6.1 Perdita e malattia: La merla e l’uovo rotto

I figli sono per la madre ancore della sua vita. 

(Sofocle)

Al Centro Nascite, Vittoria subisce un aborto terapeutico della sua bambina, dovuto a una grave malattia diagnosticata al sesto mese di gravidanza. Attende questa prima figlia con gioia, fino al giorno in cui le comunicano la patologia, incompatibile con la vita. Vittoria, per sua affermazione, non è in grado di affrontare questa cosa. È traumatizzata dalla diagnosi, così la sua famiglia decide per lei. 

In seguito all’aborto cade in gravissima depressione, tenta il suicidio, la segue uno psichiatra ed è posta sotto psicofarmaci. È diabetica come sua madre e la diagnosi della bambina potrebbe derivare dalla sua patologia. Il diabete di Vittoria si è presentato quando aveva vent’anni. 

La seguo per i quattro anni di tirocinio, prima nel periodo del lutto, poi quando resta nuovamente incinta, poi con la nuova figlia neonata e in seguito da sola o a volte con la figlia, la quale sviluppa a un anno di vita un gravissimo diabete infantile. Il lavoro con Vittoria appare particolarmente efficace nel periodo post traumatico, in cui al silenzio del lutto si affianca in modo discreto la terapia non verbale attraverso l’arte. 

I materiali che preparo per lei sono sempre molto vari, Vittoria sceglie e lavora concentrata, con le spalle curve, parlando continuamente ma molto lentamente.

Con lei il setting madre/bambino accoglie inizialmente la presenza/assenza della figlia perduta, poi quella della figlia attesa in cui il lavoro è volto al riconoscimento delle due distinte persone, bambina perduta e bambina che nascerà. In seguito accoglie la madre con la seconda bimba neonata nei primi mesi di allattamento, poi di nuovo da sola ma con la presenza pregnante della piccola lasciata con grande senso di colpa, poi ancora insieme alla bimba a cui è stato diagnosticato il diabete e infine sola. Nella prima fase Vittoria lavora con i sassi che raccolgo per lei al mare, lisciati dal tempo. Il lavoro è sempre molto ordinato, ho spesse volte la sensazione che la paziente stia a ciò che gli altri si aspettano da lei, salvo piccole variazioni di percorso. 

La svolta si ha durante una seduta in cui Vittoria lascia bianco il foglio e piange tutto il suo dolore per non aver visto il viso della bimba perduta. L’assenza del volto della figlia grida nel setting attraverso l’assenza dell’immagine sul foglio e il colore bianco.

La merla e l’uovo rotto

Sull’albero c’è un nido. Nel nido una merla. È rotonda la culla, soffice di piume, rametti, foglie intrecciate e perfino qualche filo di lana verde e bianca. 

Cullate da quel nido tre uova e un uovo rotto. 

Lei sta lì e cova le quattro uova. A volte l’uovo rotto buca un po’, lei fa finta di niente e sta ferma. Gli altri merli la osservano in silenzio, nessuno osa parlarne. Lei li guarda con sufficienza, non possono capire. 

Il suo mondo è distante, accade dal giorno del temporale. La bufera aveva sconquassato i rami dell’albero fino a farli toccare terra. Lei aveva retto, era restata aggrappata con tutte le forze al suo nido. Poi era arrivato il fulmine. Cielo spezzato dalla saetta che aveva colpito un ramo che era caduto sul nido e su di lei. Il mondo era finito. 

Quando aveva riaperto gli occhi le gocce del temporale brillavano per i raggi del sole che, dal cielo terso, sfogava il suo calore impertinente. Così lo aveva visto. L’uovo era a terra. Il suo contenuto, giallo e trasparente di vita, sparso tra l’erba e le foglie fradicie. Così lei aveva raccolto il guscio e lo aveva posato accanto ai suoi fratellini ancora intatti. Non una lacrima, non un pigolìo. Come prima si era detta, tutto sarà come prima. 

La merla cova il suo guscio rotto sognando che anche da lì esca la vita, tra poco. 

È il giorno dell’incanto. Tic tic tac le piccole creature nascono, una a una. Due femmine e un maschio. La merla sente nel cuore la gioia della vita e il dolore della morte, insieme duri da digerire. I piccoli bagnati scuotono le testoline e pigolano, lei vola a prendere vermi di qua e di là incessante la fatica e la gioia e il dolore dell’assenza. I gusci bucano i pulcini e loro, con le zampette, se ne liberano. Uno a uno. Lei è al centesimo verme, prende gocce d’acqua dalla fonte e le versa nel piccolo becco dei figli. Vede con un balzo al cuore che i gusci sono caduti. Tutti, anche quelli di cui non si parla. Chiude gli occhi. I piccoli in silenzio guardano il dolore della mamma, rispettosi, lei li abbraccia con le ali. Loro sono la sua vita, ma ogni volta che un giovane merlo passerà in volo vorrà credere che sia proprio lui, quello dell’uovo rotto.

