Parallelamente alla nostra esperienza laboratoriale abbiamo cercato di esplorare nuovi territori e allargare lo sguardo all’insieme delle proposte e delle professionalità che negli ultimi anni hanno lavorato alla creazione di occasioni di viaggio per persone con disabilità e non solo in Italia e all’estero, privilegiando la qualità degli itinerari, degli alloggi, della conoscenza reciproca e della convenienza economica.

Le realtà che stanno nascendo intorno al tema sono oggi sempre di più, complice forse una maggiore domanda ma anche il desiderio da parte delle persone con disabilità di reinventarsi e confrontarsi con nuove sfide, insieme alla voglia, talvolta, di trasformare la propria passione in mestiere.

Il Libro Bianco del Turismo, Accessibile è meglio. Primo libro sul Turismo per tutti in Italia, promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Struttura di Missione per il Rilancio dell’Immagine dell’Italia in collaborazione con il Comitato per la Promozione e il Sostegno del Turismo Accessibile, pone inoltre lo sguardo su come l’evoluzione normativa può sollecitare il cambiamento culturale ed è stato considerato da molti strategico allo sviluppo di tendenze già in atto. Il libro, pubblicato in versione ipertestuale dall’Associazione Crescere di Bologna

(www.aosp.bo.it/reparti_servizi/per.crescere), si propone infatti diversi obiettivi, come sottolinea l’Assessore Piero Gnudi. Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport: “Istituendo il Comitato per la Promozione del Turismo Accessibile abbiamo inteso proprio questo: mettere in grado il nostro Paese di guardare a tutto il mercato turistico senza barriere, lavorando perché i vincoli ancora esistenti siano presto rimossi, le buone pratiche e la coscienza divengano realtà diffusa, la professionalità di milioni di operatori si arricchisca anche di queste attenzioni. Il libro bianco che qui presentiamo, il primo mai pubblicato in Italia, si prefigge proprio di dare conto a tutta l’opinione pubblica, oltre che agli addetti ai lavori, di quattro dati fondamentali: la dimensione di un mercato che deve essere colto sia per motivi di civiltà che per oggettiva convenienza, il percorso che il nostro Paese ha fatto e la strada che ha indicato anche agli altri, la capacità progettuale e metodologica che abbiamo sviluppato e infine le azioni concrete questi mesi di lavoro – brevi ma intensi – ci hanno consentito di compiere e di prefigurare. Nella prospettiva e nell’auspicio che il turismo accessibile sia parte integrante fondamentale del percorso di rilancio complessivo del settore che abbiamo già intrapreso e che potrà portare, in termini economici e culturali, grandi e importanti benefici al nostro Paese”.

Detto ciò sappiamo che resta sempre difficile, se non impossibile, impostare delle proposte completamente accessibili a tutti, le disabilità e le esigenze sono molteplici, così come variabile è per i singoli la possibilità di portare o meno con sé una persona di fiducia che possa farsi carico di spostamenti e assistenza, una discriminante importante che, ci hanno testimoniato i nostri colleghi con disabilità, può bloccare il desiderio di partenza sul nascere. Tuttavia le possibilità non mancano.

Alcuni gruppi come Concrete Onlus di Pavia si avvalgono di un nucleo di accompagnatori sempre precedentemente formati e preparati al confronto con eventuali viaggiatori con disabilità e in grado di fornire assistenza, altre, tra cui Associazione Strabordo, forniscono solo supporto logistico dall’andata al ritorno e privilegiano l’aspetto relazionale e lo standard qualitativo delle destinazioni e degli alloggi. Altre ancora garantiscono al pubblico interessato, attraverso verifica diretta in loco, un’informazione precisa su: misure, dimensioni e spazi, dando alle persone la possibilità di scegliere autonomamente la propria vacanza nella struttura che saprà soddisfare meglio le esigenze del singolo. È il caso di Village for All, di Ferrara.

Le proposte insomma sono per tutti i gusti e tutte le tasche. Da brave ricercatrici abbiamo così cercato di saperne di più.

