Skip to main content

Autore: admin

L’handicap dei media

di D.B.

È proprio come per le ciliegie-bugie del proverbio: un inganno tira l’altro. L’immagine del disabile come persona che ha innanzitutto bisogno d’aiuto è funzionale al mantenimento delle “costruzioni di realtà” dei normo-dotati, dove essi si rappresentano come forti e generosi; così “si permette a una accettazione fantasma di fare da fondamento a una normalità fantasma”. Basterebbe questo concetto, che rimanda al fondamentale Stigma di Erving Goffman (la citazione è ripresa dalla traduzione italiana), ad aiutarci nel districare molti dei problemi connessi con i modi in cui la tv parla di handicap. In realtà la ricerca di Serenella Besio e Franca Roncarolo va ben oltre il fornire le pur indispensabili chiavi di lettura – come questa di Goffman, appunto – per affrontare quella particolare rappresentazione (e deformazione) del mondo che si chiama televisione italiana. Se il sottotitolo della ricerca è neutro (“Disabili e disabilità nell’offerta televisiva”) fin dal titolo L’handicap dei media (344 pagine, lire 30 mila, pubblicato da Rai-Eri nel marzo ‘96) lascia capire che la ricerca non fingerà quella insopportabile asetticità che affligge molte pubblicazioni sul tema. La grande abilità delle due autrici è di rendere comprensibile quanto documentata la rete di inganni e auto-inganni, di buone intenzioni e pessime pratiche, di lacrime senza ragioni e di pietà senza giustizia, che fonda la “normalità fantasma”. Pur ricordando che qualche eccezione negli ultimi anni ha positivamente contaminato (poco, pochissimo) la nostra tv; non a caso la rottura degli schemi perviene soprattutto dall’estero e perlopiù dalla fiction. Ovviamente L’handicap dei media parla soprattutto di Rai ma analogo sarebbe il discorso sulla Finivest. Anche lo stile delle autrici è efficace: non sdegnate requisitorie ma pacate esposizioni di fatti… dalle quali certo emergono giudizi “pesanti” (anche su singoli programmi e giornalisti). Dopo avere dunque rivolto a tutti il doveroso invito a leggere – con tanto di evidenziatore – questo bel libro (e a non saltare le note), proviamo a citare/riassumerne alcuni essenziali passaggi. Notando che tutte le altre persone coinvolte nella elaborazione e scrittura (Simona Tessore, Simonetta Paolicchi, Marinella Belluati, Luciana Tucci) sono donne: sarà un caso se – rispetto alla media – mostrano un di più d’intelligenza e non conformismo? Il libro si apre con una nota di Antonio Guidi (ministro della Famiglia durante il breve governo Berlusconi) che già fornisce una prima utile indicazione: “la normalità di chi ha un handicap suscita troppo spesso reazioni più forti della straordinarietà”. Ovvero il normo-dotato può “sopportare” il disabile che scala le montagne proprio perché eccezione oppure il caso pietoso (che lui suppone “regola”); entrambi non gli pongono problemi di capire se lo stato presente delle cose si basa su 3 “in” – ingiustizie, insensatezze e inciviltà – che lo chiamano in causa. La prima parte della ricerca s’intitola “Differenti culture dell’handicap, una discussione aperta”: già qui, per inciso e con soave leggerezza, si formula (a proposito di un caso specifico) una delle accuse più gravi per un giornalista: “l’assenza di curiosità”. Dopo un breve iter storico, le autrici prima delineano “le varie cornici culturali createsi intorno alla disabilità”, poi ricordano “l’evoluzione legislativa europea”, infine “mappano” l’handicap nel tessuto sociale (presenze corporative, novità, differenze) accennando anche all’immaginario – filmico, teatrale, pubblicitario – su cui ovviamente si tornerà a più riprese e da vari punti di vista. Solo dopo questo giro d’orizzonte Besio e Roncarolo introducono uno dei temi specifici: “fare trasmissioni educative o educare a fare le trasmissioni?”. Il secondo capitolo è un excursus sulle tecnologie: fondamentale per chi s’approccia “vergine” alla questione handicap ma quasi ovvio per i lettori di HP-Accaparlante. Ci sono comunque molti indirizzi ragionati di “interest group” che può essere utile (per chi naviga su Internet) avere sott’occhio. Qui si chiude la prima parte del volume (“L’handicap nella società”). La seconda parte (“L’handicap in tv”) si apre con una cavalcata sui programmi televisivi fra il 1970 e il 1993; in appendice si trova anche il dettagliato elenco, per reti, con tanto di orari. Attenzione discontinua; programmi di servizio e tv del dolore; fasce orarie; differenti profili delle reti; quantità e qualità delle presenze: sono gli elementi-base del terzo e quarto capitolo. Decisivo è il capitolo successivo dedicato a “I generi dell’handicap”, ovvero agli stereotipi e ruoli ai quali ogni evento si deve ricondurre: controversie, informazioni, “miracoli” e “casi esemplari” insomma tutto deve rientrare nelle caselle (e dunque nelle fasce di programmazione) previste. Detto male – sempre troppo poco – di Mixer e salutato come un piccolo evento la puntata di Milano, Italia che affrontò handicap e sessualità, Franca Roncarolo entra nello specifico dei “programmi specializzati in emarginazione, disagio e sofferenza” e di vicende esemplari, per arrivare a un importante punto fermo che può essere generalizzato ad altri casi e dunque vale la pena citare per esteso: “Tutto si tiene e attraverso i vari generi tv si produce una costruzione di realtà che nelle sue due versioni – madre cattiva che si pente, madre cattiva che cede il posto a un’altra madre buona – risolve senza affrontarlo il vero problema di fondo. Ossia l’elaborazione di una cultura del limite e della differenza che consenta di tematizzare davvero la diversità e i problemi a essa connessi, senza rimozioni o appelli ai sentimenti”. Famiglia, etica del sacrificio, scuola, differenze di genere (ovvero i diversi ruoli “obbligati” da attribuire a uomini e donne), lo scandalo dei falsi invalidi, amicizia e amore (soprattutto quello retorico con la A maiuscola): è ancora Roncarolo, nel sesto e settimo capitolo, a sgrovigliare la matassa, individuando prima i temi (e i rimossi) realmente affrontati e poi approfondendo “i quattro stili per parlare e tacere di handicap”. Atteggiamenti che vengono riassunti e ulteriormente suddivisi così: ”

1-Approfondimento tematizzante:
1.1 riflessivo,
1.2 divulgativo,
1.3 interlocutorio;

2-Denuncia:
2.1 investigativo,
2.2 espressivo,
2.3 pragmatico;

3-Documentazione:
3.1 specialistico,
3.2 orientato al servizio,
3.3 d’inchiesta;

4-Ascolto:
4.1 non interattivo,
4.2 sollecitante,
4.3 empatico-esibitivo”.

Pur con i consueti toni pacati, l’autrice smaschera ambiguità, bugie, pregiudizi presenti nei vari approcci. Valga per tutti l’ormai famoso (più in Inghilterra che da noi) “Does he take sugar?”, ossia “Lui lo vuole lo zucchero?”: si tratta – ricorda Roncarolo – “di una modalità caratterizzata dall’abitudine di chiedere a terze persone informazioni relative al disabile” (che pure è presente), “strategie che potremmo definire di smaterializzazione della persona disabile e che consistono essenzialmente nel parlarne come se fosse assente”. Serenella Besio e Simona Tessore – nell’ottavo capitolo – vanno in cerca di conferme e smentite (poche) alla “scontatezza” del dialogo immagini-parole: una casistica difficile da condensare ma vale almeno la pena accennare che Fulvio Grimaldi o il complesso “I ladri di carrozzelle” hanno mostrato come ci si può sottrarre alla pigra dittatura delle banalità. “Dalle soap-operas ai film d’autore” è il viaggio nella fiction (capitolo 9) di Marinella Belluati che poi (cap 10) analizza le “maratone della solidarietà” (ovvero Telethon e la gemella 30 ore per la vita). Molto correttamente le autrici hanno scelto di verificare il loro approccio scientifico con quello (a più alto tasso “emozionale” ma anche rappresentativo di gusti e opinioni assai diversificati) di alcuni disabili: nel capitolo 11 sono infatti riportate impressioni raccolte a Savona e Torino. Le molte indicazioni importanti che sono affiorate sin qua vengono sistematizzate da Besio e Roncarolo nel dodicesimo e conclusivo capitolo. Presenze e assenze di tematiche ma anche di “pubblico” (persino la visione di un handicappato nella platea dei quiz risulta tabù) dunque; una sintesi dei principali stereotipi; “il ruolo dei non-disabili” ovvero ciò che i giornalisti potrebbero mettere in movimento… ove volessero. Le logiche, intelligenti e praticabili proposte che tutte le autrici lasciano affiorare in vari punti di L’handicap dei media basterebbero, da sole, a costituire una piattaforma per una tv “decente”. E sono appunto indecenti il silenzio e l’immobilità successivi. Tanto più che – per una casualità politica – la ricerca si è mossa nella Rai a cavallo fra il “Caf-regime” e ben due supposte rivoluzioni (Mani Pulite e breve governo del Polo) mentre noi ne parliamo dopo una terza supposta rivoluzione, quella ulivista: per gattopardianamente dirci che nella tv di Stato tutto cambia perché nulla muti.

9. La storia di Merrik

di Matteo Baraldi, dell’associazione culturale Hamelin

Raccontare l’esistenza di John Merrick, l’Uomo elefante vissuto nella Londra vittoriana fra il 1862 e il 1890, è una scommessa destinata al fallimento. Si ha infatti la tentazione di fare di lui un archetipo della diversità, una creatura dell’orrore paragonabile a Dracula, al mostro di Frankenstein, magari a Jekyll & Hyde o a Gwynplaine…

Ma l’uomo elefante non è paragonabile a nessuno di loro, ci si ritrae rattristati da questo proposito non appena si ricorda che, contrariamente a queste creature, John Merrick, l’Uomo elefante, non è stato un personaggio , ma una persona. Per tutti i cinefili la sua vita appartiene ormai al film di David Lynch e prima ancora era di pertinenza della medicina grazie agli studi clinici compiuti su di lui dal dottor Frederick Treves. Il dolore dell’Uomo elefante non è stato vissuto solo nelle pagine di un libro di patologia, nella pellicola di Lynch o nella pièce teatrale che ne porta il nome. Eppure proprio la più preziosa delle testimonianze, l’unica voce – quella di Merrick, appunto – che potrebbe sciogliere il mistero di una vita tormentata e straordinaria, tace, e ci costringe ad inseguirne il significato ora nelle pagine lasciate da Treves in cui si alternano considerazioni scientifiche e slanci umanitari, ora nei lavori teatrali e cinematografici che hanno cercato di interpretarlo. La sofferenza della creatura di Frankenstein e di Dracula, l’ambiguità di Jekyll & Hyde, la storia di Gwynplaine appartengono a tutti coloro che abbiano lette, viste e amate le avventure di questi mostri. La sofferenza, l’ambiguità e la storia di John Merrick, l’Uomo elefante, sono appartenute soltanto a lui.
Se la sua esistenza è stata vissuta in una continua rappresentazione della diversità, prima nei baracconi maleodoranti dei freak show, quindi nelle aule di medicina, la sua morte non ha significato una liberazione da questo destino. Il film, il dramma, i saggi e le biografie a lui dedicate continuano a ostentarlo come una sacra reliquia, e questa attenzione, nel suo aspetto più specioso, è culminata nella morbosità di una consistente offerta – dignitosamente rifiutata – fatta da Michael Jackson per ottenere il corpo di Merrick dalla Royal Society.
Anche noi, scrivendo questo articolo, sottoponiamo l’Uomo elefante alla ribalta di una nuova esibizione in cui l’unico punto di riferimento possibile non è la sua vita, ma sono le rappresentazioni che di essa sono state date, a partire dalla più celebre : l’Elephant man (1980) di David Lynch.

L’Elephant man di David Lynch
Quando nel 1977 Stuart Cornfeld, un produttore cinematografico, telefonò a David Lynch per complimentarsi dell’originalità del suo primo lungometraggio intitolato Eraserhead (Eraserhead. La mente che cancella, 1976), chiedendogli a che progetto stesse lavorando in quei giorni si sentì rispondere: “aggiusto tetti. L’accoglienza al film non è stata molto positiva e non ho ricevuto altre proposte”. Era il principio di un sodalizio che spinse Cornfeld ad aiutare Lynch a trovare nuove possibilità. Intanto il cineasta cominciava a farsi un nome fra gli appassionati di midnight movie. Una formula già conosciuta e rilanciata dal distributore Ben Barenholtz la cui strategia di mercato era di proiettare film eccentrici e particolari agli spettacoli notturni lasciando loro il tempo di diventare una sorta di rito collettivo. Eraserhead era strano quanto bastava allo scopo di Barenholtz tanto che il motto di chi ne aveva fatto esperienza era “I saw it” (“l’ho visto”). Il film più che una normale struttura narrativa, seguiva le suggestioni di un incubo in un bianco e nero evocativo del cinema dei primordi e raffigurava un mondo interiore di orrore ed inquietudine che fece subito pensare a Lynch quando una sceneggiatura sulla vita dell’Uomo elefante, firmata da Christopher De Vore ed Eric Bergren e acquistata da Jonathan Sanger, finì sulla scrivania di Cornfeld. Ma la caccia a una casa di produzione disponibile al progetto sarebbe risultata per un certo periodo infruttuosa, almeno fino a quando Cornfeld non propose l’idea a un personaggio apparentemente incongruo con la nostra storia: Mel Brooks, il regista e interprete di numerose parodie comiche nonché fresco fondatore della Brooksfilm. Dopo che questi ebbe visto Eraserhead, Lynch e Cornfeld temevano una sua reazione negativa, ma tutto quello che il comico, incantato dalla visionarietà del film, riuscì a dire a Lynch fu: “sei pazzo, ma ti adoro”, apostrofandolo con quella definizione di “un James Stewart venuto da Marte” che lo avrebbe accompagnato a lungo nella sua carriera. Così Lynch si trovava a lavorare per la prima volta con una produzione dalla risorse ragguardevoli, fuori dal suo paese e su un soggetto che non era stato sviluppato interamente da lui. L’operazione era tanto più delicata se si considera che al declinare degli anni ’70 la vita di John Merrick era un argomento alla moda. Nel 1978 il critico Leslie Fiedler gli aveva dedicato alcune pagine toccanti nel suo saggio sui freak. Accanto ad esse si collocavano le opere di Ashley Montagu e Frederick Drimmer, una biografia scritta da Michael Howell e Peter Ford, oltre all’opera teatrale di Bernard Pomerance interpretata da David Bowie con cui la troupe del film finì col percepire un particolare antagonismo. In realtà il film e il dramma non avevano altro in comune se non il titolo e le fonti da cui trarre ispirazione, perché per il resto, a partire dalle scelte stilistiche fino ad arrivare al mezzo espressivo, tutto era diverso. Tanto da suggerire a Bruce Kawin, acuto critico di Film Quarterly, uno stimolante paragone.

«La scelta più rilevante compiuta da Pomerance è stata di non dare un ruolo centrale al make-up dell’Uomo elefante. Al contrario quest’ultimo è interpretato da un “normale” attore che adatta postura e portamento mentre agli spettatori sono mostrate fotografie originali di Merrick. La platea, quindi, è continuamente costretta a ricordare che Merrick è grottescamente deforme, mentre contempla l’evidenza che è un essere meraviglioso. Il compito dell’attore è di alludere ai suoi handicap fisici e al contempo di manifestarne l’intelligenza e la sensibilità».

Lo sguardo degli altri
Il critico americano osserva poco oltre che Lynch compie una scelta pressoché antitetica a quella di Pomerance. Nel film la deformità dell’Uomo elefante sarà ricostruita attraverso un make-up raffinato e sapiente ideato da Cristopher Tucker che costringerà John Hurt, l’attore che interpreta il ruolo di Merrick, a sette ore di seduta giornaliera in sala trucco. Inevitabilmente, scrive Kawin, il cinema non si può permettere una scelta così “intima” come quella di separare l’apparenza e l’interiorità dell’Uomo elefante. «[…]il teatro come la letteratura incoraggia il suo pubblico a crearsi un’immagine partendo da un mondo concettuale laddove un film, presentando un mondo visivo, incoraggia lo spettatore a interiorizzare quelle immagini in concetti, emozioni e metafore celate in quanto si è visto». Osservazioni non dissimili saranno espresse da un altro critico, Gerard Courant, in un paragone che non riguarderà più una rappresentazione teatrale, ma il già citato Eraserhead. Scrive Courant che Lynch «è riuscito in ciò che pochi cineasti avevano tentato prima di lui: fare del suo secondo film (Elephant man) il contrario del primo (Eraserhead). […] in Elephant man, l’orrore si è spostato, quasi normalizzato. Il film non mostra più l’interno (del cervello) del protagonista [Courant si riferisce agli incubi che popolano Eraserhead], ma lo sguardo che gli altri portano su quest’uomo “dalla testa di elefante”». Molti notarono inoltre che se Eraserhead era un film underground, Elephant man adottava scelte narrative di un rigore classico al punto da far dire che l’unico elemento di continuità fra le due opere era rappresentato dall’utilizzo del bianco e nero. Non si deve per questo attribuire troppa importanza al fatto che Lynch potesse essere influenzato da fattori esterni nella sua prima produzione non del tutto autonoma, o dal fatto che avesse ereditato una sceneggiatura non elaborata da lui. Pare che Mel Brooks abbia lasciato una certa libertà al giovane regista e, soprattutto, che il copione di De Vore e Bergren sia stato ampiamente rimaneggiato dall’intervento di Lynch. Infatti per quanto egli avesse espresso un parere positivo sulla sceneggiatura questa, a suo dire, manteneva un rapporto troppo diretto con la vera storia di Merrick, perdendo così, di afflato drammatico e narrativo. Paradossalmente la vita dell’Uomo elefante interessava al cinema, ma per poter essere rappresentata doveva essere spettacolarizzata, o, quanto meno, modificata. Anche il film di Lynch, inevitabilmente e consapevolmente, diventerà allora un freak show. E come tutti i freak show avrà bisogno di un prologo e di una vicenda movimentata ed avvincente.

Le nostre paure, la paura del freak
Scorgiamo sullo schermo gli occhi enormi di una donna ritratta in una fotografia che capiremo essere della madre di Merrick, e udiamo la melodia di un carillon. Si sovrappongono le sequenze deformate di una marcia di elefanti di cui è ingrandita la grinzosità della pelle, la donna ora è riversa a terra e urla terrorizzata scuotendo la testa, quindi sentiamo il pianto di un bambino accompagnato dalla visione di un piccolo fungo di fumo bianco. La convinzione che la forza immaginativa, in seguito a uno choc subito dalla madre nell’atto del concepimento o durante la gravidanza, potesse provocare un parto abnorme che riproducesse le caratteristiche dell’elemento traumatizzante, aveva origini antiche e, come sentiremo dalle parole dell’imbonitore e padrone di Merrick, era ancora ben radicata nell’Ottocento vittoriano. Dopo ciò vediamo il dottor Frederick Treves, interpretato da un giovane Anthony Hopkins, aggirarsi per i baracconi di una fiera popolare alla ricerca dell’attrazione principale: l’Uomo elefante. Pur non riuscendovi subito a causa dell’intervento della polizia, ottiene da Bytes, il sordido “impresario” di Merrick, di avere una visione privata del suo “protetto”. Lo spettatore non ha modo né ora, né per buona parte del film, di vedere direttamente Merrick, ma coglie la reazione di chi lo osserva, in questo caso Treves, i cui occhi si riempiono silenziosamente di lacrime. Il medico ha il permesso di Bytes di visitare il malato in clinica, dove viene presentato in un nuovo tipo di freak show: un convegno di patologi. Qui, attraverso una tenda scorgiamo come un’ombra cinese la sagoma del suo corpo martoriato dalla neurofibromatosi multipla, tumore dei nervi periferici del cranio e della pelle. Treves scoprirà poi che Bytes maltratta brutalmente Merrick e glielo sottrarrà per ricoverarlo in ospedale dove gli viene assegnata una camera personale. Una giovane infermiera viene incaricata di portargli il pranzo e seguiamo con ansia il suo avvicinamento alla porta chiusa, posta all’ultimo piano dell’ospedale. In una sequenza che sfrutta tutti i canoni del cinema horror ci aspettiamo che finalmente venga rivelato l’aspetto di Merrick e in effetti l’attesa sarà soddisfatta, ma all’urlo di terrore dell’infermiera si accompagnerà anche lo spavento dell’Uomo elefante. Lo spettatore vede così «che questo mostro che deve fargli paura, ha paura a sua volta. È in questo momento che Lynch libera lo spettatore dalla trappola che gli ha teso fin dall’inizio […], come se egli dicesse: non sei tu che conti, è lui, l’Uomo elefante; non è la tua paura ad interessarmi, è la sua; non è la tua paura di aver paura che voglio manipolare, è la sua paura di far paura, la paura che egli ha di vedersi nello sguardo dell’altro».

