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autore: Autore: a cura di Massimiliano Rubbi

8. Bologna e il sociale, tra passato e futuro

Intervista a cura di Massimiliano Rubbi

Come si raccorda la creazione degli Sportelli sociali con la storia dei servizi in una realtà avanzata, specie negli scorsi decenni, come quella bolognese ed emiliano-romagnola? Ne parliamo con Elve Ghini, responsabile dei servizi sociali a Bologna negli anni ’80 e ’90 e oggi Assessore ai Servizi alla Persona nel Comune di Anzola dell’Emilia (BO).

Cosa è successo tra gli anni ’70-’80 e la necessità odierna di ricomporre l’accesso ai servizi?
È successo che la legge 328 del 2000 ha definito un quadro normativo e organizzativo che non tiene conto delle disomogeneità molto forti presenti nel panorama nazionale per quanto riguarda l’organizzazione dei servizi sociali territoriali, che in alcune realtà sono addirittura assenti o presenti in misura molto ridotta; mentre in altre realtà più articolate, come Bologna, troviamo invece una miriade di servizi specializzati per target di popolazione che sono molto preparati tecnicamente sulle specifiche aree, ma molto poco in rete. Servizi che, a causa delle numerose variazioni organizzative che in questi anni li hanno riguardati, facendoli passare dalla dipendenza dai vecchi Consorzi socio-sanitari a quella dall’USL, a quella dai Comuni e/o dai Quartieri e dall’ASL, e ancora dal Comune centrale, hanno moltiplicato i punti di accesso non sempre nell’ottica di agevolare il cittadino, ma certamente per specializzare le competenze sempre più complesse necessarie per affrontare vecchi e nuovi bisogni, creando molteplici agenzie sparse sui territori, poco collegate fra loro se non dalla buona volontà degli operatori, ma non di certo secondo processi organizzativi e procedurali chiari, trasparenti, semplici, accessibili.
La ricomposizione dell’accesso, prevista dalla 328, è quindi necessità urgente e ineludibile perché il cittadino possa trovare un punto chiaro dove avere informazioni, sostegno, presa in carico e orientamento alle opportunità esistenti, ma accanto a essa è necessaria la definizione dei livelli essenziali di assistenza, che nessun governo è riuscito a licenziare dal 2000 a oggi. La riduzione progressiva delle risorse, non in assoluto ma in relazione al moltiplicarsi dei bisogni e alla loro differenziazione e ai costi sociali che ne derivano, e anche l’aver utilizzato molte, forse troppe, risorse dedicate a centri specialistici, prodotti di nicchia che funzionano bene ma cui accedono poche persone selezionate (es. centri famiglia, spazi giovani), hanno messo ancor più in evidenza differenze e disparità fra i cittadini nell’accesso ai servizi, che vanno assolutamente colmate con politiche organizzative più trasparenti ed eque.

Gli Sportelli sociali oggi pongono enfasi sull’informazione e l’orientamento del cittadino per una sua scelta tra i servizi. Questo aspetto informativo era valorizzato anche 30 anni fa?
Non si chiamava Sportello sociale, ma segretariato sociale, ed era garantito anche allora da personale amministrativo e da Assistenti Sociali che ricevevano un grande aiuto dalla rete informale, che era molto più vicina alle istituzioni di oggi, in un momento molto difficile nel rapporto fra cittadini e istituzioni, anche a causa del dilagare dell’individualizzazione dei rapporti sociali e della crescita esponenziale della sofferenza degli individui in una società sempre più complessa ed esigente verso il singolo; questa situazione attuale produce un costante aumento della domanda socio-assistenziale (casa-lavoro-aiuto economico) e una richiesta di aiuto e di sostegno sempre più complessa agli operatori, che dal canto loro sono sempre meno attrezzati e supportati da strumenti di lavoro che un tempo erano più diffusi, come il lavoro in équipe, l’integrazione fra professionisti specializzati nei diversi campi o i percorsi di aggiornamento e di formazione continua che affrontavano le problematiche dai diversi punti di vista.
Anche per questo, spiegare ai cittadini con una Carta dei Servizi quali oggi siano i servizi a loro disposizione a Bologna sarebbe impossibile, perché molti servizi non sono ad accesso diretto ma sono attivabili solo dagli assistenti sociali all’interno dell’organizzazione dei servizi, dopo un’attenta valutazione delle risorse disponibili e la definizione di un progetto condiviso fra operatore e utente-famiglia.

Come si è evoluto il ruolo delle associazioni di volontariato o di rappresentanza nell’accesso e nell’erogazione dei servizi, e nel segnalare bisogni insoddisfatti?
Molte associazioni di volontariato e di rappresentanza costituivano già molti anni fa il primo livello di rapporto mediato fra il cittadino e le istituzioni (penso ad esempio ai sindacati dei pensionati, diffusi su tutti i territori comunali), per segnalare i bisogni nascosti e insoddisfatti, per aiutare le persone ad avvicinarsi ai servizi e per avvicinare le risposte preconfezionate dei servizi ai bisogni personali dei cittadini.
Oggi le associazioni di rappresentanza o di volontariato sono molto più numerose, articolate e diffuse, ma c’è un grande problema, a mio parere non ancora affrontato, di governo della comunità, la quale, se non trova luoghi per progettare e confrontarsi sui bisogni, rischia di disperdere le risorse a cui sempre più spesso queste organizzazioni possono accedere direttamente (5 per mille, Centri di Servizio per il Volontariato, Bandi regionali ed europei, Fondazioni), e di rendere autoreferenziale la programmazione degli Enti Locali, delle ASL o delle neo-costituite ASP, producendo una separazione invece che un’integrazione fra le politiche sociali che vengono decise e attivate in una determinata comunità.
Uno dei principi fondanti delle istituzioni, cioè quello di offrire risposte omogenee a parità di bisogni, può realizzarsi solo attraverso l’esercizio della funzione di regolazione dell’agire dei diversi attori sociali presenti in un territorio, riservandoci come enti pubblici di mettere in atto quelle politiche che la società organizzata non è stata in grado di attivare da sola. Questo può avvenire solo se c’è una forte integrazione fra i diversi soggetti che operano in una comunità, e solo così si potranno utilizzare al meglio le poche risorse disponibili.

