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Autore: admin

Un orco come papà

a cura di Maura Forni, dirigente regionale per le politiche sociali e socio educative

Caro diario, di nuovo lunedì.
Oggi è la prima vera giornata di autunno…
Chissà come sarà il futuro? Ogni tanto me lo chiedo. Penso alla piccola Dorrie, naturalmente, non a me e a Jeff. A proposito, oggi sono sei anni esatti che sta assieme a noi…
Una specie di secondo compleanno. Il giorno in cui è nata e il giorno in cui l’abbiamo adottata. Ricordo perfettamente l’emozione mia e di Jeff. Non si sapeva quand’era nata, né dove. Era stata una guardia notturna a trovarla in un bottino della spazzatura. Era bianca, forse di origine ispanica. Nera o gialla sarebbe andata comunque bene. Dal momento in cui la nostra impossibilità di avere figli era stata accertata non avevano desiderato altro. Appena usciti dall’istituto, Jeff, stringendola tra le braccia ha esclamato: – Nella spazzatura! Sembra una favola di quelle che pubblichi tu!
Una favola, già! Proprio di questo abbiamo parlato nella riunione redazionale di oggi. Dobbiamo aprire una nuova collana per i bambini tra i sei e i dieci anni. Laurie, la mia socia, sostiene che è il momento di tirare fuori storie terrificanti. E’ questo che vogliono i bambini, mostri, streghe, giganti con la bava, patrigni terribili e carnivori. Io naturalmente sono contraria. Penso che ai bambini bisogna offrire il meglio, farli sognare: sono così teneri, fragili, ricchi di fantasia…
Sono le dieci di sera adesso. Il pomeriggio è andato secondo il programma. A letto a guardare la pioggia cadere, a raccontare fiabe; ci siamo alzate appena verso le cinque. Dorrie doveva fare un compito scritto per domani. Tema “Il mio papà”. Lei che ha tanta facilità a scrivere, questa volta mi guardava smarrita, con la penna sospesa in aria sopra il figlio bianco. Così l’ho aiutata. Capisco, ho detto, che non sai cosa scrivere; il papà è talmente meraviglioso che è difficile trovare un argomento da cui cominciare. Le ho suggerito poi di scrivere che faceva l’avvocato, che difendeva sempre i poveri, somigliava a Robin Hood in qualche modo: alto, forte, così forte che avrebbe potuto soffocare un elefante con due dita o sollevarci entrambe sopra la balaustra del balcone senza nessuno sforzo, come se fossimo due fogli di carta. Allora, vinta la perplessità, ha iniziato a scrivere, ha scritto per un’ora intera, concentrata e attenta.
Jeff, questa sera, non è venuto a cena; il lavoro certe volte lo assorbe a tal punto che non ha neppure il tempo di telefonarmi…
Caro diario, oggi sono tornata alla casa editrice. Alle nove abbiamo avuto una riunione per quella famosa collana. Laurie insiste con le sue idee e io non cedo con le mie. Ieri sera, prima di andare a dormire sono passato a controllare il sonno di Dorrie. Dormiva come un cucciolo stanco e felice, aggrappata al suo orsacchiotto. Così, con quell’immagine in mente, ho spiegato a Laurie che lei, non avendo figli, certe cose non le può comprendere.
Non si può turbare la loro serenità con assurde storie di mostri. Sul momento ha incassato con un sorriso neutro e non ha risposto niente; solo più tardi, alla fine della riunione, mi si è avvicinata e, con le labbra strette, mi ha chiesto cosa mi era fatta sull’occhio.
Le ho risposto la verità, che ero caduta per le scale. Allora lei ha alzato le spalle e ha detto stupita: – Ti succede un po’ spesso ultimamente, no? Non avrai mica qualche problema al labirinto?…
Dopo pranzo ho lasciato la casa editrice alle tre. La nuova maestra di Dorrie mi aveva chiamato per un colloquio. Non mi sono preoccupata troppo. Sapevo già quello che voleva dirmi. La bambina è magra, disattenta, sembra deperita. Non è la prima volta che succede. Ho ripetuto a questa maestra ciò che avevo già detto alle altre: non si sa da chi sia venuta al mondo, le prima ore le ha trascorse tra i detriti, nel disagio più totale. E’ abbastanza comprensibile che non sia proprio uguale agli altri bambini. Ci siamo lasciate da buone amiche… Venerdì, caro diario! Un’altra settimana è passata! In pochi giorni l’autunno è diventato inverno. … Alla casa editrice per tagliare la testa al toro ho fatto una massa a sorpresa: ho detto che il primo libro della collana l’avrei scritto io…
Sabato e domenica sono trascorsi in un soffio, come sempre. Sabato c’era il sole e così, con Jeff, abbiamo deciso di fare una gita in campagna. L’aria era fredda, pungente.
Dorrie non ama andare in macchina, non era d’accordo. Piagnucolava. Così, a metà del percorso, Jeff ha fermato la macchina, l’ha fatta scendere e le ha proposto, dato che le piacevano tanto i cani, di viaggiare nel bagagliaio. L’ha chiusa dentro e abbiamo proseguito tranquillamente il viaggio; ogni tanto, chiacchierando, sentivamo dal fondo dell’auto una specie di abbaiare sordo. Abbiamo riso. La piccola è così spiritosa. Faceva finta davvero di essere un cane.
Pranzo in una trattoria rustica. Ho detto a Jeff la mia idea di scrivere un libro per la collana. Si è entusiasmato. Ha detto che invece di arrancare nella fantasia avrei potuto scrivere la vera storia di Dorrie. E’ un’ottima idea: la sua è proprio una storia a lieto fine. Una vera fiaba…

Caro diario, di nuovo lunedì! Gli psicologi dicono che esiste una sindrome specifica di tale giorno. Dopo il relax del week-end tutti i sensi soffrono di una specie di torpore, un rifiuto a iniziare la settimana di lavoro. Temo che abbiano ragione! Questa mattina, infatti, sono andata a sbattere dritta contro la mensola accanto al frigo, contro lo spigolo della mensola, naturalmente. Un taglio sulla tempia piuttosto cruento. Ho cercato di tamponarlo con del ghiaccio prima che si svegliasse Dorrie. Jeff si era già alzato ed era in bagno. Quando Dorrie è venuta in cucina le ho ricordato il permesso della scuola di danza. Ha detto: – Dopo colazione – ma anche dopo colazione non voleva andare dal padre. Ho dovuto accompagnarla io davanti alla porta del bagno, posare le sue piccole nocche contro il legno.
Jeff non l’ha sentita subito: radendosi cantava a squarciagola.
Quando finalmente ha aperto la porta, l’ha fatto con un impeto tale che per poco Dorrie non è ruzzolata ai suoi piedi. Li ho lasciati soli e sono andata a vestirmi. Mentre chiudevo la cerniera della gonna ho sentito Jeff ripetere forte: – Ce l’hai o non ce l’hai la voce?!
Poi Dorrie deve aver trovato il coraggio di domandargli di fermare il permesso. Jeff, infatti, ha iniziato a modulare allegramente le note di un valzer. Passando davanti al bagno ho sbirciato dentro e ho visto che stavano ballando. Lui l’aveva sollevata con le sue braccia forti, la faceva piroettare in aria, quando cadeva la raccoglieva a terra e la lanciava in alto un’altra volta. Appena dopo dieci minuti di gioco si è accorto di essere in ritardo sul suo solito orario. Ha salutato me e la bambina ed è uscito di corsa. Sono entrata nella stanza da bagno. Dorrie stava ancora distesa nella vasca. Emozionata, sfinita. Dall’espressione dei suoi occhi ho capito che non aveva le forze per andare a scuola. Per una volta ho acconsentito. Non sarà la fine del mondo! Neanch’io, del resto, oggi andrò in ufficio. Non vorrei che Laurie, vedendo la ferita sulla tempia, mi consigliasse di nuovo quel dottore del labirinto.
Sarà un ottima occasione per finire il pullover di Dorrie e iniziare quello della bambola. Ho cucito la prima manica e sta per finire la seconda. Dorrie non ce l’ha fatta ad alzarsi, ma ha voluto lo stesso che le mettessi il completo da ballo. Per infilarglielo ho dovuto deporre il lavoro a maglia. Era talmente stanca da non riuscire a muovere le braccia e le gambe. Devo dire a Jeff che non la ecciti più fino a questo punto. E’ una bambina troppo sensibile, basta un nonnulla per metterla in sobbuglio. Appena le ho tirato su la calzamaglia, infatti, si è sporcata; si è fatta tutto addosso come quando era piccola. Poi ha vomitato la colazione sullo jabot di pizzo. Ho preso uno straccetto umido e ho pulito tutto, appena l’ho deposto nel lavandino dalla sua bocca ha cominciato a uscire un filo di sangue, ho pulito anche quello. E’ sempre troppo ingorda quando mangia e questo è il risultato. Volevo sgridarla, ma quando mi sono chinata su di lei, mi sono accorta che dormiva. Pazienza, ogni tanto bisogna saper chiudere un occhio. Approfitterò di questa pausa per andare un po’ avanti con la fiaba. L’inizio è certo: il ritrovamento nella spazzatura. Ma la fine? Forse c’è qualche buona idea nel quadernino di Dorrie. Devo cercarlo.
“Dicono che gli orchi non esistono più invece gli orchi esistono ancora. Il mio papà di giorno è un avvocato e di notte un orco. Quando dormo e ho paura che la porta si apra, mi stringo a Teddy. Teddy è il mio orsacchiotto, siamo amici da sempre. Lui sembra di stoffa e invece se dico la propria parola e lo bacio sul cuore lui diventa vivo e più forte di qualsiasi cosa. Ogni sera Teddy mi promette che se viene l’orco mi difenderà. Ogni mattina io gli prometto che quando saremo grandi scapperemo insieme. Andremo su e giù per i boschi a cercare le more più dolci e il miele dove intingere le zampe. Saremo felici, allora, come in tutte le storie che finiscono bene”.
(Susanna Tamaro, “Per voce sola”)

Dopo aver letto il racconto di Susanna Tamaro non riuscivo a pensare “mi piace” e neppure “non mi piace”, sapevo soltanto che mi causava dolore, disagio, mi feriva… mi dispiaceva.
C’è una spaccatura forte tra ciò che si è portati a pensare all’inizio e ciò che si scopre alla fine, ci sono tracce lungo il percorso, ma siamo tentati di ignorarle, ci siamo identificati con una buona madre fin dalle prime righe e nell’ultima pagina ci troviamo trasformati in una mostro di falsità; ci sentiamo come ingannati, o peggio, scoperti nella parte peggiore di noi stessi.
Al mio orecchio di educatore il racconto parla, soprattutto, della violenza forte e subdola della falsità. Dell’insieme di tante, anche piccole falsità di mancanza di ascolto dell’altro utile a mantenere e rafforzare quella rappresentazione che, singolarmente o in gruppo, abbiamo deciso di mettere in scena.
Il campo educativo il rischio di mistificare, alterare o negare la verità di chi ci è affidato è sempre presente. Dietro ai bambini, ai loro bisogni ci si può nascondere facilmente, su di loro si possono proiettare progetti, fantasie e desideri; vederli e mostrarli come vogliamo che siano o pensiamo che debbano essere per una qualche convenienza sociale, per rispondere ad obiettivi prefissati, per farci fare “bella figura”…
Ci rendiamo complici l’un l’altro nel soffocare la voce dei bambini, la loro diversità, nel manipolarla e sottometterla agli interessi dei “grandi”. Quante volte anche la “pedagogia” serve da difesa per non incontrare i bambini (sapere già tutto di loro evita di doverli ascoltare). Ci permette di analizzarli troppo da vicino, con griglie dettagliate, o guardarli tanto da lontano, nelle indagini statistiche, da non vederne mai davvero nessuno.
Quanta “pedagogia” serve a noi adulti per teorizzare, scrivere, per combatterci o confermarci o serve gli interessi di mercato, ben lontani dagli interessi dei bambini.
Mi piacerebbe che potessimo partire dalla fine del racconto, dall’ascoltare Dorrie e tutti i suoi compagni… ne nascerebbe, spero, tutta un’altra storia.

Il piacere di mangiare formiche

a cura di Ghighi di Paola, conduttore radiofonico “Battiti” Radio3

E le stagioni continuavano a trascorrere, e nella carovana ci furono altri cambiamenti.
Ormai, era raro che Zena leggesse ad alta voce.
Lei ascoltava della musica o suonava la chitarra, o lavorava alacremente di cucito, occupandosi dei costumi per lo spettacolo e dei vestiti, in silenzio, mentre Horty se ne stava disteso sulla sua cuccetta, con il mento appoggiato a una mano, mentre, l’altra mano sfogliava rapidamente dei volumi…
Era sempre Zena a scegliere i libri, ma ormai si trattava di libri che andavano oltre le capacità di comprensione della nana. Horty leggeva tutti quei libri scientifici, pareva assorbirli, respirarli, immagazzinarli nella propria mente, racchiuderli là, come in una specie di immenso archivio senza fondo.
A volte Zena gli lanciava un’occhiata rapida, come affascinata, chiedendosi con sorpresa se egli fosse realmente Horty.. perché lui era Horty, ma era anche Kiddo, era un bambino, ed era una ragazza, la ragazza che, tra pochi minuti, sarebbe salita sul palco, davanti a un pubblico affascinato, e avrebbe cantato con lei, con la sua voce melodiosa. Horty era Kiddo, Kiddo che rideva gioiosamente degli scherzi di Cajun Jack, nel carrozzone della cucina, e aiutava Lorelei a indossare il suo, ridottissimo costume d’amazzone. Eppure, anche quando, rideva, o quando parlava in tono leggero di cose femminili, di reggiseni e di tutù e di altre piccole cose, Kiddo era Horty che prendeva in mano un romanzo d’amore, dalla copertina colorata e chiassosa, e si immergeva profondamente nelle astruse materie ch’erano celate da quel semplice accorgimento… libri scientifici, ponderosi trattati, ai quali venivano applicate delle false sovraccoperte, perché chiunque li vedesse pensasse che le letture di Kiddo erano adatte al suo aspetto… mentre in realtà si trattava di studi di microbiologia, di genetica, di opere sul cancro e sulla dietetica, sulla morfologia e sull’endocrinologia…Quando Zena portava i libri nel loro carrozzone, Horty l’aiutava a sistemare intorno a essi le false copertine, e l’aiutava a liberarsi nascostamente dei libri dopo averli letti… perché non aveva bisogno di conservare i volumi per consultarli, grazie alla sua memoria prodigiosa. Non le chiedeva mai per quale motivo la faccenda dovesse svolgersi con tanta segretezza. Le azioni umane non sono mai semplici… proprio come le mete umane non sono mai chiare…
La carovana era un mondo, un buon mondo, ma il prezzo che esso esigeva in cambio del bene più prezioso… quello di sentirsi a casa sua, quello di appartenere a qualcosa… era pesante e amaro. Il fatto stesso che lei considerasse quel mondo la sua casa, che vi appartenesse con il corpo e con l’anima e con la mente, sottintendeva, all’esterno, l’esistenza di un altro mondo, di un mondo grande e diverso, fatto di migliaia d’occhi sgranati e impietosi, di dita puntate, e di bocche socchiuse che dicevano:
“Tu sei diversa… Tu sei diversa …”
E c’era un’altra cosa, in quelle dita e in quegli occhi e in quelle voci. Tu sei un mostro.
Mostro!
Zena si girò, inquieta, nel letto.
Film e canzoni d’amore, romanzi e commedie… tutti, tutti parlavano di donne… di donne belle… capaci di attraversare una stanza in cinque passi, invece di quindici, capaci di chiudere il pomo della maniglia di una porta nella loro piccola mano.
Quelle donne… che venivano definite piccole e minute, loro! Potevano salire agilmente su un treno, invece che arrampicarsi come animaletti sui predellini troppo alti.
Quelle donne potevano servirsi di comuni forchette, al ristorante, senza che questo le obbligasse a strane contorsioni con la bocca. E quelle donne erano amate, e potevano scegliere. I loro problemi di scelta erano sottili, facili… piccole differenze tra gli uomini, che erano così insignificanti, così insignificanti da non contare nulla! Quelle donne non erano costrette a guardare un uomo, e a pensare, prima di qualsiasi altra cosa, istintivamente, Che impressione gli farò, io che sono un mostro?
Lei era cosi piccola, cosi piccola, e sotto tanti punti di vista. Era piccola e stupida. Era stata capace di amare una sola persona, e quell’unico essere al mondo per il quale aveva provato un vero sincero affetto, per colpa sua era stato messo in un mortale, pauroso pericolo… un pericolo che gravava come un’ombra ogni giorno, ogni minuto.
Lei aveva fatto tutto il possibile, tutto ciò che era stato in suo potere, ma non poteva avere la certezza di avere agito bene. Le sue intenzioni erano state buone, i suoi sforzi sinceri, ma come poteva essere sicura di avere fatto bene? Come? Cominciò a piangere, silenziosamente.
Era impossibile che Horty l’avesse udita, tanto erano stati silenziosi i suoi singhiozzi, tanto erano state mute le lacrime che avevano cominciato a scenderle sulle guance. Era impossibile, eppure dopo un istante egli le si accostò, e scivolò nel suo letto, accanto a lei. Lei trasalì, per un istante il fiato le si mozzò in gola, mentre il cuore le batteva forte, tanto forte da farle male. Poi lo prese per le spalle, lo strinse forte, lo fece voltare di fianco. Premette i suoi seni contro la schiena tiepida, incrociò le braccia sul petto di lui. Lo strinse forte, vicino, vicinissimo, fino a quando non sentì il respiro uscirgli leggero dalle narici. Poi giacquero immobili, rannicchiati, l’una contro l’altro, quasi l’una nell’altro, come due cucchiai in un cassetto.
“Non muoverti, Horty.. non dire niente!”
Rimasero così, in silenzio, per molto tempo. Lei avrebbe voluto parlare. Avrebbe voluto parlargli della sua solitudine, del suo disperato desiderio d’amore. Per quattro volte si umettò le labbra, per parlare, e non vi riuscì, e al posto delle parole, scesero delle nuove lacrime che bagnarono la spalla di Horty. Lui giaceva immobile, caldo e silenzioso, vicino a lei, con lei… era solo un bambino, ma era così vicino, tanto vicino a lei… era con lei, come nessuno era mai stato. Zena asciugò con il lenzuolo la spalla di Horty, poi tornò a circondarlo con le braccia. E, gradualmente, la violenza dei suoi sentimenti diminuì, e la pressione disperata, quasi crudele delle sue braccia si allentò. E alla fine, qualcosa le sfuggì, della tremenda pressione di sentimenti che infuriava dentro di lei. Prima gli disse, con i seni gonfi, le reni che le dolevano:
“Ti amo, Horty. Ti amo.”
E più tardi, con tutta l’intensità di quel desiderio che la divorava, bisbigliò, disperatamente:
“Vorrei essere grande, Horty. Voglio essere grande”
E poi, fu libera di lasciarlo andare, di girarsi nel letto, di addormentarsi. Quando si svegliò, nella luce umida e livida del mattino di pioggia, scoprì di essere di nuova sola, nel suo letto. Horty non aveva parlato, non si era mosso. Ma quel mattino le aveva dato molto più di quanto ella avesse ricevuto, in tutta la sua vita, da qualsiasi creatura umana.
(Theodore Sturgeon, “Cristalli Sognanti”)

Ho letto Cristalli sognanti quando forse avevo 18 anni e la sua semplicità trasparente, quasi naïf alla rilettura, lo rende ancora attualissimo. Scritto e pubblicato nel 1950 è la storia triste e meravigliosa di Zena la dolcissima nana, di Horty-Kiddo un bambino infelice che non sapeva resistere allo strano impulso di mangiare le formiche, del terribile Cannibale e di altri personaggi affascinanti e indimenticabili. Theodore Sturgeon, scrittore di fantascienza e narratore umano e profondo, in questo libro risponde con un’intuizione geniale alla domanda: chi o cosa 6 veramente un alieno? Non il mostro, non il diverso, non l’essere a 6 gambe ma gli esseri veramente alieni, presenti o meno nel nostro pianeta e in questo caso sono i cristalli sognanti, sono di una specie a noi invisibile perché opera su un piano non competitivo, non obbedisce agli impulsi della natura umana nella lotta per la sopravvivenza e quindi sono impossibili da capire per il genere umano. Da questa situazione si dipana una storia di odio e amore, di buoni e cattivi, di genetica e di forme fisiche bizzarre, di fantascienza e di cultura, di diversità. Ecco allora che dal carrozzone colorato, i saltimbanchi, i clown, i nani, i mostri ne escono con un grande spirito di solidarietà, di umanità, di amore e sentimento. Nella rappresentazione c’è uno scontro ideale con la parte sana dell’umanità, quelli che giudicano gli altri e fanno sempre parte di una maggioranza, ed è proprio la “normalità” a uscirne malconcia con tutte le sue ipocrisie, le meschinità e l’odio. Zena la nana, donna diversa, con la sua voglia di amore e di amare, mette in evidenza e rileva come è tra le persone che soffrono e tra gli infelici che forse la parte migliore dell’umanità deve essere cercata. Lei attraverso la musica e i suoni, i sogni e le speranze frustrate di donna, la profonda sensibilità di chi subisce umiliazioni, la riflessione ma ancora e soprattutto l’amore ci svela che spesso chi porta avanti la sua esistenza dando grande importanza a questi valori è a sua volta considerato non umano, commiserato o disprezzato dalla gente normale. Da un intreccio di pensieri e sentimenti, di alieni sognanti, di normali e diversi, in questo romanzo è la norma(lità) che, in maniera splendida, viene attaccata ad ogni occasione.

