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autore: Autore: Giovanni Preiti

CIP… CIP… CIP…

di Giovanni Preiti

Non è il verso di qualche uccellino, che svolazza sopra alla vostra testa, ma l’acronimo del nuovo Comitato Italiano Paraolimpico, che ha il compito di organizzare e gestire le attività sportive praticate dalle persone disabili in Italia. La nascita di questo comitato ha un enorme significato storico, perché finalmente si avrà un riferimento nazionale per tutti quegli enti, associazioni, federazioni, gruppi che fanno attività sportiva con le persone con deficit, sia intellettivo, sensoriale  fisico. Fino a oggi venivano riconosciute solo le federazioni sportive affiliate alla FISD (Federazione Italiana Sport Disabili), che con la nascita del CIP, scomparirà. Questo è un gran risultato per tutte quelle associazioni sportive, gruppi sportivi, enti che fino a oggi non venivano considerati dalla realtà dello sport ufficiale solo perché non tesserati alla FISD. Citando le parole dell’attuale presidente della FISD Luca Pancalli: “Con la costituzione del CIP, il Paese si dota di un ombrello sotto il quale tutte le varie organizzazioni sportive per i praticanti disabili trovano una propria casa, pur operando in piena autonomia. Per la prima volta, ci vengono riconosciuti compiti aggiuntivi che sottolineano il ruolo sociale dell’ente.”. Il problema dell’attività sportiva per le persone con deficit sembrerebbe così risolto, ma purtroppo la strada è appena all’inizio e si presenta tutt’altro che facile. Si può fare un parallelismo con l’evoluzione dello sport dei cosiddetti “normodotati” in Italia: attualmente la gestione dello sport, anche economica, è a carico del CONI, il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, che, come il nome stesso indica, doveva occuparsi solo della selezione, preparazione e gestione degli atleti da inviare alle Olimpiadi, ma che oggi è diventato  il vero e proprio “Ministero dello sport”. Il CONI, nato nel 1942 con la legge 426, via via assume un ruolo centrale nel panorama nazionale dello sport italiano, anche grazie al supporto economico fornito dal Totocalcio, gestito direttamente dal CONI, che diventa la sua fonte principale di finanziamento, tanto da renderlo autonomo. Il CONI è formato dall’insieme delle Federazioni sportive nate spesso autonomamente (con una parte ad autonomia privata e una parte pubblica gestita addirittura dallo stato anche tramite l’utilizzo di personale stesso del CONI) e poi da esso riconosciute; una federazione per ciascuna disciplina sportiva. Le finalità delle Federazioni sportive sono quasi esclusivamente indirizzate allo sport selettivo, rivolto alla performance, alle gare e ai campionati agonistici e non si occupano dello sport a livello promozionale, ludico, scolastico e tanto meno come strumento sociale o di mera fruizione nel tempo libero. Il CONI si è così evoluto negli anni sviluppando queste caratteristiche proprie delle federazioni che ne fanno parte, compresa la FISD. Nel frattempo, però, lo sport in Italia e in Europa e nel Mondo ha preso un’altra direzione, dando grande risalto allo sport per tutti inteso come strumento di aggregazione per tutti gli atleti, esaltandone le diverse capacità e non le prestazioni assolute che portano inevitabilmente all’esclusione degli atleti meno performanti. Questo non a discapito degli sportivi più forti, che anzi rimangono un’espressione di punta di un movimento che nasce da una base comune per arrivare al massimo livello, costituendo un forte stimolo ed esempio per tutti i componenti del movimento e non solo per i più dotati. Questi fini sociali dello sport per tutti sono stati riconosciuti fin dal 1975 dalla “Carta europea dello sport per tutti” alla quale hanno fatto seguito varie pubblicazioni e modifiche fino alle ultime del 2001, dove è stato definito il quadro delle norme da seguire nel campo delle politiche sportive che devono sottoscrivere tutti i paesi europei integrato e completato da un “Codice di Etica sportiva”.
Il Comitato per lo sviluppo dello sport (CDDS), creato nel 1977, che riunisce tutti i 48 Stati contraenti la Convenzione Culturale Europea, definisce e gestisce un programma di lavoro paneuropeo e predispone le Conferenze dei Ministri europei dello sport.
Cito alcuni articoli del Consiglio d’Europa:

Sport e democrazia
SPRINT programme (Sports Reform, Innovation and Training Programme). Il Consiglio d’Europa assiste i nuovi Stati membri in molti settori, tra cui la legislazione in materia sportiva, mediante il programma SPRINT (Programma per la riforma, l’innovazione e la formazione in materia sportiva). Tale programma è in attività dal 1991 e ha fornito consulenze ed esperienze tecniche a 23 paesi aiutandoli a riformare la loro politica e ad ammodernare le loro strutture amministrative sportive.
Il programma comprende degli aspetti quali la democratizzazione dello sport, la promozione dello sport nella politica generale del paese e la partecipazione di tutte le fasce della popolazione alle attività sportive (Sport per tutti). Sono stati organizzati dei seminari itineranti, dei convegni e un programma di scambi sull’amministrazione e la gestione dello sport.
Lo sviluppo della cooperazione tra le autorità pubbliche e le organizzazioni sportive non governative (ONG) in materia di promozione dello sport sta diventando una priorità nei nuovi paesi membri.

La coesione sociale e lo sport
È rilevante il ruolo svolto dallo sport a favore della coesione sociale: in questo settore il Consiglio d’Europa contribuisce al processo di democratizzazione, in special modo presso i giovani, in applicazione, tra l’altro, della Raccomandazione N.R (99) 9 sul ruolo dello sport a favore della promozione della coesione sociale, adottata dal Comitato dei Ministri.
È stata accordata un’attenzione particolare all’elaborazione di programmi sportivi per i gruppi minoritari, quali gli immigrati, i profughi, i disoccupati, i detenuti e i giovani delinquenti e le persone disabili. I programmi vengono realizzati in stretta collaborazione con le autorità centrali, regionali o locali, oppure vengono affidati all’associazionismo sportivo nei paesi interessati.
La coesione sociale mediante lo sport ha un ruolo particolare e di grande rilievo nel processo di ricostruzione e di riconciliazione nell’Europa del Sud-Est.

Da questi articoli traspaiono le linee guida che l’Europa intende dare alla politica dello sport nei diversi Stati. In Italia, secondo dati Istat (dati del 2000), le persone che praticano attività sportiva saltuariamente o costantemente sono il 28,4 % della popolazione, pari circa a 16 milioni di persone, di questi solo 3 milioni fanno capo al mondo dello sport promosso dalle Federazioni Sportive Nazionali. Non ha quindi senso che il governo dello sport italiano sia composto solo da membri di queste federazioni. Forse Luca Pancalli ha visto giusto nell’unificare lo sport per le persone con deficit sotto la grande casa del CIP, comprendendo tutte le attività sia promozionali che ludiche e scolastiche, auspicando un futuro di collaborazione e costruzione di un mondo dello sport disabili unificato, dando un esempio anche allo sport dei “normali”, che probabilmente dovrebbe prendere esempio dal Comitato Italiano Paraolimpico. Non ho ancora visto lo statuto del CIP (mentre scrivo la riunione per lo statuto non si è ancora verificata), ma auspico  che questa felice idea della FISD non faccia la fine del CONI, che per ora non rispecchia di certo la realtà sportiva del nostro paese e la crescita ed evoluzione dello sport in Italia, Europa e nel Mondo. Il 10 e 11 luglio la FISD si riunirà a Bagni di Tivoli (Roma) per approvare questo statuto; lì vi saranno tutti i membri delle Federazioni affiliate alla FISD: spero che il consiglio che si andrà a creare sarà anche in grado di accogliere e farsi da parte di fronte al sempre più forte sviluppo dello sport da performante a ruolo formativo e di crescita nella totalità della vita di ciascun cittadino, a quello di prevenzione sanitaria, inclusione e coesione sociale, educazione alla democrazia ed economia sociale che sempre più si delinea nella società moderna.  Dovrà quindi includere nella maggioranza i rappresentanti degli enti di promozione sportiva, delle associazioni, del mondo scolastico e collaborare strettamente con essi e, naturalmente, pensare che la maggior parte delle risorse pubbliche non andrà più a favore delle Federazioni, ma al movimento sportivo di base.

