresciuto, vissuto, ecc.
Arrivo al dunque: ho letto le tue ultime riflessioni pizzaiole e condivido molto delle tue riflessioni sui ruoli, ci ho messo un totale di anni per arrivarci (dannati cattolici mi hanno proprio sistemato per benino) ma allora perché chiamarci diversabili, normodotati, ecc., tu non sei Claudio ancorché Imprudente?
A prestissimo
Alberto Manzoni

Noto con piacere che questi splendidi incontri non avvengono solo a “Carramba che sorpresa!”, ma anche su una rivista come “HP-Accaparlante”. Rispondo davvero volentieri alla tua lettera. Ti ricordi quando cantavamo sulle note di Voglio una vita spericolata o quando ci divertivamo al mare di Cattolica un po’ come Boldi e De Sica? La tua lettera apre comunque un sacco di spunti interessanti e mi fa davvero piacere che tu abbia letto il mio articolo sul concetto di categorie. Per chi non lo sapesse, a quell’articolo si riferisce l’amico Alberto quando parla di riflessioni pizzaiole. Senza scendere troppo nei particolari, quando parlo di “categorie” mi riferisco a quella strana patologia, molto diffusa tra gli esseri umani, che spinge a suddividere e classificare tutto e tutti in forme di valori opposti tra di loro. Buoni o cattivi, belli o brutti, normodotati o diversabili, ecc. Questo è alla base di ogni forma di discriminazione. Sarebbe utile concentrare tutta la nostra attenzione sull’importanza dei ruoli che caratterizzano la persona (padre, madre, figlio, ma anche ingegnere, dottoressa, studente, ecc.). Ma il discorso qui si allarga, perché Alberto parla chiaramente dell’importanza dell’identità del soggetto. Tu non sei Claudio ancorché Imprudente, dice. A questo proposito cito con piacere il concorso “Chiamatemi per nome” indetto nel 2004 dagli amici dell’Associazione Integrazione Onlus di Villaverla. In particolare, propongo la poesia introduttiva al bando, perché mi sembra la miglior risposta alla lettera di Alberto. Non ci sarà bisogno di aggiungere altro.

Chiamatemi per nome.
Non voglio più essere conosciuto per ciò che non ho
Ma per quello che sono: una persona come tante altre.
Chiamatemi per nome.
Anch’io ho un volto, un sorriso, un pianto,
una gioia da condividere.
Anch’io ho pensieri, fantasia, voglia di volare.
Chiamatemi per nome.
Non più portatore di Handicap, disabile, handicappato, diversabile, cieco sordo, cerebroleso, spastico, tetraplegico.
Forse usate chiamare gli altri:
“portatori di occhi castani” oppure “inabile a cantare”?
o ancora: “miope e presbite”?
Per favore. Abbiate il coraggio della novità.
Abbiate occhi nuovi per scoprire che, prima di tutto,
io “sono”
Chiamatemi per nome.
(poesia scritta da Gianni, papà di Benedetta, Associazione Sesto Senso di Siena)

