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Autore: admin

1. Introduzione

a cura di Annalisa Ghiretti

Annalisa Ghiretti è nata a Parma 28 anni fa.  È giornalista pubblicista dal 2003.
Lavora attualmente come responsabile dell’Ufficio Stampa del Comune di Traversetolo (PR).  Ha alle spalle una lunga collaborazione con la Gazzetta di Parma. Nel 2006 ha pubblicato il libro Le professioni della Scrittura. Opportunità, consigli, indirizzi, edito da Ialweb. Ha collaborato come tutor per diversi corsi sulla scrittura professionale con l’Università di San Marino e Bologna.

Il lavoro proposto vuole essere un viaggio nel mondo della disabilità e della comunicazione. Ho voluto esplorare, proprio come Ulisse fu un esploratore, suo malgrado, diversi aspetti del mondo “comunicazione” legato alla disabilità: Internet, ausili e accessibilità; i mass media e la loro rappresentazione delle diverse abilità; la pubblicità “sociale”; le possibilità dell’e-learning; la riflessione sui termini che ogni giorno utilizziamo per definire le persone disabili.
A guidare il lettore in questo viaggio che tocca diverse terre e diversi argomenti non poteva che essere l’eroe dell’Odissea di Omero. Gli articoli che ho scritto sono infatti introdotti da brani tratti dal poema greco. Tali brani divengono metafore capaci di suggerire un discorso che va oltre, e spazia su argomenti a volte anche lontanissimi tra loro, ma legati a un’unica matrice: il mondo della comunicazione e il suo conflittuale rapporto con la disabilità.
Prima di lasciare il lettore alle prossime pagine vorrei poter ringraziare due persone: Nicola Rabbi, che mi ha supportato in questo lavoro, e il prof. Paolo Bollini. Fu lui a mettermi in contatto con la redazione della rivista “HP-Accaparlante” e a darmi questa possibilità di esplorare, come Ulisse, mondi distanti e mondi nuovi, ma soprattutto di mettere alla prova le mie capacità. Paolo è scomparso improvvisamente mentre questa monografia era solo una bozza. I suoi suggerimenti sono stati preziosissimi come preziosissima, se pur troppo breve, è stata la sua amicizia sempre onesta, disinteressata e generosa.

Eutanasia, risponde una lettrice – Superabile, maggio 2011 – 2

Avevo scritto, nel primo articolo di maggio 2011, in relazione a eutanasia e testamento biologico, che la semplificazione dell’argomento non contribuisce alla sua soluzione. Elena, in risposta al mio articolo, contribuisce ad alimentare un confronto che è quello cui solitamente non ci è dato di assistere nei canali di comunicazione tradizionali, generalisti, televisivi, ecc. A lei la parola e i miei ringraziamenti più che sentiti.

Caro Claudio,

Ti scrivo a commento del tuo articolo sul testamento biologico. La cosa che apprezzo di più nei tuoi scritti è che sei uno dei pochi nel nostro paese a non voler imporre la propria opinione, a metterla addirittura in secondo piano rispetto ai fatti o al pensiero altrui.
Io credo che sia impossibile, e che sarà sempre così, raggiungere l’unanimità di opinioni in un ambito così delicato, questo però non vuol dire che non sia necessario trattare l’argomento.
Una doverosa premessa, forse l’unica cosa su cui siamo tutti d’accordo: il fatto che l’accanimento terapeutico (anche qui si potrebbero perdere secoli a tracciare un confine tra cura ed accanimento) sia sbagliato ed immorale, in quanto non tiene conto del corso naturale della vita che prevede una nascita e una morte. Alcune considerazioni: ritengo sbagliato che il testamento biologico venga fatto prima che si ponga il problema. Una persona giovane, nel pieno della salute e delle forze, si farà inevitabilmente condizionare dalla paura della sofferenza, dall’incertezza riguardo alla condizione di stato vegetativo (non è chiaro cosa e come si riesca a percepire), dalla consapevolezza di divenire un peso per i propri familiari che dovranno assisterla per anni. Sono tutte ipotesi che quando stai bene sembrano così orribili da dare per scontato che la soluzione migliore sia l’eutanasia. Un esempio pratico, anche se all’inverso, è l’aborto cosiddetto terapeutico: quante coppie spaventate dall’esito di un esame che mostra una malformazione decidono di abortire? Sono sicure che loro e il loro bambino vivrebbero una vita infelice, e questa soluzione sembra loro la migliore. Ma non sempre è così, come tu sai bene. Se io oggi chiedessi a 100 persone se preferiscono diventare tetraplegici o morire, sono sicura che almeno 90 sceglierebbero la seconda alternativa, principalmente perché non sanno che anche se hai un deficit  fisico non è detto che tu non possa avere amicizie, relazioni, soddisfazioni umane e professionali.
Trovo che i due casi più famosi, emblematici e discussi nel nostro paese siano profondamente diversi, anche se spesso vengono trattati allo stesso modo.
Eluana Englaro era in stato vegetativo permanente, prima dell’incidente aveva espresso chiaramente e fermamente la sua opinione, ma non sappiamo cosa sentisse o percepisse quando era in coma, non possiamo sapere se avesse cambiato idea. Capisco il padre, preoccupato solo di realizzare la volontà della figlia ed impossibilitato ad elaborare il lutto fino a quando non fosse davvero morta. Ma ho avuto la fortuna di conoscere una persona nelle sue stesse condizioni, e la mia impressione è che un certo livello di coscienza comunque ci sia, la persona che ho conosciuto percepiva chiaramente quando entravo nella sua stanza, si notava da piccole cose come un minimo movimento degli occhi o dall’accelerazione del battito cardiaco. Le ipotesi sono due: se chi è in stato vegetativo permanente sa di essere vivo l’eutanasia è perlomeno ingiusta. Se non si rende conto di essere in vita, a cosa gioverebbe invece la sua morte? E poi nemmeno i neonati riescono ad elaborare pensieri complessi, ma a nessuno viene in mente che la loro vita sia priva di senso. In molti sostengono che una vita come quella non ha dignità, ma a togliere la dignità alla vita non è stata la malattia, ma la completa mancanza di assistenza da parte dello stato, che lascia tutto sulle spalle delle famiglie, e ti assicuro che è un compito davvero gravoso. Molto diverso invece il caso del sig. Welby. Lui ha chiesto e scelto consapevolmente la morte dopo essere stato per molto anni completamente paralizzato. La sua è una scelta libera e personale, quindi rispettabile. Ma anche qui, se dovessimo fare una legge, dove porremmo il limite? Chiunque chieda di morire deve essere assistito medicalmente? Se una persona depressa un giorno chiedesse aiuto per farla finita, ne avrebbe meno "diritto" di lui? A parte il fatto che secondo me una società che parla di "diritto alla morte" è fondamentalmente malata, anche in questo caso, mi è impossibile non chiedermi quanto abbia inciso nella sua decisione la consapevolezza di essere un "peso" per la moglie e l’inevitabile senso di colpa che ne conseguiva. Mi risuonano nella mente le parole di Madre Teresa. Durante una lunga intervista il giornalista le ha chiesto cosa pensasse dell’eutanasia. Lei ha risposto che l’aborto è una piaga sociale e iniziato a spiegare tutto quello che stava facendo per combatterlo. Il giornalista, dolcemente, le fa notare che la sua domanda era sull’eutanasia, e la Madre, sgranando i suoi occhi da bambina, chiede con candore cosa fosse. Le spiegano che alcune persone molto malate chiedono di porre fine alle loro sofferenze. Madre Teresa è stata un attimo in silenzio, poi ha risposto che le Missionarie della Carità assistono ogni giorno malati terminali ma nessuno ha mai espresso il desiderio di anticipare la sua morte, e questo perché si sentono amati. Nessuno se si sente amato desidera morire.
Mi dispiace, non riesco ad essere obiettiva come te, il mio intento era elencare una serie di punti di vista per rendere più completa la riflessione sull’eutanasia ma vedo che si capisce apertamente la mia posizione. Mi rendo conto che sia facile parlare per chi, come me, non si trova in quella situazione, spero di non aver mancato di rispetto a nessuno con le mie opinioni.
Con stima ed affetto.
Elena