Educare attraverso lo sport

di Giovanni Preiti

L’importanza di educare il corpo al movimento è stata storicamente una necessità che si è sviluppata fin dall’inizio all’interno delle nostre strutture scolastiche. Già dalla nascita della scuola in Italia e, precisamente, con la legge Casati (13 novembre 1859), quella che allora veniva definita “Ginnastica militare” rappresentava una parte rilevante delle discipline didattiche. Allora veniva insegnata attraverso un modello impostato sul comando e sull’esecuzione collettiva, elementi tipici di un ambiente fortemente gerarchico come quello militare. In realtà questo modello si è mantenuto su queste linee, attraversando anche la fase della cosiddetta “fascizzazione”, con i naturali sviluppi pedagogici fino al secondo dopoguerra, dove anche in Italia lo sport ha avuto il riconoscimento di un vero e proprio fenomeno culturale e la pratica psicomotoria quello di valenza pedagogica. Epurata la scuola da questo stile di condotta d’insegnamento dell’educazione fisica si arriva nel 1946 ai programmi provvisori, dove il voto del docente non ha più alcun valore ai fini dell’ammissione degli alunni agli esami: in pratica la ginnastica viene relegata ad un ruolo secondario e affronta un periodo buio che la fa ritornare indietro di trent’anni, soprattutto a causa del ruolo politico che aveva avuto fino a quel momento. Successivamente, nascono in Italia i primi ISEF (Istituti Superiori dell’Educazione Fisica), prima privati e poi parificati, anche se sono ammessi all’insegnamento pure insegnanti senza qualifica professionale, ma su chiamata dei presidi, e si ha una forte ripresa dello sport scolastico. Nel periodo del boom economico si hanno diverse evoluzioni della materia e del metodo d’insegnamento, che sfortunatamente vanno di pari passo con l’andamento della scuola di quel periodo e ai problemi di sviluppo della scolarizzazione di massa, con i programmi che si riducono semplicemente ad un lungo elenco di esercizi. Si arriva finalmente, a metà degli anni Settanta, a programmi scolastici unificati per maschi e femmine, che fino a quel momento avevano avuto percorsi paralleli. Negli anni Ottanta il programma scolastico di educazione fisica si pone due obiettivi: il primo è l’attività motoria come linguaggio, il secondo l’avviamento alla pratica sportiva. In particolare il secondo fa riferimento alla necessità di trasmettere agli alunni una forte presa di posizione  rispetto allo sport nella società. È a partire da questo periodo, con la scoperta di casi di doping, di illecito sportivo, e il diffondersi della violenza negli stadi (basti pensare alla strage allo stadio Eysel nel 1985, ripresa dalle telecamere di tutto il mondo), che ci si attende legittimamente un’altrettanto forte risposta da parte della scuola. Negli anni Novanta si apre per l’educazione fisica un ampio ventaglio di obiettivi e si danno precise indicazioni circa le modalità di accertamento delle valutazioni degli allievi, sia sull’immagine del corpo che sulle capacità condizionali, anche se la valenza della materia non è ancora del tutto riconosciuta rispetto alla parallela evoluzione dello sport nella società moderna. Ne è esempio il grande sviluppo dell’attività sportiva per gli atleti diversabili nella società, in contrasto con le forti difficoltà che, tuttora, gli alunni diversabili incontrano nell’affrontare l’educazione fisica all’interno della scuola.
Siamo arrivati ad oggi dove, all’interno della riforma Moratti, l’Educazione Fisica, che sembrava scomparire dai programmi d’insegnamento obbligatori e entrare in quel gruppo di materie “facoltative”, rimane invece tra le materie di prestigio, anche se non ha ancora trovato una sua precisa collocazione.
Cito il Ministro dei Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi, a risposta di un’interrogazione parlamentare sull’argomento “educazione fisica nella riforma”: “È intenzione del Governo potenziare il ruolo dei docenti di educazione fisica e sportiva nella scuola, coinvolgendoli maggiormente sia nell’attività di educazione alla convivenza civile (mi riferisco, in particolare, all’educazione stradale, all’educazione alla salute, alimentare e ambientale), sia nel collegamento con altre discipline di insegnamento, a partire dalle scienze naturali alla geografia. Per questo motivo, mentre la formazione iniziale dei docenti di educazione fisica e sportiva si dovrà armonicamente coordinare e integrare con quella disegnata per tutti i docenti dall’articolo 5 della legge delega n. 53 che riforma il sistema scolastico, è previsto anche un forte investimento nella formazione e nell’aggiornamento dei docenti in servizio. Il Governo si augura di poter contare sull’impegno e sul qualificato contributo dei docenti in servizio allo scopo di realizzare questo ambizioso disegno di rinnovamento culturale, teso a valorizzare il ruolo e la funzione dell’educazione fisica e sportiva nel più generale processo della formazione delle giovani generazioni.”
Da queste parole sembra che tutto sarà ancora in mano ai professori, alla loro buona volontà di lavorare e questa riforma non rende giustizia all’evoluzione che lo sport ha avuto nella nostra società, al valore sociale che ha raggiunto.
Oggi lo sport riempie le pagine dei nostri giornali, i programmi televisivi, la maggior parte dei nostri discorsi, l’immaginario dei nostri bambini, potrebbe essere un grande mezzo per migliorare, educare il mondo, e non uno strumento politico in mano a pochi come è stato in passato.
Noi del Centro Documentazione Handicap di Bologna ci siamo accorti quale grande mezzo sia lo sport: il gioco e lo sport per noi sono molto importanti perché spiegano bene alcuni concetti che ci stanno a cuore come la diversabilità.
Non è difficile educare attraverso lo sport e noi cerchiamo con il Progetto Calamaio di raggiungere diversi obiettivi come, ad esempio, far comprendere agli alunni delle scuole l’enorme potenziale creativo presente nello sport, per costruire una reale integrazione, con una particolare attenzione al rispetto dei soggetti svantaggiati e, a partire dall’adattamento delle regole, sulla base delle specificità di ognuno, valorizzare le diversità come primario momento educativo della pratica sportiva. Questo è possibile guardando oltre gli sport già esistenti, attraverso la sperimentazione e la creazione da parte degli alunni stessi di nuove discipline, in modo da permettere a giocatori bambini, adulti, anziani, diversabili di giocare insieme. Le regole si adattano a chi gioca e non il contrario, come invece spesso accade. Lo sforzo da parte degli alunni sta nel mettere in moto tutte le intelligenze per permettere a vari atleti, ognuno diversamente abile a suo modo, di giocare insieme; questo agevola tutti, non solo quelli con deficit. Nello scenario scolastico non saranno gli alunni ad adattarsi ai programmi, ma i programmi agli alunni, per avere una scuola realmente integrata, come gli sport sono stati adattati o addirittura inventati! Questa vuole essere una possibile strada da intraprendere nel complesso percorso che ha avuto l’educazione fisica all’interno della scuola come la si vorrebbe oggi: libera e flessibile, per tutti e ad uso di tutti.

Cronache paralimpiche

di Giovanni Preiti

“La Paralimpiade è una storia tutta da vivere, fatta di migliaia di capitoli, scritti da mille mani diverse. È un mosaico composto da tantissime tessere, l’una indispensabile per la vita dell’altra” scrive nella brochure di presentazione della squadra italiana, il Presidente del CIP (Comitato Italiano Paralimpico), Luca Pancalli.
Sono passati ormai mesi dalla chiusura delle Paralimpiadi di Pechino, evento che sicuramente segna la storia dello sport, come dice Pancalli; ora mi trovo qui a raccontare cosa è successo. Intanto i numeri: gli  atleti italiani sono stati 84 (insieme a sei atleti guida) su un totale di circa 4.000 partecipanti, in rappresentanza di 150 Paesi. Fare l’elenco sarebbe troppo lungo, per non fare ingiustizie, vi riporto il link dove potrete rintracciare il curriculum di ognuno, con i vari atleti divisi per disciplina
Voglio solo citare due nomi, entrambi al femminile: la portabandiera della squadra italiana, la trentasettenne atleta veneta Francesca Porcellato, che a Pechino ha disputato la sua settima Paralimpiade (sei estive e una invernale), accompagnata dalla sedicenne modenese Cecilia Camellini, la più giovane.
Abbiamo riportato in totale 18 medaglie, una in meno di Atene 2004, piazzandoci al 28° posto dopo Paesi come l’Ucraina, il Kenya, il Messico, la Korea, la Tunisia, la Polonia, l’Iran e Hong Kong. Se dovessimo seguire le parole di Rocco Crimi (sottosegretario con delega allo sport) secondo cui “I paralimpici rappresentano il grado di civiltà di un Paese”, ci troveremmo evidentemente a un grado di civiltà piuttosto basso. In realtà lo stato dello sport disabili in Italia, come il nono posto tra i normodotati, non dipende di certo solo dal nostro piazzamento nel medagliere di Pechino, ma sicuramente è un dato importante sul quale dobbiamo fare molte riflessioni per il prossimo quadriennio.
Molte sarebbero le cose da citare su questo evento mondiale, ma la storia è fatta soprattutto dagli uomini e dalle donne, e ce ne sono tanti da menzionare come Matt Cowdrey australiano, cinque ori e tre argenti nel nuoto, grande rivelazione di questi Giochi. Come lui, in piscina, i cinesi hanno sostenuto il grande idolo di casa, He Junquan, completamente senza braccia da quando aveva cinque anni per aver toccato un trasformatore, che ha catalizzato l’attenzione del pubblico che gremiva il Water Cube a ogni sua gara. He Junquan ha raggiunto il suo obiettivo: cinque gare, cinque medaglie d’oro. Natalie Du Toit è invece il Pistorius della piscina, non solo perché è sudafricana come lui e amputata a una gamba. Natalie, che ha partecipato anche all’Olimpiade del mese scorso, giungendo sedicesima nella maratona del nuoto (10 km), aveva solo da perdere, come Pistorius. E, come lui, ha anche rischiato di farlo. Un fenomeno, eletta con il premio Whang Youn Dai come la migliore dei Giochi insieme al panamense Said Gomez, ipovedente, presente ai Giochi da Barcellona. E poi Chantal Petitclerc, canadese, paraplegica da quando aveva 13 anni, un fenomeno in carrozzina, oro in tutte le gare a cui ha partecipato: 100, 200, 400, 800 e 1500 m. O Kenny Darren, ex ciclista junior della nazionale junior inglese, cerebroleso dopo un incidente in gara al Tour d’Irlanda: ha vinto cinque medaglie, quattro d’oro e una d’argento, dietro al fenomeno spagnolo Ochoa. Imbattibile anche in questa edizione Esther Vergeer, la miglior tennista in carrozzina di tutti i tempi. A 27 anni, in carrozzina da quando ne aveva otto dopo un’operazione alla spina dorsale per risolvere un difetto avuto alla nascita, la Vergeer ha vinto singolo e doppio, portando a 345 le gare in cui è imbattuta. Un record aperto e probabilmente mai superabile. E la polacca Natalia Partika, amputata a un braccio, che ha partecipato alla Olimpiade, come la Du Toit. Ha vinto un oro nel singolare, ma è stata sconfitta nella partita decisiva della finale a squadre, che ha consegnato l’ennesimo oro alla Cina. La dimostrazione che Olimpiade e Paralimpiade sono sempre più vicine. Il celebrato, anche troppo da tutti i media mondiali, Oscar Pistorius  con le vittorie nei 400, 100 e 200, anche se quella nei 100 soffertissima vinta per 3 centesimi. Infine voglio ricordare la nazionale maschile australiana di basket in carrozzina, che contro pronostico ha battuto in finale il Canada del fortissimo Patrick Anderson.
Ora parliamo dei media: circa 5.000 gli addetti alla comunicazione accreditati per i Giochi Paralimpici di Pechino 2008, tra operatori del BOB (Beijing Olympic Broadcasting), delle televisioni, della stampa e fotografi, basti pensare che solo la BBC è stata presente a Pechino con 80 operatori. L’euforica Steffi Klein, Senior Manager dei Media e delle Comunicazioni dell’International Paralympic Committe, ha dichiarato nella conferenza stampa d’apertura: “Inutile dire la mia soddisfazione nel leggere questi dati, numeri che fanno di queste Paralimpiadi una delle più importanti di sempre in termini di visibilità e di risalto dato dai media a un evento del genere”.
E per quanto riguarda l’Italia? Io ho provato a chiedere a chi ho incontrato in questi giorni, tra cui anche giornalisti sportivi della mia città, e la risposta è stata che hanno visto poco o nulla. Del resto io stesso, da appassionato e dotato di satellite a casa, sono riuscito a vedere poco, sicuramente anche a causa dell’orario scomodo delle dirette! Ho notato ancora una grande indifferenza. Ogni giorno su RaiDue alle 9.30 c’è stato uno speciale di una mezz’ora, poi dalle 10.30 alle 14.30 ci sono state quattro ore di dirette su RaiSportPiù (digitale terrestre) e RaiSportSat (satellite), dove Lorenzo Roata è stato un ottimo cronista dell’evento paralimpico, dimostrando la competenza che ha acquisito in questi anni sullo sport disabili coadiuvato dal bravo e esperto Claudio Arrigoni; prezioso è stato anche il contributo tecnico dei commentatori che la Rai ha assoldato tra le fila dei tecnici del Comitato Italiano Paralimpico. Il sito web della Rai ha trasmesso le dirette in streaming. Eurosport aggiornava i risultati tramite le sue news, come pure Sky sulle medaglie italiane. Sui giornali non si è visto molto, qualche articolo sulla Gazzetta dello Sport, e pochi altri. Tutto questo è stato sicuramente insufficiente, naturalmente in quei giorni era ovviamente più importante parlare della ben più seguita, famosa e pagata nazionale di calcio, che per poco non è scivolata sulla “buccia di banana” Cipro, e del polso rotto di Gattuso, invece di dedicare qualche minuto alle Paralimpiadi. Naturalmente era colpa del mancato interesse da parte del pubblico, ma è un cane che si mangia la coda; come fa il pubblico a mostrare interesse per qualche cosa che non conosce e non può vedere? Come sottolineato dalla portacolori