I vari aspetti della violenza quotidiana

Il significato della parola “violenza” è “ciò che si fonda sull’uso sistematico della forza fisica e delle armi”; ma anche ciò che “si manifesta o si svolge con impeto furioso, con indomabile forza, con energia incontrollata e distruttrice”.
C’è chi questa irruenza la può solamente subire, chi non ha i mezzi per difendersi: sto parlando della violenza perpetuata nei confronti delle persone disabili. A causa delle loro limitazioni fisiche, ma anche mentali, non vi si possono opporre né tanto meno difendere. In realtà, anche tra le persone con deficit alcune sono violente, per lo più tra coloro che hanno dei deficit mentali – peraltro giustificabili e in parte educabili – ma sicuramente ci sono molte più persone normodotate che, ahimé, infieriscono le loro ire nei confronti delle persone più deboli.
Questa rubrica è dedicata alle donne disabili: purtroppo costoro sono le principali protagoniste di azioni violente. Perché? Perché è più facile? Perché sono donne? Perché, forse, sono più deboli? Perché hanno meno armi di difesa a disposizione? Forse tutte queste domande potrebbero avere una risposta positiva, ma ciò comunque non giustificherebbe assolutamente gli atti violenti esercitati nei loro confronti. Del resto è più facile sfogarsi con le persone più fragili; addirittura, il tutto diventa ancora più facile quando questa violenza non viene neanche compresa, quando non viene identificata come tale. Pensiamo ad esempio alle donne con deficit mentale: un abuso sessuale nei loro confronti può essere interpretato da parte loro addirittura come una “cosa bella” o come una “cosa normale”, nel caso in cui questa venga inflitta costantemente. Costoro, quindi, si ritrovano totalmente prive di difesa personale; per questo tali forme violente, compiute dentro le loro stesse case e purtroppo frequentemente anche all’interno di comunità o centri che ospitano queste persone, restano spesso sconosciute, nascoste e quindi anche non denunciate. Lo stesso destino è spesso riservato anche alle violenze rivolte alle donne con deficit fisico: coloro che non hanno problemi mentali si rendono perfettamente conto di ciò che capita loro, ma possono restare impotenti di fronte a tutto ciò. Questo perché possono non avere contatti esterni, possono essere impossibilitate a cercare aiuti a causa delle loro limitazioni fisiche, oppure “semplicemente” possono non essere in grado di trovare la forza di denunciare tali fatti mostruosi.
Esistono però diverse e infinite forme di violenza: c’è quella più eclatante – abusi sessuali, obbligo alla prostituzione o all’aborto, percosse e molestie – ma esiste anche una violenza più sottile, meno evidente – gli insulti verbali, i maltrattamenti in ambito familiare o da parte delle persone con cui queste donne si trovano a contatto, l’assistenza fisica erogata da parte di persone di sesso opposto, ma anche (e forse è quella più dura da sopportare) la mancata accettazione, e quindi la mancata integrazione, da parte della società (si pensi ad esempio alle difficoltà che può incontrare una donna con deficit nella ricerca di un lavoro). Non è facile, se non addirittura impossibile, valutare quale sia la peggiore: forse però la seconda forma è quella più ipocrita, bieca, anche perché è quella più difficile da considerare come tale e, pertanto, quella più difficile da denunciare. Esistono altresì ulteriori forme di sopruso: dal diritto alla vita irriconosciuto all’attuale esistenza di istituti speciali, dal mancato accesso all’informazione alla mancanza di un’appropriata terminologia nel rivolgersi e nel parlare a donne con disabilità, dall’impossibilità di condurre una vita autodeterminata alla mancata partecipazione alla vita democratica, ai diritti economici e sociali.