Ora che a livello nazionale i livelli si sono (più o meno) uniformati a quella che era un’esperienza pionieristica di Bologna, quale può essere il ruolo della città e dell’Emilia Romagna nell’aprire una nuova fase di sviluppo dei servizi sociali?
È difficile rispondere, perché chi oggi, come me, vive il processo di riorganizzazione appena avviato, fatica a ragionare in una prospettiva di sviluppo, schiacciato com’è dal capire dove si trova, cosa deve fare e che senso dare a quello che gli viene chiesto di fare. Comunque, bisognerebbe ripartire davvero dall’ascolto individuale e collettivo delle persone che vivono nei nostri territori, attraverso le forme organizzate di rappresentanza ma anche attraverso le relazioni individuali che si realizzano all’interno dei processi di aiuto. Solo dopo aver ricominciato un lavoro continuativo di comunità, e aver valorizzato le risorse umane formali e informali che operano in questo ambito, andremo a definire sulla base di conoscenze precise e costanti nel tempo le nuove linee di progettazione/pianificazione articolate secondo uno schema metodologico, che è un classico collaudato per i servizi sociali, ormai utilizzato anche in altri campi diversi dalle scienze umane:
– cosa serve a quella persona per migliorare la sua condizione sociale;
– chi può fare che cosa al minor costo possibile;
– chi deve essere responsabile di quel processo di aiuto;
– quali risultati vogliamo raggiungere possibilmente condivisi con l’utente e la sua famiglia;
– chi può finanziare le azioni ritenute necessarie.

7. La “divisione del lavoro”. La costituzione degli Sportelli sociali a Bologna

Intervista a cura di Massimiliano Rubbi

Nella costruzione degli Sportelli sociali risulta fondamentale un adeguato coinvolgimento degli operatori, che necessariamente passa tramite la mediazione sindacale. Sul caso bolognese abbiamo sentito Mirella Monti, rappresentante sindacale CGIL presso il comune di Bologna e direttamente coinvolta nella non facile trattativa che ha portato alla recente costituzione degli Sportelli in città.

Come è stato impostato l’avvio degli Sportelli sociali da parte del comune di Bologna per quanto attiene a figure professionali adibite, sedi di servizio, ecc.?
Gli Sportelli sociali sono una delle due articolazioni del nuovo Servizio Sociale Territoriale (SST) dei 9 Quartieri, e sono la porta di accesso dei cittadini agli interventi del servizio sociale; l’altra articolazione è data dal Servizio Sociale Professionale, costituito dalle sole Assistenti Sociali, che è il vero punto dove vengono individuati gli interventi ed erogate le prestazioni sociali relative a quasi tutte le tipologie di disagio sociale, da quelle riguardanti i minori e le famiglie a quelle degli adulti e degli anziani, con esclusione delle forme di disagio qualificate come prevalentemente sanitarie – disabilità, dipendenza da sostanze, psichiatria.
Il comune di Bologna ha programmato l’apertura degli Sportelli sociali nei quartieri della città ipotizzando una dotazione di dipendenti composta esclusivamente da personale con qualifica amministrativa, consistente nel personale già in servizio presso i Servizi Sociali Anziani addetti ad attività amministrative, rinforzato nel numero da altro personale amministrativo proveniente dagli uffici dei servizi sociali precedentemente centralizzati che, nel nuovo disegno organizzativo del sistema di welfare locale decentrato, non trovavano una nuova collocazione. La prima proposta dell’Amministrazione Comunale alle Organizzazioni Sindacali, risalente al mese di settembre 2007, prefigurava una dotazione organica di due amministrativi per ogni sportello (per un totale di 20 persone), con la previsione di una apertura oraria totale nei giorni della settimana, sabati e due pomeriggi settimanali compresi. Dopo le osservazioni rilevate, che segnalavano l’impossibilità di poter garantire, con solo quella dotazione di personale, l’apertura prevista, l’Amministrazione ha poi ampliato tale numero con un aumento di personale per ogni sportello, raggiungendo la cifra complessiva di 56 amministrativi per 10 Sportelli sociali cittadini (uno sportello per ogni quartiere, tranne Navile che ne ha previsti due). Nell’ipotesi poi dell’Amministrazione potrebbero venire aperti, dopo una fase di assestamento, anche eventuali altri sportelli decentrati, magari non in tutte le giornate, presso luoghi di grande frequentazione dei cittadini (ad es. presso qualche centro sociale o ricreativo, o presso grandi ipermercati). In ogni caso le sedi degli Sportelli sono state, normalmente, individuate presso le sedi dei Quartieri. Il tema delle sedi logistiche non è stato comunque facile da risolvere, perché non tutti i quartieri avevano, e hanno, spazi sufficienti, e soprattutto di agevole accesso per i cittadini e con collocazione sicura per il personale. Questo personale amministrativo sarà coordinato da una Assistente sociale, che non svolgerà però attività di ricevimento del pubblico, ma svolgerà funzioni di programmazione e consulenza al personale addetto e sarà di sostegno e supporto nelle situazioni di ricevimento più difficili.

 Quali innovazioni e quali difficoltà ha comportato la transizione agli Sportelli per le diverse figure tecniche (assistenti sociali, educatori) e amministrative dei servizi sociali comunali?
Le difficoltà e le innovazioni sono numerose e complesse, perché l’apertura degli Sportelli sociali è coincisa con il ridisegno del sistema dei servizi sociali in città, con il decentramento ai Quartieri, con l’ipotesi di affidamento di alcuni servizi e attività alle nuove ASP cittadine (Poveri Vergognosi e Irides), con il trasloco degli uffici nella nuova sede, con la decisione di collocare le funzioni educative degli educatori professionali fuori dai Servizi Sociali e all’interno di una nuova Area Infanzia e Adolescenza dei Quartieri, in un’ottica di maggiore attenzione all’attività di prevenzione e di lavoro sul territorio e di comunità più che alle prese in carico individuali e assistenziali.
Le innovazioni stanno nel riportare a ogni territorio tutte le tematiche sociali portate dalla cittadinanza (dai minori agli anziani, passando per gli adulti), con il decentramento ai quartieri, nell’individuare un unico punto di accesso dei cittadini al nuovo servizio sociale territoriale, e, come già prima accennato, nel separare la funzione educativa da quella sociale. Le difficoltà stanno, in primis, nell’avere organizzato tutta questa operazione senza una grande preparazione precedente (ad es. facendo gruppi di lavoro misti e che potessero produrre delle proposte organizzative minimamente condivise, o magari facendo una sperimentazione prima in un solo quartiere), con molta fretta e facendo coincidere in modo contestuale tutti i cambiamenti. Per cui, per quanto riguarda gli Sportelli sociali, le difficoltà sono quelle di aver previsto esclusivamente personale amministrativo e di averne modificato le mansioni svolte precedentemente, che erano prevalentemente di natura amministrativa e burocratica, in mansioni di natura relazionale e comunicativa (accogliere le persone, dare informazioni e orientare, provare a decifrare in un primo momento la domanda del cittadino), tutto questo senza aver valutato se le persone erano o meno in possesso di queste attitudini (trattare con le persone, per di più in situazione di bisogno, non è come trattare degli atti e della carta) e, soprattutto, senza avere, prima dell’apertura degli Sportelli, effettuato una benché minima formazione sulle competenze relazionali.
Per quanto riguarda le Assistenti Sociali, la difficoltà, per come la avverto io, è nell’integrazione fra gruppi e competenze precedenti (prima suddivise in Minori e Famiglie, Adulti, Anziani) e anche, per quanto riguarda le A.S. del precedente Servizio Minori, nella perdita della figura dell’educatore professionale, con la quale si era consolidata una determinata modalità di lavoro e collaborazione che deve essere rivista. Questa difficoltà di integrazione operativa e organizzativa non viene aiutata dalla logistica, poiché, in molti quartieri, le assistenti sociali non possono condividere gli spazi, a causa dell’insufficienza dei locali, per cui i gruppi rimangono separati in sedi diverse e anche lontane (chi si occupava di anziani in un luogo, chi si occupa di minori in un altro, chi degli adulti in un altro ancora).  Per quanto riguarda gli educatori, la difficoltà consiste nel fatto di essere stati assegnati ai quartieri e all’Area Infanzia e Adolescenza senza una proposta e un modello di organizzazione e di funzioni già ideato e prospettato da qualcuno; pertanto, nella prima fase, si è creata una situazione di incertezza su cosa fare di diverso, all’interno della nuova ottica dell’amministrazione, e come ridefinire il rapporto con le assistenti sociali, relativamente alle competenze e alle tipologie degli interventi educativi e sociali.
Per tutto il personale poi si è vista azzerata qualche funzione specializzata acquisita nel tempo (ad es. sulle emergenze sociali, sui minori abbandonati, sull’immigrazione, ecc.) e sulla quale ci si era impegnati e formati.