Pechino 2008, un’Olimpiade giusta?

Di Giovanni Preiti

Pochi giorni fa, in uno dei tanti convegni al quale partecipo, sulla tematica dello sport per i disabili, mi sono trovato a dover difendere il valore di una Olimpiade. Infatti uno dei relatori, uno psicologo che si occupa di sport come mezzo per il recupero di persone con problemi mentali, dopo aver delineato lo scenario dei risultati raggiunti dallo sport in Italia e dopo il racconto dell’esperienza di uno dei nostri atleti paralimpici campione a Torino 2006, ha preso subito le distanze dicendo che il valore dello sport non veniva di certo tracciato da quelli che sono i comuni confini federali, politici e mediatici dello sport attuale che vedono in Pechino 2008 il prossimo grande traguardo. Come presidente, seppur solamente di un Comitato Provinciale Paralimpico, mi sono sentito di dover comunque difendere il significato puro dello sport e gli ho risposto che se eravamo seduti allo stesso tavolo e parlavamo insieme davanti a una platea, i nostri confini non potevano che essere condivisi. Gli ho ricordato che anche in passato c’eravamo già incontrati per giocare sullo stesso campo da calcio come avversari e ora eravamo lì per delinearli assieme quei confini. Inutile dire quanto siano importanti per noi le Paralimpiadi, come mezzo di promozione. Grazie a Torino 2006, alla nomina a Commissario Straordinario della Federcalcio del nostro presidente nazionale Luca Pancalli, e anche a uno spot televisivo di un noto istituto bancario del quale era protagonista Emanuele Pagnini, uno dei nostri atleti disabili della nazionale di sci, il CIP (Comitato Italiano Paralimpico) ha fatto un grande passo mediatico, rendendo visibile una dignità già conquistata dal punto di vista legislativo con la L. 189/2003. Questo ha significato la possibilità per tante persone disabili di conoscere l’opportunità sociale di fare sport. In realtà, so bene che lo scenario che si prospetta a meno di un anno da Pechino 2008 è terribile: un milione e mezzo di persone sfrattate nella città di Pechino per le costruzioni e la ristrutturazione della città olimpica, un intero quartiere storico che è stato raso al suolo e ricostruito come distretto commerciale per le Olimpiadi. Secondo il COHRE, Centre on Housing Rights and Evictions, ben 1.250.000 persone sono già state sfrattate a Pechino come risultato dello sviluppo urbano legato ai Giochi Olimpici. Almeno altre 250.000 persone saranno sfrattate nel prossimo anno per raggiungere un totale di 1.500.000 persone che avranno perso la loro abitazione a causa delle Olimpiadi. Di queste, più di 30.000 persone all’anno sono state gettate nella povertà a causa della demolizione delle loro case. Ad aggiungersi a questi numeri, il livello di violenza e repressione contro le vittime degli sfratti forzati è stato e rimane un problema. Lo studio del COHRE, evidenzia però come il fenomeno sia da associarsi più in generale alle grandi manifestazioni come i Giochi Olimpici: per le Olimpiadi di Seul del 1988, 720.000 persone furono allontanate con la forza dalle loro abitazioni e radunati in campi di raccolta. Ad Atlanta nel 1996, la ristrutturazione cittadina portò all’allontanamento di 30.000 poveri e alla demolizione di 2.000 appartamenti in case popolari così come per le Olimpiadi di Atene furono introdotte nuove leggi per rendere più facili le operazioni di esproprio e centinaia di Rom furono mandati via dai loro accampamenti. In Cina, il paese premiato per l’organizzazione dei giochi olimpici, simbolo della fratellanza e unione tra gli uomini, manca il riconoscimento dei fondamentali diritti dell’uomo, come la libertà di stampa, di opinione e ogni anno vengono eseguite centinaia, forse migliaia, di condanne a morte. Purtroppo, anche durante i giochi, il regime torturerà o ucciderà qualcuno, all’ombra di qualche carcere. Inoltre la Cina ha iniziato a costruire un’autostrada di 108 chilometri sul lato tibetano dell’Everest, per facilitare il percorso dei tedofori (la torcia percorrerà 137mila chilometri con 22mila tedofori attraverso i 5 continenti). Nonostante per questi lavori le preoccupazioni ambientali sono presenti, non è chiaro però se il progetto di costruzione della strada creerà complicazioni alla fragile natura della regione himalayana. La costruzione della grande opera (del costo di 19,7 milioni di dollari) dovrebbe essere ultimata nel giro di quattro mesi. Ciò permetterà ai tanti turisti, scalatori, operatori vari e giornalisti che accorreranno in massa sull’Everest, di portarsi dietro tutte le loro diavolerie tecnologiche, preludio di un grosso inquinamento nella zona allorché tutte le televisioni del mondo saliranno a queste altitudini per accertarsi che la torcia bruci. Tuttavia, tra le comunità montane dell’Himalaya, c’è chi teme che i grandi lavori sul Tibet proseguiranno anche dopo le Olimpiadi. Sembra difatti che il governo di Pechino abbia investito un fiume di denaro per “conquistare il Tibet”: entro il 2010 saranno spesi circa 10 miliardi di euro per 180 opere infrastrutturali; dal prolungamento della recentissima linea ferroviaria Pechino-Lhasa, capitale del Tibet, fino a Xigaze, seconda città tibetana, alla realizzazione di acquedotti, linee elettriche e linee telefoniche. In questo modo la maggior parte dei tibetani (in maggioranza dediti alla pastorizia) dovrebbe essere raggiunta dall’influenza del governo cinese e dalle trasmissioni televisive di Pechino. E come ciliegina sulla torta sarà messa a dura prova anche la salute degli atleti dalla disastrosa situazione ambientale di Pechino. L’aria di Pechino è ormai la peggiore al mondo, e i primi a farne le spese sono i pechinesi. Ma per gli atleti, i pochi giorni di permanenza saranno più che sufficienti a lasciar loro tracce indelebili dell’inquinamento della capitale cinese.
Di fronte a tutto questo verrebbe voglia a chiunque di boicottare un così grande crimine, ma credo che ormai sia troppo tardi. Io, nel mio piccolo, chiederò ai miei atleti paralimpici di rappresentare e di difendere non solo l’onore dell’Italia che con tanti sacrifici hanno meritato, ma di difendere di fronte a tutti l’onore dell’uomo, e della civiltà che ha raggiunto, senza dover mai più in futuro pagare un così caro prezzo

Uguali o diversi?

