Questo mare ci agita nelle sue onde e chi sono ora io, si confonde.

Ma se solo il tuo sguardo s’incrocia col mio, dico sì, sono qui. Sono io.

(Bruno Tognolini)

Quanto detto finora entra con forza come un fiume nella cascata quando viene presa in carico la coppia madre/bambino. Tutto si fa evidente, la madre sa che starà nel setting e questo provoca in lei la possibilità di lasciare andare la sua idea di figlio per fare i conti con ciò che lui realmente è. Quando madre e bambino entrano nella stanza dell’arte terapia, la complessità della doppia presenza si fa subito pregnante. In genere conviene partire da un tema che, nella mente del terapeuta e nell’attesa dell’ora a disposizione, si fa largo scaturendo dal motivo dell’invio o da quanto trattato nel corso della seduta precedente. Ma questo non può apparire didascalico altrimenti le difese emergono velocemente, strutturate dal rapporto complesso preso in carico. È la narrazione che ci viene in aiuto, “C’era una volta…” è la frase che in molti casi risolve la prima seduta, il momento in cui è necessario sciogliersi e collaborare, trovare una strada comune madre-bambino-terapeuta in cui gli uni si possano affidare agli altri tramite l’arte. Nel caso Fratelli: Una chioccia, tre pulcini questo inizio narrativo ha risolto momenti di stasi dovuti all’assenza di parole e di immagini di fronte al trauma del figlio/fratellino perduto.

“In molti casi i bambini sono capaci di comunicare i loro […] sintomi più efficacemente attraverso i loro disegni piuttosto che con le parole” (20 pag. 237). A volte è stupefacente come essi siano in grado di usare lo spazio dell’arte terapia: accade che il bambino con quel tipo di contenimento possa mostrare certi suoi aspetti sani altrimenti non utilizzati, tanto che molti arte terapeuti utilizzano il disegno con i bambini come strumento terapeutico e non diagnostico (20 pag. 12). Ma anche per le madri, fin dall’inizio della gestazione e durante tutta l’attesa del figlio, l’arte terapia risulta particolarmente efficace poiché in questo modo esse sono stimolate a conoscere la propria parte bambina (13 pag. 166).

Nel setting madre/bambino va tenuto conto del fatto che i piccoli più degli adulti strutturano la seduta in modo personale, per cui ogni indicazione a priori può distogliere l’osservazione. Inoltre in alcuni casi la madre può essere sopraffatta dalla capacità che ha il figlio di sfruttare i materiali a disposizione per esprimersi, essendo lei più inibita in quanto adulta. 

Partendo da queste premesse si comprende quanto sia complesso standardizzare un setting in cui vivono più personaggi, più elaborati, dinamiche e rapporti intrecciati che, ampliando lo schema paziente-opera-terapeuta (9 pag. 40) creano infiniti intrecci che dobbiamo essere in grado di osservare e di accogliere.

Inizialmente nel prendere in carico la madre e il suo bambino il terapeuta può credere di seguire due singole persone. Immediatamente la complessità del setting rende evidente quanto questo non sia possibile, poiché utilizzando i metodi del setting singolo l’arte terapeuta è sopraffatto dagli eventi che deve osservare e annotare, e tanto di quelle due persone, in quel luogo e in quel tempo, è apparentemente perduto. 

Aiuta lo schema di Paola Luzzatto in cui è trattata la capacità che ha l’arte terapia di creare una comunicazione indiretta tra terapeuta e paziente tramite l’opera realizzata. 

Il setting madre/bambino non è un setting di gruppo, né un luogo-tempo in cui sono prese in carico due singole persone. Nel setting madre/bambino l’arte terapeuta ha in carico la relazione. Essa occupa uno spazio centrale che rende denso tutto ciò che accade. È come se vi fosse uno schema triangolare ai cui vertici esistono le tre persone, le quali però sono collegate attraverso uno spazio centrale di forte densità, una sorta di nucleo, rappresentato dalla relazione. Nel mezzo tra madre e bambino vive il lavoro, o i lavori, che non possono essere mai considerati singoli perché tutto è influenzato dalla presenza dell’altro. 

Il terapeuta osserva il lavoro ma tale osservazione è mediata dalla relazione. Essa, come una lente di ingrandimento, rende visibili elementi invisibili, donando al terapeuta il bandolo della matassa quando essa appare confusa e inestricabile. Così, nel setting madre/bambino, lo schema bidimensionale diviene tridimensionale: il nucleo centrale è una sfera e il triangolo diviene una piramide, al cui apice vive l’osservatore e alla cui base stanno i personaggi, elaborati e pazienti. La base della piramide è triangolare quando vi è una simbiosi e due lavori, oppure i due pazienti sono autonomi e realizzano un unico elaborato; è quadrata quando i quattro elementi vivono con relativa autonomia nella stanza dell’arte terapia.