 

“Il viaggio è una persona che cammina a braccia aperte”. Incontro con Valeria Poeta e Paola Benvenuti di Associazione Strabordo, Ancona

 

Questo racconto è frutto di una presentazione che nell’aprile 2014 l’Associazione Strabordo ha tenuto al Centro Documentazione Handicap di Bologna per gli animatori con disabilità del Progetto Calamaio a seguito del laboratorio “Dove non sono stato mai. Il viaggio tra immaginario, attese e possibilità” a cura di Lucia Cominoli e di Emanuela Marasca.

 

Ciao a tutti, noi siamo Paola e Valeria, veniamo da Ancona, il capoluogo delle Marche e facciamo parte dell’Associazione Strabordo, che insieme alla nostra collega con disabilità Stefania abbiamo fondato nel 2008. Perché abbiamo scelto questo nome per la nostra Associazione? Per il prefisso “stra” che indica sempre qualcosa che va “fuori”, che è “extra”, che indica per lo più una condizione eccezionale ma anche una posizione esterna. Per noi significa andare oltre il bordo, oltre i confini geografici ma anche della nostra disabilità che a volte sembrerebbe costringerci ai margini ma non è così. Strabordo significa per noi “straordinari a bordo di un sogno”, quello appunto di partire e di viaggiare anche con le nostre peculiarità, partendo dal presupposto che la diversità è una fonte di ricchezza.

I nostri viaggi tuttavia non nascono espressamente per persone con disabilità ma partono dal punto di vista opposto. Sono viaggi che a tutti piacerebbe fare, alcuni dei quali toccano destinazioni lontane o i paesi del cosiddetto Terzo Mondo cui però possono partecipare anche persone con difficoltà motorie e/o cognitive.
La persona con disabilità cioè sa che ai nostri viaggi potrà accedere ma che dovrà confrontarsi con persone che potrebbero anche avere esigenze diverse dalle sue.

I nostri itinerari nascono infatti su aggregazione spontanea di persone, una volta stabilite le destinazioni riceviamo un certo numero di richieste per mail e per telefono in cui cerchiamo di creare dei gruppi il più possibile omogenei, informando molto bene prima le persone con disabilità sia sull’offerta sia su quello che troveranno in loco. Non mancano occasioni di conoscenza diretta, gli interessati possono venire a conoscerci presso la nostra sede e soprattutto ai nostri raduni annuali in cui ci confrontiamo con il pubblico presente sulle possibili mete, possibilità ed eventuali problematiche e richieste. Per il momento li abbiamo fatti solo nelle Marche ma è emersa l’esigenza di istituire dei “mini-raduni”, a cadenza fissa, in altre parti d’Italia.

Essendo una delle prime nel Paese la nostra esperienza ha avuto subito una certa risonanza, siamo finiti su Alle Falde del Kilimangiaro di Licia Colò, un’intervista di cui potrete vedere e ascoltare un estratto direttamente su Youtube, cosa che ci ha dato molta soddisfazione e la carica per continuare.

I nostri gruppi si compongono di dieci, quindici persone al massimo a destinazione. Siamo in contatto con agenzie e tour operator che operano nei luoghi prescelti. In generale offriamo tre tipologie di viaggio: stanziali, itineranti e all’estero.

Nel primo caso ci vuole un certo allenamento, le persone restano fuori tutto il giorno dalla mattina alla sera per sei-sette ore almeno. Quelli itineranti sono più lenti a livello di ritmo ma bisogna pur sempre considerare il cambio degli alberghi e quindi essere comunque flessibili al movimento.

All’estero invece si fa i conti con il cambiamento culturale e, anche se di solito ci avvaliamo di guide dall’aeroporto al percorso al rientro, bisogna essere aperti al fatto che quello che hai a casa lì non lo troverai o di sicuro non nelle stesse modalità. Viaggiare rimane però per noi un’occasione essenziale di apertura verso l’altro, di chi è diverso da noi e si possono creare dei momenti di inclusione a partire veramente dal niente. Ci torna sempre in mente un nostro viaggio in Namibia, in cui gli abitanti del posto ci hanno costruito una rampa improvvisata con la sabbia. Trovare soluzioni alternative è la regola, ci è successo a Mosca, a Londra e in Marocco ma è anche il bello dell’esperienza, soprattutto quando il gruppo è affiatato.