Di Giovanni Preiti

Questo è un interrogativo che da anni, come Progetto Calamaio, proponiamo agli studenti delle classi di tutta Italia. Durante gli incontri nelle classi facciamo ai ragazzi la seguente domanda: “Secondo voi Stefania (che è un animatore del Calamaio in carrozzina, per chi non la conoscesse) è diversa o uguale a voi?”. Questo quesito può essere facilmente traslato al mondo sportivo: gli atleti disabili sono uguali o diversi dagli atleti normodotati? In questi anni mi sono sempre battuto per fare in modo che i diritti degli atleti disabili fossero gli stessi di quelli dei normodotati, per far sì che le strutture siano accessibili a tutti, per cercare di creare la cultura dello sport per persone disabili. Ma dove siamo arrivati adesso? Sicuramente ci sono stati grandi miglioramenti, anche se siamo ancora lontani da una situazione ideale. In realtà non so bene neanche quale sia la situazione ideale; forse bisognerebbe che nelle scuole, nei centri sportivi, nei palazzetti, negli stadi, sulle piste da sci, ma anche nei giardini pubblici, ci fosse la reale possibilità di far praticare a tutti lo sport. La realtà è che lo sport non è uguale per tutti, e l’Italia è proprio l’esempio di questo: ci sono grandi differenze di interesse, di investimenti, di cultura all’interno del mondo dello sport italiano, basta fare un ragionamento sui numeri. Ad oggi il CONI, che è l’organo che ha la giurisdizione dello sport in Italia riconosce: 43 federazioni sportive, 17 discipline associate, 17 enti di promozione nazionali, un ente di promozione territoriale, 18 associazioni benemerite; sono affiliate al CONI oltre 65.000 società sportive e il numero di tesserati è superiore a 8 milioni. Di queste più di un terzo sono società di calcio, il resto va diviso per le restanti 42 federazioni, dentro queste c’è il CIP, Comitato Italiano Paralimpico, che nel 2006 contava 642 società affiliate; ora non conosco tutti i numeri dello sport in Italia, ma credo che il CIP si trovi nella stessa situazione, almeno per quello che riguarda i numeri, di altre federazioni e rientra quindi tra quelli identificati come sport minori. Bisogna quindi essere consapevoli che in Italia tutti gli sport sono diversi dal calcio e da pochi altri; è quindi impossibile solo pensare a una situazione di uguaglianza. Non verranno mai spesi milioni di euro per costruire stadi per persone disabili, o piste di pattinaggio, o campi da baseball, o da pallamano; l’importante è che per chi vuole praticare uno sport, ci sia la possibilità di farlo, anche se ha un deficit. Quello che credo di poter affermare con tranquillità, al di là di quanto la maggior parte delle persone possa immaginare, è che non ci sono grosse differenze tra atleti disabili e non disabili, questo nel bene e nel male; non sono solo luci quelle che brillano sugli atleti paralimpici, ad oggi non si sono riscontrati casi di doping tra i nostri atleti paralimpici e mi auguro che non ce ne siano mai, ma nelle altre nazioni non è così. Leggendo un’intervista sul sito delle recenti Paralimpiadi di Torino a Danilo Destro, vice-campione italiano di Curling, alla domanda su cosa pensa del doping risponde così: “Lo sport è competizione, le pressioni a cui sono sottoposti gli atleti sono crescenti e c’e’ chi, per ottenere risultati migliori e non essere tagliato fuori da un mondo sportivo sempre più esigente, si spinge oltre. Non mi sento di escludere che il doping possa riguardare anche il mondo Paralimpico”. Vi sono stati cinque casi di doping ad Atene, che hanno sporcato l’immagine di uno sport simbolo di una rinascita sociale, di vittorie sulle avversità della vita. Un controsenso della umanità e non soltanto agonistico, forse è un segno di uguaglianza, un tentativo di adeguarsi allo sport dei record e della ricerca delle prestazioni oltre ogni regola. Di una cosa sono certo: i “dopati” delle Paralimpiadi hanno un peso in più sulla coscienza, possono sentirsi uguali a quelli normali, purtroppo. Noi del Calamaio chiudiamo il gioco dell’uguale o diverso, cancellando la “o” e mettendo una “e”; sì gli sportivi disabili sono uguali e diversi dagli altri; quello che mi auguro è che siano uguali nel raggiungere, con il cuore, con il sudore e con il cervello ogni traguardo, e diversi come sono tra loro diversi tutti gli uomini.

10. Laboratorio ludico-sportivo Alberto Fazzioli

L’associazione Centro Documentazione Handicap di Bologna ha creato nel 2000 un laboratorio ludico-sportivo, intitolato alla memoria dell’amico e collega Alberto Fazzioli. Già presidente della società sportiva SP4R, Alberto è stato uno dei fondatori del calcio in carrozzina e, soprattutto nei primi anni di questa disciplina, ha contribuito a diffonderla contattando società sportive ed atleti, e successivamente promuovendola nelle scuole e utilizzandone le implicazioni educative attraverso le metodologie del Progetto Calamaio.
Le finalità ed i primi obiettivi di questo laboratorio di creatività sportiva:
-sempre di più, con creatività, la connessione tra handicap e gioco/sport, non solo da un punto di vista “tecnico” ma anche in ambito culturale
-svolgere un lavoro di ricerca per fornire consulenza a persone e ad enti (ad esempio alle scuole, ma anche alle federazioni o società sportive)
-rispetto alle possibilità per atleti diversabili di fare sport, dando suggerimenti su materiali, discipline, opportunità sportive promuovere le discipline sportive più innovative come gli sport integrati (calcio in carrozzina e calcio a 6)
-educare, soprattutto in ambito scolastico, alla piena comprensione delle attività ludico-sportive quali momenti imprescindibili per l’individuo nella propria formazione personale e nel confronto con gli altri  diventare col tempo una specie di “ausilioteca” sportiva, vestendo su misura, cucendo addosso all’atleta diversabile, come un vestito, una disciplina sportiva esplorare la possibilità di utilizzare lo sport come strumento formativo, soprattutto in relazione a progetti nei paesi in via di sviluppo dotarsi di una documentazione relativa alle tematiche in oggetto costruire una serie di rapporti locali, nazionali ed esteri con tutti i soggetti che condividano le finalità del laboratorio.

Per maggiori informazioni: Giovanni Preiti (presso redazione HP)

9. Sullo sfondo il cavallo

di Giovanni Preiti

In realtà il cavallo è il vero protagonista di questa storia; ed è proprio dove abitano i cavalli che questa mattina mi sono recato, ed esattamente al club “Parco dei cavalli – GESE”, appena fuori Bologna. Mi immaginavo una bella chiacchierata in ufficio con Roberto Flamini e magari dopo una passeggiata per il maneggio. Non è stato così…
Roberto mi aspettava al centro del capannone coperto, ed era nel bel mezzo di una lezione con Ledio, un ragazzino proprio niente male, alle prese con il salto di una crocetta ed evoluzioni al galoppo. Mi raccomando, non pensate che un maneggio sia un posto “fighetto”: la terra, e “non solo quella”, che si pesta non invita certo all’eleganza, ma bisogna badare di più alla praticità, quindi scarpe comode, abbigliamento adatto ed essere disposti a sporcarsi. Roberto, con la passione di sempre, inizia a parlare: l’Aiasport di Bologna è nata nel 1979, e da allora gestisce un servizio d’attività equestre per disabili con finalità riabilitative, socio-educative e sportive. Il centro Aiasport è frequentato da circa 170 utenti disabili e non, d’età compresa fra i 3 ed i 45 anni; il lavoro è svolto da una équipe multiprofessionale che comprende medico specialista, psicologo, terapista della riabilitazione, psicomotricista istruttore sportivo, istruttore d’equitazione ed educatore professionale.
Il lavoro interdisciplinare, svolto anche in collaborazione con gli operatori dei Servizi Socio-Sanitari pubblici e privati, permette una conoscenza ed un approccio al tempo stesso globale ed analitico, che consente di scegliere, nell’ambito delle possibili proposte legate al cavallo e al suo ambiente, quelle più significative per ciascuna persona. Secondo l’esperienza maturata nel corso degli anni, l’attività equestre può svolgere un ruolo significativo negli interventi a favore di persone disabili in età evolutiva ed adulta con difficoltà sul piano motorio, intellettivo ed affettivo-relazionale, ma anche di bambini e ragazzi che presentino condizioni di svantaggio sociale o situazioni di deprivazione affettiva o cognitiva che ne pregiudichino le possibilità evolutive. Può rappresentare inoltre una stimolante occasione di crescita per bambini delle scuole materne ed elementari, che desiderino avvicinarsi al mondo del cavallo.
Mentre Roberto mi parla, ci siamo spostati nell’immenso parco che circonda il maneggio a fare una passeggiata. Il cavallo che ha lavorato abbastanza con Ledio si merita un po’ di riposo.
“Ledio, perché ti piace andare a cavallo?”
“Perché è bello”.
“Ti piacciono i cavalli”?
“Sì!”
“Cosa ti piace”?
“Mi piace galoppare, saltare!”
Poche parole ma indicative. Non tutti i ragazzi sono in grado di fare quello che fa Ledio, ma tutti possono avvicinarsi a questi stupendi animali che esprimono forza, potenza. A volte basta starci sopra, gustare le sensazioni motorie date dal dondolio, per stare bene.
L’Aiasport si propone di mettere a disposizione della persona disabile e della sua famiglia le opportunità offerte dal cavallo e dal suo ambiente: ciò che è bello, sano e a contatto con la natura. L’interesse è rivolto all’individuo nella sua globalità, tenendo conto sia dei deficit imposti dalla patologia che delle potenzialità e delle risorse evolutive. In genere s’inizia a fare un lavoro sulle cosiddette regole del cavallo, in altre parole sul modo di mettersi in contatto con lui: come toccarlo, come farlo camminare, a cosa stare attenti (non passate mai dietro, non si sa mai), cosa gli dà fastidio, cosa gli piace; e poi s’inizia a fare dei piccoli tragitti, a prendere le redini, si studiano dei percorsi, dei giochi, fino a che uno non diventa bravo e allora inizia a fare salti, gare, come un vero e proprio cowboy!
Gli occhi di Roberto si illuminano: ed è proprio questo che i bambini aspirano a fare, delle gare! Ma in realtà le vere vittorie si hanno perché qui vengono fuori le loro difficoltà, i loro problemi. Non si pretende di superarli, ma certo qui si impara ad affrontarli. Come dice Roberto, sono aiutati dal fatto di trovarsi “muso a muso” con questi. Sì, il proprio muso contro quello del cavallo e non in senso figurato.
Le lezioni di solito durano 30-45 minuti con cadenza settimanale, singole o collettive, nell’ambito di progetti di tipo riabilitativo, socio-educativo o ludico-sportivo. Inoltre, da qualche anno viene fatta un’attività di turismo equestre per cavalieri disabili e non, escursioni e trekking a cavallo della durata di uno o più giorni, concorsi e scambi internazionali; questi servono soprattutto per l’aspetto educativo, qui c’è infatti l’occasione di conoscere meglio i ragazzi, di farli fraternizzare, e per questo si usa come mezzo il camper che è uno strumento forte d’aggregazione, oltre che comodo per viaggiare. Attualmente sono stati formati due gruppi: uno dei giovani (vale a dire fino ai venticinque anni) ed uno dei più piccoli fino ai dodici anni, oltre ad uno, che ormai è già indipendente, che svolge questo tipo d’attività.
L’équipe di lavoro prepara progetti di formazione al lavoro individuali, borse lavoro rivolte a persone con un deficit cognitivo o relazionale, nell’ambito delle attività di grooming (pulizia e preparazione dei cavalli, lavoro di selleria, pulizia box, ecc.). Qui si pratica anche attività agonistica per cavalieri disabili, concorsi equestri a livello regionale, nazionale e internazionale organizzati dalla FISD.
Mentre Roberto finisce di parlare mi accorgo quasi con stupore che siamo tornati al maneggio: le mie scarpe sono meno infangate del previsto, ho una bella sensazione addosso, e dopo esserci salutati, mentre mi rituffo in moto nel caos di Bologna, mi risuonano in testa le parole di Ledio: “Mi piace galoppare, saltare!”