Bibliografia

I testi autobiografici

  • Jean-Dominique Bauby, Lo scafandro e la farfalla, 1997, Ponte delle Grazie Milano
  • Rosanna Benzi, Il vizio di vivere. Vent’anni nel polmone di acciaio, a cura di Saverio Paffumi 1989, Rusconi, Mi
  • Monique Brossard-Le Grand, Vita maledetta, ti amo, 1984, Cittadella Editrice, Padova
  • Hugues De Montalbert, Buio, 1986, A. Mondadori Editore, Mi
  • Joni Eareckson & Steve Estes, Un passo avanti, 1987, Editrice Uomini Nuovi, Varese
  • Jean-Pierre Goetghebuer, A nome di tutti miei, 1987, Edizioni Paoline, Milano
  • Cley Regazzoni, E’questione di cuore, 1987, Rizzoli, Milano
  • Patric Segal, La vita può ricominciare, SEI, 1979, Torino
  • Oliver Sacks, Su una gamba sola, Adelphi 1991 Milano

Perché la letteratura?

Editoriale

La strada letteraria è una buona scelta per affrontare un percorso intorno al tema della diversità. Aiuta a visitare molti luoghi, attraversandoli come sappiamo e vogliamo fare.
La letteratura offre l’occasione di straordinari incontri con le narrazioni, è il luogo della rivisitazione delle storie della vita quotidiana e di una possibile riappropriazione.
Come ricorda lo scrittore Ferdinando Camon "che differenza c’è tra la vita e la storia? La prima si esprime come un racconto, la seconda si esprime come una scienza. La storia classifica, sistema e allontana; il racconto resuscita, rianima, attualizza".
È la vita a scrivere le storie e la letteratura rappresenta la lente che mette a fuoco queste storie.
È una lente particolare capace di produrre una forma di comprensione nell’esperienza degli altri, in particolare quando quest’ultima ha segni e tratti tali da costruirle intorno un recinto di diversità. La letteratura permette di trovare richiami e collegamenti, di ascoltare le voci del mondo.
È una strada forte perché indica una ricerca di senso dentro al fluire degli accadimenti e delle emozioni. Una sorta di riparo, rifugio seppur provvisorio che allevia la tensione del vivere e allontana la tentazione dell’oblio.
Il senso di una narrazione è anche quello di immetterci in una prospettiva di compiutezza possibile, di inizio e fine e poi di nuovo e ancora, in una dimensione ciclica che può essere pensata e detta e che ritroviamo così forte in quel legame saldo ed inconsueto che si forma tra un autore amato ed il suo lettore.
La letteratura è anche il campo di una prevedibilità rassicurante che si dipana con il ritmo del racconto, così avvincente nel suo contrasto ambivalente con le innumerevole e poco inquadrabili vicende umane. Le storie sono finite, la vita è in permanente costruzione. Ed è in questa ambiguità non risolvibile, "ambiguità preziosa al vivere", in questo incrocio di destini che risiede il richiamo perenne delle storie, perché , in fondo, interrogarsi sul senso delle storie significa interrogarsi sul nostro essere qui, sulla nostra solitudine e sull’incontro con gli altri. Su come si mettono insieme dei pezzi di noi e su come gli altri entrano in noi.

Quale idea di diversità

Lo spicchio di realtà riproposto attraverso i brani scelti ed i commenti che li accompagnano ci parla di molte questioni. Senza avere pretese di sistematicità, anzi in forza di una rilettura soggettiva, essi ci mettono in contatto con la pluralità connessa al termine diversità, che viene qui declinato in molte delle sue possibili varianti. C’è la diversità evidente, fisicamente tangibile così emblematicamente rappresentata dal Minotauro; c’è la diversità immaginata, fondata sulla paura di ciò che non si conosce e per questo respinta ed osteggiata fino a negare qualsiasi vicinanza e similitudine ( la sentinella ); c’è la diversità dichiarata, orgogliosamente esibita anche pagandone il prezzo più alto ( il giovane Holden).
C’è la diversità propria, il nostro sentirsi e viversi diversi non solo rispetto all’unicità che ogni essere umano porta con se ma anche alla difficoltà di convivere con le parti meno rassicuranti e gratificanti di noi.
Soprattutto ci sono i bambini, protagonisti quasi costanti di queste pagine. Che sono diversi perché prima di tutto sono soli, spesso nella maniera più brutale e dura ma anche nelle dimensioni più vicine e quotidiane. Gli adulti, tranne rarissime eccezioni, non sono capaci di averne cura e di sostenerli nell’impegno di diventare grandi. Gli adulti sono in crisi, a volte distanti e disattenti, in altre feroci e violenti. Ci sono anche i bambini che hanno subito violenza, vissuto l’esilio o la deportazione. Simboli di una diversità difficile anche solo da pensare, la diversità che rende diverso chi è più simile a noi, che ci ricorda ciò che noi siamo stati, che ci proietta nei sogni di vita futuri. Molti brani gettano un ponte verso queste situazioni estreme.

Il percorso attraverso il ponte

Il ponte. È un altra parole che torna. Ed è una parola importante nella sua semplicità e concretezza. Prospetta una via di collegamento ( tra chi educa e chi è educato, tra me e l’altro, tra i quartieri di una città o le fazioni di un popolo….) che deve essere però attraversata. L’immagine del ponte implica una scelta da fare ed un percorso da compiere. Sì, si può raggiungere l’altra sponda possibilmente a passi saldi e tranquilli perché il ponte ci possa riconoscere come viaggiatori desiderosi di capire e noi guardarci intorno godendo di quell’essere ancora per un poco lungo il cammino, "tra" il punto di partenza e la meta a cui tendiamo.
C’è molta fatica nelle pagine di letteratura che vi proponiamo ed anche acuto dolore. Intrecciate però a segnali di speranza. Ritrovata per caso, ricercata intenzionalmente ed accanitamente, conservata gelosamente. Ed emerge un legame tra questi spiragli e il senso della scrittura, occasione quest’ultima per "rintracciare trame sommerse oltre il tessuto troppo evidente" e per avvicinarsi e far avvicinare all’incandescente materia di cui sono fatti i desideri, le paure, i sogni delle donne e degli uomini.

Il magico Alvermann. Racconti sulla diversità

a cura di Nicola Rabbi

Il “magico Alvermann” è il nome di una rubrica letteraria pubblicata dalla nostra rivista.
L’idea di partenza era molto semplice: si voleva parlare di diversità e di emarginazione usando la letteratura, non vincolandosi a dei periodi storici, a correnti o ad un particolare autore, ma scegliendo con la massima libertà dei brani che riguardavano la diversità in senso ampio, intendendo con questo termine la condizione del disabile, della donna, dell’immigrato, del minore… La diversità, infatti, e la condizione di emarginazione e di svantaggio che ne consegue, accomuna soggetti anche molto differenti che si ritrovano a subire gli stessi torti e le stesse ingiustizie; il problema della mancanza di lavoro, tanto per fare alcuni esempi, accomuna l’immigrato al disabile, la violenza subita accumuna la condizione della donna a quella del bambino…
L’ulteriore passo in avanti è stato quello di costruire questa breve antologia con le idee e il contributo non di un’unica persona, ma di parecchie che in un modo o nell’altro vivevano o lavoravano a contatto con l’emarginazione. Ogni puntata della rubrica pubblicata dalla rivista veniva così proposta da una persona diversa, un operatore sociale, un insegnante, un disabile, un pedagogista, un giornalista…, che proponeva un brano da pubblicare e lo commentava di seguito in una rapida presentazione.
In un breve arco di tempo si sono accumulate tutta una serie di proposte molto diverse tra di loro, appunto perché scelte da persone differenti, che attraverso lo strumento letterario parlano di diversità, di emarginazione in termini semplici e suggestivi, prendendo spunto direttamente dalla loro vita, dal loro lavoro; quindi accanto al momento letterario ne viene proposto un altro più immediato e personale che ha a che fare con la vita e l’esperienza di tutti coloro che hanno collaborato alla rivista.
Questi vecchi contributi sono stati completati con un’altra serie di interventi inediti e vengono ora proposti in questo numero speciale della rivista.

2. Piccoli Lettori: La diversità nei libri della prima infanzia

Janell Cannon
Stellaluna
Edizioni Il punto di incontro – 1996
Stellaluna, una pipistrellina separata dalla madre prima di aver imparato a volare, precipita in un nido di uccelli insieme ad altri piccoli e impara che non tutte le creature alate si nutrono di frutta o volano di notte.
E’ una storia di conoscenza reciproca e di disponibilità: così seguendo l’esempio di Stellaluna il resto della nidiata prova ad appendersi ai rami a testa in giù e a volare di notte, come la piccola pipistrella cercherà di appollaiarsi su un ramo e di apprezzare lo strano cibo dei suoi nuovi amici.
E’ una storia di amicizia nella diversità
Rimasero tutti appollaiati in silenzio per un bel po’. Come possiamo essere così diversi e sentirci così simili? Riflettè Flitter.
E come possiamo sentirci così diversi ed essere così simili? Si meravigliò Pip.
Penso che sia un bel mistero, trillò Flap.
Sono d’accordo, disse Stellaluna, ma noi siamo amici. E questo è certo.

Lucia Scudieri
Volare
Fatatrac – 1997
Poche parole, splendide illustrazioni a tutta pagina per questa storia-metafora del crescere e della diversità molto adatta anche a lettori piccolissimi.
E’ tutto giocato sul contrasto del colore e sulla forza delle immagini il messaggio del libro: un piccolo corvo nato bianco insegna ai fratelli corvi, neri, a volare sotto lo sguardo prima scettico e poi conquistato di mamma corvo ancora forse scombussolata da quel figlio così diverso dagli altri due.

Antonella Abbaticello
La cosa più importante
Fatatrac – 1998§
“Qual’è la cosa più importante?” E’ attorno a questa domanda che gli animali del bosco di Pratorosso discutono accanitamente proponendo a turno come risposta la loro caratteristica predominante, così per il coniglio sono i denti la cosa più importante, per il riccio gli aculei, per la giraffa il collo lungo.
La sorpresa risiede nella pagina ripiegata che, una volta aperta, ci fa incontrare tutti gli animali del bosco “accessoriati” di volta in volta di un elemento predominante. Abbiamo così coccodrilli alati, leoni dalle lunghe orecchie, elefanti spinosi. E’ divertente e significativo ad un tempo vedere le facce sbigottite degli animali così trasformati e irriconoscibili per primi a loro stessi fino alla soluzione finale dove, grazie, all’intervento del gufo saggio, ognuno degli animali riprende possesso delle caratteristiche proprie. La pagina finale, infatti, ce li presenta tutti vicini, amici, diversi l’uno dagli altri.

Josef Wilkon
C’è cavallo e cavallo
Edizioni Arka – 1997
Per i più piccoli c’è il delizioso libretto ” C’è cavallo e cavallo” dove si racconta dell’incontro di un giovane curioso puledro con un grosso ippopotamo. Dalla considerazione che appartengono entrambi alla famiglia dei cavalli si arriva alle caratterizzazioni: il puledro sa saltare e l’ippopotamo sa nuotare. Il testo è accompagnato da disegni divertenti ( dello stesso autore) che ci mostrano il tentativo dei due animali per acquisire le competenze reciproche. E così vediamo un puledro grossissimo che però lo stesso non galleggia ma rischia di affogare e un magro ippopotamo che non riesce lo stesso a saltare. E’ stato sciocco cercare di diventare a ogni costo uguali. Risero entrambi. Decisero quindi di essere lo stesso amici. Così come erano.

Barbara Resch
L’elefante con le orecchie rosa
Emme edizioni – 1988
Perché si nasconde l’elefante? Perché ha le orecchie rosa e nessuno vuole giocare con lui. Con estrema semplicità e disegni accattivanti l’autrice racconta l’eterna storia del diverso che solo i piccoli sanno accettare. Il linguaggio è immediato e geniale la soluzione per fare accettare agli altri animali le orecchie rosa: la provenienza da una misteriosa Terra Diversa che può essere dappertutto in cui vivono scimmie che non sanno arrampicarsi e giraffe dal collo corto.
Una fiaba quindi sull’accettazione della diversità e sulla valorizzazione degli aspetti positivi (attraverso le orecchie rosa, fonte di derisione, si può vedere un mondo bellissimo, tutto rosa). E’ proprio questo il meccanismo che porta a riscoprire gli altri e a guardarli con curiosità alla ricerca della diversità di ciascuno e della conseguente ricchezza che a ciascuno può venire proprio da questa diversità.

Eric Carle
Il camaleonte variopinto
Mondadori
Per piccolissimi un libro dalle belle illustrazioni molto colorate. E’ la storia di un camaleonte che non vuole più essere camaleonte e desidera essere altri animali. Ogni volta viene accontentato ma solo per una parte ( proboscide, zampe ecc.) finché torna camaleonte ed è contento.

Gerda Wagener, Jozef Wilkon
Lupacchiotto
Edizioni Arka – 1997
Per i più piccoli un altro racconto sulla diversità. Il lupacchiotto protagonista non ama cacciare né pescare e non fa paura a nessuno. I genitori sono contrariati e preoccupati, i fratelli lo prendono in giro, così lupacchiotto avvilito scappa e incontra un topolino che gli offre il suo aiuto. Gli porterà la pelle di una tigre poi gli aculei di un istrice e infine denti di leone. Le illustrazioni che accompagnano questi “doni” e i travestimenti del lupo fanno intuire il risultato finale, quando si presenterà al branco. Una grande risata risolverà i problemi di lupacchiotto che conclude: E’ meglio rimanere come sono. Se nessuno a me fa paura, perché mai dovrei fare paura agli altri?

Paul van Loon
Il lupetto mannaro
I criceti Salani – 1996
Quando Dolfi, abbandonato dai genitori quando era piccolo, compie sette anni scopre di essere un lupo, anzi un lupetto mannaro. Si apre così questo tenerissimo libro dove tra le righe ma in modo molto esplicito si legge l’invito ad accettare le diversità e a trovarne gli aspetti positivi. Per consolarlo e indurlo ad accettare il suo nuovo provvisorio stato un uomo misterioso gli sussurra: Lupi mannari. Credi di essere l’unico? Nessuno è mai l’unico caso al mondo. Nessuno è l’unico cieco o l’unico povero. Nessuno è l’unico ciccione…Se imparerai a padroneggiare il tuo dono scoprirai quanto è speciale… L’uomo si rivelerà essere il nonno, anche lui lupo mannaro ma non solo nelle notti di plenilunio (Sono stato io a sceglierlo…mille volte meglio boschi che una casa di riposo per anziani).
Il lieto fine è assicurato per un libro rivolto a bambini non tanto grandi ma godibilissimo da tutti.

John Wilson, Jozef Wilkon
L’elefante più piccolo del mondo
Arka – 1997
L’elefante di questo incantevole libro non era più grande nemmeno di un gatto domestico! E, per un elefante, essere tanto piccolo era la cosa più triste che potesse capitare. Così decide di lasciare la giungla e di andare a vivere in una vera casa. Le sue ricerche sono lunghe e difficili finchè non incontra un bambino che lo porta con sé e per farlo accettare dalla mamma lo fa passare per un gatto ( per prima cosa Paoli insegnò all’elefante a camminare a ritroso come un gambero, tenendo ben piegate le orecchie, e a muovere la proboscide come una coda. Poi dipinse sul suo sedere la faccia di un gatto…. ma bisogna vedere le illustrazioni!”). Scoperto il trucco la mamma lo porta al circo ( per un elefante non c’è posto che al circo) dove finalmente potrà vivere felice. Pur nella conclusione un po’ scontata e stereotipata ( dove meglio del circo regno della diversità può trovare rifugio appunto un diverso?), il numero che gli trova il direttore del circo è ironico e divertente: l’uomo più piccolo del mondo solleverà con la sua forza straordinaria, un elefante. Così annuncia al pubblico ed è il successo e la felicità per l’animaletto che conclude è andata proprio bene che non sia cresciuto più di un gatto, altrimenti ora non mi troverei qui.
Se un rilievo va fatto è che sarebbe stato sufficiente concludere così. I bambini sono in grado perfettamente di leggere fra le righe e così le ultime quattro righe (Proprio così. Al mondo c’è posto per tutti, giganti, piccoli o di media grandezza che siano. E per ognuno arriva sempre il momento, vicino o lontano, in cui trovare la felicità e veri amici) suonano proprio come una lezioncina irritante, soprattutto se pensiamo che non sono certo i bambini che ne hanno bisogno

Gerda Wagener, Vlasta Barankova
Costantino
Arka – 1989
Costantino è un caimano che ama l’armonia della natura selvaggia e per questo viene isolato dai compagni tutti presi dalla ricerca del cibo. La scelta di allontanarsi dal gruppo, dettata da un senso di inutilità e dall’amore per la musica, lo porta ad “incontrarsi” con un corno da caccia che impara a suonare meravigliosamente: ormai non si vergogna più di essere stato giudicato diverso da tutti e inutile. Quando suonava il corno gli sembrava di possedere il mondo intero. Ed è proprio la musica che conquista tutti gli animali e gli permette di sentirsi felice e sicuro di sé. Ed è naturalmente il riconoscimento di questa sua abilità, che rende tutti felici, che porta i caimani ( e tutti gli animali) ad accogliere Costantino come uno di loro. La storia, accompagnata da bellissimi disegni i cui colori riecheggiano i suoni della musica di Costantino, è forse un po’ lunga per essere letta autonomamente ma ha un fascino che conquista sicuramente anche i più piccoli

Guj Couhaje, Marie-Josè Sacrè
L’ippopotamo volante
Arka – 1993
Un’altra storia di diversità, deliziosamente illustrata, che affronta, anche se con estrema delicatezza, il tema dell’amore. Poldo, ippopotamo con le ali (non più grandi di quelle di una farfalla) decide di esplorare il mondo perché nessuna signorina ippopotamo lo vuole sposare. Così troviamo Poldo a cavallo di un aereo (dentro non ci sta!) poi davanti a un supermercato dove viene scambiato per un cartellone pubblicitario. Il suo incontro con un altro fuggitivo (un canarino scappato dalla gabbia) dà il via ad altre avventure nel tentativo di trovare un rifugio. Ma l’idea del rifugio come nido porta inevitabili guai data la mole di Poldo. Quando ormai sembra che non resti altra soluzione che tornare in Africa, Poldo scopre in un circo (inevitabile proprio questo collegamento?!) una ippopotama come lui, con ali. E meno male che non decide di vivere lì anche lui ma invece con un finale meno scontato e più trasgressivo, la rapisce e vola con lei verso l’Africa facendo tappa alle Canarie, ovvio, dove lasciare Tuorlo d’uovo.
Una fiaba deliziosa sulla diversità, la diffidenza della gente, il calore dell’amicizia e dell’amore. Certo i grandi potrebbero dire che la conclusione che si può trarre è che i diversi si sposano con i diversi ma il messaggio che i bambini colgono immediatamente è che Poldo si “sposa” ed è felice. E questo è l’essenziale.

Klaus Kordon, Maire-Josè Sacrè
Il piccolo, il grande e il gigante
Arka – 1999
Un piccolo libro, delle splendide illustrazioni e un’originale invenzione che ci riporta a prima che gli uomini fossero appena un po’ più grandi o appena un po’ più piccoli degli altri. Merita davvero fermarsi a lungo sulla penultima doppia pagina dove l’illustrazione occupa tutto lo spazio e rende quasi superfluo il breve testo che racconta come un giorno un giovane piccolo s’innamorò di una fanciulla gigante e un giovane gigante si innamorò di un fanciulla piccola. “Che coppie”, dicevano tutti. I volti sorridenti la dicono lunga e anche per i bambini più piccoli sarà chiaro che ben più della diversità conta la felicità.

Iva Prochzkova
Cinque minuti prima di cena
I criceti Salani – 1999
E’ più centrato sul rapporto papà-figlia e sulla ricerca delle proprie origini questo bel libretto che comunque si sofferma anche sulla diversità e più in particolare sulla cecità della piccola protagonista. Soprattutto sa trasmettere con chiarezza il messaggio che ognuno è diverso e che la diversità non è per forza un ostacolo. Infatti mentre tutti erano tristi perché Babeta non vedeva lei…vedeva a modo suo. In maniera del tutto diversa dall’altra gente (…) vedeva la mamma che ogni sera si drizzava sul suo letto per darle un bacio. Era bella. Odorava di crema da barba…

Gregoire Solotareff
Lulù
I girini Bompiani – 1996
C’era una volta un coniglio che non aveva mai visto un lupo…e viceversa naturalmente. Il testo coloratissimo è rivolto ai più piccoli e racconta dell’amicizia fra due animali diversi. Un libro sui pregiudizi (i lupi mangiano i conigli), le paure e il superamento di tali paure visto che l’amicizia è più forte.

Maria Sole Macchia
Il Signor Tazzina
Fabbri Editori – 1999
Cosa succede ad un personaggio illustrato se il suo disegnatore assai distratto dimentica di disegnargli un orecchio, particolare questo che lo fa assomigliare ad una tazzina per il caffè? Succedono molte cose scritte e soprattutto disegnate con uno stile ironico in questo libro che ci propone i pensieri e le azioni di un un uomo diverso deriso e triste ma non sconfitto. Anzi, a partire dalla sua diversità il signor Tazzina scopre le differenze di molte altre persone e in virtù di questo riconoscimento rifiuta di farsi aggiungere l’orecchio mancante e affronterà il mondo così come è e alla fine sarà ricompensato.