Se volete rispondere, scrivete a: claudio@accaparlante.it 
 

La disabilità “normale” – Il Messaggero di Sant’Antonio, giugno 2011

Il 21 marzo scorso si è svolta la Giornata mondiale delle persone con sindrome di Down. Filo conduttore quest’anno, almeno in Italia, è stato «lo sport per tutti», visto come potente motore d’integrazione sociale, svincolato dalle «incrostazioni» che tendono a ridurlo a qualcosa di molto meno «colorato» e piacevole di quanto potrebbe essere. Questo perché la maggioranza delle persone associa lo sport per disabili ad atleti professionisti che rispettano standard di eccellenza e tensione agonistica molto vicini a quelli degli sportivi normodotati.
A Roma, intanto, è stato presentato un vademecum, a cura di Fisdir (Federazione italiana sport disabilità intellettiva e relazionale) e CoorDown (Coordinamento nazionale associazioni delle persone con sindrome di Down), dal titolo «Orientamenti sulla pratica sportiva per gli atleti con sindrome di Down». Va ricordato che CoorDown, a fine 2010, si è aggiudicato il primo premio della terza edizione del «Pubblicità Progresso Onp Award», assegnato al miglior spot di comunicazione sociale.
 
Dallo sport alla tv: la nuova frontiera dell’handicap passa per il concetto di «normalità». Si intitola Something special out and about (qualcosa di speciale in giro) il programma per la prima infanzia trasmesso ormai da diversi anni sulla BBC. Fulcro della trasmissione sono alcuni bambini con disabilità – perlopiù affetti da sindrome di Down – chiamati a intrattenere i giovani spettatori.
Questo format televisivo prevede che le persone disabili figurino come animatori, cioè che siano loro a «fare qualcosa per» e non a «ricevere qualcosa da».
Come scrive nel suo blog Matteo Schianchi, in relazione alla trasmissione inglese: «Quando si mostra la disabilità al di fuori dei codici (cui siamo più abituati, ndr) che in fin dei conti producono sottocultura, la si può mostrare come dimensione che fa parte del mondo. La rappresentazione della disabilità può diventare ordinaria e abituale senza dover essere necessariamente un evento speciale, con ospiti speciali, storie speciali e straordinarie».
 
La notizia e il commento di Schianchi mi sono tornati in mente quando, pochi giorni dopo la Giornata mondiale delle persone con sindrome di Down, in una domenica qualsiasi, mi sono trovato in un normalissimo bar di provincia, popolato da anziani che si dividevano tra le immagini delle partite di calcio e vivaci match di tresette. Qualche metro più in là, seduta a un tavolo del locale, c’era una coppia di ragazzi Down che si scambiavano baci.
La cosa interessante era che quei vecchini a loro non prestavano attenzione, come probabilmente avrebbero fatto con qualsiasi altra coppia che avesse scelto quel luogo per passare un po’ di tempo in intimità. Ho pensato che la scena sarebbe stata perfetta per uno spot d’integrazione. Era anche un’ottima notizia, sebbene non «facesse notizia» nemmeno per i presenti. Questa, dunque, la sua forza: non essere informazione, ma unicamente realtà (però è stato difficile resistere alla tentazione di filmare col telefonino).
È anche tra questi due poli che si gioca il destino della disabilità: da un lato una realtà che sappia riconoscere come normale, e quindi anche «ignorare», in senso positivo, la diversità. Dall’altro un ambito delle rappresentazioni che aiuti a creare le condizioni per cui questo possa avvenire. Tanto la realtà quanto la rappresentazione che se ne può dare, in un rapporto di collaborazione felice, possono darci esempi di quanto sia assurdo stabilire confini, limiti, divieti. Soprattutto se a determinarli è sempre la «parte sana» della società.

Scrivete a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook.
 

Eutanasia. Giudicare? No, grazie – Superabile, maggio 2011 – 1

A volte si verificano concentrazioni di fatti che, pur essendo casuali (le concentrazioni, non i fatti), a noi sembrano evidenziare legami, destini comuni e ci spingono a cercare associazioni di vario tipo tra gli eventi stessi. Insomma, dovremmo poter prendere atto soltanto dell’involontarietà di questi "appuntamenti di accidenti", e invece siamo invogliati a costruire dei discorsi a partire da frammenti di senso (o di fatti).

Prima le polemiche innescate dagli interventi a "Vieni via con me" di Mina Welby e di Beppino Englaro; pochi giorni dopo la morte di Mario Monicelli, suicida a 95 anni d’età, per quanto gravemente malato, anzi forse anche per quello (peraltro, proprio in questi giorni è in discussione in Parlamento l’ultimo disegno di legge proposto dalla maggioranza in tema di testamento biologico, idratazione e alimentazione, ecc). Ecco il precipitare degli eventi di cui parlavamo sopra. Casi slegati, ma simili e che hanno dato a due fazioni opposte l’ennesima occasione per scontrarsi attraverso critiche aspre, frutto di ragionamenti almeno in parte strumentali.

Innanzitutto a Fazio e Saviano vorrei riconoscere il merito di aver compreso l’importanza di un tema come quello dell’eutanasia, che chiama in causa molteplici aspetti di noi come individui singoli e di noi come individui che appartengono ad una società. Anzi, lo vedremo, è proprio ragionando sul rapporto tra queste due istanze (singolo e collettività) che a mio avviso si può rilanciare il dibattito. Se si chiama in causa il divino, o qualcosa che da noi in qualche modo prescinde, mi sembra impossibile ritrovarsi su un terreno comune. Che, sia detto di sfuggita, è ciò che tuttora rende impraticabile la definizione e l’approvazione di una legge che tuteli i diritti e i doveri di chi si trova di fronte ad una scelta o, comunque, dentro una situazione come quella vissuta dalle famiglie Welby, Englaro e da tutte le altre persone di cui i quotidiani italiani ci hanno messo o rimesso al corrente. Dando vita, così, ad una guerra di "casi umani" a mio avviso un po’ penosa e irrispettosa degli stessi.

L’argomento attiene all’idea di libertà, di laicità, di autodeterminazione, di autonomia del singolo, del rapporto tra se stessi e gli altri. Quindi presuppone e rimanda ad un’idea di legge, di Stato, di convivenza tra cittadini, di rapporto tra legislazione e scienza, di organizzazione di servizi sanitari. E altro ancora. Notate, ad esempio, che le critiche seguite alla serata di "Vieni via con me" non riguardavano solo il contenuto, il cuore degli argomenti, ma si è subito allargata ai meccanismi, ai tempi, agli spazi e alle regole ai quali la tv dovrebbe attenersi (già oggi o, in futuro, a seguito di eventuali modifiche dei regolamenti). In questo caso, avanzando la richiesta, molto poco convincente, opportuna e praticabile, a mio avviso, che se in un programma si è espresso A, allora la volta successiva, se non immediatamente a latere, debba potersi esprimere anche B.

Sono a favore del testamento biologico, quel documento che potrebbe garantire il rispetto della propria volontà in materia di trattamento medico anche nel caso in cui non si sia più in grado di comunicarla agli altri. Sono a favore del riconoscimento di un limite oltre il quale una cura si configura come irragionevole accanimento terapeutico e del diritto del singolo a determinare lui quel livello, sostenuto dai consigli consapevoli di un medico e secondo procedure che si possono pensare, valutando anche modelli esteri già operanti. Perché nemmeno su questi due ambiti (e strumenti), che tra tanti mi sembrano appartenere ad un territorio meno conflittuale, si riesce a predisporre in breve tempo una legge che contribuisca a fare almeno un po’ di chiarezza?

