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8. Bologna e il sociale, tra passato e futuro

Intervista a cura di Massimiliano Rubbi

Come si raccorda la creazione degli Sportelli sociali con la storia dei servizi in una realtà avanzata, specie negli scorsi decenni, come quella bolognese ed emiliano-romagnola? Ne parliamo con Elve Ghini, responsabile dei servizi sociali a Bologna negli anni ’80 e ’90 e oggi Assessore ai Servizi alla Persona nel Comune di Anzola dell’Emilia (BO).

Cosa è successo tra gli anni ’70-’80 e la necessità odierna di ricomporre l’accesso ai servizi?
È successo che la legge 328 del 2000 ha definito un quadro normativo e organizzativo che non tiene conto delle disomogeneità molto forti presenti nel panorama nazionale per quanto riguarda l’organizzazione dei servizi sociali territoriali, che in alcune realtà sono addirittura assenti o presenti in misura molto ridotta; mentre in altre realtà più articolate, come Bologna, troviamo invece una miriade di servizi specializzati per target di popolazione che sono molto preparati tecnicamente sulle specifiche aree, ma molto poco in rete. Servizi che, a causa delle numerose variazioni organizzative che in questi anni li hanno riguardati, facendoli passare dalla dipendenza dai vecchi Consorzi socio-sanitari a quella dall’USL, a quella dai Comuni e/o dai Quartieri e dall’ASL, e ancora dal Comune centrale, hanno moltiplicato i punti di accesso non sempre nell’ottica di agevolare il cittadino, ma certamente per specializzare le competenze sempre più complesse necessarie per affrontare vecchi e nuovi bisogni, creando molteplici agenzie sparse sui territori, poco collegate fra loro se non dalla buona volontà degli operatori, ma non di certo secondo processi organizzativi e procedurali chiari, trasparenti, semplici, accessibili.
La ricomposizione dell’accesso, prevista dalla 328, è quindi necessità urgente e ineludibile perché il cittadino possa trovare un punto chiaro dove avere informazioni, sostegno, presa in carico e orientamento alle opportunità esistenti, ma accanto a essa è necessaria la definizione dei livelli essenziali di assistenza, che nessun governo è riuscito a licenziare dal 2000 a oggi. La riduzione progressiva delle risorse, non in assoluto ma in relazione al moltiplicarsi dei bisogni e alla loro differenziazione e ai costi sociali che ne derivano, e anche l’aver utilizzato molte, forse troppe, risorse dedicate a centri specialistici, prodotti di nicchia che funzionano bene ma cui accedono poche persone selezionate (es. centri famiglia, spazi giovani), hanno messo ancor più in evidenza differenze e disparità fra i cittadini nell’accesso ai servizi, che vanno assolutamente colmate con politiche organizzative più trasparenti ed eque.

Gli Sportelli sociali oggi pongono enfasi sull’informazione e l’orientamento del cittadino per una sua scelta tra i servizi. Questo aspetto informativo era valorizzato anche 30 anni fa?
Non si chiamava Sportello sociale, ma segretariato sociale, ed era garantito anche allora da personale amministrativo e da Assistenti Sociali che ricevevano un grande aiuto dalla rete informale, che era molto più vicina alle istituzioni di oggi, in un momento molto difficile nel rapporto fra cittadini e istituzioni, anche a causa del dilagare dell’individualizzazione dei rapporti sociali e della crescita esponenziale della sofferenza degli individui in una società sempre più complessa ed esigente verso il singolo; questa situazione attuale produce un costante aumento della domanda socio-assistenziale (casa-lavoro-aiuto economico) e una richiesta di aiuto e di sostegno sempre più complessa agli operatori, che dal canto loro sono sempre meno attrezzati e supportati da strumenti di lavoro che un tempo erano più diffusi, come il lavoro in équipe, l’integrazione fra professionisti specializzati nei diversi campi o i percorsi di aggiornamento e di formazione continua che affrontavano le problematiche dai diversi punti di vista.
Anche per questo, spiegare ai cittadini con una Carta dei Servizi quali oggi siano i servizi a loro disposizione a Bologna sarebbe impossibile, perché molti servizi non sono ad accesso diretto ma sono attivabili solo dagli assistenti sociali all’interno dell’organizzazione dei servizi, dopo un’attenta valutazione delle risorse disponibili e la definizione di un progetto condiviso fra operatore e utente-famiglia.