Fortunatamente, negli ultimi anni, per aiutare queste persone si sta facendo qualcosa anche a livello istituzionale: si pensi alla Piattaforma d’azione di Pechino, alla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, alla Dichiarazione sulla violenza contro le donne, alla Commissione sulla condizione delle donne istituita dall’ONU, alla Raccomandazione generale n. 19 sulla violenza contro le donne, per non pensare ai trattati più “generali” quali la Dichiarazione universale dei diritti umani, la Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici. Pertanto il Governo e la comunità internazionale si impegnano nell’attuare tutta una serie di azioni per combattere e soprattutto prevenire tali fenomeni. Innanzitutto, però, bisogna inquadrare il più possibile tale realtà, raccogliendo il maggior numero di dati; inoltre è necessario impiegare tutte le risorse a disposizione per portare avanti tale lotta. Ovviamente un passo decisivo e, penso, prioritario consiste nel contribuire al cambiamento della mentalità della nostra società: finché le persone disabili verranno viste come soggetti passivi e non attivi, e finché le donne verranno considerate come inferiori al genere maschile, sarà difficile se non impossibile porre termine a tali fenomeni.
Molto deve essere ancora fatto: facilitare la denuncia degli abusi, avere una maggiore sensibilità e preparazione da parte di coloro che circondano nella loro quotidianità tali persone, dare alle donne stesse una maggiore voce in capitolo, cioè permettere loro di avere una parte attiva nelle questioni che le riguardano direttamente, rafforzare la legislazione che disciplina le aggressioni e gli abusi sessuali, prevedendo pene severe per i colpevoli e supporti efficaci da parte del sistema giudiziario per le vittime; inoltre le organizzazioni e associazioni di disabili dovrebbero inserire nei loro programmi il tema della lotta alla violenza; è importante anche la promozione e l’accessibilità da parte di tutti a programmi di prevenzione e informazione.
Il “Progetto di parere”emanato dal Parlamento Europeo all’inizio di quest’anno – la cui relatrice è Uma Aaltonen – tra i suggerimenti volti al combattere i soprusi verso le donne in situazione di deficit, ricorda anche il “mancato riconoscimento dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne disabili”: questo, secondo la relatrice, rappresenta una violazione grave dei diritti fondamentali delle donne con deficit e ciò è principalmente causato dalla considerazione delle donne con deficit come esseri asessuati. Inoltre è presente “l’invito agli Stati membri ad adottare energiche misure contro tutte le forme di violenza nei confronti delle donne e delle ragazze disabili”. In questo Progetto vengono anche riportati alcuni dati: l’80% delle donne in situazione di deficit sono state vittime di violenza; il rischio di violenza sessuale è quattro volte superiore rispetto alle altre donne; addirittura viene riportato il fatto che la violenza può essere anche causa della disabilità stessa. Anche in questa sede viene ribadita la necessità di formare adeguatamente avvocati, procuratori, giudici, coloro cioè che dovranno difendere le donne disabili e far loro ottenere giustizia. Per quest’ultimo punto penso debba essere sostanziale l’apporto dato dalle associazioni di persone disabili, ma anche dalle Case delle donne. A tal proposito ricordo l’importanza di costruire Case d’accoglienza per donne con disabilità: queste sinora non sono presenti in Italia, così come in altri Paesi europei, quali la Spagna e la Germania; in casi di violenza alle donne disabili, l’unica soluzione è rappresentata dal ricorso ad altre Case che accolgono donne prive di deficit colpite anch’esse da forme violente; questa soluzione però non è delle migliori a causa della presenza non solo di barriere architettoniche, ma anche culturali e sociali.
I prossimi 22 e 23 novembre a Cosenza si terrà la conferenza europea dal titolo “Essere donne nella disabilità”, organizzata dal DPI Italia (Disabled People International). Lo scopo dell’incontro è quello di riflettere sui fenomeni della violenza familiare nei confronti di persone con deficit e sulla doppia discriminazione che interessa queste donne. Tale convegno nasce all’interno del Progetto ALBA-Programme Daphne che ha promosso un incontro tra donne in situazione di deficit e madri di figli disabili dei diversi Paesi europei per capire se e come si sviluppa la violenza (fisica, psicologica, morale) intrafamiliare. L’obiettivo di tale incontro è quello di avviare percorsi di emancipazione per le persone con deficit.
Ritengo che appuntamenti di questo tipo siano fondamentali per comprendere, circoscrivere e combattere tali fatti raccapriccianti.