Lo spettacolo continua
Per convincere il direttore dell’ospedale della sensibilità del suo paziente e quindi della necessità della sua permanenza in ospedale, Treves gli fa imparare alcune frasi di circostanza ed una citazione biblica che Merrick però ripeterà meccanicamente. Ma una volta svelato l’espediente ed usciti dalla stanza, i due uomini sono sorpresi dal fatto che Merrick continui la citazione oltre quanto gli era stato insegnato, e più precisamente con il salmo del buon pastore, le cui parole, in quest’occasione, inducono a un sorriso di amara ironia e ad un moto di commozione (“Il Signore è il mio pastore:/ non manco di nulla;/ su pascoli erbosi mi fa riposare,/ ad acque tranquille mi conduce…Se dovessi camminare per una valle oscura,/ non temerei alcun male, perché tu sei con me”). L’Uomo elefante finirà col fare breccia non solo negli affetti del personale ospedaliero, che lo accoglierà stabilmente, ma nell’immaginario di tutta l’alta società vittoriana, il cui ultimo vezzo sarà quello di recargli visita. Merrick, che certamente ha migliorato la sua condizione, non abbandona però il ruolo di fenomeno da esibire. Al suo capezzale si alternano ora la principessa Alessandra, una celebre attrice dell’epoca, Madge Kendal, con cui scambierà alcune battute tratte da Romeo e Giulietta, e la moglie stessa del dottor Treves, commossa dalla sensibilità da lui dimostrata. In tutti questi incontri, sia attraverso i “volti di reazione” – come scrive Chion nella sua monografia – sia attraverso la tecnica della dissolvenza in nero, anche lo spettatore viene invitato ad esprimere la sua reazione. O meglio, la sua commozione. Così Lynch stacca sulla sorpresa di Merrick quando la Kendal gli dice che lui ha la natura di un Romeo, o addirittura dissolve l’immagine quando Anne Treves, durante il suo colloquio con Merrick, scoppia in lacrime e questi offre a lei, e simbolicamente alla platea, un fazzoletto, sussurrando dolcemente “prego”. Le dissolvenze, questi “angoli bui in cui singhiozzare”, come le definisce Chion, non sono solo gli stratagemmi di uno dei film più efficacemente strappalacrime della storia del cinema, ma anche un breve spazio in cui far riflettere lo spettatore, perché se in definitiva tutta l’esistenza di Merrick e molte sequenze del film si sono svolte alle luci di una ribalta, non importa che sia quella polverosa di una fiera o quella asettica di una conferenza medica, Lynch non dimentica che anche quella che sta mostrando ora è una nuova rappresentazione, un’inedita ribalta per Merrick stesso. Lo sguardo dello spettatore deve così necessariamente affiancare quello dei curiosi, dei medici e quelli dell’alta società vittoriana.

I colpi di mano della gente
Il film a questo punto parrebbe arenarsi nelle secche di un’acquisita serenità, ma Lynch, per uscirne, inventa l’episodio dickensiano del guardiano dell’ospedale. Questi, rendendosi conto del profitto che potrebbe ricavare facendo da anfitrione alla suburra londinese desiderosa di vedere l’ormai celebre fenomeno, incomincia ad organizzare delle visite notturne che si tingono anche di un sottofondo erotico. Merrick vivrà così un’esistenza assolutamente duplice e speculare. Da una parte i giorni scanditi dalle visite della haute bourgeoisie vittoriana, dall’altra le notti che lo riportano all’umiliazione delle sue esperienze precedenti. In una di queste notti Merrick verrà rapito dal redivivo Bytes e portato fuori dall’Inghilterra, ad esibirsi in una fiera di Ostenda, dove trattato senza pietà verrà liberato da altri fenomeni da baraccone in una congiura dei diversi che rende omaggio al vecchio film Freaks di Tod Browning. Ritornato alla stazione di Londra sarà importunato da un bambino che gli chiede insistentemente il motivo per cui si nasconde sotto il suo inquietante copricapo di sacco. L’Uomo elefante cerca di scappare in una sequenza angosciante la cui tensione è esasperata dal frastuono e dal sibilo dei treni, culminando nel momento in cui, nel suo tentativo di fuga, travolge involontariamente una bambina. Una piccola folla si mette allora ad inseguirlo smascherandolo e costringendolo nei bagni della stazione, dove Merrick, nell’unico momento di disperazione che si concederà geme : “I’m not an elephant ! I’m not an animal ! I’m an human being…” (“Non sono un elefante! Non sono un animale! Sono un essere umano…”) La polizia accorre identificandolo e riportandolo in ospedale. Successivamente, per festeggiare il suo ritorno, Treves accompagnerà Merrick a teatro dov’è di scena una pantomima del Gatto con gli stivali in cui recita anche la Kendal. Come scrive Kawin questo “è l’unico momento in cui Elephant man offre una visione soggettiva ed oggettiva insieme, la visione della rappresentazione che ha lo spettatore e quella che ne ha Merrick si sovrappongono”. Quasi a dire che il solo modo in cui possiamo fare nostra la sua prospettiva è offerto dall’esperienza fantastica del teatro e, quindi, del cinema. Alla fine della rappresentazione la Kendal inviterà la platea a dedicare un applauso all’ospite d’onore. Per la terza volta nel film, come in una singolare via crucis, si dovrà alzare, anche se ora non gli si chiede di farlo in veste di freak da baraccone, né in un consesso medico, ma per ricevere un omaggio che tuttavia non può che avvenire nel ristretto spazio di una finzione dove il suo volto deturpato è accettabile come quello di una maschera. Fatto ritorno a casa e terminata la ricostruzione della cattedrale di San Filippo – una rielaborazione ideale, in realtà, perché la vista della chiesa gli è in gran parte ostruita dagli edifici circostanti – Merrick si sdraia in una posizione per lui fatale, togliendo i cuscini che lo costringono a dormire seduto per evitare che la voluminosa massa del suo cranio renda difficoltosa la respirazione fino al soffocamento. I critici si sono dibattuti sul significato di questo gesto e l’ineffabile Kawin lo collega giustamente a quell’ovazione tributatagli in teatro a mo’ di apoteosi.

«La platea applaude. A Merrick viene richiesto di alzarsi e ciò significa che è ancora una volta “in scena”. Quando si alza il pubblico gli concede una standing ovation. Questo potrebbe essere interpretato in due modi e voi dovrete scegliere fra essi (ricordando che ciò condizionerà il senso del conseguente suicidio di Merrick […]). Se cioè egli si tolga la vita perché comprende che non potrà mai fare interamente parte di un pubblico – dell’umanità stessa -, ma che costituirà sempre e comunque lo spettacolo, oppure perché questo pubblico, applaudendolo calorosamente, piuttosto che sbalordirsi e urlare alla sua vista, rappresenta un buon pubblico e riconosce il suo valore».

La morte su un morbido cuscino
Il suo gesto estremo non somiglia tuttavia alla scelta prometeica di lasciarsi morire eroicamente e sdegnosamente che contraddistingue altri personaggi come Quasimodo e Gwynplaine. Merrick non toglie i cuscini perché vuole suicidarsi, ma per dormire come fanno tutti malgrado questo rappresenti la morte. Se prestiamo ascolto alle testimonianze dirette di chi lo conobbe, tutta l’esistenza di Merrick dal momento in cui venne accolto nelle protettive mura dell’ospedale non rappresenta più il destino di un reietto, ma la condizione di un malato rassegnato eppure insofferente del suo incolmabile distacco dalla normalità. Un resoconto efficace, pur nel suo perbenismo di maniera, ce lo offre F. C. Carr Gomm, il direttore dell’ospedale in cui era ricoverato Merrick, in una sua lettera pubblicata sul “Times”.

«Qui, dunque, il povero Merrick poté trascorrere gli anni rimanenti della propria vita nella solitudine e nel conforto. Le autorità ospedaliere, il personale medico, il cappellano, le suore e gli infermieri si unirono per alleviare il più possibile la miseria della sua esistenza, ed egli imparò a chiamare la propria camera … la sua casa. Ricevette inoltre molte visite gentili, tra le quali quelle delle più alte personalità del paese … era un vorace lettore e veniva abbondantemente fornito di libri; per la cortesia di una signora, uno degli ornamenti più luminosi della professione teatrale gli fu anche insegnato a intrecciare panieri e più di una volta fu portato a vedere commedie, alle quali assisteva nascosto in un palco privato. Trasse grande beneficio dagli insegnamenti religiosi del nostro cappellano … e nell’ultima conversazione che ebbe con lui gli espresse la propria profonda gratitudine per … la misericordia di Dio nel portarlo in questo luogo. Ogni anno molto si rallegrava delle sei settimane di vacanza che trascorreva in un tranquillo cottage di campagna, ma al ritorno era sempre lieto di ritrovarsi “a casa”. Nonostante tutte queste soddisfazioni era un uomo sereno e alla buona , assai grato per ciò che si faceva per lui e pronto ad accettare le restrizioni che si rendevano necessarie».

Una vita quieta, dunque, rallegrata dalle visite degli amici, connotata dall’abitudine borghese della villeggiatura estiva e da quella tranquilla regolarità che aveva costretto Lynch a lavorare di fantasia in sede di sceneggiatura per movimentare il film. Non ebbe bisogno invece di idee particolarmente fuorvianti per il finale. Quella morte così poeticamente nipponica non è frutto del lavoro del regista ma costituisce l’episodio culminante della vita di Merrick, come testimonia Treves nelle sue memorie.

«Circa sei mesi dopo il suo ritorno dalla campagna, Merrick fu trovato morto nel proprio letto. Accade nell’aprile 1890. Giaceva supino come se stesse dormendo ed era evidentemente morto all’improvviso e senza soffrire, non essendo in disordine neppure il copriletto. Il suo modo di morire fu singolare. Aveva la testa talmente grossa e pesante che non poteva dormire sdraiato. Quando si metteva in posizione distesa, il suo cranio enorme tendeva a cadere indietro, causando non poche sofferenze. La posizione che era quindi costretto ad assumere quando dormiva era assai curiosa. Stava seduto sul letto, con la schiena sorretta da una pila di cuscini, le ginocchia alzate e le braccia allacciate intorno alle gambe, mentre la testa riposava sulla punta delle ginocchia piegate. Mi diceva spesso che avrebbe voluto poter sdraiarsi per poter dormire “come gli altri”. Penso che quell’ultima notte abbia voluto, con una certa determinazione, fare questo esperimento. Il cuscino era molle e la testa, quando vi si era appoggiata sopra doveva essersi piegata indietro provocando la rottura dell’osso del collo. La sua morte fu insomma dovuta al desiderio che aveva dominato tutta la sua vita, l’aspirazione patetica ma irrealizzabile ad essere “come gli altri”»

Essere come tutti
Lynch ha rispettato questa aspirazione alla normalità e la sua scelta, alla fine di un ventennio che della diversità aveva fatto un vessillo e che aveva definito la propria cultura come “freak”, gli costò non poche critiche. Fra le recensioni italiane da noi passate in rassegna la più severa in questo senso è sicuramente quella di Emanuela Martini, apparsa su “Cineforum” del maggio ’81. La Martini rimprovera a Lynch di aver ricomposto “in una dimensione di pietismo mistico una storia che pietosa non è e che poteva essere risolta semmai, nel senso di una dolorosa e rabbiosa autoaffermazione”. Continua sostenendo che «certo, il vero, disgraziatissimo John Merrick aveva tutte le ragioni per volere a tutti i costi essere accettato dall’universo di ipocrita raffinatezza che lo aveva sfiorato; ma dal John Merrick della finzione filmica ci saremmo aspettati un po’ più di combattività, più domande, rifiuti, amarezza e dolore pari a quelli che il vero Uomo elefante deve aver provato». Queste parole non sono toccate dall’idea che proprio l’aspetto più nuovo di tutto il film potesse essere la normalità e la remissività del suo eroe. Per lungo tempo l’arte aveva adottato la figura del “diverso” come emblema delle classi sociali disagiate, di una difficile condizione esistenziale o della marginalità stessa dell’artista dando un’accezione eroica a quello che la Martini, in vertiginosa successione, chiama “il coraggio della differenza”, “lo snobismo solitario”, “la follia altezzosa” e dimenticando che nella diversità non esiste solo il coraggio, ma anche la paura e che nella solitudine, oltre all’orgoglio, si manifesta sempre un legittimo desiderio di sincera appartenenza a un gruppo. Chion fa giustamente notare che se vi sono alcune sequenze in cui l’ansia di normalità di Merrick deborda nel ridicolo – quando, ad esempio, vestito per la prima volta con abiti “da gentiluomo”, si pavoneggia come un dandy in un’immaginaria conversazione – è altrettanto vero che questa aspirazione è tanto profonda quanto drammatica. Non dimentichiamo che il suo unico momento di rivolta sarà proprio per invocare uguaglianza con gli altri essere umani. “Ed è forse questo ad aver dato fastidio: il non-rispetto di una tradizione, in fin dei conti contestabile, che rifiuta al diverso il diritto all’anonimato della normalità”. Una normalità che naturalmente non si limitava agli atti umili e quotidiani, tanto notevoli agli occhi di Merrick proprio perché a lui negati, come prendere il tè e dormire come tutti, ma che naturalmente si estendeva a questioni più vitali, come il suo bisogno di avere accanto una donna, che però non sarebbe mai stato veramente soddisfatto. Molte andranno a rendergli visita e gli concederanno il proprio affetto, ma nessuna fra queste poté mai esser quella “donna idealmente cieca su cui amava fantasticare” e Treves testimonia che “la sua deformità fisica aveva lasciati intatti gli istinti e le sensazioni dei suoi anni”. In The Transaction of the Pathological Society of London il medico annotava poi come fosse singolare, in un soggetto devastato dalla malattia nell’ottanta per cento del suo corpo, “che la pelle del pene e dello scroto fosse normale sotto ogni aspetto”.

Tra l’uomo e l’animale e il Dio Ganesha
Treves avrebbe poi spiegato che, per gli stessi motivi per cui Merrick suscitava una singolare attrazione, provocava una repulsione altrettanto indomabile. Il segreto di questa ambiguità era già svelato dall’insegna che reclamizzava lo spettacolo cui si poteva assistere per l’economica spesa di due pence. «Una rozza immagine raffigur[ante] una spaventosa creatura che sarebbe stata possibile solo in un incubo. Era la figura di un uomo con le caratteristiche di un elefante. La metamorfosi non era molto avanzata. C’era ancora più dell’uomo che della bestia. Questo fatto – che fosse ancora umana – era l’attributo più repellente della creatura. Non c’era nulla in essa della miseria del malformato o del deforme, né del grottesco del freak, ma solo la disgustosa insinuazione di un uomo mutato in animale». Fiedler commenta le considerazioni del medico accostando un’altra immagine, non appartenente alla cultura occidentale, accanto a quella di Merrick, e cioè l’icona di Ganesha, la divinità indù saggia e sorridente dalla testa di elefante, la cui nascita viene anch’essa spiegata secondo “l’impressione”, poiché i suoi divini genitori lo concepirono assistendo all’accoppiamento fra due pachidermi. Quando il critico americano si baloccava con queste considerazioni la realizzazione del film era ancora da venire e quindi non poteva prevedere le reazioni di protesta, motivate da uno scandalo religioso, che alla sua uscita avrebbe suscitato in India e che a tutt’oggi ne ostacolano la regolare distribuzione in quel paese. Secondo quanto scrive nel suo Bombay Duck F. Dhondy, un romanziere anglo-indiano, per la cultura indù non è possibile tollerare la contaminazione dell’immagine sacra con quella di un uomo affetto da una dolorosa malattia. Ma quella qui dimostrata è solo una delle possibili manifestazioni di censura operate nei confronti dell’Uomo elefante. Se l’elemento di oltraggio per la cultura indiana era stato determinato dall’accostamento con un dio dalla testa di pachiderma – una divinità già di per sé inconcepibile per un occidentale – ci domandiamo allora quale possa essere lo scandalo suscitato da Merrick nella cultura vittoriana. Probabilmente Treves non era andato lontano dall’indovinarlo parlando di un’indefinibile animalità che si innestava su un corpo umano, non abdicando né all’una, né all’altra condizione, ma confondendole inestricabilmente.

Jekyll e Hyde
Se per Fiedler le foto di Merrick rimandavano inevitabilmente al dio Ganesha, per noi la bestiale umanità dell’Uomo elefante porta ad un altro protagonista della temperie vittoriana: al Mister Hyde di Stevenson. Quando Enfield parla ad Utterson del suo aspetto lo fa in questi termini: «Non è facile da descrivere. C’è qualcosa che non va, nel suo aspetto; qualcosa di spiacevole, qualcosa di senz’altro detestabile. Non ho mai visto un uomo che mi repugnasse tanto, ma non saprei dire veramente perché. Dev’essere deforme, in qualche modo; dà una forte impressione di deformità, benché non si riesca, poi, a mettere il dito su niente di preciso. La stranezza sta nell’insieme, più che nei particolari». Il lettore accorto non ha esitazioni nel riconoscere nel ritratto offerto dal gentiluomo inglese quello stesso Marchio della Bestia di cui parlava anche Treves. Per sottolineare la contiguità fra Hyde e Merrick, Lynch trasse dal romanzo un episodio quasi senza modificarlo. Enfield vede per la prima volta l’alter ego di Jekyll quando questi, camminando di notte ad andatura sostenuta non si avvede di una bambina e la travolge, calpestandola. Una folla minacciosa lo circonda subito per pretendere giustizia. Sarà pressoché identica la sequenza in cui Merrick, in fuga fra i binari della stazione, farà cadere anch’egli una bambina – ci dev’essere una predisposizione delle piccole inglesi a trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, oppure si tratta della stessa bambina abbattuta da Hyde -, verrà a sua volta accerchiato, ma contrariamente ad Hyde dichiarerà rabbiosamente, dolorosamente la sua natura umana. Stevenson scrisse il suo racconto nel 1885, mentre Merrick ancora si esibiva nelle fiere e si muoveva nascosto dal suo cappuccio negli slum londinesi. Hyde e l’Uomo elefante sono quindi contemporanei e non è difficile comprendere che se l’abiezione dell’uno era morale, quella dell’altro era fisica. La natura corrotta di Hyde rivelava qualcosa che doveva rimanere celato agli occhi dell’etica vittoriana così come il corpo devastato di Merrick, presentato in uno strip-tease progressivo ma impietosamente integrale, doveva essere a sua volta nascosto.
Il film di Lynch trae energia da quella stessa ambiguità che anima il racconto di Stevenson. L’esistenza stessa di Merrick ci viene raccontata come nettamente divisa in due. Duplice, ci viene detto, è la sua natura: umana e ferina. Due le condizioni sociali con cui viene a contatto, quella miserabile dei quartieri più sordidi, della gente più abbruttita, e quella della buona società, tanto disposta ad accoglierlo quanto solerte ad occultarlo. E soprattutto due saranno i suoi tutori. Primo, interpretato non senza grandezza da Freddie Jones, Bytes, laido ubriacone legato al mondo delle fiere e delle loro bizzarre attrazioni che proprio in epoca vittoriana, sotto l’egida di un onnipotente positivismo, troveranno nuova collocazione nella teratologia, scienza incarnata da Frederick Treves. Questi due presentatori – tale è la loro funzione – potrebbero costituire l’inquietante binomio creato da Stevenson se già questo non fosse tutto contenuto nel singolare rapporto che lega il medico alla sua “creatura”, e che sarà per Treves il motivo di un profondo turbamento. “Sono buono o cattivo?”si chiederà consapevole sia del fatto che Merrick gli deve tutto, sia del fatto che lui stesso gli è debitore della sua fama di patologo. “Sono buono o cattivo?”
L’ambiguità di John Merrick, come quella di Hyde, rivela inevitabilmente l’ambiguità di chi la osserva.

La fine della diversità

di Milena Bernanrdi

Mentre sugli schermi cinematografici decolla il Gobbo di Notre Dame (The Hunchback of Notre Dame) – di Gary Trousdale e Kirk Wise – nuovo evento della Disney, arriva in libreria “Il gobbo misterioso” di Antonio Faeti, storia appassionata e vibrante che ricongiunge la figura del Gobbo ai tanti destini letterari ed immaginari, alti e bassi, cui appartiene di diritto. Il romanzo va ad annoverarsi fra altri titoli preziosi della collana di narrativa per bambini e ragazzi, I Delfini, che Antonio Faeti dirige per la casa editrice Bompiani. Il gobbo misterioso, seguito di La vera storia di Pocahontas, e quindi movimentato dalle curiosità degli allievi di una terza media – gli stessi, cresciuti, che avevano già incrociato i segreti di Pocahontas – dialoga sapientemente con il Quasimodo di Hugo e ci invita a rituffarci nelle vie di una Bologna contemporanea che ci piace immaginare simile alla Bologna inedita raccontata nel libro di Faeti. Ed è l’autore, professore ordinario di Letteratura per l’infanzia all’Università di Bologna, che, curando il catalogo della collana Bompiani, dice del Gobbo: “Il famoso gobbo letterario è lì a rammentare che la vita è varia, complessa, ben riferita a differenze di ogni tipo.” Differenze, appunto. Di questo abbiamo parlato con Antonio Faeti, cultore della simbolica dei gobbi.