6.2 Spasmo affettivo: L’ultimo cavallino bianco

I vostri figli non sono figli vostri

Sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di se stessa

Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi.

(Kahlil Gibran)

Giuliana è al terzo figlio e Nicola, otto mesi, sviene ogni volta che si allontana da lei. Va in apnea effettuando una sorta di piccolo suicidio nella difficoltà di prendere distanza dalla mamma, e finisce due volte in ospedale per soffocamento. Vista l’età rischia di non imparare a sedersi e a camminare. Scrive Cramer che “o studio dei disturbi di separazione dei bambini dimostra ogni volta che si tratta di un sintomo condiviso. (Madri ndr) e bambini sono legati insieme nell’angoscia che la separazione si paghi con la catastrofe o la morte” (12 pag. 175). 

Li seguo insieme attraverso un lavoro con rotoli di carta che srotolo in forma di strade partendo dalla coppia simbiotica e su cui cammino a quattro zampe, e con palle di gommapiuma e carta da strappare sottolineando la possibilità di dividere e di allontanare. La madre crea immagini molto inquietanti con le matite, le tempere e i gessetti su piccoli cartoncini colorati. Il lavoro dura due mesi. 

Inizialmente prendendo in carico la relazione simbiotica mi ero data lo scopo di riuscire a portare infine la madre fuori dal setting per seguire il suo bambino. In realtà il sintomo, dopo le primissime sedute, mi appare in tutta la sua complessità intergenerazionale legata alla storia di lei, orfana di padre e simbiotica con la madre rimasta sola molto giovane.

Nel corso di una delle ultime sedute io e la mamma con il suo bambino in braccio sediamo una di fronte all’altra per terra, a una distanza di circa due metri. Ci unisce la via di carta su cui rotoliamo le palle colorate di gommapiuma intinte nella tempera, che definiscono graficamente i percorsi in fantastici intrecci. Il piccolo osserva il movimento colorato e accenna al sorriso. La madre ha appena disegnato due occhi terribili, lo sguardo da cui non può prescindere. I segni sprecisi e violenti rispondono allo sguardo cupo di lei reale con uno sguardo grafico spaventato e rabbioso. Il bambino adesso sorride, si stacca da lei e corre abbracciandomi. Capiamo così che Nicola sa già camminare. Il dolore intenso della madre giunge fino a me rendendo soffocato il mio respiro e la mia voce. Ciò mi rende visibile improvvisamente in modo fin troppo concreto il sintomo di Nicola. Incoraggiato da me torna subito indietro e lei lo abbraccia, siamo molto commosse. La seduta si svolge così per mezz’ora con il gioco degli abbracci. 

Nella seduta successiva in cui viene sola, la madre mi racconta di avere sempre avvertito un rimpianto fin da quando aspettava Nicola. 

Il marito non desiderava altri figli, lei lo aveva convinto ma sapeva che sarebbe stato l’ultimo. Era emerso un disagio della prima bambina affetta da un mutismo elettivo alla scuola materna, scomparso con la nascita di Nicola. Il figlio avuto in mezzo tra i due non aveva presentato sintomi. Era avvenuto un passaggio del testimone del sintomo dalla bimba grande al piccolo, sicuramente ultimo, figlio.

L’ultimo cavallino bianco

Passando su quella strada in Maremma sul crinale della collina si possono notare due cavalli bianchi, somiglianti, uno molto più giovane dell’altro. La cavalla anziana trotta fiera accanto al cavallino giovane e imbizzarrito, danzano una stessa danza, apparentemente non felice ma intensa. 

È una cavalla vecchia la Tina, che non ha mai tradito il suo contadino. Ogni volta che Natura lo ha concesso lei gliel’ha fatto capire e lui l’ha portata al cavallo per l’accoppiamento, il suo compagno di vita, bianco come lei. 

Undici mesi e ogni volta partoriva il suo puledro che appena adulto le veniva tolto e venduto. Si era sempre stupita dei suoi figli variopinti, così diversi uno dall’altro, col manto nero o marrone o macchiato. Ma al momento giusto li aveva lasciati andare, così come si deve.

Una mattina in cui la campagna verde ramarro sposò l’azzurro terso del cielo estivo per dare alla luce il nuovo giorno, la Tina si sentì stanca. 

Pensò forse oggi sono diventata vecchia. Natura come sempre le parlò, donandole l’ultima occasione di figliare. Andò al trotto dal contadino, lui la guardò carezzandole il grande naso i cui peli vani punzecchiavano appena e le disse Tina, adesso che sei vecchia non potrai più fare la madre. Ti porto per l’ultima volta al tuo cavallo e ci facciamo felici tutti con l’ultima gravidanza. 