Roberto Piumini
Il paese di Chicistà
LEDHA, Lega per i diritti degli handicappati – 1996
E’ una storia di bambini. Bambini diversi e bambini uguali, bambini tutti interi e bambini così e cosà. E’ la storia dell’incontro fra questi bambini, della loro conoscenza reciproca che ci aiuta a capire meglio qualcosa intorno all’handicap. Il racconto, infatti, ci presenta dapprima l’handicap come qualcosa di separato, “il muro che circonda ed isola” e, nell’evoluzione della storia, come un filo che permette un riconoscimento, un incontro tra le diversità che noi tutti abbiamo.
Nonostante le fattezze di fiaba non è una storia semplice, non è una storia immediata. E’ una storia da ascoltare con un adulto al fianco che abbia voglia di fermarsi ad ascoltare i perché, i dubbi e le domande, anche le proprie, che sempre suscita l’incontro della diversità.
L’handicap non ha bisogno di separazione, esige sincerità e condivisione. In questo senso anche le parole di una favola possono aiutare.

Guido Quarzo
Talpa, Lumaca, Pesciolino
Fatatrac – 1997
Di correre proprio non era capace. Per la verità era lenta in tutto: lenta a mangiare, lenta a scrivere, lenta a vestisi. Però non si poteva dire che non sapesse fare tutte queste cose: anche se ci metteva più tempo degli altri, faceva tutto .(…) Naturalmente la chiamavano Lumaca. Ci aveva fatto l’abitudine a quel nome, e non si arrabbiava più. D’altra parte era così lenta anche ad arrabbiarsi…. Lumaca, insieme a Pesciolino e a Talpa, nasce dalla penna di Guido Quarzo, insegnante elementare e scrittore molto amato dai bambini che, nel bel libro edito dalla Fatatrac, tocca il tema della diversità. I tre bambini protagonisti dei racconti, accompagnati da splendidi disegni, parlano un linguaggio proprio, non giudicano ma ascoltano, non pongono domande imbarazzanti e non fanno della competizione un valore ma piuttosto una ridicola fissazione.

Hanna Johansen
L’oca che restava sempre ultima
I Delfini Bompiani – 1997

Sono sei le uova di mamma oca, ma l’ultimo è più grosso. Sono sei i piccoli che nascono ma l’uovo più grosso si schiude più tardi…e così attraverso tutte le tappe della crescita le piccole ochette dovranno fare i conti con il fratellino che resta sempre ultimo. Eppure sarà proprio questa sua caratteristica a salvare tutti dai cacciatori. Questa storia semplice, con bellissime illustrazioni in bianco e nero, rivolta ai bambini di sette-otto anni può essere letta ai più piccoli che non faranno fatica ad identificarsi con l’ochetta “diversa” (o con i fratelli impazienti…) e sapranno apprezzare la sua tenacia e la sua forza di volontà che le permetteranno di imparare tutto quello che sanno fare gli altri, anche se…per ultima.

Ursel Scheffler
Tutti lo chiamavano Pomodoro
Nord-Sud edizioni – 1997
A volte basta proprio poco per essere guardato in modo diverso. E’ il caso del signor Pomodoro, così soprannominato per quel suo naso rosso come un pomodoro maturo. E’ per coprire il suo naso che Pomodoro scambiato per un rapinatore e, inseguito dalla polizia, scappa dalla sua casa e si rifugia per tutto l’inverno in un luogo diroccato. Ovviamente non è lui il delinquente ma comunque quel suo naso rosso è lì a marcare una differenza con gli altri e la sua solitudine.
E’ un bambino, verso la fine della storia, attraverso la condivisione di un cibo, a vedere finalmente Pomodoro vicino ai suoi simili e a riconoscerlo come tale.

5. Kalle, Mattia, Ivan… e i loro Nonni: Un percorso bibliografico sul rapporto fra nonni e nipoti

Roberto Piumini
Mattia e il nonno
Edizioni EL – 1993

Torna in questo bellissimo libro il tema della morte, affrontato con altissima poesia e il linguaggio più adatto a far sì che questo passaggio possa essere affrontato dai bambini nel modo migliore. La passeggiata di Mattia insieme al nonno è un percorso attraverso la vita e i sentimenti, è da un lato per Mattia un percorso di crescita, di cambiamento e dall’altro per il nonno un cammino di progressivo abbandono, di lenta rinuncia a tutto ciò che è apparenza. Ecco infatti che il nonno rinuncia al denaro, alla maglia di lana, al tabacco…diventando progressivamente sempre più piccolo fino alla bellissima soluzione finale, quando finisce dentro Mattia …un bambino è un bel posto per viverci.
Merita riportare questo brano che non ha bisogno di commenti.
Mattia sedette contro la sponda del ponte. Guardava il sole rosso nel cielo di fronte: era il tramonto.
– Alzami un po’, per favore – disse il nonno – Da qui non vedo bene.
– Vuoi stare sulla mia testa, nonno? – disse Mattia.
– Bella idea! Starò come in un prato! – disse il nonno.
Mattia lo mise delicatamente fra i capelli. Il nonno era alto una spanna, e forse meno.
Rimasero a guardare il tramonto.
– E’ bello, vero? – disse Mattia.
(…)
Mattia restò zitto, perché si chiedeva come fosse diventato il nonno. Non sentiva più il piccolo peso sulla testa.
– Ora dobbiamo andare – disse il nonno.
Mattia alzò una mano per prenderlo, ma non lo trovò.
– Dove sei? – disse.
– Sono qui: cercami piano.
Mattia, pianissimo, tastò fra i capelli: il nonno era grande come una mentina. Lo prese delicatamente e lo guardò, nella poca luce della sera. Lo vedeva appena, e lo sentiva come un prurito nel palmo della mano: come quel moscerino nella pineta.
– Come facciamo nonno? – disse Mattia – Ho paura di perderti, così piccolino. Ti metto in tasca?
– Meglio di no, Mattia.
– E allora?
– Aspettiamo ancora un po’ – disse il nonno – Per ora tienimi nel pugno chiuso, e andiamo a casa. Vedrai che troveremo la soluzione.
(…)
Mattia camminava, e non sentiva più niente nel pugno.
– Nonno? – disse.
– Sì, Mattia?
– Niente, volevo solo sentirti.
– Eccomi qui – disse il nonno – Tutto profumato di peperone!
Mattia si fermò di botto. Erano proprio sotto un lampione.
– Come hai detto? Profumato di peperone?
– Già – disse il nonno, dal pugno.
Mattia avvicinò la mano alla faccia e la aprì piano piano: non vide niente.
– Nonno – disse con voce leggera.
– Eccomi – disse il nonno, invisibile.
– Non ti vedo, nonno.
– E’ perché sono diventato ancora più piccolo. Sono qui.
– Ma cosa dicevi del peperone?
– Non senti l’odore?
– No.
– Davvero? Annusa bene, Mattia!
Mattia avvicinò il palmo della mano al naso.
– Non sento, nonno.
– Più forte – disse il nonno – Devi annusare più forte, come facevo io con il tabacco, ricordi?
Allora Mattia annusò fortissimo, e l’aria gli fischiò su per le narici.
– Non sento nessun odore di peperone, nonno – disse.
– Infatti non c’è – disse il nonno: ma la sua voce non veniva più dalla mano: era come intorno, o dentro Mattia.
– Che è successo, nonno? – chiese Mattia.
– Ho fatto un piccolo trucco, Mattia. Ti ho fatto annusare forte la mano per poter entrare dentro di te. Se ti avessi detto di mettermi in bocca, credo che non l’avresti fatto, o ti sarebbe molto dispiaciuto.
– Allora sei dentro di me, adesso?
– Sì.
– E questa è la tua voce?
– Sì, ma la senti solo tu, adesso.
– E come stai, nonno?
– Benissimo, Mattia. Un bambino è un bel posto per viverci.

Un libro che i bambini ameranno senz’altro, un libro da far leggere ai grandi che fanno tanta fatica ad affrontare certi temi e ad accettare la realtà della vita e della morte.

Ulf Stark
Sai fischiare Johanna?
Piemme, serie azzurra – 1997
La casa di riposo, la malattia, la morte…sono tutti temi difficili che si è restii ad affrontare con i bambini, soprattutto i più piccoli. E invece è proprio a loro che si rivolge questo bel libro che racconta di come Berra, che vorrebbe avere un nonno, lo trova in un anziano di una casa di riposo e stringe con lui un’affettuosa e intensa amicizia.
Il linguaggio è semplice, il racconto breve si snoda fra piccoli episodi apparentemente semplici: la prima visita e la felicità di essere nonno ma anche di essere nipote, la prima uscita in giardino
– Avevo quasi dimenticato che fosse così – dice (il nonno)
– Cosa? – chiede Berra.
– Li sentite gli uccelli? chiede il nonno.
– Sì – rispondiamo.
– Li sentite i profumi? – chiede ancora.
– Certamente – risponde Berra.
– Non dimenticate mai queste cose – dice il nonno.
la costruzione di un aquilone con lo scialle più bello della moglie e, al posto della coda, la sua migliore cravatta (che però non vola per mancanza di vento!); poi il nonno prova ad insegnare a Berra a fischiare (ma non è facile imparare!!) e infine la festa per il compleanno del nonno..
Il racconto denota grande attenzione e con molta delicatezza e poesia avvicina i bambini al momento in cui avverrà il distacco da una persona cara. Meritano di esser lette le ultime pagine in cui, con grande serenità, viene descritto il funerale del nonno
Quando cessa la musica, arriva un prete, che si mette a parlare. E’ un discorso abbastanza breve.
– Nils era un uomo allegro. Soprattutto alla fine – dice – Gli volevamo bene tutti. E così non ha mai dovuto sentirsi solo, anche se non aveva parenti.
A quel punto Berra alza la mano, e la muove finchè non lo guardano tutti.
– Veramente era il mio nonno – dice.
Poi tutti si avvicinano alla bara e ci mettiamo sopra dei fiori. Io e Berra ci andiamo per ultimi. Facciamo un inchino, e Berra appoggia la rosa di Gustavsson sopra tutti gli altri fiori.
Poi rimane lì, anche se io lo tiro per un braccio.
– Adesso devo fischiare! – dice – Sentirai come fischio bene.
Berra si mette a fischiare, tanto forte che si sente l’eco in tutta la cappella.
Fischietta “Sai fischiare, Johanna?”
– Come ti è sembrato? – chiede quando sono fuori.
– Perfetto – rispondo – Adesso puoi essere soddisfatto.
– Infatti lo sono – risponde Berra.
Restiamo in piedi nel vento a guardare la bara che viene portata nel carro funebre da un paio di uomini con i guanti neri.
– In fondo è stato bello – commenta Berra.
Poi il carro funebre se ne va.
Noi salutiamo con la mano finchè non sparisce dietro la curva.
– Adesso cosa facciamo? – chiedo io a quel punto.
– Proviamo l’aquilone – risponde Berra – perchè oggi si è alzato il vento.

Angela Nanetti
Mio nonno era un ciliegio
Einaudi ragazzi – 1998
Ancora un libro che parla dei nonni, o meglio del rapporto fra nonni e nipoti. Non solo, parla anche della morte dei nonni.
Divertente, trasgressivo e decisamente comprensivo nei confronti del nipote Tonino, il nonno Ottaviano ha una grande capacità di ascoltare le esigenze del nipote, anche se non espresse (…”se ascolti con attenzione e ti concentri puoi vedere un mucchio di cose”…) e gli trasmette un grande amore per la natura, partendo dal ciliegio Felice (…”ascolta il ciliegio che respira…) piantato dal nonno il giorno della nascita della sua unica figlia (la mamma di Tonino), cresciuto e curato con amore. Un amore trasmesso al nipote che proprio nel ciliegio riesce a “ritrovare” il nonno dopo la sua morte.
Le riflessioni sulla malattia e la morte percorrono un po’ tutto il libro e sono poste ai bambini con grande delicatezza ma senza nulla nascondere della realtà. Dopo la morte della nonna Linda, Tonino con l’aiuto del nonno, rimasto solo e un po’ triste, riesce a rielaborare il lutto e a dire:
“..se non si muore finchè uno ti vuole bene, come ha detto il nonno, visto che la persona morta non si vede, vuol dire che si trasforma. Perciò la nonna di sicuro era diventata un’oca.
(…).
– Anch’io ho pensato a qualcosa del genere sai? – disse il nonno – e io che cosa potrei diventare?
Non avevo nessun dubbio
– Un ciliegio – risposi.
– E tu?
– Non ci ho ancora pensato, ma forse mi piacerebbe diventare un uccello. Così verrei a farti compagnia e a mangiarti tutte le ciliegie.
Peccato che l’autrice non sia riuscita a mantenere l’equilibrio fra la parte dedicata al rapporto fra Tonino e il nonno e il resto. Infatti la famiglia di Tonino e i nonni paterni sono eccessivamente litigiosi, poco capaci di ascoltare, troppo concentrati su se stessi, insomma pieni di difetti.
Vengono rappresentati un po’ tutti i clichè, primo fra tutti quello che vuole il marito morbosamente legato ai suoi (noiosissimi) genitori e la moglie che non li può vedere. Ovviamente questo vale al contrario per i genitori di lei, causa di continui litigi che porteranno alla separazione fra i due.
Ma perchè appesantire di altri problemi (seri e ormai conosciuti e sperimentati da troppi bambini sulla propria pelle) un libro altrimenti così poetico e che comunque già affronta un argomento delicato e doloroso? E perchè poi, se quella è stata la linea scelta, l’autrice si “pente” e in un eccesso di buonismo e amore per il lieto fine fa tornare insieme i genitori che decidono di vivere in campagna, nella casa del nonno Ottaviano, lontano dai noiosi nonni paterni e addirittura decidono di avere un’altra bambina.
Questo piuttosto è un messaggio che manca di realismo, come a dire che tutte le storie sono a lieto fine. Ma molti bambini sanno purtroppo che non è affatto così.

Guus Kuijer
Graffi sul tavolo
Gli Istrici Salani – 1996
E’ proprio vero che la grande abilità di questo bravissimo scrittore è quella di “capire quei pensieri che i bambini non sanno esprimere a parole” come ci viene detto all’apertura del libro. Un libro semplice con una scrittura piana e lenta, dove non succede apparentemente niente di importante. Dove però i piccoli (o meno piccoli) lettori vengono delicatamente posti davanti ad alcuni temi difficili: la morte, la vecchiaia, l’incomprensione.
Attraverso la voce di Madelief, piccola protagonista che, come il piccolo principe, non rinuncia mai alle domande, e vuole sapere tutto quello che accade e quello che è accaduto, l’autore suggerisce che bisogna vincere la paura che può nascere dalle diversità, dalla differenza di età e di sentire; si può trovare la strada che porta al cuore delle persone anche di quelle più insopportabili e inavvicinabili. Dietro il muro alzato per difendersi c’è sempre una persona sola e affamata d’amore.

Peter Hartling
La mia nonna
P iemme, serie arancio oro – 1996

Kalle, rimasto senza genitori a cinque anni, va a vivere con la nonna e cresce con lei.
Il racconto si snoda fra piccoli episodi della vita di tutti i giorni visti dagli occhi del bambino ma anche da quelli della nonna che alla fine di ogni capitolo annota le sue riflessioni personali.
E’ un abile stratagemma che ci permette di vedere la stessa situazione anche dal punto di vista della nonna e quindi aiuta a capire che ci possono essere opinioni e reazioni diverse ma non per questo ci si deve allontanare.
Il linguaggio semplice ma realistico non nasconde nulla e con delicatezza mostra anche “cose brutte” della vecchiaia, quelle che, soprattutto ai più giovani, possono fare paura. Dopo una visita ad un’amica che vive in una casa di riposo, la nonna riassume tutte le paure del bambino (e anche le sue) in alcune frasi che, ci pare, non hanno bisogno di alcun commento:
Sono esattamente vecchia come quelli lì. Solo che io non vivo lì in mezzo, ma con te, con un bambino. Allora la vecchiaia ha un altro aspetto. La vecchiaia diventa terribile quando, a furia di vedere vecchi, si perde di vista la vita, sai. Ecco tutto. Ma il mondo ha paura dei vecchi. E tu pure, Kalle.
Il tema dell’istituzionalizzazione dei vecchi, della perdita dell’autonomia, così come il tema della morte, devono essere affrontati e non nascosti. E’ di nuovo la nonna che, al termine del racconto, prepara Kalle alla possibilità della sua stessa scomparsa e, dichiarando Ho in programma di vivere il più a lungo possibile, Kalle. Ma impegnarsi non basta, può solo contribuire, lo pone davanti alla realtà senza drammi, aiutandolo a crescere.

Anne Fine
Complotto di famiglia
Piemme, serie rossa – 1998
Davvero notevole e diverso dal solito questo libro di una delle più importanti scrittrici per ragazzi di lingua inglese. Le vicende della famiglia Harris (papà, mamma, quattro figli e una nonna non più del tutto autosufficiente e con un inizio di demenza senile) sono raccontate con un linguaggio insieme ironico, tenero e molto reale. Gli sforzi dei quattro ragazzini per evitare il ricovero della nonna in una casa di riposo portano ad un risultato surreale ma dai risvolti avvincenti ed estremamente incisivi e toccanti.
Durante la cena, Natasha annunciò ufficialmente che la nonna non sarebbe andata a vivere alla casa di riposo; Tanya e Nicholas fecero smorfie di trionfo e si congratularono con Ivan …
(…)
Ivan ha chiarito la sua posizione: la nonna deve essere accudita qui, in questa casa. Giusto? (…) Allora siamo d’accordo: vostra nonna continuerà a vivere qui e Ivan si occuperà di lei (…) Pulire, fare la spesa, darle da mangiare, prenderle la tazza e cambiare i canali della televisione, cambiare e lavare le lenzuola, pulire il bagno dopo che l’ha usato, darle le medicine, accompagnarla in bagno, rammendarle i vestiti, andarle a ritirare la pensione, comperarle le mentine, riempirle la borsa dell’acqua calda, ascoltare le sue preoccupazioni, organizzare le visite dal dottore, stare qui con lei dopo la scuola, di sera, nei fine settimana e durante le vacanze, tenere bene al caldo la sua stanza, accenderle la luce quando si fa buio, sistemarle la radio, sprimacciarle i cuscini, controllare che abbia sempre l’acqua nel bicchiere – le mani di Natasha danzavano allegre sui piatti – Cercarle gli occhiali, trovarle il libro, raccoglierle da terra lo scialle, aprirle e chiuderle la finestra, tirarle le tende, spedirle ogni Natale le sue ultime cartoline d’auguri, consolarla quando muore qualche sua amica, ricordarle di mangiare…
Stava elencando tutte quelle incombenze come se fossero cose da nulla e per niente impegnative, e come se negli ultimi anni non l’avessero tenuta impegnata per almeno metà del suo tempo.
– Decidete tra voi come fare, o lasciate pure che Ivan si occupi di tutto: a me non importa, io ho già fatto la mia parte, adesso tocca a lui.
Il ragazzino la fissò con gli occhi sbarrati.
Sophie esclamò:
– Cosa? Tutto?
– Tutto quello che vostro padre e io abbiamo fatto fino ad oggi.
– E voi? Che cosa farete voi due?
Svolgeremo i vostri lavori, naturalmente.
Quali lavori? – domandò Nicholas, sbalordito.
– Infilare ogni tanto la testa nella sua stanza, di solito quando l’altro televisore non funziona. Preoccuparsi all’idea che si trasferisca in un ospizio. Henry avrà qualche incubo riguardante sua madre. Io ho bisogno di dormire, e quindi potrei spolverare la sua chincaglieria sul cassettone il sabato mattina. Credo che sia tutto quello che avete fatto finora per lei. Ho forse dimenticato qualcosa?
L’autrice non nasconde dietro immagini edulcorate le “bruttezze” del diventar vecchi ma sa aiutare i ragazzi (parlando il loro linguaggio) a guardare negli occhi la vita che passa, affrontando le responsabilità che comporta il diventare grandi. Le vicissitudini dei quattro fratelli Harris alle prese con la nonna ci portano fino alla sua morte. Anche in questo caso l’autrice ha il coraggio di chiamare le cose con il loro nome e nel dialogo che si svolge al cimitero fra i due fratelli più grandi si può riassumere la sua grande capacità di mettersi nei panni dei più giovani, aprendogli gli occhi sulla realtà, sulle tristezze ma anche sulla speranza nel futuro.
(Sophie) Alzò gli occhi, e scrutò uno dopo l’altro i rami giganteschi, fino in cima.
– Ivan! – strillò, sconvolta – Ma non capisci cosa succederà? L’hanno seppellita qui sotto, a due metri di profondità. E’ la legge, devono aver fatto per forza così. Questo significa che adesso è tra le radici del tasso. Capisci cosa sta per accaderle? Verrà assorbita dalla pianta!
Ivan si sentì quasi male. Abbassò lo sguardo, per guadagnare tempo e controllare quanto gli aveva appena detto sua sorella, e poi lo rialzò. L’albero troneggiava su di loro, immenso, antico e magnifico, facendoli sembrare due creature minuscole. L’idea che il fragile corpo dell’anziana signora potesse in qualche modo opporsi a quella forza della natura era a dir poco ridicola.
Respirò a fondo per sconfiggere la nausea.
– Le farebbe piacere – disse, cercando di mostrarsi più calmo possibile.
– Piacere?
Ivan confortò sua sorella a proposito dell’albero così come lei lo aveva consolato per la storia della polmonite.
– Sono sicuro che ne sarebbe felice. Perché non dovrebbe? Una volta mi aveva detto che le piaceva pensare di far parte delle cose: sarebbe stata contenta di far parte di un albero.
– Lo credi davvero?
– Sì, certo.