La lettura del Gobbo Misterioso mi ha immediatamente indotto ad una riflessione a carattere pedagogico: sarà questa, l’ennesima occasione che la scuola perderà?
Il modo in cui, nel libro, si mette il dito sulla diversità e sulla connotazione della differenza, anche attraverso la fascinazione di una spazialità assai particolare – il sotto, il dentro, l’interno, il nascosto – mi sta molto a cuore. Ripenso a quanto sentii – tempo fa, ad un convegno sull’integrazione- a proposito delle scuole speciali in Germania: eleganti ed attrezzatissimi edifici, rigorosamente situati fuori città e circondati da alti filari di pioppi.

Questa distanza nel romanzo davvero non compare: c’è invece la dimensione dell’interno, della profondità del rapporto: allora cosa possiamo dire intorno allo spazio della differenza come distanza interna ed esterna, rapportata a tutto ciò che ci circonda?
Credo che il libro debba essere ricondotto continuamente a Bologna come città che aiuta a capire la bellezza della differenza, la scommessa infatti è quella: i diversi di ogni tipo, i diversi estremi, non sanno, e non sappiamo noi, che favore ci fanno esistendo. Non lo sanno, perché certo non sono vissuti così nella nostra società, mentre altre società, per altro, li hanno vissuti invece come ornamento, come elemento di rarità, come momento in cui il meglio del visivo si è prodotto attraverso la complessità, mentre altrove era omologazione, era fissità, ripetitività. Il gobbo è così come creatura: quando illustri artisti l’hanno disegnato era sempre per impreziosire quella zona con tutto ciò che deborda da una certa fissità ed omologazione. Ad esempio le case sovietiche negli anni trenta si chiamavano “case standard” o case tipo: viviamo tutti un po’ in una situazione tipo, o una situazione standard. In questo senso temo che la tua domanda iniziale “la scuola se la perderà questa occasione?” richieda una risposta affermativa. Si, se la perderà: non è attrezzata per andare fino in fondo in questa direzione e per fare il salto dal compassionevole all’estetico, e questo perché in senso percettivo noi o abbiamo la possibilità di interrompere il rituale, il monodico, il seriale, o siamo finiti: siamo finiti comunque perché allora ci abituiamo, e quindi diciamo tutti le stesse cose e finisce che ci diamo anche una identità socio-politica adeguata a questa terrificante abitudine. Per quello che risulta a me bambino – perché io sono un coprotagonista della storia, avevo davvero un Quasimodo in via Orfeo, ed era davvero un gobbo – riguardo al sentimento nei confronti di quel signore, debbo dire che si trattava di una profonda ammirazione. Come bimbi noi eravamo attratti come da una splendida creatura, che aveva delle risorse che la normalità non aveva purtroppo concesso ad altri. Queste sono delle scaturigini che mi sono venute subito alla mente quando ho visto questa bella impresa disneyana (è e resta una bella impresa): tuttavia la messa a frutto di una impresa di questo genere presuppone un contesto capace di farlo, e non mi pare che sia così: tutto si va sempre più allineando ed azzerando. Leggo un giornale di discotecari che si chiama Trad Discotheque e propone tutta gente uguale, le stesse calze, le stesse minigonne, le tesse facce spiritate, poi osa anche dire: adesso vi diamo trecento immagini di ragazzi fuori dal coro! Mentre sta proponendo il coro! Sono molto più in divisa questi, perché curano la divisa, che non i fanti del Piave del 1918, che invece non potevano curarla. Un’immagine di omogeneizzazione in divisa la danno questi ragazzi, quelli del Piave invece sembrano tutti fuori dal coro: a uno manca una scarpa, a uno si è sbragato il cappotto, uno non ha la mantellina d’ordinanza! Queste sono le scaturigini, di primo acchito visuali, poiché non ho mai nascosto il mio profondo innamoramento del gobbo: il gobbo mi ha trovato preparato, io avevo una serie di libri, una serie di gobbi, una serie di immagini.

Una “gobbologia”?
Si, una gobbologia già bene alimentata…

Si può vedere il gobbo come qualcuno che ha qualcosa in più nella deformità? Il gobbo evoca immagini legate ad altre deformità “letterarie”: Il ragazzo a due teste della fiaba di Emma Perodi, il quale ha due teste e non una, o i ragazzini con le stampelle di certe storie dickensiane, che accanto alle gambe infantili hanno le stampelle. Come se questa particolare deformità che porta qualcosa in più, aiutasse il gobbo misterioso ed altri gobbi, – in primo luogo il Quasimodo di Hugo -, ad essere dei personaggi empatici. Mi ha infatti colpito, straordinariamente, la parte del racconto relativa all’incontro fra il gobbo ed i ragazzi tristi. E’ un gobbo terapeuta, capace di regredire a stadi di comunicazione non usuali: l’anomalia conduce all’avvicinamento di altre differenze?
Una cosa che colpisce è che le avanguardie artistiche hanno sempre dovuto intervenire sui corpi. Non si sono mai potute limitare – questo vale per la Pop Art come per i Futuristi – a qualche cosa che uscisse dal corpo: l’idea che ci sia tutto da ridefinire in relazione a come è il corpo, permeava le avanguardie. In questo senso il gobbo ha una sua specifica funzione: noi Leopardi lo pensiamo come lo definiva Rodari, lo pensiamo il “contino gobbo”, però finiamo anche col ritenere che ci siano delle cose in Leopardi che, a partire dalla sua gradevolezza di gobbo, ci convengano più di altre: in fondo la gradevolezza del gobbo nasce proprio dal fatto che deve fare i conti con un corpo anomalo, con un corpo artistico, perché l’arzigogolo necessario a costruirlo è continuamente presente ed è appunto un arzigogolo elegante. Tutta la dimensione della devianza corporea tende a raggiungere un’altra simmetria, un’altra proposta. In questo senso c’era davvero consapevolezza, e forse c’era anche il senso di una “estetica del diverso”, che è stata formulata mille volte, ma che non funziona ancora: si potrebbe pensare che non può esserci una estetica dell’uguale, ma questa si sa che non funziona, perché l’assoluta serialità, dovunque si è mostrata in atto, ha sempre negato se stessa: la serialità culinaria, come la serialità mobiliera, sono serialità che ad un certo punto, per prima cosa, uccidono il prodotto. Il prodotto è salvifico solo quando ritrova un meccanismo di differenza e di originalità. Poi c’è il problema enorme dello sguardo: come si sarà riusciti, e quando, a rendere il gobbo mostruoso, mentre invece nella tradizione artistica, nella tradizione delle incisioni, nella tradizione dell’accezione del visivo più noto e più amato, non aveva questa connotazione? Finiva l’800, il positivismo alimentava grandi discorsi di massa, di omogenei il più possibile riconoscibili in una certa fissità, ed è stato allora che si è cominciato a pensare di tagliare fuori quelli che non sono uguali; da ciò la collocazione extra che si ripercuote anche nel viario bolognese. Allora il discorso era di una precisione estrema: manicomi, caserme, case di tolleranza, tutti nelle mura. Al posto delle mura in realtà, perché quando costruirono quei luoghi particolari, le mura non c’erano più, anche se da pochissimi anni: infatti le abbiamo avute intatte fino alla fine dell’800. “Quelli” restavano collocati fuori dalla città, sul limite, in una zona nevralgica dove non se né di qua né di là; e l’esempio tedesco cui si accennava prima riconduce al ritorno del nascondimento. Ho sempre pensato, anche quando facevo il maestro, che chi occultava la differenza avesse paura della complicazione con cui bisognava fare i conti: in effetti se si accetta il gobbo, se si scherza con lui, se si va a braccetto con lui, immediatamente sorgono tanti altri problemi che ineriscono alla ricchezza, alle divisioni dei redditi, alle propensioni sessuali, agli atteggiamenti in relazione all’abitare o al lavorare… Un gobbo è capace di mettere in crisi un assetto di pensiero, su questo non c’è niente da fare. E’ per questo che non possiamo, a ben vedere, né ipotizzare un Leopardi atletico né un Pavese che non morisse suicida, son cose che si tengono ben strette le une con le altre.

Tutto questo è allora inerente alla funzione della “porticina che ruota su stessa”, che scopriamo nel libro, che sa condurre in veri e propri altrove? La porticina può essere letta come metafora della complessità di alcuni personaggi? del gobbo innanzitutto, ma anche di Alessia, ragazzina anoressica, vista come il doppio di zia Chiara, che anoressica è stata in adolescenza, tramite quell’antica sofferenza ha potuto configurarsi un’altra vita ed un’altra sensibilità?
Si, quello volevo farlo deliberatamente: dovevo trova re una situazione di minimo ingorgo nel passaggio fra qua e là”. Ed essa si ripercuote, infatti, tutte le volte che vi è bisogno di sancirlo: si passa nel sottofondo attraverso il minimo spazio possibile, la cantina e anche la cucina del pittore. L’altrove temuto, il libro lo enuncia, è architettonico: il gobbo vive in una casa che gli somiglia. Ed è pure un fatto ispirativo: la casa esisteva e l’ho disegnata io, era a Fano. L’hanno demolita. La strana cosa, da cui anche viene il libro, e che mi sono accanito – quasi sospettassi, ma in realtà. non lo sospettavo affatto, anzi pensavo la si dovesse restaurare – a riprodurla quasi pietra dopo pietra, in un disegno che dimostra un accanimento iperrealistico, poi non l’ho più trovata. Si celebra così un senso di scoramento che mi riprende sempre – anche qui c’è una cosa che richiama Leopardi; la noia mi fa una paura tremenda. Per fortuna di solito non mi annoio, però ne ho sempre paura: per me la noia ha prima di tutto un sedimento percettivo, gli uguali mi annoiano Tendenzialmente cercherei di fare amicizia con gli altri: infatti accadde anche con il vero Quasimodo, (si chiamava proprio cosi), del mio quartiere. Ma era un persona sfuggente poiché aveva due caratteristiche: era un gobbo maera anche un signore, si sente infatti anche nel libro: ci rifiutava in due modi, e la gobba era secondaria. Noi bimbi venivamo respinti perché quello non era un vero gobbo di quartiere, era un signore che passava sempre di li, e questo venimmo poi a capire. Infatti per mio padre, che era una persona propensa a pensare con la propria testa, la definizione di gobbo era stomachevole: quello era un signore, ricco e con quella villa, e che noi aggiungessimo anche “gobbo”, faceva si che venissimo guardati con aria esterrefatta: la considerava una annotazione perfettamente indifferente, rispetto a quella legata, e ben più significativa, dei lucidi abiti neri e dell’aria estremamente seria da persona studiosa e ricca. Aveva l’aria di dirci, beh! adesso che avete detto che è gobbo che cosa avete detto? Ci son tante cose più interessanti da sapere! E di questa lezione io mi sono ricordato.

Il libro rimanda al tema affascinante e perduto dei ritrovamenti nella città. I bambini di oggi non hanno molte occasioni di fare incontri con persone altre, che vivano vite diverse: le opportunità di conoscenza umana e di verità sulla vita vanno sgretolandosi, è rarissimo incrociare qualcuno che porti 0 sé un racconto, come invece fa il gobbo, personaggio narrante di biografe e storie: di libro si può leggere anche dal punto di vista del bisogno di ritrovare racconti?
Ah! questo è tristissimo, c’era anche in Pocahontas, è un lamento! E’ un lamento perché non vedo speranze, e mentre non vedo speranze l’ansia mi pervade: mi pare che ci si possa salvare solo fino a che la coesistenza della dimensione proteiforme con l’occhio guardante funziona: però non funziona!nNon funziona al punto tale che adesso è lo stradario ad essere semplicemente limitativo. Qualche Natale fa, sentii con molto disperato dolore, quell’invito rivolto ai barboni ad una certa fine d’anno… sembrava che nemmeno loro ce la facessero più a stare dove volevano stare, cioè fuori; e questi rientri, più o meno forzosi o forzati, li vediamo in continuazione. C’è questo grigiume, questo non aver storia, non aver spessore, e c’è la non sopportazione del diverso sulla base di una cultura che non ha radici, in fondo le prostitute c’erano in tutte le nostre povere strade, e come venivano presentate? Molto bene! A noi bimbi degli anni ’40, ad esempio, veniva imposto di essere rispettosi verso le numerose prostitute di via Orfeo. E perché… il ragionamento era complicato: si pensava che in fondo fosse un modo di esistere carico di coraggio, di eccentricità coraggiosa, le prostitute erano persone che avevano fatto un salto in una certa direzione mentre altre quel coraggio non lo avrebbero avuto. Oggi cosa non si sopporta? io comincio a perdere degli amici perché non viaggio e perché non ho il computer, perché non ho la patente: mi vivo molto come un diverso. Per queste ragioni sono già pronto per una gobbaggine assoluta, anzi, a me la gobba manca…

Un passo del libro cui bisogna, allora, fare assolutamente riferimento è il seguente: “la gobba è un discorso fatto in anticipo, è come mettere le mani avanti, è come avere un ambasciatore, che però è dietro le spalle…”.
Questo è il riassunto di ciò che dirò. È proprio così e bisogna anche dire che non me la passano frequentemente questa cosa. Questo libro è scritto su un gobbo, ma attenzione, da uno piccolo di statura. Va visto da due punti di vista: c’è stato solo un notevole psichiatra che ha notato che dei due fratelli dell’Archivio di Abele, uno è piccolo di statura e l’altro è alto. E che la voce dolorosa è quella del più basso. Senza togliere niente a nessuno, credo che la differenza sia come una mappa: da questa mappa sei fuori o sei dentro, se sei dentro non importa mica tanto se occupi un reame, un castello, una provincia onestamente, per quella strada ci sono passato. Quando mi chiamavano tappo, alle magistrali, ero in quella stessa situazione. Bisogna stare attenti: questa è una società che perdona ben pochi, e tutto si stringe sempre più, i vestiti i comportamenti, le dotazioni, le abitudini, insomma tutto è passato continuamente in rassegna.
Ricordo certi capipopolo di quartiere, di un passatonon lontanissimo, che erano dei diversi da vedere, ma accettatissimi. Si è andati poi in maniera precipitosa verso un ritaglio sempre più stretto, fatto di sagome definitissime, e attualmente si è arrivati a non potere produrre se non delle differenze prestabilite e programmate, un po’ come le messe in scena discotecarie che evidenziano solo differenze contrattualizate: quest’anno tagliamo tutti un pezzo di gonna, e il prossimo anno metteremo tutti gli scarponi senza i laccetti. Ricordiamoci che si tratta di disegni esistenziali preordinati: quello che inserisce una gobba tra i laccetti perduti e le gonne corte, non ha capito… in effetti è lì che si gioca il nostro malessere percettivo, perché in quelle zone stanno preparando il massimo di silenzio visivo, all’interno di una dichiarativa che è sempre sull’alternativa e sull’onnicomprensività. Così si ruota sempre intorno a questi sedimenti, e sostanzialmente le cose che incombono non sono belle, non sono buone, ci preoccupano. Perché ad esempio Orwell non ha messo queste cose nel suo grande libro “1984”? Orwell vi ha messo la divisa per tutti, il sesso che si chiama “il dovere verso il partito”, però ha lasciato quasi istintivamente delle zone di variegazione. Noi siamo molto più orwelliani di lui, perché assolutamente non le lasciamo, quelle zone franche. Vedere in questi giorni cos’è Bologna permeata di Motor Show e di spese natalizie è osservare una città orwelliana: il livello di omogeneità è talmente alto da non ritenere proprio che sia pensabile nessuna alternativa. La Bologna del mio gobbo, degli anni quaranta, era vibrante di diversità in ogni spazio, in ogni momento, in ogni situazione.
In tal senso oggi tutto è finito e non resta che agire, secondo me, con altri mezzi: bisogna purtroppo appellarsi solo al cervello, e dico purtroppo perché viene a mancare il piacere, la lucidità, il godimento della diversità cui facevo riferimento all’inizio, e quello con la sola connotazione del conoscitivo non si riesce a produrre.

E con le emozioni?
Riguardo alle emozioni c’è un altro discorso rilevante da fare. Ho provato a mettermi nelle stesse condizioni di chi si pone l’interrogativo del perché si piange al cinema… Una cosa che è sempre stata poco perdonata è essere emotivi in quello che si scrive. In 24 anni che pubblico, ho avuto spessissimo esortazioni a essere non solo meno emotivo, ma addirittura a piantarla con l’esibizione delle emozioni. E qui affiora un altro dei luoghi del restringimento, della cattura: non si può, le emozioni non si possono palesare. I giovani che ho davanti adesso sono i meno palesanti emozioni che ho visto in vita mia, e la decrescenza è stata quasi matematica: ce ne era sempre uno di meno! E il controllo che esercitano su di sé è stupefacente. L’osteria in questo senso è interessantissima come luogo di osservazione, come luogo di non emozione: proprio dove potrebbero essercene, poiché tutto lo consentirebbe, si vede ciò che secondo me è dominante: l’esercizio terrificante dell’autocontrollo. Oppure assistiamo all’emozione trascritta secondo paradigmi surgelati, già forniti in precedenza: basta riflettere su come gestiscono le emozioni i talk-show.

Come non osservare, su questo filone, le emozioni angosciose degli anni ’70, quelle falsamente timberlandiane ed eutoriche degli anni ’80, e quelle forse assenti o surgelate di oggi?
Sì lo stato ultimo potrebbe essere quello. Le angosce del ’77 devo dire che mi colpirono molto: adesso capisco che fu una sorta di ultimo grido, un presentimento giovanile rispetto al fatto che poi si sarebbe presto trovato il modo di far star tutti quieti. I luoghi di esplicitazione delle emozioni oggi, sono luoghi dove tutto viene preordinato: basterebbe vedere come ben si organizzano i tifosi di adesso nel produrre eventi che sanno più della parata del primo maggio che non dello spontaneo emergere di una emozione. Anche la trattazione visiva dell’eros adesso è interessantissima da quel punto di vista. Ha raggiunto livelli di standardizzazione assoluta: una coppia che fa l’amore, e lo si può vedere molto bene in tantissimi film si comporta come se facesse una sorta di esercizio per acquisire un brevetto ginnico. Non c’è niente mai di strano, tutto è sempre perfettamente comprensibilissimo. Forse uno dei pochi che si ponga il problema della fissità della ginnastica dell’eros nella nostra civiltà, è l’erotizza spagnolo George Bernet: lui disegna i rapporti fra Chiara, una prostituta, ed i suoi clienti, e ne dà una interpretazione assolutamente altra, per quanto deprecabile per quello che riguarda i maschi; il disegnatore è interessato a Chiara, non ai maschi, i quali sono messi nelle condizioni di non risultare mai gradevoli. Ognuno di questi spazi conoscitivi, cui stiamo accennando, sarebbe da riprendere in condizioni che consentissero di recuperare delle fondatezze culturali, perché queste ultime, soprattutto, mi sembrano estremamente perdute. Quando ho cominciato quel libro ho avuto una strana sorte. Inseguo, infatti, da sempre, due scrittori secondo me troppo emarginati, su cui bisognerebbe riaprire un po’ il discorso, Orsola Negri e Carlo Alianello. Me li sono trovati fra le mani prima di scrivere il libro: mi incuriosiva un Alianello comprato a un mercato d’antiquariato, e dopo poche pagine scopro che il protagonista è un gobbo. Il libro di Alianello si chiama “il Mago geloso” e mi ha aiutato molto ad andare avanti e il mago, naturalmente è il gobbo. Questo bravissimo ed emarginato, dimenticato autore, ha costruito un gobbo dei nostri tempi, dirompente; il libro è scritto negli anni ’40, e narra un gobbo barocco, limitativo, nascosto, come potrebbe essere oggi. E oggi, del resto, tutto ci giunge controllato, sedimentato, limitato; tutto è sempre come se si stesse in divisa, montato per piccolissimi tratti ed elementi di sottotono. Mi interessa notare che questo ipercontrollo è soprattutto dei giovani. Tanti anni fa scrissi un saggio su questi problemi, dal titolo “I bottoni dell’anima”: volevo evocare l’abbottonamento e già ora è superatissimo, nel senso che si è andati avanti molto in fretta in quella direzione. Ma concorrono tante cose: in fondo non so se l’eros che vedo cosi svilito, emarginato, poco presente, poco interessante, in tante vite semplicemente non ci sia più, come in quelle dei giovanissimi: cercano altre cc se, i viaggi, l’esibizione di sé, e cercano un senso di frenesia nella ricerca di una sorta di via Crucis: la discoteca, l’osteria, il ritrovarsi dentro il gruppo… ma tutto questo sarebbe stato così senza l’AIDS? L’AIDS ha contato moltissimo. Ci sono dei ragazzi dominati da questa paura come io non ho mai visto. Non si può fare il paragone con la tisi, poiché quella provocava quasi una baldanza. L’AIDS ha una presenza televisiva che è terribile: film, documentari, continue dichiarazioni, filmati, hanno ottenuto qualcosa che lo stregonismo puritano non poteva ottenere, e il messaggio suona così: “sii impartecipe, mettiti a lato, sta di qua!”. Ciò si accompagna all’idea che la maledizione vera ci sia. Non è un caso che l’AIDS non abbia colpito l’omero o un orecchio: ha colpito una sede elitaria che è quella dei genitali. Cose che si stringono, si mettono insieme: non ci sono più i comizi in piazza che erano il luogo dell’emozione più impressionante, più piacevole; l’oratore doveva saperci stare nella piazza, e la piazza reagiva. Erano appunto tutte queste delle occasioni di fisicità, corporeità colta, in evidenza alternativa. Ho cercato di mettere tali ricchezze perdute anche in queste figure della bizzarria, anche se non scrivo per ora di bizzarria perché non me ne ritengo capace; il sogno lo voglio sempre dagli altri, lo sogno anche per me di fare un libro per ragazzi totalmente bizzarro, come quelli che amavo da bimbo, ma non sono assolutamente avviato per quella strada. Del bizzarro mi sembra che si sia perduta anche la dimensione conoscitiva minima, quella che te lo fa auspicare. Il bizzarro in passato dominava, Yambo scrive solo bizzarrie; oggi è pensabile tutto fuorché Yambo. Il bizzarro non funziona. E torniamo da dove siamo partiti: come ci vorrebbe la globalizzazione? C’è sempre qualcuno che ci dice come essere da qualche altra parte. E risulta molto convincente: penso per esempio a come hanno fatto presto le automobili a giapponesizzarsi, a rendersi tutte tonde. La stessa cosa può dirsi di come vestivano le persone un tempo; c’erano le sartine, ognuno si metteva addosso qualcosa che era frutto di un patto fra lui e una persona, non più che quello. Credo che poi tutto si paghi in termini di sapori di vita, vita meno saporita, vita dove la differenza, colpendo con la sua assenza, ci fornisce esperienze seriali. Gli alimenti, in primo luogo: tutte le amburgherie regalano il gobbo con il pollo fritto: come l’hanno scorso con Pocahontas. E’ lo stesso pollo fritto che compare in tutti i romanzi americani ed ha l’esatto sapore di un altro sapore tormentoso della mia infanzia: non avevo di che disegnare, non avevo i soldi per le matite ed i fogli e mi inventavo delle possibilità di disegno. Una era data dai cosiddetti “diaframmi”, semplici scomparti con cui si proteggevano le bottiglie. Me li davano ad una osteria vicina a casa mia, ed io ne ottenevo dei cartoncini: solo che quando si disegna, prima o poi ci si mettono le mani in bocca. Ho ritrovato quel sapore del “diaframma” nel pollo fritto!
Posso mangiare tutto per la verità, ma non posso facilmente ricordare un’epoca della mia vita in cui non avevo la carta per disegnare, è troppo angoscioso… Chi come me è vissuto veramente in queste situazioni soffre ancora di più, perché le possibilità di paragone le ha: per questo metto tanti vecchi nei libri, e continuerò se ne proporrò altri, a voler guardare moltissimo ai vecchi, poiché il vecchio è il vero custode della differenza: ad esempio penso alle scarpe dei vecchi! I vecchi hanno delle scarpe che sono quelle di una vita, hanno i piedi messi male, conseguentemente han bisogno solo di certi tipi di scarpe, perché i piedi e le scarpe sono cresciuti con loro e si sopportano a vicenda: ho scritto sulle scarpe diverse dei vecchi in relazione, invece, alla omogeneità di tutte le scarpe. Le scarpe dei vecchi sono come i vecchi: tutti i vecchi sono diversi, non ci sono vecchi uguali. Se si guardano 40 ragazzi di una scuola media si vede che hanno lo stesso zainetto, la stessa acconciatura di capelli! Se si guardano 12 signori anziani, ci scoprono 12 tribù!