Una notte in cui le nebbie del mare abbracciarono la brezza dell’Amiata per dare alla luce il temporale, nacque Ariosto, bello come il sole e bianco come la sua mamma. Lei lo guardò ma non fu stupita come le altre volte, se l’aspettava che quel puledro fosse diverso da tutti gli altri e identico a lei. 

Poi guardò sospettosa l’uomo che l’aveva aiutata a partorire. 

La Tina questa volta non fa avvicinare nessuno, è gelosa del piccolo dicono a bassa voce in paese. Arrivato il momento della vendita si parò davanti al suo padrone e lo guardò per storto, lui la conosceva bene e capì che l’avrebbe ammazzato se avesse toccato l’Ariosto. La Tina dicono che lo sapeva che quello era il suo ultimo figlio, così se l’è tenuto per sé. 

È strano l’Ariosto, non cerca le cavalle, è grande ma non è cresciuto nella testa, si comporta come un puledrino. 

E balla sul crinale della collina con la sua mamma senza allontanarsene mai, pena la morte. 

6.3 Simbiosi post-traumatica: L’incendio e mamma tucano

Non esiste conforto per una madre che soffre.

(Victor Hugo)

Giuseppe ha dodici anni ed è ricoverato a oncologia pediatrica per un osteosarcoma molto grave a una gamba. Ha subìto un trapianto osseo ed è sottoposto a pesanti cicli di chemioterapia, da mesi è in ospedale e nessuno sa per quanto ne avrà poiché i medici non si pronunciano sulla prognosi. 

Il ragazzino sta in reparto con sua madre sul lettino. Li osservo e noto che sono alti uguali. I due, simbiotici e morbosi, hanno sviluppato un rapporto in cui sembra che riescano ad affrontare il trauma della diagnosi. In realtà il rapporto simbiotico isola il bambino e lo rende aggressivo, attuando una forte regressione nell’età in cui probabilmente avrebbe dovuto affrontare il distacco dalla madre attraverso l’adolescenza. Lui gioca tutto il tempo con un videogame su un piccolo portatile e sembra non fare caso alla madre che, distesa accanto a lui, lo tocca continuamente quasi a cercare conferma della sua presenza fisica, del suo esserci ancora. Lei alterna momenti di affetto morboso ad altri di forte aggressività, così che spesse volte le carezze si trasformano in schiaffi. 

Il lavoro si svolge in due sedute, attraverso la narrazione di storie e pochi segni lasciati su un foglio. Mentre racconto lei si isola, sta accanto al figlio ma il suo sguardo è perso verso qualcosa che non c’è più. 

Giuseppe disegna con pennarelli la paura della morte, concreta e visibile, reale e che può firmare per definire la sua forte presenza. Usa i pennarelli grossi e disegna svogliato, come per farmi contenta, ma mentre disegna racconta il suo sradicamento di ragazzo del sud, la nostalgia del mare e del sole. La madre sembra soffrire molto ed è stupita della consapevolezza di suo figlio ma allo stesso tempo le sue parole la rendono più vera. Al terzo incontro mi affida Giuseppe e va a prendere il caffè.

L’incendio e mamma tucano

Tutto è cambiato da quel giorno in cui la foresta ha messo i capelli rossi fiammanti e il calore s’è divorato il mondo. Mamma tucano con l’ala sbruciacchiata osserva suo figlio. A lui è andata peggio, la zampa non gli funziona più come prima. Per un tucano le zampe sono tutto, chi non cammina bene ha sempre bisogno di aiuto e quando non ci sarò più io… un singhiozzo interrompe il pensiero di lei. 

L’uomo s’era accampato vicino alla foresta e cucinava le sue prede. Un giorno caldo la scintilla aveva dato il via alle fiamme infinite che erano corse verso il nido. Lei, il suo compagno e il piccolo si erano salvati… ma tutto è cambiato. Adesso con la sua ala annerita lei ha perso il suo fascino, ovvero, ne è talmente convinta che tutti la vedono invecchiata. Il piccolo con la zampa strana addolora suo padre che per questo sta in distanza, pur amandolo infinitamente. 

Il cucciolo e la sua mamma stanno sempre vicini ma sono infelici. Non è solo il dolore del cambiamento, c’è dell’altro. Hanno perso le speranze di farcela e nello stare insieme non sentono più la lieve nostalgia di quando non sarà così. Perennemente uniti vivranno, pieni di rabbia e di amore a litigare tutto il tempo per come è meglio sedersi o sbocconcellare la noce di cocco. 

Un giorno passa di lì il gabbiano. S’è perduto ma vola sereno, le grandi ali lo riporteranno presto sulla giusta via. Il cucciolo è affascinato, lui con quel becco enorme non riuscirà mai a volare così alto. Il gabbiano vuole ospitalità per la notte, il piccolo gli chiede di narrare i suoi viaggi. Così lui racconta e inventa mille avventure vissute e non, poi insieme, abbracciati, si addormentano. 