Alcuni indirizzi Internet di approfondimento:

www.europarl.eu.int/meetdocs/committees/femm/20040330/509903it.pdf  
Progetto di parere della Commissione per i diritti della donna e le pari opportunità – Parlamento Europeo

www.edscuola.it/archivio/handicap/index.html 
Presentazione del Convegno di Cosenza

www.dpitalia.org/donne/kit5.htm 
Documenti internazionali sul tema della violenza nei confronti di donne disabili

Il Piano Dell’Offerta Formativa dell’Istituto Benjamenta

Qui s’impara ben poco, c’è una mancanza di insegnanti, e noi ragazzi dell’Istituto Benjamenta non riusciremo a nulla, in altre parole, nella nostra vita futura saremo tutti qualcosa di molto piccolo e subordinato. L’insegnamento che ci viene impartito consiste sostanzialmente nell’inculcarci pazienza e ubbidienza: due qualità che promettono poco o nessun successo. Successi interiori, magari sì: ma che vantaggio potremmo trarne? A chi danno da mangiare le conquiste spirituali? A me piacerebbe esser ricco, andare in giro in carrozza e aver denaro da buttar via. Ne ho parlato a Kraus, il mio compagno di scuola, ma lui non ha risposto che con una sprezzante alzata di spalle e non mi ha degnato di una parola. Kraus ha dei principi, sta ben saldo in sella, a cavalcioni della sua contentezza, e questo è un cavallo su cui chi vuole andar di galoppo preferisce non salire. Da quando mi trovo qui all’Istituto Benjamenta, sono riuscito a diventarmi enigmatico. Mi sono sentito anch’io invadere da un senso strano, finora sconosciuto, di contentezza. Sono abbastanza ubbidiente, non al punto di Kraus, che è imbattibile nel precipitarsi a seguire zelantemente gli ordini. Sotto un solo aspetto noi scolari, Kraus, Schicht, Schilinski, Fuchs, Pietrone, io, eccetera, ci assomigliamo tutti: nel fatto di essere assolutamente poveri e in sottordine. Siamo piccoli, piccoli fino a sentirci spregevoli. Chi ha in tasca un marco da spendere, lo si guarda come un principe privilegiato. Chi, come me, fuma sigarette, desta preoccupazioni per le sue abitudini spenderecce. Andiamo vestiti in uniforme: ebbene, questa circostanza di portare un’uniforme ci umilia e nello stesso tempo ci esalta. Abbiamo l’aspetto di uomini non liberi, e ciò può essere una mortificazione; ma abbiamo anche un aspetto elegante, il che ci preserva dalla profonda vergogna di coloro che se ne vanno attorno in abbigliamenti personalissimi, ma strappati e sudici. A me, per esempio, il vestire l’uniforme riesce assai piacevole, dato che sono stato sempre incerto su come vestirmi. Ma anche questo mio aspetto mi riesce per ora enigmatico. Forse in fondo a me c’è un essere estremamente volgare. O forse, invece, ho sangue azzurro nelle vene. Ma una cosa so di certo: nella mia vita futura sarò un magnifico zero, rotondo come una palla. Da vecchio sarò costretto a servire giovani tangheri presuntuosi e maleducati, oppure farò il mendicante, oppure andrò in malora.
(Brano tratto dal romanzo Jacob von Gunten di Rober Walser)