Sono personalmente contrario all’eutanasia, almeno nella misura in cui io non "sfrutterei" questa forma di "libertà". Ma posso dirmi teoricamente a favore della stessa. Se questa è frutto di una scelta la cui determinazione non può che derivare, dipendere anche dalla qualità, dalla quantità, dalla forza, dalla debolezza dei rapporti tra gli individui, si giunge ad un punto in cui è davvero pericoloso, e a suo modo violento, esprimere un giudizio di valore su vicende che riguardano altre persone. La morte di una persona è una scelta di vita, anche perché essa chiama in causa la vita degli altri, e questo rapporto non può essere solo di dipendenza negativa («non mi "ammazzo" o non mi "faccio ammazzare", perché gli altri sono ancora vivi»), ma anche di (in)dipendenza positiva. Come se poi tutto l’onere della decisione dovesse ricadere o ricada effettivamente su chi soffre il dolore fisico o l’inutilità di un trattamento e non anche su chi "assiste" il diretto interessato (nel senso del prendersi cura ed essere testimone partecipe di quell’evento). Come se la realtà non fosse più complicata, sottile, sfuggente e le scelte non fossero costruzioni me risultati collettivi, pur restando la vita, in ultima istanza, nella disponibilità dell’individuo e il "diritto alla vita" pertinente alle singole persone (con le dovute differenze per chi, legittimamente, ritenga la propria vita un bene "indisponibile").

Non riconoscere tutte queste implicazioni significa semplificare la questione (è questo il rischio, nonostante il numero e la coralità degli interventi a mezzo stampa possa dare l’illusione di un confronto aperto e profondo tra posizioni diverse) e semplificarla non aiuta ad approssimare una soluzione. Per evitare questo rischio ritengo che l’unica possibilità sia quella di partire da se stessi e riconoscere la fondatezza piena delle proprie idee e, allo stesso tempo, essere in grado di "allontanarci da noi", porci ad una distanza tale da consentirci il rispetto delle scelte altrui.

Vito Mancuso, in "Che cosa vuol dire morire" (Einaudi, 2010) scrive "Ogni essere umano adulto responsabile ha il diritto di dire l’ultima parola sulla sua vita". Assumiamolo come punto di partenza per arrivare ad una soluzione che non obblighi "qualcuno a", non delinei o, peggio, imponga percorsi rigidi e automatici, ma che piuttosto metta i singoli e coloro che con essi sono in rapporto nella "condizione di". E’ la natura delle cose a richiederlo.

Scrivete come sempre a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook.

Claudio Imprudente
 

Il valore di un confine – Il Messaggero di sant’Antonio, maggio 2011

Più volte ho riflettuto, anche in queste pagine, sulla sofferenza (e la sua percezione), descrivendola come risultato di associazioni improprie tra elementi (Disabilità non fa rima con solitudine, «Messaggero di sant’Antonio» novembre 2008) o come una prospettiva grazie alla quale ci possiamo riappropriare di una capacità «visionaria» per intendere e modellare la realtà (La fragilità visionaria, «Messaggero di sant’Antonio» maggio 2010).
Ma cosa dire rispetto alla condivisione della sofferenza?
Nadia mi ha scritto di M. e della sua volontà di vivere il dolore da solo: «Non so nulla di che cosa possa voler dire sperimentare ciò che lui soffre. Questo potrebbe rappresentare una distanza incolmabile? Ma, considerata la nostra specifica unicità, sarebbe mai possibile partecipare del vissuto altrui? Sarebbe tremendo e, direi, andrebbe contro ciò che mi pare l’originalità (il segno, l’orma interiore) dell’essere persona, ossia la possibilità – o quasi necessità – costitutiva del rivolgersi al “tu”. In una cecità subita o scelta, senza lo sguardo altrui, che cosa potrebbe restarci se non il deserto?».

Rispondo che non si tratta di stabilire che cosa si perde nei casi in cui non è possibile essere o rendere partecipi di qualcosa che riguarda altri o noi.
Le cose non sono a senso unico.
Le cose, nostro malgrado, sono mobili, mutevoli. Non c’è un’essenza da rispettare o smentire. Non ci sono terreni da conoscere necessariamente. Se M. viveva quel dolore in modo non condiviso, a un certo punto occorreva prendere solo atto di quel che diceva e desiderava. E forse trarre una lezione anche da questo.
Nadia, ancora, chiede: «Tu scrivi in un modo molto intenso. Non ho facile accesso alla tua scrittura, ma ci provo. È come una sfida a rompere, a primavera, delle zolle indurite e resistenti. Perché mi sono messa in mente di rispondere, tuo tramite, a M.? Forse non so misurarmi con la malattia. Irrazionalmente la temo. Mi chiedo: è rifiuto della fragilità il mio? Il tuo dire mi ha indicato di scavare più a fondo. La sottintesa intenzione del “dare” viene messa in discussione quando tu dici che non si tratta di “stabilire che cosa si perde”. Si tratta forse di oltrepassare sia termini di “gestione” che di “giudizio”? Ma allora… è il caso di scrivere a M.?».

È vero: a volte le parole e i pensieri sono come zolle dure in primavera, che vanno «forzate» per essere attraversate, piegate, avvicinate. E, nel mio caso, tanto più la situazione è così, quanto più sento un argomento difficile, non solo da scrivere e descrivere, ma anche soltanto da pensare. Non solo difficile per il ragionamento, quindi, ma anche rispetto alla capacità di affrontarlo, di «arrivarci» con il sentire. Lì si creano dubbi e incertezze che la scrittura deve cercare di mimare e riportare, anche «indurendosi», se necessario. In una realtà inafferrabile non possiamo muoverci come se essa non fosse tale. Il rischio è che questo atteggiamento, a sua volta, produca incertezze. Agendo diversamente, però, rischiamo proprio di non capirla affatto questa realtà e di produrre solo incomprensioni o ferite nel confronto con gli altri.
Il punto, allora, è che non possiamo contare che su «conquiste» parziali: ci viene chiesto di abbandonare di continuo posizioni per occuparne altre. Questo non vuol dire smentire noi stessi o quello che sta davanti a noi o, appunto, costringerci all’inazione. Vuol dire provare a costruire e ricostruire un rapporto più intenso con le cose e con le persone, affinché comprendiamo che non abbiamo di fronte dei monoliti, non stiamo interpretando e parlando a dei minerali.
Ma non era di «semplice» sofferenza che dovevamo discutere?
Scrivete a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook.
 