Mamma tucano veglia serena. È la prima volta dal giorno dell’incendio che si allontana dal figlio e si accorge che l’ala ferita ha iniziato a rimettere piccole piume variopinte e morbide. Si specchia nella goccia di rugiada e il suo muso risponde ai desideri con un sorriso. Guarda il piccolo con sollievo, improvvisamente tutto è chiaro come l’alba africana: lui un giorno dovrà fare la sua vita, al di là dell’incendio, oltre la morte, con gli amici e i compagni di viaggio che di giorno in giorno conoscerà in giro per il mondo, anche se un po’ zoppo. 

Il tempo si ferma d’incanto, lei si gira e vede il suo compagno che la osserva stupito, con amore. Da sempre si capiscono al primo sguardo così vanno l’uno incontro all’altra, poi si allontanano felici e innamorati come se niente di terribile mai fosse accaduto.

6.4 Aggressività nel rapporto e compulsività: L’iguana arrabbiata

Una madre non può che nuocere ai suoi figli 

se fa di loro l’unico scopo della sua vita. 

(William Somerset Maugham)

Roberta è psicotica, bulimica, affetta da shopping compulsivo ed è violenta con il suo bambino di tre anni. La seguono i servizi territoriali insieme al marito con una terapia di coppia ed è stata ricoverata più volte in psichiatria. 

L’invio presso il Centro Nascite riguarda lei sola, il figlio non viene nel setting ma è fortemente lì, tanto che sento la sua presenza fisica in modo pregnante. 

Roberta riempie la stanza con il fiume di parole e la potenza fisica che corrispondono esattamente, nella misura e nella forma, al suo forte dolore interno. Ciò che narra è spesse volte frutto del desiderio che la opprime sui fatti della vita che lei stessa non sa se essere reali o immaginati. Sento di doverle dare pochi materiali, così da contenere, almeno lì nel setting arte terapeutico, la quantità dirompente di tutte le cose troppo grandi dentro e fuori di lei. Durante il lavoro parla continuamente del suo bambino e afferma di desiderarne un altro e a volte di aspettarne un altro, si figura di avere effettuato una fecondazione assistita mai avvenuta e tutto questo la opprime come presenza nella mente e assenza nel concreto.

Ogni tanto si mette a piangere violentemente e racconta i momenti di scambio violento che ha con il suo bambino. La narrazione prosegue a volte con brevi ricordi della propria infanzia e della madre che la insegue tirandola per i capelli, definendo il terrore del ricordo di quei momenti. In alcune sedute racconta l’ossessione per il numero tre che le fa ripetere la stessa cosa, mangiare tre gelati, forare tre biglietti dell’autobus, comprare tre paia di pantaloni fino a finire tutti i soldi ed essere presa dal terrore di non poter più vivere.

Durante una delle ultime sedute Roberta può finalmente disegnare l’imbuto che rappresenta la sua persona, da riempire continuamente e sempre vuota. La bocca dell’imbuto sembra però un coperchio in grado di interrompere il circolo vizioso della sua compulsività.

L’iguana arrabbiata

L’iguana ce l’ha col mondo. Non sa perché, dev’esser nata così. Ma se sta ferma per un attimo allora ricorda quando la sua mamma la tirava rabbiosa per la coda e suo padre fingeva di non vedere, così capisce che forse avrebbe potuto essere meglio di così se fosse nata altrove. È tanto arrabbiata che si sfoga col mangiare, ingoia qualsiasi cosa le passi davanti, ogni frutto marcio che cade, ruba il cibo alle altre iguane e loro non la possono sopportare. 

Ha sempre desiderato d’esser diversa dai suoi genitori, così quando ha avuto il suo piccolo lo ha guardato con amore. Ma subito dopo già non ce la faceva più ed era arrabbiata con lui perché prendeva spazio sulla sabbia, catturava raggi di sole che erano suoi e mangiava cose che quindi lei non poteva ingurgitare. 

Ossessiva in tutto, doveva sempre fare dieci volte ogni cosa ed era scomodissimo. Se andava a bagnarsi al fiume poi doveva tuffarsi altre nove volte e alla fine prendeva il raffreddore. Se mangiava una blatta cornuta le toccava cercarne altre nove e si sa che nel deserto trovar blatte non è mica tanto facile. Le sembrava di essere sempre vuota e si riempiva di tutto quello che poteva. 

Un giorno, intenta a divorar papaya una dopo l’altra, non s’accorse dell’arrivo del cobra. Suo figlio rimase talmente stupito di vedere quella bestia così lunga e tutta annodata che rimase immobile e lui gli si arrotolò intorno compiaciuto. Il piccolo sentendosi abbracciato come mai era accaduto gli sorrise, così il cobra decise di far merenda da un’altra parte e, lentamente, si srotolò. 