Anke De Vries
Segatura in testa
I Criceti Salani – 1991
(I due bambini trottano insieme attraverso il parco.)
A un tratto vedono qualcosa per terra, fra l’erba. E’ una borsa marrone da ufficio.
Si avvicinano di corsa e la raccolgono.
– Di chi può essere? – domanda Frans.
Guardano dentro la borsa.
E’ piena di fotografie.
Vecchie fotografie.
(…)
– Ma questo è il signor Baas! – esclama Fransi, indicando un uomo nella fotografia.
– Il signor Baas? Lo conosci? – chiede Frans.
– Sì, abita a Villa delle Dune. E si dimentica tutto.
– Questo lo so – dice Frans – Stamattina girava nel parco. Si era dimenticato la strada. L’ho accompagnato io a Villa delle Dune.
– Lo faccio sempre anch’io – dice Fransi.
– Il signor Baas ha la segatura in testa. Un bel fastidio.
Molte persone anziane hanno “la segatura in testa”, cioè dimenticano facilmente e confondono presente e passato. Appunto come il signor Baas, che vive in una casa di riposo e non riconosce nel signore stempiato che gli fa visita il figlio, una volta biondo e riccioluto.
L’incontro fra l’anziano signore e due bambini intraprendenti cambia tutto: con una trovata geniale i ragazzini riescono ad ottenere che la segatura abbandoni per un po’ la testa del signor Baas.
L’autrice ha scritto questo libro in memoria dei suoi genitori che in vecchiaia ricordavano solo episodi della loro gioventù. Il libro si rivolge ai bambini con un linguaggio semplice e, con grande delicatezza, li accosta al tema della demenza senile e del ricovero in casa di cura/riposo, presentandolo con realismo ma senza paure e senza spaventarli, aiutandoli a conoscere una “diversità” e a saperne cogliere gli aspetti positivi e di relazione.

Mino Milani
L’ultimo lupo
Piemme, serie rossa – 1993
Vale veramente la pena proporre questo libro ai ragazzi ma anche leggerlo ai loro fratelli più piccoli. Ci potranno trovare il rapporto fra le generazioni, la riscoperta dei valori veri, la capacità di ascoltare, l’incontro con la natura guidato da un vecchio: tutto questo attraverso gli occhi di Enzo, il piccolo protagonista, cittadino fino al midollo.
Prevenuto nei confronti del vecchio zio, scappato dalla casa di riposo (..”una bella casa per anziani, televisione, gioco delle bocce….hai un gran bravo nipote…) per tornare alla sua casa nei boschi, Enzo scopre che se uno scappa in quel modo …o in qualsiasi altro modo, qualche ragione ce la deve avere..”.
Le sue riflessioni ci accompagnano lungo il percorso di conoscenza che lo porterà alla rivelazione sofferta dell’importanza del rispetto e della libertà. Arriverà quindi ad accettare le scelte dello zio, a comprenderle fino in fondo e a schierarsi dalla sua parte. Con un linguaggio poetico ma asciutto e senza falsi pietismi, l’autore ci propone la trasformazione di Enzo (salito in montagna, dallo zio, per aiutare i cacciatori a trovare e uccidere l’ultimo lupo della zona, il ragazzo li “tradirà” diventandone quindi il salvatore) come emblematica di una capacità di guardare le cose con occhi nuovi.

Brigitte Peskine
Risvegliarsi al tramonto
Edizioni EL, Ex libris – 1995
Scritto in prima persona da Nathalie, adolescente confusa e spaventata dalla propria crescita, in difficoltà con il resto del mondo (genitori, amiche, ragazzi…), questo libro tratteggia un bel rapporto fra nonna e nipote. Proprio per bocca di Nathalie dà vita alla paura della vecchiaia, della morte, della diversità e senza proporre soluzioni definitive né lieti finali zuccherosi indica alcune strade che possono aiutare a guardare la vita con maggiore serenità.

Carmen Martìn Gaite
Cappuccetto Rosso a Manhattan
Mondadori – 1999
Come nella famosa fiaba, Sara parte per portare una torta di fragole alla nonna che vive sola a Manhattan. Una riflessione sulla libertà che parla al cuore di tutti ma anche uno sguardo profondo ai rapporti fra nonni e nipoti. La particolarissima affinità fra Sara e la sua nonna Rebecca, un tempo cantante di music hall, è descritta in modo incisivo e mostra con grande semplicità, attraverso la penna magistrale di questa grande autrice, come i bambini siano in grado di andare oltre i pregiudizi, diritti al cuore dove sanno leggere i veri sentimenti delle persone, l’ansia di amore e la disperata solitudine di cui tante volte i vecchi di oggi sono circondati.

Anna Lavatelli
Tutti per una
Piemme, serie arancio – 1997
E’ una realtà molto romanzata, dove il lieto fine è obbligatorio, quella che viene descritta in questo libro che racconta le vicende di un gruppo di anziani di una casa di riposo. Eppure il suo pregio è proprio quello di descrivere, con gli occhi di chi ci deve poi passare il resto della vita, una realtà spesso sconosciuta e comunque temuta dai bambini. Le riflessioni che i protagonisti fanno fra di loro sul senso della vita, sulle aspettative verso il futuro, sulla capacità di essere ancora protagonisti attivi sono tutti inviti alla riflessione e ad una maggiore attenzione nei confronti degli altri.

Guus Kuijer
Ti perdi e trovi una nonna
I Criceti Salani – 1993

Guus Kuijer
L’isola Duegambe
I Criceti Salani – 1991

Segnaliamo questi libri che raccontano le avventure di Tin, intraprendente bambina di nove anni, del coetaneo Job e del piccolo Bas, per la presenza di Tilli, una vecchia signora cieca che Tin “adotta” come nonna. Difficoltà, strategie e soluzioni positive sono tratteggiate dalla penna di questo grande scrittore olandese che sa guardare il mondo dall’altezza dei bambini, sa portarli ad affrontare le realtà e le fatiche della vita vera con fantasia, ironia e tanta voglia di divertire.

Stepan Zavrel
Nonno Tommaso
Arka – 1992

Il libro ha tutti gli ingredienti per piacere ai bambini ma anche ai loro nonni!! L’ordinanza del sindaco che “per il loro bene” fa rinchiudere tutti i nonni in una casa di riposo con l’aiuto di squadre di acchiappanonni armati di ogni tipo di rete sarà vanificata proprio dai bambini che, soli, si accorgono che i nonni là hanno davvero di tutto ma nessuno di loro sorride.
Saranno i bambini, all’insaputa dei grandi (che tanto non si accorgono di niente) a liberare i nonni e a tenerli nascosti fino a quando anche i genitori non capiranno che il loro posto è lì, in famiglia, e che la loro presenza è preziosa per i bambini.

Anthony Horowitz
Nonnina
Junior +10 Mondadori -1996
Appartiene al filone dei “nonni cattivi” e della fantasia più sfrenata questo divertente romanzo che vede il piccolo protagonista alle prese con la vecchia, cattivissima nonna e le sue amiche che vogliono servirsi di lui per tornare giovani. Nonnina concentra in sé tutti i tratti negativi che vengono solitamente attribuiti ai vecchi (dalla dentiera alle rughe…) e non è possibile trovarle qualche aspetto positivo. I vecchi da eliminare? Verrebbe fatto di pensare di sì se non fosse per un personaggio, la tata del protagonista, che sa riportare le cose sulla terra e dichiara decisa agli interrogativi del ragazzino: La vecchiaia è come una lente di ingrandimento: prende il meglio e il peggio di ognuno e l’ingrandisce. Nonnina è stata egoista e crudele per tutta la vita. Ma non puoi prendertela con lei per essere vecchia.

Ulf Stark
Il paradiso dei matti
Feltrinelli kids – 1999
Pur essendo un libro che parla dell’adolescenza e di tutto quello che comporta, raccontando la storia di Simone (una ragazzina dallo splendido nome francese che però in svedese non esiste se non al maschile…). La storia, divertente, trasgressiva, delicata è per noi significativa anche per la figura del nonno (si potrebbe dire il miglior attore non protagonista…) con cui Simone ha un bellissimo rapporto fatto di confidenza, affetto e reciproca fiducia. Lo strampalato vecchietto, di cui inizialmente sappiamo solo che è ricoverato in un ospedale per lungo degenti, piomba a casa della figlia dichiarando
Sono venuto qui per morire (…) Lo so, lo so! Forse è sconveniente. Ma in quell’ospedale del cavolo non si può morire in pace. Non si fa in tempo, con tutti gli esami del sangue e i termometri che ti infilano dappertutto e le lenzuola che devono essere cambiate e le pillole che bisogna mandar giù e tutte le altre scemenze che si inventano!
Il nonno accompagna e sostiene Simone in tutte le sue peripezie alla ricerca di se stessa e quando viene il momento organizza una festa d’addio cui partecipa dal suo grande lettone dove morirà sereno accanto alla figlia e alla nipote mentre la festa e la vita continuano nella notte.
Un altro libro in cui la morte viene affrontata con realismo e tranquillità, senza nascondere niente e senza spaventare.

Karel Verleyen
Mio nonno domatore di leoni
Gli Istrici Salani – 1997
Divertente e surreale questo nonno, scomparso in Africa tanti tanti anni prima, ricompare all’improvviso e vorrebbe venire a vivere con il figlio che non l’ha mai conosciuto. E così la storia si snoda fra l’esigenza di riconoscimento da parte del nonno, il rifiuto del figlio che non sa affrontare il cambiamento e la piena, immediata accettazione invece da parte del nipotino per il quale il nonno ritrovato inventa avventure mirabolanti. Inevitabile il lieto fine (Ai nipoti può benissimo nascere un nonno! Ad alcuni almeno…E a me è successo!) per un libro che, tra le risate, ci ricorda comunque l’importanza degli affetti e delle figure familiari.

Segatura in testa
Abbiamo scelto alcuni testi che aiutano in modo significativo ad entrare in contatto con temi difficili quale la malattia e la vicinanza con la morte scegliendo per fare questo la figura dei nonni come figura mediatrice.
Molti dei testi recuperano in modo positivo l’immagine di persona vecchia che si avvicina, più o meno consapevolmente, alla fine della propria vita. Mettere a fuoco questo tema fa inevitabilmente sfuocare il resto rendendo centrale il rapporto che si crea fra il nonno o la nonna e i bambini.
In alcuni racconti però questa centralità del rapporto disegna un’immagine di nonni sopra le righe, con caratteri di eccezionalità, distanti dai tratti reali.
I nonni spiccano anche perché dietro loro c’è il vuoto famigliare. Riempiono l’assenza delle altre figure, in particolare dei genitori che non sono rappresentati come adulti di riferimento, sono lontani ( e come tale vengono allontanati dagli autori con stratagemmi vari).
Questa resa del quadro familiare in termini di assenza dei genitori è contraddittoria e problematica; tende da un lato ad idealizzare le figure dei nonni presentandoli, appunto, come super nonni, dall’altro induce a domandarsi come i bambini leggano questo vuoto, che alcuni libri disegnano in termini così forti, appare altrettanto irreale al pari dei quadretti idilliaci di tanti spot pubblicitari.
“Un altro degli elementi considerato da molti proibito nei libri per ragazzi è la morte. Intendiamoci, la morte come elemento risolutivo dell’intreccio, è stata sempre usata con abbondanza. Mamme morte che producono utilissimi orfanelli, eroici tamburini sardi o scervellati monelli che giocano col fuoco, piccoli ebrei nei lager, malatini di AIDS o vittime di faide tribali in Bosnia o in Ruanda. La morte straziante è uno degli ingranaggi fondamentali per mettere in moto la macchina del patetico, così presente specie nella letteratura ottocentesca, e comunque in quella che vuole ammonire ed edificare. La morte come evento, come spettacolo, come dato di fatto che in genere ci fa sentire colpevoli di essere sopravvissuti. Mai o quasi mai la morte come problema filosofico.
Eppure tutti i bambini si interrogano al riguardo, nonostante le risposte evasive e depistanti degli adulti (…). Uno dei miei libri per preadolescenti più amato dalle lettrici è Principessa Laurentina dove ho cercato di raccontare in modo realistico la reazione della protagonista alla morte della madre, avvenuta per un imprevisto incidente proprio mentre era in corso un profondo dissidio con la figlia. Ho notato che a leggere libri di questo genere i bambini e i ragazzini provano un senso di sollievo, non perchè se ne ritrovino
consolati, ma perchè si sono almeno liberati dal peso angoscioso del silenzio, del non detto, del rimosso”. (Bianca Pitzorno, Storia delle mie storie, Pratiche Editrice, Parma, 1995, pp. 137-138)

Nonni – rapporti fra le generazioni – figure di riferimento nella crescita
Un filone ricco di titoli è quello che vede i nonni come figure adulte di riferimento, solide rassicuranti (o anche “negative” in quanto custodi delle tradizioni) ma spesso sole nella totale (o quasi) assenza dei genitori.
Citiamo fra i tanti:
Patricia MacLachlan, Album di famiglia, Junior Mondadori +10,1993
Margaret Shaw, Ieri e domani, Gaia Junior Mondadori, 1993
Rhea Beth Rossi, Solo donne in famiglia, Gaia Junior Mondadori, 1993
Gail Giles, Il respiro del drago, Junior +10 Mondadori, 1999
Roberta Grazzani,  Nonno Tano, Piemme serie azzurra, 1992
Silvana Gandolfi, Occhio al gatto!, Salani Gli Istrici, 1995
Matilde Lucchini, Per fortuna ci sono i dinosauri, Junior +10 Mondadori, 1994

1. Le facce della diversità nella letteratura infantile

Esplicitiamo il punto di vista da cui vorremmo cominciare per proporre questo numero monografico dedicato al rapporto tra le forme della diversità e la letteratura per bambini e ragazzi; tra le molti possibili chiavi di lettura con cui accostarsi a questo tema vorremmo privilegiare l’idea di una letteratura intesa come luogo di rivisitazione della vita quotidiana. Con quest’ultima la letteratura conserva legami diretti in quanto serbatoio di storie reali e potenziali che la creatività e l’immaginazione a volte riprendono, rivedono o stravolgono sempre comunque individuando nella dimensione quotidiana un punto di riferimento.

Ma che cosa è la quotidianità?
E’ qualcosa che ha a che fare con l’ordinarietà, la ripetizione, la routine. Tutta la nostra vita è intessuta di routines senza le quali diventerebbe impossibile vivere, pena reinventare, come novelli Robinson Crosue, le pratiche che contraddistinguono il passare dei giorni.
Quotidianità è la dimensione in cui siamo immersi, che attraversiamo, dentro cui agiamo e reagiamo. Per questa sua “naturalità ed ovvietà” è la dimensione con cui facciamo più fatica a confrontarci; la comprensione dei meccanismi che la sostengono è sotterranea, spesso non ricercata così come non è scontato il farli venire a galla.
Da molti punti di vista la quotidianità fatica ad affermarsi con valore, con senso e anche con piacere.
Spesso è la rottura che in un qualche modo ci fa riprendere contatto con il quotidiano, promuovendo una forma di consapevolezza maggiore.
Nella quotidianità noi conosciamo infatti anche la rottura dell’ordinario e del consueto: l’ignoto e la paura, la malattia e la morte, la nascita difficile e la convivenza con essa. Le forme di questa rottura si presentano a volte come evento inatteso e scioccante, a volte sotto il segno della cronicità e del non cambiamento e sono spiazzanti e difficili da interpretare.

Quale rapporto tra la quotidianità e la letteratura?
Partendo da queste riflessioni tra le molte valenze possibili, segnaliamo alcuni rimandi per noi particolarmente pertinenti rispetto al collegamento fra quotidianità e letteratura:

La letteratura come catalogo
Inventario del mondo che passa attraverso il rinominare le cose, il procedere alla conoscenza attraverso il linguaggio, il dare nome alle cose. E’ un rifarsi continuo a quel primo atto creativo che ricorre così forte in molti miti e testimonianze arcaiche e che rivediamo ogni volta che un bambino impara ad impadronirsi del linguaggio come processo sociale e socializzante, che ha bisogno dell’altro per compiersi.

La letteratura come mediazione verso la vicinanza con la propria e l’altrui esperienza
Molti di coloro che amano leggere ed ascoltare storie sentono ciò che così efficacemente uno scrittore importante come Proust affermava: “solo attraverso l’arte possiamo uscire da noi, sapere che cosa vede un altro di un universo che non è lo stesso nostro e i cui paesaggi rimarrebbero per noi non meno sconosciuti di quelli che possono esserci sulla luna. Grazie all’arte, anziché vedere un solo mondo, il nostro, lo vediamo moltiplicarsi…”
Quando il punto di vista, il mondo a cui l’altro ci introduce è di segno difficile, portatore di quella faccia della realtà con cui è più faticoso e pauroso tenere aperti i legami (la malattia, la morte, l’incapacità, la dipendenza) la letteratura amplifica la sua capacità di mediazione, di introdurre elementi di collegamento, di apertura, di forme di apprendimento attraverso le vie:
della vicinanza (sì, si può parlare anche di cose difficili, passaggi aspri);
della distanziazione ( attraverso il prendere le distanze per poter elaborare);
della triangolazione (oltre me stesso e la paura c’è il terzo elemento dato dalla storia)

La letteratura come dialogo
La quotidianità è il nostro vivere ma può rischiare di essere la nostra gabbia rimandandoci un’idea di forte separatezza ed incomunicabilità:. “Io dentro al mio quotidiano, tu dentro al tuo”.
Su questo punto la letteratura spiazza, ci fa confrontare direttamente con l’incrocio di destini, il continuo rifarsi di una storia con l’altra.
La letteratura si propone come terreno di meticciato, intreccio di confluenze e stimoli. Nasce da un’ “impollinazione incrociata” , come si esprime Salan Rusdhie, e si pone come un forte messaggio di non autosufficienza e non autoreferenzialità, uno sprone al dialogo possibile.

La letteratura per bambini e ragazzi
“La letteratura è una prigione di cristallo” scrive Carmen Martin Gaite nel libro La regina delle nevi. E’ qualcosa di separato dalla vita vera, è anche, può anche essere, un territorio riparato e protetto dove provarsi con gli snodi della vita.
E’ questa una delle funzioni più significative che la letteratura assolve nei confronti dei lettori più giovani: aiutare il confronto con le molteplici facce della realtà seguendo la strada della fantasia e dell’immaginazione.
“Un racconto, un romanzo, una narrazione qualsiasi -dal momento in cui conosciamo gli elementi di base, ossia da quando l’adulto ci introduce nel mondo della fiaba- ci permette di identificarci con la (o il) protagonista e con i fatti dei quali è partecipe. Rispetto al cinema o alla televisione la pagina scritta permette una più vasta possibilità di esercitare il fattore identificazione perché la mente non è sopraffatta dal forte plagio rappresentato dalle immagini”.
Questa identificazione funziona proprio perché supportata dalla separazione dettata dalla pagina scritta e dal ruolo attivo che l’oggetto libro impone al suo lettore. Interrompendo la lettura decidiamo di costruire spazi di riflessione che, partendo da uno stimolo definito, prendono poi strade proprie.
Perché un libro è senz’altro molto di più che un libro: “Un libro è scritto da qualcuno, ha un titolo, è un oggetto che circola in più copie; non tutti i libri sono uguali e quindi non vanno usati tutti allo stesso modo; la lettura è una scelta, un modo per stare insieme, un pretesto per stabilire interazioni con gli adulti o con i pari, un’attività individuale ma regolata anche da vincoli sociali; leggere è essere membri di una comunità, è ascoltare parole che provengono da un testo scritto, è usare ciò che un libro dice per fare dell’altro; leggere è una componente saliente della vita quotidiana”.
Leggere è incontrare altre storie e altri destini in cui riconoscere somiglianze e differenze
Incontrare una storia che ha tra i protagonisti un bambino o una bambina con un deficit o in una situazione di difficoltà costituisce un opportunità di confronto con chi si presenta con tratti differenti; un confronto mediato che può indurre ad approfondire quanto il racconto propone attraverso il paragone con la propria esperienza di conoscenza diretta di chi quella condizione di deficit o difficoltà vive in prima persona
“I libri possono aiutare a crescere, incoraggiando e parlando di sé. Per questo sono utili libri che parlano di handicappati. I bambini handicappati nei libri possono essere chiamati “ammalati”, e questo è un falso grave perché un bambino handicappato non ha una malattia da cui può guarire: ha un deficit permanente. Ma bisogna dirlo? E come? Quali libri dicono che un bambino è handicappato?
Ci sono libri che aiutano un riconoscimento, che sostengono la fatica del percorso di identità, che trovano le parole ed i modi adeguati. Sono questi libri che pur rivolgendosi a lettori giovani, anche molto giovani, affrontano cose che possono far paura, temi importanti affinando le armi della curiosità, della metafora, della libera fantasia. Sono libri che propongono l’intera tavolozza dei colori vitali pur di fronte alla difficoltà e tristezza che tante situazioni raccontate propongono.
Di questo vorremmo parlare, proponendo due percorsi bibliografici che fanno riferimento al panorama editoriale italiano degli anni ’90.
Il primo affronta il tema della diversità con particolare attenzione a due fasce di lettori i piccoli e i ragazzi verso l’adolescenza. Il secondo presenta una serie di testi in cui lo stesso argomento -diversità- viene affrontato da un angolatura particolare: il rapporto tra generazioni e più precisamente fra nonni e nipoti. Da questo punto di vista i libri diventano occasione per inoltrarsi nel terreno della malattia, della mancanza di autonomia, del prendersi cura.
Accanto alla segnalazione dei testi trovano posto altri contributi:
– “C’è cavallo e cavallo” a cura di Lara Dattoli: pezzo sull’utilizzo del libro per bambini in classe come supporto fondamentale per affrontare anche con i più piccoli il tema della diversità;
– l’articolo “Educare alla differenza” della pedagogista Franca Mazzoli: attraverso la narrazione di storie si può avvicinarsi agli altri;
– il punto di vista di una case editrice, attraverso le parole della direttrice Arianna Papini, impegnata a curare la diffusione di molti testi che introducono alla riflessione sull’essere e sentirsi diversi;
– l’intervista ad un autore, Guido Quarzo, molto attento a questi temi;
– il contributo di Andrea Canevaro, docente di pedagogia speciale, dal titolo “Riduzione dell’handicap”

1. L’integrazione scolastica su internet

di Nicola Rabbi

In questo intervento cercheremo di fare una mappa delle risorse informative italiane presenti su internet. Daremo un’informazione essenziale di ciò che esiste, facendo delle recensioni dei vari siti dedicati al tema dell’integrazione scolastica.
Non useremo un linguaggio per iniziati e là dove invece saremo costretti ad usare delle parole tecniche e straniere, ne forniremo una breve spiegazione.
Questo spazio non si propone di fare una sorta di alfabetizzazione telematica (anche se poi indirettamente è anche questo), ma di dire, al di là dei luoghi comuni, cosa si può effettivamente trovare sul web (le pagine di internet) e quali sono gli strumenti e i modi per cercare le informazioni.Tanta o poca informazione?