Giorno 5 – il diario di Savigno

Alle 9.30 del mattino io, Roberto, Lucia e Mattias siamo saliti velocemente in macchina,
pronti per andare in tutta fretta a Savigno, tra le colline bolognesi, per incontrare una classe della scuola elementare del paese, nell’ambito del percorso “Bambini di Farina” di cui siamo stati animatori.
Salendo, piano piano, dalla città alle colline si poteva ammirare un paesaggio sempre più bello ad ogni curva…fiori di tutti i colori, prati verdi, file e file di alberi da frutto, albicocche, ciliegi…in breve tempo ci siamo ritrovati catapultati nella primavera. Era davvero tanto, ho pensato, che non vedevo un cielo così azzurro! Quest’aria diversa e leggera, ce lo dicevano le nostre risate, ci stava rendendo diversi e mi ha dato una sensazione di estremo relax. Chissà chi avremmo incontrato di lì a poco?
Arrivati a Savigno, stavano ancora finendo di allestire il mercato, tutto il paese sembrava concentrato lì e faceva un gran caciara, un allegro vociare molto simile a quello che ci ha invaso le orecchie non appena varcata la soglia della scuola. Cominciavo a sentire anche in me un po’ di confusione, un po’ di dubbi e di panico…era da un pezzo infatti che non entravo in una classe, ne sarei ancora stata in grado? Sapevamo in più che per il nostro primo incontro le donne del Semenzaio non avrebbero potuto essere presenti e che questo avrebbe modificato l’andamento dell’incontro stesso. La sfida perciò era quella di trovare un aggancio giusto per introdurre il tema della diversità del pane e delle culture attraverso l’esperienza diretta della nostra diversità… sapevamo che non sarebbe stato facile.
E adesso che cosa succede? Ho pensato, una volta di fronte ai bambini.
La classe, una quarta elementare decisamente vivace, noncurante della campanella e delle grida della maestra, al nostro arrivo si è improvvisamente fermata a guardarci. E da lì, da quel momentaneo istante di silenzio, ci siamo sentiti pronti a cominciare. Una volta trasferiti in aula, in cui ci siamo messi subito in cerchio, pur nel baccano che era già ripreso, un lieve alone d’incertezza si era sparso per il gruppo.
Per sbloccarci abbiamo cominciato così il gioco della carta d’identità, un gioco semplice, il cui scopo è proprio quello di iniziare a conoscersi e a capire che noi diversabili abbiamo dei gusti e degli hobby come ognuno di loro. A questo punto non sono mancate le domande attraverso le quali io e Mattias abbiamo raccontato la nostra storia.
Un altro aspetto interessante, emerso nel gioco, è stato il fatto che alcuni bambini hanno indicato come paese in cui avrebbero voluto vivere proprio il loro paese di origine (Marocco e America Latina), elemento che sapevamo ci sarebbe tornato utile in seguito. A me invece, che sono bolognese, sarebbe tanto piaciuto vivere in Africa, pensate un po’!
Dopo che ci siamo conosciuti, siamo partiti così con un’attività chiamata “scommessa” che ho condotto io stessa. Con l’aiuto di Roberto abbiamo diviso la lavagna in due colonne, scrivendo da una parte ‘’uguale’’ e dall’altra ‘’diversa’; poi ho lanciato la scommessa ai bambini chiedendo loro: Secondo voi io sono uguale o diversa da voi? Tutti hanno risposto “Uguale!” eccetto un bambino di colore, David, la cui mamma proveniva da Santo Domingo. Abbiamo scritto cinque voci per parte e una volta capito che io non ero uguale o diversa ma uguale e diversa dagli altri e che questo vale per tutti, abbiamo preso la palla al balzo dalle parole di David, per cominciare a parlare del pane marocchino Mmsemmen, che prepareremo la prossima volta con le donne del Semenzaio.
“Che tipi di pane conoscete?” Questa la domanda lanciata da Roberto che ha scatenato un girotondo di risposte a mani alzate finché ad un certo punto un bambino ci ha dato la ricetta del pane arabo dicendo che lo mangiava tutti i giorni.
Siamo tutti diversi come le diversità del pane ad esempio quello senza lievito, ragione per cui viene fatto nel caso qualche ospite si trovi a casa tua all’improvviso e ci sia poco tempo per preparare da mangiare.
 

Giorno 4 – il diario di Castelletto

Inzialmente abbiamo salutato le classi e poi abbiamo ripreso la ricetta del Msemmen, un tipo di pane arabo, introdotta nel primo incontro. Mentre Sadia e Siam impastavano i ragazzi facevano delle domande a noi, Tatiana e Mattias, sulle nostre disabilità; si è aperta la discussione circa questo argomento illustrando con le nostre parole il percorso di vita costellato anche di cose positive: Tatiana infatti ha mostrato le sue foto mentre era a cavallo. Intanto abbiamo ultimato, dopo diverse fasi di lavorazione, la preparazione di questo pane particolare e siamo passati alla cottura dividendoci in gruppi di tre per assistere alla fase finale. Interessante è stata la curiosità dei ragazzi di fronte alla cottura diversa da quella comunemente conosciuta, di casa nostra. Nel frattempo, mentre i gruppi si alternavano per la cottura, in classe abbiamo fatto l’attività del “mille più uno”, nella prima, nonostante fosse più rumorosa, siamo riusciti a raggiungere l’obbiettivo prefissato supportati anche da una lite nata tra due ragazzi in classe che si sono insultati. Gli insulti ci sono serviti da pretesto per la discussione sui pregiudizi concludendo che solo con la conoscenza si possono superare.
Nella seconda classe invece c’era una partecipazione più attiva e attenta agli argomenti, hanno fatto molte domande curiose sulla nostra vita e alla fine hanno ammesso che all’inizio avevano paura ed erano imbarazzati nel relazionarsi con persone disabili, però hanno compreso e vissuto che con la conoscenza si possono abbattere i muri della paura e della diffidenza.
Abbiamo concluso con la degustazione di questo pane diverso.
 

Giorno 3 – il diario di Castelletto

Abbiamo incontrato due prime medie di Castelletto. Come prima attività ci siamo presentati con il gioco della carta di identità, abbiamo scritto che cosa ci piace fare, quali sono i nostri sogni, le nostre passioni.
Questa attività nella prima classe è andata molto bene, i ragazzi erano molto curiosi e interessati, c’era anche un alunno arabo che conosceva la preparazione di un particolare tipo di pane e si è sentito coinvolto e questo è stato positivo.
Nella seconda classe abbiamo usato ancora la carta di identità, questa volta erano presenti anche Sadia e Sian con le quali ci siamo confrontati e conosciuti. I ragazzi di questa classe erano abbastanza attenti e interessati alle nostre esperienze di vita. Partendo dalla diversità di ognuno di noi abbiamo introdotto l’attività del msemmen, un tipo di pane arabo, cercando di capire con la classe quali fossero gli ingredienti ( acqua, farina, olio, una briciola di sale ecc). e riflettendo che con ingredienti uguali si possono creare cose diverse. Abbiamo salutato lasciando loro una consegna: scrivere o disegnare qualcosa per raccontare questo primo incontro.
Per Donato, un servitore civile è stato il primo percorso e nonostante le prime incertezze si è presto inserito nel gruppo.
Io (Tatiana) mi sono sentita attiva ed ero molto curiosa perché questo percorso era la prima volta che lo facevo, ho trovato molto interessante e utile unire il lavoro del Calamaio  con l’esperienza di altre persone per di più con una cultura diversa.
Mattias dopo un iniziale diffidenza si è sentito altrettanto soddisfatto ed è convinto di aver lasciato un’impronta indelebile nella crescita di quei bimbi che diverranno gli adulti del domani perché abbiamo dato una dimostrazione pratica che l’integrazione fra culture diverse non solo è possibile, ma porta addirittura ricchezza; infatti come mezzo per farlo comprendere ci siamo serviti di un alimento comune che viene realizzato con metodiche diverse e questo ci fa ben sperare sull’incontro concreto tra persone di etnia diversa
 

Tra le pieghe del lavoro – Superabile, aprile 2011 – 2

La monografia di HP-Accaparlante di settembre 2010 era dedicata all’analisi delle recenti trasformazioni del mondo del lavoro rispetto all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. L’indagine, condotta da Massimiliano Rubbi, faceva emergere, anche attraverso interviste a "datori di lavoro" operanti in settori diversi, un quadro vario, caratterizzato da elementi positivi ed altri, invece, critici e forieri di ulteriori elementi di difficoltà. Un aspetto molto interessante, come scrive l’autore, è che «la disabilità, tanto più quanto è più grave, può essere considerata come il paradigma estremo, e per questo più illuminante, dei limiti del nostro modello economico e lavorativo. (…) L’integrazione lavorativa vista come elemento di realizzazione personale per la persona con disabilità, fuori da ogni logica sia risarcitoria che assistenziale, mette in crisi il concetto di "condizioni di mercato", in base a cui la persona disabile sarebbe semplicemente incollocabile e appunto da risarcire/assistere – ma con questo mina alla base l’idea che, in ambito economico e non solo, ci si possa muovere esclusivamente nei limiti di "ciò che decide il mercato"». Considerazioni molto importanti e suggestive, per approfondire le quali, nella monografia, si possono leggere le parole di esperti come Carlo Lepri, la sindacalista Nina Daita, il massmediologo Sergio Bellucci, il docente universitario Stefano Zamagni e altri ancora.