Per quanto riguarda l’aspetto economico dobbiamo ammettere di essere più cari di altre realtà perché il nostro non è prettamente turismo solidale e quell’aspetto viene completamente gestito dalle nostre agenzie di riferimento. Gli alberghi, anche per le esigenze che abbiamo, possono essere, soprattutto all’estero, anche a quattro o cinque stelle, a volte perché è l’unica scelta possibile altre perché viene richiesto dai partecipanti. Quello che ci premuriamo sempre di garantire sono i trasporti gratuiti in loco, dai pullman, ai job ai quoad motorizzati come ci è accaduto a Barcellona.

A ciò va aggiunto che se la persona disabile ha bisogno di assistenza deve portare con sé un amico, un parente o un conoscente che diventerà parte integrante del gruppo, noi non disponiamo di volontari. Questa è una mancanza che ci viene spesso mossa a critica e su cui stiamo lavorando per capire come migliorarci. Quello che possiamo garantire però è che le relazioni che nascono all’interno dei nostri viaggi proseguono una volta al rientro e che per le persone con disabilità restano, a detta di tutti, una bellissima occasione di scambio, di nascita di nuove amicizie e di conoscenze sempre interessanti che generano forza e autostima nelle persone grazie al piacere reciproco dello stare insieme.

Non sono mancate infine nell’ultimo periodo progettualità più estreme e sperimentali, nate su interesse di Valeria che è fisioterapista e che ci hanno portato fino in Bangladesh in un centro di ausili e protesi per insegnare proprio l’utilizzo degli ausili. È stata una bell’esperienza ma anche una lezione forte e inaspettata. Non dimenticheremo mai un bambino di circa sei anni che si muoveva velocissimo strisciando sulle braccia, senza quindi far uso delle gambe, che, una volta indossate le protesi ha perso il suo sorriso, che prima era davvero contagioso, perché se pur lo tenevano in piedi non gli permettevano più sgattaiolare nel mondo con la stessa rapidità. Un cambio di sguardo, di cultura, di prospettiva che ci ha rimesso profondamente in discussione. È quello che di solito accade quando si fa un bel viaggio, o no?

 

Viaggiare per ripensarsi in nuove prospettive di vita. Conversazione con Claudio Fontana, fondatore di Concrete Onlus, Pavia

 

Di che cosa si occupa la Cooperativa Concrete Onlus?

La nostra specialità è quella di organizzare viaggi internazionali per persone con disabilità soprattutto in outbound che vuol dire in uscita, Italiani che vanno all’estero; abbiamo avuto con noi anche qualche straniero ma i problemi di lingua per il momento non ci hanno fatto ancora decollare in questo settore. In Cooperativa siamo nove soci ma tutto nasce un po’ intorno alla mia esperienza, il pallino del viaggio l’ho sempre avuto, fin dal mio primo viaggio con persone disabili nel 1982 a Parigi, un viaggio pioneristico e pieno di imprevisti, in un periodo in cui, benché in Francia fossero più avanti di noi, non si parlava ancora molto di disabilità figuriamoci di accessibilità o di diritto al viaggiare e di avere turismo in questo senso.

Personalmente io ho sempre fatto viaggi amatoriali finché all’inizio del 2000 con una cooperativa precedente abbiamo cominciato a fare viaggi accessibili impostando un calendario annuale e con una finalità di margine economico. Diciamo che il primo che posso prendere ad esempio come viaggio realmente pensato per persone con disabilità è stato un viaggio negli Stati Uniti, nel 2003, con un camper gigantesco dove abbiamo dato a una persona che ora purtroppo non è più con noi l’occasione di fare davvero il viaggio più bello della sua vita, una soddisfazione che porterò sempre con me. Gli Stati Uniti sono ancora oggi tra le nostre destinazioni preferite, a fine maggio andremo a New York e in California.

Con Concrete Onlus facciamo un percorso inverso rispetto ad altre realtà, nel senso che di solito i tour operator si occupano di organizzare viaggi e poi di inserirvi la persona con disabilità, noi abbiamo fatto il contrario e siamo stati poi cooptati a fare viaggi per tutti, per cui ogni tanto abbiamo non disabili che vengono con noi.