Un approccio di lettura al libro che desidero sottolineare ancora di più, a questo punto, è la presenza centrale degli adolescenti: che due adolescenti siano coloro che scoprono tutto e vanno verso l’incontro con le differenze, mi pare possa indicare una direzione educativa. Accanto a loro mi sembra di intravedere una nuova Barbiana conservata affettuosamente d gobbo misterioso. Cosa suggerire intorno a questi percorsi?
Dell’adolescenza ho una cotta, da sempre. E’ un’età che mi sembra potrebbe ancora salvare se stessa, perché è un coacervo di pasticci tali, è piena di follie, di ingovernabilità; da ciò la mia passione. Avevo un appuntamento letterario con questa zona e mi sono ; sfogato così. Prevedo di fare forse una terza puntata, su Debora in prima liceo. Non ho intenzione di accettare la convenzione fumettistica sull’età: è un viaggio ; che faccio con Debora. Mi sto documentando sul liceo. L’innamoramento per l’adolescenza è per me un innamoramento con ragione: mi piace moltissimo però fondatamente. E’ un vecchio appuntamento che avevo preso quando avevo letto quella mirabile descrizione dell’adolescenza che compare nel “Re degli Ontani” di M. Tournier, ed è quella che mi ha sempre convinto di più: penso al momento in cui aspetti l’adolescente qui e te lo ritrovi qua, penso a quella ragazzina che nel darmi i consigli insieme agli altri – gli altri mi hanno mandato delle grandi pagine con espedienti narratologici da sapienza raffinata- mi ha scritto ” ho molte cose da dire, a voce e da soli”: è quello che ti puoi proprio aspettare da una di loro! Ho passato una vita fra i bimbi, sedici anni da maestro sono una vita, ma per ora non ho la tentazione di raffigurarli, forse per un senso di maggiore lontananza. Ero maestro di bambini e verso di loro avevo u~ innamoramento adulto con distacco, con gli adolescenti ho un innamoramento complice. Mi sento immerso, con loro, ad oltranza. Il triennio della scuola media è veramente magico: un triennio che non fa i conti col tempo, si dilata, si stringe, succedono degli stravolgimenti totali! Gli adulti guardano i ragazzi e, o hanno nostalgia dell’infanzia o sono preoccupati per quello che sta per seguire, la constatazione che i ragazzi sono lì in quell’istante, non viene mai. E io sono diventato un collezionista delle stranezza degli adolescenti. Non ho tempo ma continuo a frequentarli.

Hugo, la gobbologia ed i lettori preadolescenti. Come proporre Hugo ai ragazzi?
Ci sono due cose da dire, una riguarda Hugo ed un modo in cui lo si porge: se ci si industria di far legger ci si riesce, se si attivano i meccanismi che hanno a che fare con la persona, come l’oralità, l’intenzionalità, i sintagmi immaginativi, ad un certo punto può capitare l’incontro con Hugo. Solo così si può realizzare l’incontro. A quel punto è straordinario: si potrebbe utilizzarlo anche come monografia assoluta poiché Hugo dalla sua follia romantica non è mai riuscito ad uscire, anzi, più tentava di scappare – pronunciandosi politicamente, facendo l’esule profetico più ci ripiombava dentro. In effetti le opere visionarie più terrificanti e più sublimi sono scritte quando lui aveva tante ragioni per ben meritare la patria, essere visto dalla sinistra come eroe nazionale: eppure quando deve scrivere dei meandri, delle piovre, dei lavoratori del mare, degli orrori dei comprachicos, ricasca assolutamente nella sfera che mi incanta tanto, che mi stringe da tutta la vita, perché anch’io ho avuto un giardino segreto al 15 di via Orfeo. In Hugo c’è l’incrocio più interessante e bello fra i frammenti del romantico nuovo e vecchio: Hugo ne è l’eroe più rappresentativo. Per fortuna l’adolescenza è romantica ancora oggi, allora Hugo si candida per essere ancora adesso un ammirabile prodotto: ma mentre a noi bastava accedere alle medie per decifrare la lingua di Hugo, oggi è tutto tarato al basso. Quando leggevo certe mirabili pagine di Hugo, scegliendo luoghi topici, ad una quinta degli anni sessanta, avevo dei bimbi che capivano quella lingua: se si può fare qualcosa per un miglioramento del possesso linguistico, proprio in termini lessicali, allora il successo è super-garantito. Ma fino ad ora abbiamo parlato di qualcosa che rischia di richiamare sprechi, cose preziosissime che si perdono, tristemente, fra gli sprechi. Per recuperarle bisogna lavorare molto!

8. L’uomo elefante

di Nicola Rabbi

Ancora un mostro, sulle pagine di HP, e questa volta tocca a John Merrick, l’uomo elefante, un uomo reso deforme da una rara malattia che visse nella seconda metà dell’ottocento in Inghilterra. Ancora una volta è il cinema, attraverso un commovente film di David Linch, a rendere nota la sua storia ad un pubblico più vasto.
Se in HP51 abbiamo parlato di Frankenstein come mito moderno della diversità, con l’uomo elefante ci troviamo di fronte ad un mostro mite, che non rivendica la sua diversità, anzi la sua vera identità ma che fa di tutto per essere considerato normale. Se il personaggio di Frankenstein (almeno quello letterario creato da Mary Shelley) accusa gli altri esseri umani di non andare oltre le apparenze e di non vedere ciò che lui veramente è, con l’uomo elefante abbiamo una persona (reale) che disperatamente tende ad essere come tutti gli altri e che non vede niente di “eroico” nella sua condizione.
Queste persone, personaggi che si collocano ai bordi dell’esistenza normale sono una fonte inesauribile di spunti per chi “opera nel sociale”. La persona che vive una diversità fisica, mentale, di razza…oscilla spesso tra questi due poli che l’attraggono come capita per i nostri due protagonisti. Da un lato la voglia di affermare la propria cultura, le proprie caratteristiche, spesso con rabbia per via di torti subiti, delle umiliazioni, dall’altro il desiderio di potersi confondere assieme agli altri, di non essere riconosciuto sempre come il diverso, una sincera e a volta patetica tensione ad essere completamente assimilati.
Ancora: che rapporto lega Frankenstein al suo creatore, l’omonimo dottore, e quale rapporto unisce l’uomo elefante al dottor Treves (c’è sempre un dottore di mezzo!), colui che lo “salva” dai bassifondi londinesi per poi “esporlo” all’alta società vittoriana dell’epoca? Un rapporto ambiguo, non sempre chiaro, comunque difficile che rispecchia un altro rapporto sempre carico di tensioni, quello che lega, l’operatore all’utente, l’assistente all’assistito, l’osservatore all’osservato.
Che cosa da e che cosa prende il dottor Treves dall’uomo elefante, come si può “misurare” questo rapporto, in fondo a tutto questo cosa troviamo? Domande che rimbalzano in molti altri luoghi.

1. Van Djik e il linguaggio razzista

di Everet-Jan Hoogerwerf

Due anni fa, il 17 luglio 1995, una donna partorì due gemelli all’ospedale di Porretta e decise di non riconoscerli. Il giornalista che preparò il servizio sull’episodio per un quotidiano molto seguito, cercò di spiegare perché la redazione aveva scelto di dare spazio all’accaduto e scrisse: “L’episodio (…) non fa tanto notizia per la decisione assunta e peraltro coperta dall’opportuna riservatezza di legge, ma piuttosto perché a prenderla è stata una donna del Marocco di quasi trent’anni.” Evidentemente l’identità marocchina è motivo sufficiente per trasgredire la riservatezza di legge, almeno nel suo spirito, perché l’articolo è comunque uno sfacciato tentativo di indagare nella storia privata della donna, anche se la sua identità anagrafica non viene rivelata. Impariamo tante cose su di lei: “cittadina extracomunitaria che vivrebbe nella nostra provincia in stato di clandestinità; non sarebbe in grado di presentare un permesso di soggiorno né tantomeno di esibire un contratto di lavoro.” e “non risulterebbe sposata”. La donna è inoltre senza recapito: “…difficoltosi e pieni di interrogativi ancora senza risposta gli accertamenti avviati dai militari dell’Arma per conoscere almeno il recapito della donna.” Insomma, conclude il giornale, “una mamma del mistero”. E mentre qualche lettore comincia a capire il perché del gesto della donna -clandestina, senza casa e senza lavoro in un paese straniero-, il giornale si esprime anche sul carattere della protagonista della storia. L’articolo è intitolato “Questi figli non li voglio”: una marocchina partorisce una coppia di gemelli e subito dopo li ‘ripudia’ e comincia con la frase: “Ha partorito due gemelli, ma, a quanto pare, per lei l’evento si è rivelato tutt’altro che lieto…. .” I bimbi stanno bene, come la mamma che, “ha però immediatamente fatto sapere la sua irremovibile decisione”. Insomma, agli occhi del giornale si tratta di una donna senza cuore e con tante cose da nascondere.
Quasi due anni dopo, il 29 aprile 1997, Teun A. van Dijk, professore dell’Università di Amsterdam, teneva alla Cappella Farnese del palazzo d’Accursio di Bologna una conferenza su “Il linguaggio razzista: la riproduzione del pregiudizio nei discorsi quotidiani”. Il professore, impegnato in varie associazioni e gruppi olandesi e internazionali che hanno lo scopo di rilevare il razzismo nascosto in giornali, discorsi politici, libri di testo, etc., è in Europa ormai un “profeta nel deserto”. La sua analisi lucida e tagliente, che dimostra come le élite tendono a mascherare nel loro linguaggio i pregiudizi che sono alla base di un razzismo nascosto, è pungente e, in un certo senso, infastidisce. Mentre Van Dijk in America Latina trova sempre la aule piene -a volte vi sono più di 2000 studenti a seguire le sue lezioni-, ad Amsterdam il suo gruppo di fedeli si è ridotto a 20 studenti l’anno. Si è fatto molti avversari, il Professore, ma la sua lezione vale la pena di essere ascoltata, anche perché, come l’articolo dimostra, i fenomeni di razzismo nel linguaggio quotidiano sembrano riguardarci da vicino.
Nella sua conferenza Van Dijk si è soffermato soprattutto sul linguaggio politico, analizzando come molti politici parlano di problemi legati all’immigrazione. Alla base della ricerca vi sono centinaia di dibattiti parlamentare sull’immigrazione tenuti nei vari parlamenti europei e analizzati da collaboratori e colleghi. Precedentemente Van Dijk si è occupato anche del razzismo nei libri di testo e nei mass media.

Le èlite pericolose
Nell’introduzione al libro “Il discorso razzista”, Laura Balbo tenta di riassumere il filo conduttore del pensiero dell’autore: egli afferma con convinzione che le società in cui viviamo sono fondamentalmente razziste. I suoi studi però non ricercano le cause del fenomeno, egli sceglie piuttosto di analizzare e mettere in evidenza le molteplici modalità di riproduzione del razzismo. La conclusione della sua analisi si concretizza con l’invito a fare resistenza: impedire, interferire, in qualche modo bloccare i meccanismi di tale riproduzione.
Van Dijk distingue vari piani sul quale si sviluppa il discorso razzista. Ovviamente esiste il razzismo quotidiano e diretto, quelle espressioni facilmente riconoscibili come razziste, spesso espresse da individui durante i discorsi quotidiani. Sicuramente gravi, ma con un impatto -e quindi con un danno- relativamente limitato. Più pericoloso è il razzismo delle èlite politiche, culturali ed accademiche, perché espresso da persone con un forte potere di comunicazione, simbolizzazione e legittimazione. Attraverso le strutture esistenti (i mass-media, il sistema politico, la scuola, l’università) il loro razzismo diventa “discorso pubblico”. È evidente che non si tratta di discorsi apertamente razzisti, ma di pregiudizi, di generalizzazioni, di valutazioni e di utilizzo di metafore e simboli che partendo da un centro di potere assumono legittimità, per poi diffondersi nella società.
Queste élite forniscono una cornice ideologica sottilmente persuasiva che rappresenta la “situazione etnica” nei paesi occidentali. Sono le èlite che forniscono i “fatti” e in base a essi formulano le politiche in materia d’immigrazione, abitazione, lavoro, integrazione culturale. Questa cornice ideologica è costituita dalle seguenti proposizioni e strategie:
1. Diversità. Gli immigrati sono diversi. Hanno una cultura, una lingua e una religione diversa. Loro non fanno parte né di noi, né del nostro paese e vanno quindi trattati in modo diverso.
2. Concorrenza. Gli immigrati sono venuti qui per vivere e lavorare e occupano quindi i nostri posti di lavoro e le nostre case. Inoltre usufruiscono dei nostri servizi sociali e delle nostre scuole. Non essendocene a sufficienza per tutti, il nostro popolo diventa la vera vittima della loro presenza.
3. Minaccia. Il loro comportamento mette a rischio la nostra sicurezza e il nostro benessere. Sono principalmente clandestini, violenti e spacciatori. Minacciano le nostre donne, i bambini e gli anziani. Inoltre i loro abitudini costituiscono un pericolo per i nostri modelli culturali.
4. Problemi. Con la loro presenza e le loro attività, gli immigrati procurano guai in ogni settore della società. Non sono mai soddisfatti e protestano anche contro norme ragionevoli. Non sono solo causa di problemi ma hanno costantemente dei problemi, per esempio a scuola o nel lavoro. Provocano persino degli atti discriminatori da parte di alcuni di noi. Nonostante diamo loro tutte le opportunità, essi non si adeguano a sufficienza alle nostre regole che valgono per tutti.
5. Aiuto. Nonostante tutto la nostra etica cristiana ci dice di aiutarli, gli enti pubblici intervengono direttamente attraverso i servizi territoriali e tanti di noi si impegnano nel volontariato. In cambio ci aspettiamo un po’ di gratitudine e collaborazione, sperando che accettino le nostre condizioni, i nostri costumi, le leggi e le regole.
6. Presentazione di sé. L’Italia è un paese ospitale. Non abbiamo pregiudizi e non siamo razzisti. Coloro i quali affermano il contrario mentono o esagerano. Il razzismo e la discriminazione sono soltanto individuali e al margine della società. Sono spesso gli strati sociali più bassi, con meno strumenti culturali, che hanno dei pregiudizi. Noi, istruiti, non li abbiamo.
Emerge chiaramente una distinzione fra “loro” e “noi”, fra una rappresentazione negativa e problematica di loro e una rappresentazione positiva e non problematica di noi.

“Italiani brava gente”
Torniamo alla signora nell’ospedale di Porretta. Il modo in cui viene rappresentata risponde perfettamente alle caratteristiche attribuite a loro dalla cornice ideologica di Van Dijk. Lei è molto diversa di noi. Anzi, la sua diversità è il motivo per pubblicare l’articolo. Ma come reagisce l’altra parte, il noi? I primi a muoversi sono i medici (il pronto soccorso, l’ambulanza, il reparto di ostetricia) che lavorano tempestivamente e senza commettere errori. Poi i carabinieri che fanno gli accertamenti. Dopo di che si mettono a lavorare sul serio: “Sotto il coordinamento del Comando compagnia di Vergato alcune stazioni dei militari dell’Arma della media ed alta Valle del Reno non sono riuscite, almeno per il momento a stabilire dove la donna abbia abitato fino ad ora”. Poi i “competenti servizi assistenziali dell’Azienda Usl Bologna Sud”, che avviano “le operazioni per l’assegnazione dei due neonati ad un istituto in attesa della eventuale richiesta di adozione”. Infine anche l’Ufficio Stranieri della Questura di Bologna viene consultato dai carabinieri per “fare luce su questa donna”. Insomma, la risposta dei nostri servizi e delle nostre istituzioni è tempestiva, non guarda ai costi o all’impegno di tantissime persone. Il fronte italiano è compatto, unito e collaborativo, giornalista incluso. Ognuno fa quello che deve fare con impegno e dedizione come una macchina ben oleata.

Il conformismo dei giornalisti
L’articolo considerato faceva parte di un gruppo di 70 articoli pubblicati nel mese di luglio 1995 sui quotidiani La Repubblica, L’Unità, Il Resto del Carlino e Il Manifesto nelle pagine di cronaca locale bolognese dedicate all’immigrazione. Gli articoli sono stati letti e analizzati in base alla teoria di Van Dijk sul razzismo nei mass media dai partecipanti al corso di formazione rivolto a “Operatori per l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati” del Centro di Formazione “Galileo” nell’ambito del modulo Gli strumenti della comunicazione, curato da sottoscritto.
Dall’analisi degli articoli è emerso il seguente quadro: C’è un gruppo di cittadini che in base alla loro provenienza viene trattato dalla stampa in modo diverso e viene conseguentemente rappresentato come “diverso”.
Un fatto di cronaca nera, ma non solo, aumenta di valore giornalistico se vi è coinvolto un rappresentante del gruppo generalmente indicato come “gli stranieri” o “gli extracomunitari”.
Ai rappresentanti di questi gruppi vengono principalmente attribuiti due ruoli: quello di “cattivo” o di “vittima”.
Essendo cattivi o vittime causano problemi al gruppo dominante e soprattutto alle sue istituzioni.
L’immagine che emerge a proposito dei rappresentanti del gruppo dominante è quello di grande efficacia, di grande capacità decisionale e di spirito di sacrificio per aiutare i membri dei gruppi stranieri. Nonostante ciò gli stranieri causano problemi.
I meccanismi e le strategie giornalistiche che contribuiscono a sostenere questa immagine sono: la scelta delle notizie (molta cronaca nera con immigrati coinvolti); il lasciar prevalere i commenti delle istituzioni rispetto a quelli delle persone direttamente coinvolte (ad esempio: è più facile trascrivere il comunicato stampa dalla polizia che andare con gli stivali lungo Reno ad intervistare gli nomadi); il modo di presentare i fatti (iper-completezza, vaghezza, esagerazione); la colpevolizzazione delle vittime (se un marocchino viene picchiato è automaticamente un regolamento di conti) e, infine, la rappresentazione positiva del proprio gruppo.