Se dovessimo dare una risposta secca a questa domanda dovremmo allora dire che sul web le risorse informative dedicate al nostro tema non sono poi tante e che le nostre poco virtuali biblioteche cittadine ne contengono molte di più. Ma sarebbe anche ingiusto liquidare così l’importanza dell’informazione telematica che a differenza di quella cartacea è in continua evoluzione e può conoscere impennate stupefacenti.
Chi vuole ricercare informazioni su internet a proposito di integrazione scolastica (soprattutto quella che si riferisce ai disabili) deve rendersi conto subito di due cose; che è fortunato, perchè tutto ciò che si riferisce alla scuola ha maggiore probabilità di essere rappresentato adeguatamente in rete ma che si ritroverà anche a fare i conti con i soliti limiti di risorse informative. Non si trovano, se non in piccola misura, dei libri fruibili on line, ma solo (e neanche tanti) delle relazioni, degli articoli di esperienze o commenti; non si possono scaricare dei software che aiutano (ad esempio) nell’apprendimento scolastico, ma solo delle descrizioni o dei “demo”. Si troveranno invece molti indirizzi, elenchi di software, descrizioni di servizi e….gli orari di apertura (dei Centri, delle scuole, delle associazioni promotrici).
Questi limiti, pensiamo, sono solo temporanei, occorrerà solo ancora un po’ di tempo prima che la rete possa essere “riempita” delle risorse necessarie che permettano ad un insegnante, ad un disabile e ai suoi genitori di trovare quello che si desidera.
Inizieremo la nostra indagine con dei siti espressamente dedicati all’argomento e proseguiremo più avanti conoscendo quei siti che si occupano di scuola semplicemente e al cui interno hanno delle sezioni speciali. L’università e le scuole hanno una presenza sul web, in Italia, veramente imponente rispetto alla realtà media nostrana e, nascoste tra le pieghe, troveremo molto materiale interessante. All’inizio di ogni recensione vi sarà il nome del sito, il suo indirizzo (url) su web e infine, il suo indirizzo di posta elettronica (email).

Settore Integrazione del Provveditorato agli Studi di Bologna
http://provvbo.scuole.bo.it/glip/glip.htm
email: GLIP@bellquel.bo.cnr.it

Questo è l’indirizzo del sito curato dal GLIP di Bologna; un sito essenziale, con pochi fronzoli grafici, ma che fornisce del materiale piuttosto consistente.
La home page (HP) del sito riporta al centro un collegamento (link) ad un’altra pagina che tratta degli accordi di programma applicazione dall’articolo 13 della legge 104/92. Sono scaricabili sul proprio computer sia la legge quadro che l’accordo di programma .
Nella colonna destra della home page vi sono i collegamenti a “Insieme”, “Guida-agenda per i genitori degli alunni disabili ed i loro operatori scolastici e socio-assistenziali, un vademecum – come si legge – curato dal Gruppo di lavoro Interistituzionale Provinciale, che si offre come aggiornata e agevole guida per meglio conoscere punti di riferimento normativi, interventi, percorsi formativi per l’attuazione dell’integrazione scolastica degli alunni disabili. Questo sussidio viene proposto a breve distanza di tempo dalla sottoscrizione degli Accordi di Programma da parte dei rappresentanti delle istituzioni pubbliche, alle quali è affidato il delicato impegno di assicurare il miglior inserimento scolastico e sociale in relazione alle potenzialità e difficoltà di ciascun giovane”.
La descrizione dell’accordo provinciale di programma è diviso in un indice molto dettagliato che comprende un chiarimento terminologico, i riferimenti legislativi, la situazione per i vari ordini e gradi scolastici, tratta del Profilo Dinamico Funzionale, del Piano Educativo Personalizzato e del personale per l’integrazione. Per finire il testo si occupa dell’assistenza alla persona, della valutazione differenziata, delle agevolazioni sul lavoro e del ruolo delle associazioni di volontariato.
Tutti i testi sono scaricabili più velocemente cliccando direttamente sulla parole “Scarica il testo in un file”.
Il sito si ramifica in molte sottopagine dove è possibile entrare molto nel dettaglio; la mancanza però di alcuni accorgimenti per rendere più facile l’orientamento al visitatore, lo rendono un sito in cui ci si può perdere.

CDI – Rete Regionale dei Centri di Documentazione per l’Integrazione
http://www.accaparlante.it/cdri/index.htm
email: asshp1@iperbole.bologna.it

Documentare, informare e formare nel sociale, in special modo nel campo
dell’integrazione scolastica, è questa l’argomento principale di questo
sito che è l’espressione di ben 18 Centri di Documentazione sparpagliati
per tutta l’Emilia Romagna.
Per adesso sono solo 7 i centri che hanno cominciato a riversare il loro
materiale in rete il CIDEF di Rimini, i Centri Documentazione Handicap di
Modena, Cesena, Savignano sul Rubicone, Ravenna, Rimini e Bologna,
quest’ultimo è anche quello promotore dell’iniziativa.
Il materiale per adesso disponibile riguarda alcune indicazioni generali
sui 18 centri e una presentazione approfondita di quelli sopracitati.
Per quanto riguarda la scuola nel pagine del Centro Documentazione Handicap di Bologna si può trovare del materiale interessante sul Progetto Calamaio (educazione alladiversità all’interno delle scuole) e nell’archivio dellarivista HP. Altri centri come quello comunale di Bologna, hanno messo in rete parecchio materiale sull’esperienze e sui testi che la loro biblioteca possiede .
Il sito è rivolto ad un utenza piuttosto variegata, dal disabile
all’operatore sociale, all’insegnante, a tutti coloro che sono interessati
alla tematica dell’handicap e dell’integrazione. L’informazione viene data
con un linguaggio sobrio e sintetico, pur nella complessità di alcuni
argomenti, e con un occhio attento all’organizzazione grafica della pagina
molto curata.
L’utente può comunicare direttamente con tutti i centri dotati di E-mail
per richieste, chiarimenti…e in futuro verranno allestite pagine dove
sarà possibile una forma di interattività maggiore.

Progetto Scuola Handicap
Provveditorato agli studi di Venezia
email: renax@tin.it (Renato Ceccon)

Sito molto ricco di informazioni, uno dei migliori; al suo interno si può trovare Leo-Link Bbs, una banca dati “organizzata per librerie dedicate alla documentazione e al software nelle quali si trovano materiali e programmi dimostrativi, shareware e di pubblico dominio”. I servizi che offre possono essere pienamente ottenuti tramite un’iscrizione a Leo-Link che funziona (pur essendo su internet) come una vecchia Bbs, le banche dati collegate in rete antecedenti alla diffusione di internet. Da questa “tradizione telematica” mantiene il rapporto di collaborazione stretto che richiede agli iscritti, magari solo attraverso le segnalazioni dei difetti nei software distribuiti o di nuove risorse da poter acquisire. Sempre in questo solco garantisce un’alta interattività con gli utenti attraverso “Poster, la bacheca degli utenti”, un’area dedicata alle iniziative, ai progetti e ai problemi, alle richieste di aiuto degli iscritti a Leo-Link. Un’altra interessante iniziativa è rappresentata da “H-NEWS, rassegna stampa in rete. H-News propone settimanalmente una selezione degli articoli inerenti alle problematiche dell’handicap apparsi sulla stampa quotidiana della provincia di Venezia e i pezzi maggiormente significativi di ambito regionale e nazionale. Gli articoli, in formato immagine .gif, sono archiviati nella libreria H-NEWS a disposizione degli utenti per il download” (poter memorizzare sul proprio computer i testi).
Si deve tenere presente che il materiale di Leo-Link è solo parzialmente dedicato al tema dell’integrazione scolastica. Altre risorse presenti nel sito invece dedicate interamente al tema puntano alle pagine del “Laboratorio Tiflotecnico Tiflopedagogico” (minorati della vista) e alla rivista “Il Bollettino Scuola Handicap”.
Segnaliamo infine i “Laboratori Assistiti Produzione IperteSti (ipertesti fatti in classi dove sono presenti alunni disabili) “, dove sono organizzati anche dei corsi di formazione rivolti “ai docenti di sostegno e curriculari delle scuole elementari, medie e superiori della provincia che collaborano all’interno della loro classe per l’integrazione di alunni in situazione di handicap e che intendono avvalersi delle opportunità offerte dalla didattica multimediale per la realizzazione di materiali ipertestuali nell’attività didattica della classe”. Gli ipertesti vengono però solamente presentati e non è possibile scaricarli dalla rete.

CDH Commissione Disabilità e Handicap-Università di Padova
email: wwwcdh@ux1.unipd.it

Disabilità e università, è questo il binomio attorno cui ruota tutta l’informazione che è possibile reperire all’interno di questo sito che risulta così fortemente specializzato sull’argomento con un riguardo particolare alla situazione dell’università di Padova.
Il sito è espressione della Commissione Disabilità e Handicap della sopracitata università, creata nel 1994 con l’intento di programmare alcuni interventi a favore degli studenti disabili iscritti.
I temi trattati dal sito riguardano il diritto allo studio, la diffusione di una nuova cultura dell’handicap, l’accessibilità all’informazione su internet da parte dei disabili (fornendo numerose indicazioni, soprattutto all’estero, su dove trovare dei programmi di questo tipo o semplicemente riportando il resoconto dei dibattiti). Una particolarità di questo sito è l’impronta fortemente locale. Molte informazioni riguardano la situazione dell’università di Padova in termini di servizi e opportunità offerte, indirizzi utili, statistiche riguardo il numero degli studenti disabili frequentanti…Dalla fine del 1996 è stato formalizzato ed è attivo un coordinamento ufficiale tra le università venete (Padova, Verona, Ca’ Foscari e I.U.A.V.), per la programmazione di attività comuni per realizzare il diritto allo studio degli studenti disabili.
H2000 Associazione Universitaria Ragazzi più o meno Abili (e-mail: roberto.mancin@citinv.it, Roberto Mancin) è sito degli studenti universitari disabili di Padova, ma, purtroppo, non è più aggiornato da un bel po’ di tempo.

Gli insegnanti di sostegno vanno in rete
Asse portante del processo di integrazione, anche gli insegnanti di sostegno hanno imparato a servirsi della rete ma, nella maggior parte dei casi, il loro esserci si limita alla presentazione della propria associazione di appartenenza.
F.A.D.I.S. (Federazione Associazioni Docenti per l’Integrazione Scolastica)
e-mail: bomarzo@tin.it (Nicola Quirico)
Un piccolo sito che si occupa di un aspetto importante del tema, quello degli insegnanti di sostegno, quelle persone che vivono quotidianamente la fatica dell’integrazione. Le Federazione nasce come reazione agli interventi legislativi previsti nelle ultime finanziarie, che hanno visto un restringimento delle risorse destinate all’integrazione scolastica (diminuzione del personale addetto al sostegno, ridimensionamento del rapporto tra insegnante specializzato e alunni…). Le risorse informative non sono vaste (e a volte rese meno fruibili dal fatto di essere importate sulla pagine web come immagine) ma sono un importante punto di vista.
L’A.P.I.S. (Associazione Provinciale Insegnanti di Sostegno)
http://www.comune.fe.it/apis
email: bomarzo@tin.it
Sito dell’associazione insegnanti di sostegno della provincia di Ferrara e aderente alla F.A.D.I.S. presenta una home page (pagine iniziale) con una serie di link (collegamenti) che portano ad una raccolta di documenti di natura diversa: una serie di articoli pubblicati da giornali riguardanti per lo più la situazione locale (Sulla stampa), materiale di aggiornamento sui propri corsi e sulle normative (Aggiornamenti e Adempimenti normativi), e un serie interessanti di collegamenti ad altre risorse presenti in rete; uno di questi porta all’A.P.E.I.S.H.A., un’altra associazione di insegnanti di sostegno, ma questa volta della provincia di Trento; altri siti simili da segnalare sono l’I.S.P.F. (Insegnanti di sostegno della provincia di Frosinone) – e L’A.I.D.I. (Associazione Italiana Docenti di Sostegno).

Alla ricerca dei testi di legge
Cercare un testo di legge su internet può dare parecchie soddisfazioni, perché a differenza di altre risorse, le fonti legislative sono ben riportate in rete e si può trovare pressoché tutto; il sito del Parlamento (www.parlamento.it) è molto completo, ma esistono luoghi, o meglio sezioni di siti che si sono specializzati nella raccolta di leggi riguardanti l’integrazione scolastica. Uno dei più completi è quello offerto da Handylex (curato dall’associazione nazionale Uildm); il sito è una raccolta completa di leggi sull’handicap in generale, ma una sua parte, rintracciabile all’indirizzo web, è dedicato alla scuola.
Le fonti normative sono di vario tipo (leggi, decreti, sentenze, circolari, ordinanze) e sono suddivise per i seguenti argomenti: ordinamento scolastico, iscrizioni, valutazione e prove d’esame,
piano educativo individualizzato, diagnosi funzionale, profilo dinamico funzionale, insegnanti di sostegno e azione di sostegno, accordi di programma per il diritto allo studio, gruppi di lavoro interistituzionali provinciali (glip), formazione e tirocinio professionale.
Facciamo un esempio concreto di ricerca; ad esempio cliccando sul link che porta alle norme riguardanti “insegnanti di sostegno e azione di sostegno” troviamo ben 12 riferimenti di legge (anche di carattere locale) anche se l’ultimo riferimento legislativo risale al 1997. Andando in una categoria più generale possiamo però verificare che gli aggiornamenti sono più recenti e l’ultimo risale al gennaio 1999. Visto il mezzo (internet) ci si aspetterebbe un aggiornamento più frequente.
Andando a visitare il CDG (Centro Documentazione Giuridica) della UIC(Unione Ciechi Italiani) si può trovare al seguente indirizzo (http://www.uiciechi.it/cdg/ist/legisl/istidx.htm) una lunga raccolta di leggi tematiche che risale fino al 1923; ma anche qui l’ultimo aggiornamento risale (come dice il fondo pagina al 1998).

Le mailing list: una grande risorsa per l’integrazione
La rete telematica non si esaurisce nelle pagine web dei siti che abbiamo commentato nelle scorse puntate; oltre a questi, anzi più di questi, esiste un’altro strumento per comunicare in rete, la posta elettronica. Facile da usare, veloce quasi in tempo reale, l’email è uno strumento essenziale per chi voglia documentarsi e informare sul tema dell’integrazione scolastica. Le pagine web si sfogliano con il browser (Internet Explorer o Netscape per lo più), si leggono in modo affrettato perché quando lo fai stai pagando una connessione telefonica, raramente puoi replicare o dire la tua.
Con la posta elettronica le cose cambiano radicalmente. Quando scrivi un messaggio o lo leggi, lo fai rigorosamente off line (non connesso) e per inviarlo o per scaricare la posta che gli altri ti hanno spedito, la spesa si riduce a pochi scatti telefonici. E ancora, quando scrivi, scrivi per qualcuno da cui aspetti, probabilmente, una risposta, l’azione quindi è molto più coinvolgente che quella della navigazione su internet. La telematica non è solo quella pubblicizzata dai mass media e dalla pubblicità, ma offre altre opportunità per chi voglia documentarsi, informarsi o semplicemente chiacchierare sui temi dell’integrazione scolastica. E, accanto ai newsgroup (gruppi di discussione su web di cui parleremo in un’altra puntata), uno degli strumenti più pratici per farlo sono le mailing list. In Italia su internet esistono diverse liste dedicate all’handicap, di cui solo due specificamente dedicata al nostro tema (Dwhandicap e Lista Vista).

Che cosa sono le liste di discussione
Le mailing list sono dei gruppi di discussione che avvengono tramite la posta elettronica. Per poter partecipare occorre iscriversi mandando un messaggio ad un particolare indirizzo e scrivendo nel corpo del messaggio, nella maggior parte dei casi, la parola subscribe. Dal momento in cui uno si è iscritto riceve tutti i messaggi che gli altri iscritti mandano in lista e ogni suo messaggio (mandato ad un unico indirizzo, quello della lista) viene ricevuto da tutte le persone che in quel momento sono iscritte. Di solito a gestire automaticamente tutte queste operazioni è un particolare computer che può adottare programmi differenti (listserv, majordomo, listproc, smartlist…). Sempre grazie a questi computer è possibile eseguire altre operazioni, come la disinscrizione (unsubscribe) o la richiesta dell’elenco dei partecipanti (who is). Le operazioni che sono possibili dipendono da quali applicazioni usa il computer addetto e da altre scelte volute dall’operatore di sistema. L’informazione, nel caso delle liste, arriva direttamente alla persona, nella sua casella di posta elettronica e questo è un elemento da non sottovalutare, dato che l’utente non ricerca, ma riceve direttamente le notizie senza nessun sforzo (se non quello successivo di rispondere o partecipare al dibattito). Come per i giornali e gli altri mass media tradizionali, le mailing list sono lette da un numero di persone maggiore rispetto a quelle che intervengono direttamente nella discussione, anche se l’interattività, la possibilità cioè di partecipazione offerta dal mezzo telematico è proporzionalmente superiore. Le dimensioni di una mailing list sono molto variabili; si può passare dai 100 iscritti ai 10.000, con un traffico variabile di messaggi settimanali da 5 a più di cento. Una mailing list può essere moderata da una persona che provvede sia per gli aspetti tecnici (owner) che per quelli redazionali e si preoccupa del rispetto del tema e delle regole.

Tutte le informazioni utili
Di seguito riporto l’elenco delle principali maling list presenti su internet; per ciascuna vengono descritte le modalità di iscrizione, l’indirizzo e il nome del moderatore e il tema caratterizzante la discussione (anche se molto spesso succede che i messaggi riguardino la tematica dell’handicap in generale).

Mailing list Didaweb (dw-handicap)
L’iscrizione avviene scrivendo al seguente indirizzo: dw-handicap-subscribe@egroups.com
Moderatori: Riccardo Celletti, email: r.celletti@mclink.it
Nicola Quirico, email: bomarzo@tin.it
Specializzata sulla tematica didattica, disabilità, integrazione e insegnanti di sostegno.

Lista Vista
Moderatore Flavio Fogarolo, email:owner-listavista@ilary.keycomm.it
Lista di discussione sull’uso degli strumenti informatici nella didattica dei minorati della vista.