L’Istituto Benjamenta è una scuola ben strana; un luogo dove non vorremmo iscrivere i nostri figli. Il suo POF non è certo intrigante e si condensa in due parole: “pazienza” e “obbedienza”.
Del resto, ai nostri giorni non si riescono a trovare facilmente degli studenti disposti a comportarsi come Jacob von Gunten. Comunque nell’Istituto non si deve studiare molto; l’unico libro che circola s’intitola: “Quale meta si propone la scuola per i ragazzi Benjamenta?”. Gli stessi professori non incutono timore ai ragazzi anche perché, secondo Jakob, “gli insegnanti non esistono affatto, o sono ancora addormentati, oppure sembrano aver dimenticato la loro professione”. Le uniche figure educative sono Lisa e suo fratello, il direttore Benjamenta. A dire il vero anche il direttore è sempre assente, un gigante che si eclissa nelle stanze del suo appartamento segreto. A questo punto rimane solo la bella Lisa a far le veci di tutto il corpo insegnanti.
Sì, ne siamo sicuri, nessun genitore affiderebbe il suo ragazzo, qualunque caratteristiche abbia, a una scuola del genere. Ma anche i genitori qui non esistono, se non sporadicamente nel ricordo. Il tempo è incerto (quanto rimane Jacob nell’Istituto, sei mesi o sei anni?). Non c’è traccia nemmeno della natura (solo dei fiocchi di neve pesanti). L’Istituto Benjamenta è un’entità persa nel vuoto (Max Brod racconta che Kafka leggesse con entusiasmo queste pagine).
L’integrazione è uguale per tutti, non si fanno differenze, ma il destino di Jacob è diverso da quello dei suoi colleghi, fuggirà, dopo la chiusura dell’Istituto, con il direttore nel deserto.
Non si riesce proprio a collocare questo testo. È una critica a una istituzione scolastica ottusa e mortificante? Per disposizione culturale la maggior parte di noi imboccherebbe questa strada interpretativa. Ma l’Istituto Benjamenta è più misterioso. Non ha progetti complessi e obiettivi a tappe come quelli delle nostre scuole; non ha corsi aggiuntivi né crediti formativi; ha una sua strada che porterà i ragazzi a servire nelle famiglie ricche, ma che può portare anche nel deserto, fuori dalla civiltà europea. Di più forse: fuori dalla civiltà? Jacob ha aperto una porta per entrare in un mondo a sé, quello dell’Istituto dove le nostre regole non valgono più, dove prevale la negazione. Lo stesso Robert Walser, che passò gli ultimi 28 anni della sua vita in varie cliniche psichiatriche, disse una volta a un amico: “Io sono uno zero e voglio essere dimenticato”.
Nonostante l’apparente lontananza tra l’Istituto Benjamenta e le scuole attuali, molto ragazzi vivono oggi un rapporto di apatia e indifferenza con la scuola, cioè allo stesso modo del protagonista si domandano: “Che mi serve essere qui? Che cosa ne ricavo di utile per la mia vita di domani?”. Questo per dire che non basta dotarsi di “progetti complessivi e obiettivi a tappe” come tutte le nostre scuole sono tenute a fare per restituire un senso, un significato che sia compreso e vicino a chi nelle scuole sta da studente. Insomma, l’Istituto Benjamenta non è così tanto lontano da noi e tracce delle sua insignificanza misteriosa sono ben presenti anche oggi.

5. Le reti sociali

Uno dei tratti distintivi della rete telematica è lo spirito di cooperazione tra gli utenti. Nonostante internet sia diventato un campo di battaglia per tante lotte politico-economiche, questa matrice originaria non è stata certo cancellata. Continua anzi a riproporsi in forme diverse, suggerite dalle innovazioni tecnologiche, come è il caso delle reti sociali. Anch’esse sono un fenomeno recente di internet e stanno sempre più diffondendosi, accompagnate però da alcuni pregiudizi che le vedono come un luogo (virtuale) dove la gente può incontrarsi per degli “intorti”. Certo la ricerca di un partner può essere una motivazione forte, ma le reti sociali non si riducono solo a questo e, anzi, sono destinate a svilupparsi in molte altre direzioni che prevedono il mutuoaiuto sui più svariati argomenti.

Trovarsi in rete
“Si ha una rete sociale quando una rete di computer connette persone e organizzazioni”. Questa è la definizione che dà Fabio Metitieri in un suo articolo pubblicato sul numero di gennaio 2004 di Internet News (articolo da cui prenderò altri spunti). In questo modo si sposta l’attenzione dalle macchine (che si connettono tramite cavi) alle persone che intrecciano invece tra loro relazioni di tipo diverso (amicizia, amore, lavoro…). Le reti sociali offrono i cosiddetti servizi di dating, ovvero delle banche dati con i profili di centinaia di migliaia di persone che possono così conoscersi in rete in base ai loro interessi. Il servizio di dating, che è una sorta di servizio di incontro, è l’evoluzione delle chat e dei messenger, dato che è molto meglio organizzato. Di solito ci si deve iscrivere fornendo alcuni dati come l’età, il sesso, gli interessi, l’area geografica e l’e-mail; una volta completata la registrazione, si è inseriti in un database che è possibile consultare. In questo modo si possono incontrare prima in rete e poi nella vita reale le persone con cui si condividono gli stessi interessi; addirittura, dato che la conoscenza avviene anche tramite presentazione tra utente e utente, si possono organizzare eventi collettivi, dove il gruppo di persone conosciutesi in rete si incontra fisicamente.

