Io mi ricordo le due facce

Io mi ricordo che stavo bene e stavo male

Io mi ricordo che le facce erano a metà, come me

Io mi ricordo che era come un puzzle

Io mi ricordo che è stato come un gioco 

Ermanno

Ermanno, in effetti, è a metà.

Non solo perché muove con difficoltà la parte sinistra del suo corpo, ma perché ha chiaro che, nella sua storia c’è un prima e un dopo. Una vita prima dell’incidente e una dopo. Metà vita da una parte e metà dall’altra.

Se avessimo cercato, anche con immenso impegno, una metafora per descrivere il rapporto tra arte ed educazione, avremmo faticato a trovarne una migliore di quella offerta da Ermanno.

Il progetto Postmarks è stato, per il nostro gruppo, l’occasione per rapportarci direttamente con l’arte come strumento, come occasione, come punto di vista.

Ermanno ha fatto parte di questo percorso e, nel descrivere uno dei laboratori svolti in sede, ci offre un esempio, il punto di partenza (o forse quello di arrivo) per scoprire quanto l’accessibilità all’arte e, in generale, alla cultura, in realtà permettano all’arte e alla cultura di renderci accessibili. Cioè capaci di raccontarci, metterci in gioco, capirci, conoscerci e non avere più paura dell’unicità che ci contraddistingue e della diversità che ci caratterizza.

L’opera d’arte frutto del percorso e della condivisione esperienziale dell’artista

L’oggetto che vediamo esposto in un museo, sia esso un dipinto, una stampa, un’installazione o un video è il frutto di un processo creativo. Ciò non significa che l’artista, un bel gionro, si è svegliato di buon umore (o cattivo, a seconda dell’effetto che ci procura l’opera) e preso da un raptus creativo ha realizzato qualcosa, così, di punto in bianco.

L’opera d’arte è il frutto di un percorso di conoscenza di se stessi e del contesto nel quale viviamo; è la condivisione intima di un pensiero, di un’intuizione, di un sentimento vissuto e rielaborato dall’artista. È vero, succede che a un certo punto arrivi, all’improvviso, quasi cogliendo impreparato il pittore o lo scultore di turno. Ma ciò è possibile solo perché c’è stato un prima, una ricerca, una pazienza. È come il germoglio che sbuca nella terra. Lo fa all’improvviso, sorprendetemente ma solo perché c’è stato un prima, una preparazione, un’attesa.

Confrontarsi, quindi, con il frutto di tale percorso è come tuffarsi in un mare sconosciuto, in un territorio intimo, nella relazione con l’alterità. Chiaramente la mediazione dell’opera consente di avvicinarsi senza troppi timori e di scegliere se passare in modo distratto oppure soffermarsi e  farsi mettere in discussione dal percorso che ha portato a quell’opera. Non è forse lo stesso nel momento in cui ci avviciniamo all’altro?

Arte come continuo superamento di un limite 

La tela, la pietra, il corpo, la pagina… Sono tutti limiti con i quali l’artista è chiamato a confrontarsi. Per rispettarli, per trasgredirli, superarli, affrontarli…

Tutte queste azioni, però, ne prevedono una precedente. Prevodono che l’artista accetti tali limiti, che consapevolmente li guardi e ne prenda coscienza. Perché è dentro e fuori da quei limiti che si giocherà tutto il suo processo artistico, nella continua tensione tra adattamento e superamento. La tela impone al pittore delle scelte e, allo stesso tempo, contiene e si prende cura della sua pittura; la pietra nasconde l’opera che deve essere liberata, senza però eliminare troppo materiale protettivo, altrimenti si rischia di essere troppo esposti; il corpo messo in gioco, da solo o in relazione, nudo o agghindato, sospeso o in movimento; la pagina vuota, assillo di ogni scrittore ma anche confine oltre il quale immaginare il sogno del lettore. Insomma, limiti dentro e oltre i quali si apre il possibile, quello spazio dentro e oltre il quale si gioca la partita delle relazioni e dell’accesso al futuro.

Avere avuto la possibilità di partecipare a questo progetto ha rafforzato in noi la convinzione che un impegno a livello culturale può garantire a tutti uno spazio sociale attivo. E l’arte, in quanto forma di cultura, se resa accessibile, sotto ogni punto di vista, rende accessibili anche le relazioni e, con esse e attraverso di esse, permette una reale valorizzazione delle diversità.

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