In quel preciso momento la mamma vide improvvisamente i due e restò impietrita dalla paura. Aveva appena iniziato a rotolarsi nella melma del fiume e lo aveva fatto una volta sola, così lo avrebbe dovuto fare altre nove volte. Tutta la vita le passò davanti… Cos’era questa storia delle dieci volte? Doveva forse dimostrare qualcosa a qualcuno? O ritrovare il tempo perduto nella sua testa ansiosa? Poi pensò cosa sarebbe successo se suo figlio non ci fosse stato più. Corse verso di lui, il serpente se n’era andato ma lei, ancora terrorizzata, lo abbracciò per la prima volta. Lui sorrise e le donò una piccola foglia di cactus. Lei la prese e l’odorò. Si accorse che mai aveva odorato il cactus e sentì sapore di casa e profumo di vita. Vide una zanzara e se la mangiò, poi si grattò un orecchio con la zampa posteriore. Il piccolo la guardava stupito, poi anche lei se ne accorse: non doveva più fare le cose dieci volte. La paura l’aveva guarita come la paura, tanti anni prima, l’aveva fatta ammalare.

6.5 Fratelli: Una chioccia, tre pulcini

La madre è orgogliosa del figlio che è salito in alto, 

ma darebbe la vita per l’altro: per il figlio senza fortuna. 

(Libero Bovio)

Stefania ha una bellissima bambina, aspetta il secondo figlio, Tommaso, ma ha un distacco di placenta non diagnosticato nei primi mesi di gravidanza. Il bambino nasce prematuro e muore dopo due giorni. La sorellina cambia carattere, è arrabbiata e la madre è depressa, il loro rapporto diviene insostenibile e complesso. Seguo le due insieme, poi la madre da sola e in seguito la piccola da sola, durante la terza gravidanza e poi con la nuova sorellina. 

Il lavoro risulta particolarmente efficace nei primi mesi, in cui il contenimento del dolore e della rabbia si esprime attraverso l’uso dei materiali e la cooperazione della mamma e della figlia insieme alla terapeuta che lavora con loro e che ha spesse volte la sensazione di ricreare un cerchio tra donne, come quando in passato si lavorava all’uncinetto o al ricamo. 

Spesso la violenza emerge nel rapporto tra le due che fisicamente si scontrano nel setting, trasformando la terapeuta in una sorta di arbitro. A un aspetto esteriore delle due esteticamente molto accurato corrisponde un substrato di assenza di accudimento, una nota depressiva che emerge nella mancanza di accuratezza di certi particolari, calzini bucati, unghie molto lunghe.

La bimba all’inizio di ogni seduta corre sversata nel setting, poi attratta dai materiali ritrova la sua calma e racconta la sua vita.

I temi della casa, del percorso e del ritratto si ripresentano periodicamente in modi diversificati, come a cercare di trovare una nuova definizione di sé e del proprio percorso al di là dell’evento traumatico e che vada oltre ciò che convenzionalmente ci si aspetta, soprattutto dalla bambina ma anche dalla madre. 

Durante una delle ultime sedute della terapia, interrotta dalla madre improvvisamente e senza preavviso, la bimba uscendo dal setting dona alla terapeuta un piccolo anello di scotch giallo a fiorellini rossi così che lei lo possa sempre portare con sé.

Una chioccia, tre pulcini

La chioccia ha fatto tre uova ma questa volta vanno covate e gli uomini non le possono mangiare perché lei se lo sente che sono figlie del suo galletto nero. Uno bianco, uno rosa, uno giallo, la gallina è molto fiera della covata, ben tre uova tutte diverse. Nasce il primo pulcino. È una femmina, gialla come il sole e piena di vita. È tutta bagnata e sottile ma il sole l’asciuga presto e diventa tonda come una pallina morbida. Mi somiglia, dice la chioccia vantandosi con le altre. Dopo due giorni si schiude il secondo uovo. Il pulcino non pigola. Lei cerca di non vederlo ma l’istinto è più forte del pensiero e non può resistere. La madre lo guarda per un attimo e il piccolo entra prepotentemente nel suo cuore anche se lei non lo vorrebbe mai. Il pulcino è come se non potesse asciugarsi al sole, le piume restano tutte ammazzettate, prova a vivere ma respira a stento per due giorni, poi muore. 

La chioccia adesso non vede più le cose come prima. La piccola pulcina gialla sembra un po’ più brutta e a volte si scorda perfino di pulirle la testolina e le zampette. Lei la segue ma la madre è infastidita. Non si riconoscono, eppure sono sempre le stesse. Ogni tanto si danno una beccata a vicenda, sanno che non potranno mai fare a meno l’una dell’altra e questo le riempie di rabbia. Il pulcino maschio non c’è più, e questo è accaduto ormai. Madre e figlia guardano il terzo uovo e sognano un giovane galletto che corre e zampetta e canta la sua sveglia alle quattro del mattino così come dev’essere.  