Mailing list Handicap e Disagio
Iscrizione: digitare le parole subscribe nel subject e indirizzarlo a
pck-disagio-request@peacelink.it.
Moderatore: Nicola Rabbi, email: smiling.turtle@gmx.net

3. Piccoli lettori crescono: la diversità nei libri per ragazzi

Rodman Philbrick
Basta guardare il cielo
I delfini Bompiani – 1999
Lasciamo parlare di questo bellissimo libro Antonio Faeti, nell’introduzione che apre il volume: “Sì, lo diciamo continuamente che i diversi vanno accettati, fatti viverenel mondo così stranamente definito “dei normali”. Sì, parliamosempre di solidarietà, di bontà, di sentimenti profondi, di valori, diumanità, di dignità. Sì, facciamo programmi, convegni, spot televisivi,interviste ad esperti, servizi giornalistici, copertine, manifesti, raccolte difirme. Poi, però, c’è sempre una barriera, noi di qua, loro di là. Libri comequesto che state per leggere ce ne sono davvero pochi. Qui non si resta comodi,al calduccio, tra gente pulita che odora di buono. Si scende in cantina, si raggiungono stagni puzzolenti, fogne, stamberghe. Si vede bene in faccia laviolenza, si scorge chi sta dall’altra parte, si frequentano cattive compagnie.E allora si impara davvero. E’ l’amicizia tra ragazzi, la prima scoperta, ilprimo tema, il contenuto più autentico, la trama che tutto unifica. Un argomento, anche questo, quasi impossibile da trattare. C’è il rischio dipasticciare, di riempire pagine e pagine di sentimenti a buon mercato, disdolcinature a prezzi da realizzo. Qui, i due amici sembrano davvero quello che ridendo proclamano di essere: due cavalieri antichi, due guerrieri, ammiratori di Re Artù nell’età dei computer. Hanno stabilito, fra loro, un rapporto così stretto, anche in senso fisico, da creare una terza persona che li comprende tutti e due e a cui hanno dato un nome cumulativo.
Dopo l’amicizia, è l’handicap che ci viene incontro e ci viene mostrato secondo una regola validissima, qui mai abbandonata: è severamente vietato il piagnisteo. Non ci sono pietismo, non ci sono consolazioni, niente carezze,niente languori. Non va bene neppure il bel sorriso educato: qui trionfa losghignazzo da brutte strade di periferia, qui si ritrova un tono che rimanda ai vecchi libri di pirati, di briganti, di grassatori. Vengono in mente anche ipicari, ovvero gli avventurieri spagnoli del Seicento che se ne andavano dicittà in città a cercar fortuna. E questo è un libro così intenso, bello, colorito e beffardo, da poter essere definito proprio picaresco.
Si rammenta anche Mark Twain, con i suoi Tom e Huck, anche loro affezionatifrequentatori di bassifondi, case abbandonate, grotte, cimiteri. Un libro come questo merita di essere collocato nello scaffale che contiene i libri di Twain.
Essere amici significa, soprattutto, trovarsi. E’ il vero incontro quello chedecide tutto. E due handicap uniti producono una forza irresistibile, dall’amicizia nasce un progetto, si rinnova la vita, cambia tutto. Gli adulti,qui, non sono modelli, non possono indirizzare o dirigere: i due ragazzi devono inventarsi tutto, la vita, il mondo, le regole, il comportamento, i giorni, il calendario. Oggi si ha quasi timore a parlare dell’amicizia, perché quella che meglio si conosce è quella superficiale, frettolosa, spesso falsa, nata incerte occasioni in cui si sta insieme nel gruppo. Qui c’è l’amicizia priva di smancerie e di svenevolezze che però è tenace come il cemento, qui c’è unpatto reso sempre più solido dalle disavventure e dalle avversità. A guardarbene, il mondo imbroglionesco, pasticciato, degradato, in cui si muovono i dueragazzi è assolutamente il nostro mondo di oggi. Sappiamo di stare assistendo, quasi ogni giorno, a cambiamenti mirabili, che richiedono capacità didecifrazione e di adattamento. Nel libro, che per l’appunto si legge voracemente, tutto questo sconquasso è tenuto d’occhio, è guardato bene,spesso si giunge anche a qualche spiegazione. Una, per esempio, è tale che gliadulti (anche per loro è adatto questo libro) fanno fatica ad accettarla. Spesso, nei cambiamenti vorticosi, nel succedersi frenetico di fasi storiche,nel crollo degli imperi, accade che la saggezza, tradizionalmente assegnata aglianziani, sia invece in possesso dei ragazzi. Osservando il comportamento dei dueprotagonisti si comprendono le ragioni di questo spostamento. Come in tutti igrandi libri del riso, anche qui si ritrova una vena, sottile e preziosa, dimalinconia. E’ fatta di quel misterioso umore presente nella comicità piùgeniale: in Charlot, in Totò, in Stanlio e Ollio inevitabilmente si ritrovanomomenti in cui, oltre allo spasso irresistibile c’è una breve pausa di tristezza. E la si sente affiorare anche qui, delicata, lieve, però, anche intensa. Solenni come i cavalieri dell’amato Re Artù, sprezzanti come i picari,incontenibili come i pirati, i due ragazzi sanno suscitare anche qualchelacrima, inevitabile e sincera.
Noi, per questo, li amiamo anche di più”.
Ed è vero, non possiamo non amare Max che dice “Non ho mai avuto un cervellofinchè non è arrivato Freak e ha lasciato che prendessi in prestito un po’ del suo per un po’, e questa è la verità, la pura verità. (…) per un sacco ditempo è stato lui a occuparsi delle parole. Solo che io avevo un mio modo didire le cose coi pugni e con i piedi anche prima che diventassimo Freak theMighty, pronti a fare a pezzi draghi e sciocchi, camminando in alto sul mondo”.
E non possiamo non amare Freak che all’asilo “non sembrava tanto diverso, eravamotutti quanti sul piccolo, no? (…) Aveva l’aria come fiera, me lo ricordo così(…) dio quelle stampelle se erano forti. Ne volevo un paio anch’io. E quandoil piccolo Freak un giorno è arrivato con quei ferri luccicanti fissati allegambette storte, coi tubi di metallo che andavano su fino ai fianchi, bè,quelli erano anche più forti delle stampelle.
E non possiamo fare a meno di amare Freak the Mighty che nasce perchè Freak nonha portato le stampelle stasera, solo i ferri alla gamba, e ride così forte checade. Non che cada da molto in alto. Comunque, io lo tiro su e resto stupito asentire com’è leggero.(…) così mi chino senza pensare e tiro su Freak e melo metto sulle spalle. Freak si tiene sempre stretto alle mie spalle e quandogli chiedono il suo nome dice “Noi siamo Freak the Mighty, ecco chi siamo.Siamo alti nove piedi, nel caso non l’abbiate notato”. Ed è così che ècominciata, davvero, come siamo diventati Freak the Mighty, pronti a far stragedi draghi e di sciocchi, camminando alto sul mondo.”
Ci fermiamo qui anche se ci piacerebbe farvi notare tante altre cose diquesto libro triste e bellissimo e pieno di speranza. Leggetelo presto.

Jane Slepian
Le rose del Bronx 
Gaia Junior Mondadori – 1996
Decisamente ben scritto questo bel libro tanto che viene naturale immedesimarsi nelle ragazzine di cui si narra. Magistralmente descritti i sentimenti, i desideri, le reazioni dell’undicenne Skip e il fascino che su dilei esercita una coetanea, trasgressiva e trascinatrice, a capo di una piccola banda che pur di farsi accettare da lei è disposta a fare scherzi di cattivogusto e ad infierire crudelmente su chi è solo.
Skip ha una sorella di quindici anni, Angela, dalla mente semplice come quella di una bambina piccola, ragione del trasferimento della famiglia nel nuovo quartiere dove frequenterà una scuola speciale.
Mentre spesso il tema della diversità emerge dalle pagine dei libri per ragazzi solo con un invito, più o meno esplicito, all’accettazione, in questo libro si affrontano temi più scottanti e forse meno appariscenti ma non per questo menoveri e concreti: le ansie e le aspettative dei genitori, la necessità-dovere diaccudire una sorella diversa, le divisioni che tale diversità può portare in famiglia.
E’ davvero molto reale questa madre apprensiva che si sostituisce alla figlia, non lasciandole autonomia, che la ritiene migliore degli altri (“…frequenterà quella scuola e gliela farà vedere, a tutti (…), chissà che un giorno o l’altro non possa insegnarci in quella scuola”) e che a lei ha dedicato la vita (“…non dimenticare che Angela ha una madre e una sorella. Non ha bisogno di lavorare. Ci penseremo noi, a lei.”).
Reale questo padre stanco, concreto (“la responsabilità di Angela è nostra, non sua. Skip ha la sua vita da vivere”) e che riversa sulla figlia minore le aspettative e l’amore frustrato dalla diversità dell’altra figlia e dalla “lontananza” della moglie, ma che per tutte lavora fino allo sfinimento.
Reale Skip nel suo desiderio di libertà, nella sua ansia di non doversi occupare della sorella (“…era cosciente solo del fatto che la causa di tutti i suoi problemi era Angela. Quando sua madre la sgridava, era per via diAngela. Quando i suoi genitori litigavano, era per lei. Faceva impazzire tutti.Skip non poteva fare questo, Skip non poteva fare quello. Non poteva neppure respirare per via di sua sorella.”).
La storia si dipana senza cedimenti mettendo sempre più in evidenza la necessità (e la difficoltà) di una scelta da parte di Skip. Da un lato l’amica, la libertà, l’assenza di obblighi, l’affetto incondizionato delle coetanee. Dall’altro la famiglia, la sorella, il padre adorato. In un crescendodi tensione, il libro si avvia alla conclusione semplice, forse un poco scontata ma senz’altro positiva, il cui messaggio non può non essere inteso e capito fino in fondo dalle adolescenti cui il libro è rivolto.

Nicholas Wilde
Ombre
Superjunior Horror Mondadori – 1993
Scritto da un maestro della ghost story, il libro è in realtà il raccontodi una settimana di vacanza sulle coste del Norfolk e di una straordinaria amicizia fra due dodicenni, Matthew, cieco, che ha vissuto sempre nei quartieri poveri di Londra, e Roly che lo guida, facendogli da “occhi”all’esplorazione della zona e dei sentieri che portano al mare.
Il libro è un invito a superare le barriere che un deficit sensoriale, come lamancanza della vista,  può innalzare fra le persone, senza cadere però nel didascalico e nel pietismo.
Sono le sensazioni che prova Matt nei suoi rapporti con gli altri, la sua ricerca di autonomia e di libertà, la sua capacità di servirsi degli altri sensi per muoversi e vivere la sua vita, che indicano la strada da seguire. Naturalmente, insieme alla descrizione della capacità immediata di Roly di rapportarsi con lui con immediatezza e semplicità.
Ha poca importanza, alla fine, che Roly sia un fantasma e Matt la reincarnazionedi un suo amico, anzi la collocazione del libro nella collana horror forse dissuade dalla lettura chi non ma il genere.

Niklas Radstrom
Robert e l’uomo invisibile
Piemme, serie arancio -1996
Il mondo improvvisamente diventa tutto buio per Robert, un bambino di sei anni che si ritrova a fare i conti con “l’impossibilità di accendere la luce”. Il libro racconta con grande partecipazione, freschezza ed ironia le esperienze e le sensazioni di Robert, le reazioni della sua famiglia e degli altri (amici, maestra…).
L’incontro con l’uomo invisibile che “solo chi non vede può vedere”è una soluzione brillante per fare riacquistare al bambino la fiducia in sé stesso e la convinzione di poter fare qualsiasi cosa solo che lo voglia.
Il racconto si snoda con leggerezza tra il ritorno a scuola, la conoscenza diun’altra bimba cieca, la cattura di due ladri fino la finale un po’ retorico. Robert, così come inspiegabilmente aveva perso la vista, altrettanto misteriosamente la riacquista, riuscendo però a conservare la sensibilità e la capacità di attenzione nei confronti degli altri che il periodo di cecità gliaveva fato acquisire.
Fortissima la tensione iniziale che si snoda per una cinquantina di pagine fino all’arrivo dell’uomo invisibile, che non è solo un espediente per ridare fiducia a Robert ma che rappresenta in qualche modo tutte le persone condeficit, “invisibili” al mondo dei normodotati e ce lo dichiara con lapidarie osservazioni: “Solo perché non ci si vede non vuol dire che si sia invisibili. (…)E’ brutto non vederci ma ancora più brutto è quando nessuno ti vede. E’ la cosa più brutta che ci sia. Quando nessuno ti vede, sei solo al mondo, completamente solo, e questo fa soffrire molto”.

Aquilino
Il fantasma dell’isola di casa
Piemme, serie rossa – 1994
Peter Hartling
Che fine ha fatto Grigo?
Piemme, serie arancio – 1995
Due libri sulla diversità, sul deficit nascosto e non meglio dichiarato diun ritardo, di difficoltà di rapporti.
“Simili” ad una prima occhiata anche i protagonisti di circa diecianni, maschi, soli, l’uno in una casa bellissima dove i genitori passano veloci e se ne vanno presi dai loro problemi, solo anche l’altro, abbandonato in unistituto, con affidi falliti alle spalle e una mamma troppo truccata che compareogni tanto per una brevissima visita.
Ma quanto diverse le storie!
Romolo (il fantasma) attraversa tutto il libro in un triste monologo in cui nonc’è spazio per la speranza, in cui non trovano posto amici (se non immaginari) e affetti significativi mentre sullo sfondo si muovono adulti inquietanti,concentrati su se stessi e privi di qualunque sfaccettatura positiva. All’inseguimento di soldi e di una posizione i genitori (il papà sarà arrestato verso la fine per tangenti); collerico e preso dal culto del “fisico in forma” nonno Giobbe che morirà solo nel suo letto e verrà trovato proprio da Romolo alla ricerca di una voce amica; superficiale appassionata di telenovelas la governante; piena di invidia per la sorella lazia Claretta che fa la maestra. Esemplare (in negativo!) è proprio il capitoloin cui la zia detta a Romolo l’inizio della Divina Commedia e gli corregge il testo: “Non riesce a capire che io non capisco, io scrivo bene solo sulla tastiera. Non faccio errori (altrimenti il computer non accetterebbe gli input)e potrei comporre endecasillabi in rima alternata, se solo mi interessasse”.
Inquietante anche la fine: quando Romolo scopre che sarà messo in istituto sichiude in camera sua e inizia a parlare con animaletti (veri? Immaginari?) ch egli fanno compagnia. Sarà su sollecitazione di una farfalla che Romolo deciderà di volare via attraverso la finestra aperta (davvero? o nella sua immaginazione?) e su questa immagine che velatamente suggerisce un agghiacciante suicidio si chiude il libro.
Grigo invece non lo vuole nessuno e così sta in un istituto dove ci sono altri bambini abbandonati, alcuni “buoni”, altri no, ci sono gli adulti (le educatrici, la direttrice, i custodi, le psicologhe, il dottore), alcuni “buoni”, altri no.
Su questo sfondo che permette ai bambini di non perdere di vista la realtà (cheè fatta proprio di buoni e di cattivi) si dipanano le avventure di questo bambino difficile.
Il linguaggio è chiaro e poetico, il libro, pur nella tragicità della vicendache narra, lascia spazio a sentimenti positivi anzi sottolinea con forza la necessità dell’amicizia e dell’amore trasmettendo ai piccoli lettori un messaggio ben chiaro: bisogna saper guardare e bisogna saper ascoltare.
“Tu non impari mai niente – dicevano i suoi genitori adottivi. (…) La gente diceva che lui era stupido, che non imparava niente ma aveva torto. Grigo imparava un sacco di cose. Imparava a vivere negli istituti, che non è una cosafacile. Imparava a memoria i test che i medici e le psicologhe facevano con lui. Imparava ad evitare le persone che non gli volevano bene. Imparava a difendersi dai bambini che lo picchiavano. Imparava ad avere mal di testa e a giocare lo stesso. Imparava molte cose. (…) Grigo imparava insomma soltanto ciò di cuiaveva bisogno per cavarsela abbastanza, cioè per vivere in istituti e cliniche senza farsi insultare o picchiare troppo spesso”.
Anche in questo racconto non tutti gli adulti fanno una bella figura ma, ancora una volta, non sono tutti cattivi! E anche questi ultimi sono tratteggiati con ironia e leggerezza. Così per esempio le psicologhe che, numerose volte, sottopongono Grigo a test ma…”piano piano Grigo ebbe così tanto allenamento a fare quei giochi da sapere esattamente quello chepiaceva alle psicologhe (che) non si accorgevano affatto che Grigo non giocava come avrebbe dovuto ma come volevano loro”.
Anche questo libro non è a lieto fine. Dopo l’ennesima fuga, Grigo verrà trasferito in una clinica e di lui si perdono le tracce.
Ma…c’è un poscritto per i bambini che andrebbe probabilmente letto e rilett oda tutti quegli adulti che hanno a che fare, poco o tanto, con l’educazione e lacura dei bambini speciali. E tutti i bambini sono speciali.
– E’ veramente esistito Grigo? – chiedono tutti i bambini a cui io raccontola storia di Grigo.
– Sì, Grigo è veramente esistito. Ma questo non ha tanta importanza. L’importante è che voi veniate a sapere che esistono bambini malati come lui, che vivono come lui, negli ospedali e negli istituti.
– Grigo era proprio malato? Che malattia aveva?
– Probabilmente aveva due tipi di malattie: una che i medici sapevano individuare – il mal di testa, i crampi, i dolori allo stomaco. Queste sono le caratteristiche di una vera malattia. Avrà anche un nome difficile. L’altra malattia i medici non la possono curare: Grigo era malato perché nessuno si occupava di lui, perché viveva quasi esclusivamente in ospedali e istituti, perché nessuno giocava con lui e nessuno aveva fiducia in lui. Questa, secondo me, è la malattia peggiore. E’ inguaribile se non viene un aiuto da tutti, se non esistono delle persone che vogliono bene a bambini come Grigo.
– Però la signorina Bianchi voleva bene a Grigo!
– Forse non basta. Ci devono essere tante persone, e lui deve poter vivere inmezzo a loro, poter vivere normalmente, e solo allora imparerà com’è la vita.
– Dei bambini così possono guarire?
– Non accade spesso. Noi tutti abbiamo troppo poco tempo per occuparci di loro. Per questo restano malati.
– Allora questi istituti devono diventare più belli.
– Costa un sacco di soldi. E con questi soldi la gente preferisce costruirestrade, automobili, aerei, case e preoccuparsi della propria comodità.
– Ma forse questi istituti non servono a niente.
– Chi è malato deve essere curato. Ha bisogno di aiuto.
– Però non esistono solo questi istituti per aiutarli.
– No. Si potrebbe aiutarli in modo diverso. Ma sarebbe faticoso. E molte persone dovrebbero comportarsi diversamente da come si comportano adesso. Dovrebbero pensare ai bambini come Grigo – che vengono dimenticati perché gli istituti nonli lasciano più davanti agli occhi della gente. E allora i bambini sembrano scomparsi.
– Sono matti e combinano un sacco di guai.
– Fanno tante cose senza senso solo perché noi non ci preoccupiamo di capirli. Non abbiamo pazienza. Potrebbero giocare all’asilo con gli altri se tutti si prendessero cura di loro e nessuno li prendesse in giro. Potrebbero anche esserci delle scuole per loro. E dei genitori adottivi che avessero imparato a fare i genitori di bambini come Grigo.
– Ma tutte queste cose non esistono?
– No. Per questo Grigo stava in un istituto. E poi in clinica. Ed è così che lo hanno dimenticato.


Nicola Cinquetti
La mano nel cappello
Piemme, serie rossa – 1998
Se da un lato questo libro è azzeccatissimo e sa porre i lettori di frontealla diversità e alla sua possibile accettazione dall’altra rimanda un che di “superato”. E’ come se l’ambientazione, il protagonista e la suafamiglia vivessero negli anni ’60. Eppure è stato pubblicato nel ’98! Se sottolineiamo questo “difetto” è perché, ci pare, non aiuta illettore ad immedesimarsi nella situazione e, pur posto di fronte a personediverse, accolte con tutte le loro caratteristiche dal protagonista, che nescopre i valori e gli aspetti positivi e supera la paura del contatto con loro, fatica a trovare riferimenti concreti con la sua esperienza di oggi.
Si tratta di uno dei pochissimi testi che raccontano il tema della diversità mettendo al centro del racconto l’incontro fra William, solitario e timido quattordicenne e gli abitanti della comunità ” Le stelle” giovani adulti disabili e i loro operatori.
E’ questo il motivo di interesse centrale del libro: attraverso la reciproca conoscenza il lettore scopre la realtà quotidiana di questi luoghi ormai presenti nella nostra società ma nello stesso tempo ancora appartati. L’iniziale diffidenza che si apre alla curiosità e alla voglia di conoscersi meglio delineano il clima emotivo del libro seppure in alcuni passaggi si rischia un eccesso pedagogico quasi si volesse, attraverso l’esempio virtuoso del protagonista, insegnare ad essere solidali.
Questo tratto è in gran parte compensato da riflessioni intime e profonde chene fanno una lettura adatta per chi sta vivendo la fatica del crescere.

Dennis Covington
Lucius Lucertola
Piemme, serie rossa – 1997
Si sarebbe tentati di collocare anche questo libro nell’elenco di quelli che hanno, fra i personaggi, persone con deficit senza che quest’ultimo sia particolarmente significativo ai fini della storia. Ma è un libro piuttosto particolare, come particolare è il protagonista che vive in un istituto per ragazzi ritardati e ha un viso deforme.
Mi chiamo Lucius Sims. Ben presto scoprirete che sono più in gamba di quello che sembro. Nessuno è mai riuscito a dimostrare che sono ritardato come gli altri ospiti dell’istituto, ma se vi capitasse di vedermi, temo che non avresteuna gran considerazione di me. E’ per via del mio aspetto fisico che la signorina Cooley mi ha mandato alla Leesville.
(…)
Quando mi guardo allo specchio, io non mi vedo come mi vedono gli altri. E’semplicemente Lucius Sims che mi guarda…le mie spalle e il collo, la mia faccia, i miei occhi. Certo, i miei occhi sono spostati su un lato della testa più di quanto lo siano quelli delle altre persone, ma hanno un bel colore, simile alle alghe. Non devo nemmeno portare gli occhiali. La gente crede che io non ci veda bene solo perché il mio sguardo va in due direzioni diverse e pensa che non respiro bene solo perché ho il naso piegato di lato.
(…)
Sono tutti convinti che siano la mia faccia, il modo in cui tengo le spalle curve e il fatto che zoppico ancora un po’ (…) a rendermi diverso dagli altri. Ma io non ci casco. Voglio dire, so benissimo di essere differente, e la cosa mi preoccupa un po’. (…) E so anche chi il mio aspetto non è la ragione per cui sono diverso, ma semplicemente la sua manifestazione esteriore.
Lucius se ne andrà dall’istituto con un uomo che dice di essere suo padre e, dopo diverse esperienze, troverà nel teatro la sua realizzazione e il coraggio di tornare “a casa” e di diventare grande.
Per la prima volta mi resi conto che la signorina Cooley non era molto più vecchia di me, e proprio come me doveva imparare un sacco di cose. Durante i miei viaggi avevo sentito la sua mancanza ma in quel momento seppi come sarebbero andate a finire le cose tra noi: sarei rimasto un po’ con lei, almeno fino a quando avessi compiuto sedici anni, e dopo avrei potuto scegliere. In un certo senso, ero già da solo.
(…)
Trovai un po’ di conforto nel pensiero che mi ero dimenticato quanto fosse ampioil cielo sopra la cittadina in cui vivevo, e come d’estate rimanesse a lungo luminoso.

Lo stesso cielo che sta sopra Freak the Mighty e che collega con un filosottile di stelle i protagonisti di questi, e altri, libri di cui vi abbiamo parlato.

