A Venezia a Campo Santa Margherita accanto agli spritz, alle cichetterie e agli studenti in libera uscita aleggiano profumi speziati. Piove, ma li senti lo stesso. Cardamomo, cumino, curcuma e qualcosa che non avevi mai odorato e che non sapresti affatto come definire. È la curiosità di visualizzare quel profumo che ti spinge a fermarti dritto davanti a una piccola vetrata e alzare gli occhi verso una semplice insegna: “Orient Experience”. Dentro è un tripudio di colori, piccoli tavolini di legno e un bancone che trasuda abbondanza. Fai in tempo a inumidirti la bocca che ti accorgi di una lavagna dove a lato campeggia una scritta: “Menù sulla Via della Seta”.  Più sotto la scritta continua: “Pakistan, Afghanistan, Iran, Turchia, Grecia, Italia, Iraq, Kurdistan, Siria, Palestina. Questa storia comincia a Tessera, o meglio a Kabul e racconta attraverso il cibo di tre continenti esperienze di migrazioni forzate e ibridazioni culturali e culinarie vissute da rifugiati e minori stranieri in fuga dalla guerra. Potete assaggiare e raccogliere saperi e sapori direttamente dai protagonisti”.

Migrazione e fuga. Due forme di viaggio costrette, che siamo abituati ad associare a paura, abbandono e dolore, il più delle volte a ragion veduta. Chi scappa approda in un paese che quasi mai ha scelto e nel quale la percezione del sentirsi e dell’essere diverso va di pari passo con ogni più piccolo tentennamento. Eppure qui il senso di disfatta che attorno il mondo sembra insistentemente ruotare non c’è. Non c’è nemmeno un generico senso di speranza. Sembra piuttosto che al problema sia stata data una risposta ovvia, qualcosa di semplice e sovversivo al tempo stesso, una risposta pratica, fatta di mani, persone e buon gusto cui nessuno prima aveva mai pensato.
Tutto è iniziato con Hamed Ahmadi, con lui Sarah Grimaldi, la sua ragazza, Mandana Nedimi, Alì Khan Qualandari, Hadi Nooi, Mohammad Dalas e Alì Rezai, i suoi soci. Ed ecco che, con la sua sciarpa a fiori e i nerissimi occhi scuri Hamed si avvicina divertito al nostro tavolo per spiegarci che cosa c’è sotto.

 

Hamed, dove ci troviamo? Siamo ancora a Venezia?

Assolutamente sì, ed è proprio questo il bello. Quello che vedi è il frutto di una vicenda personale, la mia, cominciata dieci anni fa, nel 2006 quando da Kabul, la mia città dove facevo il regista, mi sono recato alla Mostra del Cinema per presentare un cortometraggio, Maama, Buddha, la ragazza e l’acqua di Mohammad Haidari, facevo parte del suo gruppo di lavoro. A Venezia sono stato costretto a rimanere come rifugiato perché il primo ministro afghano non poteva tollerare che un corto fosse presentato al Festival di Venezia. Sono stato tuttavia un rifugiato privilegiato, ho viaggiato in aereo, a differenza di tanti miei coetanei. In tutto ciò ho dovuto comunque chiedere l’asilo che mi è stato concesso passando, come succede a tutti, per il Boa, il centro di accoglienza per i rifugiati di Tessera, fuori Venezia. È lì che tutto è cominciato.

 

Cosa è accaduto al Boa?

Al Boa ci sono molti rifugiati Afghani, Pakistani, Iraniani e anche molti Africani. Non tutti conoscono l’inglese o altre lingue e c’erano molti ragazzi Afghani che parlavano solo la propria lingua. Mi sono ritrovato a fare da interprete, mi ci sono buttato, un po’ per cultura, un po’ per carattere.

È finita che quando sono uscito da lì mi hanno richiamato in veste di mediatore culturale, con la richiesta non solo di fare da tramite al momento dell’arrivo dei ragazzi, un momento per tutti molto difficile con l’ansia dei permessi, dei documenti e tutto il resto, ma anche di organizzare delle attività ricreative che potessero coinvolgere un buon numero di persone di diversa età, cultura di provenienza e estrazione.

Non era mica facile. Alla fine però ho capito che la cosa che poteva unirci tutti e che ci accumunava sullo stesso livello era il cibo, il ricordo del cibo di casa, dei propri paesi ma anche di quelli in cui si è temporaneamente soggiornato, magari perché erano finiti i soldi e non si poteva più proseguire, considerando che chi viaggia dall’Afghanistan può arrivare a spendere fino a 10 mila euro. Ho chiesto perciò loro di ritornare a quei ricordi, profumi, atmosfere e ricette per poi provare insieme a riproporle e, sì, a cucinarle. Ognuno ha portato un piatto e abbiamo costruito un intero menù. Un menù enorme a dire il vero, troppo grande, mi viene ancora da ridere se ci penso, con forse sessanta piatti diversi, che poi abbiamo ridotto e cominciato a testare tra di noi. Piano piano, poi, ci siamo affinati e abbiamo cominciato a costruire ricette meticce, a mischiare cioè i piatti d’origine con gli altri creandone dei nuovi, anche in base agli ingredienti che riuscivamo a trovare in Italia e al costo, molte volte per esempio all’agnello abbiamo sostituito il pollo e così via.