Il razzismo quotidiano
Gli stereotipi e il razzismo, una volta diventati “discorso pubblico”, si diffondono nella società attraverso i discorsi quotidiani della gente. I discorsi di senso comune sugli stranieri, anche se in tono diverso, sono caratterizzati da meccanismi e strategie analoghi a quelli applicati dalle èlite: l’immagine positiva di sé stessi (“Non sono razzista, ma……”;”Non ho nulla contro di loro, ma……”); l’alleggerire le affermazioni negative (“Ci sono anche dei buoni, ma la maggior parte….); l’attribuzione di giudizi negativi ad altri o ai mass-media (“Il quartiere non ne può più….”, “Dicono che non si lavano….”) o l’utilizzo di singole esperienze negative come “prova” generale a sostegno di un parere negativo (“Una volta, in autobus, ho visto…..”). I temi che ricompaiono sono il lavoro, la casa, la criminalità, la diversità e il rifiuto di integrarsi da parte degli stranieri.
Una delle strategie argomentative preferite delle persone più istruite -spesso quelle più preoccupate per la propria immagine- è quella di mostrare comprensione e simpatia (“Ma poveretti, stanno molto meglio a casa loro, nella loro cultura, dobbiamo aiutarli laggiù, qui subiscono solo la discriminazione di chi non li vuole.”).
Un aspetto interessante è la percezione che i bianchi “poveri” hanno di se stessi come doppia vittima: sia nei confronti degli stranieri, sia nei confronti del governo che non fa niente per risolvere il problema. Anzi, “Non li manda via” e “Adesso gli danno anche la casa……”. Van Dijk sospetta intenzionalità da parte delle élite, che grazie all’accentuazione sistematica di certi “problemi” sono riuscite a far sviluppare l’ideologia etnica in maniera tale che l’appartenenza ad una classe socioeconomica rimane in secondo piano.
Van Dijk sostiene che la rappresentazione negativa di un altro gruppo serve soprattutto a rafforzare la propria immagine e, in tempi di crisi culturale, politica e economica, a mascherare il fallimento del gruppo dominante nel risolvere i suoi problemi, attribuendo la colpa ad altri. Un’affermazione che allarga molto il campo di riflessione, che evidenzia come i modelli di Van Dijk, senza grandi modifiche, sono applicabili a tante minoranze, o gruppi discriminati: omosessuali, handicappati, donne, etc. Proprio per questo vale la pena di ascoltare Van Dijk. Non ci insegna solo qualcosa sul razzismo o sull’analisi di testi; il suo è un modello universale di esercizio di potere per proteggere, anche inconsciamente, la propria cultura, la propria posizione di gruppo dominante, un potere “bianco”, pulito, accettabile, mille volte più sottile dei metodi del Grande Fratello di Orwell.

Bibliografia:
-Teun A. van Dijk 1981: Testo e Contesto. Il Mulino, 1981.
-Teun A. van Dijk 1989: La riproduzione del pregiudizio. In: Democrazia e diritto, XXIX, 6. Pag. 127-50.
-Teun A. van Dijk 1993: Élite Discourse and Racism. Sage, Newbury Park.
-T. A. van Dijk 1994a: Il “discorso” pedagogico. In: M. Mezzini, T. Testigrosso e A. Zanini: La fabbrica del pregiudizio. Per conoscere ed affrontare i pregiudizi culturali nella scuola. Edizioni Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole. Pag. 76-130.
-Teun van Dijk 1994b: Il discorso razzista. La riproduzione del pregiudizio nei discorsi quotidiani. Messina, Rubbettino.

1. Pubblicità regresso

Questo è il testo della denuncia al Garante dell’Editoria, all’autorità Antitrust, all’Ordine dei giornalisti e alla Federazione Nazionale della Stampa presentato nel corso del seminario organizzato dal CNCA, “Periferie umane”, sul tema dell’informazione e il disagio. A seguito di questa denuncia Lorenzo Del Boca, presidente del FNSI, ha avviato una commissione d’inchiesta.
È invalso l’uso di utilizzare i mezzi di comunicazione, sia radio-televisivi che stampati, in modo improprio per pubblicità occulta o semplicemente per pubblicità gratuita o semigratuita. Il riferimento è per 4 serie di episodi.
1. Costantemente e in modo sfacciato tv e giornali realizzano ampi servizi su sfilate di moda di griffe dai nomi celebri. Tali servizi non hanno nulla che si riferisca alla cronaca o alla descrizione di costume. Sono semplicemente pubblicità gratuita (o a basso costo, o semplicemente non fatturata) senza che sia dichiarata tale.
2. Tv e giornali, oltre alla regolare pubblicità dichiarata come tale, pubblicano inserti o rubriche “Motori” che non sono altro che depliant, completi di caratteristiche, foto e prezzi di nuovi modelli di auto. Anche in questo caso si presume esista un intreccio tra pubblicità a pagamento, gratuita e/o semigratuita..
3. Inoltre è evidente la pubblicità per dischi, film, libri,prodotti di consumo in genere, la cui presentazione èfatta in ambiti di informazione senza alcun filtro e alcun contesto.
4. Da ultimo assistiamo a costanti passerelle (in genere nei radio-telegiornali di massimo ascolto) di politici che, nel breve tempo di una battuta e per le più svariate occasioni, esprimono opinioni o presunte tali. A ben leggere queste apparizioni servono soltanto ad attivare l’immagine del personaggio o del partito a costo zero, con un dosaggio attento ed oculato – e apparentemente imposto dall’alto – dei tempi e modi di presenza nei mezzi di comunicazione sociale.Gli episodi appena descritti sono gravi, rispettivamente:
a) perché lesivi di diritti di altre parti, escluse da trattamenti di favore, attivando una vera e propria concorrenza sleale;
b) perché ingenerano nell’informazione connivenze di tipo economico non sempre trasparenti;
c) perché alimentano scenari suggestivi di consumi e di opinione dettate da interessi economici precisi, ma – cosa grave – presentati e descritti come tendenze di comportamenti sociali;
d) perché mortificano il diritto a essere informati su ciò che realmente accade nella vita politica italiana, a scapito di inutili rassegne di “battute” più o meno suggestive, spesso a vuoto, prive di contenuti e incomprensibili. Che tutto questo sia esatto dai partiti e – cosa ancor più grave – dal Parlamento non ne lenisce la gravità. È sconcertante come tali atteggiamenti da parte degli operatori economici e degli operatori della comunicazione siano talmente invadenti da non costituire più “problema”.
Quanto sopra descritto perché le autorità preposte, nei termini delle loro competenze, intervengano ad approfondire i termini di comportamenti che, a nostro parere, possono essere descritti come “osceni”, nel senso letterale del termine”.

3. L’altra faccia del non profit

di Enrico Morganti

Che la revisione (non riforma!) del sistema di Welfare State (WS) italiano sia iniziata, non ci sono dubbi: i vari tentativi di tagli della spesa sociale (in qualche caso realizzati) e l’emergere di ricorrenti spinte verso la privatizzazione ne sono la prova.
Prende ogni giorno sempre più forma una mercato sociale (assistenza, formazione professionale, ecc.) che vede decrescere i finanziamenti statali ed aumentare forme di competizione tra agenzie pubbliche, imprese private e organizzazioni no profit.
Alcune scuole di pensiero e teorie economiche enfatizzano “la novità”: in alternativa tra intervento pubblico e privato si è trovata la terza via.
Per correttezza storica va detto che non siamo di fronte ad una novità. Da molti anni finanziamenti statali o regionali sono gestiti da enti che svolgono funzioni di pubblica utilità. È il caso della formazione professionale. La novità semmai sta nella attenzione che da un po’ di tempo a questa parte si riconosce a queste entità: non solo partner dello Stato nella fornitura di servizi di pubblica utilità, ma anche soggetto autonomo dello sviluppo economico e sociale del paese.
Val la pena di soffermarsi sulle teorie che, pur riconoscendo dei limiti, enfatizzano i vantaggi del terzo settore, affermando che le no profit sono “naturalmente” superiori in efficienza ed efficacia ai settori pubblico e privato. La riflessione ci deve aiutare ad evitare il rischio di legittimare scientificamente lo smantellamento del sistema pubblico di Welfare State, favorendo privatizzazioni selvagge.

Limiti e vantaggi delle organizzazioni
Incominciamo dai limiti (riconosciuti). Innanzitutto non dobbiamo dimenticare un dato storico: la nascita, il consolidamento e l’espansione sono avvenuti, in qualche caso, grazie a finanziamenti pubblici.
Secondariamente i cittadini e gli amministratori pubblici (che devono assicurare i servizi) sono spesso impossibilitati a scegliere sulla base di un calcolo comparato basato su criteri di costo/qualità, il fornitore più conveniente oaffidabile. Anche quando si può scegliere, basta la natura giuridica del soggetto per esprimere una opzione?
Infine si rilevano, a volte, comportamenti alquanto tradizionali e conservativi come ad esempio la scarsa propensione al miglioramento della qualità, forse anche perché‚ il finanziamento pubblico non è accompagnato da un serio controllo di gestione.
I vantaggi enfatizzati delle organizzazioni noprofit sono molteplici. Esse sono innanzitutto orientate al miglior servizio possibile, in forza della vocazione altruistica e solidaristica (e a volte anche religiosa) che le caratterizza.
Non hanno scopo di lucro, e i servizi offerti vengono definiti nel contesto di una relazione fiduciaria; pertanto il cittadino (o l’ente pubblico al quale compete la responsabilità di assicurare i servizi stessi) le trova più affidabili di altre.
Le organizzazioni no profit sono inoltre caratterizzate da minor vischiosità amministrativa e gestionale, ma soprattutto hanno costi mediamente più bassi, al riparo da aumenti ingiustificati.
Esse infine favoriscono la partecipazione e, in sintesi, fanno quadrare il cerchio: economia-solidarietà-democrazia.
È  evidente come l’approccio di queste teorie sia inaccettabile in quanto si basa sostanzialmente sul seguente assunto: la configurazione peculiare del noprofit garantisce di per sé‚ il raggiungimento di finalità di interesse collettivo, una buona efficienza e un’altrettanto buona efficacia.
L’approccio corretto è diverso: date, senza per altro darle per scontate, determinate finalità collettive, il profilo giuridico e organizzativo delle no profit consente il raggiungimento di risultati migliori rispetto ad altre configurazioni.
I motivi della vantaggiosità delle organizzazioni noprofit variano da paese a paese, da settore a settore, in quanto non derivano da una loro superiorità teorica, ma da ordinamenti giuridici e fiscali favorevoli, dall’accesso privilegiato a risorse umane e finanziarie altrimenti indisponibili, dal credito che si sono costruite nella società civile, dalla presenza di amministrazioni pubbliche favorevoli al loro sviluppo e, infine, dalla forza di alcune istituzioni particolari fortemente impegnate in campo sociale ed educativo (ad esempio la Chiesa cattolica in Italia).
In ogni caso, obiettivi di pubblica utilità non sono automaticamente presenti in qualsiasi organizzazione noprofit. Essi sono infatti il frutto di scelte, di orientamenti sociali e di competenze che emergono nella società civile e che trovano diverse forme organizzative di realizzazione (pubbliche-private-no profit).
Se su queste riflessioni si trova una condivisione di fondo, è possibileanalizzare le implicazioni per le politiche sociali che ne conseguono.
L’approccio errato delle teorie sopra esposte ha un punto critico, rappresentato dalla supposta superiorità competitiva delle organizzazioni no profit in mercati poco remunerativi e con asimmetria informativa. Certamente una regolazione pubblica più flessibile e meno invadente, nonché‚ un riconoscimento di maggior autonomia di azione e proposta, consentirebbe un’opera di calmiere, ma soprattutto di discontinuità verso rendite di posizione sia nel pubblico, che nel privato e nel terzo settore ingessato.

Commercializzazione del terzo settore
Anche se l’obiettivo rimane: servizi migliori agli stessi costi oppure stessi servizi a costi minori, ciò non significa una drastica riduzione dell’intervento pubblico, ma un sostanziale riequilibrio tra Stato, mercato, terzo settore.
Se non si adottano queste cautele si va incontro ad una serie di rischi. Innanzitutto alla spinta crescente verso la commercializzazione del terzo settore, che indebolirebbe la vocazione di molte organizzazioni no profit versole fasce deboli.
Secondariamente la sopravalutazione del comportamento “virtuoso” delle no profit potrebbe spingere a immaginare una contaminazione positiva degli altri settori. Ma se la logica degli appalti, che sta subentrando alle convenzioni, stimola una competizione elevata, la qualità passa in secondo piano e si diffondono comportamenti opportunistici. Non c’è quindi da stupirsi se aumentano i rischi di omologazione e di appiattimento in una logica mercantile per le organizzazioni no profit impegnate in gare di appalto che premiano esclusivamente la capacità di risparmio di denaro pubblico. Capacitàrealizzata (più o meno a ragion veduta) da competitori sempre più numerosi esempre più spesso privi di scrupoli.
I riflessi di queste gare al ribasso dei costi si osservano anche sul piano occupazionale dove sta emergendo un sottoproletariato dei servizi composto da lavoratori senza qualificazione, che vengono arruolati dove capita, offrendo così servizi di bassa qualità.
In conclusione la sfida che il terzo settore ha davanti a sé‚ è avvincente e,per essere vinta, deve superare l’idea che basta l’assenza di lucro per avere legittimazione sociale e finanziamenti. In un sistema di nuovo Welfare (Welfare-mix), sempre più attento all’efficenza ed efficacia, la non lucratività infatti non costituisce più una virtù sufficiente.

3. Dalla parte dei ragazzi

a cura di Milena Bernardi

Paolo Fallai è nato a Velletri (Roma) il 19 luglio 1959 e fino a dieci anni voleva fare il medico. Lo sbarco sulla luna, nel 1969, lo convinse ad abbandonare malati e sale operatorie in vista di una luminosa carriera come astronauta. A 12 anni, folgorato dalle costruzioni Lego, aveva deciso di fare l’architetto. A 17 anni, dopo aver valutato la possibilità di fare l’ingegnere, l’assicuratore navale, il postino e il barista (con una breve ma intensa esperienza nel bar della zia), decise che ogni progetto era inutile e cominciò, per puro caso, a fare il giornalista. Da allora non ha mai smesso, collaborando per quotidiani come Il Messaggero e Il Corriere della Sera e sopratutto per l’agenzia ANSA dove è stato assunto nel 1984 e dove tuttora lavora. Appassionato di teatro, ha scritto alcune commedie e fondato con amici come Athina Cenci e Marco Mattolini l’associazione Palcoscenico Firenze e la compagnia teatrale Magnifico. Nel 1993 ha collaborato ai testi della trasmissione televisiva Cielito Lindo andata in onda su RAITRE. Nello stesso anno ha collaborato alla stesura del testo dell’opera per bambini “Il gatto che scoprì l’america”.
Il romanzo “Le tre chiavi” è la sua prima opera di narrativa per ragazzi ed ha vinto nel 1996 il premio letterario “Laura Orvieto”.
Dopo aver vissuto e lavorato a Firenze, nel 1995 si è trasferito a Roma. Alla domanda su quali siano i suoi progetti per il futuro ha risposto deciso: “Ci sto pensando”.

Perché scrive narrativa pensando a lettori giovanissimi? Quale è, per lei, il senso della scrittura rivolta ai ragazzi?
Mi verrebbe voglia di rispondere per “urgenza” e “senso di colpa”.
Urgenza, perché considero fondamentale il ruolo della letteratura per l’infanzia come chiave interpretativa, aiuto, vocabolario delle emozioni, insomma come “compagna di crescita”. “Senso di colpa” perché, da giornalista, faccio parte di quel meccanismo dell’informazione che ossessiona e bombarda tutti noi – bambini e ragazzi compresi – senza che vengano forniti strumenti di comprensione.
In questo senso non mi pare che la letteratura per l’infanzia svolga un ruolo diverso dalla letteratura per gli adulti. Se vogliamo conoscere il dramma della borghesia italiana che si affaccia sul Novecento, con la testa in un futuro dove tutto è creduto possibile e i piedi nei campi, certo possiamo leggere saggi importanti. Ma alla fine è il Pirandello di “Uno, nessuno e centomila” che ci aiuta a capire.
Scrivere per ragazzi vuol dire fare uno sforzo in più, dovendo mettere nel conto strumenti di comprensione che sono in formazione. Credo che un senso della scrittura rivolta ai ragazzi possa essere una scelta di servizio: la volontà di offrire – attraverso una storia – una sintesi dei fenomeni che i ragazzi conoscono e devono fronteggiare ogni giorno, e proporre loro qualche chiave perché possano costruirsi da soli l’interpretazione che più li convince.

Qual è stato il suo “progetto” di scrittura?
Il massimo rispetto nei confronti della storia che stavo raccontando ed un controllo molto rigido nei confronti delle tentazioni moraleggianti, anche inconsce. Ma innanzitutto una storia, che deve essere – almeno nel caso dei romanzi per i ragazzi dai dieci anni in su – credibile e coerente.
E la ricerca di uno stile – non so proprio se ci sono riuscito, questo devono dirlo i ragazzi – che fosse capace di restituire la complessità delle emozioni del mio giovane protagonista.

La storia da lei narrata affronta una vera “avventura esistenziale”. Si addentra nei sobborghi di una preadolescenza sbattuta subitaneamente verso il conflitto con le figure dei genitori. Quali percorsi formativi, quali contrasti, quali dolori… Quali drastici cambiamenti vi sono rappresentati?
C’è un momento nel romanzo, in cui il ragazzo percepisce, ed afferma esplicitamente, una frattura tra l’immagine del padre che aveva prima e dopo lo svolgimento che è alla base della storia (l’arresto dell’uomo).
È senz’altro la più evidente, ma ho lavorato per disseminare il romanzo di queste fratture, alcune delle quali appena avvertite. Sono partito da una situazione di calma (insomma, andava tutto bene, è l’incipit), che viene bruscamente interrotta e che porta il protagonista a dover fare i conti con tutto il suo universo: i rapporti con i genitori, con l’amico, con la scuola e infine gli estranei. Personaggi con i quali il protagonista non vorrebbe avere a che fare ma con i quali “deve” confrontarsi, trovare una misura, prendere decisioni, spesso rischiose.
È dal complesso di queste “fratture” da una realtà consolidata ad una in movimento, che nasce l’esigenza per il protagonista, di “aggiornare” continuamente il suo modo di vedere il mondo che lo circonda. Anche per questo insistevo sull’attenzione alle tentazioni di facili moralismi. Di fronte ad un padre accusato di essere un truffatore, il ragazzo cerca di capire, tentando con fatica e con dolore di far convivere l’affetto – indiscutibile – con la ricerca di risposte che qualche volta non sono proprio quelle che ci farebbe piacere trovare.
L’estrema delicatezza di alcuni equilibri, per esempio il rapporto con la madre, impone grande attenzione. Il ragazzo che a undici anni cerca il contatto fisico, la “annusa” per calmarsi, è lo stesso che la giudica, anche in modo spietato quando lei si irrigidisce nei confronti del padre. Non c’è spazio per fare la morale, o per salire su una cattedra e trasmettere al ragazzo del romanzo (e quindi al lettore) la lezioncina su come ci si comporta in questi casi. Da parte mia ho tentato di metterci attenzione, rispetto, perfino pudore nei confronti dei sentimenti, delle passioni, delle delusioni. Con un paradosso potrei dire che non ho il diritto di sindacare i sentimenti del protagonista del romanzo, anche se ne sono l’autore.
Posso cercare di raccontarli, di descriverli, di seguirli passo passo. Perché è in questo percorso, negli accidenti di questo percorso, nelle cadute, nelle riprese, nell’allegria che segue la disperazione, perfino nello stupore del protagonista quando riesce ad addormentarsi nonostante la tensione, è in tutto questo la formazione. Ed è questa la materia prima della mia storia.