A Bologna, oltre che con le dinamiche di decentramento e riorganizzazione citate, l’avvio degli Sportelli sociali si è intrecciato con il trasloco nella nuova Sede Unica. Dal punto di vista sindacale, quali difficoltà nella relazione con gli operatori si sono generate a causa di queste sovrapposizioni?
Le difficoltà, come in parte già espresso prima, sono state nell’accelerazione di tutta l’operazione, per cui dalla data dell’apertura della trattativa con l’Amministrazione Comunale, il 16 maggio, in un mese si è arrivati alla sottoscrizione del pre-accordo (24 giugno), e poi dopo altri 45 giorni alla formalizzazione del decentramento, con l’atto del Settore Personale e Organizzazione di assegnazione dei dipendenti ai Quartieri il 6 agosto. Tutto ciò nel pieno dei mesi estivi e di ferie dei lavoratori e del trasloco degli uffici nella nuova sede comunale. Come già detto, inoltre, non c’era stata una preparazione precedente dei diversi gruppi di operatori, sicché per molti le novità e le modificazioni del lavoro sono state davvero sostanziali (assegnazione a nuovi servizi, trasloco, attribuzione di nuovi e diversi compiti), senza un percorso almeno partecipato e senza una qualche formazione. Questo ha comportato la difficoltà di non poter avere certo tempo per confrontarsi, per approfondire le problematiche che si aprivano, per poter condividere – almeno in parte – gli obiettivi dell’intero progetto e il percorso per raggiungerli. È davvero mancato un coinvolgimento e una partecipazione a questo disegno organizzativo.

Ritenete che l’avvio degli Sportelli sia stato accompagnato, da parte dell’Amministrazione, da idonee iniziative di sensibilizzazione, valorizzazione economica e motivazione di chi negli Sportelli andrà a lavorare? E quale clima riscontrate tra i prossimi operatori degli Sportelli?
Parte di queste considerazioni sono già state accennate, e si può dire che sono state diverse le mancanze sullo Sportello sociale. Innanzitutto non tutto il personale era stato precedentemente coinvolto in una informazione o formazione di base sulle ragioni dell’apertura di questi sportelli, ai sensi della normativa nazionale e regionale, per cui, per qualche dipendente, questo servizio era una novità assoluta; inoltre, come già evidenziato, l’Amministrazione Comunale non ha condiviso l’importanza di valutare le motivazioni di questo personale, minimizzando l’importanza delle competenze relazionali in questo servizio. Ho già detto che la formazione, invece che essere svolta precedentemente all’avvio degli Sportelli, sarà invece contestuale e successiva alla loro apertura, sia per la parte relazionale e comunicativa, che per quella di informazione e informatica (utilizzo di programmi e di schede dei diversi servizi), con il rischio che il personale non sia pienamente in grado, sin dal primo giorno, di saper rispondere correttamente ai cittadini che si rivolgono allo sportello.
Per quello che riguarda la valorizzazione economica, tema prettamente di natura contrattuale e sindacale, l’accordo ha previsto tre tipi di valorizzazione: la progressione verticale dalla cat. B alla cat. C Amministrativa (per il personale ancora in cat. B); il riconoscimento dell’indennità di sportello per ogni turno di presenza al ricevimento del pubblico; l’individuazione di un Progetto incentivante per tutti i dipendenti oggetto della riorganizzazione e decentramento ai quartieri, pari a 110.000 Euro complessivi per tutto il personale e con quote differenziate in relazione a criteri di diverso impegno e modifiche lavorative.
Il clima fra gli operatori è quindi in parte di obbligatorietà, in parte di incomprensione dell’urgenza nella tempistica, in parte di sensazione di non esser stati messi nelle migliori condizioni per poter svolgere una adeguata accoglienza ai cittadini (sia per il ricevimento che per le risposte e informazioni).

In base al percorso che ha portato all’accordo sindacale del 24 giugno 2008, quali consigli dareste su cosa perseguire e cosa evitare ai vostri colleghi di un Comune, anche di dimensioni più piccole, che si accinga a istituire un servizio di Sportello sociale?
Il consiglio che si può sempre dare è di informare preventivamente e in modo chiaro le persone, di farle partecipare attivamente alla definizione delle proposte operative e organizzative, valorizzando così le conoscenze che loro hanno del lavoro da punto di vista pratico e concreto, raccogliendone suggerimenti e osservazioni che sono dati dalla esperienza. Questo approccio aiuterebbe a evitare problemi successivi e contribuirebbe a creare un buon clima interno al servizio e una buona relazione con i cittadini. Ma questo modello partecipativo non è più molto di moda, è forse una nostalgia di qualche sindacalista, mentre sembra prevalere, nelle amministrazioni, una impostazione dirigistica e molto gerarchica.  