Nasce il terzo pulcino. È una femmina. Mamma e figlia la guardano senza felicità. La amano di un amore immenso ma sanno di aver perduto per sempre quella pienezza della vita com’era quando per la prima volta si sono incontrate. 

La piccola è gioiosa e vivace e si mette in pericolo continuamente così la chioccia ha tanto da fare. E le giornate scorrono stratificando le nebbie amorose e inconcludenti della nostalgia.

6.6 Maternità e rinuncia di una parte di sé: L’altra faccia della sogliola

Una madre è contenta di essere niente altro che una madre. 

(Elias Canetti)

Simona, sette anni, è in day hospital a Neuropsichiatria Infantile per i molteplici disturbi che fin dalla nascita, parole della nonna, la perseguitano. La bambina è sottoposta, durante la mattinata, a test di ogni genere che la spossano.

La nonna prende in mano la situazione da subito, è la protagonista del laboratorio aperto, lavora con alcuni bambini e una ragazza anoressica raccontando la sua terribile storia di madre felice distrutta dalla nascita della nipote, figlia della sua unica, bellissima, intelligentissima figlia. Ho la sensazione che il laboratorio sia molto utile proprio a lei.

La figlia si affaccia al setting più volte, osservando in silenzio, eterea. La bambina invece si rapporta fortemente alla nonna, a me e ai materiali. 

La nonna effettua un collage in cui si ritrae giovane e bella con un grande cappello a fiori rosa, poi piangendo ammette di non farcela più e di avere fatto un errore a portare via la bambina a sua figlia perché forse ce l’avrebbe fatta meglio di lei. 

Durante l’unica seduta in cui incontro le tre donne, una specie di teatro mi mostra la realtà patologica intergenerazionale di questa piramide in cui la nonna decide di prendersi la nipote togliendola alla figlia per non farla soffrire. La bimba disegna continuamente animali, con segni forti e sversati e con macchie che sottolineano le sue difficoltà di movimento e di espressione.

L’altra faccia della sogliola

La sogliola non aveva mai reagito alla sua situazione. Le era parsa l’unica fattibile ed era stata a quello che la vita le aveva dato. Si accontentava di farsi dondolare dalle onde la cui eco lontana giungeva fin giù nel fondo del mare, e di farsi solleticare dalla sabbia su quel volto buio che nessuno mai aveva visto. Sì perché lei, come tutte le sogliole, aveva una faccia di quelle che non si possono mostrare. Aveva adeguato il suo corpo alla situazione in cui era vissuta e le era parso di non desiderare niente di più. 

Tutto era stato così fino a quando era nata quella strana figlia. Non era come le altre sogliole e lei se n’era accorta subito. Con il suo compagno erano restati fermi immobili nel vedere la soglioletta neonata che si muoveva in tutte le direzioni andando in qua e in là disordinatamente, senza una mèta. Subito dopo, la sua grande mamma sogliola, nonna della strana piccola, aveva preso in mano la situazione. Tu non ce la puoi fare con questa figlia le aveva detto e lei era filata via liscia liscia come aveva sempre fatto, lasciando campo libero a chi era più forte di lei. 

Poi la piccola era cresciuta. La nonna, stanca e invecchiata, si era accorta di aver fatto il passo più lungo della pinna. Così la madre era tornata a guardare la figlia che si divincolava nell’acqua creando una gran confusione tra le sogliole che monotonamente, da milioni di anni, avevano vissuto sempre nello stesso modo. La mamma l’aveva carezzata piano sulla minuscola pancia e la giovane sogliola si era un attimo calmata per poi riprendere a divincolarsi e a comportarsi in modo strano. 

Il grande sogliolo, mago antico della comunità, aveva decretato che quella soglioletta sarebbe stata sempre così, senza speranze – aveva ripetuto più volte facendo molte bolle imbarazzato. 

La mamma sfiorò per istinto la sua piccola, si rese conto di desiderare molto abbracciarla, e così fece. Lei si calmò ancora una volta, poi ricominciò irrefrenabile la sua corsa matta a rendere limacciosa l’acqua limpida dell’atollo. La mamma si sentì strana. Un fremere dall’interno si impossessò di lei e si rese conto che forse, un poco, quella figlia le somigliava. Era solo che la parte somigliante lei non l’aveva mai voluta vedere. Istintivamente diede un forte colpo di pinna, fece tre salti mortali e si appoggiò al fondo sulla sua parte visibile. Sentì la sabbia entrare negli occhi e nella bocca ma accadde anche qualcosa di incredibile: la sua parte nascosta si rivelò estremamente creativa, colorata, luccicante e fantasiosa tanto che tutte le sogliole dei dintorni accorsero per vederla. 

La figlia, stupita, la osservava. Era calma per la prima volta nella sua vita ma anche lei sentì un fremito irresistibile, diede un colpo di pinna e si rovesciò, mostrando la sua parte nascosta, identica a quella della madre anche se molto più piccola. 