Il protagonista del suo romanzo va, via via, verso la presa di coscienza (saperi esperienziali?) di sue nuove forme di differenza: la precedente vita si smonta, si frantuma, si lacera; il ragazzo è un altro o no, alla fine del romanzo? In cosa il ragazzo sarà testimone di una sua “differenza”?
Credo che “presa di coscienza” sia la definizione che mi piace di più. Qualcosa come la messa a frutto delle capacità deduttive, che sono fortissime, molto prima di essere messe a vantaggio di un ragionamento. Certo, alla fine del romanzo, il protagonista è senza dubbio un’altra persona. Testimone consapevole della propria crescita è pronto per mettere a frutto le ferite, le delusioni e le vittorie.
Una riflessione a parte merita proprio il concetto di “differenza”. Perché in molte occasioni, Andrea, il protagonista deve fare i conti con una situazione che lo mette al di fuori di un “ordine”. Quando torna a scuola, dopo l’arresto del padre, per esempio. “Bombardato” dalle domande dei compagni e comunque al centro di una attenzione non sempre e non tutta affettuosa, perfino morbosa in qualche momento. E quando pochi capitoli dopo si accorge che quella “vena” di curiosità dei propri compagni si è esaurita, rimane solo. Non è un rientro nel ruolo consueto, per lui, piuttosto la conoscenza di una nuova forma di diversità, quella strisciante del silenzio, provocato dall’indifferenza. Perfino al suo migliore amico Andrea sarà costretto a ricordare che suo padre è stato arrestato.
Perché se un fatto non si rinnova invecchia immediatamente e viene dimenticato dagli “altri”. Eppure è ancora lì e fa male per chi lo vive tutti i giorni. Ed è un meccanismo infernale di esclusione, di finto interesse, di necessità quasi patologica di avere nuovi oggetti da consumare in fretta. Ma non è anche la nostra informazione fatta proprio cosi? Non siamo forse capaci di commuovere una nazione intera su casi pietosi, salvo poi dimenticarli il giorno dopo, perché c’è una nuova immagine, più fresca, e nuovo dolore da consumare? E perché i nostri ragazzi dovrebbero essere diversi, se è questo maledetto meccanismo di consumo veloce che viene offerto loro quotidianamente?
Le notizie passano, come se non lasciassero traccia. Come se il dolore o la gioia o la rabbia che portano con sé, non esistessero. Andrea lo impara a sue spese.
Ma vorrei parlare anche di un’altra “diversità” che il piccolo protagonista deve vivere. Quella dell’innamoramento. Nel romanzo Andrea finge di innamorarsi di una compagna di classe. E’ una scusa che gli serve per essere invitato a casa di lei e continuare le sue indagini. Eppure è un sentimento delicato che deve fare i conti con mille condizionamenti, innanzitutto lui stesso che “recita una parte”, poi l’attenzione dei compagni e infine le reazioni della ragazza. E deve fare i conti con le pulsioni sacrosante di un ragazzo di undici anni, che studia la propria sessualità, cercando soprattutto di capirla.

Ci parli del rapporto realtà-narrativa dal punto di vista della sua esperienza giornalistica. Quali strumenti hanno i bambini, i ragazzi, per decifrare, capire, ricostruire un quadro conoscitivo, i dati drammatici della realtà “orchestra” in cui tutti viviamo?
Volendo scomporre il romanzo che ho scritto, per grandi temi che affollano la cronaca di tutti i giorni, potremmo elencare: usura, violenza, crisi della famiglia, affidamento dei figli, giustizia. Sono parole che ogni giorno entrano nella vita dei ragazzi, attraverso i telegiornali, le parole dei “grandi”, le letture. E non sono le sole: mettiamoci insieme gli stupri, la pedofilia, Maastricht, la Finanziaria, la pressione fiscale, la crisi economica, la disoccupazione e il Milan che non vince più. Sono milioni, miliardi di informazioni che attraverso i media raggiungono noi e i ragazzi. Senza filtri e senza strumenti per usare questa massa informe possiamo rimanere schiacciati. Rischiamo di interpretare le parole come rumore, non come simboli che corrispondono a fatti, situazioni, emozioni. Per i ragazzi il pericolo è ancora più grande, perché a undici anni rischiano di sapere perfettamente cos’è un missile Cruise, riconoscere il sistema elettronico che lo guida sul bersaglio, e di non avere la minima idea che quel missile quando arriva rade al suolo tutto quello che trova nel raggio di centinaia di metri. Persone comprese. E che tutto questo non è un gioco che si vede solo alla televisione.
Lo stesso meccanismo vale per la realtà che ogni giorno ci viene offerta e che è parcellizzata in mille singole notizie che sembrano non avere alcun rapporto tra loro. E che pochi mezzi di informazione si fanno carico di spiegare. Non c’è situazione paradossale o violenta che si possa immaginare in letteratura, che non sia stata ampiamente superata per efferatezza da un episodio realmente accaduto.
Di fronte a tutto questo ragazzi (e adulti, spessissimo gli adulti) sono disarmati e con pochi strumenti di comprensione. La letteratura è uno di questi. La letteratura per l’infanzia dovrebbe essere uno di questi: capace di affrontare anche i temi più difficili ed offrirli nella cornice di una storia, alla comprensione e alla capacità di analisi dei lettori. Alla loro straordinaria voglia di farsi un’idea propria di quello che accade, senza che per forza debbano subire la superficialità del quotidiano o i pacchetti precotti di una morale a ore.
Lei parla di realtà “orchestra” e ha ragione. Perché il grande mondo che offriamo agli occhi di chi vorrebbe capire come è fatto è intriso di paure. Ma invece di parlarne, di giocare con queste, ci limitiamo ad offrirle nella loro veste più cruda. E come se non bastasse, qualcuno ha pure il coraggio di prendersela con i libri horror per l’infanzia, che di fatto sono gli unici a svolgere una funzione liberatoria. Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano.
Credo che la letteratura per l’infanzia abbia questo grande potere di offrire ai ragazzi una sintesi ragionata della realtà. Uno strumento perché il loro pensiero si formi e si sviluppi in libertà. Un confronto per condividere i dubbi e imparare un metodo di ricerca delle risposte. E un luogo delle emozioni. Perché la velocità (delle notizie, degli impegni, della nostra vita) rischia di farcele perdere e insinua il sospetto che alla fine non ci siano più.

3. Il padre e lo straniero

di Gianluca Cataldo

Seduto sul lato assolato di una panchina del cortile, Diego fumava una sigaretta dopo l’altra in attesa di riprendersi il bambino. Mancavano dieci minuti alla fine della seduta. Tirava un fresco venticello autunnale, e, al centro dello spiazzo sterrato che separava il reparto dei convulsivi da quello dei cerebrolesi, alcuni ragazzi epilettici giocavano a rincorrersi sotto lo sguardo distratto di un’anziana signora intenta a sferruzzare. Due terapiste stavano tentando di mettere in posizione eretta un bimbetto dalla testa microscopica. Diego aveva già notato quella creaturina disarticolata, che sembrava uno scherzo della natura. Tra sé lo chiamava “il mostrino”.
Non vide l’uomo sinché non gli si sedette accanto, dal lato della panchina immerso nell’ombra. Un quarantenne alto e olivastro, profondi occhi neri, un’eleganza che rasentava la ricercatezza. Diego si mise a fissare con ostinazione la punta delle proprie scarpe.
Di solito, i genitori si scambiavano un cenno di saluto o qualche commento sul tempo e sui figli. Diego non si era mai concesso il conforto di una chiacchiera. Che aiuto gli avrebbero potuto dare le lamentazioni o i consigli degli altri? C’era stato un tempo in cui aveva provato vergogna per la disgrazia che gli era capitata. Infine, s’era persuaso che nel dolore, così come nella rabbia, si è sempre soli e impotenti.
L’uomo aveva preso a picchiettare col piede per terra, ossessivamente. All’improvviso gli sfuggì un profondo sospiro. Diego si sorprese suo malgrado a fissarlo. L’altro intercettò il suo sguardo e gli rivolse un sorriso mite.
“Anche lei è qui per un figlio?”
Aveva detto queste parole con calma, staccando nettamente sugli accenti. L’inflessione era incerta, ma sicuramente straniera, forse mediorientale, a giudicare dalla carnagione olivastra e dall’ombra di una barba che pareva sfidare anche la più accurata rasatura. Diego sospirò a sua volta, annuendo.
“Di questa stagione, nel mio Paese, nei villaggi sotto le alture si fa grande festa. Danziamo per tenere lontano la paura dell’inverno. Mi chiamo Walid.”
Strinse la mano che l’altro gli tendeva e farfugliò un “Marini Diego” che lo fece sentire ridicolo e lo infuriò al tempo stesso.
“Qual è il suo Paese?” aggiunse subito.
“Oh, è un Paese molto lontano. Ma non è molto diverso dall’Italia. Anche lì ci sono le montagne e il mare, e ogni tipo di gente. Noi della costa diciamo che quelli della montagna si lavano poco, perché fa freddo. Quelli della montagna dicono che noi della costa puzziamo di pesce. Quello è mio figlio Yusuf.”
Era quindi il padre del “mostrino”. Strano, però, lui così scuro e quel bambino con un ciuffetto di capelli biondi in cima alla testina…
Poi ripenso al tono con cui aveva pronunciato il nome del bambino: con orgoglio e dolore. Di questo l’aveva rimproverato tante volte sua moglie, di non aver mai saputo dire il nome del figlio con altrettanto orgoglio e altrettanto dolore.
“Il mio è ancora dentro” borbottò, e alzandosi di scatto aggiunse, a mo’ di scusa, ” è ora che vada a riprenderlo”.
Quando raggiunse la sala della terapia, le ragazze avevano già rivestito Giacomo e una madre attendeva impaziente il suo turno stringendosi al petto una ragazzina dalle guance arrossate, che esplorava senza sosta con la lingua 1’interno del palato.
Diego si chinò a sussurrare qualcosa all’orecchio del figlio. Il volto del piccolo s’illuminò d’un sorriso radioso, e lo sentì lanciare il suo grido di felicità, un “eeeh-eeeh!” al contempo monocorde e modulato con cui lo ringraziava per averlo ripreso con sé, liberandolo dalle terapiste.
Per lui ogni seduta era una tortura: ma si trattava, secondo i medici, di una tortura necessaria allo sviluppo del suo cervello malformato. In capo a due anni di assidue cure, Giacomo aveva imparato a sorridere ai genitori e a reggersi il ciuccio con il dorso di una mano. Riusciva a restare in piedi, se sorretto, per una trentina di secondi. Diego era ormai convinto di essersi rassegnato alla malattia di Giacomo: ma quando, certi giorni, in casa, si respirava un vago ottimismo per i “progressi” del piccolo, veniva colto da violenti accessi di rabbia. Tutta quella fatica gli sembrava inutile, o, peggio, un’assurda violenza. Fosse stato qualcosa di più di un semplice impiegato del Ministero di Grazia e Giustizia, avrebbe potuto dire di sé stesso che, dopo la nascita del figlio, era morto dentro.
Nel cortile ritrovò Walid: era al centro dello spiazzo, e ballava abbracciato al mostrino. La testa del piccolo pendeva da un lato, i suoi occhi erano vuoti, ma sulle labbra gli aleggiava lo stesso sorriso del padre.
Si ritrovarono accanto, ciascuno alla guida del proprio passeggino, e percorsero affiancati il tratto di strada che li separava dall’uscita dell’Istituto. Sulla soglia della porta a vetri che immetteva in un lungo vialone trafficato si fermarono per dare un’aggiustatina ai bambini. Giacomo continuava a sorridere, un filo di bava all’angolo della bocca screpolata. Yusuf si era addormentato.
Si scambiarono un cenno di saluto, sul volto di Walid riaffiorò un sorriso mite, poi si avviò in direzione di una lunga berlina nera parcheggiata di fronte all’Istituto. Dal posto di guida scese un mediorientale, in divisa da autista, s’inchinò a Walid e lo aiutò a sollevare il piccolo.
Mentre si avviava verso la sua “Panda” scassata, Diego pensò che gli sarebbe piaciuto rivedere quel padre tanto sereno. E provò una profonda vergogna per aver pensato a Yusuf come al “mostrino”.

2. Il mistero della diversità

a cura di Andrea Tinti e Angela De Marinis

Intervista a Giancarlo De Cataldo autore di “Il padre e lo straniero”, manifestolibri, Roma, 1977.

Da cosa nasce l’idea di inserire l’esperienza di papà di un bambino disabile all’interno di una vicenda poliziesca? Chi è Diego Marini?
L’idea nasce dall’occasionale incontro con il padre arabo di un bambino handicappato nel cortile dell’istituto di neuropsichiatria infantile di Roma un sabato di primavera. L’idea nasce da un caffè e da un sorriso. Le idee catturano dettagli profondi e, attraverso l’esercizio della scrittura, si trasformano in un’energia liberatrice. Mi è stato rimproverato l’uso del “genere” poliziesco, che secondo me, invece, è il punto di forza del libro. Storie di handicap, più o meno lacrimevoli, se ne scrivono tante. Volevo sfuggire a un cliché. Sono stato punito (editorialmente) da una serie di rifiuti: nell’atteggiarsi della gente di fronte all’handicap c’è una fortissima quota di rimozione che richiede rassicurazione: gli handicappati parlino di se stessi, al limite, ma non pretendano di raccontare “storie”. E’ come se si temesse (paradossalmente) l’affabulazione in negativo che può generare da una condizione di diversità. Nel libro si piange poco e si lotta molto (queste, almeno, le intenzioni). Fortuna che Marco Bascetta, editore della “Manifestolibri”, è una persona in carne, ossa e coratella e non appartiene alla mala genia dei redattori-consulenti editoriali. Il cambio di passo (tra la prima e la seconda parte del romanzo) mima un passaggio esistenziale: dalla disperazione inerte all’azione. Diego Marini è un personaggio-simbolo, di un disagio esistenziale e di una condizione di passività ai confini della depressione: all’inizio della storia, Diego non sa vedere un futuro, non ha prospettive, è nella notte nera. Poi cambierà. Il suo è un viaggio, per certi versi, eroico, una discesa agli inferi che si conclude con la palingenesi. In questo caso, la nuova nascita è anche concreta, reale, è la procreazione di un altro figlio.

Quali i punti in comune tra l’autore del libro e Diego Marini?
Molti e pochi. Molti per via della condizione comune (io ho una figlia con un handicap gravissimo), pochi per estrazione sociale, reazione individuale, prospettive di vita. Personalmente ho vissuto l’handicap, dopo il primo momento di sgomento, come un’occasione di rilancio. Ho pensato a come lavorare di più, guadagnare di più, assicurare alla famiglia (e a me stesso) condizioni di vita migliori. Di tanti risvolti, primo tra tutti l’angoscia del “dopo”, preferisco non occuparmi. La rimozione aiuta sicuramente a guardare con occhi meno cupi il futuro. Del resto, siamo tutti in balia di demoni bizzarri, di quel Dio presente nelle discussioni tra Diego e Walid che si diverte a colpire uno a caso, uno ogni tanto, e con il quale è difficilissimo impostare una seria e leale negoziazione. In fondo, non amo il martirio.

Quanto di terapeutico contiene la trasposizione sulla carta di una tale esperienza personale?
Molto, anzi, moltissimo. “Il padre e lo straniero” resterà il libro che amo di più, quello più sincero, anche negli aspetti sgradevoli, quello meno ruffiano. E’ un libro che ha cambiato la mia vita, mi ha dato un feedback, continua a darmelo: ho ricevuto lettere e conosciuto presone sensibili che ne hanno penetrato lo spirito. Fratelli di viaggio, che ti fanno sentire meno solo. Come outing, a me è servito enormemente.

Perché ritiene che in generale il padre faccia più fatica della madre ad accettare un figlio handicappato?
Non so se questo sia del tutto vero. Io non faccio fatica ad accettare un figlio handicappato, faccio fatica ad amarlo. Perché rappresenta la negazione di un futuro possibile e “normale”, perché cristallizza la mia immagine come in uno specchio fallimentare. Quel che è certo è che le madri soffrono con maggiore intensità: la loro bellezza (avete mai fatto caso a quante donne belle e intelligenti sono madri di bambini handicappati?) e la loro forza sono come per sempre offuscate. La ferita non si potrà mai rimarginare, per loro. Per questo sono terribilmente ammirevoli, le madri.

Il comune destino di sofferta paternità unisce, nel libro, i due protagonisti. Ma è solo questo? O ci sono altri elementi quali il desiderio di evasione di Diego o il desiderio di quotidianità di Walid?
Quel che veramente unisce i due amici è il profondo senso di condivisione. Ho catturato i miei protagonisti al culmine di un “fatal flow”, all’apice di una crisi di vuoto interiore che soltanto una carezza fraterna può sperare di colmare. Ci sono situazioni-limite in cui non esistono diversità ne di classe, ne di età, ne di abitudini, mentalità, credo religioso. Esiste solo un calore animale, un’empatia irrazionale, un trasporto quasi mistico che annulla ogni distanza. Walid esiste: io l’ho conosciuto e ci ho preso insieme un caffè, non so se sia una spia o un terrorista, probabilmente è solo uno dei tanti stranieri che frequentano Roma. Ma è, soprattutto, un padre come me, e dovunque si trovi adesso gli auguro ogni felicità.

Durante la lettura del libro, uno degli intervistatori, disabile, ha pensato: “Avrei desiderato un padre come Diego Marini”. Quanto l’atteggiamento del padre di un bambino disabile influisce sul suo futuro rapporto con la realtà?
Non so se sono un buon padre. Sicuramente potrei fare di più, certo ho scelto una via di mezzo tra l’indifferenza e il martirio. Ho scelto di non precipitare nella mistica della diversità, di continuare ad occuparmi del mio lavoro, di mia moglie, ho voluto (abbiamo voluto) un altro figlio in una decisione che sta tra il risarcimento e i bisogno di riversare le proprie cure e il proprio amore su qualcuno che non fosse solo Francesca. Il futuro… e chi ne sa niente?

Il figlio disabile come portatore di sofferenza o di nuove opportunità. Può un vissuto iniziale di sofferenza profonda convertirsi in energia positiva e creativa?
Ho spesso incontrato genitori che sono un autentico esempio di orgoglio della diversità. E’ un sentimento che provo anch’io, di tanto in tanto. Sarebbe a dire: che ne sapete voi, che non avete attraversato lo Stige, e parlate, parlate, ma vi manca questa esperienza cardine del dolore. Ne avrei fatto volentieri a meno. Tuttavia, da quando c’è Francesca i momenti di felicità sono enormemente più intensi, i piaceri vissuti meglio, l’energia più creativa, e il tempo per occuparsi delle banalità semplicemente abrogato.

In che misura la nascita di un figlio handicappato funge da cartina di tornasole per il rapporto di coppia? Disgrega o consolida?
La madre ama da subito, senza riserve, il padre deve imparare ad amare. Si crea inevitabilmente un solco. Se non lo si colma subito, le distanze si fanno infinite e la rottura è assicurata. E’ un esercizio duro e quotidiano. A me e a Tiziana (mia moglie) è andata bene, soprattutto grazie alla decisione di fare un secondo figlio. La nostra complicità è granitica, anche se i problemi non mancano mai. In ogni caso, cerco di non dare mai giudizi, visto che una parte di me comprende e giustifica chi si sente così profondamente pressato dal richiamo della vita (e della vitalità) da gettare la spugna. Non condannerei mai chi non ce la fa ad affrontare una situazione così difficile. Se c’è qualcuno da condannare, sono gli indifferenti e gli ipocriti.

Cosa si sentirebbe di comunicare ad una coppia che ha da poco appreso la situazione di grave handicap del figlio?
Se potete, fatene un altro, due, tre, fatene una barca, di figli. E se non potete, adottatene uno. E se nemmeno questo vi è possibile, non dimenticate comunque mai di pensare a voi stessi. Se non vi amerete più, come potrete amare il bambino?

Cosa ne pensa in generale dell’handicap nella letteratura e in particolare nella narrativa italiana?
Il tema è scabroso, l’ho accennato prima. Il libro è anche circolato in ambienti di cinema, e un paio di registi, dopo un iniziale interesse, si sono ritirati, spaventati dall’idea di affrontarlo. Come se non avessimo già visto “Totò l’hero” o “L’ottavo giorno”. Comunque, nessuno ne ha parlato meglio e con più commozione e lucidità di Kenzaburo Oe (penso alla storia di Tori-bird e a “Insegnaci a superare la nostra pazzia”). In Italia mi piacciono molto alcune cose di Clara Sereni (una grande scrittrice) e resta una pietra miliare la paginetta di Flaiano con l’apologo della seconda resurrezione di Cristo (guarisce gli storpi, converte un prete, poi il padre di un handicappato gli chiede di insegnargli ad amare suo figlio, e lui risponde: questo non posso farlo).

Al termine del libro Diego Marini decide di avere un secondo figlio. In che misura, in generale, la scelta di un secondo figlio può essere influenzata dalla non completa accettazione del primo figlio disabile?
Credo di aver già risposto: un altro figlio significa, in termini di autogratificazione dei genitori, che anche in una famiglia particolare è possibile un inserimento di “normalità”. Poi andrebbe fatta un distinzione sui tipi e generi di handicap. Dal mio punto di vista, un figlio paraplegico, o cieco, o un ragazzino con la spina bifida sarebbero un paradossale fortuna. Un bambino gravissimo non è e non sarà mai autonomo, autosufficiente, inserito in un tessuto lavorativo e via dicendo. Per gli adulti handicappati gravissimi, venuta meno la tenera bellezza del pargolo, le cose diventano ancora più complicate. Un altro figlio ti aiuta a dividere il peso della corazza che devi costruirti per affrontare una società che non ama particolarmente i diversi.
Intendiamoci: sempre meglio la sopportazione della rupe Tarpea o dei lager (sapete, Hitler, prima ancora che dagli Ebrei, cominciò dagli handicappati) e comunque non vorrei mai che mio figlio Gabriele dedicasse la sua vita alla sorella: per quello ci siamo io e la madre.