4. L’esperienza dello Sportello sociale di Castelfranco Emilia

Intervista a cura di Massimiliano Rubbi

Come viene percepita la costituzione degli Sportelli sociali da parte dei Sindaci e degli amministratori locali? Un parere relativo al suo territorio offerto da Sergio Graziosi, Sindaco di Castelfranco Emilia (MO).
Lo Sportello sociale, avviato nell’anno 2004 in applicazione della DGR 2749/03 e tuttora collocato in ogni Comune del Distretto di Castelfranco Emilia, costituisce un punto unico di accesso alla rete dei servizi sociali e socio-sanitari integrati. Lo Sportello sociale si raccorda con altri punti di accesso presenti sul territorio in particolare con quelli sanitari.
Lo Sportello sociale rappresenta, finalmente, il punto di congiunzione tra offerta e domanda di servizi socio-sanitari, e cioè il punto di incontro tra il Comune, responsabile di prevenzione, cura e reinserimento sociale, e il cittadino/persona, incontrato e servito non più quale soggetto itinerante tra prestazioni offerte da un’organizzazione strutturata per uffici/ambulatori e quindi standardizzata per bisogni presunti di una persona altrettanto presunta bisognosa. Di quale male? Fisico o sociale? E se trattasi di male fisico, quale lettura sociale e quale ricaduta sociale avrà sul sistema sociale organizzato?
Il legislatore ha lasciato libera l’amministrazione di organizzare il sistema organizzativo distrettuale quanto a qualità e quantità della politica socio-sanitaria, ma detta libertà è limitata da norme che richiedono:
– di non ridurre il modello a pura declaratoria ripetitiva della norma stessa, e quindi tacendone i contenuti attuativi;
– di non mantenere l’organizzazione dello stato “quo ante” che la norma stessa ha inteso abrogare e/o modificare.
I Piani di Zona Triennali (2002-2004 e 2005-2007 e Piano attuativo 2008) hanno fatto proprie le Linee guida della Regione Emilia Romagna, che prevedevano l’unificazione dell’accesso ai servizi socio-sanitari e socio-educativi al fine anche di ridurre le disuguaglianze e le ingiustizie causate da insufficiente informazione, da barriere organizzative e/o burocratizzate, frammentate e localizzate in modo dispersivo.
I Comuni del Distretto socio-sanitario di Castelfranco, con l’apertura dello Sportello sociale, accolgono la più ampia tipologia di domanda/bisogno socio-sanitario ed educativo.
Pertanto lo Sportello sociale costituisce anche la base generale e universale di indicatori di stima del bisogno e quindi per:
– la formazione e l’aggiornamento del sistema informativo zonale;
– l’adozione di politiche socio-sanitarie e socio-educative programmate;
– la segnalazione di reclami che richiedono soluzioni e proposte migliorative del funzionamento dei servizi;
– l’assistenza al cittadino/persona per la ridefinizione eventuale del progetto di intervento familiare e/o individuale, qualora sia ritenuto necessario e/o indispensabile la progettazione di un piano di intervento anche polivalente teso alla soluzione dello stato di non autosufficienza lavorativa, abitativa, relazionale, sanitaria e funzionale della persona e/o del suo gruppo di appartenenza.
Lo Sportello sociale quindi si colloca quale punto nello spazio sociale che incontra il cittadino/persona e non il cittadino/cliente.
Nell’anno 2007 lo Sportello sociale è stato implementato con un servizio di orientamento e mediazione al lavoro, rivolto a famiglie che assistono persone non autosufficienti e assistenti familiari, e da un servizio di InformaDonna, in collaborazione con soggetti del Terzo Settore.
 Il riscontro da parte della cittadinanza è dimostrato dai dati che seguono, con gli accessi allo sportello sociale nell’anno 2007, che risultano in costante aumento rispetto agli anni passati:
Lo Sportello sociale richiede che l’operatore preposto abbia interiorizzato e preso in seria considerazione il principio di sussidiarietà, perché la direzione di marcia che dovrà segnare i prossimi anni vada verso il passaggio dal welfare state alla welfare society, ossia nella direzione di una società del benessere più autodiretta, più responsabilizzata, meno burocratizzata, meno compressa dall’alto e più giusta.
Sarà l’Ufficio di Piano, in via di costituzione, l’interprete della volontà politica, a programmare la direzione di marcia che accompagnerà l’operatore nell’azione di responsabilizzazione della persona e di approfondimento degli impedimenti che di fatto impediscono alla persona l’esercizio libero dei propri diritti. Il programma infatti individua quantità e qualità di servizi pubblici e privati e il modello organizzativo che concretamente ne assicura concreta attuazione, nonché entità dei costi a carico della comunità. La comunicazione dello Sportello sociale deve essere pertanto trasparente e autorevolmente orientata; ciò significa che all’aspettativa di risposta deve fare seguito un progetto ponderato rispetto al costo sostenibile.
L’armonia operativa continua tra programma di politica sociale – Ufficio di Piano – Sportello sociale ed équipe di progetto rappresenta il presupposto indispensabile per un cambiamento sostanziale e conforme a legge.
Le criticità e gli spunti di riflessione per il futuro emersi in sede del convegno del 20 ottobre 2007 riguardano:
– integrazione tra punti informativi e sistemi informativi sociali e sanitari;
– rapporto/integrazione tra Sportello sociale e sportelli settoriali, compresa l’integrazione dei sistemi informativi;
– rapporto con il Terzo Settore: come garantire l’aggiornamento delle banche dati e collegamento con gli sportelli informativi;
– sistemi informativi molto costosi e di aggiornamento difficile;
– personale: aumento dei costi, forme di contratto, problema dei comuni più piccoli che hanno personale adibito a più funzioni.
Alla luce di quanto sopra esposto, e delle recenti linee guida regionali in materia di Sportelli sociali, è in corso dall’anno 2008 una sperimentazione, nel solo comune di Castelfranco Emilia, di uno Sportello socio-sanitario unificato e integrato.

2. Il senso di un’innovazione

Intervista a cura di Massimiliano Rubbi

A quale logica ha obbedito, nella mente del legislatore regionale, la creazione dello Sportello sociale? Ne abbiamo parlato con Gianluca Borghi, Assessore alle Politiche Sociali della Regione Emilia Romagna nel 2003 (quando fu promulgata la Legge Regionale n. 2 che ha istituito gli Sportelli sociali) e oggi Consigliere Regionale.

Quale ruolo hanno gli sportelli sociali all’interno del sistema integrato dei servizi sociali delineato dalla L.R. 2/2003?
Nel disegno della Regione, lo Sportello sociale si configura come parte integrante del Segretariato sociale di zona, che è il servizio che deve garantire unitarietà di accesso, capacità di ascolto e primo filtro, orientamento, analisi della domanda, azioni di accompagnamento, collegamento e sviluppo delle collaborazioni con altri soggetti, pubblici e privati. All’interno di questo più ampio servizio, lo Sportello sociale svolge una specifica azione di “front office”, di gestione del primo contatto, di informazione, orientamento e invio ad altri servizi, e di “back office” ovvero di raccolta e di elaborazione periodica dei dati sulle prestazioni richieste e offerte dal sistema dei servizi. I primi colloqui e la eventuale presa in carico sono fasi successive al primo contatto, e riguardano più direttamente i servizi specifici.
Vi è dunque una linea che distingue il primo accesso, il front office presidiato dallo Sportello sociale, da un lavoro che può conseguire a esso e che riguarda l’approfondimento del caso, l’accompagnamento, e così via. Questa linea, certo di non semplice definizione, non può trovare una soluzione standard valevole a prescindere dalla storia, dalla organizzazione, dalle risorse di ciascuna zona. Ciascun territorio infatti deve definire l’ambito di azione dello Sportello sociale all’interno del più vasto Servizio sociale di base.
Lo Sportello sociale, infine, per svolgere pienamente le sue funzioni, deve trovare punti fisici di accesso molteplici, opportunamente dislocati sul territorio distrettuale. Tale rete deve essere garantita dalle Amministrazioni comunali, attraverso una valorizzazione dei punti di accesso già esistenti, quali URP, sportelli settoriali (es.: sportelli Informafamiglia, Informahandicap, Informagiovani), ecc.