Da lì abbiamo aperto le porte del Boa alle cene aperte al pubblico, a cui hanno avuto accesso molti giovani italiani del territorio e la fama dei nostri piatti e delle nostre cene ha cominciato a diffondersi.

 

Poi siete arrivati in centro città…

Sì, oggi possiamo parlare di due Orient Experience all’attivo, uno a Fondamenta della Misericordia, uno in campo Santa Margherita e poi un nuovo locale a Calle Lunga San Barnaba. Il nuovo progetto è Africa Experience, sempre con lo stesso principio ma con più tavoli a sedere, i punti di partenza saranno il Ghana e la Somalia…

 

Spiegaci meglio qual è il principio…

Come nel caso di Orient Experience l’idea è quella di ripercorrere i propri viaggi di migranti attraverso il ricordo dei cibi incontrati e riproporre questi viaggi al pubblico, è qualcosa che davvero accomuna tutti. Poi di idee alla base non ce ne è solo una, ce ne sono tante. Tra queste senza dubbio quella di creare per me e i miei soci un’occasione di lavoro per noi e per altri profughi in città. In questo senso offriamo formazione professionale ma anche un luogo dove confrontarci e aiutarci vicendevolmente, scambiarci informazioni utili e supporto per affrontare la vita qui in Italia.

 

Com’è il rapporto con i veneziani?

Ottimo, nonostante tutti gli amici stranieri mi avessero messo in guardia. “Gli Italiani pensano di avere il cibo più buono del mondo! Non mangiano altre cose”, mi dicevano. Un pregiudizio all’inverso, forse. Il fatto è che da noi il cibo è buono, non costa tanto, l’atmosfera è accogliente, ti viene voglia di fermarti e chiacchierare, di sapere chi c’è dietro il bancone, anche perché la nostra lavagna ti spinge a farlo. E poi Venezia non è grande, non siamo nelle zone più turistiche ma in quelle più frequentate dalla gente del posto.

 

Dal passaparola all’integrazione spontanea insomma.

Esattamente.

 

Dall’altro lato del bancone, in cucina, invece, che aria tira?

I ragazzi che vengono qui a lavorare sono contenti perché si sentono valorizzati, non solo per quello che sanno fare e per tutto ciò che riguarda l’integrazione ma perché possono portare agli occhi di tutti anche le bellezze dei propri paesi che non sono rappresentati dalle guerre. Il viaggio che loro ripercorrono con il cibo è di rimessa in contatto con la propria identità, ricordi e percorsi, quello del pubblico è un viaggio in luoghi lontani e magnifici, come Venezia, gustando sapori che non conoscono e che li avvicinano alla presenza di altre culture semplicemente coesistenti.

 

È per questo che avete intitolato il vostro menù alla Via della Seta?

Per quello e perché a Venezia il Milione di Marco Polo è ovviamente un’istituzione! Un viaggio che si compone di fuga ma anche di bellezza.

 

I vostri locali sono accessibili a persone con disabilità?

Direi che lo sono in senso lato, proprio per l’accoglienza che offriamo a tutti.  Alcuni dei nostri tavoli sono troppo alti ma quelli di Africa Experience direi che sono alla portata di tutti!

 

Viaggi in programma?

Colombia… Magari, chissà, potrebbe essere l’occasione per un Latin Experience! E poi c’è Bologna… una città dove ho molti cari amici e dove mi piacerebbe immaginare qualcosa di simile.

 


Bussola n. 4. Direzione Ovest

La Joelette

Un racconto di Nicola Rabbi, giornalista

 