Incontri significativi?
Parlare di reti sociali è anche un modo per far vedere che dietro la tecnologia c’è sempre la persona, e che la prima deve essere al servizio della seconda. La diffusione di questo fenomeno del resto è coerente con lo spirito originario della rete internet che è stata, soprattutto all’inizio, una rete costituita dalle relazioni tra persone, allora ricercatori e studenti, oggi il cittadino comune (anche se ancora di un certo status economico).
Del valore poi di questi incontri, di quanto possano essere occasioni di amicizia, di lavoro e rapporti sentimentali significativi, questo è un altro discorso, con i suoi pro e i suoi contro. Facendo solo un esempio, alcuni studiosi del fenomeno sostengono che la facilità che si ha nel mettersi in contatto con gli altri può essere anche un preludio per degli incontri vissuti superficialmente. Una cosa è certa, la maggior parte dei contatti on line che diventano significativi per le persone coinvolte passano poi all’incontro reale: è in quel momento che si cementa, o si sfalda, quanto si era sentito o intuito in rete.

I siti più noti
E ora qualche indirizzo dei siti più famosi che offrono questi servizi. Il più noto è Friendster (www.friendster.com) che si rivolge a chi vuole incontrare degli amici nuovi o dei partner. Linkedin (www.linkedin.com) invece serve per ricercare occasioni di lavoro. Per ultimo citiamo Tribenet che si caratterizza come un luogo dove una persona può farsi degli amici che la possano aiutare in tanti piccoli problemi pratici.
Questi sono siti statunitensi, in lingua inglese, dove è però possibile anche trovare degli italiani; non esistono per adesso dei servizi simili sui siti italiani. L’esistente è soprattutto rivolto al servizio di incontri a scopi sentimentali: il più noto è Meetic (www.meetic.it) che raccoglie nel suo database oltre 600 mila profili di persone. Altri servizi simili sono offerti da Supereva (incontri.supereva.it) e Virgilio (match.virgilio.it).

4. Il soggetto disabile e il popolo della rete

Dove è possibile trovare la voce della persona disabile e dei suoi familiari su internet? Questo tipo di incontro lo si può fare più spesso in quegli spazi dove viene assicurata un’interattività migliore: ovvero dove si può comunicare direttamente. È in questi luoghi che si trova il popolo della rete.

Il popolo della rete
La rete offre altri strumenti di interazione che non necessariamente passano sul web. Stiamo parlando delle mailing list, dei newsgroup, delle chat e di altre applicazioni che permettono tutte queste cose assieme e anche altro.
Le mailing list sono dei gruppi ristretti di discussione che viaggiano su posta elettronica (è necessaria l’iscrizione per parteciparvi); i newsgroup invece sono delle bacheche pubbliche (elettroniche) che vengono usate utilizzando degli specifici software; le chat sono degli spazi di discussione in tempo reale (anche in questo caso esistono dei sofware specifici). Se è vero che molti di questi strumenti sono stati “webbizzati” (ovvero sono visibili anche sul web), queste possibilità comunicative funzionano molto bene anche al di fuori del web (forse meglio). In questi spazi, forse meno visibili, molte persone disabili e non si “incontrano” per parlare assieme.
Di mailing list e di newsgroup ve ne sono decine di migliaia nel mondo; attualmente in Italia esiste il newsgroup it.sociale.handicap che è possibile vedere andando sul motore di ricerca Google (www.google.it) e cliccando sul pulsante in alto a destra “Gruppi”.
Di mailing list ricordiamo “sociale-edscuola” che è una mailing list di Educazione&Scuola, una rivista telematica su Scuola e Formazione (per iscriversi andare a questo indirizzo web: www.edscuola.com/mailing.html), la mailing list “Dw-Handicap” (per iscriversi andare su http://groups.yahoo.com/group/dw-handicap). Ambedue le liste si occupano molto del tema dell’integrazione scolastica. Anche sulla rete telematica eco-pacifista Peacelink (www.peacelink.it) esiste una mailing list intitolata “Volontariato” dove spesso vengono trattati i temi della disabilità.
Esistono mailing list a seconda del tipo di deficit; ad esempio a questo indirizzo http://web.tiscali.it/simod/disabili/liste.htm potrete trovare alcune risorse espressamente dedicate ai non vedenti (non tutte sono aggiornate).
Si potrebbe continuare a lungo con l’elenco, infatti basta mettere in un qualsiasi motore di ricerca le parole disabili, handicap, mailing list, newsgroup, lista e incrociarle tra di loro in più tentativi per accorgersi della moltitudine di riscontri.