Sulla base di quali indirizzi ed esperienze, sia locali che nazionali, è stato concepito lo strumento degli Sportelli sociali?
La Regione Emilia-Romagna ha seguito il dettato nazionale (L. 328/00 e Piano sociale Nazionale 2001-2003) e nella L.R. 2/03 ha previsto l’istituzione degli Sportelli sociali. Nel 2003, quando l’Emilia Romagna ha dato avvio alla sperimentazione, le esperienze in altre regioni non erano molte. L’idea della sperimentazione è nata proprio per capire come sul piano organizzativo, gestionale, dell’integrazione con altre realtà presenti sul territorio si potessero sviluppare gli sportelli. La Regione con la sperimentazione ha voluto stimolare le zone a:
– ricostruire e fare una mappatura di tutte le basi informative sui servizi e i soggetti operanti presenti sul territorio;
– progettare un sistema informativo in condivisione e accessibile da altri soggetti presenti sul territorio, in primis l’Azienda USL;
– progettare, costruire e organizzare una rete di sportelli fisici anche utilizzando sedi già esistenti e note ai cittadini (es. URP);
– creare una rete estesa di collaborazioni con soggetti terzi (associazioni, privato non profit, ecc.), che alimenti costantemente un flusso informativo ampio, non frammentato e aggiornato rispetto alle risorse che il territorio offre e che produca sul territorio un sistema di “antenne” rispetto ai bisogni e alla domanda della popolazione;
– formare gli operatori, in quanto lo Sportello sociale deve poter contare su personale competente, con un buon grado di conoscenza del sistema dei servizi, sia pubblico che privato, accompagnata a capacità relazionali e di ascolto;
– stimolare l’elaborazione di un sistema di analisi dei bisogni e della domanda sul territorio. 

Quali erano le aspettative degli organi politici regionali sugli Sportelli sociali al momento dell’approvazione della legge? E dopo questi anni di sperimentazione, quale bilancio si può trarre dall’esperienza maturata in Regione?
La sperimentazione è stata nel suo complesso molto positiva e partecipata. I 32 progetti che ne sono nati costituiscono oggi una base ottima perché l’esperienza si possa diffondere su tutto il territorio. A questo punto, anche a seguito dell’approvazione del Piano sociale e sanitario regionale da parte dell’Assemblea legislativa il 22 maggio 2008, è possibile ripensare in maniera complessiva tutto il sistema dell’accesso nell’ottica dell’integrazione così ampiamente promossa dal piano. È importante sapere che non partiamo da zero, perché a livello locale la sperimentazione ha prodotto delle reti e dei collegamenti che ora saranno ulteriormente valorizzati. Le linee guida approvate con Delibera della Giunta Regionale 432/08 vanno proprio nel senso di rafforzare i collegamenti, per non duplicare le sedi di accesso e per garantire al cittadino e alla sua famiglia di essere seguito e accompagnato in tutto il suo percorso dentro i servizi, dal momento in cui chiede un’informazione al momento in cui fruisce di uno o più servizi. Questo grazie anche all’idea di collegare non solo i luoghi, ma anche i sistemi informativi che registrano i vari passaggi, e soprattutto di connettere le persone che a vario titolo partecipano al percorso che il cittadino compie all’interno dei servizi.

In fatto di cuore

a cura di Massimiliano Rubbi

Negli ultimi tempi, una volta mi venne la voglia di scrivere al signor Puta, per batter cassa. Alcide si sarebbe incaricato di impostare la lettera col prossimo Papaoutah. La roba da scrivere Alcide la teneva in una piccola scatola di biscotti proprio come quella che avevo visto a Branledore, proprio la stessa. Tutti i sergenti raffermati avevano dunque le stesse abitudini. Ma quando mi vide aprire la sua scatola, Alcide ebbe un gesto che mi sorprese per impedirmelo. Ero imbarazzato. Non sapevo perché me lo proibiva, la rimisi sul tavolo. “Ah! aprila va’!” ha detto infine lui.
“Va’ che non fa’ niente!”. Sùbito sul rovescio del coperchio era incollata la foto di una ragazzina. Solo la testa, un volto proprio dolce davvero con lunghi boccoli, come si portavano a quel tempo. Presi carta e penna e rinchiusi in fretta la scatola. Ero molto imbarazzato dalla mia indiscrezione, ma mi chiedevo tuttavia perché la cosa l’aveva tanto sconvolto.
Immaginai sùbito che si doveva trattare di una creatura sua, di cui aveva evitato di parlarmi fin lì. Non chiedevo altro, ma lo sentivo alle mie spalle che cercava di raccontarmi qualcosa su quella foto, con una strana voce che non gli conoscevo ancora. Farfugliava. Non sapevo più dove mettermi, io. Dovevo proprio aiutarlo a farmi le sue confidenze. Per superare il momento non sapevo più da che parte prenderla.
Sarebbe stata una confidenza penosissima da ascoltare, ero sicuro. Non ci tenevo per niente.
“È niente! lo sentii alla fine. È la figlia di mio fratello… Sono morti tutti e due…”
“I genitori?”
“Sì, i genitori…”
“Chi la tira su, allora? Tua madre?” gli ho chiesto io così, per manifestargli il mio interesse.
“Mia madre, ce l’ho più neanche lei…”
“Allora chi?
“Eh ben io!”.
Sogghignava, l’Alcide cremisi, come se avesse fatto qualcosa di assolutamente sconveniente. Si riprese
in fretta:
“Cioè adesso ti spiego… La faccio educare a Bordeaux dalle Suore… Ma non le Suore dei poveri, mi capisci eh!… Dalle Suore ‘bene’… Siccome sono io che me ne occupo, puoi stare tranquillo. Voglio che le manchi niente! Ginette, si chiama… È una ragazzina molto carina… Come sua madre d’altronde… Lei mi scrive, fa progressi, solo che, sai, una retta così, è cara… Soprattutto adesso che ha dieci anni… Mi piacerebbe che imparasse anche il piano… Cosa ne dici te del piano?… Va bene il piano, eh, per le ragazze?… Credi mica?… E l’inglese? È utile anche l’inglese?… Sai l’inglese te?…”.
Mi son messo a guardarlo molto più da vicino l’Alcide, via via che confessava la colpa di non essere abbastanza generoso, con i suoi baffetti impomatati, le sopracciglia da eccentrico, la pelle calcinata. Il pudico Alcide! Quante ne aveva dovuto fare di economie sulla sua paga striminzita… sui suoi premi d’arruolamento da fame e il piccolo commercio clandestino… per mesi, per anni, in quell’infernale Topo!… Non sapevo cosa rispondergli io, non ero molto competente, ma mi superava talmente in fatto di cuore che diventai tutto rosso… In confronto all’Alcide, non ero che un cafone impotente io, grossolano e fatuo ero… Non si poteva smarronare. Era chiaro.
Non osavo più parlargli, mi sentivo all’improvviso totalmente indegno di parlargli. Io che ancora ieri lo trascuravo e perfino lo disprezzavo un po’, Alcide.
“Non ho avuto fortuna”, proseguiva lui, senza rendersi conto che mi imbarazzava con le sue confidenze.
“Immàginati che due anni fa lei ha avuto la paralisi infantile… Figùrati… Tu sai cos’è la paralisi infanti-
le?”.
Mi spiegò allora che la gamba sinistra della bambina continuava a essere atrofizzata e che seguiva una
cura con l’elettricità a Bordeaux, da uno specialista.
“È una cosa che si guarisce, tu credi?…” si inquietava lui.
Gli assicurai che si aggiustava benissimo, proprio completamente col tempo e l’elettricità. Parlava della
madre che era morta e della malattia della piccola con molte precauzioni. Aveva paura, anche di lonta-
no, di farle del male.
“Sei stato a vederla dopo la malattia?”
“No… ero qui.”
“Ci andrai presto?”
“Credo che non potrò prima di tre anni… Tu capisci, qui faccio un po’ di commercio… Allora questo l’aiuta un po’… Se prendo un congedo adesso, al ritorno il posto sarebbe preso… soprattutto con quell’altra carogna…”.
Così, Alcide aveva fatto domanda per raddoppiare il soggiorno, per farsi sei anni di fila a Topo, invece dei tre, per la nipotina di cui non possedeva che qualche lettera e il ritrattino.
“Quel che mi dispiace” riprese lui quando ci coricammo “è che lei laggiù non ha nessuno per le vacan-
ze… È dura per una bambina…”.
Evidentemente Alcide faceva evoluzioni nel sublime come se fosse casa sua, per così dire con familiarità, dava del tu agli angeli, ’sto ragazzo, e aveva l’aria di niente. Aveva offerto quasi senza un dubbio a una ragazzina vagamente apparentata anni di tortura, l’annichilimento della sua povera vita in quella torrida monotonia, senza condizioni, senza mercanteggiare, senz’altro interesse che quello del suo buon cuore. Offriva a quella ragazzina lontana tanta tenerezza da rifare il mondo intero e questo non si
vedeva.
S’addormentò di colpo, alla luce della candela. Finì che mi alzai per guardare bene i suoi tratti alla luce.
Dormiva come tutti. Aveva l’aria proprio normale.
Però non sarebbe poi tanto male se ci fosse qualcosa per distinguere i buoni dai cattivi.
(Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte)