Ad attualizzare (e "brutalizzare") questo importantissimo discorso, giunge la notizia che l’Italia è stata deferita da parte della Commissione Europea alla Corte di Giustizia continentale perché, pur avendo recepito con il Decreto Legislativo 216/03 la Direttiva 2000/78 del Consiglio Europeo, che aveva stabilito «un quadro per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro», il nostro Paese non ha ancora «una norma generale che imponga al datore di lavoro di prevedere soluzioni ragionevoli per i portatori di qualunque tipo di disabilità e per tutti gli aspetti dell’occupazione». Sono molti gli ambiti in cui l’Italia presenta dei vuoti normativi totali (pensiamo a quello, grave, relativo al reato di tortura, che, di conseguenza, non è previsto dal nostro ordinamento) o, come in questo caso, dei vuoti parziali, delle mancanze, delle disfunzioni che rendono una legge poco chiara ed efficace. E, di conseguenza, rendono un diritto non pienamente esigibile e garantito. Peraltro, sono mancanze meno visibili di un vuoto legislativo totale e particolarmente spiacevoli perché la legge di riferimento più importante in merito all’inserimento lavorativo delle persone disabili ha ormai dodici anni di vita (Legge n° 68 del 1999). Quindi, è a regime da molto tempo (la monografia cui facevo cenno è proprio un viaggio attorno e dentro la "68").

Ulteriore paradosso, di un paese abituato a produrne in quantità (o semplicente ironia della sorte): nello stesso giorno in cui ho letto la notizia del deferimento dell’Italia alla Corte di Giustizia Europea, prendo visione su Youtube di un video di sensibilizzazione recitato dai comici Ale e Franz, su iniziativa di Emergo (il Piano per l’occupazione dei disabili attuato dalla Provincia di Milano, e di Light (un consorzio di cooperative sociali), appena presentato. Il breve video si intitola "Gin e Fizz e la banda della 68" e ci mostra i due gangster, Ale e Franz, mentre cercano di riunire la loro banda, scontrandosi però con l’efficacia della legge "68" che, inesorabilmente, ha colpito ancora: ha trovato per tutti un lavoro regolare. Insomma, come recita il video, li hanno "presi" tutti, non per sbatterli in gattabuia, ma per dare loro un lavoro vero. Per cui, il video, peraltro molto divertente, è sì di sensibilizzazione, ma è come se raccontasse di una realtà che sembra non dover essere "sensibilizzata", in quanto già pronta e funzionante. Ma al di là di questo, lo spot si conclude così: «La legge aiuta le aziende a "prendere" i lavoratori disabili». Occorre, però, capire quanto e come questa e altre leggi aiutino in una scelta che, per tante ragioni, non è semplice, in particolar modo per chi ha, della disabilità, una visione ristretta e una conoscenza che non sia il frutto di un’esperienza concreta. Ragione per cui associare produttività-lavoro a disabilità risulta a tanti un’operazione impropria. E occorre fare attenzione ai dettagli, alle pieghe delle leggi, come il caso del deferimento del nostro Paese dimostra. Ammesso che poi la Corte decida di procedere valutando la decisione della Commissione Europea come legittima. Buon lavoro! E se vi avanza un po’ di tempo, scrivete a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook. (Claudio Imprudente)

(18 aprile 2011)
 

Giorno 2 – la voce dei protagonisti

Conversazione con i bambini della IV A
della Scuola Primaria “ A. Venturi” di Monteveglio (BO)

Di cosa si è parlato in questo laboratorio?

Angelica: Del pane Msemmen e per conoscerci.

Martha: Serviva a far capire che non tutte le persone sono uguali.

Sofia: Abbiamo imparato a conoscerci di più e abbiamo capito che per fare questo pane abbiamo mille difficoltà e che
Stefania ne ha una in più.

Mihaela: Ci hanno insegnato che tutti abbiamo bisogno di qualcuno ad esempio che chi è in carrozzina ha bisogno di qualcuno che lo spinga.

Irene: Abbiamo imparato gli ingredienti in arabo del Msemmem.

Jacopo: Ognuno sa fare cose diverse, non tutti siamo uguali e che ci vuole sempre l’aiuto degli altri per fare le cose.

Giorgia: Io non sarei riuscita a fare il Msemmen da sola, anche a casa ci ho dovuto pensare per rifarlo.

Michele: Nessuno nel mondo è normale, per chi viene dal Marocco noi forse non siamo normali perché non abbiamo il velo
in testa. Quindi la normalità non esiste.

Martina: Se uno non sa fare una cosa e l’altro sì, questo lo può aiutare e viceversa.

Diana: Per saper fare le cose non serve solo sapere gli ingredienti, ma serve anche ascoltare e le cose fatte bene sono quelle fatte con il cuore.

Giulia: Ho imparato che noi non siamo tutti uguali e che noi siamo dei tipi di pane, ad esempio c’è il Msemmen e il pane che c’è in Italia. Io sarei un pane salato.

Francesca: Questo laboratorio parlava della diversità di tutti ed è meglio non essere tutti uguali perché ognuno sa fare una cosa meglio e può aiutare un altro che non lo sa.

Manuel: La mia “macchia” di inchiostro è stata quella di aver conosciuto queste persone.

David: Se fossimo tutti uguali nessuno
imparerebbe niente. La cosa più bella di questo laboratorio è stato che ci sono state Lorella, Stefania e le signore del Marocco. 

Meno sostegno, dibattito aperto – Il Messaggero di Sant’Antonio, Aprile 2011

L’articolo di gennaio dal titolo "Meno sostegno più inclusione?" (del quale potete leggere il seguito scritto direttamente da Claudia Trombetta, la mamma dalla cui vicenda l’articolo partiva, sul sito http://www.educationduepuntozero.it) ha dato avvio a uno scambio di idee molto interessante – animato, come prevedibile, da molti insegnanti di sostegno, ma non solo – che ci permette di individuare ambiti tematici e criticità solo sfiorati dal mio scritto. Subito un aspetto importante: gli insegnanti che mi hanno risposto sottolineano spesso l’importanza, il «bisogno» della presenza dell’alunno disabile in classe, come risorsa per tutti (e non come generatore di problemi e difficoltà aggiuntive).

Un elemento critico che emerge da più lettere riguarda, invece, la qualità delle condizioni lavorative dell’insegnante, riconoscendo la validità della questione centrale che avevo messo in evidenza. Grazia scrive: «Per l’esperienza maturata negli ultimi dieci anni di carriera mi sono trovata a domandarmi: ai fini dell’inclusione, “serve” la mia presenza? E ancor di più per gli alunni gravi, serve l’insegnante di sostegno in una scuola impreparata ad accoglierli? Nei casi più lievi, invece, serve per “fare la differenza”? Forse e involontariamente ho aperto un capitolo triste e doloroso: nella scuola siamo tutti numeri, l’alunno e il docente, e l’umanità è affidata al cuore di ciascuno. Nobile è la legge 104, ma da rivedere».
 
Altri auspicano uno scambio costante di idee ed esperienze per poter definire meglio parametri quanto più condivisi, in modo da capire chi e per quanto tempo (o in che ordine di studi) possa fare a meno dell’insegnante di sostegno, pur avvertendo che in ultima istanza la decisione deve spettare alla famiglia e che in ogni caso non è possibile una generalizzazione. Altri ancora ritengono non problematico il discorso se riferito alla scuola dell’infanzia, suggerendo però, come fa Ausilia, che «l’insegnante specializzato, essendo competente e operando “in punta di piedi” nel contesto classe, è in grado di rilevare precocemente nel bambino la mancanza di prerequisiti fondamentali all’apprendimento. È poi determinante che l’insegnante di sostegno non sia percepito dagli alunni come “l’insegnante del bambino con problemi”, bensì “l’insegnante di tutti gli alunni”, come gli altri docenti. Ciò dipende dalla professionalità – oltre che dal buonsenso – di tutti i colleghi, che devono sempre ricoprire all’interno della classe ruoli intercambiabili».
 