Janine Teisson
Cinema Lux
Shorts Mondadori – 1998
Sono stati una scoperta piacevole questi Shorts che sono “brevi come unvideoclip, appassionanti come un film. Romanzi che si leggono in un’ora e non sidimenticano più”. E, aggiungiamo noi, sono di qualità pur costando veramente pochissimo (4.900 lire!!).
Questo, che piacerà sicuramente agli adolescenti un po’ romantici ma che vivono nel 2000, racconta una tenera storia d’amore nata sulle poltrone di un cinema. Attenzione però, non è come pensate voi! L’amore nasce dalla passione che entrambi i protagonisti hanno per i film di una volta, film che il cinema Lux proietta tutti i mercoledì.
Entrando fà attenzione al gradino. Sfiora il velluto ruvido delle poltrone. Il paradiso si torva nella terza fila a partire dal fondo, settima poltrona.
Non amano i film muti, però…E piano piano scopriamo insieme a Marine e a Mathieu che entrambi sono ciechi; lo scopriamo un po’ prima di loro e li seguiamo in un mondo di sensazioni, di attenzioni diverse e di diverse possibilità.
Naturalmente sarà amore ma non c’è retorica nell’ultimo capitolo, quello delle rivelazioni, che è tutto da leggere.

Melvin Burgess
Innamorarsi di April
Gaia Junior Mondadori – 1997
Molte storie si intrecciano in questo racconto attorno al tema principale costituito dall’amicizia e dall’innamoramento di Tony e April, due giovani dalle vite non certo semplici.
Tony giunge nel paese di April dopo che il padre lo ha allontanato da casa insieme alla madre. April è sorda e per questa sua difficoltà viene considerata da tutti come la tonta del villaggio, per di più dalla scarsa moralità.
Dopo l’iniziale diffidenza i due ragazzi si conoscono e nonostante le ostilitàche li circondano vivranno qualcosa di importante per il loro percorso di crescita. Crescita che, come per tutti gli adolescenti, ha anche il sapore della scoperta della diversità, più evidente per April ma molto presente anche per Tony. Diversità che significa anche incontro con corpi diversi ed emozioni che nascono da questo incontro.
Il tema della sessualità è infatti un altro dei filoni che si ritrovano nel libro; è presente nella sua parte più gioiosa come scoperta reciproca dei due giovani ma è anche raccontata nella sua parte più oscura e difficile attraverso le molestie che April subisce da alcuni ragazzi e nell’uso spregiudicato che ne fa la madre di Tony.
E’ quindi un libro ricco di opportunità di lettura, reso in un qualche modomaggiormente atipico dall’ambientazione che rende forse un po’ demodè certi passaggi ma ne costituisce una misura di interesse.

Guido Quarzo
Clara va al mare
Salani – 1999
Clara, la protagonista di questo libro, è una ragazzina di quattordici anni. E’ una ragazzina down. Clara ha un desiderio, quello di tornare a vedere il mare. Il libro è il racconto di come Clara tutta sola si avventura verso il mare. Ed è l’occasione per conoscere un po’ meglio la storia di questa bambina già ragazza, dei suoi pensieri, dei suoi affetti, delle sue paure e desideri.
Che sono uguali a quelli di tutti ma anche ugualmente diversi. Il tono del libro è giocato proprio su questo doppio binario: la quotidianità di Clara così  simile a quella di tante altre bambine e ragazze ma anche in parte diversa. Diversa perché differente è la sensibilità che la anima e i problemi, in particolare le reazioni che suscitano il suo aspetto e le sue difficoltà inalcuni coetanei. Clara non capisce la ragione di questa diffidenza ed ostilità ma è capace di affrontarla a modo suo.
Così come a modo suo, con volontà e capacità, affronta il viaggio fino al mare e si destreggia negli incontri per la via. Sola ma non in solitudine.

Paula Fox
Festa di compleanno
Shorts Mondadori – 1998
Questo libro si segnala per almeno due ordini di motivi. Il primo è collegato al tema affrontato: il legame ambivalente ed complesso che lega Paul, primogenito dodicenne e Jacob suo fratello Down. E’ davvero difficile incontrareuna storia che abbia interesse a scoprire il rapporto fraterno in una situazione dove è presente il deficit e a farlo in toni non favolistici ma ancorati al disagio e alla fatica di accettare questo legame. E’ Paul che racconta questa difficoltà, attraverso le sue emozioni intense e contraddittorie entriamo nella quotidiana convivenza, rileggiamo con gli occhi di un bambino, quale Paul è, quanti cambiamenti suscita la nascita di un bimbo diverso.
Il secondo motivo di interesse deriva dalla scelta di accompagnare la storia lungo il percorso del tempo che passa. Il libro segue infatti il rapporto tra Paul e Jacob lungo l’arco di sette anni. Questa collocazione temporale che accompagna la crescita dei due protagonisti da forza alla narrazione permettendo di seguirne gli sviluppi e le tappe. Attraverso questa evoluzione seguiamo losforzo di Paul per non essere tirato dentro ad una situazione che non vorrebbe vivere, le sue resistenze e gli slanci, le domande ed i silenzi. E’ solo dandosi il tempo di sentire disagi ed incomprensioni che Paul può vivere pienamente il momento di riconoscimento di Jacob come fratello, unico e diverso e parte della sua vita.

Patrice Kindl
Il gufo innamorato
Gaia Junior Mondadori – 1995
Difficile e, per alcuni aspetti, un po’ sgradevole questo romanzo che, in un crescendo di tensione e coinvolgimento, affronta il tema della diversità in un modo sicuramente originale. La protagonista racconta in prima persona.
Io mi chiamo Owl, ossia “Gufo”. E il mio nome corrispondeesattamente alla mia natura. Sono centinaia di anni che , ogni due o tregenerazioni, nella mia famiglia nasce un uccello rapace.
(…)
Meglio spiegare chiaramente la situazione, non vorrei che sorgessero equivoci.Di notte mi guadagno la vita in forma di gufo, tra i campi e i boschi che circondano casa mia. Di giorno sono una ragazza normale (più o meno) che frequenta il liceo cittadino.
Il racconto parla dei cambiamenti dell’adolescenza (amori, amicizie, distaccodai genitori…) ma la trama di panandosi ci porta sempre più sulle tracce del tema centrale ben più profondo e delicato. La vita di Owl, mutante accettata pienamente dai suoi genitori e in grado di gestire bene questa sua diversità, procede parallela e lontana da quella di Houle, rifiutato e rinchiuso in manicomio dalla sua famiglia proprio per la stessa diversità non compresa eri conosciuta: (è il padre di Houle che parla)
Si è sempre parlato, nella nostra famiglia, di una specie di maledizione: qualcosa di strano che spuntava ogni poche generazioni. Io la consideravo più che altro una pittoresca tradizione, e spesso ho pensato che si trattasse di una tara ereditaria. Più di una volta mi sono chiesto se tu ne fossi vittima.
Ma le vite dei due ragazzi si avviano sempre più velocemente verso un punto di collisione. L’incontro e il riconoscimento non sarà immediato ma alla fine risolutivo.
E ben chiaro sarà il messaggio e l’invito a fare i conti con la propria diversità anche in rapporto agli altri senza chiusure, senza ghetti ma con un’accettazione piena gli uni degli altri.
E la “lezione” arriva molto semplicemente attraverso Dawn, compagna di scuola di Owl e sua unica amica, disposta ad accettarla nella sua duplice natura (Sì, proprio tu. So benissimo chi sei. Quello piccolo con gli occhi neri è Houle, o David, o come diavolo vuoi chiamarlo. Ma tu, gufo dagli occhi gialli, tu sei la mia compagna di scienze, vero?) ma che la invita a dare anche a Houle una possibilità: Parlo sul serio Owl. (…) Deve tornare a casa sua per sistemare tutto con i suoi genitori. (Houle) hai detto che non gliene fai una colpa se non hanno capito…Bene, allora dimostralo. Ora lo sanno: dai loro un’occasione. Tuo papà è biologo, scommetto che in un batter d’occhio potrebbe scoprire un sacco di cose sui gufi, non credi?

Melvin Burgess
La gigantessa
Junior +10 Mondadori – 1998
Una fiaba delicata sulla diversità e sui diversi modi di affrontarla. La piccola Amy, con il cuore e non con le parole, può comunicare con la misteriosa gigantessa uscita da un tronco durante un terribile uragano. E se il cuore le dice che non deve temere, lei fiduciosa offre il suo aiuto alla creatura misteriosa. Neanche il fratello poco più grande è in grado di vincere il timore suscitato da quest’essere con cui non riesce a comunicare. E questa è l’intuizione che fa di questo libro un testo importante: mentre Amy sa mettersi “nei panni di”, tutto quello che il fratello riesce a fare è insegnare alla gigantessa a parlare, cercando di avvicinarla a lui ma senza capirla fino in fondo, senza entrare in sintonia.
E così solo Amy capisce immediatamente quello che sta dietro le apparenze.
Una porta si aprì e loro uscirono (dalla nave spaziale). Erano due, un uomo e una donna (…). Erano uguali a Giga: lo stesso corpo alto e aggraziato, le lunghe facce immobili, lo stesso muso terribile e fremente. Ma erano molto più alti di lei.
– Sono enormi – disse Peter.
– Non lo sapevi? – gli chiese Amy.
Stava per chiederle: “Sapevo cosa?” Ma poi capì. Giga era una bambina. Una bambina non più grande di sua sorella.

Wendy Orr
La mia vita fatta di strati
Edizioni EL – 1997
In parte autobiografico, il libro racconta come può cambiare la vita inseguito ad un incidente automobilistico. In questi ultimi anni sempre più dobbiamo fare i conti con l’aumento dei deficit acquisiti in seguito a traumi elesioni e anche i ragazzi devono saper affrontare questa difficile realtà. Le riflessioni di Anna, diciassettenne sportiva e innamorata, la sua difficoltà adaccettare la sua nuova condizione, a lasciare andare l’immagine e il ricordo dell’Anna di prima ci accompagnano nel corso della storia che si apre proprio con l’incidente e si dipana fra crisi, speranze e delusioni fino ad un pieno riconoscimento della sua nuova esistenza. E’ un libro a tratti duro, molto realistico ed intenso che sa descrivere con grande incisività le sensazioni dichi si ritrova a dover dipendere da altri e non riesce più a vedere davanti asé il futuro che si era preparato. Ma è un libro che, pur senza indorare lapillola, aiuta ad affrontare una nuova vita disegnando un percorso che porta aduna piena accettazione di sé e stimola alla ricerca di nuove strade da percorrere per poter lo stesso vivere una vita piena.

E.B. White
Le avventure di Stuart Little
I Delfini Bompiani – 1998
E’ proprio una fiaba la vita di Stuart, alto cinque centimetri e con lesembianze di un topino, che nasce da una normalissima coppia (di umani) di New York che non si scompone più di tanto alla vista di un figlio così diverso. Le avventure di questo topo ragazzo non hanno alcun intento pedagogico eppure ci portano, con ironia e leggerezza, a guardare il mondo dal basso e a scoprire, stupiti, che non è poi così male.

4. Yekutiel o del raccontare le differenze

(…)
Prima che Yekutiel arrivasse a scuola, la maestra, intelligente, avvertì gli scolari, spiegando che Yekutiel era un bambino deforme, con un difetto alla schiena, e che dovevano comportarsi bene con lui, senza prenderlo in giro. Dovevano accoglierlo e fare amicizia.
(…)
Trascorsero uno, due, e anche tre o quattro anni; nel corso del quinto anno ? Yekutiel era undicenne? successe qualcosa. L’insegnante di letteratura assegnò come compito un tema libero. Quando portò a casa i componimenti per correggerli e dare i voti, capitò su quello di Yekutiel, lo lesse e ne fu molto colpito. L’indomani entrò in classe, e disse: “Vorrei dedicare la lezione al tema di Yekutiel. Ve lo leggerò, e in seguito ne discuteremo”.
Ecco quello che il professore lesse sul quaderno di Yekutiel:

Compito
Molti anni fa c’era un paese, lontano e isolato, al di là delle Montagne Tenebrose e del Fiume di Fuoco, dietro i Boschi di Ferro. In quel paese vivevano persone di tutti i generi, uomini, donne e bimbetti, nati con una deformazione alla schiena, con la spalla destra più alta della spalla sinistra, e con un testone in cima a un corpicino. Gli abitanti di quel paese erano molto felici, e si rallegravano del loro destino. Quando parlavano di una persona cara per tesserne le lodi, dicevano: “Mia figlia è talmente bella che nessuno può resistere alla sua magia. Ha la schiena più storta e più gobba di qualunque altra bambina che abbia mai visto in vita mia”. I presenti rimanevano impressionati e non credevano alle loro orecchie. Il papà, orgoglioso e felice, tirava fuori di tasca una fotografia e la mostrava agli amici e tutti approvavano con ammirazione: “Effettivamente…fino a oggi non si era mai vista una schiena così curva! Una vera e propria meraviglia…Quando compirà diciotto anni, questa bambina sarà la nostra reginetta di bellezza!”
In quel paese vivevano così, assaporando ogni istante della loro vita gobba. Per i giorni di festa avevano una danza particolare, che esprimeva tutta la gioia per quello che il destino aveva dato loro, finchè un giorno successe una disgrazia.
Nella famiglia del sindaco era nato un bambino tutto dritto, con le spalle allineate, slanciato; la deformazione aumentava di anno in anno, e a dieci anni era alto un metro e sessanta, un vero mostro! Non ci sono parole per descrivere i dispetti subiti da quel bambino, fin da quando era in fasce gli altri bambini avevano avuto paura a giocare con lui e quando venne il momento di andare a scuola, i suoi genitori credettero necessario andare a lezione con lui, per proteggerlo dallo scherno dei compagni. Ma lui, che era coraggioso e pieno di buon senso, disse: “Non c’è bisogno di proteggermi, posso cavarmela da solo”. Effettivamente, ben presto fu amato dai compagni, perché poteva fare per loro quello che a loro era impossibile. Grazie alla sua lata statura era capace di raccogliere per gli amici i frutti sulla cima dei pruni, poteva anche sbirciare al di sopra della cancellata dello stadio e riferire come procedeva la partita e chi stava vincendo, senza che dovessero comprare il biglietto. Fu quindi il primo a vedere da lontano la carrozza reale che stava avvicinandosi alla città e annunciò agli abitanti l’arrivo del rnonarca. Essendo alto, sentiva rumori lontani, e sapeva se il temporale si stava avvicinando, o se la primavera era alle porte, tanto che la popolazione non aveva bisogno di buttare via denaro per l’acquisto di un barometro o per lo stipendio di un meteorologo. Se era nevicato parecchio, lui spazzava via la neve accumulata sui tetti delle case con le mani, mentre andava a passeggio per le strade della città.
Tutti questi lavori importanti li faceva gratis perché cercava a tutti i costi di piacere, e desiderava che non ridessero di lui. Gli abitanti di quel paese finirono col perdonargli la sua infermità.
I suoi genitori, però, pensavano che soffrisse nell’essere diverso da tutti, ed erano molto preoccupati. Viaggiarono di città in città, interrogando e cercando dappertutto per trovare uno specialista che fosse in grado di curare la deformazione del figlio, finché un giorno vennero a sapere che nella capitale c’era un chirurgo impareggiabile, di fama mondiale, che poteva salvare il bambino. Si raccontavano davvero grandi cose di quel dottore; si diceva che già anni e anni prima si era occupato di un caso simile, ed era riuscito a eliminare perfettamente la deformazione: dopo una lunga e complicata operazione, il dottore era riuscito a ingobbire la schiena dritta del bambino, e a renderla curva quasi quanto quella di un bambino normale.
I genitori comunicarono al figlio questa splendida notizia, e dissero che non avrebbero badato a spese, che avrebbero dato al dottore tutto l’oro del mondo. Con loro grande sorpresa il bambino li informò che non voleva andare da quel dottore, e che desiderava rimanere così come era.
“Ma perché?” chiesero i genitori sbalorditi. “Perché preferisco essere come tutti gli altri miei simili” disse lui. “I tuoi simili?” dissero i genitori, “dove hai mai visto un bambino come te?”. “Sono sicuro” disse il bambino dritto, “di non essere l’unico. Sono sicuro che c’è un posto dove mi assomigliano tutti”. “Stupidaggini” ribatterono i genitori. “Leggiamo giornali di tutto il mondo, e non abbiamo mai sentito di un bambino come te…. tranne quelli che escono dall’ordinario… quelli deformi, naturalmente”.
“Può darsi che i giornali non scrivano niente sul paese della gente come me. Può darsi che quel paese sia piccolo e isolato, o forse non esiste nemmeno un paese vero e proprio, e persone come me esistono solo qua e là, ma apparteniamo tutti a un tipo unico e speciale, e ci è proibito rinunciare ai nostri diritti”.
“I vostri diritti?”. I genitori, stupiti, non capivano: “Che diritti hanno le persone come te?”
“Ne abbiamo” disse il bambino, sorridendo fra sé e sé. “Per esempio, noi siamo più vicini al cielo, perciò sentiamo rumori e vediamo cose che la gente normale non immagina nemmeno. Ed è solo uno degli esempi”.
I genitori si spaventarono talmente che portarono il bambino da uno specialista della mente, sulla cui porta era scritto “Psicologo”, nonché “Dottore”. Questo dottore parlò a quattr’occhi con il bambino, e dopo aver ascoltato quello che il piccino aveva da dire, disse ai genitori: “Lasciatelo tranquillo… Non sta bene, sta benissimo”.
Così andarono le cose, e fino ad oggi è rimasto deforme, andando in giro eretto, annusando il profumo dei fiori di pruno da vicino, direttamente dai rami alti degli alberi; i fiori gli accarezzano le guance, gli fanno il solletico sotto il naso, e lui ride.
E il riso è segno di gioia, ogni tanto.

3. Nicola, mio figlio

di Giulia Della Giovanpaola

Il racconto di una madre con un figlio diverso, un bambino ammalato di sclerosi tuberosa.
Sono oramai tante le testimonianze di genitori pubblicate su libri e riviste ma ognuna sembra essere sempre nuova, sembra aggiungere qualcosa di non ancora detto al grande discorso di come accogliere questi bambini in difficoltà e di come aiutare chi gli sta attorno.Tra un mese mio figlio compirà nove anni ed io mi sono ritrovata spesso in questo periodo a pensare alla nostra vita insieme. Non avevo ancora diciannove anni quando ho dato alla luce Nicola e ricordo quel giorno come se fosse ieri ero cosi fiera di me, Così orgogliosa di lui, così felice per noi.
Mi perdevo nel guardare quel fragile corpicino di cinquantadue centimetri e mi chiedevo come fosse possibile aver donato vita ad una creatura così perfetta. Mio figlio era un vero e proprio miracolo ai miei occhi. Purtroppo, però, Nicola non era perfetto, il suo cervello nascondeva tuberi e calcificazioni, la pelle lasciava intravedere macchie ipomelanotiche, il suo viso non aveva ancora rivelato i numerosi angiofibromi che sono poi comparsi negli anni di vita successivi, insomma, mio figlio era affetto di malattia genetica multisistematica; la sclerosi tuberosa.
Non e’ stato accettato da molte persone perché‚ inaspettato e indesiderato, in seguito la sua anormalità ha fatto sì che anche lo stesso padre e i nonni potessero arrivare a rifiutarlo.
Eppure io continuo a contemplare con ammirazione il suo sguardo limpido la sua ingenuità, la sua purezza. L’Amore che nutro per mio figlio è un Amore per se e in se, non è alimentato né da false speranze né da desideri di grandezza. Il dolore che siamo costretti ad affrontare e a condividere giorno dopo giorno ci unisce in un vincolo vitale che ci fa comprendere il senso profondo della vita.
Nicola a otto anni non sa leggere, ma conosce perfettamente la prassi ospedaliera.
Nicola a Otto anni non sa scrivere, ma sa che dopo ogni anestesia potrà riabbracciare la sua mamma.
Nicola a Otto anni non sa disegnare ma sa che tre volte al giorno deve ingerire almeno dodici farmaci per sedare l’epilessia che lo ha colpito in tenera età. Nicola non sa contare, ma sa riconoscere l’insorgere di una crisi riuscendo poi a gestirla autonomamente e una volta passata mi guarda con quei suoi occhi grandi e ancora lucidi dal convulso epilettico e mi dice: “Mamma è passata la crisi, hai visto che non mi successo niente”.
Nicola non sa fare tante cose che fanno i suoi coetanei, ma ha già capito, a soli otto anni, che piangere il più delle volte non serve a niente e che al contrario e’ più proficuo lottare piuttosto che disperarsi.
Sono la mamma di un bambino portatore di handicap e sono molto fiera di mio figlio. Gioisco di ogni sua piccola conquista vivendola come un miracolo e non mi dispero perché‚ non fa abbastanza bene o non e’ abbastanza bravo, perché‚ non esiste un metodo capace di misurare l’ abbastanza dei propri figli.
Credevo che Nicola non avrebbe mai parlato ed invece un giorno mentre borbottava e urlava come di suo solito, mi guardò fisso e disse “Mamma!”. Non è descrivibile la sensazione da me provata in quel momento.
Ho sentito in me una tale emozione di pura felicità che lacrime di gioia sono salite ai miei occhi e mi sono sentita improvvisamente viva.
E poi quel suo sorriso che sprigiona amore e gratitudine ogni volta che si schiude su quella bocca angelica! Un sorriso che nonostante gli anni non cambia mai. Quel sorriso è per me un dono inestimabile.
Nicola e, il miracolo della mia vita e se c’è tanta sofferenza in me non deriva tanto dalla sua patologia, quanto piuttosto dal male che ci viene inflitto dalla gente quando ci respinge ci giudica e ci critica.
Il vero dolore che ho provato come madre è stato quando gli stessi ospedali non ci hanno saputo dare ricovero ed assistenza adeguati. O quando una delle innumerevoli supplenti scolastiche ha dato uno schiaffo a mio figlio davanti ai miei occhi. Oppure quando un medico mi ha accusata di avere picchiato mio figlio senza invece capire che le forti scosse epilettiche che lo colpiscono più volte al giorno lo fanno cadere violentemente a terra o ancora quando altre madri allontanano i loro figli dal mio dandomi dell’irresponsabile perché porto fuori un bambino con una malattia infettiva, ed invece ha il viso pieno di lesioni cutanee dovute ad una specifica sindrome.
Mi sono sentita ferita quando compagni di scuola di mio figlio hanno approfittato della sua ingenuità per divertirsi alle spalle di un bambino che sta cominciando ad avere consapevolezza del proprio handicap e che inconsciamente ha già iniziato a lottare per non essere un diverso. Ho sofferto tutte le volte che mi è stato negato aiuto dal Provveditorato, dall’USL e dal Comune affinché potessi crescere mio figlio dignitosamente domandando integrazione non esclusione.
Non mi sento in colpa per avere sempre voluto il meglio per lui è desiderio comune di ogni genitore, ma mi sento in colpa per non essere riuscita a scavalcare le barriere burocratiche che hanno fatto in modo che mio figlio non si sia potuto nemmeno avvicinare al meglio.
Mi sento in colpa per non essere stata capace di trovare in po’ di giustizia in questo mondo che sembra prodigarsi tanto per i diritti umani. Non mi perdono il fatto di avare avuto poca voce per denunciare a tutti che ci sono bambini che soffrono, benché‚ abbiano genitori amorevoli accanto, poiché questi genitori non sanno a chi rivolgersi e perché il più delle volte occorre mendicare l’aiuto dovuto.
Nonostante siano passati nove anni da quando la mia battaglia e’ iniziata ogni volta che vedo mio figlio correre verso un riparo sicuro per proteggersi dalle crisi epilettiche urlando “Mamma, mamma ho una crisi, non mi succede niente vero?” tutto intorno a me si ferma e guardo che si china violentemente in avanti e poi si irrigidisce diventando pallido come la morte ed inizia il rantolo per la ricerca di quell’ossigeno che respiriamo senza accorgersene ma che per lui sembra scarseggiare. Ed il rantolo rimbomba nella mia testa e sembra non finire mai e vorrei poter dividere la mia reazione d’aria con lui, vorrei poter prendere su di me tutte le sue pene, le sue paure, le angosce, ma non posso e l’unica cosa che mi resta da fare è quella di fargli capire che gli sono vicino, accarezzandolo e ricacciando indietro le lacrime causate dell’impotenza che mi attanaglia il cuore.
Poi, lentamente, dopo un lasso di tempo che mi pareva un’eternità, l’equilibrio si ristabilisce e il suo visino riprende colore, il respiro si regolarizza, lo sguardo torna attento, ma la voce è ancora un po’ alterata, l’occhio è lucido ed ora ha un alone viola attorno, le manine gli tremano ancora.
Nonostante tutto mi sorride, fissandomi con uno sguardo colmo d’amore misto a sgomento come per ringraziarmi di essere li, accanto a lui.