Se si dovesse descrivere Céline con un solo aggettivo, quello più utilizzato sarebbe “nichilista” (o più probabilmente “antisemita”, ma lasciamo chiuso questo capitolo). Credo che il brano riportato, al contrario, sia tra i più toccanti di tutta la letteratura del ’900 – e non è l’unico di questo tipo che si trova nella cavalcata tra gli orrori del “secolo breve”, all’insegna di un linguaggio pirotecnico, che è il Voyage. Il fatto è che per lo scrittore francese la grandezza di cuore si trova spesso (ma non necessariamente) in figure di “diversi”, che viste da fuori denotano abbrutimento e vergogna: la prostituta americana Molly, di cui il protagonista Bardamu dice “per la prima volta un essere umano si interessava a me […], si metteva al posto mio e non mi giudicava dal suo, come tutti gli altri”; Bébert, bambino monello nella misera periferia parigina dell’interguerra; e appunto il sergente Alcide, sepolto a Topo, villaggio sperduto di un’Africa coloniale che pare respingere con il suo cli- ma torrido la stessa presenza umana.
Alcide non corrisponde alle apparenze del benefattore dell’umanità: comanda con pugno di ferro la piccola milizia africana della colonia nelle sue (esilaranti) esercitazioni di guerra immaginaria, ha un conto aperto con il suo superiore, il tenente Grappa, e come accennato nel brano arrotonda un magro stipendio con il contrabbando di tabacco e alcol. Il “cuore d’oro” non è visibile a occhio nudo, ma non è nemmeno frutto necessario di una conoscenza più approfondita, emergendo piuttosto come una “apertura dell’essere” improvvisa e casuale, che solo in alcuni casi si palesa nei nostri rapporti con gli altri. Né, d’altro canto, è il “cuore d’oro” in grado di riscattare un’umanità in preda allo sbando morale e materiale, la “tenerezza” non è in realtà capace di “rifare il mondo intero” e forse nemmeno di generare riconoscenza e affetto in chi la riceve – Bardamu, che lascerà Molly per tornare in Francia e con i suoi sforzi di medico non potrà sottrarre Bébert a una morte precoce per febbre tifoidea, lasciando Topo per risalire il Congo rimugina: “può darsi che niente di tutto quello esista ancora, […], che ci sono solo io a ricordarmi ancora di Alcide… Che anche la nipote l’ha dimenticato”.
Nel rileggere questo testo, mi è venuta in mente la frase attribuita al regista Carlo Mazzacurati, da poco scomparso: “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile.
Sempre”. Céline disapproverebbe di certo l’idea di dare lezioni a qualcuno, ma se ce n’è una che possiamo prendere da lui è di non stancarci di cercare l’umanità in chi ci circonda e in chi incontriamo, anche nei contesti più degradati, nelle persone apparentemente più lontane da noi e addirittura in apparenza più malvagie o aride. Che poi, malvagie e aride magari vai a scoprire che lo sono davvero. Con tutto quello che ha visto Bardamu mica vi regala illusioni da due franchi, però a non provarci nemmeno i primi a diventare malvagi e aridi a questo mondo non sareste voi?

L’arte di migliorarsi: lo studio “Creativity Explored” di San Francisco

di Massimiliano Rubbi

Per le persone con disabilità, l’attività di creazione artistica non è solo un’opportunità di realizzazione personale e relazione sociale, che migliora loro stesse, ma può dare origine a opere dal pieno valore estetico, che migliorano il mondo. Questo attestano i 35 anni di esperienza di“Creativity Explored”,uno studio/galleria d’arte di San Francisco in cui ogni giorno circa 85 artisti con disabilità dello sviluppo, in continua(ma non totale)rotazione, si mettono alla prova in diversi ambiti delle arti visive, utilizzando le risorse fornite da altri artisti-insegnanti, per creare opere che li rappresentino e possano costituire oggetto di interesse per gli appassionati. Abbiamo parlato di questa esperienza“dove l’arte cambia le vite”,con particolare successo, con Ann Kappes, responsabile per la concessione dei diritti d’autore, e Paul Moshammer, direttore dello studio di Creativity Explored.