Nel 2006, poi, siamo entrati in società con AlciItaly Tours, che si occupa di viaggi di lusso all inclusive, per privati, costruiti quindi sulle singole persone, con sede in Nuova Zelanda, dove ci avevano chiesto una prima assistenza per un personaggio della televisione americana italo americano a seguito di una mia precedente proposta di collaborazione. Da lì, dopo aver partecipato a un loro viaggio, siamo diventati soci, ci siamo dati delle qualifiche, io, per esempio, sono diventato accompagnatore turistico, e così ormai facciamo almeno sette e più viaggi all’anno con loro. Questo è un contesto privilegiato, è chiaro, ma ci permette anche di fare le cose molto bene. C’è chi si avventura con noi in viaggio anche a 87 anni!

Detto ciò i viaggi Concrete, la nostra proposta consueta, sono decisamente più accessibili a tutti, anche dal punto di vista economico.

 

Come scegliete le vostre destinazioni?

Abbiamo un calendario un po’ provocatorio sul nostro sito (www.concreteonlus.org) dove inseriamo luoghi dove siamo già stati e le proposte dei clienti.

Tutto nasce infatti dagli input delle persone che partecipano ai nostri viaggi. Penso in questo senso per esempio a Gabriele, un ragazzo di fuori Minerbio (BO) che ha cominciato a viaggiare con noi in Galles e dopo due anni di stasi ha proposto quest’anno di tornare finalmente in Inghilterra.

Sulla base delle esigenze dei singoli quindi facciamo delle proposte condivise che poi proponiamo per mailing list o sul sito.

Il sistema è poi mutuato dai viaggi normali, oggi c’è un problema nella gestione dei numeri di persone, il viaggiatore singolo è spesso un problema perché una camera singola costa quasi come una doppia. I numeri dispari creano insomma problemi, anche per questo motivo cerchiamo sempre di viaggiare in gruppi di 8 persone massimo. I nostri viaggi sono quindi pensati a coppie, un disabile e un accompagnatore, se il disabile ha l’accompagnatore benissimo, altrimenti se dobbiamo fornirlo noi, scegliamo tra i nostri 15 dipendenti o da una rosa di viaggiatori volontari che valutiamo se sono idonei o meno con una formazione precedente e infine li accoppiamo. L’accompagnatore viene alla pari, pagando ovvero tutto come il disabile ma viene fornito da noi gratuitamente.

Qualcuno ci dice che il costo è caro ma dipende dalle tasche, viaggio con autista, trasporto ristorante, di fatto è tutto incluso, restano fuori solo le spese personali e le entrate alle location, come i musei, anche perché non sappiamo mai prima esattamente dove andremo, le persone che vengono in viaggio con noi ormai si conoscono già e così possono permettersi di decidere il giorno prima cosa fare direttamente con il capo gruppo, lo fanno sul momento e sulla base di quello che vogliono.

L’accompagnatore, infine, questo è importante, deve essere prima di tutto un viaggiatore, a prescindere dal resto, poi scoprirà con noi se già non lo sa come relazionarsi con la persona disabile e come gestirla, noi abbiamo disabili molto gravi, alcuni non muovono neanche la testa ma hanno sempre fatto bellissimi viaggi.

 

Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato e cosa invece segnaleresti come positivo?

Gli ingredienti di un viaggio internazionale sono quattro o cinque, il primo è il volo, è ridicolo come nel 2016 con tutta la tecnologia che c’è la bionica non abbia fatto nessun salto in avanti. Ogni volta dobbiamo fare salti mortali per prendere l’aereo e arrivare a sederci al nostro posto quando basterebbe poco, come una sedia estraibile. Molte volte va a finire che se una persona è di un certo peso e non cammina non è detto che possa addirittura prenderlo l’aereo. Ci è successo da Pescara a Londra, è stato un dramma, un ragazzo con distrofia che era con noi è stato costretto a stare rannicchiato con le ginocchia contro il sedile davanti per tutto il tempo del viaggio. Altro problema sono i mezzi attrezzati, noi ci occupiamo anche di trasporti, stiamo cercando di qualificarci anche in questo senso. Tranne in Inghilterra dove c’è una grande tradizione con mezzi molto pratici, in altri luoghi ci sono spesso problemi, anche in America per esempio ci sono monovolumi ma ci puoi mettere solo una persona, in Italia poi ci dobbiamo spesso arrangiare. Non ultimo, tra tutti gli scogli, ci sono gli alberghi. Pur essendo affiliati a Booking.com con cui facciamo le prenotazioni ci rendiamo infatti conto che la raccolta di informazioni è malfatta, i letti e la doccia a pavimento sono spesso un problema. Sappiamo anche però che tutto il mondo non ruota intorno ai disabili, se ci intestardiamo per esempio ad andare in un ristorantino molto piccolo dove poi finiremmo per occupare tutto, sappiamo anche che alla fine rimarremo nel locale da soli.