Tutto ciò appare particolarmente evidente quando in periodi diversi accade di seguire la stessa mamma in gravidanza, poi con il bambino e poi senza di lui (vedi caso Perdita e malattia: La merla e l’uovo rotto). E questo rende anche molto chiaro che una coppia madre/bambino non può essere presa in carico tout court, ma solo in quei casi in cui il nodo sia la relazione e vi sia un’esigenza particolare che porta il terapeuta a dover comprendere dinamiche specifiche, o infine nei casi di simbiosi (vedi caso Spasmo affettivo: L’ultimo cavallino bianco). Così è semplice comprendere anche cosa osservare nel setting, come guardare gli elaborati, le interazioni, i movimenti dei due personaggi intorno alle loro opere e in compresenza con il terapeuta, anche perché poi, quando i due pazienti escono dal setting, gli elaborati artistici vanno osservati insieme, gli uni nascono dagli altri, il bambino e la mamma sono condizionati dalla presenza dell’altro, da cosa dice o da come guarda quello che sta facendo. Inoltre spesso vi sono momenti di collaborazione all’interno dello stesso lavoro, interazioni che stratificano l’opera e complicano la sua lettura.

Prendendo in carico la relazione diviene chiara l’osservazione delle ansie, dei contenuti emotivi che rischiano di sopraffare il bambino o la madre o entrambi, la percezione degli strumenti che il piccolo ha per gestirle e come i due cercano un equilibrio tra spazio personale e luogo condiviso. Infine è più immediata l’individuazione dell’aiuto, che non riguarda mai l’eliminazione di ansie o il superamento di traumi, ma la ricerca delle risorse già presenti in quelle due persone affinché possano emergere e rendere loro possibile fronteggiare l’ansia o convivere con e a volte perfino utilizzare l’evento traumatico potendolo finalmente condividere all’interno di un luogo protetto.

Anche nelle terapie con il singolo bambino spesso è lui a dare al terapeuta gli strumenti per essere compreso. Ed è necessario capire se il sostegno deve essere dato al genitore. Tra i casi portati in questa trattazione vi sono una mamma e un bambino simbiotici a tal punto che il piccolo di soli otto mesi ha sviluppato un tipo di spasmo affettivo che lo faceva cessare di respirare appena la madre non lo toccava più (vedi caso Spasmo affettivo: L’ultimo cavallino bianco). All’inizio mi ero posta l’obiettivo, andando avanti con gli incontri, di giungere infine a far uscire la mamma dal setting per approfondire il lavoro con lui appena fosse stato in grado di prendere distanza fisica da lei. Dopo l’incontro in cui la simbiosi è stata risolta dal gioco degli abbracci è sorta in me la consapevolezza che fosse il bambino a dover uscire dal setting in quanto proprio la madre portava con sé la storia pesante che aveva provocato il sintomo condiviso con suo figlio. La seduta successiva la madre si è presentata sola.

Quando un genitore porta un figlio in terapia c’è sempre una richiesta di aiuto, noi dobbiamo solo capire quali sono i bisogni e chi riguardano. È lì che, in alcuni casi, è forte la sensazione di dover prendere in carico la coppia madre/bambino poiché essa non ha trovato spazio e tempo per esprimere la sua parte sana, così da dilagare nell’esigenza del sintomo come richiesta di aiuto.

Spesso i bambini arrivano in terapia con una diagnosi in cui tutta la famiglia si rifugia, e magari è sbagliata. Ed è fin troppo facile definire un genitore poco buono anziché accogliere ciò che di destabilizzante può essere osservato del suo rapporto con il figlio. 

Ma c’è anche una questione molto delicata che riguarda l’immaginario dei genitori. Spesso durante l’incontro con il piccolo per una prima valutazione, lui immediatamente appare molto diverso da come è stato descritto dai genitori. Vi è sempre una proiezione, un’idealizzazione o un investimento su quel figlio che offusca la persona reale ma che va considerata in quanto comunque l’immagine che il genitore ha di suo figlio incide sempre su come lui realmente si rappresenta. Così spesse volte nel setting madre/bambino possiamo osservare un vero e proprio gioco in cui lo spostamento dal ruolo dato dalla madre, o a volte da tutta la famiglia a quel bambino, comunica attraverso la provocazione indicazioni molto utili. Nel caso Fratelli: Una chioccia tre pulcini Sofia usciva dalle aspettative di sua madre che dichiarava di non riconoscerla più, tenendo un comportamento particolarmente maleducato e impattante socialmente. In questo modo sapeva che sarebbe giunto presto l’aiuto e anche nel setting ripeteva, come in una drammatizzazione, tale comportamento dirompente quale affermazione del suo carattere ribelle, emerso solo al momento della perdita del fratellino. Poi, nel ritrarsi con la madre accanto alla casa, si disegnava bella pettinata e la madre appariva arruffata e in disordine, mentre nella realtà era sempre esteticamente perfetta. Così a me era presentato graficamente il ritratto della bambina quale la madre desiderava che fosse, e il ritratto della madre quale era realmente nel suo disordine affettivo/depressivo. Nello stesso momento la madre e la figlia reali nel setting si rappresentavano all’opposto, come in una scena teatrale, rendendomi chiara la situazione e agevole l’aiuto.