Una comunità artistica
Creativity Explored è stata fondata nel 1983 da Florence Ludins-Katz and Elias Katz, una coppia newyorkese cui si deve la creazione di diverse esperienze pionieristiche nel campo del connubio arte/ disabilità, tra cui il Creative Growth di Oakland, sempre in California, fondato nel 1974 e probabilmente il più antico studio artistico dedicato a persone con disabilità. Kappes collega la nascita di Creativity Explored alla deistituzionalizzazione delle persone con disabilità adottata in quegli stessi anni dallo Stato della California, con la conseguente emersione di molte persone che trovavano un posto nella società. Partito come piccolo studio in poco più di una stanza, Creativity Explored si è ampliato nel tempo con un secondo studio nel 1995 e poi, nel 2001, con l’aggiunta dell’attuale galleria aperta, in cui a un allestimento professionale delle opere si affianca per i visitatori la possibilità di vedere gli artisti al lavoro. Da un lato, le attività proposte sono “personalizzate per i singoli”, come sottolinea Moshammer: Creativity Explored fornisce infatti alle persone con disabilità i materiali, le attrezzature e l’insegnamento delle competenze per la- vorare in diversi ambiti, dalla pittura tradizionale alla scultura e alla computer art – ed è possibile cimentarsi con una di queste forme artistiche un giorno e con un’altra il giorno seguente. I programmi offerti dalla struttura, aperti a persone con disabilità dello sviluppo con ogni grado di competenza artistica (unico vincolo richiesto è la maggiore età), riflettono un’ampia varietà di opzioni temporali: si va dai “programmi di transizione”, che consentono ai nuovi interessati un primo contatto per un paio d’ore alla settimana, fino alla possibilità offerta ad alcuni di svolgere la propria attività artistica entro Creativity Explored per decenni (Moshammer precisa comunque che la maggior parte degli artisti richiede circa un anno per sviluppare e affinare il proprio stile personale).
D’altro canto, l’organizzazione non rispecchia l’idea della creazione artistica come processo individuale: un aspetto essenziale della valenza relazionale che Creativity Explored riveste per i suoi artisti sta nella possibilità di lavorare insieme, traendo spunti gli uni dagli altri, e anche nella presenza di visitatori che entrano in galleria, a cui gli artisti, “se sono in vena”, possono illustrare le proprie creazioni. Di qui anche la scelta di affiancare sempre più, al “classico” rapporto tra artisti insegnanti (reclutati dall’esterno) e studenti con disabilità, forme laboratoriali come la “classe del sabato”, in cui sono gli stessi artisti studenti a guidare gli altri partecipanti, avvalendosi dello staff interno come supporto meramente pratico.
Moshammer cita come esempio Andrew Li, artista specializzato in sculture di carta (“è in grado di creare bellissimi animali di carta in mezz’ora”), che ha avuto appunto modo di condurre laboratori per condividere con altri la propria peculiare tecnica.
La combinazione di libertà individuale e dimensione collettiva genera quello che Moshammer definisce “sentimento di famiglia, di comunità” tra gli artisti, che dona loro fiducia in se stessi anche in altri ambiti della vita personale, e in alcuni casi rende per loro Creativity Explored qualcosa di più che una fase determinata del proprio percorso formativo: si può citare l’esempio di Peter Cordova, che per cinque pomeriggi a settimana lavora in un supermercato della catena Safeway, ma che continua a passare tutte le mattine nello studio di Creativity Explored per creare disegni e sculture, per non perdere “la parte migliore della sua giornata”.

Fuori dalla nicchia
Accanto alla produzione artistica, Creativity Explored cura con particolare attenzione la distribuzione delle opere, ben al di là della propria galleria di San Francisco. Lavori realizzati dagli artisti sono stati esposti e venduti in altre gallerie della Bay Area, e in alcuni casi sono stati scelti per mostre personali e collettive in altre zone degli USA (soprattutto nella East Coast) e all’estero (Australia, Nuova Zelanda, Europa); alcune opere sono state realizzate su commissione diretta agli artisti, ad esempio da parte di studi di architettura come elementi di arredo di nuovi spazi pubblici o abitativi. In un ambiente competitivo e volubile come quello del mercato dell’arte contemporanea, è importante notare, come conferma Kappes, che le opere sono apprezzate per il proprio valore artistico, e non in virtù delle finalità solidali della loro origine, benché il successo commerciale produca certo effetti significativi sul percorso personale degli artisti – nelle parole di Moshammer, a volte “i genitori degli artisti entrano in galleria con entusiasmo, quando vedono gli assegni”.
Moshammer racconta come esempio la vicenda di Vincent Jackson, che ha frequentato Creativity Explored sin dai suoi inizi negli anni ’80, dopo un percorso scolastico in cui “non andava bene, gli insegnanti erano arroganti con lui e i compagni lo prendevano in giro”. La pratica artistica gli ha dato crescente fiducia in se stesso, e lo ha reso un “artista rinomato”, che da ben 34 anni continua a svolgere la sua attività nella galleria con buoni risultati commerciali; i suoi grandi ritratti a pastelli ad olio, che richiamano l’arte popolare dell’Oceania filtrata dalle esperienze avanguardistiche e pop del ’900, sono stati esposti in decine di mostre, soprattutto a San Francisco ma anche a New York, in Giappone e in Belgio, e hanno decorato scatole di cioccolatini, borse e vasi. Decisamente niente male, per una persona che a parere di Moshammer stesso “avrebbe fallito in gran parte degli altri lavori”.
Un elemento che contraddistingue il modello di business di Creativity Explored, e che è Kappes a seguire in particolare, è lo sviluppo del licensing, l’utilizzo delle riproduzioni di immagini per finalità commerciali. La promozione in questo senso presso disegnatori di moda e di oggettistica, attuata anche tramite una sezione dedicata del sito www.creativityexplored.org (e favorita da uno stile che in molti casi oscilla tra l’astrattismo e la pop art), ha portato l’arte visiva realizzata in galleria a essere riprodotta su stampe, calendari, cartoline, copertine di libri e CD e magliette, ma anche skateboard e perfino allestimenti per matrimoni, contribuendo in modo rilevante e crescente, accanto alla vendita delle opere originali, ai guadagni degli artisti e della stessa struttura (che garantisce comunque il 50% dei ricavi agli artisti stessi).
Le pratiche educative e commerciali di Creativity Explored hanno attirato l’attenzione di altre realtà analoghe in diverse parti del mondo. Nel settembre 2011, 26 associazioni e fondazioni di varie zone degli USA, dall’Australia e dalla Scozia si sono riunite a San Francisco per la prima “conferenza internazionale su arte e disabilità”, scambiandosi buone pratiche e sfide comuni. Secondo Kappes, anche se questo incontro non ha generato una rete strutturata di centri artistici per persone con disabilità intellettiva, “condividiamo costantemente idee tra noi”. Se in rari casi Creativity Explored, dall’alto di oltre trent’anni di attività, ha svolto il ruolo di modello per la nascita e lo sviluppo di altre esperienze (Moshammer cita un piccolo studio creato recentemente a Santa Cruz, in California), più spesso a risultare efficace è questo più libero scambio di idee, che rispetta le peculiarità di contesti molto di- versi quanto a mondo dell’arte (Kappes fa l’esempio di un recente contatto con l’Indonesia) e anche a caratteristiche personali degli artisti coinvolti – e appare del resto coerente, nel suo procedere per tentativi più che per regole prestabilite, con l’idea di una creatività non “sfruttata” bensì “esplorata”.