Sede Legale:
Via Ferrara, 32
40139
BOLOGNA
Tel.0335\6583608 Fax 051\493236
E-MaiI: aiasport@iperbole.bologna.it

Sedi operative:
Club “Parco dei Cavalli GESE”
Via Jussi, 141
40068
loc. Pulce
San Lazzaro di Savena (BO)

Circolo Ippico The River Ranch
Via del Bosco
S.Salvatore di Casola
Pianoro (BO)

Circolo Ippico Valganzole
Via della Fornace, 3
Sasso Marconi (BO)

Per ricevere ulteriori informazioni si può contattare il Coordinatore AIASPORT:
Roberto Flamini tel. 0335 16583608

Olimpiadi di tutti i giorni

di Giovanni Preiti

Con questo numero di “HP-Accaparlante” nasce una nuova rubrica su sport e disabilità, dal titolo provocatorio “Sport agevoli”. Perché ho scelto questo titolo? Sapete, oggi si esaltano quelli che vengono chiamati sport estremi, molte volte vengono evidenziate prove di atleti che superano record incredibili, anche di atleti diversamente abili che superano limiti impossibili! Per curiosità sono andato a vedere sul vocabolario i sinonimi della parola estremo, trovando: difficoltoso, malagevole, faticoso, pesante, gravoso, laborioso, irto di ostacoli, problematico, arduo, complicato, oscuro, complesso, pericoloso, ecc. Tutte parole che spaventerebbero chiunque e che, di sicuro, non funzionerebbero come slogan per promuovere una qualsiasi attività. A questo punto, preso da una smania “dizionariesca”, non mi restava che vedere quali fossero i contrari della tanto temuta parola estremo e eccovi serviti: facile, semplice, leggero, lieve, risolvibile, comodo, agevole, calmo, piacevole, mite, abbordabile, benevolo, alla mano, possibile, realizzabile, ecc. Il più simpatico mi è sembrato agevole ed eccomi qui! Forse non tutti sanno che il 2004 è una data importante per lo sport: infatti il Parlamento Europeo e il consiglio dell’Unione Europea hanno stabilito, visto i valori educativi dello sport – come ad esempio il valore a forgiare l’identità delle persone – che le attività sportive hanno un valore pedagogico che contribuisce al rafforzamento della società civile. Perciò il 2004 è stato decretato come l’Anno Europeo dell’educazione attraverso lo sport, e non a caso è stato scelto quest’anno, perché si disputeranno anche le Olimpiadi in Europa, in Grecia.
Per molti atleti il 2004 è il traguardo che li porterà a affrontare la venticinquesima edizione delle Olimpiadi Moderne ad Atene, a più di 1500 anni da quel 393 d.C. quando l’imperatore Teodosio, su esplicita richiesta del vescovo di Milano, decise di sopprimerle, per tornare poi a risorgere proprio ad Atene nel 1896 grazie a Pierre Fredi de Coubertin.
A agosto, ormai in una moderna e trasformata Atene, si affronterà la massima espressione di quello che da tutti è universalmente riconosciuto con la parola sport. Di tutto ciò molto è già stato scritto e molto si scriverà, ma mi piacerebbe farvi pensare invece a qualcun altro. Sapete, mentre voi siete comodamente seduti a leggere il vostro “HP-Accaparlante” fresco di stampa, in questo preciso momento migliaia di persone, forse anche di più, delle quali mai nessuno sentirà parlare e che nessuno vedrà mai in TV, stanno praticando dello sport: ci avevate mai pensato? Persone basse, persone di colore, donne grasse, atleti acciaccati, vecchietti, bambini non udenti, ragazzi in carrozzina, il vostro commercialista, quel “rompiscatole” del terzo piano, vostra zia… stanno affrontando la loro piccola olimpiade di tutti i giorni, vincendo la loro battaglia, parlando l’unico linguaggio che non ha confini, restrizioni, limiti, che tutti possono comprendere, anche se molto diversi, difendendo quella bandiera a cinque anelli che è uguale per tutti. Ora, che mia zia seduta sulla sua cyclette da camera abbia qualcosa in comune con Shaquille O’Neal, stella strapagata e idolo del basket USA, e futuro protagonista del Dream Team a Atene, è proprio quello che rende unico il linguaggio dello sport.
Che persone alle quali i medici abbiano detto “Guardi lei non potrà mai più camminare” possano addirittura difendere i colori della propria nazione alla maratona che si svolgerà durante i giochi Paraolimpici di Atene, tutto questo è incredibile, ma incredibile è anche solo pensare che Matteo finalmente è riuscito a fare quel canestro che per lui così piccolino sembrava impossibile, che Margherita è riuscita a salire in groppa a Stella quel cavallo che tanto la spaventava, che finalmente Andrea è riuscito a entrare in acqua e non solo a bagnarsi i piedi… ma anche che Sara non ce l’ha fatta a finire quel giro di pista ma domani ci riproverà e forse alla fine riuscirà anche lei a vincere la sua piccola olimpiade. Oggi bambini e adulti si ritrovano all’interno delle palestre, nelle piscine, nelle scuole a affrontare le loro grandi sfide ricordandoci che il mondo, almeno in qualche luogo, va nel verso giusto.

Specialmente allenatori

Di Giovanni Preiti

Secondo voi quali sono le difficoltà che s’incontrano allenando a una disciplina sportiva una persona disabile o un gruppo di disabili? Questa è una domanda che faccio nei corsi di formazione per diventare istruttori di attività sportive per disabili. Ecco le risposte che mi vengono date: rapporti con i genitori, conoscenza tecnica approfondita della disciplina, conoscenza degli attrezzi e ausili per praticare la disciplina, disponibilità di manuali tecnici, ruolo di educatore-istruttore e problematiche connesse, conoscenza dei singoli atleti e delle loro problematiche e quindi dei loro limiti psico-fisici, allenare contemporaneamente atleti con caratteristiche diverse sia fisiche sia psicologiche, rapporti con i genitori (questo lo scrivo due volte perché è un problema molto grande, che vale doppio, dato l’importante legame dovuto alla situazione di bisogno), problemi di organizzazione dell’attività, trovare collaboratori e strutture adatte, stimolare e motivare gli atleti, organizzare attività con altri gruppi, ecc. Dopo aver scritto questo elenco su una lavagna chiedo invece quali siano le difficoltà nell’allenare un gruppo “normale” e, sorpresa delle sorprese, l’elenco delle difficoltà è molto simile al primo. Questo non vuol dire che sia proprio tutto uguale, sicuramente alcune difficoltà nel caso delle persone con deficit sono amplificate e le conoscenze devono essere maggiormente approfondite (e trovare dei manuali documentativi in proposito è veramente molto più difficile visto che in Italia ce ne sono pochissimi!).
Attualmente esistono innumerevoli realtà che si occupano di formazione: Associazioni, Enti di promozione, Federazioni, Università; capire quali siano quelli più attendibili, più qualificati e più utili non è semplice.
Con la legge 15 luglio 2003 relativa alla costituzione del Comitato Italiano Paralimpico, il C.I.P. diventa l’unico organo di riferimento a livello nazionale: secondo l’art. 2, comma h, del suo statuto (“Compiti, funzioni e finalità del C.I.P.”) il C.I.P. coordina e gestisce l’attività di formazione e aggiornamento dei quadri tecnici e dirigenziali e didattico-corsuale in generale per persone disabili, collaborando specificatamente in tal senso con gli uffici e strutture del C.O.N.I. competenti, con il M.I.U.R. (Ministero dell’Istruzione, Università, Ricerca), gli I.U.S.M. (Istituto Universitario di Scienze Motorie) e le Università.
In verità non è così semplice, ancora siamo lontani da questo, perché attualmente sono poche le realtà dove l’organizzazione formativa ha radici ben salde. Spesso la formazione su attività sportive per disabili è affidata alla volontà degli istruttori di acquisirla. Questi ultimi non provengono certamente dalle facoltà di scienze motorie, mentre più facilmente possono essere amici, obiettori di coscienza, volontari delle Associazioni, istruttori di altre discipline che vengono per caso a contatto con gruppi sportivi o atleti disabili, che magari frequentano lo stesso impianto sportivo e che si allenano l’ora dopo, oppure atleti che a fine carriera diventano tecnici.
Con questo non voglio dire che non ci siano allenatori formati in modo giusto o incapaci, voglio solo dire che fino a oggi ha avuto più peso la volontà rispetto all’organizzazione.
Un buon allenatore deve proporzionare le difficoltà alle capacità dell’atleta, non annoiare mai, stimolare le attività cambiando gli esercizi, essere paziente, conoscere bene le persone con cui ha a che fare, ascoltare tutti e poi decidere da solo, insegnare ed educare attraverso lo sport, ma anche imparare dallo sport. Ricordarsi che dopo lo sport c’è la vita quotidiana, con le sue difficoltà, e un successo nello sport può favorire il superamento di un ostacolo quotidiano, senza scordarsi però che una delusione può fare l’inverso.
Oggi la televisione offre ai nostri atleti, e mi riferisco soprattutto a quelli più giovani, un’immagine carismatica del campione da imitare, che lo porta a identificarsi in lui, allontanandolo dalle problematiche della sua realtà: l’allenatore deve essere lì a “riportarlo sulla terra”.
Questi sono discorsi che valgono per qualsiasi istruttore, sia per disabili che per normali;è per questo che vorrei che non si pensasse a un allenatore speciale, a uno che debba conoscere cose “marziane” per avere a che fare con quelli lì, a corsi speciali da sostenere per stare in palestra o in piscina, o sul prato o sulla pista da sci con quei ragazzi speciali, ma a qualcuno con le giuste conoscenze per fare le cose normalmente come fanno tutti; diverse perché le attività sono diverse (come se un istruttore di ping pong volesse insegnare ai ragazzi ad andare a cavallo).
Mi ricordo che parecchi anni fa, quando ero molto giovane e già allenavo un gruppo di ragazzi in carrozzina, e i miei colleghi mi dicevano: “Ma come fai? Sei bravissimo!”, e io rispondevo che facevo esattamente come loro, ed era veramente così. Non bisogna essere degli sprovveduti, naturalmente, per seguire queste attività, ed è sicuramente importante formarsi a educare con lo sport. Così come è bene che nessuno s’improvvisi allenatore, ma non bisogna pensare che nel caso dei disabili sia più difficile prendere una decisione, o aver paura che questa sia sbagliata; può capitare e comunque nell’incertezza la regola del buon senso è sempre quella più giusta.
Lo sport è un modo positivo per migliorare la nostra vita, e oggi è soprattutto in mano alla televisione e ai giornali, ma per fortuna è anche in mano a coloro che ce lo insegnano. Fatene un buon uso.