Da accogliere e meditare anche gli interventi in più deciso disaccordo. Rita, ad esempio, si mostra perplessa: «Se con il termine inclusione intendiamo la partecipazione attiva alla vita scolastica dell’alunno con bisogni speciali, come si può affermare che sia molto meglio senza l’insegnante di sostegno? L’approccio inclusivo presuppone un docente competente che aiuti l’alunno ad acquisire quelle abilità fondamentali per un’interazione corretta con ambienti e compagni. L’età della scuola dell’infanzia è quella in cui si interviene con maggior efficacia nei risultati. Sono una docente di sostegno, non vivo in simbiosi con l’alunno, ma credo nel mio lavoro. Apprezzo l’articolo, ma non generalizziamo».
Molteplici voci, molteplici aspetti, numerosi (e doverosi) piani di lettura. Invito a proseguire questo confronto, data la qualità delle risposte e degli spunti arrivati sino ad ora, a testimonianza che l’azione della signora Trombetta non è una pretesa slegata dalla realtà; piuttosto è un tentativo mosso dall’osservazione, dalla conoscenza di sua figlia, un tentativo che ci invita ad approfondire le questioni e a non considerarle date una volta per tutte. Scrivete a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook.
 

 

Claudio Imprudente 
 

Un vigile non fa primavera – Superabile, Aprile 2011 – 1

A volte le cronache locali riservano notizie "piccole", ma non prive di ambiguità e di certo utili a svolgere discorsi di portata più generale. Non mi riferisco alla cronaca nera o rosa, ma a notizie di difficile collocazione, che per facilità potremmo dire di costume. Non ci spaventi la parola, se con essa indichiamo un campo che riguarda i rapporti tra le persone e tra esse e le istituzioni, le strutture, i cambiamenti che occorrono in un dato arco di tempo. A metà febbraio u.s. il "Corriere di Rieti" ha pubblicato un articolo con il quale informava che il Comune si sarebbe dotato in tempi brevi di un "vigile in carrozzina". Lì per lì ho pensato che si trattasse effettivamente di un apertura del corpo della polizia alla possibilità che persone disabili contribuiscano in qualche modo da "poliziotti" alle attività proprie dei vigili urbani (disabili in generale, anche perché "in carrozzina", il più delle volte, è una sineddoche, un po’ come il contrassegno per le auto, che è lo stesso per tutti, anche per chi ha una disabilità non motoria). Non potendo però credere a questa prima, precipitosa interpretazione, ho continuato la lettura per scoprire che, in realtà, si trattava di un progetto già presente in altre città, rispondente, certo, ad un problema diffuso (ricordo anche un recente progetto, "Multe Morali", del Centro Documentazione Handicap di Campobasso, anche se meno strutturato ed istituzionale di quello rietino), ma con caratteristiche non innovative.

In sostanza, "l’iniziativa impiegherà sei unità operative (composte da persone con disabilità, N.d.R.), che con il tempo potrebbero diventare di più, il cui compito sarà quello di segnalare alla sala operativa della polizia municipale eventuali infrazioni da parte degli automobilisti, legate alle barriere architettoniche. I vigili in carrozzina (…) avranno il compito di segnalare l’uso improprio del tagliando per i disabili rilasciato per la sosta o l’accesso alla zona a traffico limitato, ma anche l’occupazione dei posti auto riservati ai disabili da parte di chi non ne ha titolo o le soste che bloccano gli scivoli rendendo impossibile il passaggio delle carrozzine. Tutte situazioni che si verificano di frequente e che i vigili impiegati nel progetto – che non avranno comunque potere sanzionatorio – avranno premura di segnalare affinché la municipale intervenga per rimuoverle".
Insomma, una sorta di ronda, ma senza la sfumatura pericolosa che il termine ha assunto in Italia negli ultimi anni. Ed un modo per dare lavoro a persone che presumibilmente fanno difficoltà ad accedere ad una professione. Infatti, se ho ben capito, il Comune cerca risorse non solo per dotare i futuri vigili di carrozzine speciali con il logo del municipio, ma anche per garantire loro un reddito. Come tutto quello che va in direzione di una effettiva realizzazione dei diritti esigibili, la notizia in sé è da accogliere positivamente.

Anche se forse sarebbe più interessante allargare il raggio di influenza di questi "vigili senza portafoglio". Mi spiego meglio. Sarebbe interessante se potessero segnalare anche tutte quelle occasioni in cui rinvengano la presenza di barriere architettoniche laddove la legge preveda che esse non debbano esistere. Questo non solo perché, al di là di quelle infrazioni e violazioni della legge che dipendono dall’insensibilità altrui, come quella di chi posteggia in un parcheggio riservato senza averne il diritto, nelle nostre città sono numerosissimi i casi in cui ci si imbatte in barriere di tipo architettonico-strutturale, ma anche perché un compito di questo genere richiederebbe una formazione preventiva più approfondita e andrebbe nella direzione di creare dei lavoratori disabili con competenze più ampie e specialistiche, come quelle richieste a qualsiasi lavoratore in relazione al suo ambito professionale.

A questo, però, va aggiunta una considerazione, ed è qui che risiede l’ambiguità cui accennavo sopra. Quando si esaspera la pratica sanzionatoria, o si avverte la necessità di potenziarla, beh, significa che le cose non vanno proprio nel verso giusto. Mi viene in mente la questione delle "quote rosa", contro le quali è difficile esprimersi in una nazione come la nostra (che evidentemente ha bisogno di imposizioni per avanzare, smarcarsi da un assetto patriarcale non solo anacronistico e offensivo, ma controproducente sotto tutti i punti di vista, anche economico), ma che allo stesso tempo provocano perplessità all’interno dello stesso "universo femminile" ("è giusto che per legge si preveda la presenza del 50% di donne all’interno di una giunta comunale?").

Quello che voglio dire è che quanto descritto sopra si svolge in un’ottica emergenziale, riparatoria, che non è detto porti ad un cambiamento strutturale, politico e culturale. C’è un divario enorme tra legge e cultura e questo dato non va rimosso, per quanto, va da sé, le leggi di cui una nazione si dota riflettano la cultura della nazione stessa. Ma senza incidere nella dimensione profonda, culturale, identitaria, antropologica, se vogliamo, ogni cambiamento rischia di essere momentaneo, provvisorio, superficiale. Non dimentichiamo che, in particolare per chi opera quotidianamente in questo settore, l’orizzonte deve essere quello; pena, appunto, la volatilità di qualsiasi conquista e l’incertezza di qualsiasi futuro.

Scrivete, come sempre, a claudio@accaparlante.it o cercate il mio profilo su Facebook.