Nessuno sa cosa accadde subito dopo né come fu che madre e figlia siano sopravvissute a un’azione così contro natura, fatto sta che le due spesso si vedono insieme passare sul fondo del mare, vicine ma non troppo, andare dello stesso passo inusuale e variopinto.

6.7 Maternità come rinascita: La gatta piccola dalla grande pancia

Nessuno stato è così simile alla pazzia da un lato, e al divino dall’altro quanto l’essere incinta. 

La madre è raddoppiata, poi divisa a metà e mai più sarà intera. 

(Erica Jong)

Centro Nascite. A Lucia, poco più di una bimba, viene chiesto di dare in adozione la figlia che aspetta. È troppo piccola, troppo sola e immatura e la sua storia molto pesante. Non ha mai conosciuto sua madre ed è cresciuta con i nonni, persone molto problematiche. È scappata con un ragazzo di un’etnia diversa dalla sua, ha rubato ed è rimasta incinta. 

All’arte terapeuta in tirocinio viene chiesto, in tre sedute, di accertare la sua volontà che non è chiara né agli psicologi né ai servizi sociali. 

La ragazzina e la sua pancia popolano il setting in modo intenso, con vera sete di narrazione. Materiali da bambina, soprattutto pennarelli con cui lei, disegnando ritratti di famiglia, elabora il lutto di essere stata lasciata dalla madre ancora piccolissima. 

Nei ritratti che sembrano fatti a scuola, presenta come in una parata i parenti veri e immaginati, gli animali e ritrae se stessa con la pancia e a volte con la sua bambina in braccio.

La svolta avviene nel corso della seduta in cui Lucia, alla richiesta di rappresentare con pochi segni la sua maternità, crea un abbraccio con un cuore in mezzo. Il disegno, semplice e intenso, mostra tutta la forza della gravidanza come possibilità di riemergere dal tunnel dell’assenza. La bimba che aspetta ha lo stesso nome della madre che l’ha lasciata e che lei non ha mai conosciuto.

La gatta piccola dalla grande pancia

La gatta piccola dalla grande pancia cammina fiera nel cortile. È l’ultima arrivata e i gatti della colonia la guatano severi come a dire Questa cosa vuole? Non è per cattiveria ma la gattara del Comune porta cibo giusto giusto per i 23 gatti della colonia e quando uno nuovo si avvicina tutti temono di mangiare un po’ meno. Ma la gatta piccola dalla grande pancia non ha paura di niente. Eppure pare così fragile, esile sulle sue zampette di cristallo. È molto bella, beige con occhi verdelago di montagna e il naso rosa cipria, una d’altri tempi insomma. 

È molto giovane eppure la sua storia è già così pesante… Non ricorda come ma si è trovata sola piccolissima in un cespuglio del parco della città. C’era la potatura degli alberi e i tronchi cadevano con sordo frastuono, uno alla volta. Lei, rifugiata sotto un sasso, si era salvata. La sua mamma non l’aveva mai conosciuta, si era sempre occupato di lei un vecchio gatto mezzo cieco che chiamava nonno. Era tutto spelacchiato e non si avvicinava più di mezzo metro ma l’aveva nutrita e difesa dagli assalti di altri gatti. Lei però aveva sempre sofferto tanto il freddo. 

Un giorno le si era avvicinato un gatto siamese. Tutti i gatti tenevano una distanza di sicurezza dai siamesi che si dice che rubano e che sono strambi e che non si sa da quale strano paese possano venire. E poi a volte sono senza coda e hanno gli occhi azzurri tutti storti. Ma lui era bellissimo. Sottile, alto con un gran testone così come i gatti maschi fascinosi devono avere, si era avvicinato a lei con destrezza e l’aveva guardata col suo sguardo da mezzosangue che le aveva fatto battere forte il cuore. Così, a dispetto del nonno e degli altri gatti del parco, se n’era scappata col siamese chissà dove ed era tornata con una grande pancia. 

Le vecchie gatte l’avevano avvisata che si trattava di roba da grandi e che di lì a poco non sarebbe più stata una figlia per diventare una mamma. Ma lei, che figlia non si era mai sentita, era rimasta così scombussolata da questi discorsi che se n’era andata. 

Aveva camminato a lungo nel bosco del parco, attraversato pericolosamente ben tre viali rumorosissimi con degli strani bestioni con le ruote che muggivano forte al suo passaggio, poi aveva visto il cortile. Lì aveva pensato di poter mettere su casa. Non sapeva come ma le pareva di essere già stata in quel posto, tanto tempo prima. Pensò che la sua pancia contenesse una gatta femmina e le diede nome Nina. Sentì la forza selvaggia del cambiamento nascere dolorosamente dentro di lei, così cercò un posto nascosto e partorì. Nina era bella come il sole, occhi azzurri come il padre, naso rosa cipria e un fascino particolare. Ma soprattutto era precisa a sua nonna, la madre che la gatta piccola dalla grande pancia non aveva mai conosciuto e che portava, come per magia, lo stesso nome. E che abitava all’ultimo piano del palazzo che affacciava proprio su quel cortile. Ma lei non l’ha mai saputo.