2. Gli altri luoghi dell’integrazione

di Arianna Gionini, pedagogista servizi sociali ULSS 16 Padova

Di recente ho partecipato ad un convegno organizzato dal Provveditorato agli Studi Su “Gli altri luoghi dell’integrazione”. E’ significativo come la scuola abbia sentito la necessità di spostare l’attenzione da se stessa per riflettere e chiamare attorno ad un tavolo altri soggetti istituzionali che si occupano di integrazione lavorativa e sociale dei disabili.
Nell’invito a parlare di integrazione in altri luoghi, si celava l’idea, più volte espressa da alcuni relatori rappresentanti della scuola, che è importante capire dove vanno a finire gli sforzi che gli operatori della scuola fanno quotidianamente per integrare i disabili.
Tutto ciò, partendo da un presupposto di fondo imprescindibile che il contesto scuola garantisce al disabile, nonostante le tante difficoltà un inserimento sociale che poi non è certo sia garantito anche da altri contesti. Quasi a pensare che le modalità che la scuola ha adottato per l’integrazione dei disabili possano essere trasferite tout-court in altri contesti di lavoro o sociali. Ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte ad una visione “scuolacentrica” del modo di fare e pensare l’integrazione dove gli “altri” sono chiamati a rispondere più che a condividere percorsi. Insomma un atteggiamento poco incline a riconoscere che vi possono essere diversi modelli di pensare e organizzare occasioni di integrazione sociale e lavorativa. L’impostazione stessa del convegno prevedeva che diversi soggetti istituzionali (ASL, cooperative sociali, associazioni) presentassero alcune esperienze significative di integrazione, rimandando un’impressione che mondi separati e non in comunicazione sono preposti a gestire i diversi momenti di vita delle persone disabili. In questi due giorni di convegno si sono “contrapposte” visioni dell’integrazione, tra un mondo della scuola che è poco incline a giudicarsi ma lo fa volentieri con gli altri, e quello delle ASL che da quando sono diventate aziende sono più attente anche ai “costi” degli inserimenti e da ultimo il “terzo” settore che si sta conquistando uno Spazio ragguardevole in territori liberi ma poco tutelati. Alla fine del convegno ho avuto l’impressione che questi convegni servono a chi li organizza per cercare una sorta di autoreferenzialità, ma a poco servono per riflettere realmente sul cosa stiamo facendo, su cosa si può fare insieme per costruire veramente un pensiero dell’integrazione che non sia frammentario, che riconduca ad una visione antropologica di globalità della persona disabile.
Sento l’urgenza di ricostruire un’idea di integrazione condivisa tra le diverse istituzioni, e per fare ciò è necessario imparare ad ascoltare gli altri a capire quali siano le “culture” diverse che li animano quando pensano di organizzare e gestire servizi a favore dei disabili.

Le tracce dei percorsi precedenti
Lavorare per l’integrazione non è facile non ci sono in questo senso dei primi della classe, ed è proprio per questo che gli sforzi debbono essere ricondotti ad un atteggiamento di ricerca comune dove non vi sono verità precostituite, ma percorsi possibili condivisi, pensati valutati.
E triste oggi constatare come una persona disabile pur avendo frequentato per tanti anni la scuola quando entra in un “altro luogo” non porta con se traccia del percorso fatto, che si debba spesso ricominciare tutto da capo, che non esista un filo conduttore che aiuti a capire la storia in cui si sono mossi e confrontati diversi attori. Mi piace l’idea che ogni persona disabile possa portare con se’ una valigia piena di tante cose: dei suoi vissuti e quelli degli altri, degli oggetti che lo hanno accompagnato e che lo hanno aiutato; un contenitore insomma dove lui e quelli che hanno lavorato con lui possano metterci ciò che hanno ritenuto significativo. Forse proprio questo è il punto.
Partire dalla persona dai percorsi possibili offrendo occasioni di crescita nei diversi momenti di vita. Non possiamo pensare quindi ai servizi come a monadi separate ma come a sistemi comunicanti e interagenti, come “sistemi facilatori” che adottino anche criteri di valutazione della qualità dei propri interventi.
Non possiamo prescindere un fatto ineluttabile, che anche i servizi devono sottoporsi a criteri rigorosi di valutazione su ciò che fanno e come lo fanno. Prioritariamente per garantire al “cittadino disabile” delle prestazioni di qualità che possano essere controllate e verificate. Altrimenti finiremo nella trappola in cui e finita la scuola in cui nessuno valuta veramente gli interventi di integrazione realizzati, chiusa in un sistema difensivo, forse non sempre a torto, in cui parlare di qualità degli interventi evoca fantasmi di rimessa in discussione di quanto sancito dalla legge 517 più di venti anni fa.
La scuola deve avere la capacità e il coraggio di uscire da questo meccanismo di difesa sapendosi confrontare con quelli che ancora ritiene “gli altri mondi” dell’integrazione per condividere e costruire con questi itinerari flessibili offrendo occasioni alle diverse soggettività.
Mi auguro insomma che il prossimo convegno rappresenti un punto di incontro e confronto tra i tanti servizi che lavorano con e per i disabili, e non un tavolo dove la scuola invita altri a parlare, lasciandoci come è successo ora ognuno per la propria strada.

1. Mediamente: un’esperienza di lavoro

di Stefania Navacchia

“Handicap” e “mass media”: due termini che sembrano contraddirsi. Il primo sinonimo di “diversità”, “pluralismo”, “confronto”; il secondo porta in seno alla sua etimologia l’idea dell’omologazione ed è diventato l’emblema della società di massa. Come conciliare tale opposizione? Questo problema mi si è posto una mattina allorché guardando nella mia casella di posta elettronica, mi è giunta una allettante proposta di lavoro da parte del curatore della trasmissione televisiva MediaMente (in onda su RAI TRE), Renato Parascandolo. Avevo mandato. Infatti, tre mesi prima il mio curriculum a “RAI Educational”, più per scrupolo che per convinzione di ottenere un riscontro. Quella mattina di giugno, invece, mi fu comunicato che mi sarei dovuta occupare dei problemi relativi all’handicap nell’ambito di una trasmissione legata ai media e alle nuove tecnologie. L’argomento non mi era nuovo causa sia della mia esperienza personale, sia del mio percorso di formazione. Dovetti però attendere la fine di settembre, cioè l’inizio della nuova stagione televisiva, per vedere concretizzata la proposta in una riunione a Roma con tutta la redazione del programma. In quella sede mi furono commissionate inizialmente tre puntate.
La media dell’età dei redattori e di coloro che come me avrebbero ricoperto il ruolo di “autore testi” era piuttosto bassa e lo spirito che si respirava era ancor più giovanile: percepii immediatamente una disponibilità all’ascolto ed a fare eco ai miei suggerimenti, e questo contribuì a dileguare dentro di me quel senso di ansia e soggezione che avevano accompagnato i giorni precedenti l’incontro romano. Tutto però si sarebbe svolto per via telematica, cioè in modalità di telelavoro: io stessa sarei stata l’incarnazione vivente di ciò di cui mi dovevo occupare. Forma e contenuti avrebbero coinciso. Senza andare nello specifico, il mio ruolo era quello di scegliere argomenti, interviste e servizi da realizzare, definire la struttura della puntata e scrivere il testo per il conduttore, Carlo Massarini.

Informare senza impietosire
Il problema della conciliazione fra handicap e mezzo televisivo diventava ogni giorno più pressante poiché ero consapevole della storia difficile che mi era alle spalle, una storia fatta dalla TV di servizio e da quella del dolore, che raramente era riuscita a esprimere in maniera adeguata un mondo complesso come quello dell’handicap. Era un problema di linguaggio: linguaggio verbale e linguaggio visivo; ma era soprattutto il problema, come mi fu subito detto in riunione, della loro conciliazione. Iniziò così la mia lotta quotidiana contro il linguaggio in cui si nascondevano differenti luoghi comuni e differenti immagini sociali dell’handicap: volevo dire cose nuove, ma avevo a disposizione codici che sentivo superati e temevo che ogni parola da me usata potesse essere interpretata con schemi vecchi. Non volevo certo fare una televisione pietistica, che mostrasse l’handicappato come essere comunque inferiore; ma non volevo neppure cadere nel luogo comune opposto che considerava il disabile o come “super eroe”, o come essere capace di “dare tanto” e soprattutto “dare amore”. Miravo a una televisione basata sull’informazione, soprattutto volta a fornire indicazioni sulle risorse (ad esempio, ma non solo, quelle su Internet) e sulla riflessione attraverso un rapporto anche critico, o meglio problematico, sul mondo del computer. Scelsi la strada che mi era più congeniale e nella quale credevo: esprimere la complessità attraverso la semplicità. Volevo lasciare che le cose si raccontassero da sole e fare in modo che esse facessero emergere la loro logica senza forzature e senza interventi esterni. La mia mano non si doveva vedere. Ebbi la fortuna di trovare in Massarini un eccellente mediatore la cui naturalezza era l’ideale per esprimere una concezione dell’handicap come normale componente della vita e della società. Il fatto poi che MediaMente fosse u n programma centrato sulle tecnologie mi permise di fare passare l’idea che l’handicap non fosse un mondo a parte, ma una tematica da affrontare come le altre. L’argomento “nuove tecnologie “ mi dava in tal modo l’opportunità di non fare un programma sull’handicap, ma di vedere questa tematica in rapporto ad altri problemi. Inoltre ritenevo che i nuovi media fossero un ottimo strumento per una vera integrazione e per una cultura che considerasse l’handicappato una persona completa, con pregi e difetti, in grado di esprimere al meglio le sue potenzialità.

Quando le nuove tecnologie integrano
Questa impostazione fu ampiamente condivisa dai miei collaboratori; da tempo io stessa ero assidua telespettatrice del programma che trovavo in piena sintonia con il mio orientamento: non mi fu difficile integrarmi con la programmista-regista e col navigatore (colui che ricerca all’interno del web i siti attinenti all’argomento della puntata). In questo caso (a differenza di alti casi, in cui il linguaggio della posta elettronica viene a dilatarsi in modo da costringere il disabile a non fare più economia di parole), gli scambi via mail avevano una sintassi molto stringata ed erano ridotti alle informazioni essenziali. Questo mi permise di riflettere ulteriormente sulle tematiche del rapporto fra handicap e tecnologie. Potevo sperimentare in questo modo l’essenza di una integrazione lavorativa. Non conoscevo nulla o quasi della vita privata di coloro che erano al di là della rete. Tutti i rapporti riguardavano esclusivamente il lavoro, a differenza di quanto avviene in un ufficio “tradizionale” dove lo scambio di idee, la comune conversazione o la battuta possono fare apparire più umane le relazioni. Così come l’handicap, le nuove tecnologie conducono il soggetto ad un atteggiamento fenomenologico che lo costringe ad andare “alla cosa stessa” ed a comprenderne la struttura essenziale. In una sorta di logica minimalista, la riduzione che avviene all’interno del linguaggio di una mail porta in rilievo l’autenticità o la non autenticità dei rapporti di lavoro. Esiste, è vero, un’etichetta anche via Internet, ma questo non impedisce, anzi facilita, uno scambio in cui si lavora realmente insieme sullo stesso oggetto. Ritornando all’essenza del dialogo, della struttura domanda-risposta, la mail mette in evidenza la struttura del gesto interrotto di cui parla Andrea Canevaro: arrivare fino ad un certo punto per poi aspettare che sia l’altro a concludere l’azione.
Questo processo che costituisce il fondamento dell’integrazione, diviene ancora più macroscopico nel caso in cui sia coinvolta una persona disabile: essa, nel momento della comunicazione via mail, non viene più percepita dal suo interlocutore con un handicap, poiché il suo deficit non interferisce con il suo ambiente, benché si tratti di un ambiente virtuale. A quel punto il mio scopo era quello di trasmettere al pubblico quello che io stessa stavo vivendo, senza tuttavia pormi mai in prima persona, ma nascondendomi nelle parole dette da Massarini e nelle esperienze di altri. In tal modo ho cercato di far passare tra le maglie dei vari linguaggi un’idea “normale” della persona in situazione di handicap, intendendo il termine “normale” nell’accezione di naturale, cioè facente parte dell’orizzonte della nostra quotidianità, dei problemi di tutti: un orizzonte non omologato, e omologante, non monocolore, ma dove l’informazione è sempre, come dice Gregory Bateson “la notizia di una differenza” e quindi dove la diversità è fonte di conoscenza.

Bibliografia ragionata su handicap e sessualità

di Andrea Pancaldi

Dopo le prime esperienze pionieristiche alla fine degli anni ’70 (cfr. Padovani, Tessari, Valgimigli, CDH) è alla fine degli anni ’80, col pieno emergere della tematica del cosiddetto “handicap adulto”, che si apre definitivamente il dibattito sull’affettività e sessualità delle persone handicappate, ponendolo alla attenzione di operatori, genitori, volontari, amministratori.
Aumentano le disponibilità di documentazione, vengono avviate con continuità esperienze di formazione, la tematica entra a pieno titolo anche nelle attenzioni della rete dei servizi sociosanitari.
Non si è più dunque più all’anno zero anche se la strada da percorrere appare ancora lunghissima; il dato di una sessualità come parte integrante di ciascun individuo non è nell’handicap un dato acquisito. Nella cultura in cui siamo immersi ciò è avvenuto forse perché l’argomento sessualità è sempre stato abbinato a situazioni di rottura, di disobbedienza, di istinto liberato e quindi pericoloso, da gestire e tenere sotto controllo. Pensiamo a un tema con tali caratteristiche affiancato a quello della diversità, dell’emarginazione, della malattia e della morte che l’handicap porta dentro di sé nella nostra cultura. Una miscela esplosiva a cui reagire negando il tema o rappresentandolo, come fanno da sempre i media (cfr, “Handicap e sessualità nella stampa quotidiana italiana”, in “Diventare carne”, CDH), con tinte fosche o scandalistiche.
Di seguito riportiamo le cose a nostro avviso più significative tratte dagli oltre 300 titoli disponibili presso la biblioteca del CDH: ricerche, riflessioni, esperienze attorno ad un tema fondante e centrale nella vita di ciascuna persona.

Raccolte di articoli da riviste e altre bibliografie
CDH Bologna
“Handicap, affettività, sessualità”
in Rassegna stampa handicap, suppl. n.6-7,
luglio-agosto 1995

CDH Bologna
“Diventare carne”
in Rassegna stampa handicap, n.6, giugno 1991

Rivista “Famiglia Oggi”
“Handicap e sessualità: bibliografia”,
in Famiglia Oggi, n.2, febbraio 1994

Casamassima
“Bibliografia ragionata: sessualità”
in Rassegna stampa handicap, n.9, settembre 1986

Valgimigli, Liverani
“La sessualità dell’handicappato psichico: chi, come e quando”
in HP-Accaparlante, n.4, aprile 1992

Contributi di carattere generale
Baldaro Verde, Govigli, Valgimigli
“La sessualità dell’handicappato”
Il Pensiero scientifico, Roma, 1987

Padovani, Spano
“Handicap e sesso: omissis”
Bertani, Verona, 1978

Selleri
“Handicap e sessualità: una emancipazione difficile”
in Prospettive sociali e sanitarie, n.1/1987

Tessari, Andreola (a cura di)
“Sessualità e handicappati”
Feltrinelli, Milano, 1978

Mannucci
“Peter Pan vuol fare l’amore: la sessualità e l’educazione sessuale dei disabili”
Del Cerro, Pisa, 1996
Rifelli, Pesci
“Handicap fisico e sessualità: esperienze per una educazione alla sessualità”
in Rivista di sessuologia, n.4/1988

Padovani
“La speranza handicappata”
Guaraldi, Firenze, 1974

Abrham, Pasini
“Introduzione alla sessuologia medica”
Feltrinelli, Milano, 1975

Imbasciati
“Sviluppo psicosessuale e sviluppo cognitivo”
Pensiero scientifico, Roma, 1986

AA.VV.
“Handicap e sessualità”
in Marginalità e società, n.29/1995

Pesci
“Dai diritti ai percorsi”
in HP-Accaparlante, n.15/1993

Pesci
“La sessualità inaspettata”
in HP-Accaparlante, n.17/1993

Pesci
“Il corpo recintato”
in HP-Accaparlante, n.44-45/1995

Pesci
“Davanti allo specchio”
in HP-Accaparlante, n.48/1995

Veglia
“Handicap e sessualità: il silenzio, la voce, la carezza”
Angeli, Milano, 2000

Handicap intellettivo
Veglia
“Una carne sola”
Franco Angeli, Milano, 1991

Valente Torre, Cerrato
“La sessualità negli handicappati psichici”
Libreria Cortina, Torino, 1987

Dixon
“L’educazione sessuale nell’handicappato”
Centro Erickson, Trento, 1993

Handicap fisico
Manzoni, Mazzoncini
“Paraplegia: aspetti psicologici e sessuali”
Bulzoni, Roma, 1982

Bonaldi
“Aspetti genito sessuali nella paraplegia”
Comune Verona e ULSS 25, Verona, 1987

Calamandrei
“Amore intelligente, una indagine sulla sessualità delle persone con lesioni al midollo spinale” Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1985

Atti di convegni
Gabbanelli (a cura di)
“Handicap e sessualità”
atti del convegno “Il disabile e la sessualità”
Prato, 1993, in Rivista di sessuologia, n.1, gennaio-marzo 1994

CDH Bologna
“Al silenzio, all’imbarazzo, all’invisibilità: tra femminile e handicap
atti del convegno omonimo, Bologna, febbraio 1990
in Rassegna stampa handicap, n.9, settembre 1991

Imperiali (a cura di)
“Handicap mentale e sessualità: atteggiamenti a confronto”
atti del convegno omonimo, Anffas, Varese, 1991

Imperiali (a cura di)
“Handicap mentale e sessualità”, atti del convegno omonimo
Anffas, Varese, 1994

AA.VV
“Sessualità e psicohandicap”
atti del convegno omonimo, Cepim, Torino, 1994
Libreria Cortina editrice, Torino, 1986

AA.VV.
“Handicap e sessualità”
atti del convegno omonimo, Centro Vigotskij, Padova, 1990

Famiglia, handicap, sessualità
Zambon Hobart
“Sviluppo sessuale e sociale: appunti per i genitori di persone down”
Quaderni ABD, Roma, 1991

Gallo Barbisio
“I figli più amati”
Einaudi, Torino, 1979

Ponzio, Galli
“Madre e handicap”
Feltrinelli, Milano, 1988

Hourdin
“Amo la vita malgrado tutto”
Paoline, Roma, 1984