Se devo pensare a un’esperienza positiva, beh… Il ricordo va subito a Daniele, un ragazzo di Piacenza con distrofia muscolare grave. Quando l’ho conosciuto Daniele era un ragazzo giovane che è sempre stato in famiglia, finché alla maturità non gli viene concesso un viaggio premio, dove scopre, confrontandosi con gli altri, tra operatori e disabili, che esiste un modo diverso di vivere la disabilità, così è andato a Parma dove si è iscritto all’Università, in un campus che storicamente fornisce un buon supporto. In realtà Daniele non aveva voglia di studiare ma sapeva che non voleva stare a casa e che quella era la sua occasione. In due anni non ha dato un esame e non è più tornato a casa, ha già cambiato un paio di appartamenti e vive da solo con una badante, ad oggi ha anche recuperato il rapporto con i genitori con cui si era creata una tensione pazzesca. Ecco il viaggio in questo caso è stata una bellissima occasione per crescere e ripensarsi in nuove prospettive di vita.

 

Cosa consiglieresti quindi a una persona con una disabilità che vuole partire ma ha paura di chiedere il permesso ai suoi familiari?

Pensarci per tempo, trovare persone con cui confrontarsi e a cui fare domande, tra cui altre persone disabili. I tempi sono molto personali ma sei mesi prima è secondo noi un tempo ragionevole per conoscersi, confrontarsi e conoscere l’accompagnatore di riferimento. Prima di partire con la persona disabile noi vogliamo sempre vederla e incontrarla, dobbiamo capire chi veramente è, quali sono le sue perplessità, questo si fa via mail, via skype ma al meglio con una visita a casa di due ore.
Non c’è un posto, a mio parere, dove un disabile non possa andare. Consiglio però di farlo in gruppo. Il viaggio è più bello quando è fatto anche con altre persone.

 

 Un timbro, una garanzia. L’accessibilità su misura dell’Azienda Village 4all, Ferrara

 

Che l’Azienda Village 4all ponga un’attenzione seria e concreta all’accessibilità lo si vede già dal sito (www.villageforall.net), dove è possibile ascoltare l’audio dei testi e delle informazioni pubblicate su ogni pagina.

Numerosi sono i premi e i riconoscimenti che l’Azienda ha vinto nel corso degli anni in Italia e all’estero grazie al suo ormai noto “marchio di qualità”, più propriamente definito “Marchio di Qualità Internazionale Ospitalità Accessibile”. Le strutture turistiche che lo possiedono possono infatti vantare i giusti requisiti di accessibilità e trasformarsi in riferimenti utili per i viaggiatori con disabilità che potranno così confrontarsi direttamente con il personale di Village 4all per essere accompagnati nella costruzione del proprio viaggio su misura, dalla logistica, all’assistenza al prezzo.

Il marchio, benché non funga da patente, è comunque un buon biglietto da visita perché significa che la struttura è stata consigliata dopo una diretta rilevazione sul campo.

Per dare il marchio l’azienda opera una rilevazione secondo criteri riconosciuti dalle associazioni e leggiamo/ascoltiamo: “Al termine della rilevazione viene consegnato alla azienda un elenco di possibili migliorie dei punti critici rilevati durante l’audit. Questo documento svolge una funzione di promemoria per sviluppare e incrementare una migliore accessibilità della struttura, secondo il metodo di miglioramento continuo rappresentato dal “PDCA” (plan–do–check–act)”.

L’Azienda ferrarese è quindi un network di riferimento importante a livello nazionale e non solo sia per le strutture ospitanti che per i loro potenziali clienti in termini di mediazione, informazione, affidabilità e sicurezza.