6.8 Disturbo alimentare e del sonno: Il barbagianni che non sapeva dormire

Un figlio deve abitare la nostra casa come un estraneo avventuroso e felice.

(Pietro Citati) 

Lucilla è una delle ragazze anoressiche che frequentano assiduamente il laboratorio aperto tematico di arte terapia presso Neuropsichiatria Infantile. Realizza collages componendo immagini artistiche con piccoli interventi di tempera o grafite. Il modo accurato corrisponde a certe caratteristiche del suo corpo, le unghie dipinte, i capelli lisci raccolti perfettamente da un semplice elastico, le spalle diritte. Durante una seduta fondamentale lavoriamo a fianco senza guardarci per circa un’ora e lei mi racconta intensamente ciò che prova nel guardarsi allo specchio. In quella seduta restiamo spesso sole nel setting, come se le persone capissero di essere capitate in un momento particolare. 

La volta successiva è presente in reparto sua madre. Il tema, scaturito dalla seduta precedente, è l’autoritratto. 

La mamma, bella quanto lei, partecipa silenziosamente con lo sguardo, senza toccare niente, mentre la figlia effettua il suo lavoro usando i gessetti, senza sporcarsi. È un fondale marino. L’autoritratto mostra la potenza del silenzio nella patologia, della fissità del tema e del movimento ritmico e obbligato delle terapie. Durante la seduta, mentre la ragazza termina il suo lavoro, la madre sfiora il suo corpo inesistente con una sorta di compiacimento che mostra in tutta la sua terrifica realtà la sofferenza intergenerazionale presente nel loro legame.

Il barbagianni che non sapeva dormire

Tutti i barbagianni dormono. Così quando il suo babbo si era accorto che lui non era come gli altri si era preoccupato ma non aveva detto niente poiché in segreto, nella luce piena del giorno, i suoi occhi erano sempre stati stranamente spalancati come non si addice a un buon barbagianni. 

Ma che il suo piccolo non dormisse no, non andava bene. Lui senza vergogna mostrava a tutti la sua stranezza e suo padre questo non lo sopportava. Si chiedeva spesso se fosse più l’imbarazzo a farlo soffrire o la preoccupazione per la salute di suo figlio. Poi, confuso e vergognoso dei propri pensieri, tornava sul ramo a gestirsi l’insonnia in silenzio.

Il piccolo barbagianni aveva un carattere particolare. Da sempre affascinato dai colori, con il becco faceva strane composizioni di foglie che raffiguravano topolini e coniglietti, così si saziava della propria creatività e non doveva procurarsi il cibo. Era magro e stanchissimo. Il padre, deluso, sognava un figlio che lo rendesse fiero, gran cacciatore notturno, mangiatore forte e alto. Ma c’era una parte di lui che era felice, in fondo la somiglianza di suo figlio dava spazio a quel suo lato un po’ strano che mai aveva accettato. 

Un giorno arrivò in zona un maschio di sula dai piedi blu. Era molto bello e il piccolo barbagianni, estasiato dal colore dei suoi piedi, si avvicinò e gli mostrò come sapeva fare le sue composizioni di foglie. Il maschio di sula rimase stupito e affermò che mai nella sua vita aveva incontrato un barbagianni così bravo nel comporre immagini di foglie. Aveva girato tutto il mondo, sapeva i segreti degli uccelli notturni e diurni ma una cosa così non l’aveva mai vista. 

La sula lasciò che il piccolo terminasse la sua opera, poi chiamò gli animali del bosco affinché ammirassero quelle composizioni così particolari. Il topolino giunse trafelato e si riconobbe nei ritratti che il piccolo gli aveva fatto, poi scappò perché chissà se il barbagianni aveva fame. Gli uccelli variopinti accorsero e festeggiarono il giovane compositore che per l’occasione mostrò anche quanto fosse abile nell’arte del fischio. Scrosciarono gli applausi e un rumore assordante spaventò perfino i cacciatori che fuggirono dal bosco chissà dove. 

Il padre osservava in silenzio, da lontano. Forse poteva essere fiero di suo figlio, ma in un modo che mai aveva previsto. Era turbato che uno straniero, per giunta con i piedi blu, gli avesse mostrato con grande chiarezza le sue qualità, ma prevalse la gioia. Scese dal ramo e spalancando gli occhi insonni disse a voce altissima Io non dormo tutto il giorno da anni, poi sereno salì sul suo ramo e si addormentò. Il piccolo lo seguì e si accoccolò accanto a suo padre che mai era stato così morbido. Si abbracciarono e fecero una bella dormita illuminati dal sole cocente del ferragosto.

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