La redazione di HP-Accaparlante si è letteralmente innamorata delle opere prodotte entro Creativity Explored e consultabili sul suo sito web www.creativityexplored.org, al punto da volerne alcune che – per gentile concessione di Creativity Explored e degli artisti – accompagnano la monografia di questo numero.

1. Introduzione

Per un bizzarro scherzo della storia, il decennale dell’approvazione e dell’attuazione della Legge 68 del 12 marzo 1999, pietra miliare per l’inserimento lavorativo delle persone disabili nel nostro Paese, cade nei mesi in cui si dispiega la più terribile crisi economica e occupazionale dal 1929.
Migliaia di aziende che chiudono, altrettante se non di più costrette a ricorrere ad ammortizzatori sociali di lungo periodo e comunque con la prospettiva di non ritornare, nemmeno nel medio termine, ai precedenti volumi di produzione, e naturalmente centinaia di migliaia di lavoratori licenziati o in cassa integrazione. Di fronte a questo vero e proprio sconvolgimento di un intero sistema economico, sembra difficile non considerare l’ultimo dei problemi l’occupazione delle persone con disabilità, incapaci di garantire tout court un adeguato livello di produttività individuale – nonché, secondo fonti di governo molto autorevoli, ostacolo in sé alla competitività del Paese per il loro numero, reale o fittizio che sia. In un mondo economico frutto di una nuova divisione internazionale del lavoro, e per questo più selettivo, l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, salvo forse alcune eccezioni molto particolari, diventerebbe quindi un ricordo, legato a un passato di piena occupazione (peraltro di estensione storica molto breve!) in cui il Welfare State tendeva alla coesione e integrazione sociale anche a discapito della produttività immediata.
Oppure no. La disabilità, tanto più quanto è più grave, può essere considerata come il paradigma estremo, e per questo più illuminante, dei limiti del nostro modello economico e lavorativo. Nel senso più ovvio (ma non poi così ovvio in sé), a chiunque può prospettarsi una disabilità acquisita nel corso della propria vita lavorativa; anche se questo caso non si verifica concretamente, l’effetto proiettivo del “cosa mi succederebbe (sul lavoro) se” agisce comunque sulla sfera psicologica ed emotiva della persona, in termini di investimento sulla dimensione lavorativa entro la propria vita e di giudizio sulla qualità del proprio contesto di lavoro. In un secondo campo, il contatto diretto sul luogo di lavoro con la persona disabile, oltre a spazzare via molti pregiudizi basati sulla non-conoscenza, mette in evidenza i meccanismi adattivi, in termini sia tecnico-fisici che relazionali, che il lavoratore svantaggiato richiede necessariamente per un pieno inserimento lavorativo, ma che sono presenti in forma meno appariscente in tutti i contesti di lavoro e per tutti i suoi membri, incrinando le pretese di “standardizzazione” e di “fungibilità” che le filosofie aziendali possono promuovere all’interno dei medesimi contesti. Infine, in un senso più ampio, l’integrazione lavorativa vista come elemento di realizzazione personale per la persona con disabilità, fuori da ogni logica sia risarcitoria che assistenziale, mette in crisi il concetto di “condizioni di mercato”, in base a cui la persona disabile sarebbe semplicemente incollocabile e appunto da risarcire/assistere – ma con questo mina alla base l’idea che, in ambito economico e non solo, ci si possa muovere esclusivamente nei limiti di “ciò che decide il mercato”. Non è allora eccessivo affermare che l’integrazione nel lavoro delle persone con disabilità solleva problemi che la filosofia del sistema produttivo attuale non può risolvere, ciò che, specie in un momento di crisi economica come quello presente, potrebbe contribuire in modo significativo a spostarne e ridefinirne i confini.
In questa prospettiva, l’inquadramento dell’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, lungi dall’essere questione meramente tecnica e riservata agli addetti ai lavori, abbraccia tutte le dimensioni economiche, dall’assetto produttivo complessivo alla “microfisica del posto di lavoro” determinata dalle relazioni nei singoli contesti, e travalica l’analisi di una singola disposizione giuridica pur importante come la Legge 68. La presente monografia, che non può avere alcuna pretesa di esaustività su un tema così ampio se visto da tale angolazione, prende dunque le mosse da questa indagine sulla “68”, che riguarda tanto la norma quanto la prassi delle politiche pubbliche per l’inserimento lavorativo in Italia, per poi spostarsi su una ricerca che ha coinvolto alcuni contesti aziendali specifici di Bologna e dintorni, e tornare infine a un livello macro interpellando esperti non direttamente afferenti al discorso sull’handicap a proposito degli aspetti tecnologici, economici e filosofici che l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità chiama in causa. I lettori più attenti noteranno che la dialettica tra le diverse posizioni a volte sfocia in contraddizione più o meno aperta, a partire dalle distinzioni, insite probabilmente in ogni concezione dei processi di mutamento sociale, tra massimalismo e riformismo e tra cambiamento spontaneo/deterministico e necessità di azione concreta: non ritengo questo un problema, ma anzi il segnale che guardando con occhi diversi a questo tema si apre un terreno sconosciuto, capace di accogliere proposte e soluzioni diverse tra loro e pertanto ancor più interessante.
Questa monografia si compone quasi esclusivamente di interviste, sicché, giusto per non nascondermi, concludo che a mio avviso la “mano invisibile” ha dimostrato di essere molto più portata al gesto del comando e dell’esclusione, o eventualmente dell’elemosina, rispetto a quello del mutuo sostegno. Di conseguenza, per avere domani una società più inclusiva nella dimensione lavorativa, occorre ripensare oggi a tale dimensione e contribuire attivamente a mutarla su una scala complessiva e internazionale, in particolare contrastando la riduzione del lavoro a merce del tutto analoga agli altri fattori di produzione, sulla scorta di quanto hanno già teorizzato importanti sociologi ed economisti anche in Italia. In questo senso, e non in altri, può essere interpretata una locuzione sempre più diffusa e che altrimenti rischia di ridursi a semplice mantra di vuota auto-convinzione: la “crisi come opportunità”.