Il caso delle community
Le community sono una sezione di un sito web che ha come scopo quello di creare una comunità di lettori/partecipanti al proprio sito. È un modo per fidelizzare la propria utenza/clientela che viene praticato in ogni tipo di sito web (ogni portale ha la sua community). L’esempio migliore di community la si può trovare al sito di Superabile. La sezione offre ai propri utenti uno spazio forum e uno spazio chat. I forum sono un qualcosa a metà strada tra le mailing list e i newsgroup; attualmente sono una trentina i forum su Superabile e trattano di svariati argomenti (dallo sport, ai fatti di cronaca, dalla mobilità alla legislazione). Un altro caso di community la si può trovare su Disabili.com (www.disabili.com); in verità è un po’ tutto il sito a essere organizzato come una community. Anche qui abbiamo lo spazio forum (una ventina in tutto) e lo spazio chat.

Di che cosa si parla
Chi scrive in queste mailing list e in questi newsgroup sono soprattutto familiari di disabili, i disabili stessi, gli insegnanti, qualche operatore sociale e qualche volontario/amico. Ma di che cosa si parla in questi spazi? Pur non volendo fare una casistica, vi sono alcuni temi che ritornano  spesso; si trovano molti racconti di esperienze, di situazioni, come le difficoltà di integrazione scolastica per il proprio bambino, la ricerca di un centro specializzato adatto al proprio caso, il metodo riabilitativo efficace sul proprio figlio. È soprattutto osservando il numero dei “replay”, ovvero il numero delle risposte a un particolare messaggio, che si può misurare l’interesse per un dato argomento. Questi esempi che ho appena citato vengono ripresi numerose volte da altri partecipanti che commentano, forniscono un consiglio, criticano il messaggio iniziale. I rapporti che s’instaurano a volte sono molto intensi, le persone cominciano a conoscersi poco a poco, nascono amicizie e intese, a volte senza vedersi mai (altre volte capita anche di darsi degli appuntamenti fuori rete).
Altri argomenti trattati riguardano la segnalazione di un libro, di un seminario o di una trasmissione televisiva, la notizia o il commento di una novità legislativa.
Alcuni esperti della rete dicono che i newsgroup sono gruppi di discussione più ampi, con un numero elevato di messaggi giornalieri, caratterizzati da una certa confusione nei temi trattati; queste peculiarità non facilitano lo spirito di gruppo. Viceversa le mailing list, di solito partecipate da un numero minore di persone e aventi un tema più specifico di discussione, permettono una maggiore coesione del gruppo, un dibattito più approfondito. La mia esperienza personale non è questa, anche i newsgroup offrono delle discussioni interessanti, semmai la differenza è psicologica: a una mailing list ti devi iscrivere e il messaggio di posta elettronica arriva direttamente nella tua casella postale e questo forse può aumentare il senso di appartenenza a un gruppo.
Un discorso a parte merita il caso delle chat. Si “chatta” in tempo reale con un’altra persona, direttamente. I canali in cui si chiacchiera, se si usano dei software specifici sono infiniti perché ogni persona può crearne uno diverso. In questo campo non si può sapere quanto si parla di disabilità, si possono fare solo delle congetture. Le chat facilitano sicuramente un approccio più diretto ed è verosimile pensare che sia il luogo dove una persona disabile può sviluppare relazioni, sia affettive che sessuali, che nel mondo reale ha meno opportunità di trovare.