La strana carrozzina gli stava di fronte. Una grande ruota centrale sormontata da un comodo e spazioso sedile imbottito e una struttura metallica di color giallo che iniziava da dietro con una sorta di manubrio per spingere e terminava davanti con due aste da tirare. Assomigliava a un calesse, anzi a un risciò, visto che i due volontari che dovevano portarlo fino al rifugio erano una ragazza e un ragazzo e non due cavalli.
Prima andava da solo in montagna; amava particolarmente andarci da solo perché così poteva stabilire lui il passo e la testa era libera di pensare a quello che voleva.
“Ciao mi chiamo Teresa lui invece è… siamo i due volontari dell’associazione ‘Su e giù senza barriere’ … quella che gestisce le Joelette, carrozzine da montagna…”.
Lo trasferirono senza difficoltà sul mezzo; lei gli sosteneva le gambe inerti mentre il ragazzo lo aveva preso per le ascelle.
Il sentiero iniziava in leggera salita ed era abbastanza battuto. Sentiva la ruota sobbalzare sui sassi e nelle buche della strada che era illuminata a macchie da un bel sole che filtrava tra i rami degli alberi. Filava veloce, o meglio, pensava, lo facevano andare veloce; sentiva addirittura l’aria accarezzargli la pelle, un’aria tiepida e profumata dalla resina degli abeti. Teresa camminava senza fatica tirando le due aste che sobbalzavano a ogni buca, disegnando dei tratti invisibili attorno al sedere e a parte del busto.
Guardava un po’ quel corpo lungo e insolitamente muscoloso per una ragazza e un po’ le foglie degli alberi da cui filtrava la luce, una luce frizzante.
Questa alternanza gli riempiva gli occhi di piacere.
Poi la strada cominciò a cambiare pendenza e anche il fondo si fece più discontinuo, così che i due spingitori dovettero diminuire la velocità. Presto gli alberi cominciarono a diradarsi e la luce del sole coprì ogni cosa: le pietre, i prati, le sue gambe inerti e le anche di Teresa.
La vista si fece più aperta. Poteva vedere oramai la valle dall’alto, le case minuscole come nei presepi, degli animali rosati che non capiva se fossero mucche o capre. Alzando lo sguardo invece poteva vedere i forti fianchi delle montagne cinte dai boschi verde scuro fino a una certa linea dopo la quale rimanevano solo l’erba brillante per la luce e i sassi colorati.
Le biglie colorate, pensò e ricordò l’illustrazione di quel castello che da bambino lo aveva tanto affascinato; un grande castello color sabbia addobbato di pietre verdi, rosse, azzurre… azzurri erano anche i bottoni dei jeans di Teresa posti nella parte alta delle natiche, erano tondi e gli sembrarono due occhi che lo guardavano con insistenza.
Spostò lo sguardo infastidito e percepì che qualcosa era cambiato, non capiva cosa. Se lo stava chiedendo quando un piede di Teresa urtò un sasso e il rumore del sasso che rotolava fece per alcuni battiti il rumore del suo cuore.
Qualcosa di cupo lo avvolse e guardò l’erba diventata scura e i sassi privi di colore; alzò gli occhi e vide delle pesanti nubi madreperlacee coprire il sole. Correvano veloci, più della sua Joelette, pensò. E pensò ancora che Joelette sembrava un nome di donna. Guardò Teresa e non la riconobbe. Riconobbe un’altra donna simile a lei, con la stessa pelle chiara, i capelli di un castano dorato. Da molti anni non la vedeva più, prima ancora del suo incidente, l’aveva mai saputo? Non aveva importanza. Ma era lei adesso che lo stava trascinando.
Guardò stupito la trasformazione, ma poi lo stupore cessò e tornò a guardare le nubi. Il cielo era nero e non c’era riparo attorno. L’aria era diventata pesante, ogni odore era scomparso. Ma dove stavano andando? Perché lei lo stava trasportando e quando aveva dato il cambio a Teresa? E poi perché questa fretta, questo correre sul ciglio della montagna?
Non aveva paura. Si ascoltò dentro e non sentì nessuna paura. E se fosse scivolato ora giù con la Joelette per il fianco della montagna? Trovava piacevole questa idea, cadere giù per la montagna, passando veloce sull’erba, superando le pietre colorate del castello, giù fino in fondo, un fondo senza fine però, nero, vuoto. Andare giù, sempre più velocemente, tanto da vedere i colori che sfumano in qualcosa di incerto, e poi ancora più in giù, un giù senza fine, nero, vuoto.
Un crepitio di sassi che battono lo riscosse e nello stesso momento la corsa di lei s’interruppe. Stava ferma, non si sentiva nemmeno il rumore del suo respiro. Le guardava le spalle, il capo, le braccia; voleva dire qualcosa ma non sapeva cosa. O meglio un pensiero l’aveva ma rimaneva lì nella sua testa. Voleva dirle “Non fermarti, continua a correre, giù… fino in fondo”, ma non poteva dirlo.
Lei mosse leggermente la testa, si girò piano, poteva vedere ora meglio la guancia, la punta del naso… poi si fermò e non poté vederle gli occhi.
Il temporale era finito; era passato semplicemente sopra di loro, togliendo la luce, borbottando, caricando l’aria di umidità, ma poi era passato innocuo e una luce tiepida aveva ridato colore ai sassi, il verde brillante all’erba e l’aria profumava ancora più intensamente di resina e del lichene smeraldino.
La meta era stata raggiunta e oramai poteva tornare indietro. Scendeva allargando le braccia, come per occupare più posto in quello spazio benedetto e, camminando, i suoi piedi colpivano con forza il terreno sollevando lievi nuvolette di polvere d’oro.

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