Perché Walid organizza una festa in occasione della morte del proprio bambino?
E’ la prima volta che me lo chiedono. Bravi. C’è, nella scena, un particolare esotico (l’arabo che festeggia) frutto di antiche letture di antropologia e della mia origine di terrone al 100%: da noi, come dagli ebrei osservanti, la morte è – o era fino a qualche tempo fa – un evento collettivo da celebrare alla stregua di una festa. Io credo fortemente che i morti abbiano bisogno dello strepito delle nostre voci, perché vanno a stare al buio e si portano appresso parecchie nostalgie. Anche quei morti, come il piccolo Yusuf, che apparentemente non hanno niente da rimpiangere perché si presume che non abbiano sentimenti. E invece, se c’è un terreno sul quale il bambino con handicap gravissimo può darci lezioni è proprio quello dei sentimenti e dell’affettività. E poi, nella scena affiora questo grande rimosso di tutti noi “normali” che quotidianamente conviviamo con la diversità: il desiderio di morte. Negarlo sarebbe ipocrita, ci si deve convivere, sino ad annientarlo, con la forza della ragione ma più ancora con la forza del sentimento. Io me lo sono portato dentro, questo desiderio oscuro, finché Francesca non è stata a un passo dal lasciassi. E’ stato durante un ricovero in ospedale, quando le condizioni erano davvero critiche, che ho capito davvero che preferivo la sua presenza al fantasma della sua perdita.

12. Clima di classe

di Maria Grazia Berlini,

La comunicazione implicita o esplicita che sia, verbale o non verbaleriguarda la capacità del singolo o di un gruppo di mettersi in relazione,imparando a gestirsi nella comunicazione privata per accedere progressivamente al circuito della comunicazione sociale e pubblica. E, rovesciandone il contenuto, ogni forma di comunicazione di sé agli altri è opportunità diespressione personale. Dal momento che si decide di incontrarsi è naturalemettersi in dialogo. Se il dialogo risulta significativo, diventa necessario far uscire l’autenticità di sé stessi per incontrarsi.
La comunicazione implica un feed-back di ritorno, in quanto la possibilità di conoscere progressivamente gli altri e, approfondendo la relazione, capire meglio la personalità di chi ci sta di fronte, permette parallelamente diacquistare fiducia in sé stessi. Trasferisco la mia riflessione al mondo della scuola, attraverso alcuni concetti mutuati da Celestin Freinet, “…una concezione pedagogica che vada incontro alle effettive esigenze dei ragazzi, si pone come obiettivo fondamentale quello di realizzare negli alunni la conoscenza di sé stessi e del mondo attraverso un controllo dello stesso processo educativo; questo controllo si basa sul ruolo centrale che assumono: la comunicazione e la cooperazione sia fra gli alunni che fra gli insegnanti; la soddisfazione dei bisogni primari di motivazione, di esplorazione e di organizzazione dell’informazione, attraverso la pratica continua della ricerca; la manifestazione continua delle potenzialità creative ed intellettuali di ciascun alunno; infine il rapporto immediato tra scuola e vita come riappropriazione continua del processo educativo.”

Un clima di classe cooperativo
La ricerca della comunicazione e l’acquisizione di competenze prende vita dalla creazione di un clima di classe cooperativo; tale clima può essere rafforzato dalla pratica conversazionale. All’interno della classe, ciascuno dei presenti è contemporaneamente osservatore e osservato, la mediazione iniziale può essere definita dall’osservare le situazioni che si creano, prendersi tempo per tranquillizzarsi nella relazione e riflettere su sé stessi. Ogni ragazzo riferisce, parla, si analizza esprimendo il proprio punto di vista; l’insegnante viene a conoscenza di come i ragazzi procedono mentalmente ed emotivamente e questi ultimi conoscono l’insegnante. Ecco il significato che alcune insegnanti attribuiscono all’importanza del creare relazioni e del comunicare all’interno della classe: la possibilità di avvicinarsi vicendevolmente rendendo proficui e”profondi” gli apprendimenti. Alcune tra queste, Lella Giornelli e Marisa Brighi della scuola media “Gianni Rodari” di Cesenatico (Fo), hanno pensatoal percorso didattico come ricerca-azione ed alla necessità, per rendere possibile la comunicazione, di utilizzare le conversazioni tra ragazzi e ragazzee quelle tra insegnanti e ragazzi come mediatori emotivi e degli apprendimenti, affinché la classe cresca.

Con-versazioni
Le conversazioni sono forme di relazione, possono essere utilizzate cometecniche per insegnare e apprendere. A quali obiettivi sottendono? Socializzare le forme di conoscenza di ciascuno, ma anche controllare la comprensione (ciò che l’altro ha compreso può essere uno stimolo alla mia originale comprensione); possono favorire un apprendimento armonizzato e anche permettere di ricercare assieme degli accordi. Le conversazioni che riguardano le attività scolastiche sono molto gratificanti per i ragazzi. È importante individuarel’atteggiamento da adottare durante le conversazioni, dello studente e dell’insegnante. Lo studente ascolta, comunica, e può apprendere dagli altri; l’insegnante può riflettere sull’attività, rilanciare l’apprendimento, e certo ha un insegnamento di ritorno. Risulta fondamentale fissare regole scritte per la comunicazione, affinché siano gli adulti i primi a rispettarle (in quanto adulti fatichiamo ad attribuire valore a tutto quanto i ragazzi decidono di comunicarci, o riteniamo di avere già risposte sufficientemente strutturate da permettere di risparmiare tempo nella ricerca e conquista da parte dei ragazzi; ancora, fatichiamo a dedicare tempo alla decodificazione dei linguaggi utilizzati dai ragazzi per comunicare tra loro e con noi). Quanto detto sino qui non presenta caratteristiche valide in assoluto e in qualsiasi situazione, perciò le prime conversazioni possono essere caratterizzate dai silenzi e dall’imbarazzo, proprio perchè non si è ancora pronti e sereni nell’affrontarle. Obiettivo principale deve rimanere quello di ascoltare e parlare. La conversazione può essere facilitante ed assumere una valenza pedagogica sostanziale: per incontrarsi e conoscersi; per chiarire idee propriee ordinare manifestazioni proprie (conoscere sé stessi); per portare con rispetto, anche se in disaccordo, alla cooperazione.

Conversare sugli errori
Sandra di Leva e Bruna Paolucci, insegnanti di Villa Verucchio (Rn) hanno cominciato così: ; da questo punto di vista potevano permetterci di entrare nella storia dei bambini, aiutarli a porre e porsi delle domande. Nella pratica didattica ci siamo lasciate guidare dall’inatteso che per noi non ha mai significato spontaneismo né casualità. Se un bambino ci chiede perchè il redi Francia si chiamava Franco I e il re di Spagna (nella stessa epoca) Carlo III, prendiamo in considerazione quella domanda, non fornendo un risposta risolutiva, ma attivando una ricerca nella classe. Questo non significa perturbare continuamente il programma previsto, bensì ricollocare questo all’interno di un gruppo-classe composto da originalità. L’apprendimento rimane una cosa privata e interna, l’insegnante in questo senso è un facilitatore. L’errore o la domanda imprevista divengono incidente di percorso, recuperabile e non solo: aiutano a rispettare le teorie e le ipotesi di tutti, permettono di lavorarea ssieme per rovesciarle e individuare quelle corrette. Questa riflessione ha portato prima di tutto alla nostra crescita come insegnanti: eravamo noi a farefatica nel raffrontarci con gli insuccessi dei bambini della nostra classe.Assieme a loro, conversando, ci siamo avvicinati agli stili di apprendimento di ciascuno e alla pluralità delle intelligenze.”
Le riflessioni di Sandra e Bruna mi permettono di fare un passo successivo verso uno degli aspetti sottolineati anche all’interno dei programmi della scuola elementare: separare il momento della produzione da quello della correzione. Altrettanto importante è evitare di interrompere durante la ricerca di un proprio modo di esprimersi, di comunicare, di codificare e decodificare i significati. Si può rimandare la discussione e la correzione ad un secondo momento, quando il bambino si è ‘fatto capire’ e ‘ha capito’. Le conversazioni, come tecniche comunicative, hanno un valore in quanto possibili elementi organizzatori di un progetto di ricerca nella classe, a partire dalla costruzione di regole e consegne, dalla definizione di responsabilità, dall’autocontrollo dei comportamenti e degli apprendimenti. Regole e istituzioni che scaturiscono dall’uso delle tecniche, hanno il compito di sviluppare, e nello stesso tempo, di mediare le relazioni tra i sistemi individuali, attraverso la costruzione di un terreno comune di incontro, confronto e anche conflitto. Come già sottolineato precedentemente è fondamentale la definizione di regole concordate per i procedimenti conversazionali: non dare niente per scontato; valorizzare e non penalizzare gli errori; chiedere il”come?” e il “perchè?”, i procedimenti, ed individuare tempi e ritmi. Una comunicazione significativa e voluta presuppone un atteggiamento attento da parte dell’adulto; un atteggiamento che renda possibilile parole di Don Lorenzo Milani: “L’opera di un educatore consiste soprattutto nell’avere tanta autorevolezza da scoprire l’educatore che è nell’altro e da farsi educare dall’altro”.

Si presenta qui rielaborata, la postfazione di Maria Grazia Berlini al libro “Attesi Imprevisti” di Paolo Perticari, Bollati Boringhieri, Torino, 1996

10 . Educatori e linguaggi

di Marco Grana

Il linguaggio usato dagli educatori è legato alla loro prassi quotidiana, e si torva all’incorcio di linguaggi diversiu: quello dei tecnici (psicologi, pedagogisti, medici..) delle istituzioni e delle famiglie. Il loro “modo di esprimersi” diventa così un insieme eterogeneo e disarticolato di altri linguaggi. Interrogarsi sull’esistenza di un linguaggio specifico degli educatori significa interrogarsi sulla specificità dell’oggetto del loro lavoro.

Il linguaggio degli educatori: un codice tra i codici
Ogni professione, notoriamente, ha un suo linguaggio definito da un vocabolario specifico, una certa grammatica, un contesto al quale è legato dai significati e nel quale è riconosciuto valido dagli attori che lo utilizzano. All’interno di un linguaggio professionale generale possono esistere dei linguaggi più ristretti parlati all’interno di un gruppo particolare di professionisti.
Questo vale, in linea di principio, anche per gli educatori professionali, ma non appena ci si avvicina all’argomento ci si accorge che il tentativo di identificarne vocabolario e grammatica è votato ad alcune difficoltà specifiche.

Difficoltà storico culturali
Anche se non è corretto dire che il lavoro educativo sia qualcosa di nuovo, è vero che allo stato attuale è ancora qualcosa di non sufficientemente definito, basti pensare al fatto che nel 1996 non è ancora previsto un inquadramento legislativo della figura e delle mansioni dell’educatore professionale. D’altra parte la storia di questa professione è la storia del passaggio della funzione di cura e di aiuto dalla famiglia o dalle istituzioni caritatevoli a soggetti e istituzioni dalla natura completamente diversa (Usl, cooperative, agenzie, associazioni) che operano in ambito diverso (da quello familiare o comunque dell’appartenenza a quello lavorativo) con stili e fini completamente diversi, e quindi con una stratificazione di riferimenti culturali estremamente eterogenea. L’esempio più notevole è fornito dalla compresenzadegli educatori provenienti dal volontariato cattolico o dall’impegno politico di sinistra e quelli che semplicemente ad un certo punto della ricerca di un lavoro si sono imbattuti in una opportunità occupazionale.

Difficoltà legate al contesto
Qui il problema è ancora più complicato. L’indefinitezza legislativa e culturale sopra esposta provoca (almeno in parte) una situazione di subalternità dell’educatore rispetto alle altre figure professionali da cui normalmente è circondato: lo psichiatra, lo psicologo, il pedagogista, l’assistente sociale. Queste figure dispongono di un loro linguaggio e lo parlano; l’educatore, che da una parte si trova in mezzo (tra tecnici e utenti,tra famiglie e istituzione), dall’altra si trova al di sotto (dei tecnici), si trova facilmente ad assumere in modo piuttosto acritico frammenti, parti, segmenti dei loro linguaggi. Così, per esempio, si ritrovano educatori che piuttosto che descrivere un comportamento emettono una diagnosi, o ancora di più che faticano a formulare una certa domanda perché‚ non riconoscono dignità alle parole (e quindi mancano dei concetti corrispondenti) che servono a identificare un problema all’interno di una situazione quotidiana.

Difficoltà strutturali
Si tratta di un problema di carattere epistemologico: il linguaggio che glieducatori impiegano per dire deve avere un riscontro e nascere nella prassi quotidiana. Questa prassi è definibile in primo luogo come vicinanza e contatto (o contenimento e cura se si preferisce) con il cambiamento, con la sofferenza, con la diversità, con il bisogno. Ciò significa che il contenuto principale che il linguaggio degli educatori veicola è una fluttuazione di emozioni, sentimenti, ansie, paure e desideri, da un soggetto a un altro. Quando un educatore dice il suo lavoro non parla di oggetti separati da sé‚ ma parla di qualcosa che si dà tra sé‚ e un altro, dice anche di sé.
Per avvicinarsi al linguaggio degli educatori occorre quindi in primo luogopartire dai soggetti che ruotano intorno agli educatori, perché‚ è a questi che l’educatore dice, e sono questi che all’educatore dicono; in secondo luogo occorre interrogarsi sulle implicazioni della specificità della situazione educativa.

Il linguaggio dei tecnici
Il linguaggio dei tecnici è per definizione tecnico/scientifico. È cioè sufficientemente astratto e denotativo perché‚ lo si possa utilizzare in contesti differenti e indipendentemente da un individuo particolare. Per semplificare la comprensione, si può opporre il tecnico all’artigiano: il tecnico può trasmettere il suo sapere attraverso il linguaggio perché‚ tutto quello che sa o fa è definibile a parole e concetti, l’artigiano no, l’artigiano può trasmettere il suo saper fare solo attraverso l’esempio, l’imitazione e l’osservazione prolungata dell’allievo. L’artigiano non esaurisce quello che lui sa fare nel linguaggio verbale. Questo succede perché‚ nellavoro dell’artigiano è presente una componente di corporeità e di esperienza specifica che non è trasmissibile a parole.
Il linguaggio tecnico/scientifico ha anche altre caratteristiche: è preciso, è coerente, consente di identificare chiaramente e quindi distinguere il soggetto dal suo oggetto, consente di formulare ipotesi e di verificarle, porta adanalizzare la realtà in modo operativo, cioè in modo da poter intervenire su di essa per modificarla intenzionalmente.
I tecnici dei servizi educativi in genere sono psichiatri, pedagogisti, psicologi. Dire che i rispettivi linguaggi corrispondano esattamente a quanto detto sopra sarebbe una forzatura, tanto più che in alcune di queste discipline esiste una seria riflessione a carattere epistemologico che investe anche i problemi a cui si fa riferimento. Rimane comunque vero che, almeno formalmente, i tecnici dei servizi educativi dispongano di linguaggi codificati e riconosciuti, fatti di teorie, ipotesi e dizionari.

Il linguaggio dell’istituzione
Per istituzione si intende qui l’istituzione pedagogica o terapeutica. Il suo linguaggio è per definizione quello dei progetti, degli obiettivi e delle strategie e di norma è un linguaggio scritto. È quindi un linguaggio rigido, contestualizzato, specifico e per quanto possibile, operativo.
Il linguaggio dell’istituzione ha due implicazioni fondamentali: consente diverificare costantemente ciò che si sta realizzando confrontandolo con ciò che si aveva intenzione di realizzare e quindi dà la possibilità di correggere l’azione nel suo corso.
Crea una doppia illusione sul tempo: da una parte la scrittura, la definizione di procedure, di passi successivi, di obiettivi, producono un oggetto (il lavorare e l’oggetto del proprio lavoro) che si blocca all’immagine che ne vienedata ad un certo momento (cioè al momento della stesura del progetto). Dall’altra la logica progettuale porta a ragionare come se fosse possibile una gradualità, mentre i processi di apprendimento e di cambiamento (a cui fanno riferimento gli educatori) non sono quasi mai graduali, né‚ seguono una logica riconoscibile; al contrario sono spesso improvvisi, contengono una certa dose di violenza e sono spesso difficilmente comprensibili.
Per il lavoro degli educatori il senso della presenza di un progetto non è semplicemente di carattere produttivo: il fatto di avere cioè un riferimento in qualche modo oggettivato con cui confrontarsi non dovrebbe rispondere solo ad una logica di razionalizzazione della produttività, come potrebbe essere in una fabbrica di automobili, ma dovrebbe rispondere alla necessità di mantenere un riferimento terzo rispetto a tutte le soggettività coinvolte nel processo educativo. Dovrebbe avere cioè una funzione molto simile (ma ad un altro livello) a quella del quadro normativo esplicito che definisce il setting o il contesto nel quale si lavora. In questo preciso senso il progetto, o la semplice definizione degli obiettivi e delle strategie, sono strumenti utili ed essenziali, ma a condizione che oltre ad essere punti di riferimento, siano anche oggetti criticabili, così come devono poterlo essere le varie istanze soggettive. Il limite e la difficoltà del linguaggio dei progetti sta nella sua forma e nella sua storia: è scritto, è per forza di cose unidimensionale rispetto alla realtà da cogliere (tutto è descritto in termini di bisogni/risorse, problemi/soluzioni, obiettivi/strategie) e quindi la semplifica indebitamente. Per queste sue caratteristiche è difficile da criticare.

Il linguaggio delle famiglie
Vi è un altro soggetto importante che, essendo coinvolto nella realtà dellavoro degli educatori, li attornia. È  il soggetto che delega le sue naturali funzioni di cura, di educazione, di aiuto, di vicinanza. In genere questosoggetto è la famiglia. Essa però è anche il luogo sociale di sintesi di un soggetto più grande o almeno di altri soggetti che si incrociano con essa: il quartiere, il paese, la scuola, il gruppo di amici, i vicini di casa, il luogo di lavoro. In altre parole è il sociale. È quella parte specifica di sociale acui appartiene l’utente, ed è quello stesso sociale a cui più genericamente appartiene l’educatore, e ancora lo stesso che più genericamente produce elegittima l’istituzione.
La famiglia che delega in realtà non è solo la famiglia, ma è la famiglia, più il vicinato, più il datore di lavoro, più il gruppo di amici; essi non si limitano a chiedere qualcosa per la persona handicappata, tossico dipendente,folle, chiedono qualcosa anche per se stessi. Chiedono per la precisione che cessi o diminuisca la fatica di una vita con un figlio completamente dipendente, che cessino i furti in casa o il terrore-desiderio di una morte improvvisa, che cessi di essere visibile lo scandalo della follia, cioè della negazione effettiva e attuata della normalità. La dimensione sociale di questo soggetto, il suo potere legittimante sia indirettamente nei confronti del ruolo dell’educatore, sia direttamente nei confronti dell’istituzione, fa si che questa seconda domanda sia in realtà un mandato, ed in particolare un mandato che è interiorizzato anche dall’educatore dal momento che egli stesso appartiene a questo sociale.
Il mandato e la delega sono due atti sociali e comunicativi che, nello specifico, implicano posizioni relazionali differenti. La delega si conferisce dal basso: una famiglia chiede ad una istituzione di occuparsi di un suo membroe, qualche volta, ha un piccolo margine di contrattazione; ma maggiore è il suo bisogno e maggiormente dovrà accettare le condizioni poste dall’istituzione. D’altra parte se è vero che è il sociale a legittimare l’istituzione, allora le richieste che questo fa per sé‚ (che sono fondamentalmente di ripristino della normalità) assumono il valore di un mandato, mandato per il quale l’istituzione era nata, mandato che l’educatore ha già interiorizzato, mandato che pone la famiglia in una posizione di superiorità rispetto all’istituzione.
Di qui due ipotesi: questo trovarsi contemporaneamente up e down sia da parte della famiglia, sia da parte dell’istituzione è all’origine di una serie di problemi di rapporto tra questi due soggetti. L’interiorizzazione da parte dell’educatore di un mandato contemporanea alla assunzione di una delega all’interno del suo ruolo provoca anch’essa una serie di atteggiamenti contraddittori, se si è in assenza di una consapevolezza critica del proprio linguaggio e del proprio ruolo.