Lo sport della mente

A cura di Giovanni Preiti

Lucio Klobas
Fuori gioco – Sport, Controsport, Supersport
Bologna, Il Mulino, 1997
34 capitoli, ognuno dedicato ironicamente a sport più o meno reali, dalla pesca al salto con l’asta, dallo sci alla corsa delle tartarughe, passando per la corrida e il rugby, con un unico obiettivo: demistificare lo sport.
Tratto da “Rugby”: Di solito quando un giocatore di rugby smette di giocare non volontariamente, possiede un testicolo in meno, è storpio ed è privo di denti, vaneggia tutto il giorno (dà i numeri), di notte non prende sonno se non ingerendo potenti sedativi. È noto che il rugby è uno sport impietoso, praticato da gente dura che ama le emozioni forti e che non disdegna le peggiori scorrettezze pur di annientare fisicamente l’avversario. Infatti i risultati si vedono. Come tutti sanno, lo scopo ultimo del gioco è quello di raggiungere la meta per segnare un punto a favore. Ci si sposta da un campo all’altro del terreno su un mare di feriti più o meno gravi (qui nessuno finge).
Tratto da “Corsa delle tartarughe”: La corsa delle tartarughe è uno sport lento che si svolge al rallentatore e che richiede tempo e pazienza, a volte passano anni prima che si veda qualche risultato concreto. Le tartarughe si presentano sulla linea di partenza con due o tre ore di ritardo (non portano neppure l’orologio di plastica al polso), poi si devono riscaldare i muscoli per altre tre o quattro ore e, successivamente, saggiare il terreno di gara su cui esprimono giudizi contrastanti, così se ne va la giornata.

Pippo Russo
Sport e società
Roma, Carocci, 2004
Piccolo manuale di sociologia che intende individuare i tratti caratteristici dello sport come fenomeno sociale. L’autore scorre lo sviluppo dello sport parallelamente al mutamento socio-culturale, dalla fondazione del movimento olimpico moderno allo sport post-moderno, tra globalizzazione e mass-media. A proposito di mass-media, interessante come la televisione addirittura abbia influenzato i regolamenti per far concludere le gare entro tempi prevedibili e quindi sport come il tennis e la pallavolo abbiano introdotto nuovi sistemi come il tie-break e il rally point system per garantire gare di una lunghezza che non influenzi il palinsesto. 

Raffaele Tedesco
La psicofisicità nell’età evolutiva – Psicologia dello sport giovanile
Milano, Guerini Scientifica, 2002
È un manuale che aiuta la mediazione tra l’istruttore, l’allievo e la famiglia, in particolar modo a coloro che seguono il giovane atleta durante le tappe dello sviluppo, e che vuole aiutare a comprendere meglio da parte degli adulti il difficile mondo dei ragazzi e dei fanciulli. Il libro segue parallelamente i mutamenti di psicologia evolutiva correlati all’età e all’attività sportiva. Vuole essere un aiuto nell’approccio psicologico, in tutte le possibili situazioni di difficoltà si incontrino nella crescita dell’atleta bambino-ragazzo, e delle innumerevoli difficoltà della personalità che si incrociano lungo il cammino della vita sportiva.

Vinicio Ongini
Fiabe di sport
Milano, Mondadori, 2000
Sei storie, sei eroi, sei leggende dello sport mitizzate e raccontate in mondi immaginari e fiabeschi. La bici di Coppi viene rubata dai fratelli De Sica, famosi ladri di biciclette; Alberto Braglia stuntman per il cinema; Dorando Pietri corre accanto a un indiano del Canada altissimo e ossuto di nome Tom e a un cecoslovacco dai capelli rossi di nome Emil, e a un africano di nome Abebe che correva a piedi nudi; mentre il bambino Dieguito fa centomila palleggi tra le “cipolline”, il piccolo Boniek sogna di fare il cavallo; il giovane Platinì che con il pallone sapeva fare di tutto, lo usava perfino per predire il futuro. E nella parte finale tre risposte a tre fanciulleschi “perché” sportivi: Perché le scarpe dei calciatori hanno i tacchetti? Perché le Olimpiadi si fanno ogni quattro anni? Perché la bicicletta si chiama bicicletta?

Giovanni Giordano Lanza, Raffaele Pallotta d’Acquapendente, Fabrizio Stoecklin, Domenico Tafuri
Splash! Acqua, sport e salute
Napoli, L’isola dei ragazzi, 1999
Conoscere gli aspetti basilari dell’attività fisica è fondamentale per affrontare correttamente lo sport. È per questo che bisogna essere informati, per essere in…forma; sapere quali sono i dieci motivi per fare sport e che lo sport è vita, l’importanza dell’alimentazione e dell’igiene. Tutto questo lo potrete trovare in questo libro che affronta gli sport in acqua, in modo semplice con disegni accattivanti, di facile comprensione anche ai bambini più piccoli, come in uno splash!

Pietro Trabucchi
Ripensare lo sport – Come (e perché) utilizzare lo sport per sviluppare le potenzialità di ogni persona
Milano, FrancoAngeli, 2003
– Lo sport è il reparto giocattoli della vita umana. – I vincitori non sanno quello che si perdono. –
“Hai mai provato a chiedere alle ragazzine se si divertivano?”. “Certo. Mi rispondevano: se vinco la mamma è contenta”. – Alle Olimpiadi del ’92 a Barcellona, durante il match tra l’americano Tarver e un russo, venne notato il tifo furioso di una spettatrice a bordo ring. Era la madre di Tarver. Indossava una t-shirt con la scritta: “E’ mio figlio!”. – In fin dei conti, quello che so con maggior certezza sulla morale e sugli obblighi degli uomini, lo devo allo sport. – Trovo che la televisione sia molto educativa. Ogni volta che qualcuno l’accende vado in un’altra stanza a leggere un libro. –
Sono alcune citazioni che si trovano all’interno di questo libro divertente, coltissimo e provocatorio. All’interno la risposta ad alcune fondamentali domande come: a cosa serve veramente lo sport? E perché non lo utilizzano meglio tutti? Lo sport amatoriale e quello giovanile non è più un modo di divertirsi e crescere, ma una copia del modello dello sport professionistico con tutti i suoi lati negativi. 

Gianmario Missaglia
Green sport – Un altro sport è possibile
Molfetta (BA), Edizioni La Meridiana, 2002
Il manuale dello sport nuovo e liberatorio, allegro. Dalla prefazione di Gianni Mura: Se non sappiamo più giocare, non sappiamo più fare sul serio. Troppe incrostazioni ci appesantiscono le giunture. Anche lo sport, la grande valvola di scarico, l’evasione possibile, sta diventando una prigione (pur dotata di molti agi). Chi insegna a correre non sempre insegna a rallentare. È contro questo “fast” che Missaglia addita il “green”.
Exit e Voice sono le due modalità con cui si può affrontare una contraddizione che ti coinvolge. Green-sport non è soltanto Exit, la scelta di piantare la propria tenda in un altro orizzonte, di fronte all’inospitalità dello sport: Green-sport è anche Voice, far sentire le ragioni di una nuova identità delle pratiche motorie, fisiche e sportive. Battersi. È la riscoperta della lentezza e della passività contro la logica della velocità e del protagonismo. È la fatica il centro dell’esperienza: il rapporto con uno stato che normalmente tentiamo di evitare. C’è un unico modo di convivere con la fatica: accettarla. Camminare nella natura ha un fine che sembra in contraddizione con il senso stesso dell’esplorazione e dell’orientamento: quello di perdersi. Perdersi come aspetto fertile e positivo dello spaesamento. 

Giuseppe Tondelli
Giocare per sport – Proposte di attività ludico-motorie presportive per ragazzi dai nove ai tredici anni
Milano, Paoline Editoriale Libri, 2002
Partendo dal fatto che si può educare attraverso lo sport e i momenti di gioco, l’autore, forte di una pluriennale esperienza in ambito scolastico e sportivo, propone giochi di semplice attuazione e ne analizza i risvolti didattici. L’attività ludico-motoria può essere così occasione di crescita per un ragazzo insieme ai suoi coetanei, e suscitare in chi la promuove nuova consapevolezza circa la responsabilità educativa che il gioco e lo sport richiedono. 133 giochi da sviluppare tra cortili, palestre e campetti di periferia.