Claudio Imprudente

Giorno 2 – il diario di Monteveglio

 

L’allegro gruppetto del calamaio è tornato a Monteveglio per terminare il percorso, con la simpatica quarta classe che avevamo conosciuto per la prima volta la scorsa settimana.
Appena arrivati da loro, con l’aiuto di Norah e Sadia, abbiamo preparato il Msemmen , il loro pane arabo.
Mentre Norah impastava il pane, i ragazzi ci hanno fatto delle domande personali sulla nostra vita quotidiana e in particolare sui nostri deficit.
Rispetto al primo incontro i ragazzi erano meno imbarazzati  grazie ad una conoscenza più approfondita, erano incuriositi e si sono sentiti liberi di farci delle domande a cui noi serenamente abbiamo risposto.
Vista la loro partecipazione attiva abbiamo pensato con i nostri colleghi Roberto e Emanuela di proporre la “scommessa dell’aiuto” che consiste nel far capire ai bambini che tutti hanno  bisogno di mille persone nella loro vita, ad esempio di qualcuno che faccia il pane, chi fabbrica i vestiti, etc… noi invece abbiamo bisogno di mille persone, come tutti, più una che ci aiuti nelle cose che non riusciamo a fare.
Intanto Norah aveva finito di impastare e a questo punto ha formato tante palline per farle riposare qualche minuto.
Dopodichè ogni pallina l’ha lavorata formando dei cerchi sottilissimi che a sua volta venivano ripiegati come un fazzoletto e poi li ha messi a cuocere in una padella sopra ad una piastra. A fine cottura, due minuti circa, abbiamo assaggiato questo tipo di pane con sopra un po’ di nutella.
Era davvero squisito!!!
I ragazzi hanno notato che noi riuscivamo a mangiare da sole, nonostante i nostri deficit motori, abbiamo dimostrato di avere una certa autonomia.
Noi tutti eravamo molto dispiaciuti perché stavamo finendo il percorso e così ci siamo scambiati reciprocamente le mail, così possiamo tenerci in contatto.
Questo percorso è stato interessante e soprattutto è stata un’esperienza nuova per noi perché abbiamo collaborato con Norah e Sadia dell’Associazione Mosaico pari opportunità. Abbiamo imparato parole nuove in lingua araba, abbiamo imparato a fare un tipo di pane tradizionale del Marocco, abbiamo soprattutto avuto modo di stare in piacevole compagnia e la possibilità di scambiare vissuti e esperienze diverse.
 

 

 

Reinventare il mondo a cavallo: Don Chisciotte tra l’identità spagnola e gli squarci di modernità

di Massimiliano Rubbi

È uno dei personaggi immortali della letteratura mondiale, e l’opera che lo ritrae è stata definita dai critici il primo romanzo moderno. Don Chisciotte è una figura la cui comprensione piena ancor oggi sfida i lettori, e una delle ragioni è che il “nobile fantasioso” si trova a cavallo di due dimensioni apparentemente inconciliabili. Da un lato, il personaggio di Miguel de Cervantes raffigura l’essenza della Spagna, o a voler essere precisi della Castiglia, in un’identità tra letteratura e natura (di un popolo) che forse nessuna altra nazione può vantare – chi di voi si sente rappresentato da Renzo Tramaglino? D’altro canto, però, la follia di Don Chisciotte esprime qualcosa di universale, che però sfugge continuamente alla descrizione, in un libro che, come ha scritto Harold Bloom, “è uno specchio che riflette i propri lettori”.

Un eroe spagnolo
Una polemica ricorrente nel dibattito culturale spagnolo è riassumibile nell’opposizione “Spagna eterna” – “Spagna composita”. Uno Stato composto di 17 regioni autonome e fiere della propria diversità, ma anche l’unico Paese europeo in cui, almeno fino a qualche anno fa, si insegnava a scuola ai bambini come le popolazioni preromane della penisola fossero già “spagnoli”. La soluzione più spesso prospettata a questo dilemma è che l’identità spagnola si costruisca nella Reconquista, la fase storica che si estende dall’VIII al XV secolo in cui la penisola iberica è segnata dalla coesistenza, tutt’altro che pacifica, di regni cristiani e musulmani, fino alla cacciata dei mori da Granada nel 1492.
La Spagna, in questa prospettiva, si identifica con una sorte che per otto secoli la vede difendere in armi l’Europa dall’avanzata islamica. Il simbolo dell’essere spagnoli diventa così il cavaliere cristiano, senza paura e animato da una fede sconfinata – un’identità in cui l’ascesi religiosa, che pure troverà le sue vette sempre in Spagna nei secoli a venire, è più che temperata da una grande fiducia nelle capacità dell’uomo. Un’icona della cultura spagnola è del resto il Cid Campeador, un mercenario realmente vissuto nel XI secolo che nella leggenda, mosso dalla fede nel re e in Dio (e molto meno dai denari, rispetto alla ricostruzione storica) diviene l’eroe capace di sopportare ogni umiliazione e di riconquistare alla cristianità Valencia.
Partendo da questo contesto culturale, Cervantes costruisce un cavaliere che può rinverdire i fasti della sua tradizione solo in un mondo da lui stesso immaginato, ma che in esso fa sfoggio degli stessi valori di quella tradizione, dall’abnegazione al senso della giustizia – valori che Don Chisciotte tenta ripetutamente di instillare nel suo scudiero Sancio Panza, attraverso ragionamenti il cui buon senso delinea un netto contrasto, a volte espressamente marcato, rispetto all’illusione in cui vive. Al tempo stesso, la follia di Don Chisciotte è filtrata dai secoli di letteratura cavalleresca che lui stesso ha divorato, e anche per questo il suo movimento non è guidato da uno scopo finale preciso come poteva essere, nella storia, la difesa e la cacciata dei Saraceni, quanto piuttosto dalla necessità di trovare nuove avventure in cui misurare se stesso. Ariosto non è passato invano, anche se in Cervantes il cavaliere non cerca qualcosa che ha perso e desidera ritrovare (come Orlando Angelica, o Ferraù il suo elmo), ma trova nel vasto orizzonte di Castiglia e nei suoi astuti e curiosi abitanti gli elementi cui, sia pure nella trasfigurazione immaginaria, è indissolubilmente legato.
Per questi motivi Don Chisciotte riesce a rappresentare quant’altri (reali o fittizi) mai la storia e l’identità del proprio popolo, filtrandone la tradizione in una rielaborazione a molti livelli che tuttavia si compone fluida nell’ironia bonaria del suo narratore.