Il linguaggio degli educatori
Il linguaggio degli educatori, quello cioè che gli educatori usano per dire, è dunque un insieme eterogeneo e tendenzialmente disarticolato di altri linguaggi.
Il linguaggio ordinario che potremmo definire una “riserva di buonsenso” che a volte è necessaria e utile e altre volte è di impedimento alla comprensione e all’azione.
Il linguaggio dell’istituzione che emerge con evidenza quando si comincia a parlare di verifica degli obiettivi o di protocolli di osservazione.
I linguaggi tecnici della pedagogia, della psicologia (in particolare quella sistemica), della medicina, del diritto, qualche volta della sociologia e della psicanalisi.
Ma insieme a questi linguaggi esiste almeno in stato embrionale un linguaggio specifico degli educatori?
Interrogarsi sull’esistenza di un linguaggio specifico degli educatori significa interrogarsi sulla specificità dell’oggetto del loro lavoro. Il lavoro degli educatori è in primo luogo un lavoro di relazione che risponde al bisogno-desiderio di relazione nel presente di una persona.
Il linguaggio degli educatori è quello capace di comunicare ed esprimere qualcosa che si dà nel presente, dove il presente è il presente di una relazione tra persone o gruppi, dentro un contesto che è allo stesso tempo istituzionalità e quotidianità.
In questo linguaggio la descrizione precede la spiegazione, la connotazione precede la denotazione, la memoria è più utilizzata dell’astrazione, la spiegazione è più una ricerca di significati che di cause, la denotazione serve più a rendere possibili dei confronti che a emettere delle diagnosi o incasellare i fenomeni in categorie.
Il linguaggio degli educatori, diversamente da quello dei tecnici, non tende a categorizzare ma a descrivere, non identifica con precisione un oggetto ma aderisce alle fluttuazioni della relazione tra sé‚ e un altro; non spiega un episodio ma lo racconta; l’educatore, per dire, sforza la memoria, il tecnico sforza la sua competenza a collegare informazioni che stanno su differenti piani di astrazione; ma la cosa enormemente più importante è che il soggetto educatore che dice, dice di sé, anche se di sé‚ in un altro momento.
Un esempio: per il tecnico la parola “contenimento” indica una serie di azioni che hanno un determinato scopo: una interpretazione ben data ad un utente molto ansioso può avere una certa capacità di contenimento, così come può averla una benzodiazepina o il comportamento rassicurante di un educatore.
Per un educatore “contenimento” è un fatto più o meno quotidiano che si dà tra sé‚ e un altro e che è prodotto da, comporta, e rinforza un clima di vicinanza e di reciproca comprensione. Quando un tecnico parla dicontenimento parla o di un concetto o di uno strumento; quando ne parla un educatore, questi parla di sé, o, per essere più precisi, parla di unaqualità o di uno stato della sua relazione con l’utente.

La comunicazione tra educatori e famiglie
Un secondo esempio nel settore della tossicodipendenza è una tipica e semplicissima domanda che i familiari rivolgono agli educatori e che mette gli educatori in estremo imbarazzo: “come sta mio figlio?”. L’idea di star bene per un familiare deve corrispondere più o meno ad una condizione di una certa serenità d’animo, di ragionevole rispetto delle condizioni richieste per la permanenza e di un buono stato di salute. Nei servizi residenziali per la tossicodipendenza non solo è piuttosto rara la compresenza di queste tre condizioni, ma è certo che ove queste fossero la norma, i servizi stessi non avrebbero ragione di esistere.
Inoltre, nella visione dell’educatore, la famiglia del tossicodipendente è quasi sempre una parte importante del sistema patologico ed è parzialmente e implicitamente utenza presa in carico.
Per l’educatore la domanda che potrebbe corrispondere a “come sta mio figlio” è “questo utente si sta impegnando?”. Un utente che si impegna o che si sforza all’interno di un centro residenziale per  tossicodipendenti è una persona che non sta affatto bene, che probabilmente è nervosa e non dorme la notte, ma che impiega le sue energie per costringere sè stesso a rimanere all’interno di una situazione normativa e relazionale per lui difficilmente tollerabile.
Bisogna rilevare che gli educatori in genere si rivolgono alle famiglie utilizzando il linguaggio in termini professionali per comunicare delle informazioni; invece le famiglie si rivolgono agli educatori in termini affettivi per ottenere una attenzione particolare e personalizzata per i loro figli, per rinforzare una immaginaria o reale collusione che di volta in volta ha come “nemico” o l’utente-figlio stesso, o l’istituzione vista come cattiva, o un certo psichiatra incapace, o un altro educatore. Qui non si trattatanto di sottolineare gli scopi di questi linguaggi, quanto piuttosto di sottolineare la differenza e l’incomunicabilità dei registri che vengono utilizzati: professionali e distaccati gli educatori, affettivi e personalistici i familiari.

Il rapporto con gli utenti
Un’altra direzione del dialogare degli educatori è quella che conduce agli utenti. Il loro linguaggio è apparentemente identico a quello dei familiari; si  tratta di una semplificazione dovuta al fatto che non si dispone delle categorie capaci di leggere e schematizzare il linguaggio della sofferenza, o della debolezza. Occorre prendere in considerazione un’idea presente in questo linguaggio e confrontarla con quella (non) corrispondente degli educatori: l’idea di cambiamento.
Per gli educatori l’idea di cambiamento si articola fondamentalmente su due poli: uno è la “devianza”, l’altro è la “normalità”. In mezzo ai due poli c’è un iter terapeutico, un progetto pedagogico, una stradadi cambiamento.
La devianza può essere uno stato di sofferenza, di insufficienza di competenze, di insufficienza di risorse. La normalità è un idea di salute in genere non meglio precisata, ma affidata appunto ai significati intuitivi e non criticati già presenti nel linguaggio. Gli educatori in genere sanno per esperienza che il processo di cambiamento è doloroso, ansiogeno, ha poco di romantico e molto di antipatico.
Per l’utente l’idea di cambiamento è a due livelli, uno superficiale e uno profondo. A livello superficiale il cambiamento è il passaggio da uno stato di malessere/insufficienza ad uno stato di benessere/sufficienza. In questa idea è molto presente la percezione della sofferenza in atto mentre in genere è assente la consapevolezza della sofferenza o della fatica insita nel processo di cambiamento, sofferenza-fatica che è di tipo nuovo e quindi spaventa anche di più. A livello profondo il cambiamento è un cambiamento di identità, e un cambiamento di identità equivale ad un suicidio dell’anima.
A partire da questa differenza di significati, tra educatori e utenti, in assenza di una riflessione critica e di una elaborazione comune, si danno tutta una serie di difficoltà; il fenomeno più evidente e comune è che l’utente comincia ad incolpare l’educatore del fatto che sta male come prima o peggio di prima, mentre l’educatore comincia a dire o pensare: “ma allora sei tu che non vuoi cambiare!”.
Ecco un esempio di cosa si intende per disarticolazione ed eterogeneità del linguaggio degli educatori.
Tra gli effetti più visibili di questo stato di cose si possono ricordare l’insoddisfazione, ovvero la difficoltà a esprimere e comunicare che è difficoltà a cogliere la sostanza della sua fatica quotidiana, quella per la quale è pagato; la subalternità rispetto a chi è visto (con maggiore o minore precisione) essere proprietario di un linguaggio, può produrre a volte anche invidia nei suoi confronti e quindi ulteriore difficoltà ad apprendere e a comunicare.
A questo vanno aggiunte le limitazioni nello svolgimento dei propri compiti, quando questi sono osservazione e comprensione di ciò che accade.
Queste difficoltà, questo sforzo supplementare richiesto all’educatore, producono però anche effetti positivi come una acquisita capacità a comunicare in linguaggi completamente diversi e conseguentemente a collegare tra loro domande e risposte, problemi e risorse, sofferenze e cure che rimarrebbero altrimenti distanti tra loro.

La mediazione culturale

Il mediatore, etimologicamente parlando, può essere un’individuo che ha lafunzione di avvicinare due parti, un "intermediario"; o,pedagogigamente parlando, uno strumento ("oggetti, materiali,

 

ruoli,compiti, consegne, spazi, ecc.") che facilita la relazione traeducatore/altri e utente/individuo.
Ogni tipo di relazione usa, a volte in maniera inconscia ed automatica, a volteconsapevolmente, dei mediatori. Quando due individui entrano in relazione, hannobisogno di elementi in comune che rendano possibile la comunicazione.
Rispetto ai percorsi educativi l’uso di mediatori, come definiti da Canevaro (1)- a volte consapevole e finalizzato fin dall’inizio, a volte analizzato everificato a posteriori – appare strumento fondamentale. D’altra partel’educatore è sempre, a sua volta, un po’ mediatore, dato che cerca di favorirelo sviluppo delle autonomie di un individuo disabile rispetto ad un mondo,fisico, sociale e di relazione, che usa codici e regole che non sempre tengonoin considerazione le diversità.
Johnson e Enwereuzor del Cospe (2) definiscono il mediatore linguisticoculturale come colui che deve "facilitare la comunicazione e lacomprensione, sia linguistica che culturale, fra l’utente di etnia minoritaria(e, per estensione, una comunità di etnia minoritaria) e l’operatore di unservizio pubblico, in un contesto di poteri ìmpari, rispettando i diritti ditutte e due le parti interessate". Caratteristiche fondamentali delmediatore linguistico culturale sono quelle di appartenere ad un’etniaminoritaria, di essere un operatore "neutro", chiamato dal servizio asvolgere funzioni di interpretariato, sia linguistico che culturale, rispetto apersone che non conosce.
Nei contesti reali è difficile svolgere il proprio ruolo così come teorizzato,soprattutto per quello che riguarda il concetto di "neutralità".Esiste una certa difficoltà all’imparzialità in contesti in cui è evidenteun’incomprensione culturale e sociale forte, e soprattutto, un diverso livellodi potere. Occorre fare attenzione a non esercitare violenza culturale neiconfronti dell’etnia minoritaria. Un rischio forte è quello che nel fornireinformazioni rispetto ai diritti e ai doveri del cittadino ed al funzionamentodei servizi, il mediatore possa orientare forzatamente alcune condotte e alcunescelte, trascurando altre opzioni possibili, condizionato dagli orientamenticulturali e sociali dominanti; anche quando questi non siano imposti dalla leggeitaliana ma solo sanciti dal costume (per esempio se una donna di etniaminoritaria vuole partorire in casa, come è costume della sua gente, ilmediatore deve assicurarsi che le siano date tutte le informazione necessarie agarantirle il diritto di scelta).
Il mediatore culturale deve essere consapevole della situazione di potere in cuisi trova, e deve sempre fare attenzione a fornire tutti gli strumenti necessariperch‚ il singolo possa decidere liberamente.

 

Quando il mediatore è un italiano

Altro concetto di mediatore culturale è quello nato dall’esperienza pressole comunità zingare di Bologna. In questo caso il mediatore non è di etniaminoritaria e non si limita a facilitare l’interazione tra due sistemi culturalidiversi attraverso l’interpretariato culturale ed il fornire informazioni, ma sipone come strumento di sostegno in questo percorso di interazione. Lavora conuna comunità e quindi con individui di tutte le fasce di età, per cercare difavorire il percorso sia del singolo che dell’intera comunità verso ilsoddisfacimento dei propri bisogni.
Per fare ciò diventa fondamentale costruire un rapporto di conoscenza e fiduciacon l’individuo e la comunità. D’altra parte anche il rapporto col mediatore,che è egli stesso rappresentante del mondo esterno, in quanto non appartieneall’etnia, diventa modello di un possibile dialogo.
Caratteristica fondamentale di un intervento di questo genere è il mantenimentodi un giusto equilibrio tra la necessità di essere imparziali e la difficoltàa sostenere un ruolo del tutto neutrale. L’educatore/mediatore si trova da unlato a intrattenere con l’utente un particolare rapporto di fiducia, dall’altrorimane sempre un elemento esterno, il cui ruolo esige una posizione disostanziale imparzialità. L’utente, soprattutto in situazioni di forte tensioneemotiva e psicologica, tende a volte a delegare all’educatore un ruolodecisionale che l’educatore non può e non deve assumere. Mantenere un giustoequilibrio tra il coinvolgimento personale, indispensabile ad una relazionefunzionante, e la necessaria imparzialità è, a volte, molto difficile.
Probabilmente, rispetto al ruolo e alla funzione del mediatore/educatore pressole aree di sosta, essere imparziali significa riuscire a mantenere un equilibriotra coinvolgimento ed estraneità che passa attraverso fasi e momenti alterni,piuttosto che attraverso una condotta statica ed immutabile. A momentil’educatore condivide chiaramente la posizione dell’utente; in altri momenti,invece, è interprete e sostenitore, anche deciso, di regole sociali egiuridiche imposte dalla relazione col mondo esterno.
L’educatore/mediatore non si limita a dare informazioni, ma sostiene anche ilsingolo in un percorso educativo. L’educatore progetta insieme all’utente ed aiservizi un percorso mirato e stabilisce con l’utente una relazione individualeche lo porta ad essere a sua volta un modello, poich‚ molte indicazioni dicarattere generale vengono veicolate in prima istanza dalla relazione stessa,che diventa una sorta di laboratorio all’interno del quale si sperimentanoempiricamente possibili percorsi di rapporti con gli altri.

Note

(1) A. Canevaro (a cura di), La formazione dell’educatore professionale.Percorsi teorici e pratici per l’operatore pedagogico, Ed. La Nuova ItaliaScientifica, Urbino, 1993
(2) Cospe, Atti del seminario, Immigrati/Risorse. La figura del mediatoreculturale, le prime esperienze ed i percorsi formativi a confronto, Bologna, 13ottobre 1993

Azioni comunicative

La comunicazione: alcuni spunti per cominciare.

. Lo sfondo comunicativo è il terreno su cui giochiamo le nostrepossibilità di riconoscersi e di essere riconosciuti nella nostra identità,frutto di storia, competenze, attitudini, e di condividere il senso diappartenenza ad una comune umanità
. Costruendo una trama di comunicazioni significative (ascolto e parola, pause eriprese) i genitori aiutano il bambino piccolo a conoscere, distinguere,collegare: a muoversi nel mondo fisico e sociale che lo circonda.
Comunicare è orientare l’altro rispetto al mio modo di interpretare la realtà,è un processo di messa in comune che, a partire da esperienze diverse, crea unarealtà nuova: la relazione comunicativa, ponte che stabilisce legami e apre viedi conoscenza reciproca.
La comunicazione è lo strumento principale delle professioni educative esociali, cioè di tutte quelle professioni che lavorano con e per la relazioneinterpersonale. Gli interventi di sostegno, educazione, cura passano attraversoi nodi comunicativi, esplorandone le possibilità e subendone le sconfitte.
Ogni processo di acquisizione di conoscenze per realizzarsi in modo maturo edurevole si deve poggiare su di un clima comunicativo che le persone sentonocome positivo; ogni progettazione educativa, con adulti e bambini, deve averealla base un atto comunicativo reale, che dimostri attenzione e ascoltoreciproco, pena il rischio di scollarsi radicalmente con il percorso di vita delsoggetto per cui era stato pensato.
Nel bagaglio professionale, di educatori, operatori sociali e sanitari,insegnanti l’attenzione alle pratiche comunicative diventa garanzia di qualitàper le azioni che si producono e disponibilità a costruire contesti diconversazione dove ogni soggetto può esprimere, con modalità proprie, lerelazioni che intesse col mondo.
Per tutti noi, donna o uomo, sano o malato, è vitale essere dentro ad una retedi comunicazioni che riescano a farci esprimere, assumere il ruolo diascoltatori attenti, di mediatori di significati, di soggetti realmentecoinvolti e considerati. Questo all’interno di un quadro dove risaltal’impossibilità di non comunicare e la complessità-molteplicità delle forme edei modi del comunicare.
Per ragionare su questi elementi abbiamo scelto alcuni punti di accesso, checostituiscono i temi di questo spazio per il 1996.
In sintesi sono queste le questioni che, almeno in parte, vogliamo mettere afuoco intorno al nucleo della comunicazione:
una partenza introduttiva che vuole mettere in rilievo, attraverso i contributidel pensiero di studiosi importanti, alcune linee di fondo rispetto allaqualità dell’azione comunicativa;
la mediazione culturale, strumento per favorire lo scambio nelle situazionidifficili, tra culture diverse;
le "parole" dell’adulto e le "parole" del bambino, comecomunicano i grandi e i piccoli, quali tracce, segnali, riscontri significativi;
educatori e racconto: comunicare l’esperienza della relazione. Accostarsi allastoria dell’altro nella reciprocità dell’incontro;
il clima di classe: le pratiche di comunicazione a scuola;
comunicazione globale: i media e la qualità del vivere sociale. Prospettive edomande aperte.

1. Meno stato più solidarietà

a cura di Fabio Casadei

La riforma dello Stato sociale è, di questi tempi, al centro di un intenso dibattito che coinvolge politici, imprenditori e sindacati. Ecco come il prof. Stefano Zamagni, preside della Facoltà di Economia dell’Università di Bologna, pensa che dovrà essere ridisegnato il modello italiano di Wefare State.

Professor Zamagni, quale concezione di Stato sociale ha in mente e chisono i più deboli nella società di oggi?
I più deboli sono i nuovi poveri. La nuova povertà non è dovuta a una povertà di risorse, ma a una povertà di diritti. I nuovi poveri sono coloro aiquali non viene riconosciuto accesso ai diritti di cittadinanza. Da ciò si ricava che lo Stato sociale non può più essere quello di un tempo, cioè uno Stato che si limitava alla ridistribuzione delle risorse, ma deve tendere ad allargare le sfere di inclusione. In altre parole lo Stato deve farsi carico dell’attribuzione di diritti quali, in particolare, quello di cittadinanza, quello alla salute, quello all’istruzione, quello, soprattutto, alla copertura dal rischi (tema della previdenza). A differenza del passato, la concessione di questi diritti non passa più attraverso la semplice ridistribuzione di genere odi reddito, ma attraverso un’azione tendente alla liberazione. Non basta che ilsistema di previdenza dia più soldi: bisogna mettere le persone in condizione di pensare ai propri bisogni durante l’intero corso di vita, agendo con un tipo di educazione permanente. Si tratta, cioè, di garantire quell’accesso allenuove tecnologie senza il quale l’elargizione di più soldi non potrà maiconsentire, a chi continua a essere tenuto nell’ignoranza, di uscire dalla propria condizione di emarginazione.

L’attuale modello di Welfare State italiano instaura un collegamento trabenessere e lavoro perché‚ si preoccupa di tutelare, principalmente, coloro che sviluppano diritti in virtù del loro nesso col salario e della loropartecipazione alla vita lavorativa. Crede sia giunto il momento, quindi, dipassare ad un’allocazione delle risorse ai cittadini fatta sulla base di criteri universalistici e non legati alla posizione sul mercato del lavoro?
Il vecchio modello di Wefare è strutturato sulle esigenze di una societàfordista, dove il cittadino è automaticamente un lavoratore. La novità della società post-fordista è che si è rotto il legame tra il posto di lavoro e l’attività lavorativa: il lavoratore, cioè, non è più identificato dal posto di lavoro che occupa. Continuare con la vecchia impostazione fordista, pertanto, rischia di lasciare ai margini intere fasce di cittadini che, non avendo un posto fisso di lavoro pur svolgendo attività di lavoro, non vedono garantito loro un trattamento adeguato a fini previdenziali. Il risultato è l’attuale drammatica bipartizione tra gente supertutelata da un lato e gente non tutelata dall’altro.

Pensa, quindi, che possa divenire attuabile la previsione di specifiche indennità a favore, per esempio, di giovani in cerca di prima occupazione, figli naturali e persone in stato di disagio? In questo caso la via per reperirele risorse necessarie passerebbe più per il riequilibramento del sistema previdenziale o per l’aumento del grado di flessibilità del mercato del lavoro?
La flessibilità del mercato del lavoro è indispensabile: il problema, però, è come realizzarla. Pur essendo il mercato del lavoro italiano tra i più flessibili d’Europa, tale flessibilità si dimostra inadeguata. La vera flessibilità ha altri scopi rispetto a quelli del licenziamento odell’assunzione: rendere possibile un’alternanza tra periodi lavorativi e periodi di formazione. Una flessibilità intertemporale, insomma, che consenta atutti di formarsi in maniera continuativa. L’ipotesi del reddito minimo di cittadinanza consiste nell’abbandonare la situazione attuale, a cominciare dal contratti di formazione-lavoro, per dare a tutti i cittadini un reddito minimoche sostituisca ogni altra forma di indennizzo. È sicuramente il punto d’arrivo, ma ci vorrà ancora un po’ di tempo prima che si arrivi a riconoscere a ogni soggetto, nel momento in cui arriva alla maggior età, la titolarità di un reddito minimo che serva al suo sostegno. Penso a una cifra base, peresempio, di 600.000 lire mensili esentasse, la cui erogazione verrebbe sospesa nel momento in cui il soggetto trovasse lavoro e riassegnata nel momento del suo eventuale licenziamento, in luogo dell’attuale ricorso alla cassa integrazione. In questo modo lo stesso ruolo della famiglia si rafforzerebbe, dal momento che tutti i fruitori di un reddito minimo verrebbero incentivati ad aggregarsi dalla convenienza a dividere le spese.

Quale ruolo potrà assumere il non profit nel ridisegnare il nuovo modello di Stato sociale?
Il non profit avrà un ruolo fondamentale nella misura in cui rappresenterà l’elemento portante del modello di economia civile. È indispensabile, infatti, creare una forte economia civile in grado di complementizzare, affiancandola, l’economia privata. Il non profit rappresenta l’espressione, sul fronte economico, della capacità di organizzazione della società civile. Esso costituisce, quindi, quella sfera che dovrà ereditare e occupare gli spazi rimasti vuoti in seguito al ridimensionamento dell’intervento dello Stato.