La diagnosi dovrebbe basarsi su una valutazione psicodinamica ampia, che apra alla comprensione del luogo in cui è adesso il paziente e di quello in cui deve andare. Si tratta di uno strumento vivo e le strade da intraprendere possono cambiare in itinere. “La diagnosi di un paziente non solo diventa più chiara col procedere dell’analisi, ma anche si modifica” (32 pag. 167) e ciò è particolarmente vero con i bambini, che crescono e cambiano continuamente e con le loro madri, che evolvono di conseguenza. 

L’arte terapeuta osserva in particolare l’aggressività e le resistenze. L’aggressività all’interno del setting viene esternata a tre livelli, quello del comportamento, quello dell’atteggiamento distruttivo verso il prodotto, quello verso i contenuti del prodotto. 

Le resistenze riguardano alcune affermazioni che il bambino può fare, come non voglio o non so disegnare, non voglio più venire. Oppure possono riguardare la madre che afferma “Se continui così andiamo via” oppure “È l’ultima volta che veniamo”. La presenza nel setting della madre e del bambino amplia questo tipo di osservazione poiché l’atteggiamento distruttivo verso il prodotto e i suoi contenuti, come vedremo nei casi portati, può riguardare una aggressione da parte del bambino del prodotto della madre oppure della madre stessa, aggressione fisica, oppure aggressione verbale della madre verso il bambino. Qui l’arte terapeuta è messo a dura prova nella propria capacità di contenimento e di protezione delle aree in cui avviene lo scambio infinitamente complesso tra madre e bambino, soprattutto in presenza di dolore, trauma, patologia, perdita. Ma allo stesso tempo si tratta di una sorta di rappresentazione spazio temporale in cui la danza, lo scambio di sguardi, la collaborazione o la distanza tra i due dona infiniti spunti di riflessione per l’aiuto.

L’attenzione a cercare materiali condivisibili da madre e figlio è fondamentale in quanto crea la possibilità, ma non certamente l’obbligo, di lavorare insieme e condividere lo spazio e il tempo, soprattutto nei casi in cui la vita abbia negato questo. I materiali dovrebbero anche rispondere alle esigenze dei temi per i quali i due sono lì. Alcuni esempi sono i sassi lisciati dal mare per il trauma, che danno il messaggio della possibilità di cambiare con il passare del tempo, di ammorbidire la pietra scheggiata del cuore spezzato dall’evento (vedi caso Perdita e malattia: La merla e l’uovo rotto). Nei casi di simbiosi gli spazi orizzontali, che sono i primi che il bambino conosce e nei quali può avventurarsi senza difese, possono essere arricchiti e sottolineati da strade di carta e palle di gommapiuma o di stoffa, così da rendere visibile la possibilità di un percorso altro rispetto a quello del sintomo che in quel momento ingabbia madre e bambino impedendo la crescita di entrambi (vedi caso Spasmo affettivo: L’ultimo cavallino bianco). Nei disturbi alimentari il collage dà la possibilità di realizzare lavori perfetti in poco tempo, con minimi contributi artistici, ma le parti ritagliate da offrire ai pazienti devono essere scelte accuratamente, preferendo quelle artistiche o i paesaggi naturali (vedi caso Disturbo alimentare e del sonno: Il barbagianni che non sapeva dormire).

I bambini creano con i materiali, noi osserviamo il loro lavoro che ci dà sensazioni spesse volte confutate da ciò che affermano: è importante non attribuire significati a quanto osservato poiché la comunicazione è sempre molto soggettiva. 

L’uso dello spazio nei lavori può essere messo in relazione alla linea di attaccamento e a quella di separazione, le dimensioni verticali indicano separatezza e quelle orizzontali fusione, confusione, legame a due. Quando un bambino entra e si butta per terra mostra di voler essere abbracciato, se invece sta rigido e diritto mostra un timore verso il contatto: solo nello sviluppo omogeneo delle due modalità troviamo una normalità dello stare bene. Quando nel setting c’è anche la madre il significato di tutto questo può variare sensibilmente, ma l’apparente complicazione si semplifica nel ridisegnare il movimento e le interazioni tra i due nello spazio. 

Dall’osservazione dei bambini autistici sono state desunte molte cose sui materiali morbidi e su quelli duri. I materiali morbidi e modificabili, dalla stoffa alla velina al cotone all’acqua, evocano l’esperienza materna, il contatto, l’accudimento. I materiali duri invece rendono un senso di confine, è una sensazione forte che però solidifica il discorso del contenimento. Nella linea della separazione il confine demarca l’interno dall’esterno. I materiali e gli oggetti duri come il martello, il filo di ferro, i legnetti, danno un’esperienza di reazione della linea di separazione. È necessario osservare che approccio ha il bambino con tutte le funzioni corporee e come reagisce a questo sua madre. Preferire materiali puliti può significare anche avere paura di attivare in modo troppo diretto alcuni organi. Questo significa che è possibile capire in che modo i pazienti sono in contatto con se stessi attraverso l’osservazione di come scelgono e usano i materiali artistici.

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