Roberto Vitali, il presidente di Village 4All, ci spiega che “gli operatori turistici devono capire che l’accessibilità delle loro strutture non passa per il tipo di disabilità dei clienti, in un campeggio per esempio, è davvero di poco conto. L’accessibilità passa piuttosto dall’ascolto che la struttura rivolge alle esigenze del cliente, noi, in questo senso li aiutiamo a comunicare nella maniera giusta e a dare informazioni nella maniera corretta, così da garantire a tutti la possibilità di scegliere la vacanza più adeguata alle proprie esigenze. Oggi il marchio vede circa cinquanta strutture in Italia, due in Croazia ma sono numeri in crescita vertiginosa. In Veneto abbiamo vinto una gara d’appalto per recensire oltre 400 strutture turistiche e abbiamo ricevuto due riconoscimenti dall’Organizzazione Mondiale del Turismo per aver creato il brand V4A e quindi l’idea dell’impresa e il 4A Inside, il sistema con cui raccogliamo le informazioni che non è nient’altro che l’applicazione di un software”.

L’approccio di Village4All, lo dice il nome, conserva una caratteristica per noi importante, che ci ha insegnato il prof. Riziero Zucchi, caro amico del nostro collega Claudio Imprudente, uno dei fondatori del Centro Documentazione Handicap di Bologna. Ciò a cui ci riferiamo è quella che Zucchi ha definito “la pedagogia del villaggio”. Intorno a una persona con disabilità non si muove mai una persona sola ma un villaggio fatto di famiglia, referenti Asl, educatori, colleghi, medici, psicologi, amici, accompagnatori. Tutti loro concorrono in un modo o nell’altro alla vita della persona ed è bene che lo facciano in maniera condivisa.

Village4All ci sembra procedere proprio in quest’ottica, accompagnando il disabile e chi è con lui nella personalizzazione di un viaggio che assecondi i suoi desideri ma che lo ponga anche in dialogo consapevole con tutta la macchina organizzativa con cui si troverà a confrontarsi, un marchio ma anche un villaggio che si muove insieme.

 


Bussola n. 3.  Direzione Est


A spasso con Darinka. Botta e risposta con Darinka Montico, camminatrice

 

Come definiresti la parola “viaggio”?

La parola viaggio per me è accettare la possibilità che ci possano essere persone che non vivono come te ma che lo fanno in un modo personale e che questo modo può essere anche molto diverso dal tuo. Purtroppo siamo abituati a vivere in un mondo pieno di pregiudizi dove quello che è considerato normale dalla maggior parte della gente non è necessariamente un normale oggettivo, è quello che si è imposto come normalità ma bisognerebbe riuscire a uscire da queste categorizzazioni. Viaggiare è un ottimo modo per farlo, scoprendo che ci sono persone che vivono in modo completamente diverso dal nostro. A volte basterebbe semplicemente aprire un po’ la mente, anche a casa nostra.

 

Cosa ti ha spinto a intraprendere i tuoi percorsi a piedi?

Sono sempre stata una persona lenta, in generale, la ragazza che consegnava per ultima il compito in classe e a cui la maestra gridava ogni dieci minuti di non guardare fuori dalla finestra, di stare con i piedi per terra, che il tempo è denaro e via dicendo… Poi ho pensato che beh, se il tempo è davvero denaro e io sono tanto lenta allora probabilmente sono anche molto ricca visto che riesco sempre a utilizzarlo in un modo diverso!  Così ho pensato di tornare in Italia, dopo sedici anni all’estero dove avevo accettato i lavori più disparati, e di fare un viaggio nel modo più mio possibile, nel modo quindi più lento possibile e ho scelto di camminare, nonostante non fossi allenata e non l’avessi mai fatto prima dell’anno scorso.

 

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi del camminare?

Svantaggi sinceramente non ne trovo eccetto forse alcune questioni pratiche come il fatto che, per dormire, se non hai una tenda con te devi sempre trovare un centro abitato, ma non lo ritengo niente di fondamentale.

Vantaggi invece ce ne sono un miliardo, camminare stimola un sacco di endorfine, ti senti benissimo fisicamente e piena di energia, lo stesso a livello emotivo, camminare stimola moltissimo il pensare. Il mio libro, Walkabout. L’Italia, a piedi, senza soldi, raccogliendo sogni (Edizioni dei Cammini), l’ho scritto così, mentre camminavo. In questo modo hai tempo per fare da sola, per concentrarti su di te e la natura, per sincronizzare il tuo respiro con quello del mondo e vedere cosa ne viene fuori. Un modo per concentrarsi, ecco, una forma di meditazione.