Come si è evoluto il ruolo delle associazioni di volontariato o di rappresentanza nell’accesso e nell’erogazione dei servizi, e nel segnalare bisogni insoddisfatti?
Molte associazioni di volontariato e di rappresentanza costituivano già molti anni fa il primo livello di rapporto mediato fra il cittadino e le istituzioni (penso ad esempio ai sindacati dei pensionati, diffusi su tutti i territori comunali), per segnalare i bisogni nascosti e insoddisfatti, per aiutare le persone ad avvicinarsi ai servizi e per avvicinare le risposte preconfezionate dei servizi ai bisogni personali dei cittadini.
Oggi le associazioni di rappresentanza o di volontariato sono molto più numerose, articolate e diffuse, ma c’è un grande problema, a mio parere non ancora affrontato, di governo della comunità, la quale, se non trova luoghi per progettare e confrontarsi sui bisogni, rischia di disperdere le risorse a cui sempre più spesso queste organizzazioni possono accedere direttamente (5 per mille, Centri di Servizio per il Volontariato, Bandi regionali ed europei, Fondazioni), e di rendere autoreferenziale la programmazione degli Enti Locali, delle ASL o delle neo-costituite ASP, producendo una separazione invece che un’integrazione fra le politiche sociali che vengono decise e attivate in una determinata comunità.
Uno dei principi fondanti delle istituzioni, cioè quello di offrire risposte omogenee a parità di bisogni, può realizzarsi solo attraverso l’esercizio della funzione di regolazione dell’agire dei diversi attori sociali presenti in un territorio, riservandoci come enti pubblici di mettere in atto quelle politiche che la società organizzata non è stata in grado di attivare da sola. Questo può avvenire solo se c’è una forte integrazione fra i diversi soggetti che operano in una comunità, e solo così si potranno utilizzare al meglio le poche risorse disponibili.

Ora che a livello nazionale i livelli si sono (più o meno) uniformati a quella che era un’esperienza pionieristica di Bologna, quale può essere il ruolo della città e dell’Emilia Romagna nell’aprire una nuova fase di sviluppo dei servizi sociali?
È difficile rispondere, perché chi oggi, come me, vive il processo di riorganizzazione appena avviato, fatica a ragionare in una prospettiva di sviluppo, schiacciato com’è dal capire dove si trova, cosa deve fare e che senso dare a quello che gli viene chiesto di fare. Comunque, bisognerebbe ripartire davvero dall’ascolto individuale e collettivo delle persone che vivono nei nostri territori, attraverso le forme organizzate di rappresentanza ma anche attraverso le relazioni individuali che si realizzano all’interno dei processi di aiuto. Solo dopo aver ricominciato un lavoro continuativo di comunità, e aver valorizzato le risorse umane formali e informali che operano in questo ambito, andremo a definire sulla base di conoscenze precise e costanti nel tempo le nuove linee di progettazione/pianificazione articolate secondo uno schema metodologico, che è un classico collaudato per i servizi sociali, ormai utilizzato anche in altri campi diversi dalle scienze umane:
– cosa serve a quella persona per migliorare la sua condizione sociale;
– chi può fare che cosa al minor costo possibile;
– chi deve essere responsabile di quel processo di aiuto;
– quali risultati vogliamo raggiungere possibilmente condivisi con l’utente e la sua famiglia;
– chi può finanziare le azioni ritenute necessarie.



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