La rivincita della grotta
Fosse tutto qui, il Chisciotte sarebbe la riuscitissima espressione di uno spirito nazionale: un risultato certo eccezionale, ma senza l’attitudine a essere un classico e ancor meno a segnare uno spartiacque nella storia del romanzo mondiale. Per capirne l’universalità dobbiamo quindi guardare alla follia di Don Chisciotte, alla sua diversità che solo la fine può eliminare (solo sul letto di morte, e a prezzo di un rinnegamento di identità, riconoscerà: “Poc’anzi fui pazzo, ed ora sono savio, fui don Chisciotte della Mancia, ed ora non sono altro che Alfonso Chisciano il Buono”).
Nelle due parti del libro, separate da dieci anni di distanza, la relazione dei personaggi con Don Chisciotte varia sensibilmente. Nella prima parte si alternano lo stupore di chi ne incrocia casualmente la via e il tentativo di ricondurlo al senno dei suoi amici, il curato e il barbiere (il medico e l’infermiere?), che arrivano a bruciarne i libri di cavalleria per tentare, invano, di eliminare la causa della sua mania.
Nella seconda parte del libro, invece, la follia di Chisciotte è un dato accettato, anche perché nota a tutti coloro che hanno letto il primo volume delle sue vicende (anche in questo surreale sfoggio di meta-letteratura sta la modernità del testo). Di qui le burle che molti ordiscono ai danni del cavaliere, mettendolo volutamente in situazioni in cui il contrasto tra realtà e fissazione illusoria genera la comicità, che trovano il culmine nelle complesse messe in scena allestite dal Duca e dalla Duchessa, che ospitano Don Chisciotte a questo solo scopo. Anche il curato e il barbiere scendono sul piano della follia, e per riportare a casa l’amico fanno sì che il baccelliere Sansone Carrasco lo sfidi a duello, fingendosi “Cavaliere degli Specchi” e facendogli promettere che se perderà rinuncerà alla cavalleria errante (ma solo il secondo duello riuscirà nell’intento). La pazzia di Chisciotte, oggetto di derisione, di fatto domina il mondo, e come tutte le signorie finisce per generare incongruenze con il reale – tutta questa parte del libro è infatti segnata dalla percezione di Don Chisciotte di essere “incantato”, dopo che Sancio gli ha spacciato per Dulcinea una contadina trovata per caso fuori dal Toboso.
Insomma, proprio quando il mondo pare divenuto il palcoscenico per le imprese del cavaliere, lui inizia a notare le sfrangiature dei fondali. Anche per questo l’episodio chiave risulta quello della grotta di Montesinos, quando Don Chisciotte decide di calarsi in un antro in cui nessuno ha mai osato scendere. Al suo ritorno, il suo mirabolante racconto del palazzo incantato e del compito, che gli compete, di liberarlo dalla magia, non può essere contestato da Sancio, e nemmeno da Cervantes, il quale, pur marcando le distanze dall’esposizione del cavaliere (“stupefacenti cose che per la loro assurdità e enormità fanno sì che quest’avventura sia ritenuta apocrifa”), si guarda bene dal rivelare cosa sia realmente avvenuto nella grotta. Ritorna perciò il contrasto apparentemente insanabile che Sancio così esprime: “Come mai può egli darsi che un uomo che sa dire tante e sì buone cose come quelle che ha ora dette il mio padrone, vada poi raccontando di aver veduti quegl’impossibili spropositi della grotta di Montesinos?”
La monomania di Don Chisciotte emerge qui come quello che è sempre stata: il tentativo di dare un ordine al mondo – appunto, un ordine e uno solo, che quando si allinea alla sapienza del mondo appare buon senso, mentre quando se ne distacca risulta pazzia. Quando, nell’incontro con la falsa Dulcinea, si aprono crepe nell’ordine della “cavalleria errante”, la grotta offre l’occasione per instaurare il nuovo ordine dell’“incantamento”, perfettamente coerente nella letteratura cavalleresca con il primo, e che segnerà tutte le avventure seguenti (e le successive canzonature). Ma l’ambientazione dell’episodio non può che richiamare alla mente, seppure con una ambigua inversione, uno dei testi fondativi della civiltà occidentale: il mito della caverna di Platone, e in particolare l’esito secondo cui l’uomo che guarda fuori dalla caverna sarà deriso e minacciato dai compagni quando tenterà di convincerli a uscirne per vedere “lo splendore del vero”, e tuttavia non potrà più limitarsi alla comprensione delle ombre. Il rischio che il cavaliere della Mancia corre più volte di essere pestato a morte da coloro con cui viene a contatto sembrerebbe la versione picaresca di questo eterno contrasto tra chi guarda lontano e chi riesce a guardarsi solo le punte di piedi troppo piantati sulla terra.

Romance e romanticismo
La lettura romantica del Don Chisciotte lo interpretò come un eroe in grado di riscattare la mediocrità del mondo in cui vive, fatto di locandieri avidi e contadine volgari, tramite la propria immaginazione che rimanda ad alti ideali (mentre Sancio, in contrapposizione, rappresentava il simbolo della bassezza). La pazzia, nella mentalità romantica, è del resto il grimaldello con cui superare l’esistente e dunque il sale del vero artista, che attraverso la propria irrazionalità marca la distanza dal mondo borghese in cui è condannato a vivere.
La critica più recente, a partire da Miguel de Unamuno, ha ampiamente rivisto questa lettura schematica del capolavoro di Cervantes, ma qualche elemento ne va forse conservato. In senso più moderno, il fascino di Don Chisciotte sta nella sua capacità, di fronte al senso di insoddisfazione per una vita inerte da piccolo nobile di campagna, di costruire una terza via tra il cambiare il mondo e l’accettarlo così com’è: ricostruire il mondo con la propria fantasia, accettando di giocare fino in fondo il proprio ruolo in quel mondo. In un senso ancor più moderno, d’altronde, il testo di Cervantes segna la rottura del rapporto della letteratura con la realtà e la frantumazione dei punti di vista (così Michel Foucault): se è così, ha ancora senso parlare di “mondo”, e di “saper stare al mondo” come discrimine tra la normalità e la follia? A 400 anni dalla sua stesura, il discorso sulla diversità, la follia e la realtà di Don Chisciotte della Mancia è non solo attualissimo, ma ancora in larga parte da scrivere.

Ingresso Libero

L’inclusione degli studenti universitari con disabilità non può limitarsi solo all’accesso alla formazione universitaria formale; uno studente disabile deve anche vivere l’esperienza universitaria in maniera completa, avendo come riferimento una più ampia inclusione sociale. Ecco allora che è venuto spontaneo pensare di rilevare l’accessibilità dei luoghi informali, quelli cioè frequentati dagli studenti universitari al di fuori delle ore di lezione, quelli che definiscono cioè il vissuto di relazioni in un tessuto urbano.

La cittadella universitaria è stata il nostro punto di partenza. Abbiamo cominciato con il ragionare sulla tipologia dei luoghi da rilevare (sale studio, locali per i pranzi e locali per le uscite serali) e sull’area entro cui svolgere il rilievo; poi siamo passati a costruire una griglia di rilevazione per raccogliere il parere degli studenti universitari. Abbiamo realizzato le interviste intercettando gli studenti per strada, nella zona universitaria; quindi, una volta raccolte le informazioni, si é proceduto con il rilevare i locali, divisi per zona e per tipologia (la logica discriminante era verificare se quelli già frequentati da tutti sono accessibili e in che modo alle persone con disabilità).

Precisiamo che non siamo finanziati in alcun modo dai locali che rileviamo e che, se in alcune schede i dati non sono completi, questo dipende dall’indisponibilità dei gestori a farci portare a termine il lavoro.

In seguito, abbiamo elaborato i dati e proceduto a una costruzione di una base dati, da diffondere principalmente via web.
Attenzione però a liquidare il tutto come una “lodevole” iniziativa per le persone con disabilità; prima di altro il progetto ha potuto verificare la risposta “culturale” che gli esercenti, gli studenti e i comuni cittadini bolognesi o che abitano Bologna hanno dato. Di fatto, Ingresso Libero è anche un importante termometro del livello di attenzione alle esigenze di ogni cittadino, con o senza disabilità.
Intento del progetto, quindi, è principalmente quello di fornire informazioni sull’attività e alle caratteristiche dei luoghi rilevati (siano essi bar, negozi, chiese, musei…); in aggiunta è prevista la raccolta di dati "quantitativi" o, almeno, descrittivi della struttura.
Per questo parliamo di fruibilità, da intendersi in senso più esteso rispetto all’accessibilità vera e propria (ovvero non legata soltanto alle caratteristiche strutturali e architettoniche degli ambienti).

Le prospettive di sviluppo
•    Implementazione del sito che potrebbe fornire ulteriori importanti opportunità di scambio e integrazione soprattutto alle persone con disabilità. Integrare le informazioni pubblicate con segnalazioni fornite da altri studenti o cittadini con disabilità o anche da semplici cittadini universitari e non, che maturino “un occhio” più attento alla fruibilità “per tutti” dei locali, rappresenterebbe un importante segnale per la reale inclusione di tutti i cittadini.
•    Allargare il rilievo ad altre zone della città e ad altri tipi di locali: non è necessario restare legati alle zone o alle abitudini strettamente universitarie poiché gli studenti vivono la città e fruiscono di tutti i servizi rivolti ai cittadini; in questo modo, il lavoro potrebbe essere utile a un target più ampio.
•    Ampliamento del gruppo di lavoro ad altre persone con disabilità (non solo studenti), in questo modo si otterrebbero diversi risultati: allargare la rete di relazioni, offrendo alle persone coinvolte (con disabilità e non) la condivisione di un obiettivo comune; la possibilità di fare un lavoro più ampio e complesso e il senso del farlo insieme; stabilizzare il lavoro dandogli continuità e maggiore visibilità.
•    Dare al lavoro una rilevanza cittadina maggiore, anche attraverso un allargamento del partenariato.