Ora mi trovo a Ustica dove sto scrivendo il mio nuovo libro, Un’isola in 8 km, dove però, facendo tutti i giorni il giro dell’isola non riesco molto a scrivere!

 

In base a che cosa scegli i tuoi itinerari?

Completamente a caso, devo essere onesta. Nel percorso dell’anno scorso dalla Sicilia al Piemonte ho fatto 3000 km perché sono andata a zig zag in base alle persone che incontravo sul mio cammino, amici o parenti che mi hanno ospitata e a volte mi sono anche ritrovata sulla 106 in Calabria, il che è stato molto duro ma volevo vedere anche quel tipo di realtà. Dipende sempre perché lo fai, io non volevo vincere un premio, né fare una maratona né una gara con nessuno, l’ho fatto per me e conoscere il mio paese, erano sedici anni che mi trovavo fuori, viaggiando moltissimo all’estero cogliendo ogni occasione di lavoro che mi si presentava. Mi sono lasciata così trasportare dal caso, anche se ho smesso di crederci perché ogni cosa che ti succede dopo vieni a capire perché ti è successa. Io mi sono lasciata guidare da ciò che chiamo dio ma forse questo è più un mio gergo personale, non intendo propriamente quello religioso.

 

Meglio viaggiare da soli o in gruppo? Come ti accolgono le persone che incontri durante i tuoi percorsi?

Nel viaggio dell’anno scorso c’era un buon equilibrio perché di giorno camminavo da sola e poi la sera quando arrivavo mi facevo ospitare da chi trovavo, riuscivo a passare il tempo che mi serviva per me stessa e al contempo con le persone che incontravo.

Io preferisco viaggiare da sola per concentrarmi meglio su quello che vedo e sulle persone che incontro piuttosto che sul compagno di viaggio, diventerebbe più uno stress, bisogna andare allo stesso ritmo, se conosco una persona che mi piace e voglio fermarmi due sere in un paese a bere dovrei poi essere sicura che a chi è con me possano andare bene anche questo tipo di scelte… lo ammetto, non ho la pazienza per viaggiare in compagnia…

 

C’è un luogo o un incontro o un episodio che durante il viaggio ha cambiato il tuo modo di osservare?

Tantissimi. Ne parlo nel mio libro, Walkabout. L’Italia, a piedi, senza soldi, raccogliendo sogni (Edizioni dei Cammini), ogni incontro mi ha dato qualcosa. Uno dei più belli che ho fatto ultimamente non ha cambiato il mio modo di viaggiare, ha semplicemente portato a un altro livello qualcosa che mi sembrava di aver capito, che cioè le persone sono fondamentalmente buone. Ho conosciuto un ragazzo non vedente, Alessandro Bordini, di Nogara, un paesino in provincia di Verona, un ragazzo che si è fatto il giro del mondo da solo, con il suo bastone, nel momento in cui ha capito che era in grado di spostarsi da solo. Ha visitato più di novanta paesi nell’arco di un anno e mezzo e se io viaggiavo da sola e senza soldi lui lo ha fatto persino senza vedere confermando la mia stessa tesi: quando si è trovato in un momento di difficoltà, come nei bassifondi di Caracas in cui non sapeva dove si trovasse, gli hanno dato una mano prima che un potenziale malintenzionato potesse avvicinarsi. Entrambi abbiamo trovato in viaggio persone che si sono prese cura di noi. Un bello spunto per farsi influenzare un po’ meno dai telegiornali, aprire le porte e conoscere le persone.

 

La scrittura è parte integrante della tua esperienza di viaggiatrice: dove annoti e raccogli i tuoi appunti di viaggio? Preferisci farlo al ritorno o durante le soste?

Scrivo proprio mentre cammino su quaderni o ipad, sui treni, lo faccio sempre durante, quando ho tutto in testa, dopo perderei qualcosa. Quest’anno ero in bici ed è stato un casino, registravo la mia voce sull’iphone e poi mi mettevo a scrivere non appena arrivavo da qualche parte!

 

Che cosa consiglieresti a una persona che desidera intraprendere un viaggio in solitaria ma ha paura?

Consiglierei di farlo subito perché se no non lo fai più, e soprattutto di non fare troppi programmi, se non fai programmi non puoi sbagliare, poi, chissà, da cosa nasce cosa…

 

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