Donatella Spinelli
Psicologia dello sport e del movimento umano
Bologna, Zanichelli, 2002
Ci sono dimensioni della personalità che differenziano gli atleti dai non atleti? Quali sono gli elementi che motivano alla riuscita e al raggiungimento dell’eccellenza? In che modo il cervello di una persona “notoriamente” esperta si differenzia da quello di una persona inesperta? È vero che l’esercizio fisico migliora il benessere della mente, e con quali meccanismi? Queste sono alcune delle domande cui il libro cerca di rispondere. Nella prima parte sono descritti i processi mentali e i meccanismi cerebrali che guidano l’azione, in che modo le informazioni sul mondo regolano il comportamento motorio e come funziona la parte del cervello dedicata all’azione. Nella seconda parte si discute di personalità, motivazioni ed emozioni riferite all’ambito sportivo; inoltre, nei due capitoli dedicati a temi di psicologia sociale, si chiariscono comportamenti presenti in ambito sportivo come le dinamiche interne a una squadra, la leadership e il persistente maschilismo che caratterizza molti ambienti sportivi. La terza parte è dedicata alla nozione di “benessere mentale”, che segue all’esercizio fisico. Infine si discute del “malessere”, che talvolta può associarsi all’attività sportiva come nel caso del doping o dei disturbi dell’alimentazione. La quarta e ultima parte, scritta da psicologi impegnati con atleti d’elite, descrive tecni­che di preparazione mentale finalizzate a migliorare e mantenere ad alto livello la pre­stazione sportiva.

Fabrizio Macchi, Pietro Cabras
Io non mi fermo
Milano, Libreria dello Sport, 2003
Se non fossi io Fabrizio Macchi, va­resino, 33 anni, una testa tutta partico­lare, un carattere tutto particolare, una gamba tutta particolare, questo libro me lo leggerei tutto d’un fiato. Se questa non fosse la mia storia e se non la conoscessi fin troppo bene, mi stupirei ogni volta a rivedere tutto ciò che mi è successo negli ultimi vent’anni. Dal giorno in cui andai tredicenne al pronto soccorso, fino alla mat­tina di tre anni più tardi quando uscii dall’ospedale con una vita totalmente stravolta, da ridisegnare, da reinventare. Se non fossi cosciente della mia asso­luta incapacità di accontentarmi della mia esistenza, se non sapessi di essere terribilmente attratto dalle sfide più complicate e quasi assurde, mi sorpren­derei a rivedere ciò che ho combinato negli ultimi diciassette anni nel campo dello sport, da quella mattina in cui tor­nai a casa, a Varese. Se non fossi io, il protagonista della storia, probabilmente direi che questo Fabrizio Macchi è totalmente fuori di testa, che magari si è inventato tutto, che certe cose non si possono fare, non sono umane, non sono possibili, che certi dolori non si possono sopportare, che certe idee non dovrebbero nemme­no balenargli nella mente. E magari gli direi anche: ma chi sei, ma come ti per­metti, ma come puoi pensare di scalfire in sella a una bicicletta pregiudizi antichi, secoli di deformazioni mentali, profonde lacune legislative e culturali? Se non raccontassi me stesso, insom­ma, non crederei a una virgola di questo.

Svjetlan Junakovic
Faccio Sport
Zurigo, Bohem Press, 1999
Uno zoo alquanto pazzo, in cui ciò che appare non è, e quello che veramente accade sembra tutt’altro. Un’ anatra alle prese con il ping-pong, un pesce spada usato a mo’ di freccia, una giraffa cestista, un criceto agli anelli, un ippopotamo invalicabile portiere di calcio, un topolino golfista, un elefante sui patti nell’hockey, un delfino nuotatore, un ragno alle prese con la rete da pallavolo, una rana che fa salto in alto e infine un castoro tennista.

Antonio Maone
Bambini in movimento – Il gioco e lo sport con una palla diversa da tutte le altre
Casale Monferrato (AL), Edizioni Sonda, 2004
La teologa tedesca Dorothee Sölle alla domanda “Come spiegherebbe a un bambino che cos’è la felicità?”, rispose: “Non glielo spiegherei. Gli darei un pallone per farlo giocare”. È proprio il movimento che ci apre la mente, ci rende curiosi e ci aiuta a esprimere liberamente un pensiero, costringendoci quasi a guardare il mondo da un’altra angolazione. Nella realtà di oggi dove il gioco dei bambini spesso viene relegato nel seducente immobilismo del mondo vir­tuale, dei giocattoli industriali da “consumare” secondo le loro regole, una palla è uno strumento straordina­rio per creare nuove forme di movi­mento, per aiutare a correggere il por­tamento e per sviluppare armonica­mente il corpo. 

Alberto e Paola Pellai
Giocare con lo sport – La guida per crescere con lo sport
Milano, Franco Angeli, 1998
Avvicinare il bambino allo sport fin da piccolo è un investimento sulla sua crescita sana e corretta di adulto. Oggi sono tanti i messaggi pericolosi provenienti dal mondo esterno, ecco perché è importante che i genitori sappiano individuare e riconoscere rischi e pericoli. II primo concetto di sport deve essere quello di gioco e socialità, il bambino va stimolato ma non sottoposto a pressioni e fanatismi. In questa guida ci sono tanti consigli utili per prendere per mano il bambino e spingerlo a una pratica sportiva corretta. Nella scelta dell’attività più idonea sarete aiutati dalle testimonianze e dai suggerimenti di tanti campioni come Alberto Tomba, Andrea Meneghin, Filippo Inzaghi, Andrea Lucchetta, Ylenia Scapin, Ivan Gotti, Emiliano Brembilla, Jury Chechi, Giovanna Trillini, Renzo Furlan, Roberta Brunet, Jerry Smit ed Enrico Chieffi.

Mario Pescante, Piero Mei
Le antiche Olimpiadi – Il grande sport nel mondo classico
Milano, Rcs Libri, 2003
Il primo olimpionico fu Corebo: era il 776 a.C. ed è questa la data riconosciuta come quella dell’inizio delle Olimpiadi; l’ultimo di cui si conosca il nome è l’armeno Varazdat, nel 369 d.C.; ma dopo di lui i Giochi conti­nuarono ancora fino all’editto di Teodosio, imperatore romano e cristiano, che nel 392 d.C. proibì ogni manifestazione legata all’an­tico paganesimo. Le Olimpiadi del 393 d.C. non si tennero. Né si tennero più fino alla fine dell’Ottocento: fu nel 1896, con i primi Giochi moderni, ad Atene, un ritorno alle origini, e grazie al barone Pierre de Coubertin ricominciò la storia, un’altra sto­ria: ma davvero un’altra? In questo libro Mario Pescante e Piero Mei ripercorrono la vicenda più che millenaria di Olimpia e dei suoi Giochi. Cosa era lo sport prima; cosa fu e cosa rappresentò, nella valle dell’Alfeo ma anche in tutta la Grecia antica, dove si guerreggiava quasi quotidiana­mente ma si rispettava, salvo rare eccezioni, la “tregua olimpica”; le leggende intorno alle origini dei Giochi; il programma dell’evento, da “un gior­no-una corsa”, all’arrivo di discipline sportive come la lotta, il pugilato, il terribile pancra­zio, le corse ippiche, le corse con le armi; la storia della decadenza, l’indifferenza dei Romani; Nerone e le sue vittorie, il doping, le donne, i trucchi, il professionismo, il tifo, i campioni, i poeti che li cantarono.

Giacomo Viccaro
Qualità della vita e sport per tutti
Pisa, Edizioni E.T.S., 2003
Per quanto possa apparire paradossale, i nostri modelli culturali sono in conflitto permanente con le nostre aspirazioni: ognuno di noi vive infatti in un mondo di inafferrabili contraddizioni che noi stessi abbiamo contribuito a costruire. Il livello alto di stress che dobbiamo fronteggiare ogni giorno ne è una testimonianza palmare e in qualche modo un’attendibile cartina di tornasole. Lo sport, come modalità attiva e creativa del tempo libero, può essere un modo positivo per migliorare la nostra vita e per rendere più lieve la nostra giornata. Questo libro presenta scenari non consueti di riflessione, sottolineando al tempo stesso il ruolo significativo dell’educazione e delle istituzioni del territorio.

Antonio Ambrosone
Il pianeta bambino – Suggerimenti sull’avviamento allo sport
Firenze, L’Autore Libri, 2004
Divisi tra scuola e televisione, i nostri bambini si muovono sempre meno. Ma essere genitori responsabili significa soprattutto dare ai figli la possibilità di crescere sani, avviandoli a un adeguato programma di attività fisica capace di esercitare benefiche influenze anche sulla psiche.
In questo libro troverete brevi nozioni generali sullo sviluppo psicofisico dei bambini, suggerimenti nutrizionali, tecniche sportive per aiutare il corpo a formarsi correttamente, proposte di “giochi” ginnici ben esemplificati con disegni esplicativi. Un primo, facile approccio al mondo dello sport, un ottimo strumento di consultazione per genitori e insegnanti.

Il giorno dei giorni

di Giovanni Preiti

Quel giorno tanto atteso finalmente è arrivato. Il giorno dei giorni, per tutto il movimento degli “altri sportivi” è stato il 10 marzo 2006, quando la freccia scoccata dalla campionessa olimpica Paola Fantato, nello Stadio Olimpico di Torino, ha infranto il gigantesco muro dando inizio alla cerimonia d’apertura dei IX Giochi Paralimpici Invernali. Io, come molti altri italiani, non sono riuscito ad andare a Torino e tutto quello che ho vissuto di questa Olimpiade l’ho percepito da casa o qualche tempo dopo, dai racconti di quelli che c’erano stati da spettatori o protagonisti. Inutile dire che questi giochi hanno rappresentato una svolta: adesso posso parlare a chiunque di un atleta disabile senza rischiare di  non essere compreso, o rischiare di vedere qualcuno perplesso nel riconoscere la stessa importanza di un altro campione. La prova di tutto questo l’ho avuta la scorsa settimana: mi trovavo in una scuola dell’Appennino bolognese, durante un incontro del Progetto Calamaio: avevo di fronte un gruppo di ragazzi di prima media, e come spesso ci capita, ci ritroviamo a parlare di sport, di quello che praticano loro e di quello fatto da noi; di solito lo stupore dei ragazzi è quando scoprono che anche un ragazzo disabile, che magari fa fatica a muovere un muscolo può praticare sport come loro; stavolta invece lo stupore è stato nostro nel vedere che, grazie alle Paralimpiadi, qualcuno di loro conosceva già tutte queste cose. Parecchie sono state le vittorie, soprattutto quelle dell’organizzazione che dopo dei magnifici Giochi Olimpici ha messo in piedi una magnifica edizione dei giochi Paralimpici. Una delle passate sere ho avuto la fortuna di dividere la tavola con gli atleti italiani, vera sorpresa di questa edizione, e cioè la milanese Silvia Parente che ha conquistato ben quattro medaglie tra cui una d’oro, nella categoria Blind (non vedenti) in ciascuna disciplina dello sci alpino (libera, gigante, slalom speciale e supergigante) e la sua guida e mio concittadino bolognese Lorenzo Migliari. Ero ansioso di conoscere da loro le emozioni di chi aveva vissuto questo evento da protagonista. Dello loro parole mi hanno colpito soprattutto la descrizione delle emozioni che loro sentivano nella gente che li circondava, nello spirito del villaggio olimpico, nell’incontro con gli altri atleti avversari delle altre nazioni o atleti dei Giochi Olimpici, con i quali dividevano i campi d’allenamento. Devo dire che quelle loro parole erano una piacevole conferma di quello che avevo percepito anche io a casa, dalla tv, nelle trasmissioni che avevano anticipato e accompagnato i giochi. Vi cito un esempio: in una trasmissione di approfondimento, proprio in chiusura dei Giochi Olimpici, dove si tiravano le somme di una Olimpiade negativa per il nostro sci alpino, in un commento del nostro attuale più celebrato atleta dello sci, Giorgio Rocca, si sentì dire: “Speriamo che gli atleti paralimpici risollevino l’onore della  nostra disciplina, che noi non siamo riusciti a difendere!”. Sicuramente io ero uno spettatore favorito, visto che ormai da molti anni mi occupo di sport e disabilità, però credo che a tutti sia stato chiaro che per Rocca i colleghi paralimpici erano compagni di nazionale come lui, avevano diviso i campi di gara e allenamento, le responsabilità e la gloria. E grazie a quell’augurio di Rocca è stato proprio lo sci alpino a conquistare le otto medaglie che hanno portato l’Italia sul nono gradino paralimpico migliorando il dodicesimo posto della precedente edizione di Salt Lake City del 2002. Cos’altro ricordare di questa Paralimpiade? Sempre dal racconto di Lorenzo Migliari: l’urlo ITALIA dei trentamila dello Stadio Olimpico, all’ingresso della nostra nazionale durante la sfilata della cerimonia d’apertura, la fredda Torino trasformata per alcune settimane in un caloroso centro del mondo, gli spalti gremiti dai bambini delle scuole Italiane (più di 25.000) che hanno assistito ai giochi, il fragore dei tifosi nello stadio del ghiaccio, nell’accogliere il primo, degli unici due goal segnati, dalla nostra nazionale di Ice Sledge Hockey al debutto in una Paralimpiade (pensate avevano iniziato ad allenarsi assieme solo da 5 mesi!) e quei cinque centimetri quadrati conquistati al calcio, nella Gazzetta dello Sport del lunedì, che raccontavano l’oro paralimpico di Silvia e Lorenzo nel Gigante. Naturalmente c’è stato anche qualcosa che non ha funzionato e penso soprattutto al comportamento dei media, una cerimonia d’apertura interrotta a pochi minuti dalla fine, da Rai Due, per trasmettere dei cartoni animati, l’acquisto della Rai dei diritti televisivi, poi venduti non avendo nessuna diretta di gare sulla Rai e solo una breve trasmissione giornaliera in orario improponibile e anche il fatto che Mediaset non abbia dato nessuna notizia sulle nostre medaglie!
Insomma tante luci e qualche ombra.
“Che siamo dentro
il Giorno dei Giorni
… fatto per vivere…
il Giorno dei Giorni
… tutto da fare e niente da perdere….
… senza più limite…
il Giorno dei Giorni
… attimi e secoli, lacrime e brividi…”
Citando Luciano Ligabue che ha accompagnato con la sua canzone la cerimonia d’apertura.
Grazie Torino, ora è tutto nelle nostre mani.

Una giornata speciale

di Giovanni Preiti

Vi confesso che ero un po’ scettico, quando in maggio mi hanno chiesto di organizzare per venerdì 13 ottobre, la Prima giornata paralimpica Nazionale, e ora vi spiego il perché. Innanzitutto il giorno, un venerdì, una giornata lavorativa, nella mattinata, quando i bolognesi, oltre che dalla routine del lavoro, sono attratti dal mercato della Montagnola. In più mi chiedevo: come possiamo far venire i nostri atleti, se anche loro sono impegnati a scuola o al lavoro? Ci avevano chiesto di fare le dimostrazioni sportive nelle piazze principali, visto che lo scopo principale era la visibilità, e pensavo quanto fosse complicato ottenere Piazza Maggiore da parte dell’Intendenza dei Beni Culturali, per sistemare tutte le nostre attrezzature. E poi c’era l’incognita del tempo, il 13 ottobre poteva già essere pieno inverno e la pioggia avrebbe spento tutta la nostra passione sportiva, relegandoci in qualche struttura periferica, dentro un palazzetto. Questa iniziativa fa parte di un programma nazionale, che comprende altre sei città italiane: Roma, Torino, Palermo, Bari, Assisi e Padova, nell’ambito di un progetto più ampio dal nome “Il cuore che illumina lo sport”, una collaborazione tra CIP (Comitato Italiano Paralimpico) e l’associazione Enel Cuore Onlus. Visto che la manifestazione si svolgeva nella mattina di venerdì, sarebbe stato fondamentale la partecipazione delle scuole bolognesi, e visto che l’organizzazione era a carattere regionale, di tutte le scuole dell’Emilia Romagna. Bocciata l’idea di svolgere le gare in Piazza Maggiore, una persona dell’organizzazione mi ha suggerito di fare comunque un corteo in sfilata dalla Piazza con i nostri atleti e gli alunni delle scuole, per raggiungere i Giardini Margherita, luogo della manifestazione. Erano quasi le nove, quando mi sono affacciato sul “Crescentone”, accompagnato da un pulmino dell’Esercito, utilissimo partner della manifestazione, un timido sole incoraggiava la nostra manifestazione, si intravedevano le prime classi; ecco stava per iniziare una giornata speciale. I volontari della Protezione Civile distribuivano magliette con la scritta “Il cuore illumina lo sport”, e io iniziavo a pensare a come organizzare la sfilata che ci avrebbe condotto ai Giardini per l’inizio della manifestazione. Il nostro corteo vedeva gli atleti in testa, alcuni in carrozzina, altri indossavano già il proprio kimono, in mezzo a loro gli atleti professionisti della Zinella, con le loro tute arancione a guidarci, dietro le scuole con in testa lo striscione dell’ITC Salvemini di Casalecchio e dietro le altre scuole e poi gli altri. C’erano anche la RAI e i giornalisti, la Banda, i vigili in testa, tutti intorno si chiedevano cosa stava succedendo e io l’onore di far partire il corteo. Stavo attraversando le vie principali della mia città, non mi rendevo bene conto, ma le persone ci guardavano, ci ammiravano, non so se capivano bene chi eravamo e perché eravamo lì. Il sole diventava sempre più alto e più forte, il tempo mi sembrava fermo, era strano stare al centro della strada a volte fermo, per l’incedere lento del corteo, fermo dove di solito bisogna correre per evitare di essere travolto dalle macchine e Bologna lì testimone del nostro passaggio. Quando siamo arrivati ai Giardini il sole splendeva sui nostri campi di gara: il tatami per gli atleti del judo, la pedana della scherma, il circuito del tandem, il campo del tiro con l’arco e i campi da tennis, basket, pallavolo e hockey e le autorità ci aspettavano sul palco per dare il via ufficiale alla manifestazione. L’inno di Mameli ufficializzava l’inizio delle gare, ora era solo questione di fatica, sudore e divertimento, toccava ai nostri campioni e ai ragazzi delle scuole. Tutto è andato benissimo, è stata una grande festa e io forse per la prima volta ho sentito che eravamo sportivi come gli altri e con gli altri! Ecco cosa mi ha detto Fabrizio che ha partecipato con me a questa Prima Giornata Paralimpica:
“L’idea di invitare le scuole a questa prima giornata paralimpica è stata significativa da parte del CIP, perché la scuola può essere un serbatoio importante al quale attingere affinché sempre più ragazzi disabili si avvicinino alla pratica sportiva. Tra le varie discipline convenute alla manifestazione, era presente anche il wheelchair hockey (hockey su carrozzina elettrica) con alcuni atleti della squadra di Bologna, fra cui il sottoscritto, uno della squadra di Ancona e uno di Milano, che hanno dato vita a una esibizione mista tre contro tre. Il match, risultato molto combattuto ed equilibrato, è terminato con un pareggio: 4 a 4. Purtroppo, non essendo al completo né la squadra di Bologna né una squadra sfidante, non è stato possibile svolgere una regolare partita, che avrebbe previsto cinque giocatori per ogni formazione.
Le esibizioni dell’hockey e del basket in carrozzina si sono svolte nel Playground dei Giardini Margherita. La maggior parte del pubblico era composta dagli studenti di alcune scuole medie inferiori e superiori di Bologna, che hanno attivamente partecipato col loro tifo. È stato molto bello sia essere presente a questa manifestazione come uno dei protagonisti della dimostrazione di wheelchair hockey, che aver visto il pubblico partecipare con interesse ed entusiasmo a questa particolare iniziativa, dimostrando così un apprezzamento francamente inaspettato”.
Non sono riuscito a sentire tutti, ma molti sono rimasti contenti e ci saranno cose da migliorare, quello che so è che con questa giornata si è aggiunto qualcosa per essere nel mondo dello sport, che non siano solo i riflettori delle Paralimpiadi… la meta è sempre più vicina!